Burn Out

Cari Fratelli,

ormai da qualche tempo non vi parlo più delle mie improvvise quanto inaspettate illuminazioni spirituali in palestra, non tanto perché abbia cambiato idea sulla correttezza dell’antico motto “mens sana in corpore sano”, quanto perché, sostanzialmente, la routine e la familiarità con l’ambiente dell’Accademia di sport da combattimento in cui mi alleno e lavoro hanno, come spesso accade, un po’ appannato la mia capacità di cogliere insegnamenti spirituali in ambito ginnico.

Un episodio occorso un paio di settimane fa, però, ha fatto eccezione, apparendomi immediatamente fonte di riflessioni che esulassero dalla pura tecnica esecutoria degli esercizi.

Si presenta al mio corso di “Military Workout”, una specie di “CrossFit” leggermente più duro e funzionale, Giacomo, un ragazzo tra i trenta e i trentacinque anni che sembra uscito da un film del genere “peplum” degli anni ’60 sui vari Ursus e Maciste: spalle modello “devo fare una torsione per passare dalle porte”, collo taurino, addominali così scolpiti che si vedono persino attraverso una maglia pesante e cosce con quadricipiti più o meno delle dimensioni del mio torace.

“Fantastico”, mi dico, “con questo sì che possiamo lavorare alla grande” … e, abituato come sono a signore di mezza età che vogliono provare l’ebbrezza del training militare e a ragazzi con la pancia da “forzati dell’aperitivo” già a venticinque anni, vi assicuro che non è poco.

Comincio a impostare una routine di lavoro neppure particolarmente ardua e il novello Ercole fa tutto, sì, ma né con particolare entusiasmo, né con particolari capacità …. almeno non con le capacità che il suo fisico avrebbe potuto lasciar presagire. Anzi, dopo mezz’ora, appare persino più stanco di alcune delle mie abituali clienti.

Provo ad indagare e gli chiedo se abbia fatto molto sport in passato. Mi risponde che ha partecipato per anni al campionato nazionale di “Ironman” e che da quindici anni si allena ogni giorno con pesi tra i 40 e i 110 kg. Ok, tutto in linea con quanto dimostra ma … ma allora non capisco … fino a che, al termine del corso, negli spogliatoi, mi dice che è preoccupato perché, da qualche tempo a questa parte, non prova più nessun piacere nell’allenarsi, si annoia, il corpo sembra non rispondere più alle sollecitazioni e si sente completamente demotivato. Fortunatamente, al Master C.O.N.I., mi avevano spiegato esattamente il significato di questi sintomi: “sindrome da overtraining” e conseguente “burn out” psicologico che, in parole povere, significa che ti sei allenato così tanto, così duramente, con così forte impegno che il tuo corpo ormai risponde perfettamente ma la tua mente non regge più lo stress, non ne vuole più sapere e non è più in grado di creare quel connubio tra energia fisica ed energia nervosa che è necessario per ogni training produttivo.

Ed è a questo punto, Fratelli, che un parallelo con la vita spirituale mi è apparso immediatamente lampante. Non è forse vero che, magari proprio quando ci sentiamo al massimo della nostra energia spirituale, quando la nostra ricerca si fa più intensa e viene ad occupare una parte sempre più importante della nostra vita, proprio allora, a poco a poco, rischiamo di “esaurirci”, di dar fondo alle nostre energie psichiche e nervose, persino arrivando a macerarci nei dubbi, negli “un passo oltre”, nel tentativo di capire un po’ di più ciò che, forse, non è né sarà mai comprensibile?

E poi? E poi questo esaurimento di energie comincia a farsi sentire, inizialmente con piccoli sintomi, con meno voglia di occuparci di questioni spirituali, di ascoltare, di pregare, di trovare spazi sacri, di impegnarci concretamente, di partecipare alle funzioni, poi, progressivamente, con un vero e proprio rifiuto interiore che si estende alla comunità, alla fede, forse persino a Dio o a ciò che viviamo come Trascendente …

Insomma, sono convinto che esista anche una sorta di “overtraining spirituale” che, come conseguenza estrema, arriva persino ad un “burn out” spirituale.

E se accade? Non ho formule magiche e, forse, di fronte ad un “burn out” di qualsiasi tipo, i nostri psicologi hanno più frecce di me nella loro faretra ma quello che posso dirvi è che quando, dal punto di vista del fitness, si arriva alla sindrome di overtraining, esiste una sola soluzione possibile, la stessa soluzione che ho consigliato a Giacomo un paio di settimane fa: mollare, interrompere, staccare la spina per un periodo più o meno lungo, fino a che (sperando che accada) non si sente rinascere dentro di sé quella spinta iniziale, quella motivazione che ci ha portato a mettere piede per la prima volta in palestra e a continuare, giorno dopo giorno, a tornarci.

Ma come? Un ministro che dice di prendersi una pausa spirituale, di pensare ad altro, di non partecipare alle funzioni?

Sì, esatto. E mi spingo anche oltre: se in una domenica sera qualunque vi pesa collegarvi per una funzione, se un programma in tv o una uscita con gli amici vi alletta più di una discussione spirituale con la comunità, vi prego, davvero vi prego, non collegatevi; se un giorno non vi va di leggere neppure una riga che vi rimandi ai vostri studi sul Trascendente, vi prego, davvero vi prego, non ci provate neppure a prendere in mano un qualunque testo sacro o spirituale.

Se una cosa, tra le migliaia che non ho capito e non capirò mai, credo di aver compreso è che Dio (o chi per lui) non vuole servi inginocchiati davanti a Lui sotto il peso dei dogmi, degli obblighi o dei sensi di colpa ma vuole amici che camminino al suo fianco!

Ed è un cammino difficile, su questo non ci sono dubbi! Per certi versi, mi sembra (o forse vorrei che mi sembrasse) come una passeggiata tra due innamorati che si frequentano da poco: si tengono per mano, si parlano tantissimo, si raccontano e si lasciano scoprire ma … con una certa timidezza, con un certo livello di pudore che, a volte, si vorrebbe superare ma che, allo stesso tempo, si ha paura di superare perché non ci si conosce ancora abbastanza a fondo per lasciarsi andare e, dunque, ci sono anche momenti di silenzio che ci mettono un po’ a disagio … Se ci riflettiamo un istante, anche il nostro dialogo con ciò che viviamo come Trascendente si basa su elementi simili: un sentimento di amore condiviso di fondo, una difficoltà comunicativa che a tratti viene superata dalla voglia di conoscenza e a tratti, invece, palesa a pieno quella distanza ontologica che si fa mistero, silenzio, persino paura …

Può capitare che due innamorati non abbiano voglia di vedersi? Al di là di romantiche dichiarazioni d’intenti, sinceramente credo che ciò possa tranquillamente accadere senza scandalo per nessuno e che, anzi, a volte, non solo sia normale non avere voglia di vedersi ma che sia persino giusto e auspicabile … Ho problemi di lavoro, di salute, di mille altre cose, sono stanco, stressato, vorrei solo dormire e non pensare a niente ma … devo uscire per forza con la mia fidanzata o il mio fidanzato, con mia moglie o mio marito … Ma … chi lo dice? Perché? Perché “così si fa”? E con che risultati? Di moltiplicare le pause di silenzio imbarazzato? Di essere così nervosi da finire per litigare? Di arrivare come certe coppie che “salvano le apparenze” ma non si sopportano più?

Insomma, i momenti di “burn out” non esistono solo in campo lavorativo o nel fitness ma sono propri anche di qualsiasi realtà spirituale, sia essa sentimentale così come mistica …

E per i “burn out” c’è una sola cura fratelli: prendersi una pausa, evitare un contatto troppo frequente per qualche tempo, imparare a vivere tutto in prospettiva.

Ecco, questo è l’insegnamento che ho tratto dal mio incontro con Giacomo in palestra: la fortuna di appartenere ad una religione liberale!

Sì perché Giacomo, non ve l’ho ancora detto, è anche un canoista di livello nazionale e, volente o nolente, non potrà mai smettere di allenarsi completamente, fino a quando il suo “burn out” non lo porterà al ritiro dallo sport attivo o non comincerà a perdere una gara dopo l’altra perché senza tanto amore e tanta passione le gare non si vincono … E, purtroppo, non posso fare a meno di notare un parallelismo con tutte quelle Religioni e Denominazioni dogmatiche che costellano il cammino dei loro fedeli con mille “devi fare” che, troppo spesso, diventano solo fariseismo di facciata o impegno formale sterile che non nasce più da un sentire profondo.

Solo grazie al nostro comune appartenere ad una religione liberale io posso, invece, permettermi di dirvi: “lasciate perdere … se non vi sentite di fare qualsiasi cosa, se non avete voglia di pregare, di vivere l’esperienza comunitaria, di partecipare ad una funzione, non fatelo e davvero confido che Dio o chi per lui non vi amerà meno per questo, ma anzi, probabilmente vi amerà persino di più!”

Sì, fratelli, credo proprio che vi amerà di più e lo credo alla luce di quella “Regola Aurea” che accomuna gran parte delle religioni: “ama il prossimo tuo come te stesso!”. Come può uno schiavo amare se stesso, come può un essere umano che viva di catene che sente estranee e pesanti amare la propria esistenza? Lasciatemi dire, ancora una volta, che noi stessi siamo il nostro primo prossimo: se non ci amiamo, se non amiamo la nostra vita, se non amiamo quella scintilla divina che è dentro di noi, non ameremo davvero neppure chi ci è vicino … e figuriamoci una entità a volte apparentemente così lontana come l’Inviolato …

Allora, fratelli, ogni giorno, quando ci svegliamo, credo che sia nostro compito “scegliere la nostra religione”, ma sceglierla davvero, senza sforzarci, sceglierla perché il suo richiamo è dolce, sceglierla perché ne sentiamo l’esigenza, perché è un amore che stiamo vivendo a pieno …

E se non succede, se quel richiamo, quell’esigenza, quell’amore non li sentiamo così forti per qualche tempo, non c’è nulla di cui angustiarsi: ogni vera storia d’amore ha alti e bassi, ma se una storia d’amore è davvero forte e profonda, allora e solo allora sarà infinita, al di là di qualsiasi pausa ciascuno senta di doversi prendere.

Adonai echad,

Amen

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La volontà di Dio, la volontà dell’uomo

Cari fratelli,

durante il mio ultimo sermone vi avevo promesso di parlarvi delle ragioni per le quali l’ipotesi teologica di una creazione in divenire mi pare essere quella che, meglio di ogni altra, sottolinei la dignità dell’uomo e le potenzialità di libero arbitrio che di tale dignità sono elemento costitutivo.

Se ricordate, dicevo, in quell’occasione, che se la creazione non fosse in divenire ma esistesse come elemento dato una volta per tutte, finito e concluso nella sua evoluzione, allora il nostro spazio di manovra sarebbe risultato minimo se non nullo: considerando, come fanno molte delle Denominazioni e delle correnti delle maggiori religioni monoteiste (certamente quelle dei Popoli del Libro), l’idea di una Divinità onnipotente che crea l’esistente secondo una progettualità specifica e conclusa, dovremmo ritenere che tale creazione debba presupporre sia un adeguamento totale del reale a tale progettualità nel momento in cui promana da una volontà invincibile, sia che tale reale sia globalmente e, soprattutto, interamente positivo, a meno che non vogliamo (cosa, per altro, anche lecita) mettere in dubbio che l’Entità creatrice sia caratterizzata o da onnipotenza o da infinito amore. Dovremmo, infatti, pensare che la creazione non sia:

a) un atto volontario ma, piuttosto un atto accidentale o necessario, facendo così decadere l’ipotesi di onnipotenza divina nel momento in cui l’onnipotenza implica un controllo pieno, totale e assoluto almeno sui propri atti e in cui la medesima onnipotenza si definisce nell’annullamento dello stato di necessità;

oppure

b) un atto d’amore, ma, piuttosto, una specie di gioco di una Divinità annoiata che ci usa come pedine degli scacchi in una enorme, infinita scacchiera in cui noi rappresentiamo il bianco contro un nero che ci si contrappone. Ciò che cadrebbe, in questo caso, è ogni concetto relativo all’amore divino, quantomeno perché anche il “nero” altro non sarebbe, tenendo conto dell’origine unica del tutto, che un emanazione della Trascendenza e appare di tutta evidenza come dall’amore infinito non possa derivare un vuoto d’amore infinito, per altro in uno scenario che, ipotizzando come “ombra della Luce”, cioè traccia del Divino ciò che Santi e Profeti hanno espresso nella loro traduzione parziale della rivelazione, andrebbe a delineare una Divinità mentitrice nel momento in cui la “regola aurea”, cioè la regola dell’amore orizzontale come riflesso dell’amore verticale, risulta centrale proprio in tutti i testi sacri.

Se, d’altra parte, ammettiamo tale progettualità positiva e omninglobante in un quadro già delineato ab initio, non possiamo che risultare come trenini su un binario precostituito, con un percorso segnato e nessuna possibilità, considerato sempre il concetto di onnipotenza, di deragliare: esiste un piano, esiste un obiettivo, esistono degli attanti e tutto è monodirezionato.

Ma qui sorge, al di là della povertà della figura umana in un quadro di questo genere, un problemino, anzi due …

In primo luogo, ovviamente, questo meccanismo perfetto si scontra contro la prova di realtà in cui la presenza del male, del deragliamento, del dolore è un dato effettuale. Soprattutto, però, ancora una volta, l’esistenza di tale “male”, qualora facente parte del piano concluso, della creazione perfettamente programmata e finita, implica la creazione di attanti malefici da parte del Bene assoluto, cosa totalmente impossibile secondo logica. Insomma, se il piano fosse concluso, se la creazione non fosse in fieri, dovremmo ritenere che il Santo dei Santi, l’Inviolato Misericordioso o, comunque, una Entità o Forza d’Amore sia colui che ha pianificato e attuato i peggiori crimini dell’umanità, che ha voluto, tanto per dirne una, la Shoà o che ha scientemente creato chi stupra e uccide bambini … E, francamente, ammessa una tale possibilità mi pare evidente che tutto cadrebbe e che, in parole povere, il fatto di essere qui stasera ci renderebbe persino complici del più ripugnante criminale che possiamo immaginare.

E dunque? E dunque, la tanto conclamata “creazione” non mi sembra possa essere considerata un atto finito ma, al massimo, il “la” dato da una Entità trascendente che ci ha lasciati totalmente liberi dal suo volere nella interazione con Lui, nella co-creazione in fieri del reale attraverso un dialogo continuo, interiore, che possiamo decidere di intraprendere (esattamente come possiamo decidere di non intraprendere) al fine di disegnare congiuntamente una realtà di cui un partecipante al dialogo, il Divino, ci suggerisce costantemente il direzionamento d’amore, senza che noi siamo necessariamente obbligati a indirizzarci verso quella direzione.

Credo che valga la pena, però, soffermarci su un paio di specificazioni.

In primo luogo, l’esistenza della possibilità (che, secondo il mio modo di vedere, è la massima espressione d’amore del Divino infinito verso la sua creatura umana finita) di non uniformarci a direzionarci verso l’orizzonte suggerito non significa corollariamente, come nell’ottica luterana o calvinista, che l’uomo sia naturalmente depravato. L’uomo è, semplicemente, libero e la libertà di scelta implica sempre la possibilità dell’errore, la pigrizia della via più breve, la chiusura dell’interesse privato prevalente. Perché? Perché la ricerca dell’uomo è la ricerca della felicità e, visto che non nasciamo con una mappa dettagliata pre-disegnata di dove trovare quella felicità ma solo con una voce interiore che possiamo o meno considerare divina e decidere di ascoltare, facilmente la cerchiamo in situazioni, atteggiamenti e forme che possono risultare le più sbagliate.

In secondo luogo, questa libertà, che abbiamo definito libero arbitrio, è una libertà spirituale e non necessariamente essa si esplica in una libertà pratica e fattuale. Ovviamente siamo, praticamente, incatenati da decine di variabili, da quelle genetiche a quelle materiali, ambientali, sociali, economiche, etc. Diverso è nascere sani, belli, ricchi e potenti ai Parioli e nascere malaticci, brutti, sporchi, poveri ed emarginati in un campo rom vicino allo Zen di Palermo, con tutte le differenti gradazioni che possono starci nel mezzo. Ed è chiaro che tutte queste variabili sono influenze che possono (e sottolineo “possono”) influenzare il nostro comportamento, le nostre attitudini, il nostro modo di essere, i nostri orizzonti. Ma è altrettanto vero che, in quanto esseri umani, almeno potenzialmente, tutti abbiamo una presenza divina dentro di noi (e, se non vogliamo chiamarla divina, possiamo definirla anche coscienza umana) che ci indica “naturalmente” se non la via preferenziale, quali siano i precorsi che dovremmo evitare. Sempre, comunque, a meno di ammettere che ogni azione sia comunque giustificabile a causa di variabili esterne, possiamo decidere se ascoltare quella voce interiore o meno ed in questo sta quel potenziale libero arbitrio che ci permette, altrettanto potenzialmente, di agire volontariamente come co-creatori o meno.

Ma, vedete, l’idea di co-creazione continua permette qualche riflessione ulteriore, in particolare legata ad un’altra comune specificazione del Trascendente comune a molte religioni: quella dell’onniscenza.

Scusate se vi faccio partecipi di una mia personale ossessione, a cui ho già accennato in altri contesti e che credo molto legata ai concetti di cui stiamo parlando. Tale ossessione può essere facilmente definita con una domanda: ci hanno ammorbato da sempre con l’idea del senso della vita come “prova” della nostra moralità o … obbedienza … rispondenza … fedeltà, chiamatela come vi pare, al Divino ma un Dio onnisciente, in quanto tale, dovrebbe sapere già l’esito di tale prova che, normalmente, implica la sua buona dose di avversità, dolori, fatiche, pene e quant’altro (oltre, naturalmente, che di gioie, ben inteso!), giusto? E non stiamo parlando solo di cose che ci meritiamo, ma, molto più banalmente, di cose che accadono, in alcuni casi persino “per natura”, perché devono accadere … Allora questo nostro Dio d’amore è un sadico o semplicemente è come un bambino che si diverte a mettere bastoncini e sassetti lungo il percorso delle formichine che portano cibo al formicaio? Sinceramente, ancora una volta, l’essere qui a pregare una Divinità che fosse di questo stampo mi mette i brividi …

Ebbene, io credo che solo l’idea di una co-creazione che nasca dal dialogo continuo tra Divino e umano ci possa salvare da questa empasse.

Io non sono uno scienziato e, per quanto abbia sentito che il tempo è la quarta dimensione e sia stato teorizzato che esista un asse temporale passato – futuro indipendente dalla nostra visione (francamente non ci ho capito molto …), quello che vivo come mia esperienza umana è che il futuro non esiste! Non nel senso che non abbiamo un futuro ma nel senso che empiricamente ancora non c’è, che viene costruito dalle nostre azioni e interazioni, assommate ad una notevole dose di imprevisti (a volte assolutamente imprevedibili).

Al massimo possiamo pensare di poter immaginare logicamente e razionalmente quello che le condizioni attuali possono suggerire riguardo a quanto avverrà ma non credo che nessuno che sia sano di mente possa affermare di sapere con certezza quello che accadrà domani, tra un anno o tra dieci anni, quantomeno perché non esiste ancora.

Se dovessi basarmi sulla mia esperienza di vita direi che anche azzardare previsioni su sé stessi per un arco temporale limitato significa immancabilmente sbagliare ma … stiamo parlando di uno che, tra miliardi di esseri finiti, probabilmente ha una capacità previsionale particolarmente bassa e, indubbiamente, un Essere infinito o, quantomeno, a noi infinitamente superiore, avrà tali capacità previsionali indubbiamente molto più perfezionate (diciamo pure perfette). Resta il fatto che:

1) sempre di previsioni parliamo e non di conoscenza finita di qualcosa che, in quanto inesistente, non può essere conosciuto;

2) come la mettiamo con il fatto che tale futuro implica l’interazione con milioni e miliardi di altre creature che brancolano più o meno alla cieca e le cui azioni e reazioni, molto meno divine, sono notevolmente imprevedibili?

Quello che sto dicendo è che l’idea stessa di onniscienza divina mi pare assurda in queste condizioni a meno che non postuliamo quei binari pre-definiti che abbiamo visto crearci ben altri problemi dal punto di vista teologico.

E dunque? Dunque la nostra co-creazione è un happening anarchico in cui tutto può accadere in qualunque momento? Se vi aspettate che vi dica “certo che no!” purtroppo vi devo deludere: magari non proprio un happening anarchico ma il futuro di questa co-creazione tra un Infinito che, pure, ci suggerisce una direzione lasciandoci liberi di seguirla o meno e milioni di miliardi di finiti che soggiaciono a loro volta a milioni di miliardi di variabili ha come frutto un futuro che, quando esisterà, nascerà da adattamenti progressivi, da passi incerti, da movimenti a tratti contraddittori. Un futuro, soprattutto, che nascerà e nasce continuamente da un dialogo che è una rete immensa di interazioni più o meno intenzionali tra umano e Divino e, in quanto tale, è imprevedibilmente condiviso e preventivamente inconoscibile da ciascuna delle parti in causa.

Dirvi questo significa che sto deprivando l’idea di Dio della sua grandezza? Significa che sto bestemmiando da eretico impenitente? Significa che non ho rispetto per il Divino? Non lo so, fratelli. Ma quello che posso dirvi è che l’immagine di questo Dio che non ci obbliga, di questo Dio che non si impone, di questo Dio che si piega ad ascoltare ciascuno di noi e che permette a ciascuno di noi lo voglia di operare, pur nella sua piccolezza, nel creare il mondo che Lui ha voluto ma che ha deciso di costruire con noi, mi lascia continuamente a bocca aperta e mi riempie costantemente di amore per questo nostro Dio e per le Sue creature e di voglia di ascoltare sempre più attentamente la Sua voce dentro di me.

Adonai echad,

Amen

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IL CERCHIO PIU’ GRANDE IN CUI TORNIAMO UMANI

C’è un momento nella preparazione di un sermone di cui vi ho spesso parlato: la scelta del tema. Vi ho detto, spesso con ironia, dell’inseguimento disperato di immagini e suggestioni, della confusione o dell’insoddisfazione o di come a volte si parta con un’idea in testa e poi si finisca su un’altra strada, che magari non centra niente. Non vi ho mai parlato, però, forse perché neanch’io me ne ero accorto, di come questa esigenza del trovare qualcosa di buono da dirvi almeno una volta al mese renda insolitamente aperti alle sollecitazioni che lo Spirito dissemina nella realtà che ci circonda. Per esempio questa settimana ero partito non sapendo cosa dirvi (il bel sermone di Lawrence di domenica scorsa mi ha bruciato l’unica idea buona che avevo in mente), ma con un fermo proposito: lasciare da parte le questioni sociali, le tematiche del razzismo, dell’accoglienza o della diversità e concentrarmi su temi squisitamente spirituali. Nel frattempo gli amici del tempio I Kuan Tao di Roma mi hanno invitato ad un incontro su Meng Zi (Mencio per gli amici), a cui non potrò andare perché impegnato nella mia carriera parallela di anonimo cantautore fuori tempo massimo. Ma intanto il nome di Mencio ha cominciato ad entrare nella mia play-list della settimana. Ed ecco che, in questi tempi dove i segni dello Spirito appaiono rari e l’ottimismo un fingimento della volontà, un gruppo di bagnanti sulla spiaggia di Crotone riesce a sorprendermi e a farmi sperare ancora nell’umanità.

Una cinquantina di migranti siriani ed iracheni si è trovata, infatti, a sbarcare su un lido vicino alla città calabrese ed è stata soccorsa dai bagnini e dai villeggianti, che non hanno esitato a dissetare e sfamare quegli stranieri disidratati e stanchi con quello che avevano. Merende, pane, succhi di frutta, bottigliette di acqua hanno dato un inatteso benvenuto ai sopravvissuti del mare. Mi piace pensare ed, anzi, lo ritengo statisticamente probabile che tra quei bagnanti generosi non ci fossero solo buonisti e radical chic, ma anche qualcuno di quelli che avrà detto almeno una volta “mandiamoli a casa loro” o “basta invasione”. Come una canzone già pronta nello stereo ecco che mi risuona nella testa proprio Mencio.

Un po’ come Socrate, Mencio era, infatti, convinto che la natura umana fosse buona in maniera innata e che solo le influenze della società e la mancata coltivazione interiore sviassero l’essere umano verso l’egoismo ed il male. Da buon confuciano, Mencio si poneva l’obiettivo di sviluppare la virtù del “ren”, che significa “umanità” e che rappresenta la realizzazione congiunta della benevolenza e dell’autenticità dell’essere umano. Com’è suggestiva questa parola proprio ora! “Restiamo umani” è lo slogan che guida molti nel cercare di tenere vivo un certo sistema di valori e di azioni, che anteponga la dignità della persona a qualsiasi paura o convenienza. Quello che sembra mancare o perdersi è proprio l’ “umanità”. Per Mencio tale smarrimento non è il frutto di un male radicale, giacché in ogni essere umano compassione, vergogna, modestia e discernimento spingono tutte verso la retta via, ma piuttosto di una serie di condizionamenti che ci portano a negare la nostra natura, che però non cessa di premere per venire fuori, benché certo abbia bisogno del sostegno del nostro lavoro interiore per consolidarsi. Nell’episodio di Crotone questa scintilla di umanità sembra riapparire e segnalare qualcosa che l’agire infausto di una politica intollerante ed opportunista non ha ancora del tutto sopito.

E per un momento quegli insegnamenti cristiani, di cui troppi nel nostro paese si riempiono la bocca, li vediamo messi in atto, nel ricordarci di “amare il prossimo come noi stessi”, ma anche nel ricordarci che quel “noi stessi” esiste autenticamente solo se si riconosce come essere relazionale, se si sente parte dell’umanità e della vita come un unico corpo, il Corpo di Cristo, la Rete della Vita.  

Ma una rondine può fare primavera? Tutto ciò rappresenta una speranza oppure soltanto un’eccezione? Certo, il clima degli ultimi tempi ci (e mi) ha portato a credere che Mencio esagerasse in ottimismo e che, forse, aveva visto meglio il suo “concorrente” dell’epoca all’interno della filosofia confuciana, quel Xunzi (o Hsun Tzu) che affermava, al contrario di Mencio, che la natura umana fosse istintivamente malvagia e che solo l’educazione, le regole ed i riti potessero riformare tale natura e volgerla al bene. E’ difficile continuare a scommettere sull’innata bontà umana quando si lasciano morire le persone in mare o si va a cercare il nero, il rom o il gay per impallinarlo con la bombarda di zio Paperone. E, prima che qualcuno mi tacci di asimmetria buonista, aggiungo che è altrettanto difficile farlo quando si osserva il richiedente asilo che commette uno stupro o il rom che delinque impunemente. Il punto è un altro: è che, che abbia ragione Mencio oppure Xunzi, siamo tutti umani e condividiamo l’aspirazione e la capacità del bene come lo scivolamento verso il male. Non c’è nessun “ben altro” in cui rifugiarsi: c’è un lavoro da fare sull’animo umano a tutti i livelli.

Proprio nell’ottica di crescita dell’animo umano a diversi livelli, la filosofia confuciana ha altro da insegnarci, anche su questa esperienza di Crotone. Confucio parla del lavoro interiore e sociale che ogni essere umano e ancor più il saggio sono chiamati a compiere come di un processo di espansione per cerchi concentrici, dalla persona all’universo, passando per la famiglia, la società, la nazione, il mondo. Rispetto ad un odierno universalista unitariano, Confucio probabilmente mostrerebbe qualche cautela in più verso l’apertura mondialista ad ogni altro sul pianeta. Non mancherebbe di porselo come obiettivo finale da realizzare (obiettivo a cui ha dato anche un nome: Da Tong, la Grande Unità), ma riterrebbe probabilmente che non siamo ancora maturi, che il cerchio concentrico in cui abbiamo realizzato la nostra umanità non è ancora quello del mondo. Di questo limite mi sono accorto anch’io in una discussione sui social in questi giorni.

Di fronte alla denuncia (giusta, direi sacrosanta) di un sindacalista di colore, dal cognome straniero, ma ormai pienamente cittadino italiano, della difficoltà nel prendere in affitto un appartamento per l’ostracismo di molti locatori verso gli stranieri, mi sono ricordato di aver avuto mio malgrado un atteggiamento simile quando si è trattato di dare in locazione un immobile di famiglia. Lo dico perché l’ipocrisia del predicare bene e razzolare male è sempre in agguato, ancor più per un pastore. Non si è trattato certo di una pregiudiziale a priori, ma comunque di una diffidenza, di una preferenza implicita verso un locatario italiano, sulla base del timore che un inquilino straniero poi ti riempisse casa di altre persone o sub-affittuari o che magari tornasse (volontariamente o meno) al suo paese senza aver saldato l’affitto. Razzismo? Magari no (con le dovute garanzie, avremmo comunque affittato a chiunque), ma certo un pregiudizio, che nasce però da un motivo oggettivo, ossia la scarsa tutela per chi concede un immobile in affitto, che conduce a considerare anche il più stupido elemento nella selezione della controparte, tale è il timore di trovarsi in brutte situazioni, con inquilini morosi o casa sfasciata. Questo ci suggerisce che, per spingerci in un cerchio concentrico più grande, lavorare per costruire le condizioni di fiducia che rendano possibile un terreno di incontro più grande, permettendo il superamento di paure e diffidenze. Per fare un esempio pratico, nel caso degli affitti mi viene in mente che si potrebbero incentivare le polizze fideiussorie sui contratti di locazione con delle detrazioni fiscali, in modo da ridurre il rischio per i locatori e, dunque, aumentare la possibilità dell’incontro tra domanda e offerta anche per categorie percepite più a rischio. Certamente questo renderebbe più semplice dare in affitto un immobile ad uno straniero, ma anche a persone meno abbienti … per quelli che non vogliono affittare agli omosessuali (cosa che non ha veramente nessun legame con il rischio di insolvenza dell’inquilino, ma rappresenta un atto di omofobia e basta) non ho altre soluzione che la denuncia penale.

Ma il ragionamento dei confuciani può leggersi anche in una chiave ribaltata ed è ciò che suggerisce la vicenda di Crotone. Proviamo ad immaginare quali persone popolassero quella spiaggia. Alcune di loro probabilmente si riconoscerebbero nello schema del “buonista radical chic”, ma probabilmente poche hanno fatto di più del difendere idee e valori a parole e magari elargire qualche offerta a qualche associazione. Di certo mi immagino pochi santi ed altrettanto pochi eroi. La gran parte sarebbe probabilmente poco interessata a tutto questo, un po’ confusa, un po’ cerchiobottista, un po’ assorbita da ciò che sente davvero sulla pelle. E magari qualcun altro sarebbe tra quelli abbagliati dalla prospettiva sovranista del detto “prima gli italiani” e del non-detto “gli stranieri mai”. Ebbene, tutta questa gente  dal fondoschiena appesantito da una qualche inerzia, che sia quella dell’intolleranza nazionalistica, del bene a chiacchiere o della comoda indifferenza, non è rimasta a fare cruciverba sotto l’ombrellone, né si è limitata a segnalare il caso alle autorità competenti. Si è, invece, scossa dal torpore e dalla sorpresa e si è data attivamente da fare.

Cos’è successo? Un improvviso risveglio della natura essenzialmente buona e generosa dell’essere umano? Può darsi. Ma io credo che sia successo qualcosa di più, qualcosa di profondamente istruttivo: all’improvviso quelle persone si sono trovate proiettate in un cerchio concentrico più grande, hanno visto rompersi gli argini dei loro recinti da un’inattesa presenza. Perché tutto questo parlare pro o contro l’immigrazione sta avvenendo in realtà in un cerchio concentrico più piccolo (sì, anche per noi che ci immaginiamo cittadini del mondo), un cerchio in cui l’altro è lontano e virtuale. Così accade una cosa strana: l’altro cessa di essere una persona, perché invisibile nella sua realtà fisica e presente, ma riprodotto in una rappresentazione mediata e distorta, mentre noi cessiamo di essere completi nella nostra umanità, tanto nella sensibilità quanto nella razionalità, perché protetti nelle nostre reazioni dal vero incontro con l’altro e dalle sue conseguenze. Così possiamo dichiarare di sparare al negro, al rom o, di contro, al fascista senza sentirci assassini, perché quel proiettile verbale non colpisce una persona, ma un simulacro costruito dai meccanismi alienanti della rappresentazione mediatica. Proprio quei media, che si raccontavano come finestra sul mondo, divengono così il meccanismo con cui costruiamo i nostri recinti. Ma quando, su un arenile affacciato sullo Ionio, l’altro si presenta davvero, con tutto il suo carico di sofferenza ed i segni del viaggio e della propria storia, il racconto distorto fa spazio alla realtà dell’incontro. E allora qualcosa cambia, l’altro torna ad essere persona, noi torniamo alla nostra umanità. “Non opprimerai lo straniero”, ci ricorda l’Esodo, “perché anche voi conoscete la vita dello straniero”. Ma se questa vita non la conosciamo? Se non noi, ma solo i nostri bisnonni hanno conosciuto la fatica della migrazione? E se il tempo l’ha resa lontana? Non basta immaginare lo straniero, adeguarsi ad un astratto precetto di tolleranza. La paura dei penultimi verso l’orda degli ultimi smuove istinti ben più forti di un pensiero astratto. “Ama il prossimo tuo”, ma per farlo devo renderlo davvero prossimo, devo incontrarlo sul terreno concreto della realtà, non su quello virtuale del pensiero. E quel terreno si è materializzato su una riva calabrese con la tutta la potenza delle cose vere.

Quello che manca a tutti in questa contrapposizione ideologica a cui assistiamo è davvero la “realtà”, quella realtà che ci restituisce tanto le difficoltà dei penultimi nelle nostre periferie, quanto quella degli ultimi in mezzo al mare. Forse è questa realtà il cerchio più grande in cui dobbiamo sforzarci di essere oggi. Perché è solo lì che può davvero avvenire l’incontro con l’altro e non con la sua rappresentazione. Ed è solo attraverso questo incontro che il “ren”, l’umanità autentica che ancora risiede da qualche parte lì in fondo a noi, e con essa quel “valore e dignità inerente ad ogni persona”, che è il nostro primo principio, possono venire di nuovo fuori.

 Nella Via verso l’Uno,

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