IL SUTRA DEL FUNGO

Carissime e carissimi,

pochi giorni fa, durante la cena  pre-natalizia con i colleghi di ufficio, si parlava di funghi, se ne rammentava l’enorme varietà di tipi e la rete di vita che essi intessono sotto talune zone dei boschi. Mi è venuto spontaneo notare il parallelo con i nostri insegnamenti UU di accoglienza della diversità e di rispetto per la rete interdipendente dell’essere. Negli ultimi tempi, poi, abbiamo approfondito con Massimo il buddhismo nei suoi aspetti più universalisti ed ho rammentato come l’insegnamento dell’ “inter-essere” (per usare il gergo del monaco Thich Nhat Hanh) sia uno dei più rilevanti tra questi. Così troppo ghiotta era l’idea di intitolare il sermone con “Il sutra del fungo”.

Sì, lo so, Buddha non ha mai pronunciato un discorso che riporti questo titolo, ma il nostro spirito trascendentalista ci invita a ricercare i discorsi della saggezza non solo nelle parole scritte degli antichi, ma anche in quelle non scritte della natura. E dal fungo possiamo comprendere una realtà fondamentale. Quelli che noi chiamiamo “funghi”, quelli che raccogliamo e (possibilmente) gustiamo, in realtà sono soltanto i miceli del fungo, ovvero i frutti, le escrescenze, le espressioni individuali. I tanti miceli che troviamo in una fungaia sono in realtà tutti frutto di un unico fungo, che si sviluppa sotterraneamente come una fitta rete. Ecco, spesse volte noi percepiamo il nostro essere solo nella limitata dimensione della nostra individualità e non ci accorgiamo che in realtà noi siamo connessi ad una rete di vita senza la quale né potremmo essere nella nostra esistenza, né potremmo essere pienamente nella nostra autenticità. Riflettendo sugli insegnamenti del Buddha sull’impermanenza  (cioè nulla è per sempre) e sulla non-sostanzialità (ossia nulla è davvero in sé qualcosa), la plurisecolare riflessione buddhista è rifuggita da un possibile esito nichilista ed è giunta a trarne la lezione fondamentale dell’ “inter-essere”, che Thich Nhat Hanh così descrive: “In questo foglio di carta c’è una nuvola. Senza la nuvola, non c’è pioggia; senza pioggia, gli alberi non crescono; e senza alberi, non si può fare la carta. La nuvola è indispensabile all’esistenza della carta. Se non ci fosse la nuvola, non ci sarebbe nemmeno il foglio di carta. Quindi possiamo dire che la nuvola e la carta inter-sono… Essere è inter-essere. Non possiamo essere da soli, per conto nostro. Dobbiamo ‘inter-essere’ con tutto il resto. Questo foglio di carta è perché è tutto il resto.” Cristianamente, l’immagine del “corpo di Cristo” potrebbe leggersi come una rappresentazione di questa fondamentale unità. Sul piano UU appare ben chiaro come tutto questo abbia a che fare con il nostro settimo principio: “Il rispetto per la rete inter-dipendente dell’essere di cui facciamo parte”. Questo è senz’altro vero, ma, proprio riflettendo su questi temi il Rev. UU John Ismael Ford, guarda caso anche lui un buddhista, sottolineava come l’essenza dell’UUismo stia nel tenere insieme due cose inevitabilmente in tensione tra loro, espresse nel primo (il rispetto per il valore e la dignità propria di ogni individuo) e nel settimo principio. Non possiamo, infatti, fare finta che questa tensione non esista: quante donne si sacrificano per la famiglia e ad un certo punto sentono di essersi annullate per gli altri? Quanti si spendono per un’ideale al punto tale da perdere il senso della propria individualità ed il proprio spirito critico? In realtà (e qui sta la forza dell’UUismo a mio avviso) nel modo in cui pone insieme individualità ed unità lo UUismo indica già un superamento di questa tensione, benché essa si riproporrà sempre nei fatti al nostro percorso di persone sempre in crescita, perché sempre perfettibili. Questo superamento sta nell’adagio che ripetiamo fino alla noia, ovvero in quell’invito ad “unire senza unificare”. Rispettare il valore e la dignità di un individuo significa rispettarne il diritto non solo a non essere trattato (come ci rammenta la definizione kantiana della dignità) come un fine e non come un mero scopo, ma anche a ricercare, trovare ed esprimere se stesso. Questo guida la modalità del nostro “inter-essere”, che deve significare in primo luogo “interessarsi”, ossia porre attenzione alle esigenze dell’altro, ma poi tradurre questo interesse nell’azione per l’altro avendo rispetto della sua difficile ricerca di sé e della propria espressione. Inter-essere significa, infatti, “essere tra”, non essere “al posto di”. Dobbiamo percepire la nostra unità, farne stimolo per la nostra attenzione alla vita e alle vite, ma non dobbiamo unificare ed uniformare o al contrario unificarci ed uniformarci in virtù di questo. Pretendere che ciò non venga fatto nei nostri confronti è il sacrosanto diritto dell’individuo al rispetto del proprio valore e della propria dignità. Imparare a farlo noi nei confronti degli altri è un esercizio non solo morale, ma profondamente spirituale. Ed è il modo UU di vivere un insegnamento sotteso a tante spiritualità, pensiamo all’azione disinteressata del buddhismo o all’agire non agendo del taoismo (o, per una traiettoria un po’ più lunga da spiegare, al “sia fatta la Tua volontà” dei cristiani), che, con immagini diverse, ci descrivono lo stesso atteggiamento mentale e spirituale di attenzione, apertura e rispetto verso le espressioni della vita. Quelle espressioni che sono certo solo il micelio del grande fungo che cresce sotto i nostri piedi, ma sono quelle espressioni che pongono il fungo in relazione con le altre vite di piante, animali e uomini, nonché quelle espressioni che danno sapore al fungo e alle nostre vite che “inter-sono” con lui.

Potremmo salutarci qui, è già tanta roba su cui riflettere. Ma siamo prossimi al Solstizio di Inverno ed al Natale. E, nel fare le mie ricerche per questo sermone, mi sono imbattuto in un’altra storia interessante sui funghi, che riguarda proprio il Solstizio d’Inverno ed il Natale (che, come sapete, sono collegati).  Sembra, infatti, che alcune popolazioni della Siberia consumassero, durante i riti per il Solstizio di Inverno, alcune parti trattate di un fungo velenoso, l’Amanita Muscaria, che altro non è che il fungo rosso a puntini bianchi che impariamo a disegnare da ragazzini e che è associato alle fiabe e alle fate, per sfruttarne le potenti proprietà allucinogene. Si narra che lo sciamano, vestito di rosso e bianco come i colori del fungo, passasse tra le case a distribuire i miceli, che venivano poi lasciati essiccare appesi ad un albero, e che da qui siano derivati alcuni degli elementi della figura di Santa Claus e dell’iconografia del Natale. Ovviamente è difficile dire se e quanto di ciò sia vero e fondato. Né voglio qui invitarvi all’utilizzo di alcaloidi per esperienze psichedeliche fuori luogo. Mi interessava piuttosto raccogliere gli aspetti legati alla simbologia del solstizio ed alla metafora del fungo. Il solstizio è un momento in cui la vita, come la luce, sembra spegnersi. Il freddo, il buio, la natura che si ritira, tutto questo poneva in profonda crisi gli esseri umani, costretti a prepararsi alle difficoltà del lungo inverno. Il solstizio è in sé immagine di questa crisi, ma anche della speranza connessa alla luce che da lì in poi riguadagnerà astronomicamente il suo tempo. L’immagine del fungo ci ricorda, però, che serve qualcosa di più della speranza per superare l’inverno. I funghi sono esaltazione della capacità creativa della vita, né piante, né animali, ma creazioni curiose e misteriose, a volte succulente, a volte velenose. Se l’inverno ci invita a chiuderci nella nostra interiorità, meditando sulla nostra crisi e raccogliendo le energie per superarla, il sapore magico e le proprietà a volte psicotrope dei funghi ci ricordano, simbolicamente, che in questo ritirarci in noi, dobbiamo anche saperci aprire alla creatività sottesa alla vita tutta, ma anche che dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione per concepire nuovi modi di essere. Non abbiamo forse bisogno di rischiare il fegato assaggiando un’amanita muscaria, ma abbiamo certo bisogno, nel nostro inter-essere, di assaggiare la creatività della vita tutta e di aprire ed espandere attraverso di essa le nostre menti, per rinnovarci nello spirito ed immaginarci attraverso ed oltre gli inverni delle nostre esistenze.

Nella Via verso l’Uno,

Alessandro.

Please follow and like us:

Lo U*Uismo ai tempi dei social

Cari fratelli,

da tempo siamo in molti a dirci a dir poco preoccupati della situazione sociale e politica che stiamo vivendo, una situazione in cui, come spesso abbiamo avuto modo di notare, tutto ciò che davamo come ormai acquisito in termini valoriali sembra ogni giorno di più franarci sotto i piedi.

Risulta, in una situazione simile, assolutamente inevitabile, forse soprattutto per ricercatori dello spirito come noi U*U, porci domande sulle cause che hanno provocato quello che, ai nostri occhi, non può essere considerato altro che un passo indietro dell’umanità verso posizioni che davamo per definitivamente superate.

Ebbene, devo dire che, alla ricerca di una spiegazione, di un perché tutto questo stesse accadendo, è stato per me notevolmente illuminante un servizio giornalistico che mi è capitato casualmente di vedere qualche tempo fa.

Credo che si trattasse di un servizio di “Report” ma non ne sono completamente certo perché mi capita raramente di avere il tempo per guardare la televisione e, come quasi sempre quando ciò accade, stavo facendo zapping dopo le 10 di sera, passando da un programma già cominciato all’altro, quando l’introduzione del presentatore ha catturato la mia attenzione promettendo di svelare i meccanismi perversi che si nascondono dietro i social e mi ha indotto a interrompere l’accanimento digitale sul telecomando che normalmente caratterizza la mia fruizione televisiva.

Cercherò di riassumere brevemente e per punti ciò che ho scoperto nella mezz’ora successiva per bocca dei numerosi ingegneri e informatici intervistati, tutti ex progettisti dei vari Facebook, Instagram, Google, etc.

A) Come ovvio per aziende che figurano ai primi posti nelle classifiche mondiali di redditività, tutti i social, al di là di leggende metropolitane e storie romantiche sui loro esordi in cantine e garage, sono aziende commerciali il cui scopo è, ovviamente, vendere il più possibile. Ma che cosa vendono? Quando non vendono, cosa, a quanto pare, non infrequente, illegalmente i profili dei loro utenti, vivono della vendita della nostra attenzione nei confronti di spazi pubblicitari, in questo agendo né più né meno come i vari giornali “freepress” che troviamo sparsi in giro per le nostre città o come le TV commerciali in circolazione da oltre quarant’anni. Fin qui, nulla di strano: l’idea di catturare l’attenzione per vendere è antica come il mondo ed è il principio su cui, nel bene e nel male, da sempre si basa la pubblicità.

B) Ma è a questo punto che scatta qualcosa di notevolmente inquietante. A detta di uno scarmigliato ex-sviluppatore di Facebook, oggi, da quanto riferito dal giornalista che lo intervistava, acclamato guru della contro-cultura, pochi sanno che Mark Zuckerberg ad Harvard studiava, persino più che informatica, psicologia. Ok: cosa c’è di inquietante in tutto questo? Di per sé nulla (e non mi addentrerò, per buona pace di alcuni nostri confratelli, su cosa penso esattamente di una scienza che permetta la manipolazione della mente …) se non che, sempre a dar retta al suddetto guru, il giovane genio della tastiera ha, da subito, deciso di applicare alcuni principi della nostra psiche alla sua creatura tecnologica. Nello specifico, esiste un sistema comportamentale, comprovato da numerosi esperimenti scientifici, chiamato “condizionamento operante” che accomuna tutti gli animali, noi compresi e che è stato studiato da tale Skinner (che, fortunatamente, non è lo stesso Skinner che ha scritto pagine sublimi di teologia U*U!). In sostanza, se metto un piccione o una scimmia in una gabbia e scopre che ogni volta che schiaccia un bottone rosso ottiene del cibo, questi schiaccerà il bottone con una certa frequenza ma se, invece, il cibo arriverà ogni 7 o 8 volte che schiaccia il bottone, con una cadenza apparentemente casuale, il bottone verrà schiacciato quasi ossessivamente, con una frequenza notevolmente più alta che nella situazione precedente. E dunque? E dunque, Zuckerberg ha deciso di applicare il “condizionamento operante” sugli utenti di Facebook, seguito a ruota da molti altri creatori di social. Fateci caso: quando scorriamo la nostra bacheca FB, in media troviamo un post che ci interessa o che cattura la nostra attenzione ogni 6, 7 o 8 post di cui non ce ne frega assolutamente niente ed è proprio questo meccanismo che, secondo un paio di professori universitari intervistati dei giornalisti che stavano realizzando il reportage, ci induce ad una “coazione a ripetere”, insomma ad una dipendenza da social, E, dal mio punto di vista, ciò che è più paradossale è che alle aziende dei social i dati per questo enorme esperimento di manipolazione sociale li forniamo noi, lasciandoci volentieri sottoporre ad una continua “profilazione”, magari dietro la promessa del magro guadagno di ricevere pubblicità più mirata sui nostri gusti.

C) Ma cosa c’entra tutto questo con la situazione socio-politica mondiale? C’entra e anche molto. Lasciamo da parte ogni altro effetto collaterale, dalla dipendenza che induce ragazzini di quindici anni ad una schiavitù da social che devono farsi curare in centri di “disintossicazione” al fatto che, comprovatamente e a causa della tipologia di pseudo-comunicazione dei social, la soglia di attenzione della generazione dei “millenials” si sta attestando, con i suoi 9 secondi massimo, ai livelli più bassi registrati nella storia (non è un caso se adesso, tra gli adolescenti, “Instagram”, che mostra solo foto, è preferito a Facebook che, a volte, richiede l’enorme sforzo di leggere persino una ventina di righe di testo), alla incapacità indotta di esprimere in una lingua scritta con un minimo di correttezza formale un giudizio critico che vada oltre il “mi piace” o “non mi piace”. Il vero elemento di problematicità va ricercato, ancora una volta, a livello di reazioni psico-emozionali. Perché, vedete, i nostri manipolatori del cervello hanno scoperto anche un altro simpatico meccanismo che ci contraddistingue: la nostra attenzione e il nostro interesse possono essere catturati sia dalla consonanza cognitiva che dalla dissonanza cognitiva ma la seconda ha una forza molto maggiore perché ci richiede un’attenzione più puntuale per tentare di eliminarla. In soldoni, veniamo indotti molto di più al nostro meccanismo di coazione a ripetere se il famoso “messaggio ogni tanto” che ci interessa non è consonante con le nostre opinioni ma completamente dissonante, completamente contrario. E allora? E allora, giusto per fare esempi grossolani, se siamo stati individuati come “comunisti”, ci spareranno in bacheca un bel “post” superfascista, sei siamo neri un post dell’Arian Nation, se siamo “gay” una simpatica sparata omofoba, etc. … E noi? E noi rispondiamo, con i nostri commenti, con i nostri pollicioni, con le nostre contro-sparate, con la nascita, addirittura, di incredibili e disgustosi gruppi sociali di “haters” specifici, con il trolling e chi più ne ha più ne metta … E, intanto, rimaniamo sul social e il social guadagna e guadagna sulle nostre reazioni vendendo i suoi spazi a prezzi direttamente proporzionali alla sua audience!

D) Dove ci porta tutto questo? Proviamo a tirare le somme: una coazione a ripetere indotta ci spinge a continuare a soffermarci su messaggi a cui siamo portati quasi automaticamente a rispondere polemicamente a causa della loro voluta provocatorietà nei confronti del nostro sistema valoriale. Come avvengono tale provocazione e tale risposta? Ovviamente, secondo lo stile proprio del mezzo: slogan gridati, affermazioni nette apparentemente apodittiche, spesso decontestualizzate e acritiche e, soprattutto, contrapposizione costante che da dialettica di trasforma in attacco personale deviando dalla necessità logica di attenersi al soggetto di discussione. Insomma, mutatis mutandis, il nocciolo della retorica populista, a cui ci abituiamo, ci assuefacciamo e che finiamo, volenti o nolenti, per assumere e per riconoscere come “normale”, con tutte le conseguenze che ciascuno di noi può facilmente trarre.

Fino a qui una analisi che risulta più sociologica che legata ad ambiti spirituali. Ma la domanda che mi pongo è se e in che maniera tutto questo abbia effetto a livello del nostro modo di vivere la fede.

E, sinceramente, la mia risposta alla prima domanda è sicuramente sì, questo clima di pensiero, al quale, fatto salvo un volontario eremitismo settario, sociale prima ancora che culturale, non possiamo sottrarci (pensiamo solo all’utilità dei social per la diffusione quantomeno della “notizia” della nostra esistenza!) credo stia influenzando profondamente la natura stessa della definizione di “Unitarianesimo Universalista”. Lo U*Uismo, per come la vedo io, ha tre grandi caratteristiche di fondo, il cui insieme rende la nostra spiritualità peculiare: una fede nella coniugazione tra spiritualità trascendente e dignità antropocentrica, una profonda ottica liberale sugli aspetti religiosi e una propensione storica e fondamentale alla lotta sociale e all’impegno singolare in ambito di affermazione dei principi etico-morali. Ebbene, nella temperie culturale che stiamo vivendo, questi tre ambiti, in altre situazioni perfettamente e ottimamente compatibili, sembrano scivolare verso una apparente contraddittorietà: laddove la lotta sociale risulta impossibilitata ad esistere nello scontrarsi con un sistema che la rende inane e inudibile a meno di non assumere gli stessi toni urlati e contrappositivi della parte avversa, assoggettandovisi, appare di tutta evidenza il suo entrare in distonia con il liberalismo spirituale e, in ultima analisi, con quella base di antropocentrismo spirituale che dovrebbe risultare il suo primario elemento costitutivo.

E dunque? E, dunque, fratelli, è il senso stesso dello U*Uismo nella forma che conosciamo a entrare in crisi: se l’Unitarianesimo Universalista non può più coniugare la “quest” personale alla mobilitazione per l’affermazione dei principi, il Parker della ricerca teologica al Channing di “Slavery” o, in ambiti più antichi e diversi, il sottile ragionamento teologico di Paruta e la veemenza disputativa di David, allora deve, gioco-forza, mutare.

O, almeno, così deve apparentemente accadere … Sì, apparentemente, perché un cambiamento strategico di forma espressiva non significa forzatamente un cambiamento radicale di sostanza, tanto più se tale cambiamento formale significa appoggiarsi più su una colonna portante della nostra fede rispetto ad un’altra.

Concretamente, che cosa sto cercando di dire? Sto cercando di dire che la ricerca di senso spirituale che ci connota da sempre ci ha convinto che la cosiddetta “rivelazione” sia personale, culturalmente codificata e dipendente da ottiche singolari, che la costruzione del cosiddetto “Regno” passi non solo per il disinteresse sul fatto, ad esempio, che mia madre preghi la Madonna o che la donna che amo abbia lunghi colloqui con il suo rabbino ma che, addirittura, veda tutte queste manifestazioni con estremo favore, come vie diverse da quelle adatte per me ma pur sempre più che lecite di cammino verso il Grande Mistero. Fino a qui, credo che tutti concordiamo ma mi sembra di poter dire che, allo stato attuale ci venga chiesto un passo ulteriore che è quello della non contrapposizione diretta nei confronti di una alterità più profonda. So che chiedo qualcosa di difficile, a volte quasi impossibile, ma vivere la nostra fede unendo l’ottica spirituale a quella sociale credo che, oggi, significhi non solo evitare ogni attacco, ovviamente se urlato e postato e anche persino indiretto, verso chi si pone su posizioni per noi spesso inconcepibili e radicalmente sbagliate, ma addirittura cercare i punti di unione nella differenza anche nei confronti di chi si ostina a picconare ogni ponte che cerchiamo di costruire per sostituirlo con muri. E, qualora questo sia, come spesso accade, impossibile a causa della “gommosità” o del “fanatismo” di chi ci troviamo di fronte, mi pare una soluzione eticamente più praticabile quella di “scuotere la polvere dai nostri piedi” e concentrarci sulla ricerca individuale e comunitaria, non curandoci di voci che, per quanto ci disgustino, finiremmo per assecondare giocando con esse il gioco di “chi urla più forte”.

E … no, non è una resa incondizionata fratelli, ma, piuttosto, una resistenza passiva, una resilienza che si fa strumento essa stessa di lotta nel momento in cui significa prenderci cura del nostro prossimo “più prossimo, noi stessi, per rendere ciascuno di noi una strumento vivente di una lotta che prima che essere contro la follia para-ideologica imperante deve essere contro il sistema di pensiero e di comunicazione e, in fin dei conti, lo stile di vita che si fa “politico” che di tale follia è causa efficiente.

Solo così, ne sono convinto, Parker e Channing ricominceranno a passarsi idealmente e continuamente il testimone e lo U*Uismo continuerà ad aver senso di esistere come strumento liberale di ricerca, sì, ma anche di lotta etico-morale.

Adonai echad,

Amen

Please follow and like us:

Islam

Cari Fratelli,

vi avverto preventivamente: per qualche misteriosa ragione sulla quale preferisco non indagare troppo, ultimamente passo molto del mio pochissimo tempo libero interrogandomi sul senso dei vari ruoli che, in ambiti diversi, rivesto e, quasi sempre, arrivando a conclusioni differenti rispetto a quelle considerate socialmente consolidate.

Come insegnante, ad esempio, davanti alla sconcertante ammissione di troppi studenti prossimi al diritto di voto di sentirsi così liberi e comodi in questa società da non avere nessuna necessità di ribellarsi verso alcun aspetto dello status quo e davanti alla evidente mancanza di volontà di risvegliare ed esercitare la propria ragion critica sopita che una tale affermazione implica, alla luce del disastro politico, sociale e morale che un tale atteggiamento sottende, sempre più mi vien fatto di pensare che il mio vero ruolo come insegnante non dovrebbe essere tanto quello di fornire risposte culturalmente efficaci ma, preventivamente, quello, a tratti ben più impegnativo, di instillare domande disturbanti su parole arcane, desuete e ormai considerate utopistiche come giustizia, dignità umana, fratellanza universale, democrazia liberale e rivoluzione etica nelle menti e nei cuori dei giovani che ogni mattina mi ritrovo davanti, accasciati sui banchi dopo notti insonni spese ad arricchire i rumoroso e inconcludente chiacchiericcio paramediatico di fondo che, con involontaria impudenza, qualcuno ha ancora il coraggio di definire “comunicazione” sui social network e il cui unico scopo mi pare sempre più essere l’onanismo autoreferenziale e l’assopimento di ogni velleità espressiva nell’indigestione di una abbuffata di finta possibilità declamatoria del niente.

Come istruttore in palestra, poi, piuttosto che essere un riferimento per il mantenimento di un certo grado di tonicità fisica o un dimostratore della corretta esecuzione di esercizi atti a tale mantenimento, o, al limite, un motivatore a compiere sforzi volti a quel fine insistendo sul legame tra mantenersi in forma e mantenersi sani, mi pare che, persino a discapito del lucro della proprietà dei centri sportivi, il mio ruolo dovrebbe diventare quello, a tratti opposto, di consolatore e consigliere dell’ozio senechiano, cercando di dimostrare ai miei corsisti e alle mie corsiste che, per quanto possa essere gratificante esibire seni tonici, addominali scolpiti e culi marmorei, la loro autostima, che cercano faticosamente di ricostruire sfiancandosi al suono dei miei comandi paramilitari, dovrebbe fondarsi su altri elementi e dicendo loro che si può essere persone bellissime anche con un dito di pancetta in più o con un po’ di naturale caduta epiteliale su braccia e cosce o di dimostrazione della forza di gravità sulle parti prominenti del corpo.

Ma … lo ammetto, purtroppo anche i sognatori con tendenze alle elucubrazioni socio-teologiche hanno l’increscioso vizio di mangiare un paio di volte al giorno, possibilmente con un tetto sopra la testa e, conseguentemente, hanno l’ancora più incresciosa necessità di guadagnarsi il salario necessario al proprio mantenimento, cosa che, oggettivamente, diventerebbe poco probabile se esortassi i miei studenti adolescenti a fottersene allegramente dell’anno della battaglia di Waterloo o del nome dei Quadrumviri della Marcia su Roma per, piuttosto, andare a fare un bel sit-in di protesta davanti a Palazzo Chigi o all’ambasciata americana, meditando su come urlare in faccia ai potenti di turno che stanno scippando loro il futuro, se suggerissi ai miei corsisti che, invece che massacrarsi ad allenarsi come legionari prima della battaglia di Dien-Bien-Phu, si sentirebbero molto meglio stando sdraiati sul loro divano a leggersi un bel libro sull’autostima o i discorsi di Martin Luther King o, giusto per toccare un altro ambito della mia sfaccettata epopea lavorativa quotidiana, se incoraggiassi molti dei miei studenti serali a studiare la differenza tra condizionale e congiuntivo nella loro lingua madre prima di addentrarsi nella grammatica dell’astruso idioma di Albione. E, dunque, lo ammetto … con un po’ di codardia, per quanto giustificata dalla necessità, mi taccio, continuo a spiegare la pazzia di re Giorgio pensando alla pazzia di chi ha scelto un suo emulo come uomo più potente al mondo, continuo a sbraitare comandi per far indurire bicipiti e deltoidi sognando di ammorbidire animi e cuori e ripeto per la settantesima volta la differenza tra simple present e present continous a gente che mi chiede, e vi assicuro che non sto scherzando, se “Egli andrà” sia futuro o condizionale.

Ma, mi dico, non mi devo vergognare: alla fine, come essere umano, devo fare di necessità virtù, chi più chi meno così devono far tutti ed esiste un confine piuttosto netto tra fantasia utopica e senso della realtà.

C’è, però, un ambito in cui i dubbi sul mio ruolo abbondano persino più che negli altri e in cui, quantomeno per evidenti ragioni salariali, se non per più profonde motivazioni legate a giuramenti fatti, mi sento più libero di esternare le mie personali paranoie. Naturalmente mi riferisco all’ambito pastorale.

Tra le molte, moltissime perplessità che, quotidianamente, mi tormentano riguardo al mio ruolo in seno alla Chiesa, una in particolare si affaccia, negli ultimi tempi, con particolare frequenza. Vedete, per quanto all’interno dello U*Uismo il pastorato assuma aspetti che si differenziano notevolmente rispetto a quelli di ruoli analoghi in altre Denominazioni, vuoi per il divieto di proselitismo che ci viene inculcato sin dai primi passi del cammino religioso, vuoi per la, in fondo giusta per quanto non particolarmente gratificante, prospettiva del pastorato universale di ogni membro della comunità, direi che, in quanto più o meno emuli dei famosi “pescatori di uomini”, una richiesta ai consacrati risulta, nelle nostre comunità, uguale a quella di ogni altra comunità religiosa del mondo: un predicatore che si rispetti dovrebbe cercare di avvicinare chi lo ascolta alle basi della fede e non, al contrario, allontanarlo cercando di fargli assumere una prospettiva critica. Ecco, è proprio su questo che mi interrogo perché non sono così sicuro che le cose debbano andare proprio così. Forse, mi dico, sarebbe più onesto mostrare oggettivamente i pro e i contro del cammino che qualcuno sta intraprendendo, non fosse altro che per onestà intellettuale, se non per una ben più importante onestà spirituale.

In questo quadro, probabilmente, nei cinque minuti in cui, ipoteticamente, mi lascerebbero rivestire quei ruoli, se fossi un prete cattolico credo che chiederei ai miei fedeli di rileggersi storia e contesto della nascita dei vari dogmi, se fossi un pope chiederei loro di farsi un paio di domande sulla sensatezza del pensare che una iconostasi possa essere un elemento di presenza salvifica e tangibile del Divino, se fossi un rabbino porrei domande sulla logica da parte di un Dio Padre universale di eleggere un popolo, se fossi un imam imporrei di meditare sulla gesta belliche di Maometto in relazione all’idea di religione della pace, se fossi un monaco buddista metterei in dubbio che una religione basata sulla fuga dalla sofferenza possa essere poi così gioiosa …. e così via.

Ma sono un reverendo unitariano universalista e, dunque, vi chiederete, quale è il mio problema?

Il mio problema si chiama “Islam”! Non vi preoccupate: non sono improvvisamente impazzito diventando un seguace dei troppi, assolutamente troppi leader razzisti, xenofobi, populisti e parafascisti che ammorbano il nostro continente e il mondo intero né, al contrario, questo mio problema è legato alle mie mai nascoste propensioni verso alcuni rami della religione musulmana in termini di un richiamo irresistibile che mi potrebbe portare a lasciare lo U*Uismo … No, assolutamente nulla di tutto questo!

Per capire quello che intendo, dobbiamo fare, innanzitutto, un po’ di chiarezza sul senso della parola “Islam”, non nella mia concezione ma nella interpretazione della Università coranica per eccellenza, quella di Al-Azhar, così lontana dalle ignoranti follie fanatiche e jihadiste di pseudo califfi e mujaheddin wahabiti e salafiti vari.

Lo sappiamo tutti: “islam”, per quanto vi sia chi lega il termine alla stessa radice di “pace”, significa “sottomissione”. “Ecco”, direbbe uno di quelli che vedono terroristi e stupratori seriali in ogni frequentatore di moschee, “un religione di servi sottomessi e sanguinari disposti a fare qualsiasi cosa per esaudire i comandi di una divinità persino più sanguinaria di loro!” No, direi di no: anche lasciando da parte che non sarebbero più o meno servi sanguinari dei vari crociati e neo-crociati di ogni epoca e che parliamo di una divinità, quella dei Popoli del Libro, che è la stessa di un miliardo di cristiani e di tutti gli ebrei del mondo, intendere il termine “islam” in questo modo significa leggerlo esattamente come Osama Bin Laden e Al-Baghdadi! Molto più logicamente e, forse, più semplicemente, quella “sottomissione” significa rendersi conto del fatto, direi ineccepibile da parte di qualsiasi religione del mondo, che esiste un divario incolmabile tra umano e Divino sotto qualsiasi punto di vista, farsi una ragione della incommensurabilità tra due entità, accettare che, comunque si intenda Dio (e sta parlando uno che, più di una volta, ha affermato di avere seri dubbi su attributi tradizionalmente divini quali onniscienza e onnipotenza!) o chi per Esso, l’Essere umano non sarà mai in grado di comprendere la vastità del potere trascendente, di raggiungere la piena chiarezza sul quadro complessivo del Divino ma, semmai, solo di avere una fugace intuizione mistica, di percepire “l’ombra della Luce” attraverso la grazia del dono divino di adagiarsi nel nostro animo e di cercare di seguire, per quanto possibile e per quanto le circostanze lo permettano, l’ispirazione che da tale intuizione può sorgere senza per questo sviluppare ansie da martirio, fanatismi estemporanei o visioni fuori dal mondo da comunità hippy stile anni ’70 .

Ebbene, è esattamente questa concezione di “islam”, che non posso che condividere, a fare problema nella mia visione della predicazione U*U. Perché? Perché lo U*Uismo significa, persino nella statuizione di uno dei Sette Principi, ricerca costante, infinita, basata sullo studio, sulla logica, addirittura, direi, per alcuni sulla speranza di essere illuminati sul senso delle cose. Perché così deve essere nella sottolineatura orgogliosa della centralità e della dignità umana e del nostro “essere diversi” … Ma … ma anche la ricerca, anche l’orgoglio devono avere un limite, una confine, un “non plus ultra” e, troppo spesso ho l’impressione che gran parte dello U*Uismo internazionale se lo dimentichi. L’uomo è al centro della creazione ma … ma il Divino è la creazione stessa e tutta la creazione non potrà mai stare nella testa di un solo uomo né alcun uomo potrà vivere completamente secondo il progetto divino, almeno fino a che risiede in questo mondo!

Ecco, questo vorrei dirvi, questo vorrei dire a voi che seguite, ciascuno per il suo viottolo, il mio stesso cammino: ogni religione è creazione d’uomo e, in quanto tale, è imperfetta e se penso alla nostra religione, credo che troppo spesso la sua imperfezione risieda nella mancanza di umiltà intellettuale e spirituale, nella fredda esaltazione della ragione e dell’etica perfetta che ci fa sentire sempre liberi da “stupidi vincoli” e pronti a ridisegnarci ogni regola, a scapito dell’unico vero legame che possiamo avere con il Sacro e che è dato dalla meditazione mistica, dall’abbandono al caldo abbraccio dell’Inviolato, dal comprendere che non tutto può essere compreso, che fede è anche fiducia persino un po’ cieca, persino un po’ illogica (solo un po’!), che non risolveremo ogni problema del mondo predicando ciò che è logicamente e filosoficamente giusto e ovvio ma che, al massimo, questo ci aiuterà a piantare un pezzettino di prato nel deserto per poterci provare a stare il più possibile noi e chi amiamo, che esiste, forse, una verità oltre il velo dell’apparente ma non dobbiamo illuderci di strappare noi U*U quel velo che ci avviluppa tutti, perché anche questa certezza non sarebbe che un altro strato di velo che ci renderebbe solo dei sognatori fuori dal mondo, come già appariamo a molti. E questo non significa darla vinta a degli ipotetici “loro”, a degli ipotetici “poteri forti” o piegarci alla disperazione: significa un minimo di realismo che nasce dall’umiltà di riconoscere la nostra condizione di limitatezza e agire con obiettivi che, conseguentemente, sono limitati, lontani dai massimi sistemi troppo utopici ma, forse, proprio nella “sottomissione” ai nostri limiti umani, ai limiti della nostra ricerca, più vicini alla meta di quanto possiamo credere.

Adonai echad,

Amen

Please follow and like us: