Zombie Line

Cari fratelli,

sapete bene che, per i miei sermoni, amo partire da esperienze reali che mi toccano in prima persona e anche questa sera non farà eccezione.

Per uno di quei casi fortuiti un po’ fantozziani che, per una ragione o per un’altra capitano a ciascuno di noi, quando mia madre ha cominciato la sua riabilitazione le è stato assegnato un posto in un istituto di cura che si trova praticamente diametralmente dalla parte opposta di Milano rispetto a quella in cui vivo. Questo ha comportato, per me, un agosto all’insegna di lunghissimi tour dei mezzi pubblici della rete urbana che, come potete immaginare, mi hanno inizialmente indotto a ringraziare tutti i santi del calendario (con anche qualche divagazione su calendari copti e ortodossi che hanno santi in più) per l’opportunità offertami di mettere alla prova la mia pazienza.

Alla lunga, però, devo dire che, messami l’anima in pace, questi lunghi e noiosi spostamenti hanno rappresentato per me l’occasione di osservare un po’ meno distrattamente la popolazione che frequenta metropolitane e autobus urbani, traendone, forse a volte un po’ proditoriamente, anche qualche spunto di riflessione.

È proprio di uno di questi spunti che vorrei parlarvi questa sera.

Dovete sapere che uno dei tratti che dovevo percorrere corrisponde a quella che ormai molti milanesi chiamano la “Zombie Line”. Di che si tratta? Di quel pezzo della Linea Tre della Metropolitana che va da Duomo a Rogoredo e ritorno.

Non credo di dover spiegare a nessuno cosa rappresenti Piazza Duomo per Milano: il centro storico visitato dai turisti, attaccato al Quadrilatero della Moda e costantemente superaffollato. Probabilmente, però, è il caso di spiegare ai non milanesi che cosa sia Rogoredo.

Si tratta di una zona a sud, con una stazione ferroviaria periferica circondata da un parco, il Parco Cassinis, meglio noto come il “Boschetto”. Da qualche anno, come forse avete potuto sentire anche dai massmedia nazionali, questo “Boschetto”, particolarmente intricato, è diventato il supermercato dello spaccio di eroina cittadino: gli spacciatori si nascondono tra gli alberi, organizzano veri e propri centri di vendita di dosi ipertagliate da 5 euro e i tossici, attirati da prezzi alla portata di chiunque, arrivano da tutta la Lombardia e persino da fuori regione, si accampano, comprano e si fanno in quella zona che, naturalmente, è diventata una delle più pericolose della città.

Quando si riprendono, però, devono procurarsi i soldi per mangiare e per una nuova dose e, dunque, prendono la metropolitana per andare a “collettare” ed elemosinare in centro. Questo fa si che ogni carrozza della Linea Tre, a qualunque ora del giorno, ospiti almeno due o tre di questi personaggi, sporchi, pieni di buchi, spesso vestiti di quelli che sono solo stracci, semi-intontiti, in silenzio tra loro e costantemente disperati. Da qui il soprannome di “Zombie Line” dato al tratta in questione, appunto tra il “Boschetto di Rogoredo” e Piazza Duomo.

Ogni giorno, almeno due volte al giorno, dunque, ho avuto modo di vedere la disperazione di questi ragazzi, spesso anche giovanissimi, i loro occhi febbricitanti, le croste sulle loro gambe e le loro braccia e di sentire le loro petulanti richieste di denaro, pronunciate con bocche impastate e parole sbiascicate.

Permettetemi, ora, un cambio di scena. L’ultimo mezzo pubblico che dovevo prendere per andare da mia madre era un autobus e, si sa, se si prende un autobus più o meno sempre agli stessi orari si finiscono per incontrare sempre più o meno le stesse persone. Tra quelle che ho quotidianamente incontrato su quell’autobus, una mi ha colpito particolarmente: una signora sull’ottantina, piccola, minuta, quasi un mucchietto di ossa, sempre vestita con la sobria eleganza di chi non può permettersi i grandi capi di vestiario ma ci tiene ad essere ordinata e presentabile con il suo golfino di cotone anche a 35 gradi, le scarpe lucide e la gonna al ginocchio ben stirata. Quello che mi aveva colpito di questa signora era che portava costantemente in testa un foulard, tipico di chi sta facendo cicli di chemio o radioterapia.

Non sono un tipo di persona così propenso alla socialità da “attaccar bottone” con chi non conosco, soprattutto quando la differenza di età e stile potrebbe risultare persino imbarazzante ma, incuriosito, ho cercato di “tendere l’orecchio” mentre la signora conversava con una coetanea, anche lei frequentatrice abituale dell’autobus, con cui, evidentemente, aveva fatto amicizia.

Ho così scoperto che quello scricciolo di donna doveva avere la forza morale di un leone: da poco operata per un tumore al cervello sulla cui riformazione i medici non si pronunciavano, la signora ogni tre giorni doveva sottoporsi a radiazioni ma, ogni pomeriggio, andava a far visita al marito, di qualche anno più anziano, nel frattempo reduce da una operazione di tumore ai polmoni e in riabilitazione nella stessa clinica di mia madre.

Un giorno, per caso, ero seduto esattamente davanti alle due donne e ho sentito una frase che, per certi versi, mi ha fatto pensare che tutti i miei lunghi viaggi urbani potevano valere l’insegnamento che stavo avendo. La signora, nel sul golfino blu, con il suo foulard rosa in testa, diceva all’amica: “Mio marito mi dice sempre di non venire ma, cosa vuole, siamo stati insieme sempre, per quarant’anni, in tutte le occasioni e non riesco proprio a pensare di stargli lontano in questi momenti. Se non ci facciamo forza a vicenda, rischiamo proprio di perdere le speranze …”

Ecco, fratelli, io credo che la parola chiave, la parola che mi ha insegnato qualcosa o forse tutto sia quel “speranze”… Speranza … Una speranza magari anche flebile, a cui appigliarsi, una speranza che si ottiene dall’amore, dalla vicinanza, dalla comunanza, che da singolare si fa, in qualche modo, familiare e, se condivisa, diventa collettiva, diventa esempio, diventa motore propulsivo anche all’esterno.

E, sinceramente, non ho potuto fare a meno di confrontare quello che diceva quella signora, a cui le circostanze non avrebbero potuto, in teoria presentare un quadro più avverso, con ciò che vedevo nei ragazzi della “Zombie Line”, molti dei quali potenzialmente sani, forti, con tutta una vita davanti.

Intendiamoci, per esperienza di congiunti e conoscenze della mia gioventù non oso minimamente dare alcun giudizio su quei ragazzi. Da tempo ho ben compreso che i cosiddetti “tossici” non sono sicuramente i più malvagi, i più stupidi o i peggiori e, anzi, molte volte sono solo persone molto sensibili, addirittura, in alcuni casi, “senza pelle”, che non riescono a sopportare tutto il dolore, tutte le ingiustizie, tutta l’oscurità verso cui noi, più o meno “regolari” riusciamo a fare il callo e che vedono la fuga almeno mentale come unica via possibile.

No, sinceramente dal mio confronto non è nata nessuna condanna per ragazzi che, come disse un tempo un mio amico che si bucava, “hanno dato le dimissioni da uomini”, ma è nata molta tristezza: molta tristezza nel vedere la loro disperazione, nell’avere l’impressione di come il ridursi a “morti viventi” senza futuro nascesse da un nocciolo più profondo, proprio da quella mancanza di speranza che li chiudeva in un bozzolo di isolamento, di paura, di terrore verso gli altri, di solitudine, che li induceva a cercare un misero scudo in un buco che li portava solo alla schiavitù e a perpetuare i motivi della loro fuga.

Chiaramente sto parlando solo di supposizioni e magari quei ragazzi avevano scelto consciamente la loro vita di strada e quella signora era, nella sua vita quotidiana, la peggior “figlia di buona donna” del mondo: so bene che l’apparenza inganna e, anche per questo, mi astengo da qualsiasi forma di commento su questioni che non posso conoscere a fondo.

Ugualmente, però, l’impressione rimane: l’impressione che abdicare alla speranza, al pensiero che domani possa essere migliore di oggi, che esista in tutti e per tutti una potenzialità positiva che può farsi realtà, sia l’errore più grave che possiamo compiere, sia praticamente che spiritualmente.

Perché, fratelli, abdicare alla speranza è facile: il dolore esiste, gli errori esistono, le paure vengono amplificate ad arte per provocare la nostra disperazione, il nostro incattivimento per controllarci, il nostro chiuderci in noi stessi. E qual’è il risultato? Vogliamo forse anche noi “dare le dimissioni da uomini”, magari in forma nella pratica meno radicale di un tossico di Rogoredo, certo, ma non poi così diversa spiritualmente? Vogliamo vivere schiavi di altre droghe, sicuramente più subdole e meno devastanti nel breve termine dell’eroina ma non meno imprigionanti come l’avidità, la sete di potere, l’egoismo e, soprattutto, la paura verso chi, invece, dovrebbe essere un nostro fratello in cui cercare di scoprire, magari sotto 1000 veli e 1000 scorze, i tratti che ci accomunano?

La speranza, lo so bene, non è cosa facile: la speranza è un imperativo morale che ogni giorno dobbiamo cercare di imporre a noi stessi e alimentare con la volontà finché diventi il nostro stile di vita, non per essere inguaribili ottimisti utopici ma perché questo è il nostro dovere, questa è la nostra scelta, questo è quello che chiediamo al termine di ogni funzione quando parliamo di “sale della terra” …

Chi vuole vedere il bene, ciò che ci unisce, ciò che può, almeno potenzialmente essere, non è un idiota che mette la testa sotto terra come uno struzzo perché non vuole vedere la realtà: la speranza è una scelta consapevole, difficile, voluta.

Io non lo so se debba nascere da dentro di noi, dalla nostra energia, dalla nostra comunanza di esseri umani che si accresce proprio grazie a essa o per una grazia trascendente che derivi da qualcosa di più alto di noi … Non lo so davvero e credo che ciascuno debba darsi una risposta personale. Quello che so e di cui sono convinto è che questa difficile speranza è il nostro vero scudo, la nostra vera forza e che, se riusciamo a tener viva la sua fiamma, ciascuno di noi può diventare fonte di forza per chi gli sta vicino perché, tutti insieme, costruiamo una umanità migliore, più forte o, se preferite, il Regno.

Perché sappiamo sforzarci perché questo avvenga dentro e a favore di ciascuno di noi questa sera io voglio pregare.

A gloria della rete interdipendente della Vita,

Amen

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La Grazia di vivere (Rev. Lawrence Sudbury)

Se vuoi vivere la vita

stupisciti dell’esistenza in se,

dedicati all’ascolto, alle relazioni

cerca di trovar tempo

per contemplare e sognare.

(Enzo Bianchi)

La Grazia ci colpisce quando siamo in grande dolore e irrequietezza. Ci colpisce quando passiamo attraverso la valle oscura di una vita senza senso e vuota. Ci colpisce quando sentiamo che la nostra separazione è più profonda del solito, perché abbiamo violato un’altra vita, una vita che abbiamo amato o da cui siamo estranei. Ci colpisce quando il nostro disgusto per il nostro essere, la nostra indifferenza, la nostra debolezza, la nostra ostilità, la nostra mancanza di direzione e compostezza sono diventati intollerabili a noi stessi. Ci colpisce quando, anno dopo anno, la perfezione della vita che vorremmo non si palesa, quando le vecchie compulsioni regnano in noi come è avvenuto per decenni, quando la disperazione distrugge tutta la gioia e il coraggio. A volte, in questi momenti, un’ondata di luce irrompe nella nostra oscurità ed è come se una voce ci dicesse: “”Tu, sei accettato. Sei accettato, accettato da quello che è più grande di te e il cui nome non conosci…”

(Paul Tillich)

Loghion 5. Gesù disse, “Sappiate cosa vi sta davanti agli occhi, e quello che vi è nascosto vi sarà rivelato. Perché nulla di quanto è nascosto non sarà rivelato.”

Loghion 77. Gesù disse, “Io sono la luce che è su tutte le cose. Io sono tutto: da me tutto proviene, e in me tutto si compie. Tagliate un ciocco di legno; io sono lì. Sollevate la pietra, e mi troverete.”

(Vangelo di Didimo Thoma)

Cari fratelli,

uno dei concetti più presenti all’interno del corpus teologico delle cosiddette “Religioni del Libro” e, conseguentemente, in tutte le varie Denominazioni e scuole di pensiero in cui tali religioni si ramificano è quello di “Grazia divina”: tutti ne parlano, in un modo o nell’altro e, spesso, con concezioni molto distanti tra loro.

La domanda che, dunque, sorge piuttosto spontanea è su cosa sia questa presunta Grazia divina e su come essa si esplichi all’interno delle nostre esistenze.

Dal punto di vista storico, nella Torah (o Pentateuco che si voglia chiamare) la Grazia è definita come la volontà di salvezza espressa da Dio nei confronti del suo popolo, una volontà che si concretizza nella fedeltà con la quale Dio mantiene e rinnova il Patto di Alleanza che con questo popolo ha stabilito: se nell’Ebraismo questo Patto ha un evidente significato etnocentrico, nella rilettura torahica effettuata del Cristianesimo i confini si allargano all’insieme dei credenti senza distinzione, a cui la possibilità di salvezza viene offerta come puro atto d’amore paterno da un Dio che chiede in cambio quell’atteggiamento, poi così sottolineato nella successiva teologia islamica, che potremmo definire di sottomissione ad una regolistica piuttosto stringente.

Una maggiore enfasi sulla gratuità della Grazia, frutto di un puro innamoramento paternale di Dio verso le sue creature senza alcuna attesa di contropartita è rinvenibile nel Nuovo Testamento ma, poi, con i testi di Saulo di Tarso, la Grazia viene ad assumere il senso preciso di un atto di misericordia di Dio verso l’uomo peccatore, divenendo l’atto con cui Dio rimette il peccato e giustifica l’uomo mediante la crocifissione e la resurrezione di Gesù Cristo, con un rapporto tra Grazia e giudizio che viene a caratterizzarsi come una costante tensione dialettica che, in qualche modo, diventa piuttosto lacerante per il singolo nel momento in cui l’atto di Grazia divina si contrappone al tentativo umano di autogiustificazione “mediante le opere della Legge” e assume il carattere di un puro dono che l’uomo riceve nella fede.

Sulla scia della posizione paolina, miriadi di discussioni sono state aperte in relazione agli effetti che la Grazia divina può produrre nell’anima umana, a partire da definizioni piuttosto condivise ma antitetiche come quelle di “Grazia sufficiente”, cioè conferita da Dio in misura sempre bastevole per l’ottenimento della vita eterna a patto che venga valorizzata dall’anima del singolo al massimo delle sue possibilità, e di “Grazia efficace”, cioè data in misura tale da trascinare necessariamente con sé l’anima portandola infallibilmente al raggiungimento del suo fine. Da qui la nota contrapposizione tra “molinisti”, che fanno dipendere maggiormente l’efficacia della grazia dalla volontà dell’uomo, e bannesiani, che arrivano a dare alla Grazia la forza e l’efficacia di una “predeterminazione fisica”.

Su queste fondamenta, conseguentemente, il problema fondamentale che il concetto di Grazia ha posto al pensiero cristiano è stato quello relativo al rapporto tra Grazia di Dio e liber umana (più comunemente definita “libero arbitrio”). In linea generale, in questo senso, quanto più radicalmente sono stati pensati i concetti di Grazia e di peccato, tanto più è risaltata l’incapacità umana a ottenere la salvezza e, dunque, l’impotenza del libero arbitrio. Questa è stata la posizione di Agostino d’Ippona, ripresa soprattutto da Lutero e Calvino e poi dal Giansenismo, alla quale si oppongono i tentativi di conciliare in modi diversi grazia e libertà umana espressi dal pelagianesimo, da determinate correnti della Scolastica medievale e, da Arminius che, in contrapposizione a Calvino, per primo ha parlato di “Grazia non irresistibile”.

A questo punto, però, dobbiamo arrivare alla questione che più ci sta a cuore: che cosa può rappresentare la Grazia per noi, Unitariani Universalisti del XXI secolo? Ha ancora senso per noi riferirci ad un concetto che implica, in sostanza, un immanentismo divino per molti versi piuttosto lontano dalle nostre corde spirituali?

Perché, vedete, la nostra spiritualità libera, liberale e adogmatica sembra risultare piuttosto stridente con gran parte delle definizioni codificate di Grazia divina. Certamente e ovviamente, ogni limitazione su base etnica risulta assolutamente inaccettabile e stridente con tutti i nostri Principi, in particolare con il Primo, che ricorda il valore e la dignità intrinseca di OGNI persona, e con il Sesto, che ci indirizza verso l’obiettivo di una comunità GLOBALE: entrambi i Principi non permettono nessun tipo di limitazione, incluse, forse a maggior ragione, limitazioni di origine etnica, nella considerazione della potenziale pariteticità spirituale di qualunque uomo davanti allo Spirito o a Dio. Di fatto, però, tale esclusione di limitazioni, che si sostanzia in una potenziale inclusività omninglobante, non ci permette neppure di assumere l’ottica tradizionalmente cristiana nella definizione di Grazia divina, né per quanto riguarda la visione regolistica veterotestamentaria, in sostanza determinata da una dogmatica rigida che abbiamo rifiutato, tra l’altro sulla scorta del nostro Quarto Principio che c’impone una LIBERA e responsabile ricerca della Verità, né per quanto riguarda la lettura comune a molte Chiese della visione donativa neotestamentaria. Se, infatti, tale Grazia, nel tipico stile paolino di autodenigrazione dell’uomo, è gratuita risposta divina alla intrinseca peccaminosità umana, ciò necessariamente implica:

a) che l’uomo sia originariamente entità caduta che necessita di una salvezza trascendente, in un’ottica che si contrappone radicalmente alla esaltazione della dignità umana e alla negazione del peccato originario tipici dell’Unitarianesimo Universalista;

b) che nella morte di Rabbi Yeshua dobbiamo vedere un sacrificio vicario l cui senso implicherebbe la divinità di Yeshua stesso, in una concezione chiaramente trinitaria che non ci appartiene, o, quantomeno, una sua messianicità “ab initio”, ampiamente superata dall’evoluzione non adorante di gran parte dell’Unitarianesimo cristiano, per non parlare neppure dell’insensatezza di un assunto di questo tipo all’interno della più ampia visione globale unitariana universalista.

Quanto, poi, alla distinzione tra Grazia irresistibile e Grazia resistibile, non ci troviamo in acque molto migliori. Non possiamo neppure lontanamente accettare l’idea calvinista di una pre-scelta divina tra “sommersi” e “salvati” che risulta non solo deresponsabilizzante ma, ancora una volta, contraria ai nostri Principi nel momento in cui definisce distinguo tra una umanità di serie A e una umanità di serie B su basi pregiudiziali, ma, ad una analisi più approfondita, anche una visione di Grazia resistibile, pur più in sintonia con le nostre sensibilità, implica sia una visione immanentistica del Sacro difficilmente digeribile per gran parte di noi e, per certi versi, addirittura sconfinante in un certo magismo, sia, in ogni caso, una sorta di meccanismo retributivo, di “do ut des” molto umano e molto distante persino dall’immagine di un Dio Padre misericordioso che caratterizza il percorso cristiano sia unitariano che vetero-universalista.

Siamo, dunque, di fronte ad una ennesima “grande bugia” della chiesa tradizionale, ad un ennesimo tentativo di controllo religioso attraverso quel classico meccanismo premio-punizione così semplice e accattivante ma, in ultima analisi, così puerile nella sua antropomorfizzazione del sentire divino, che ha caratterizzato gran parte della storia spirituale del mondo occidentale?

Forse … Ma non per questo è necessario buttare il bambino insieme all’acqua sporca!

Personalmente, vedo almeno due modi di salvare il concetto di Grazia all’interno del nostro sentire spirituale e in un quadro di estensione del concetto stesso ad uno spettro il più ampio possibile.

Il primo modo è, per certi versi, “pietistico”, legato più ai sentimenti che ad un quadro puramente razionale. Una delle domande che mi ha sempre affascinato è se gli uomini avessero bisogno di Dio o se Dio avesse bisogno degli uomini. Si tratta di un argomento difficile, complesso, che, magari, affronteremo in un’altra chiacchierata ma, di fatto, se analizziamo davvero l’assunto posto dalla domanda, comprendiamo facilmente che esso presuppone l’assunto dell’esistenza di un piano divino che, in realtà, non è dato immediato, derivante dai nostri sensi. Se ci pensiamo attentamente, oggettivamente, nulla nella esistenza materiale è prova di un piano ulteriore. Nella mia vita ho sentito di tutto a riguardo: da un Dio che si rivela nella bontà di qualche Suo “santo credente” (quasi che chi non crede in Dio debba forzatamente essere malvagio, in una consequenzialità assolutamente falsa fino a prova contraria), a un Dio che si mostra nell’esito “provvidenziale” positivo di qualche evenienza, sebbene qualsiasi mente non viziata da convinzioni pregiudiziali potrebbe vedere nello stesso esito una logicissima catena causa-effetto o, al più, una normalissima casualità, da un Dio che si mostra nella perfetta funzionalità di un qualsiasi organismo vivente, frutto, se vogliamo cercare di usare un minimo di scientificità, di una classica evoluzione adattiva, a un Dio che deve esistere per forza per aver creato splendidi panorami alpini, quasi che “tettonica a zolle” fosse un sinonimo di Divino. In ciascuno di questi piuttosto goffi tentativi di provare l’improvabile ritroviamo lo stesso pregiudizio di esistenza che, in ultima analisi, comporta una tautologia tra elemento da provare e prova stessa. Eppure … eppure, con poche, remotissime eccezioni, nel corso della storia ogni civiltà e ogni consesso umano, in aree geograficamente, fisicamente, culturalmente, socialmente e, conseguentemente psicologicamente distantissime tra loro, ha sviluppato, pur nella miriade di versioni e specificazioni possibili, una concezione della Divinità. Risposte analoghe da parte di esseri biologicamente simili a uguali o paritetici stimoli naturali? Difficilmente potremmo parlare di stimoli paritetici in situazioni socio-culturali e ambientali così disparate ma, per un istante, poniamo che le cose stiano così. Come possiamo, comunque, spiegare il fatto che oggi, all’alba del XXI secolo, in una temperie culturale che è quasi impossibile immaginare più improntata a materialismo, utilitarismo, mercantilismo e nihilismo di quanto sia realmente, milioni di noi, milioni di esseri umani pensanti, che potrebbero semplicemente seguire la corrente e godersi le gioie di questa società sempre meno condizionata da etica e morale e sempre più improntata ed egoismo ed egocentrismo, scientemente, spesso persino a prescindere da retaggi famigliari, tradizioni e indirizzamenti superegoici, decidono di percorrere una strada differente e, indubbiamente, meno immediatamente remunerativa nella loro esistenza perché sentono, percepiscono un piano più alto, a cui, magari, ciascuno darà nome e forma diversa ma che, in ultima analisi, in tutti noi ha in comune l’essere un piano trascendente? Ecco, io credo, anzi, sono fermamente convinto che questo richiamo ad una Trascendenza che sia inveramento della nostra umanità sia, fratelli (e già il fatto di chiamarvi così e non, magari, competitor, ascoltatori, friends o qualche altra cosa così in voga oggi sia indicativo di un livello già molto diverso), la vera Grazia che indistintamente chiama ciascuno e che ci lascia liberi di rispondere con quella libertà personale che di quella medesima Grazia non può che essere parte costitutiva e fondamentale.

Ma, ancora più radicalmente, sono sempre più convinto che la vera Grazia sia persino più intrinseca alla natura dei viventi e sia data da quella piccola accidentale evenienza che, di solito, definiamo vita.

Vivere è, io credo, il massimo grado di quella Grazia, di quel dono trascendente che abbiamo ricevuto e che siamo lasciati liberi di riconoscere come tale. Certo, in un impeto depressivo possiamo non essere così grati per questo regalo, possiamo trovarlo addirittura odioso ma … Ma quella è la nostra parte, quello è quanto sta a noi sistemare, nel nostro quadro cognitivo e percettivo e nulla toglie alla magnificenza, almeno potenziale, del dono che ci è stato dato, alla possibilità di trovare la Grazia ogni giorno, nei piccoli gesti quotidiani, imparando che il tentativo di assumere il giusto atteggiamento mentale è, in primo luogo, una pratica spirituale di amore e riverenza verso la vita e verso quello che Arundhati Roy chiama “il Dio delle piccole cose …”

La vita è pesante, dura, difficile, a tratti dolorosa? Certamente sì ma, riflettiamoci, la vita è il presupposto essenziale di tutto, delle cose negative, sicuramente, ma anche delle gioie, delle speranze, dell’amore, dell’eccitazione, dell’attesa, della forza, della lotta, della soddisfazione, della crescita personale … di tutto … Quante volte diamo la vita per scontata, quante volte rimandiamo il viverla davvero pienamente a “occasioni migliori”, quante volte ne cogliamo solo gli aspetti difficili dimenticando come ogni secondo, ogni battito di ciglia può essere l’inizio di un nuovo mondo, di una nuova avventura, di una nuova gioia? Da chi ci viene questo dono potenzialmente bellissimo? Io, fratelli, non lo so e non mi azzardo a dare un nome a quella fonte neppure nei miei pensieri più reconditi ma, chiunque o qualunque cosa sia colui o ciò che ci ha donato la vita, so che gli dobbiamo una gratitudine infinita per questa Grazia che contiene tutte le Grazie e, allo stesso modo, so che questa gratitudine si può esprimere in un solo modo reale: amando e vivendo ogni istante e amando e vivendo in ogni istante perché questo significa far vivere dentro di noi e amare chi o cosa ci ha donato ogni istante.

Adonai echad,

Amen

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