Lo U*Uismo ai tempi dei social

Cari fratelli,

da tempo siamo in molti a dirci a dir poco preoccupati della situazione sociale e politica che stiamo vivendo, una situazione in cui, come spesso abbiamo avuto modo di notare, tutto ciò che davamo come ormai acquisito in termini valoriali sembra ogni giorno di più franarci sotto i piedi.

Risulta, in una situazione simile, assolutamente inevitabile, forse soprattutto per ricercatori dello spirito come noi U*U, porci domande sulle cause che hanno provocato quello che, ai nostri occhi, non può essere considerato altro che un passo indietro dell’umanità verso posizioni che davamo per definitivamente superate.

Ebbene, devo dire che, alla ricerca di una spiegazione, di un perché tutto questo stesse accadendo, è stato per me notevolmente illuminante un servizio giornalistico che mi è capitato casualmente di vedere qualche tempo fa.

Credo che si trattasse di un servizio di “Report” ma non ne sono completamente certo perché mi capita raramente di avere il tempo per guardare la televisione e, come quasi sempre quando ciò accade, stavo facendo zapping dopo le 10 di sera, passando da un programma già cominciato all’altro, quando l’introduzione del presentatore ha catturato la mia attenzione promettendo di svelare i meccanismi perversi che si nascondono dietro i social e mi ha indotto a interrompere l’accanimento digitale sul telecomando che normalmente caratterizza la mia fruizione televisiva.

Cercherò di riassumere brevemente e per punti ciò che ho scoperto nella mezz’ora successiva per bocca dei numerosi ingegneri e informatici intervistati, tutti ex progettisti dei vari Facebook, Instagram, Google, etc.

A) Come ovvio per aziende che figurano ai primi posti nelle classifiche mondiali di redditività, tutti i social, al di là di leggende metropolitane e storie romantiche sui loro esordi in cantine e garage, sono aziende commerciali il cui scopo è, ovviamente, vendere il più possibile. Ma che cosa vendono? Quando non vendono, cosa, a quanto pare, non infrequente, illegalmente i profili dei loro utenti, vivono della vendita della nostra attenzione nei confronti di spazi pubblicitari, in questo agendo né più né meno come i vari giornali “freepress” che troviamo sparsi in giro per le nostre città o come le TV commerciali in circolazione da oltre quarant’anni. Fin qui, nulla di strano: l’idea di catturare l’attenzione per vendere è antica come il mondo ed è il principio su cui, nel bene e nel male, da sempre si basa la pubblicità.

B) Ma è a questo punto che scatta qualcosa di notevolmente inquietante. A detta di uno scarmigliato ex-sviluppatore di Facebook, oggi, da quanto riferito dal giornalista che lo intervistava, acclamato guru della contro-cultura, pochi sanno che Mark Zuckerberg ad Harvard studiava, persino più che informatica, psicologia. Ok: cosa c’è di inquietante in tutto questo? Di per sé nulla (e non mi addentrerò, per buona pace di alcuni nostri confratelli, su cosa penso esattamente di una scienza che permetta la manipolazione della mente …) se non che, sempre a dar retta al suddetto guru, il giovane genio della tastiera ha, da subito, deciso di applicare alcuni principi della nostra psiche alla sua creatura tecnologica. Nello specifico, esiste un sistema comportamentale, comprovato da numerosi esperimenti scientifici, chiamato “condizionamento operante” che accomuna tutti gli animali, noi compresi e che è stato studiato da tale Skinner (che, fortunatamente, non è lo stesso Skinner che ha scritto pagine sublimi di teologia U*U!). In sostanza, se metto un piccione o una scimmia in una gabbia e scopre che ogni volta che schiaccia un bottone rosso ottiene del cibo, questi schiaccerà il bottone con una certa frequenza ma se, invece, il cibo arriverà ogni 7 o 8 volte che schiaccia il bottone, con una cadenza apparentemente casuale, il bottone verrà schiacciato quasi ossessivamente, con una frequenza notevolmente più alta che nella situazione precedente. E dunque? E dunque, Zuckerberg ha deciso di applicare il “condizionamento operante” sugli utenti di Facebook, seguito a ruota da molti altri creatori di social. Fateci caso: quando scorriamo la nostra bacheca FB, in media troviamo un post che ci interessa o che cattura la nostra attenzione ogni 6, 7 o 8 post di cui non ce ne frega assolutamente niente ed è proprio questo meccanismo che, secondo un paio di professori universitari intervistati dei giornalisti che stavano realizzando il reportage, ci induce ad una “coazione a ripetere”, insomma ad una dipendenza da social, E, dal mio punto di vista, ciò che è più paradossale è che alle aziende dei social i dati per questo enorme esperimento di manipolazione sociale li forniamo noi, lasciandoci volentieri sottoporre ad una continua “profilazione”, magari dietro la promessa del magro guadagno di ricevere pubblicità più mirata sui nostri gusti.

C) Ma cosa c’entra tutto questo con la situazione socio-politica mondiale? C’entra e anche molto. Lasciamo da parte ogni altro effetto collaterale, dalla dipendenza che induce ragazzini di quindici anni ad una schiavitù da social che devono farsi curare in centri di “disintossicazione” al fatto che, comprovatamente e a causa della tipologia di pseudo-comunicazione dei social, la soglia di attenzione della generazione dei “millenials” si sta attestando, con i suoi 9 secondi massimo, ai livelli più bassi registrati nella storia (non è un caso se adesso, tra gli adolescenti, “Instagram”, che mostra solo foto, è preferito a Facebook che, a volte, richiede l’enorme sforzo di leggere persino una ventina di righe di testo), alla incapacità indotta di esprimere in una lingua scritta con un minimo di correttezza formale un giudizio critico che vada oltre il “mi piace” o “non mi piace”. Il vero elemento di problematicità va ricercato, ancora una volta, a livello di reazioni psico-emozionali. Perché, vedete, i nostri manipolatori del cervello hanno scoperto anche un altro simpatico meccanismo che ci contraddistingue: la nostra attenzione e il nostro interesse possono essere catturati sia dalla consonanza cognitiva che dalla dissonanza cognitiva ma la seconda ha una forza molto maggiore perché ci richiede un’attenzione più puntuale per tentare di eliminarla. In soldoni, veniamo indotti molto di più al nostro meccanismo di coazione a ripetere se il famoso “messaggio ogni tanto” che ci interessa non è consonante con le nostre opinioni ma completamente dissonante, completamente contrario. E allora? E allora, giusto per fare esempi grossolani, se siamo stati individuati come “comunisti”, ci spareranno in bacheca un bel “post” superfascista, sei siamo neri un post dell’Arian Nation, se siamo “gay” una simpatica sparata omofoba, etc. … E noi? E noi rispondiamo, con i nostri commenti, con i nostri pollicioni, con le nostre contro-sparate, con la nascita, addirittura, di incredibili e disgustosi gruppi sociali di “haters” specifici, con il trolling e chi più ne ha più ne metta … E, intanto, rimaniamo sul social e il social guadagna e guadagna sulle nostre reazioni vendendo i suoi spazi a prezzi direttamente proporzionali alla sua audience!

D) Dove ci porta tutto questo? Proviamo a tirare le somme: una coazione a ripetere indotta ci spinge a continuare a soffermarci su messaggi a cui siamo portati quasi automaticamente a rispondere polemicamente a causa della loro voluta provocatorietà nei confronti del nostro sistema valoriale. Come avvengono tale provocazione e tale risposta? Ovviamente, secondo lo stile proprio del mezzo: slogan gridati, affermazioni nette apparentemente apodittiche, spesso decontestualizzate e acritiche e, soprattutto, contrapposizione costante che da dialettica di trasforma in attacco personale deviando dalla necessità logica di attenersi al soggetto di discussione. Insomma, mutatis mutandis, il nocciolo della retorica populista, a cui ci abituiamo, ci assuefacciamo e che finiamo, volenti o nolenti, per assumere e per riconoscere come “normale”, con tutte le conseguenze che ciascuno di noi può facilmente trarre.

Fino a qui una analisi che risulta più sociologica che legata ad ambiti spirituali. Ma la domanda che mi pongo è se e in che maniera tutto questo abbia effetto a livello del nostro modo di vivere la fede.

E, sinceramente, la mia risposta alla prima domanda è sicuramente sì, questo clima di pensiero, al quale, fatto salvo un volontario eremitismo settario, sociale prima ancora che culturale, non possiamo sottrarci (pensiamo solo all’utilità dei social per la diffusione quantomeno della “notizia” della nostra esistenza!) credo stia influenzando profondamente la natura stessa della definizione di “Unitarianesimo Universalista”. Lo U*Uismo, per come la vedo io, ha tre grandi caratteristiche di fondo, il cui insieme rende la nostra spiritualità peculiare: una fede nella coniugazione tra spiritualità trascendente e dignità antropocentrica, una profonda ottica liberale sugli aspetti religiosi e una propensione storica e fondamentale alla lotta sociale e all’impegno singolare in ambito di affermazione dei principi etico-morali. Ebbene, nella temperie culturale che stiamo vivendo, questi tre ambiti, in altre situazioni perfettamente e ottimamente compatibili, sembrano scivolare verso una apparente contraddittorietà: laddove la lotta sociale risulta impossibilitata ad esistere nello scontrarsi con un sistema che la rende inane e inudibile a meno di non assumere gli stessi toni urlati e contrappositivi della parte avversa, assoggettandovisi, appare di tutta evidenza il suo entrare in distonia con il liberalismo spirituale e, in ultima analisi, con quella base di antropocentrismo spirituale che dovrebbe risultare il suo primario elemento costitutivo.

E dunque? E, dunque, fratelli, è il senso stesso dello U*Uismo nella forma che conosciamo a entrare in crisi: se l’Unitarianesimo Universalista non può più coniugare la “quest” personale alla mobilitazione per l’affermazione dei principi, il Parker della ricerca teologica al Channing di “Slavery” o, in ambiti più antichi e diversi, il sottile ragionamento teologico di Paruta e la veemenza disputativa di David, allora deve, gioco-forza, mutare.

O, almeno, così deve apparentemente accadere … Sì, apparentemente, perché un cambiamento strategico di forma espressiva non significa forzatamente un cambiamento radicale di sostanza, tanto più se tale cambiamento formale significa appoggiarsi più su una colonna portante della nostra fede rispetto ad un’altra.

Concretamente, che cosa sto cercando di dire? Sto cercando di dire che la ricerca di senso spirituale che ci connota da sempre ci ha convinto che la cosiddetta “rivelazione” sia personale, culturalmente codificata e dipendente da ottiche singolari, che la costruzione del cosiddetto “Regno” passi non solo per il disinteresse sul fatto, ad esempio, che mia madre preghi la Madonna o che la donna che amo abbia lunghi colloqui con il suo rabbino ma che, addirittura, veda tutte queste manifestazioni con estremo favore, come vie diverse da quelle adatte per me ma pur sempre più che lecite di cammino verso il Grande Mistero. Fino a qui, credo che tutti concordiamo ma mi sembra di poter dire che, allo stato attuale ci venga chiesto un passo ulteriore che è quello della non contrapposizione diretta nei confronti di una alterità più profonda. So che chiedo qualcosa di difficile, a volte quasi impossibile, ma vivere la nostra fede unendo l’ottica spirituale a quella sociale credo che, oggi, significhi non solo evitare ogni attacco, ovviamente se urlato e postato e anche persino indiretto, verso chi si pone su posizioni per noi spesso inconcepibili e radicalmente sbagliate, ma addirittura cercare i punti di unione nella differenza anche nei confronti di chi si ostina a picconare ogni ponte che cerchiamo di costruire per sostituirlo con muri. E, qualora questo sia, come spesso accade, impossibile a causa della “gommosità” o del “fanatismo” di chi ci troviamo di fronte, mi pare una soluzione eticamente più praticabile quella di “scuotere la polvere dai nostri piedi” e concentrarci sulla ricerca individuale e comunitaria, non curandoci di voci che, per quanto ci disgustino, finiremmo per assecondare giocando con esse il gioco di “chi urla più forte”.

E … no, non è una resa incondizionata fratelli, ma, piuttosto, una resistenza passiva, una resilienza che si fa strumento essa stessa di lotta nel momento in cui significa prenderci cura del nostro prossimo “più prossimo, noi stessi, per rendere ciascuno di noi una strumento vivente di una lotta che prima che essere contro la follia para-ideologica imperante deve essere contro il sistema di pensiero e di comunicazione e, in fin dei conti, lo stile di vita che si fa “politico” che di tale follia è causa efficiente.

Solo così, ne sono convinto, Parker e Channing ricominceranno a passarsi idealmente e continuamente il testimone e lo U*Uismo continuerà ad aver senso di esistere come strumento liberale di ricerca, sì, ma anche di lotta etico-morale.

Adonai echad,

Amen

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CONTAMINAZIONI

Cari fratelli,

le parole hanno un senso.

Ma quel senso è arbitrario, è una convenzione: una parola, qualsiasi parola, non è che modulazione di suoni, puro significante vocale o grafico caricato di significato da un accordo diffuso, culturalmente codificato. E, come ogni elemento culturalmente codificato, anche il significato di una parola è passibile di variazione nel corso del tempo, di modificazione dipendente dal contesto, di paternità verso nuovi significati.

Così, fin troppo banalmente, se prendiamo la parola “maiale”, tecnicamente e originariamente altro non indica che un mammifero domestico della famiglia dei suini, il cui nome comune, in italiano, deriva dalla caratteristica di essere stato, nell’antichità, la vittima preferita per i sacrifici alla dea Maya. Ma poi, per similarità di aspetto (in realtà molto “a interpretazione”), lo stesso termine è stato attribuito, altrettanto tecnicamente, a un roditore simile ad una cavia o a un missile utilizzato nella II Guerra mondiale o, come dispregiativo, per una persona molto grassa, per presunta (e non vera) similarità comportamentale ad una persona sudicia fisicamente o mentalmente e ad una persona particolarmente vorace.

E proprio l’utilizzo come dispregiativo ci dice che esiste un ulteriore grado di interpretazione, ancora più fortemente culturalmente codificato, che implica un giudizio di valore comune sul significato attribuito ad un determinato significante in un certo contesto ambientale, sviluppatosi in relazione ad un vissuto collettivo: diverso è il modo di vedere un maiale a Parma, dove il nostro maiale verrà allevato vedendo in lui già una produzione di prosciutti, salami e cotechini, a New York, dove, qualche anno fa, era molto di moda possedere maialini nani come animali da compagnia, in una classe elementare che ha appena assistito alla proiezione di “Babe, maialino coraggioso” o in qualunque città o villaggio arabo, in cui il maiale viene considerato l’essere più immondo della terra, intoccabile fino a fare della proibizione di cibarsene una norma alimentare religiosa stringente e dove dare del “maiale” a qualcuno significa apostrofarlo con il peggiore insulto possibile.

Insomma, a uguali significanti possono corrispondere significati differenti, a uguali significati possono corrispondere ottiche di giudizio differenti e, tutto questo, solo dipendentemente da un determinato vissuto collettivo, vero o presunto che sia, stratificatosi nel tempo o sviluppato da particolari fattori contingenti.

Eppure … eppure le parole hanno un senso nel nostro immaginario e, in molti casi, implicano un giudizio di valore, addirittura un giudizio morale che si connatura nella loro essenza fino a diventare inscindibile dal senso stesso.

E, così, in linea generale, è accaduto con il verbo “contaminare”.

Quale è la prima sensazione che sorge dentro di noi quando pensiamo a qualcosa che è stata contaminata? Direi che, al 99,9% tale sensazione è di ripulsa, di rifiuto, di giudizio negativo verso ciò che è contaminato e, a monte, verso l’atto stesso della contaminazione.

Il perché è presto detto: basta una definizione presa da un dizionario per trovare che il significante “contaminare”, sviluppatosi da una radice latina affine a “tangere” (semplicemente “toccare”), ha assunto come significati primari quelli di:

  1. macchiare, insozzare, deturpare;

  2. infettare o corrompere un ambiente o una persona, con uno sviluppo figurativo che prevede l’idea corrompere spiritualmente e infettare moralmente.

Insomma, tutti significati negativi relativi all’unione di qualcosa di inopportuno o riprovevole a qualcosa di positivo (o, almeno, neutro) con un risultato deleterio.

É, però, vero che esiste anche una terza “variante interpretativa” del termine, legata a questioni più prettamente letterarie, che definisce “contaminare” come “fondere elementi provenienti da opere diverse nella composizione di un’opera letteraria o figurativa” ma, comunemente, si preferisce, in questi casi o in casi analoghi di commistione di elementi culturalmente eterogenei, utilizzare termini diversi: se una “contaminazione” può avere buoni risultati preferiamo parlare di unione, fusione (pensiamo a “fusion”, equivalente inglese così spesso adottato in gergo culinario o musicale), addirittura incorporazione (che, per altro, prevede un inglobamento di una entità minore da parte di una entità maggiore), nonostante, sotto l’aspetto pratico o culturale, nulla cambi tra le azioni significate. Di fatto, si tratta sempre di mettere in contatto (ritorna la radice di “tangere”) due elementi di origine differente per formare un nuovo elemento terzo che assomma caratteristiche delle sue componenti (“cum” che si unisce a quel “tangere”).

Quando penso alla nostra Comunione, mi rendo conto che ben raramente il direzionamento ecclesiastico dei suoi componenti, me per primo, può essere definito in senso completamente univoco e, con una certa apprensione (appunto perché le parole hanno un senso), mi domando, allora, se, in questo ambito, una “contaminazione” tra principi e percorsi di origine eterogenea mantenga la comune connotazione negativa o possa, come in altre aree umanistiche (si è menzionata quella letteraria, ma un discorso analogo potrebbe essere fatto per altre, o forse tutte le altre, forme di espressione artistica) determinare significazioni con accenti diversi, persino positivi.

Probabilmente, prima di tentare di dar risposta ad un tale quesito, dobbiamo addentrarci, in termini definitori, in una distinzione, forse sottile ma fondamentale, tra due altre parole troppo spesso commistionate nell’immaginario collettivo: religione e spiritualità. Quasi certamente molti risponderebbero a una domanda relativa alla loro spiritualità parlando della loro religione perché, in termini correnti, i due concetti risultano erroneamente sinonimici: la mia spiritualità è rappresentata dalla mia religione e, quindi, mi ritengo un essere spirituale perché pratico una religione ma, in tutto ciò, l’errore di fondo risulta essere lo scambiare la parte per il tutto o, più precisamente, il mezzo con il fine.

Forse con meno enfasi e più moderazione rispetto alla posizione piuttosto radicale che abbiamo letto in Sri Aurobindo, potremmo affermare che la spiritualità, nella sua definizione più generale (e, conseguentemente, più generica) altro non è che la ricerca di un senso per la propria esistenza che superi i limiti del visibile e del materiale per aprirsi al concetto di una “Trascendenza” a cui tendere. Tale Trascendenza può, a seconda delle risultanze del percorso singolare intrapreso, caratterizzarsi in un Divino propriamente detto (cioè un Dio o più Divinità, in corrispondenza dell’ottica di riferimento, spesso dettata dal background culturale in cui si cresce e si vive), sia esso personale o impersonale, ma anche in una o più istanze di più complessa definizione, che vanno da una concezione metafisica dell’umanità al concetto di “Anima Mundi”, da una lettura dalla Natura come ente la cui somma è superiore alle sue parti, a tutta una serie di ipotesi che si rifacciano, comunque, ad un piano superiore a quello di cui i nostri sensi abbiano cognizione diretta.

Quello della spiritualità è campo infinito, che sfugge, nella sua estensione, nella eterogeneità delle esperienze, ad ogni tentativo unificante, per molti versi persino al tracciamento di minimi comun denominatori che non cadano (come la definizione poc’anzi espressa) in una vacuità che poco o nulla ci dica del senso stesso del termine al di là di una banale tautologia.

Soprattutto, è campo esperienziale prima che teoretico e, dunque, nel momento in cui nessuna esperienza umana può risultare, quantomeno in termini emozionali e di vissuto, se non anche psicologici o di risultanze concrete, totalmente sovrapponibile ad alcuna altrui esperienza, potremmo azzardarci a dire che ogni spiritualità è, per sua natura, strettamente personale e che esistono tante versioni della spiritualità quanti sono stati, sono e saranno gli esseri umani.

Il che non impedisce, in ogni caso, la possibilità, per la nostra ricerca personale, di assumere una dimensione comunitaria, il cui senso risiede, secondo me, principalmente in un confronto di intuizioni, di esperienze, di visioni che aiuti e arricchisca chiunque si ponga in un atteggiamento comune di apertura non pregiudiziale verso il possibile e nel superare il rischio concreto del solipsismo autoreferenziale.

E la religione? Probabilmente per quanto riguarda il termine religione, una sua definizione è persino più problematica ed è certamente vero quanto affermò Max Weber scrivendo: “una definizione di ciò che la religione ‘è’ non può trovarsi all’inizio, ma caso mai, alla fine di un’indagine”, che, però, in fin dei conti, senza definizione preventiva sull’oggetto di ricerca, diventa indagine tendenzialmente sul tutto e sul nulla. Allo stesso modo, tornando alla questione relativa a significanti e significati, come è stato giustamente fatto notare, persino la semantica etimologica dei termini utilizzabili per esprimere il senso di religione è culturalmente variabile, sebbene non nei termini definitori di occidente e oriente: se è vero che in ebraico religione è “dath”, la Legge, è altrettanto vero che, in definitiva non molto diversamente, in sanscrito è “dharma”, che deriva da una radice che indica “obbligo morale” o “ciò che dovrebbe essere”, in cinese è “zongjiao”, “luogo sacralizzato”, con senso analogo al “sacro”, “separato” latino, mentre è in arabo che, piuttosto sorprendentemente per molti, il termine “din” non implica nessuna separazione dal “mondo” o nessun “dovere”, derivando unicamente dalla radice avestica che significa “splendore”. Di fatto, però, viviamo immersi nella cultura occidentale ed è al termine romano “religio”

diretta emanazione, secondo i più, di “religare”, “legare” che dobbiamo riferirci e ad esso puntano i significati che, comunemente, attribuiamo al significante e che i dizionari condensano in due tratti sostanziali:

  1. complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità

  2. complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso.

Su questa base, potremmo definire lo U*Uismo una religione? Ne possiamo discutere per mesi e anni, certo, ma, tenendo conto che i riti, non solo da noi ma in tutto il mondo, degli Unitariani Universalisti variano enormemente da contesto a contesto, che le credenze sono altrettanto variegate e che rifiutiamo dogmi eterodossi e precettualità precise, ciò che ci unisce sembra essere un comune sentimento liberale verso la fede che, comunque, potremo trovare anche altrove, dall’Anglicanesimo Broad Church al Quaccherismo liberal, dal Calvinismo Remostrante a molte forme di Battismo e Anabattismo, solo per rimanere in ambito europeo e cristiano e non menzionare tutte le numerose possibilità offerte da altre “religioni”.

Se dovessi pensare, fratelli, a quello che più ci unisce, credo che utilizzerei il termine “sete”: sete di capire, di sentire, di conoscere, di elevarci, di trovare una strada che ci conduca più vicini alla Trascendenza, magari anche usando, ciascuno come meglio ritiene opportuno, senza imposizioni né date né ricevute, i cammini di singole religioni, nella certezza che nessun cammino può essere unico, esaustivo, completo ma che, allo stesso modo, ogni cammino personale può aprirci spiragli di luce verso un orizzonte che, forse logicamente e forse fortunatamente, non sappiamo e non vogliamo definire altrimenti che “altro dal sensibile e materiale”. E questo, mi sembra, assomiglia davvero tanto a quello che chiamiamo spiritualità.

A questo punto, finalmente, possiamo davvero tentare di capire qualcosa in più della nostra quasi incredibile capacità di “contaminazione spirituale”.

Sì perché, tornando alla nostra domanda iniziale, se tale contaminazione fosse lecita o meno, vi devo dire che, qualora fossimo una religione la mia risposta sarebbe, come in altri tempi è stata, “assolutamente no”, esattamente per la ragione che ho espresso nella prima frase di questa mia meditazione: perché le parole hanno un senso!

E il senso di una religione sta nella sua fede di possedere la Verità, di esserne depositaria, di esprimerla attraverso credenze che si fanno riti, sacralità che “legano” ad essa e “dividono” tra noi e gli altri, attraverso dogmi che sono espressione di quella Verità e precetti che ne sono l’attuazione concreta e pratica nella vita quotidiana. Ma se io posseggo la Verità, allora a che i serve “contaminarla” con altre supposte verità che, in definitiva, se per logica aristotelica ciò che è bianco non può essere grigio o nero, diventano automaticamente parziali se non false?

Sono stato a lungo un cristiano unitariano e, per molti versi, sono convinto di esserlo tutt’ora, sebbene la mia fede sia stata “contaminata” da una visione teologica sufi che amo dal più profondo del cuore ma vi devo confessare che un versetto del Vangelo è stato davvero ostico per me nel mio percorso: quel “Io sono la Via, la Verità e la Vita” di Giovanni 14. Ecco, fratelli, per quanto mi riguarda ho fatto pace con me stesso quando, dentro di me, nella più convinta ottica non letteralista, ho cambiato quella frase in “Io sono UNA Via PER la Verità e la Vita” e ho compreso di aver superato la necessità di un cammino singolo, senza rinnegarlo ma, anzi, continuando a seguirlo, rispettarlo e viverlo intensamente, di aver oltrepassato, come credo molti di noi, la logica di una religione per entrare nella logica di una spiritualità.

Ed è proprio nella logica di una spiritualità, di chi sa di non possedere la Verità ma di essere sulla strada infinita verso un orizzonte che non si distingue chiaramente, di chi vive la sete di Verità e ne fa la molla per spingersi sempre un pochino più in là, per muovere il prossimo passo, per sentire la comunanza umana con ogni altro viaggiatore e la fratellanza che lega ogni viandante che mi sono convinto che “contaminare” significa aprirsi al possibile, significa scoprire sentieri, significa illuminare un po’ di più la via, significa, in fin dei conti, esercitare quell’amore per gli altri che non ci pone mai nella posizione di superiorità di chi vive guardando il mondo dall’alto della torre ottagonale delle sue non scalfibili certezze e quell’amore per noi stessi che ci rende capaci di recepire ogni aiuto e ogni suggerimento nella nostra tensione all’Oltre.

Per questo, fratelli miei, la mia preghiera per voi, questa sera, non può che essere una: non abbiate mai paura di continuare a cercare di capire un po’ meglio, di contaminare la vostra spiritualità con ogni altra spiritualità che sentite possa darvi linfa: ogni fiume può nutrire il mare e il mare, senza fiumi, sarebbe solo una immensa palude.

Adonai echad,

Amen.

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LA SOVRANITA’ SPIRITUALE

Uno dei luoghi più suggestivi di Pechino è il Tempio del Cielo, non tanto per l’edificio in sé, ma per l’altare all’aperto che vi si trova davanti. Qui l’Imperatore, nel suo titolo di Figlio del Cielo, celebrava i riti a garanzia dell’armonia tra Umanità, Cielo e Terra. Le modalità di questo rito si ritrovano rispecchiate nei rituali di ordinazione delle tradizioni cinesi, ma ciò che prima era riservato al Sovrano ora vede protagonista il semplice adepto, quasi a sottolineare una “sovranità” che il carisma religioso conferisce sul mondo. Ciascuno di noi, a tratti, l’ha sperimentata, quando la chiarezza e la serenità del nostro spirito sembrano farci percepire, come un improvviso allineamento degli astri, che siamo finalmente al nostro posto nel mondo, che la complessità del reale non ci soverchia più, ma anzi ci appartiene nella sua ricchezza. Spesso non è che un attimo, poi tutto torna all’ordinarietà, perché non è che parliamo di super-poteri. E di certo questo non ci fa “signori”, “sovrani” o “capi” di alcunché di materialmente tangibile. Ma non è della stessa sovranità di un re o di un imperatore che stiamo parlando, anzi: il dominio temporale sulle realtà materiali non è affatto ciò che lo Spirito ci indica di cercare.

La “sovranità materiale” riguarda, infatti, la volontà di dominio che l’ego esercita sul mondo. La “sovranità spirituale” è, invece, quella “padronanza” che conquistiamo nel momento in cui rinunciamo a questa volontà di dominio ed, anzi, il nostro spirito acquisisce una tale indipendenza da non essere, piuttosto, dominato dal mondo stesso. Il Tao Te Ching è pieno di suggerimenti per il governo del sovrano, ma è al governo di noi stessi che essi in realtà ci invitano ed è a questo tipo di “sovranità” che allude il Lao tzu quando ci dice che “con una mente aperta, potrai essere giusto verso tutti; giusto verso tutti, ti sentirai sovrano in ogni situazione; sovrano ovunque, sarai in accordo con il Cielo”. Allo stesso concetto si riferisce il Nei Yeh quando sostiene che “la persona esemplare, afferrando saldamente la natura dell’Unità del Tutto, acquisisce padronanza di ogni cosa. Poiché ha compreso la natura dell’Unità, l’uomo di qualità utilizza le cose come strumenti, ma non è mai strumento delle cose… Egli apprende quell’Unico Verbo che conduce a questo e, seguendolo, il mondo gli si offre”. In fondo ciò a cui essi ci stanno invitando non sembra dissimile da quanto Gesù invita i suoi discepoli a fare nel Vangelo di Giovanni, ad essere cioè “nel mondo, ma non del mondo”.

Eppure i testi taoisti parlano di un effetto positivo, di un ascendente verso gli altri che questo conferirebbe, mentre Gesù rileva una reazione opposta, di odio nei confronti di chi rifiuta di sottostare alle logiche materialistiche della società che lo circonda. Odiato è quel sovrano che pretende di cambiare le persone imponendo ad esse un modo di essere, fosse anche quello a cui lo Spirito sembrerebbe indirizzare. Ogni persona toccata dallo Spirito ha a cuore il destino degli altri, soffre nel vedere la sofferenza altrui e vorrebbe prodigarsi per permettere agli altri quella stessa esperienza che tanto ha dato a lei. Ma forzare le cose al cambiamento è forse la via della sovranità materiale, che si propone o si illude di imporre la propria volontà, ma non è certo la via della sovranità spirituale, che agisce attraverso la perseveranza e la silenziosa influenza.

Cercando nella storia della nostra tradizione unitariana e universalista un concetto simile, mi sono ricordato di quella “self-reliance” di cui ci parla Emerson. Emerson ci chiede di scommettere su noi stessi, di avere fiducia nelle nostre possibilità. In virtù della verità spirituale che alberga in ciascuno di noi, è a questa che dovremmo riservare quell’autorità regolativa per la nostra vita, mentre essa è spesso soffocata dal conformismo con cui ci adeguiamo all’autorità esteriore della società. Ma cosa ci permette di capire se il sé che stiamo ascoltando non sia quell’ego che intende dominare il mondo? Giustamente Melville criticò il concetto di Emerson, comprendendone i rischi distruttivi ed autodistruttivi se questa fiducia in sé stessi viene spinta al punto del solipsismo.

Le tradizioni orientali ci dicono, infatti, che il “sé” a cui dobbiamo riferirci è qualcosa di ben diverso dal nostro ego ordinario. Il buddismo ci parla di recuperare la nostra “natura risvegliata” strappando il velo dell’ego impermanente, il taoismo ci invita a ritrovare la “persona autentica” dietro le convenzioni della società nel rapporto diretto con l’ispirazione del Tao. Questo vale a rammentare che il “sé” in cui avere fiducia è qualcosa di diverso dall’ego, ma non fuga totalmente il rischio del solipsismo, lì dove ci si concentra solo sulla ricerca di autonomia.

Lo sguardo universalista unitariano può aiutarci a definire in maniera forse più corretta la natura del “vero sé” che stiamo cercando. Affermando l’unità con la Vita e tra le vite, l’UUismo ci suggerisce che quel “vero sé” che stiamo cercando dentro di noi si trova lì dove la persona si apre alla vita, si trova nella natura dell’animo umano aperta al rischio di un incontro con l’altro, con il futuro, con il Mistero.

Che rilevanza ha questo per la nostra vita quotidiana? Spesso sperimentiamo un senso di confusione o di impotenza di fronte alla complessità del mondo e dell’esistenza. La risposta religiosa è spesso quella di “trovare rifugio” nella preghiera o nella meditazione. A me è successo l’altro giorno di provare a meditare di fronte ad un calice acceso, leggendo proprio le parole del Tao Te Ching che abbiamo citato. Ho trovato conforto rispetto ad alcune preoccupazioni di fronte alle quali percepivo un senso di impotenza, comprendendo quanta più forza vi sia nel vivere la propria via con coerenza e affidarsi ad un’influenza silenziosa, piuttosto che nel cercare inutilmente di cambiare la strada altrui. Improvvisamente quel senso di impotenza sembrava sparire.

Da UU fatichiamo a credere in un potere “a distanza” di qualsiasi pratica religiosa. Ma proprio nell’umiltà della preghiera come nella disponibilità e nell’apertura della meditazione possiamo riscoprire uno sguardo diverso, una “sovranità spirituale”, attraverso la quale cesseremo di sentirci strumenti e schiavi delle “cose del mondo,  e riscoprire, così, una nuova fiducia in noi stessi.

Purché quel “noi stessi” non si riduca alla volontà egoistica dell’io che si illude di dominare il mondo. Quell’illusione di sovranità, quello scampolo di sovranità materiale riportato al governo domestico delle nostre beghe quotidiane, lasciamolo alle ossessioni dei cercatori di certezze, come alle zuffe dei cercatori di  prestigio e di potere. A noi cercatori dello Spirito è offerto un Regno più grande, una “sovranità spirituale” che dissolve quelle beghe nel respiro più ampio di una vita autentica. E che ci ricorda che non un re o un imperatore, ma colui che affida la propria anima all’esperienza dello Spirito è il vero Figlio del Cielo.

 

Nella Via verso l’Uno,

 

Alessandro.

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