Complessità

Cari fratelli,

questa sera vorrei trattare insieme a voi di un tema piuttosto difficile e, per certi versi, scivoloso: il tema della complessità.

Perché difficile e perché scivoloso? Per almeno tre ordini di ragioni.

In primo luogo, perché è un tema fuori moda: nell’età della comunicazione istantanea, del bombardamento d’immagini semplici, degli slogan di pancia, delle vie più brevi e, diciamolo francamente, del pensiero “pret a porter”, quello della complessità può risultare un tema noioso, persino retorico, un fiume di parole e di raccomandazioni datate, da “maestrina dalla penna rossa”, che rischia di lasciare il tempo che trova e di non avere nessuna influenza sul reale.

In secondo luogo, perché, come conseguenza del primo punto, può apparire un tema snob: la complessità, spesso si pensa, implica impegno, l’acquisizione e il possesso di strumenti culturali e critici, l’avere tempo da dedicare alla raccolta di dati, al pensiero e all’analisi, tutte cose che, con tutta probabilità, pochi si possono permettere e che molti amano etichettare come “fesserie da intellettualoidi sfaccendati”. Ragion per cui, nell’affrontare questo argomento non posso fare a meno di temere che questo mio sermone possa trasformarsi, ancora una volta, in un’arma in mano ai molti che già ci considerano “poco lineari”, “troppo elitari”, “troppo difficili”, lontani dalle esigenza spirituali della gente comune e, conseguentemente, destinati, come sempre nel corso della nostra storia, alla marginalità.

In terzo luogo, e, in un quadro in cui “tutto si tiene”, ancora devo parlare di conseguenza dei punti precedenti, in un’ottica spirituale il mio disagio nell’affrontare questo tema riguarda il timore che, involontariamente, le mie parole possano suonare come un attacco a tutte quelle denominazione, a tutti quei “credi” e a quelle religioni che hanno “risposte in tasca”, risposte in fondo facili a tutte le grandi questioni, a partire da assunti predeterminati, da dogmi e dichiarazioni di fede che, in quanto tali, non richiedono particolari vagli e filtri critici. Non è assolutamente questa la mia intenzione, anzi, per molti versi, non esito a dire che le religioni, in questo senso, sono probabilmente, come vedremo, le meno responsabili o, quantomeno, le meno colpevoli nel processo di progressivo sbriciolamento della complessità in monadi semplificate e, purtroppo, assai spesso semplicistiche a cui quotidianamente assistiamo.

Prima di tutto, però, dobbiamo cercare di definire la complessità ed è operazione non certo facile. Proverò a utilizzare una metafora, forse non del tutto calzante, ma che ci può aiutare a capire.

Supponiamo di avere in mano un oggetto cubico e che, per qualche nostra ragione, vogliamo conoscere le caratteristiche geometriche e fisiche di tale oggetto. Ecco, la complessità (e mi si scuserà se, paradossalmente, semplifico troppo il concetto) starà nell’effettuare una serie di operazioni specifiche: dovremo rigirare il cubo tra le dita e controllare tramite l’osservazione che tutte le sei facce siano presenti, poi dovremo accertarci di avere effettivamente a che fare con un cubo armandoci di uno strumento tarato in millimetri come un metro, un righello o un calibro e misurare attentamente ogni lato di ogni faccia (e, se davvero fossimo amanti di una complessità persino eccessiva, dovremmo effettuare la misurazione con due strumenti diversi, non potendo essere sicuri che uno strumento sia sicuramente tarato in modo ottimale), dovremo effettuare dei calcoli utilizzando una formula geometrica e, se non la ricordiamo, cercarla su un libro per misurare il volume del nostro oggetto, poi, con una bilancia di precisione dovremo pesarlo e se non sappiamo se il cubo e pieno o vuoto al suo interno, dovremo, in qualche modo, accertarci della materie di cui è formato e confrontare, utilizzando altri testi, il suo peso effettivo con il peso atomico presunto della materia moltiplicando il volume per il peso atomico delle tabelle dei materiali. E, tutto questo, giusto per avere una idea base dell’oggetto, che nulla, di per sé, dice di mille altre variabili relative alla sua provenienza, al suo utilizzo, etc.

Insomma, per dirla in soldoni, la complessità è una rottura di palle incredibile … e stiamo parlando di un cubo … Immaginate se parlassimo di un oggetto con 6872 facce, tutte irregolari, formate di materiali compositi ed eterogenei di provenienza assolutamente disparata… E, soprattutto, pensate che praticamente tutte le applicazioni della complessità su questioni legate alle attività umane sono metaforicamente molto più simili a questo secondo oggetto che al nostro cubo.

E allora? Allora, magari anche in buonissima fede, magari anche solo per mancanza di tempo, per stanchezza o per mancanza di voglia, tre diventano le reazioni tipiche più comuni di fronte al nostro cubo:

1) lo guardo di sfuggita, penso a tutto quello che dovrei fare per analizzarlo correttamente e, mormorando “ma chi se ne frega di ‘sto cubo!”, lo getto via e mi trovo altro da fare;

2) magari ci provo anche ad analizzarlo ma ho tre minuti e, allora, sì, gli dò una guardata, a spanne mi sembra proprio un cubo e mi convinco che lo sia, a occhio direi che ha un lato di un paio di centimetri, che mi pare faccia un volume di 23 = 8 centimetri, lo soppeso e, più o meno, sarà 4 etti e mi pare sia di pietra. Ok: scrivo su un pezzo di carta che è certamente un cubo di pietra di 8 centimetri di volume e di 400 grammi di peso e la mia analisi è pronta;

3) cerco “cubo” su Google Images e ne trovo uno simile al mio, apro la pagina e c’è qualcuno, che posso conoscere o non conoscere, che, di fianco ad un cubo come il mio ha scritto che ha un volume di 696 millimetri e un peso di 846 grammi. Mi fido e copio i dati.

Ognuno di queste reazioni ha un nome specifico: rifiuto, pressapochismo, fideismo. E, fratelli, ognuno di essi è, in piccola o grande misura, la causa dello sgretolarsi del nostro substrato sociale e culturale, prima ancora che spirituale.

Il rifiuto è, ad esempio, l’atteggiamento che caratterizza sempre più gran parte delle giovani generazioni. C’è un mondo che fa schifo ma analizzare quali siano le cause del problema è faticoso, appunto “complesso” e c’è sicuramente di meglio da fare quindi, un bel “chissenefrega” e mi costruisco la mia realtà parallela, fatta di aria e niente forse, ma almeno così semplice da permettermi di pensare che non c’è niente da capire. Il pressapochismo è, invece, l’atteggiamento più comune, che tutti prima o poi abbiamo sperimentato. Ma sì, alla fine non è così difficile (soprattutto se ci si ferma alla superficie delle cose) e a noi “tuttologi del buon senso” bastano tre minuti per capire tutto dopo aver letto cinque righe, per formarci opinioni ben chiare e consolidate ed essere certi che siano giuste, senza doverci per forza prendere la briga di meditare, di verificare, di riflettere, di confrontare le nostre posizioni con quelle degli altri: a noi tutto è chiaro e per noi davvero non c’è nulla da capire né, anche ci fosse, avremmo il tempo per farlo perché siamo già intenti a pattinare sulla superficie di qualche altra cosa su cui dare giudizi. Il fideismo, invece, mi pare che sia un fenomeno sempre più in ripresa ultimamente. C’è chi pensa per noi, c’è chi è pagato per farlo o chi adora farlo mentre noi preferiamo pensare agli affari nostri, ai nostri problemi: se lo dicono loro che, presuntamente, ci si sono impegnati, avranno ragione, i dati che ci citano saranno corretti, le cose che ci dicono saranno meditate e giuste. E, anche se qualche volta ci sfiora leggermente il dubbio che ci stiano manipolando, insieme ai dati del reale, per il loro tornaconto, se siamo convinti che abbiano ragione, beh, allora forse lo saremo per sempre perché ammettere di esserci sbagliati implica quella “dissonanza cognitiva” che ci pesa così tanto … Così nascono tutti gli “-ismi”, dai totalitarismi ai fanatismi, ai populismi che ammorbano il mondo!

Ma, attenzione fratelli, anche sul piano religioso o spirituale questi tre modi di essere assumono determinazioni ben specifiche. Dal materialismo spiccio di chi non ha voglia di fare i conti con realtà che lo trascendono perché è tanto più comodo farsi gli affari propri, pensare al cash e alla bella vita, godersi l’esistenza quanto possibile e chissenefrega di tutto il resto, a quelli che “ma questi incivili (o eretici, o invasati, o intellettuali da quattro soldi, o buonisti, etc.) che vogliono? Tutto è così chiaro, è scritto nero su bianco, è predicato da secoli! Noi non ci facciamo venire grilli per la testa e seguiamo quello che ci è stato insegnato al catechismo quando eravamo piccoli e che, da allora, ci è parso logico, ci è sempre sembrato giusto anche senza leggere tutti quei mattoni di libri teologici inutili!”, a quelli che, infine, hanno una fede cieca, incrollabile, invincibile, perché così sono le cose, così dice la Chiesa, così recitano i dogmi e l’ipse dixit non si discute!

E, come vi dicevo, forse, persino paradossalmente, questi che potrebbero apparire i più micidiali, che a noi possono sembrare i più incomprensibili, i più ottusi, sono, si badi bene solo in campo spirituale, i meno peggio perché, almeno, sono onesti: il loro fideismo nasce dalla fede, come è naturale, e nella loro cecità di fronte alla complessità c’è almeno, di solito, un buon grado di onestà e devozione, oltre alla ammissione di un “affidarsi” acritico che giunge fino al “mistero della fede” e al “credo quia absurdum” quando persino la loro istituzione di riferimento scarseggia di risposte logiche.

Nel mio scorso sermone, fratelli, vi parlavo del dubbio e vi dicevo che non credo che il dubbio ci porti a nessuna grande “Verità” ma ci sono alcune domande, quelle che già menzionavo, come “perché?”, “chi lo dice?”, “su che basi?” “è sensato?”, etc., che sono, insieme al dialogo con posizioni diverse dalle nostre e allo studio incessante di fonti disparate, alcune delle colonne della complessità spirituale, di quella complessità che se accettata come ottica di visione in campo metafisico diventa il nostro sistema di riferimento anche in ogni altro settore della nostra vita.

E, sì, certo, la complessità è difficile, è faticosa, è caotica e dà poche certezze quando le variabili da analizzare diventano migliaia, a volte milioni, quando essa ingloba ogni punto di riferimento nella sua famelica volontà di analizzare e comprendere ogni aspetto ma, ve lo dico francamente, è questo atteggiamento verso la complessità che cerca, senza mai poterla totalmente raggiungere, la conoscenza, la saggezza e la compassione nel senso più vero del termine ciò che mi ha fatto innamorare dello U*Uismo e che ogni giorno mi fa pregare perché noi tutti U*U, ciascuno a suo modo, magari anche con le nostre debolezze e cadute, sappiamo sempre mantenerci saldi nel nostro essere, pur tra accuse di intellettualismo e apparentemente poca modernità nel non semplificare il nostro pensiero, sempre custodi della complessità.

Adonai echad,

Amen.

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IL CERCHIO PIU’ GRANDE IN CUI TORNIAMO UMANI

C’è un momento nella preparazione di un sermone di cui vi ho spesso parlato: la scelta del tema. Vi ho detto, spesso con ironia, dell’inseguimento disperato di immagini e suggestioni, della confusione o dell’insoddisfazione o di come a volte si parta con un’idea in testa e poi si finisca su un’altra strada, che magari non centra niente. Non vi ho mai parlato, però, forse perché neanch’io me ne ero accorto, di come questa esigenza del trovare qualcosa di buono da dirvi almeno una volta al mese renda insolitamente aperti alle sollecitazioni che lo Spirito dissemina nella realtà che ci circonda. Per esempio questa settimana ero partito non sapendo cosa dirvi (il bel sermone di Lawrence di domenica scorsa mi ha bruciato l’unica idea buona che avevo in mente), ma con un fermo proposito: lasciare da parte le questioni sociali, le tematiche del razzismo, dell’accoglienza o della diversità e concentrarmi su temi squisitamente spirituali. Nel frattempo gli amici del tempio I Kuan Tao di Roma mi hanno invitato ad un incontro su Meng Zi (Mencio per gli amici), a cui non potrò andare perché impegnato nella mia carriera parallela di anonimo cantautore fuori tempo massimo. Ma intanto il nome di Mencio ha cominciato ad entrare nella mia play-list della settimana. Ed ecco che, in questi tempi dove i segni dello Spirito appaiono rari e l’ottimismo un fingimento della volontà, un gruppo di bagnanti sulla spiaggia di Crotone riesce a sorprendermi e a farmi sperare ancora nell’umanità.

Una cinquantina di migranti siriani ed iracheni si è trovata, infatti, a sbarcare su un lido vicino alla città calabrese ed è stata soccorsa dai bagnini e dai villeggianti, che non hanno esitato a dissetare e sfamare quegli stranieri disidratati e stanchi con quello che avevano. Merende, pane, succhi di frutta, bottigliette di acqua hanno dato un inatteso benvenuto ai sopravvissuti del mare. Mi piace pensare ed, anzi, lo ritengo statisticamente probabile che tra quei bagnanti generosi non ci fossero solo buonisti e radical chic, ma anche qualcuno di quelli che avrà detto almeno una volta “mandiamoli a casa loro” o “basta invasione”. Come una canzone già pronta nello stereo ecco che mi risuona nella testa proprio Mencio.

Un po’ come Socrate, Mencio era, infatti, convinto che la natura umana fosse buona in maniera innata e che solo le influenze della società e la mancata coltivazione interiore sviassero l’essere umano verso l’egoismo ed il male. Da buon confuciano, Mencio si poneva l’obiettivo di sviluppare la virtù del “ren”, che significa “umanità” e che rappresenta la realizzazione congiunta della benevolenza e dell’autenticità dell’essere umano. Com’è suggestiva questa parola proprio ora! “Restiamo umani” è lo slogan che guida molti nel cercare di tenere vivo un certo sistema di valori e di azioni, che anteponga la dignità della persona a qualsiasi paura o convenienza. Quello che sembra mancare o perdersi è proprio l’ “umanità”. Per Mencio tale smarrimento non è il frutto di un male radicale, giacché in ogni essere umano compassione, vergogna, modestia e discernimento spingono tutte verso la retta via, ma piuttosto di una serie di condizionamenti che ci portano a negare la nostra natura, che però non cessa di premere per venire fuori, benché certo abbia bisogno del sostegno del nostro lavoro interiore per consolidarsi. Nell’episodio di Crotone questa scintilla di umanità sembra riapparire e segnalare qualcosa che l’agire infausto di una politica intollerante ed opportunista non ha ancora del tutto sopito.

E per un momento quegli insegnamenti cristiani, di cui troppi nel nostro paese si riempiono la bocca, li vediamo messi in atto, nel ricordarci di “amare il prossimo come noi stessi”, ma anche nel ricordarci che quel “noi stessi” esiste autenticamente solo se si riconosce come essere relazionale, se si sente parte dell’umanità e della vita come un unico corpo, il Corpo di Cristo, la Rete della Vita.  

Ma una rondine può fare primavera? Tutto ciò rappresenta una speranza oppure soltanto un’eccezione? Certo, il clima degli ultimi tempi ci (e mi) ha portato a credere che Mencio esagerasse in ottimismo e che, forse, aveva visto meglio il suo “concorrente” dell’epoca all’interno della filosofia confuciana, quel Xunzi (o Hsun Tzu) che affermava, al contrario di Mencio, che la natura umana fosse istintivamente malvagia e che solo l’educazione, le regole ed i riti potessero riformare tale natura e volgerla al bene. E’ difficile continuare a scommettere sull’innata bontà umana quando si lasciano morire le persone in mare o si va a cercare il nero, il rom o il gay per impallinarlo con la bombarda di zio Paperone. E, prima che qualcuno mi tacci di asimmetria buonista, aggiungo che è altrettanto difficile farlo quando si osserva il richiedente asilo che commette uno stupro o il rom che delinque impunemente. Il punto è un altro: è che, che abbia ragione Mencio oppure Xunzi, siamo tutti umani e condividiamo l’aspirazione e la capacità del bene come lo scivolamento verso il male. Non c’è nessun “ben altro” in cui rifugiarsi: c’è un lavoro da fare sull’animo umano a tutti i livelli.

Proprio nell’ottica di crescita dell’animo umano a diversi livelli, la filosofia confuciana ha altro da insegnarci, anche su questa esperienza di Crotone. Confucio parla del lavoro interiore e sociale che ogni essere umano e ancor più il saggio sono chiamati a compiere come di un processo di espansione per cerchi concentrici, dalla persona all’universo, passando per la famiglia, la società, la nazione, il mondo. Rispetto ad un odierno universalista unitariano, Confucio probabilmente mostrerebbe qualche cautela in più verso l’apertura mondialista ad ogni altro sul pianeta. Non mancherebbe di porselo come obiettivo finale da realizzare (obiettivo a cui ha dato anche un nome: Da Tong, la Grande Unità), ma riterrebbe probabilmente che non siamo ancora maturi, che il cerchio concentrico in cui abbiamo realizzato la nostra umanità non è ancora quello del mondo. Di questo limite mi sono accorto anch’io in una discussione sui social in questi giorni.

Di fronte alla denuncia (giusta, direi sacrosanta) di un sindacalista di colore, dal cognome straniero, ma ormai pienamente cittadino italiano, della difficoltà nel prendere in affitto un appartamento per l’ostracismo di molti locatori verso gli stranieri, mi sono ricordato di aver avuto mio malgrado un atteggiamento simile quando si è trattato di dare in locazione un immobile di famiglia. Lo dico perché l’ipocrisia del predicare bene e razzolare male è sempre in agguato, ancor più per un pastore. Non si è trattato certo di una pregiudiziale a priori, ma comunque di una diffidenza, di una preferenza implicita verso un locatario italiano, sulla base del timore che un inquilino straniero poi ti riempisse casa di altre persone o sub-affittuari o che magari tornasse (volontariamente o meno) al suo paese senza aver saldato l’affitto. Razzismo? Magari no (con le dovute garanzie, avremmo comunque affittato a chiunque), ma certo un pregiudizio, che nasce però da un motivo oggettivo, ossia la scarsa tutela per chi concede un immobile in affitto, che conduce a considerare anche il più stupido elemento nella selezione della controparte, tale è il timore di trovarsi in brutte situazioni, con inquilini morosi o casa sfasciata. Questo ci suggerisce che, per spingerci in un cerchio concentrico più grande, lavorare per costruire le condizioni di fiducia che rendano possibile un terreno di incontro più grande, permettendo il superamento di paure e diffidenze. Per fare un esempio pratico, nel caso degli affitti mi viene in mente che si potrebbero incentivare le polizze fideiussorie sui contratti di locazione con delle detrazioni fiscali, in modo da ridurre il rischio per i locatori e, dunque, aumentare la possibilità dell’incontro tra domanda e offerta anche per categorie percepite più a rischio. Certamente questo renderebbe più semplice dare in affitto un immobile ad uno straniero, ma anche a persone meno abbienti … per quelli che non vogliono affittare agli omosessuali (cosa che non ha veramente nessun legame con il rischio di insolvenza dell’inquilino, ma rappresenta un atto di omofobia e basta) non ho altre soluzione che la denuncia penale.

Ma il ragionamento dei confuciani può leggersi anche in una chiave ribaltata ed è ciò che suggerisce la vicenda di Crotone. Proviamo ad immaginare quali persone popolassero quella spiaggia. Alcune di loro probabilmente si riconoscerebbero nello schema del “buonista radical chic”, ma probabilmente poche hanno fatto di più del difendere idee e valori a parole e magari elargire qualche offerta a qualche associazione. Di certo mi immagino pochi santi ed altrettanto pochi eroi. La gran parte sarebbe probabilmente poco interessata a tutto questo, un po’ confusa, un po’ cerchiobottista, un po’ assorbita da ciò che sente davvero sulla pelle. E magari qualcun altro sarebbe tra quelli abbagliati dalla prospettiva sovranista del detto “prima gli italiani” e del non-detto “gli stranieri mai”. Ebbene, tutta questa gente  dal fondoschiena appesantito da una qualche inerzia, che sia quella dell’intolleranza nazionalistica, del bene a chiacchiere o della comoda indifferenza, non è rimasta a fare cruciverba sotto l’ombrellone, né si è limitata a segnalare il caso alle autorità competenti. Si è, invece, scossa dal torpore e dalla sorpresa e si è data attivamente da fare.

Cos’è successo? Un improvviso risveglio della natura essenzialmente buona e generosa dell’essere umano? Può darsi. Ma io credo che sia successo qualcosa di più, qualcosa di profondamente istruttivo: all’improvviso quelle persone si sono trovate proiettate in un cerchio concentrico più grande, hanno visto rompersi gli argini dei loro recinti da un’inattesa presenza. Perché tutto questo parlare pro o contro l’immigrazione sta avvenendo in realtà in un cerchio concentrico più piccolo (sì, anche per noi che ci immaginiamo cittadini del mondo), un cerchio in cui l’altro è lontano e virtuale. Così accade una cosa strana: l’altro cessa di essere una persona, perché invisibile nella sua realtà fisica e presente, ma riprodotto in una rappresentazione mediata e distorta, mentre noi cessiamo di essere completi nella nostra umanità, tanto nella sensibilità quanto nella razionalità, perché protetti nelle nostre reazioni dal vero incontro con l’altro e dalle sue conseguenze. Così possiamo dichiarare di sparare al negro, al rom o, di contro, al fascista senza sentirci assassini, perché quel proiettile verbale non colpisce una persona, ma un simulacro costruito dai meccanismi alienanti della rappresentazione mediatica. Proprio quei media, che si raccontavano come finestra sul mondo, divengono così il meccanismo con cui costruiamo i nostri recinti. Ma quando, su un arenile affacciato sullo Ionio, l’altro si presenta davvero, con tutto il suo carico di sofferenza ed i segni del viaggio e della propria storia, il racconto distorto fa spazio alla realtà dell’incontro. E allora qualcosa cambia, l’altro torna ad essere persona, noi torniamo alla nostra umanità. “Non opprimerai lo straniero”, ci ricorda l’Esodo, “perché anche voi conoscete la vita dello straniero”. Ma se questa vita non la conosciamo? Se non noi, ma solo i nostri bisnonni hanno conosciuto la fatica della migrazione? E se il tempo l’ha resa lontana? Non basta immaginare lo straniero, adeguarsi ad un astratto precetto di tolleranza. La paura dei penultimi verso l’orda degli ultimi smuove istinti ben più forti di un pensiero astratto. “Ama il prossimo tuo”, ma per farlo devo renderlo davvero prossimo, devo incontrarlo sul terreno concreto della realtà, non su quello virtuale del pensiero. E quel terreno si è materializzato su una riva calabrese con la tutta la potenza delle cose vere.

Quello che manca a tutti in questa contrapposizione ideologica a cui assistiamo è davvero la “realtà”, quella realtà che ci restituisce tanto le difficoltà dei penultimi nelle nostre periferie, quanto quella degli ultimi in mezzo al mare. Forse è questa realtà il cerchio più grande in cui dobbiamo sforzarci di essere oggi. Perché è solo lì che può davvero avvenire l’incontro con l’altro e non con la sua rappresentazione. Ed è solo attraverso questo incontro che il “ren”, l’umanità autentica che ancora risiede da qualche parte lì in fondo a noi, e con essa quel “valore e dignità inerente ad ogni persona”, che è il nostro primo principio, possono venire di nuovo fuori.

 Nella Via verso l’Uno,

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