A cosa serviamo?

Cari fratelli,

scrivo questo sermone poco dopo essere tornato dall’ennesima tornata elettorale, della quale, al momento, non so ancora ovviamente l’esito. Quello che so è che, nei giorni immediatamente precedenti al voto ho sentito, ancora una volta, tanti, forse troppi, ripetere l’antica litania di “evitare di disperdere il voto” … che, francamente, è una delle frasi più curiose che ricorrono in questa ininterrotta campagna elettorale urlata che è diventata la politica del nostro paese. Spesso mi è capitato di meditare sul senso che quell’esortazione può avere … Tipo: “vota per quello anche se ti fa schifo perché fa meno schifo di quell’altro” o “vota turandoti il naso” o, ancora “vota per quel partito che è già forte anche se non credi nelle sue posizioni, facendo in modo che, se tutti faranno come te, quell’altro partito, in cui magari credi, se è piccolo continuerà ad essere piccolo”, il che mi pare sfiori più che abbondantemente il paradosso …

Devo, però, dire che, assuefatto a questi pensieri dalla frequenza mirabolante delle votazioni in Italia, questa volta la mia riflessione si è diretta verso altri lidi, in particolare sulle possibilità di applicazione della frase sull’utilità all’ambito spirituale.

Insomma, a rigor di comparazione, in termini numerici noi risultiamo essere, sul piano spirituale, quello che una lista civica di un paesino spopolato del Molise o della Val d’Aosta può rappresentare di fronte ai grandi partiti nazionali e, immagino, nessuno metterebbe in dubbio che il rischio semplicemente di sparire di fronte alle grandi correnti spirituali nazionali, quelle, per intenderci, dell’8×1000, esiste. E, in tutta sincerità, la prima cosa che mi è venuta in mente è proprio che quelle 8 o 9 caselle dell’8×1000 sul 740 forse dovrebbero essere almeno 40 o 50, se non venisse applicata, in realtà, una regola simile a quella del “voto utile” … ma non è di questo che voglio parlarvi questa sera, lanciandomi in una sfilza di inutili lamentele.

La domanda più importante che sono arrivato a farmi è stata un’altra: a che cosa siamo utili noi? A che cosa serviamo, in fin dei conti, noi, piccola denominazione U*U in un paese che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa neppure che esistiamo, in cui l’arcivescovo cattolico di Milano, incontrandomi a un meeting ecumenico, dopo che mi ero presentato, mi ha chiesto: “Allora, come andate voi Luterani?”, in cui i miei studenti, in uno dei rari momenti di serietà, mi hanno chiesto come mai, se sono un prete “qualcosa-riano”, non porti i dread come Bob Marley, in cui, e non mi dite che non è capitato anche a voi, dire “sono unitariano*universalista” non basta mai e bisogna sempre essere preparati a spiegare per dieci minuti che cosa significhi?

Certo, non siamo una forza spirituale degna di nota, che possa avere una qualsiasi incidenza sulla vita etico-morale del Paese, non siamo neppure un landmark culturale, visto che, francamente, a parte qualche fuggitivo rinascimentale, la storia U*U si è svolta tutta da altre parti e che, non dico cattedrali e monumenti, ma manco una cappelletta da 10 persone abbiamo qui …

Ma, poi, in fin dei conti, salendo a livelli un po’ più alti, anche fossimo 200.000 e non 200, questa incidenza potremmo mai davvero averla? Perché, onestamente, dal punto di vista dottrinale non è che sia così semplice definirci … Insomma, se prendiamo 10 U*U, qui da noi come in tutto il mondo, e chiediamo cosa significhi essere U*U, è probabile che otteniamo almeno 7 o 8 risposte piuttosto differenti e se anche solo penso ai tre pastori in Italia, credo che, al di là del rispetto reciproco, dell’amicizia e della prossimità su alcuni temi, nessuno potrebbe considerare le nostre reciproche predicazioni e le loro relative fonti d’ispirazione come teologicamente monoliticamente omogenee …

E noi diciamo che è proprio questa la nostra unica vera forza e ne sono più che convinto ma … ma la domanda sull’utilità resta perché troppe volte mi sembra che passi un po’ l’idea che siamo una denominazione dove ognuno pensa un po’ quello che gli pare e chi se ne frega … Basta che cerchi d’elevarti … Che poi, come ti elevi sono cavoli tuoi e anche credere o no all’esistenza di una Trascendenza sono solo affari che riguardano te …

Ricordo ancora come rimasi, neofita del pastorato U*U e pur proveniente dalla più liberale tradizione calvinista, quella remostrante, quando, ad un incontro a New York, un mio collega con anni di esperienza reverendale mi disse, letteralmente: “Io sinceramente non so se Dio esista o non esista ma, guardandomi intorno, il massimo dell’amore che posso dimostrare nei suoi confronti è sperare che non esista perché ci fa più bella figura …” Oggi, dopo anni di studio e meditazione, comprendo quasi pienamente la sua posizione e, forse, anche se solo parzialmente, la condivido ma, allora, mi sono domandato dove fossi capitato, se fossi ad un sinodo internazionale o ad una riunione di un club agnostico.

E, insomma, in fin dei conti, il domandarsi a che serva una denominazione in cui ciascuno ha la sua via spirituale, ciascuno può credere o non credere quello che vuole dal punto di vista teologico e nessuna guida ha una valenza magistrale … un po’ ci sta … Perché dovrebbe esistere una comunità dove bastano i singoli? Per condividere esperienze? Ma c’è proprio bisogno di una Chiesa per questo?

No, fratelli, non c’è, teoricamente, bisogno di nessuna Chiesa ma solo di un po’ di comunicazione e, se mai dovessi pensare a che cosa può essere utile una denominazione come la nostra, qui e ora, non parlerei certo di teologia ma di didattica e testimonianza: noi, sparuto gruppetto di liberali diversi, probabilmente irriducibili all’unità, abbiamo senso se insegniamo e testimoniamo qualcosa, se siamo marca di rimando verso un possibile …

Ma cosa dovremmo testimoniare?

Io credo che la risposta a questa domanda sia: la possibilità di sperare in un’ottica differente.

Vorrei chiarire, ancora una volta, un assunto che ho già più volte enunciato: indubbiamente non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Personalmente, anzi, credo che questo “mondo migliore”, questa “età dell’oro” non sia finita ma, ben più radicalmente, non sia mai iniziata e, probabilmente, non inizierà mai, né con un Regno di giustizia, né con una, dal mio punto di vista risibile, parusia, né, tanto meno, con una apocalisse che ponga termine al Kali Yuga … Ma … Certamente non viviamo neppure nel peggiore dei mondi possibili e vi prego di meditare su questo: non viviamo sotto lo spettro di quella guerra globale che hanno vissuto i nostri nonni anche se alcuni governanti fanno di tutto per crearsi scazzi commerciali reciproci e anche se gruppi fanatici continuano a credere nelle versioni più grette, ignoranti e stupide di interpretazioni religiose ormai condannate dalla storia; non viviamo, nonostante quello che cercano di farci credere, sotto l’incubo di migrazioni di massa epocali che, allo stato dei fatti, non sono di proporzioni tali da non far pensare ad una normale dinamica ciclica di spostamenti umani; non viviamo nell’incubo della fame che ha dilaniato centinaia di generazioni nel passato anche se crisi provocate da miserabili in doppiopetto ci hanno tolto un po’ di quel super-welfare a cui ci eravamo troppo abituati …

Detto questo, direi che indubitabilmente stiamo vivendo una sola grande crisi: una crisi valoriale, certamente acuita dalla sensazione di vivere nell’oscurità più profonda …

E’ la prima crisi valoriale dell’umanità? Ma certamente no! La storia intera del pensiero umano ha, dal punto di vista di alcuni valori, avuto un andamento sinusoidale … Eppure … eppure ad ogni picco negativo rischiamo un po’ di più, perché quei valori che non vengono testimoniati, che non vengono vissuti, cessano rapidamente di esistere, escono dall’orizzonte umano, magari per non tornare mai più …

E quella che stiamo vivendo oggi è una crisi valoriale profonda perché ha come risultato l’eliminazione del valore intrinseco dell’essere umano, un valore che, faticosamente, ci eravamo conquistati in decenni di lotte e sforzi di pensiero …

Ma per analizzare questa perdita abbiamo tutti gli elementi: abbiamo un ambiente di coltura, abbiamo una causa scatenante, abbiamo un agente …

L’ambiente di coltura è, credo, il pensiero capitalista occidentale. “Oddio, adesso parte il pippone politico!”, state pensando. No, ve lo assicuro: indipendentemente da quello che posso pensare io personalmente del capitalismo e che so che alcuni di voi non condividono, quello che vedo come terreno di coltura della crisi valoriale non è il pensiero filosofico capitalista in sé, quanto la sua dinamica estrema rappresentata dalla ricerca spasmodica del profitto. Se il profitto diventa la chiave di lettura di tutto, allora tutto vale solo e soltanto se rappresenta un profitto, se genera profitto e, conseguentemente, anche l’essere umano vale solo in relazione a questo parametro.

Per quanto riguarda la causa scatenante, direi che è evidente per tutti: la paura! La paura è il grande serpente che costantemente ci morde il calcagno: paura di perdere uno status, una piccola certezza, una certa sicurezza, un determinato livello di benessere, anche solo per doverli compartire un po’ di più, per dover rinunciare a una piccolissima quota di quel livello di profitto che ci determina, che ci connota, che è diventato ciò che fa di noi noi. E, infine, c’è un agente di questa paura, dato da tutti coloro che soffiano sul fuoco, che ci mostrano scenari apocalittici, che ci parlano di un domani senza speranza …. E perché lo fanno? Perché questo genera profitto per loro, genera consenso, potere e benessere…

Io credo che questa sia esattamente la dinamica che stiamo vivendo ed è contro questa dinamica che svilisce l’uomo, che lo strumentalizza, che ne disgrega l’intoccabile dignità, l’intoccabile valore intrinseco, che dobbiamo insegnare e dare testimonianza.

Ciò che dobbiamo insegnare è a non avere paura e che la forza di avere speranza, quella forza che costa, che ci mette in gioco, a volte che ci dilania nei dubbi, è l’arma più forte che abbiamo per non soccombere al gioco di chi distrugge l’uomo giocando sui suoi terrori più intimi; dobbiamo insegnare che il senso vero del vivere non è avere un po’ di più per comandare un po’ di più e mostrare un po’ di più di ricchezza esteriore per nascondere la propria povertà interiore ma è amare un po’ di più, guardare un po’ di più, ascoltare un po’ di più, sfiorare un po’ di più, meditare un po’ di più, stringere un po’ di più una mano, capire un po’ di più uno sguardo, vivere un po’ di più questa vita che è solo qui, solo adesso …

Ma, certo, siamo pochi, sconosciuti, senza voce e allora il nostro solo modo per insegnare è testimoniare con l’essere, con il vivere questa realtà differente qui e ora, come singoli ma, e qui credo stia davvero la nostra utilità come denominazione, anche come Chiesa.

Sì, come Chiesa per almeno due ordini di motivi collegati.

In primo luogo, perché per riuscire ad astrarsi dal contingente, a porci fuori dalle dinamiche che stanno imbrigliando la nostra società, dobbiamo assumere una prospettiva diversa, dobbiamo guardare la vita stessa, per certi versi, dall’alto, da un quadro più ampio che è il quadro di una trascendenza di senso.

Ma, attenzione, ammettere la possibilità di trascendenza non significa assolutamente dover necessariamente ammettere il divino, soprattutto nella sua forma tradizionale. Vi voglio onestamente dire che, in realtà, io questo presunto divino, che magari vogliamo vedere in forma personale, non ho la più pallida idea se esista o no e, ancora più onestamente, voglio dirvi che sono giunto alla conclusione che che esista o no non me ne frega assolutamente niente e, nel dirvelo non mi sento minimamente sminuito nel mio essere pastore. Perché?

Perché proprio in questo vedo la seconda e più grande utilità di una Chiesa come la nostra. Teologicamente possiamo pensare quello che vogliamo su Dio o chi per lui ma su una cosa non possiamo transigere, come U*U di questa o di qualsiasi altra parte del mondo, qualsiasi siano le nostre convinzioni: sulla centralità dell’uomo, sulla sua inviolabile dignità, sul valore di ogni singola vita, di ogni singolo pensiero, di ogni singola esperienzialità. Ed è proprio questo che ci rende unici: il nostro compito di essere testimonianza del possibile non avviene per mandato divino, non avviene perché siamo uniti in un culto e in una sola via ma avviene perché proclamiamo la centralità della vita di ognuno e la proclamiamo come Chiesa, la proclamiamo come elemento sacrale, come elemento che unisce ogni vita nel mondo e che, forse più che ogni altra denominazione, porta la trascendenza nel nostro quotidiano, nel nostro agire, nel nostro essere, nel nostro lottare, noi, piccoli mattoncini, senza potere su nulla se non su noi stessi e sul nostro testimoniare il nostro servizio alla vita e alla dignità umana.

A questo serviamo, questo è il nostro essere utili: a dimostrare ogni giorno che, nonostante tutto quello che cercano di farci credere, ogni uomo può davvero essere Dio per noi!

Adonai echad,

Amen

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