Bellezza e libertà

Cari fratelli,

qualche giorno fa mi è capitato di ascoltare una interessante conferenza del famoso professor Barbero su Santa Caterina da Siena. Quello che amo di più nella storia è che, quantomeno sulla lunga distanza, riesce quasi sempre, in prospettiva, a darci un quadro abbastanza chiaro di quello che, vissuto nell’oggi, quando siamo ancora coinvolti, fatichiamo ad osservare. Ebbene, parlando della cosiddetta “patrona d’Italia”, il professore Barbero ne ha tracciato un quadro interessante da cui qualunque psichiatra avrebbe potuto facilmente trarre una diagnosi piuttosto chiara: la “santa” era a) una maniaca religiosa con tratti masochistici (difficile definire altrimenti una donna che si è lasciata morire di fame per penitenza, si frustava con catene tre volte al giorno e si obbligava a non dormire per giorni interi per scontare i peccati dell’umanità), b) una psicotica egocentrica (arrivò a scrivere alla regina di Napoli che il papa non tornava a Roma da Avignone perché Dio voleva che lei, Caterina, pagasse per i suoi peccati, per altro probabilmente inesistenti visto che non usciva dalla sua cella), c) una persona che odiava la bellezza (a parte essere universalmente considerata dai cronachisti una donna piuttosto brutta, non aveva la minima cura della propria persona, si lavava pochissimo e redarguiva aspramente chi si comportasse diversamente).

In quest’ultimo aspetto, era pienamente una donna del suo tempo: tutto il medioevo era un continuo richiamo alla “vanitas vanitatis” dell’apparente e, in buona parte, come retaggio della gnosi, allo sdegno della forma esteriore, della materia, prigione dell’anima.

Mi è capitato spesso di notare come questo atteggiamento non sia cambiato molto nel tempo all’interno di numerose spiritualità. Qualche esempio, per quanto banale, credo che ne sia riprova: dalla prescrizione di utilizzo di lugubri vestimenti neri o scuri per il clero e dalla tonsura monacale al divieto di cosmetici per molti ordini di suore che, per altro, ottengono spesso l’ordinazione, significativamente, con il taglio dei capelli, dalla rasatura femminile per le donne sposate nell’Ebraismo ortodosso al divieto di rasatura per gli uomini nell’Islam fondamentalista, dalla rasatura perenne e la prescrizione di abiti minimali nel monachesimo buddista al rifiuto di ogni interesse materiale (fino alla nudità) per i guru indù.

Insomma, pare che bellezza e spiritualità siano elementi antitetici, lo siano per antica tradizione e la dicotomia rimanga, in un modo o nell’altro, presente anche ai giorni nostri.

Probabilmente state pensando che questa domenica stiamo affrontando un tema lieve, persino superfluo, che ben poco ha a che fare con le tematiche morali che normalmente ci troviamo a trattare.

Non credo sia così.

Sentendo parlare di Caterina e riflettendo su questa perdurante visione gnostica, mi sono chiesto la ragione di questa ottica dicotomica che chiede una scelta per me insensata: lo Spirito o la bellezza estetica (e non sto parlando della bellezza di Bred Pitt o di Jessica Alba ma della “normale” cura di se stessi, del proprio aspetto e, ancora più in generale, della bellezza in tutte le sue forme).

Credo che la separazione sia in buona parte dovuta al cannocchiale con cui molte fedi vedono la vita: la vita in sé ha un valore molto relativo perché il suo valore, la sua reale valenza, è posticipata al post-mortem. Insomma, come dire: “ok, quello che vale davvero è l’aldilà e, quindi, tanto vale giocarsi l’‘aldiquà’ snobbandolo, mostrando che non ce ne importa niente di questo ‘intermezzo di prova’ con tutte le sue vanità”.

Ecco, io credo che snobbare la vita con i suoi piaceri, inclusa la bellezza, sia la più grande bestemmia che possiamo pronunciare.

Non mi piace assolutizzare quelle che possono essere unicamente mie convinzioni personali: come ho già avuto spesso modo di dire, io sono convinto che Dio e vita siano sinonimi nel momento in cui ciò che consideriamo il Trascendente è, secondo me, dato dall’insieme di tutte le vite (presenti e passate, direbbe Aldo Capitini, e io aggiungerei anche future) che vanno a formare la grande Anima Mundi che ci sostiene. Ma anche se così non fosse, se io avessi torto e avessero ragione i miei fratelli cristiani o di tutte quelle fedi che credono in un Dio personale, penso che tutti concordiamo sul fatto che la vita sia la prima e più evidente espressione del divino.

E la vita non è un concetto astratto: la vita è qui e ora, in questo momento, che è la sola cosa che esista realmente. Il passato è solo un ricordo, una costruzione mentale, il futuro è solo una speranza, una costruzione mentale: ora è ciò che vivo, la mia vita è adesso.

E se questa vita è davvero Dio o l’espressione di Dio, negarla in qualunque forma significa, fratelli miei, sputare su Dio, bestemmiarlo, farne un feticcio, un idolo mentre, al contrario, amare Dio significa amare la vita in tutte le sue forme.

Io non lo so se Dio è buono o no e sospetto che applicare le categorie totalmente umane di buono o cattivo a una entità completamente altra da noi come il divino sia una contraddizione in termini. Quello che so è che la vita non è né buona né cattiva: semplicemente è, con tutti gli aspetti della realtà, che sono a volte positivi, altre volte negativi e spesso questo loro essere positivi o negativi dipende molto dall’occhio che osserva. Mi chiedo che senso abbia, allora, biasimare quegli aspetti che rendono la vita positiva, fino a negarli. Mi chiedo che senso abbia negare i piaceri che rendono bella la vita, dai piaceri estetici a quelli fisici, da quelli spirituali (che, diciamocelo francamente, nascono più da un bell’uomo o una bella donna, da un bel tramonto, da un bel quadro o da una bella poesia d’amore che dalla contemplazione delle piaghe di Cristo o dalla meditazione sulle Otto Vie di fuga dal dolore del Buddha) a quelli dell’autostima, del piacersi, dell’amarsi (perché, come ho spesso avuto modo di ricordare, noi siamo i primi prossimi di noi stessi).

Qualche tempo fa ho avuto modo di riportare una bella frase di Bonhoeffer che scrisse che “vivere è pregare” nel senso che la vita è in sé una preghiera. Ma se la vita è una preghiera, perché la nostra preghiera deve essere solo mesta, triste, lugubre? La spiritualità dovrebbe essere gioia, la gioia di una sensazione d’incontro con un piano più alto che avviene “nella vita”, al suo interno: svilire la vita, renderla solo “una valle di lacrime” togliendoci quei piaceri che essa offre (o che, secondo un’altra visione possibile, sono un dono di Dio), significa svilire anche quell’incontro, il suo senso.

Qualche anno fa, un collega americano che era stato per qualche anno cappellano militare mi raccontò che a Natale, nella enorme base in cui prestava servizio, arrivavano alle varie cappellanie gli approvvigionamenti per festeggiare che ciascun cappellano aveva richiesto e, naturalmente, alla cappellania U*U arrivavano più bottiglie di birra e più dolci che ad ogni altra confessione. Un cappellano riformato, incontrando il mio collega, gli chiese scandalizzato se fosse il caso di indulgere al vizio nel giorno della nascita del Salvatore. Il cappellano U*U (che, se ben ricordo, non era neppure cristiano), finse di pensarci un po’ su, poi gli rispose: “ma se noi siamo più allegri, non sarà più allegro anche il Dio che vive in noi?”. Devo dire che amo gli U*U e per quanto pensi che la risposta arguta del mio collega fosse più che altro un escamotage per mettere a tacere il bacchettone, non posso fare a meno di credere che, in qualche modo, avesse ragione.

Il fatto è che, qualunque sensibilità religiosa si possa avere, “rinunciare al mondo”, rinunciare ai piaceri, rinunciare alla bellezza significa, in fin dei conti rinunciare anche al divino e a tutto ciò che di bello e piacevole ci offre. Perché?

Già, perché? Perché un romano ginofobico caduto da cavallo ci ha detto che il sesso fa schifo, perché una serie di cardinali, per lo più grassi come maiali, ci hanno detto che mangiare bene è male, perché una serie di beghine puritane invidiose ci hanno detto che curare il proprio aspetto è disdicevole, perché una serie di maniaci religiosi autoflagellanti ci hanno insegnato che tutto è dolore?

O c’è dell’altro? Io temo di sì. Perché, vedete, una religione triste, una vita triste, che escluda i piaceri e la bellezza, è anche una grande arma: “se tutto è brutto di qui”, ci insegnano, “è perché il bello sarà dopo, quando arriveremo dall’altra parte!”. Ok! Ma come ci dovremmo arrivare dall’altra parte? Beh, chiedetevi chi ha “le chiavi del Regno” e già avrete la risposta e non una risposta che vale solo per i cattolici ma per tutte o quasi le fedi: la via di fuga dalla tristezza presente passa attraverso l’obbedienza alle leggi imposte dalle Chiese, dalle religioni, dai chierici, una obbedienza a qualcosa che ci è imposto, una obbedienza che è un grande strumento di controllo sociale.

Invece, la bellezza è libera, la bellezza, ci insegna Goethe, è personale, è soggettiva, persino un po’ anarchica, la bellezza, ci dice Kant, non obbedisce a logiche altre ma solo a se stessa e, anzi, la bellezza presuppone la libertà perché senza libertà non esiste gusto personale e senza gusto personale, ogni bellezza è solo “manierismo”, imposizione, esclusione di ogni piacere.

Attenzione fratelli, non vi sto dicendo che da domani è giusto che vi gettiate in orge e bagordi, che passiate la vita davanti allo specchio, in palestra, al solarium o nei bar: la bellezza è anche rispetto per se stessi, per la propria dignità e per il senso che diamo alla nostra esistenza che non deve essere nullificata “solo” nel piacere, sia esso estetico o di qualunque altro tipo. Quello che vi sto dicendo è che proprio la nostra dignità intrinseca va alimentata nel nostro essere liberi “anche” di godere a pieno della bellezza della vita, dei suoi piaceri, della stupenda grandezza di ogni singolo momento in cui i nostri sensi si esaltano. Quello che vi sto dicendo è che anche l’esaltazione dei sensi è un modo per rendere grazia alla vita, al divino, che esso sia in noi o sopra di noi.

Ecco allora che, questa sera, la mia preghiera per tutti noi è proprio questa: che possiamo sempre essere liberi da catene superstiziose, eteroimposte e deprimenti, che possiamo godere a pieno dei piaceri della vita e di quella bellezza che “salverà il mondo”. E che possiamo ricordare sempre, in ogni momento, quella splendida frase del poeta sufi Abd El Rezaj che recita: “solo se io sono capace di gioire, Dio gioisce con me; solo se io sono capace di ridere, Dio ride con me!”.

Adonai echad,

Amen

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La caccia

Cari fratelli,

molti anni fa, ai tempi del seminario, un uomo che reputavo molto saggio mi disse una frase che, per molti versi, continuo a ritenere piuttosto intelligente: “nella vita è come andare a caccia. Puoi decidere di cacciare conigli e sarai sicuro di tornare a casa con il carniere pieno anche dopo un paio d’ore, oppure puoi decidere di cacciare cervi e allora può accadere che, dopo giorni interi di appostamenti , non ne incontri uno solo e torni a casa a mani vuote. Ma quanta soddisfazione in più avrai nel catturare un cervo rispetto ad un semplice coniglio?”.

Al di là dell’immagine venatoria della metafora, che probabilmente offenderà molti animalisti e che sinceramente neppure io apprezzo molto, suppongo che il significato espresso contenga molti elementi di verità sia in relazione a quanto la possibilità di fallimento in qualsiasi impresa della vita sia sempre relativo agli obiettivi che ci si pone, sia riguardo alla soddisfazione di porsi traguardi elevati e non banali anche a rischio di non raggiungerli.

Per certi versi, in alcuni periodi della mia vita ho ritenuto che questa metafora avesse senso anche in campo spirituale. Mi è capitato spesso di pensare che, in fin dei conti, seguire pedissequamente dettami comportamentali eterostabiliti , conformarsi a immagini del Divino eterocostruite e piegarsi, per quanto faticosamente, a regole morali eteroimposte, non fosse, di per sé, sbagliato ma fosse un po’ come cacciare conigli: probabile possibilità di ottenere risultati almeno accettabili anche solo limitandosi ad una passiva accettazione, territorio di ricerca ben delimitato e segnalato, aiuto costante da parte di tutta una serie di “battitori” rappresentati da istituzioni forti o, quantomeno, dal pieno consenso sociale. Insomma, in definitiva, un po’ come dire “caccia in una riserva”. Al contrario, una ricerca libera da vincoli, totalmente personale, basata sui dettami della propria coscienza, sulla continua volontà di chiedersi il senso ultimo delle cose, di inseguire un volto della Trascendenza che risuonasse completamente nel nostro animo fino a farsi essenza della nostra vita, che esplorasse qualsiasi territorio indipendentemente da quanto poco battuto e selvaggio potesse essere …. ecco, questo doveva essere la vera caccia al cervo in campo spirituale: un’attesa paziente con lunghi periodi di silenzio e solitudine senza traccia dell’obiettivo, un cammino faticoso in quella intricata jungla rappresentata dai meandri della nostra coscienza ma, alla fine, forse il premio dell’abbraccio di un Trascendente che non sarebbe stato immagine d’immagine, letto di Procuste a cui adattarsi volente o nolente ma che sarebbe stato contatto reale, diretto, con l’Assoluto e comprensione della volontà globale che governa l’esistente.

Bene, lasciate che vi dica che no, non è così: questa metafora, per quanto allettante, per quanto potenzialmente inorgogliente per uno U*U, non ha davvero praticamente nessun senso in campo spirituale al di là della sua capacità seduttiva.

Perché?

Per almeno due ordini di ragioni (e molti di più, di cui per mancanza di tempo evito di far menzione, se ne potrebbero toccare).

In primo luogo, banalmente, perché, in campo spirituale, non abbiamo la minima idea della differenza tra un coniglio e un cervo. Proviamo a rifletterci un istante: quale è il nostro obiettivo nel nostro percorso di ricerca metafisica? Probabilmente la maggior parte di noi risponderebbe: “comprendere il senso della vita così come pianificato da una Entità Trascendente!”. Ottimo! Ma c’è un problemino: come possiamo comprendere la volontà di una Entità che ci trascende completamente? Come possiamo capire quale senso ha voluto attribuire al nostro percorso una istanza di cui ignoriamo completamente le fattezze, il pensiero, gli obiettivi e, addirittura, persino più radicalmente, la stessa condizione primaria di esistenza?

Ma, mi si potrebbe ribattere, esiste la rivelazione divina, il piegarsi del Creatore verso la Creatura in una comunicazione che è avvenuta tramite Profeti, Saggi, Guru o, nelle visioni più estreme, tramite l’incarnazione del Verbo in un singolo essere umano e che ci ha fornito le linee guida del nostro percorso indicandoci obiettivi piuttosto concreti.

Sinceramente, nonostante abbia, come credo tutti, le mie opinioni in materia, non ho nessuna intenzione di esprimere qui quella che, in ogni caso, sarebbe comunque un’ottica personale. Mi limiterò, dunque, a solo un paio di considerazioni che posso ritenere piuttosto oggettive.

In primo luogo, esiste, filologicamente parlando, un problema delle fonti: qualsiasi testo possiamo recepire come sacro strumento della rivelazione è, in ogni caso, comprovatamente, un testo manipolato nel corso della storia, un susseguirsi di interpolazioni e manipolazioni stratificate nei secoli. E non importa se parliamo della Torah, variamente costruita da un mescolamento di fonti differenti al punto da risultare piena di contraddizioni anche solo linguistiche, dei Vangeli di cui stiamo ancora cercando d’ipotizzare una fonte comune e il cui testo è così pieno di interpolazioni da dar luogo a miriadi di varianti, del Corano, che, in fin dei conti, per quanto testualmente congelato, è una reinterpretazione dei testi precedenti o, per quanto in ambiti differenti, dei Rig Veda di cui esistono persino canoni diversi regionali e di quel canone buddista che dipende dalla scuole di riferimento: in ogni caso i testi di qualunque presunta rivelazione non sono che manipolazione di manipolazioni.

Ma, anche ammesso che così non fosse … tra le tante rivelazioni quale è quella giusta, quella vera? Una sola? Ma come determinarla? Più di una o magari tutte nonostante la loro contraddittorietà? Magari sì, magari tutte nei loro elementi comuni …. ma come spiegare i loro punti di discrepanza se non ammettendo che, in fondo, qualunque rivelazione non è che filtraggio culturale e psicologico umano di un sentire vago, in realtà presente in tutti gli esseri umani e particolarmente in alcuni capaci di focalizzare la loro attenzione su tale sentire ma umanamente impossibilitati ad esprimerlo prescindendo dal loro background esistenziale.

E, dunque, quando le cose stessero così, non dovremmo ritenere che tutti quegli elementi socio-culturali altro non fossero che il transeunte di Parkeriana memoria rispetto ad un permanente che è puro sentire potenzialmente comune a tutta l’umanità ma la cui origine rimane, in ultima analisi, indeterminata?

E, dunque, se di vago sentire ammantato da sovrastrutture temporalizzate e localizzate dobbiamo parlare, allora qualunque di queste scorie di umanizzazione di istanze in sé imperscrutabili e indeterminabili risulta, quantomeno dal punto di vista teologico (sebbene, ma è parere soggettivo, forse non dal punto di vista logico), paritetica.

Cosa significa ciò? Significa, in soldoni, che nulla cambia se affermo che Dio è uno, che Dio è trino, che Dio è una nuvola, che Dio è una montagna, un tuono o il sole, che Dio siamo noi tutti che formiamo l’Anima Mundi, che Dio ci svolazza vicino tramite l’angioletto custode e se ne fotte bellamente delle sue creature, che Dio era un rabbino con i capelli lunghi, un principe indiano o un punto infinitamente grande che ci racchiude: in ogni caso tutte queste altro non sono che categorie umane transeunti atte solo ad esprimere rozzamente una visione umanizzata dell’insorgenza di un fenomeno non categorizzabile, sempre ammesso che tale fenomeno non sia solo una induzione mentale, un feticcio autocostruito nella nostra ricerca di senso. Significa che ogni tentativo di categorizzazione teologica, di tassonomizzazione e, in ultima analisi, persino di sistematizzazione e discussione di istanze variabili, fondamentalmente fantasmatiche nei loro assunti germinali, non è che goffo tentativo di imbrigliare in termini sempre personalmente e solo in seconda battuta collettivamente umani una insorgenza sacrale, una esperienza che è, in ogni caso, sempre “altro da noi” e strutturalmente indefinibile, di appiccicare etichette fittizie a questo o quel “sistema di caccia” che è solo proiezione interiore, castello di carte che poggia sul vuoto di una alterità assoluta, di una distanza ineliminabile.

Ma, se l’obiettivo della nostra “caccia” resta radicalmente sconosciuto e inconoscibile, la domanda che immediatamente deriva dall’assunto riguarda il senso stesso della caccia o, fuori dalla metafora, il senso stesso dell’attività religiosa.

Ed è a questo punto che arriviamo al secondo motivo che rende inefficace qualunque parallelo tra diverse forme di caccia e diverse forme di ricerca spirituale. Il fatto è che le due attività differiscono essenzialmente per i loro diversi obiettivi: mentre nella nostra caccia (e in tutto ciò che, metaforicamente, viene da essa rappresentato) l’intero processo è orientato all’obiettivo, alla conquista della preda, del risultato sperato, nell’atto di ricerca spirituale tutto s’incardina sul processo stesso che è mezzo e fine a sé medesimo.

In altre parole, nel momento stesso in cui ci troviamo per natura costretti a negare la possibilità di stabilire un obiettivo, una meta finale del nostro percorso nel quadro della assoluta impossibilità di “rapportarci con” e “indirizzarci verso” una Trascendenza così totalmente “altra da noi” da essere imperscrutabile in termini di volontà ed essenza, allora ciò che assume senso nel non appiattirsi sul più nudo ed estremo piano materiale è l’atto stesso della ricerca, della elaborazione spirituale che ci fa uscire dalla nostra zona di comfort e ci sfida a tentare di individuare quel “confuso sentire” di cui parlavamo in precedenza come dell’unico elemento “permanente”, dell’unica molla che ci guida verso un “ulteriore”.

Per tornare alla nostra immagine di partenza, sarebbe un po’ come se decidessimo di andare a caccia in una foresta in cui non sappiamo che preda ci possa essere (ammesso e non concesso che ve ne sia una) ma sappiamo che, qualunque cosa essa sia, è talmente ben nascosta che non la troveremo mai e, se anche, ipoteticamente, potessimo trovarla, non la riconosceremmo. Ha senso farlo?

Sì, fratelli, io credo che abbia pienamente senso. Ha senso perché in questo processo di ricerca impareremo a confrontarci con la foresta stessa, impareremo, come di ha insegnato Thoreau, ad ascoltarla affinando i nostri sensi, impareremo a conoscerla e, così facendo, a conoscere noi stessi, le nostre potenzialità, la nostra essenza più profonda, impareremo a sentirci uno con essa, parte di quel grande legame cosmico naturale che ci unisce all’esistente tutto, impareremo ad amare ogni singola foglia, ogni singolo sussurro, ogni singolo alito di vento. Ed è solo questo, secondo me, il senso possibile di una spiritualità: cogliere, pur senza la possibilità di afferrarlo, il permanente evanescente, forse appena percepibile, che alberga nelle nostre vite non solo intese come vite singolari ma come insieme di tutte le vite, sentirci, in questo processo di costante attenzione, uniti tutti insieme in quell’anima mundi divina che contribuiamo a formare e comportarci conseguentemente, protenderci verso l’Oltre il cui orizzonte è l’altro, è l’insieme del Tutto di cui ogni esistenza è componente essenziale e imprescindibile.

Così, fratelli, non esiste coniglio o cervo, non esiste, se non come pura apparenza, dibattito sull’essere questo o quello, sull’essere unitariano o trinitario, cattolico, protestante, musulmano, ebreo o buddista, un po’ più unitariano o un po’ più universalista o un po’ più cristiano unitariano inglese o ungherese o un po’ più U*U americano!

Esiste un processo infinito di ricerca che da personale si fa comunitario e si allarga sempre di più fino a farci sentire, nell’attenzione a cogliere un sussurro di trascendenza in ogni istanza della vita, uno nel tutto. Esiste un processo infinito di ricerca in cui, forse un po’ paradossalmente, il soggetto che ricerca conta più dell’oggetto della ricerca stessa. Esiste un processo di ricerca il cui scopo non potrà mai essere dire: “io ho trovato la verità di Dio” ma potrà essere affermare costantemente: “io sono un uomo, io sono una parte di Dio!”

Adonai echad,

Amen

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Una fede che sia davvero liberale

Cari fratelli,

questa settimana avevo pensato di parlarvi dell’atteggiamento che ritengo dovremmo avere verso la “credulità” che caratterizza alcuni atteggiamenti fideistici e questo sermone avrebbe dovuto intitolarsi “Pillola rossa o pillola azzurra?”, sulla base di un film che, penso, tutti conosciate: “Matrix”.

Per i pochi che non l’avessero visto, si tratta di una storia chiaramente appartenente al filone distopico sviluppato dal movimento cyberpunk: il mondo come lo conosciamo ora è scomparso da centinaia di anni e le macchine, che hanno preso il dominio sulla vita, mantengono gli essere umani in speciali contenitori allo scopo di trarne energia. Matrix è il sistema di impulsi elettrici inviati al cervello di queste larve umane, che serve a mantenerli sotto controllo attraverso l’induzione dell’illusione di vivere nel XX secolo. Solo una banda di ribelli è riuscita a svincolarsi da Matrix e a creare una sorta di fronte rivoluzionario, capeggiato da Morpheus, con lo scopo di restaurare l’antico dominio dell’uomo. Ad un certo punto del film Morpheus e i suoi accoliti individuano un possibile “messia” salvatore in un giovane hacker, Neo. Nel film il tema più affascinante è la possibilità della scelta: in una scena famosa Morpheus mette davanti agli occhi di Neo due pillole, azzurra e rossa e pronuncia le seguenti parole: “E’ la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quanto è profonda la tana del bianconiglio”. Mentre Neo avvicina la mano verso la pillola rossa aggiunge: “Ti sto offrendo solo la verità”.

Neo sceglie la strada della verità naturalmente, altrimenti il film finirebbe lì e non si dipanerebbe nella famosa trilogia, ma, se ci pensiamo un istante, la scelta non è così automatica. Visto che la realtà indotta è così bella da vivere, perché scegliere la verità? A che scopo? Probabilmente la differenza tra le due realtà, quella fittizia e quella reale, è uno degli elementi più discriminanti nella vita normale. L’uomo comune, che non si fa problemi, che pensa solo ai fatti propri, che non si informa, che crede solo alla televisione o ai social e ne fa l’unico strumento di conoscenza… potremmo dire che quest’uomo assume dosi massicce di pillole azzurre. Poi ci sono coloro che decidono di non vivere nell’ignoranza e cercano nel loro piccolo di avvicinarsi il più possibile alle piccole verità di tutti i giorni. Per fare questo basta ingoiare una sola volta la pillola rossa.

In parte ho già parlato di questo in uno dei miei ultimi sermoni ma ho pensato che il concetto necessitasse di essere ribadito, sia per quanto riguarda gli aspetti più prettamente sociali della nostra esistenza, sia, soprattutto, focalizzandoci su questioni più prettamente spirituali.

Dal punto di vista sociale, basta un giretto sulla rete per capire che pillole azzurre e pillole rosse ci vengono offerte quotidianamente. Da un lato le verità ufficiali o le opinioni di massa, dall’altro le testimonianze dirette o le evidenze scientifiche; da un lato, giusto per fare esempi pratici, i misteri storici di questo paese, i presunti successi contro la criminalità organizzata, la difesa dei valori nazionali, le varie e sbandierate lotte contro la povertà, dall’altro le dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia, da quelli della Banda della Magliana ai camorristi della Famiglia Schiavone, etc. che hanno già svelato tutto, che hanno già spiegato chi e perché ha messo bombe e compiuto rapimenti, che hanno già denunciato come ci siano intere zone d’Italia altamente radioattive ma non bonificate perché costerebbe troppo o come nessuna mafia avrebbe potuto esistere senza alti referenti politici ancora intoccabili; o le risultanze ormai accertate di studi antropologici, sociologici e psicologici che hanno dimostrato come qualunque dato culturale (e, conseguentemente, a maggior ragione, nazionale) sia solo una variabile secondaria rispetto a caratteristiche antropiche comuni per tutto il genere umano che rendono le uguaglianze tra un eschimese, un vichingo, un boscimano e un cambogiano centinaia di volte più fondanti per il nostro essere identitario di qualunque “cultural gap”; o l’analisi di dati che dal punto di vista della filosofia dell’economia sono addirittura banali e che dimostrano come la povertà e la forbice sociale siano semplicemente “volute e mantenute ad arte” in quasi tutti i paesi del mondo per questioni di stabilità di casta.

Insomma, pillole azzurre e pillole rosse, tutte lì, nel grande oceano della rete, una scelta che è molto più libera di quanto tutti i censori delle terribili “fake news” vogliano farci credere: una scelta che non è imposta ma che dipende da quali indirizzi web decidiamo di digitare e da quanto tempo ed energie decidiamo di investire nel capire la realtà. Pillola azzurra o pillola rossa.

Il dato che più mi potrebbe interessare, però, è, per ovvie ragioni di ruolo, quello delle proclamate verità teologiche. E il concetto non cambia per nulla. Attenzione: non parlo dei ruoli storici delle chiese, di proprio tutte le chiese, come apparati di potere coercitivo, su cui si potrebbe disquisire per ore ma sarebbe come sparare ad una pelle d’orso in salotto e poi vantarsi di aver fatto caccia grossa. No no, parlo dei fondamenti basilari delle religioni a cui miliardi di persone credono e che risultano, semplicemente, distorti ad arte. Sono solo un ministro ignorante e troppo poco allineato per mettermi a fare disquisizioni teoriche sistematiche ma porterò solo pochi semplici esempi dalle spiritualità che conosco meglio, quelle monoteiste.

Pillola azzurra: la religione ebraica si fonda sull’elezione del popolo d’Israele da parte di Jahweh, il Dio unico, creatore del cielo e della terra.

Pillola rossa: Dio unico? E se, magari, rileggessimo la Bereshit, giusto per trovare cose curiose come che Elohim, il termine per Dio, è plurale? Se scoprissimo che Jahweh è uno degli dei, quello “assegnato”a Israele, e questo desse senso al quel primo comandamento che dice “non avrai altri dei all’infuori di me” che, come dichiarazione di monoteismo, diciamocelo francamente, è un po’ strana visto che non afferma quell’unicità del divino che renderebbe la frase pleonastica ma solo, come viene poi ribadito, che si tratta di un Dio “geloso”? E, già che ci siamo, per quanto un po’ fuori contesto, magari dalla rilettura ci verrebbe qualche dubbio anche sui misteriosi Nephilim contro cui gli Elohim combattono, alla luce del fatto che “Nephili” in ebraico è solo e unicamente la Stella Sirio … Ma passiamo oltre.

Pillola azzurra: il Signore Dio onnipotente manda suo Figlio unigenito, uno con lui nella Trinità, a lavare come capro espiatorio i peccati del mondo e ad essere messaggero di pace e i discepoli lo seguono e, aiutati dal grande evangelizzatore San Paolo, diffondono la lieta novella nel mondo.

Pillola rossa: (beh, se siete qui un po’ l’avete già assaggiata) non in un solo punto di tutta la Bibbia esiste il termine Trinità, Rabbi Yeshua afferma chiaramente, per quello che conosciamo, sia che non cambierà una sola virgola della Legge, monoteismo assoluto compreso, sia di non essere Dio, distinguendo chiaramente tra lui e il Padre, non dice di voler portare la pace ma, anzi, la spada, i discepoli si dividono in fazioni già al primo concilio di Gerusalemme tra filo-giudaici e filo-internazionalisti e, con un certo grado di possibilità, il capo dei primi, Giacomo (fratello di sangue dell’unigenito nato da Maria Vergine) viene ucciso dal capo dei secondi, Saulo di Tarso, o da un suo sottoposto visto che viene ammazzato da un cardatore di lana e che Saulo, per altro stranamente un romano inserito in un gruppo in cui vi erano numerosi ultranazionalisti ebrei, vendeva manufatti di lana.

Pillola azzurra: Muhammad, il Sigillo dei Profeti, riceve da Dio il compito di riformare la religione monoteistica, liberandola dal giogo di falsa interpretazione degli Ebrei malvagi che avevano anche ucciso Issa, il profeta che lo aveva preceduto, e lotta contro il politeismo magistico dei meccani per amore dell’unico Dio.

Pillola rossa: già negli Haddit, il Sigillo dei Profeti viene chiaramente definito come una persona che, dapprima, cerca l’appoggio degli Ebrei della Mecca e non la trova per questioni di soldi e potere tra loro e il suo clan, i Quraysh e, poi, quando con i medinesi assale la Mecca, non elimina ma anzi, come ricorda anche Maimonide, glorifica il simbolo della religione animista meccana, la Qaba, rendendo il pellegrinaggio a quel luogo obbligatorio almeno una volta nella vita per arricchire la città.

Quanto pensate che potrei continuare con questo elenco? Vi assicuro, davvero molto. E sto solo citando a memoria, certo che, con un po’ di tempo in più, la stessa operazione potrebbe essere fatta sui fondamenti di tutte, ma proprio tutte, la religioni.

E non è che sia io quello che ha deciso di dar fuori di testa: basta volerlo e sono cose che chiunque può trovare in testi che, teoricamente, qualunque credente può e, probabilmente, dovrebbe leggere. Sempre che voglia leggerli e, soprattutto, che voglia leggerli con la mente sgombra da preconcetti. Pillola azzurra, pillola rossa.

E allora? E allora avrei voluto concludere questo sermone dicendovi, e perdonate il tono biblico, di vegliare, di essere accorti e saggi, di non aver paura della pillola rossa, di mettere al vaglio della critica e della logica qualunque presunta Verità e che proprio questa capacità di non solo permettere il ma anche incitare al vaglio critico e all’esercizio di quel pensiero umano che è il grande dono che ci è stato fatto è la grandezza dell’Unitarianesimo Universalista.

Avrei voluto … Ma non lo farò, per la stessa ragione per cui questo sermone non s’intitola “Pillola rossa o pillola azzurra?”.

Come già sapete, sabato scorso una persona per cui provavo affetto e molto vicina alla donna che amo è morta. So che la figlia di questa persona, che ha passato quasi due anni a starle costantemente vicino durante la malattia con una dedizione che mi è parsa davvero eroica, ha provato un grande conforto nella sua fede in cose che io oggi metto costantemente in dubbio ma in cui io stesso, in passato, e milioni di altre persone con me, hanno trovato conforto e calore.

E, francamente, fratelli, al di là di tutte le mie pretese di razionalità, di tutto quello che potrei pensare e dire su molte delle idee tradizionali di religione che mi sembrano così lontane da me, dai mantra dei rosari alle regole alimentari o ai lavaggi rituali prima della preghiera, trovo questo conforto di una dolcezza, di una speranza, di una bellezza che nessun tomo di logica aristotelica potrebbe mai uguagliare perché in esso percepisco l’abbandono a Dio, la piena fiducia.

E mi sento in colpa e con un po’ d’invidia. L’invidia l’ho già spiegata in un sermone precedente ed è legata alla voglia, ormai impossibile da soddisfare per chi, come me, ha voluto ingurgitare interi tubetti di pillole rosse, di sentire ancora quel calore di una fede così grande, di sentire l’abbraccio della Trascendenza nella mia vita, al di là di qualunque indagine filosofica, storica o filologica.

Il senso di colpa, invece, nasce da quel fondo di giudizio implicito che, almeno inconsciamente, difficilmente posso negare nei confronti di chi sceglie la pillola azzurra. Spesso li taccio di mancanza di coraggio, di ignoranza, di pigrizia intellettuale. Ma mi sono reso conto di quanto questo sia contraddittorio: la mia critica nasce dal sentirmi paladino di una spiritualità liberale, che deve trascendere i dogmi, le convinzioni tradizionali, che deve depurare la fede distillandola dalle scorie di credi, gesti e favole che, secondo me, sono inutili. Ma, allo stesso tempo, questo non è essere veramente liberale in senso spirituale: questo è solo giudicare dal mio punto di vista. Essere davvero liberale significa accettare ogni cammino che rispetti l’uomo e Dio come una via possibile, ogni scelta come una scelta personale, giusta secondo il metro di chi la compie, senza nessuna presunzione da parte mia di essere io nel giusto e loro nell’errore, senza nessuna tracotanza di voler e poter giudicare la fede altrui, le necessità altrui, le volontà altrui, persino le Volontà trascendenti per chiunque altro, lasciando la porta della mia anima aperta per imparare anche da chi ha scelto strade differenti dalle mie.

Ecco, allora, fratelli miei, che la mia preghiera stasera è che sappiamo sempre mantenere a pieno il nostro ruolo che, probabilmente, è anche quello di testimoni di una spiritualità libera, critica, scevra da magismi e da condizionamenti eterodossi, ma che non deve e non può essere quello di giudici orgogliosi nei confronti di chi senta il bisogno di altri percorsi, di altre strade.

Non è certo un equilibrio facile ma, in fondo, nessun cammino dello Spirito lo è mai.

Adonai echad,

Amen.

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