Zombie Line

Cari fratelli,

sapete bene che, per i miei sermoni, amo partire da esperienze reali che mi toccano in prima persona e anche questa sera non farà eccezione.

Per uno di quei casi fortuiti un po’ fantozziani che, per una ragione o per un’altra capitano a ciascuno di noi, quando mia madre ha cominciato la sua riabilitazione le è stato assegnato un posto in un istituto di cura che si trova praticamente diametralmente dalla parte opposta di Milano rispetto a quella in cui vivo. Questo ha comportato, per me, un agosto all’insegna di lunghissimi tour dei mezzi pubblici della rete urbana che, come potete immaginare, mi hanno inizialmente indotto a ringraziare tutti i santi del calendario (con anche qualche divagazione su calendari copti e ortodossi che hanno santi in più) per l’opportunità offertami di mettere alla prova la mia pazienza.

Alla lunga, però, devo dire che, messami l’anima in pace, questi lunghi e noiosi spostamenti hanno rappresentato per me l’occasione di osservare un po’ meno distrattamente la popolazione che frequenta metropolitane e autobus urbani, traendone, forse a volte un po’ proditoriamente, anche qualche spunto di riflessione.

È proprio di uno di questi spunti che vorrei parlarvi questa sera.

Dovete sapere che uno dei tratti che dovevo percorrere corrisponde a quella che ormai molti milanesi chiamano la “Zombie Line”. Di che si tratta? Di quel pezzo della Linea Tre della Metropolitana che va da Duomo a Rogoredo e ritorno.

Non credo di dover spiegare a nessuno cosa rappresenti Piazza Duomo per Milano: il centro storico visitato dai turisti, attaccato al Quadrilatero della Moda e costantemente superaffollato. Probabilmente, però, è il caso di spiegare ai non milanesi che cosa sia Rogoredo.

Si tratta di una zona a sud, con una stazione ferroviaria periferica circondata da un parco, il Parco Cassinis, meglio noto come il “Boschetto”. Da qualche anno, come forse avete potuto sentire anche dai massmedia nazionali, questo “Boschetto”, particolarmente intricato, è diventato il supermercato dello spaccio di eroina cittadino: gli spacciatori si nascondono tra gli alberi, organizzano veri e propri centri di vendita di dosi ipertagliate da 5 euro e i tossici, attirati da prezzi alla portata di chiunque, arrivano da tutta la Lombardia e persino da fuori regione, si accampano, comprano e si fanno in quella zona che, naturalmente, è diventata una delle più pericolose della città.

Quando si riprendono, però, devono procurarsi i soldi per mangiare e per una nuova dose e, dunque, prendono la metropolitana per andare a “collettare” ed elemosinare in centro. Questo fa si che ogni carrozza della Linea Tre, a qualunque ora del giorno, ospiti almeno due o tre di questi personaggi, sporchi, pieni di buchi, spesso vestiti di quelli che sono solo stracci, semi-intontiti, in silenzio tra loro e costantemente disperati. Da qui il soprannome di “Zombie Line” dato al tratta in questione, appunto tra il “Boschetto di Rogoredo” e Piazza Duomo.

Ogni giorno, almeno due volte al giorno, dunque, ho avuto modo di vedere la disperazione di questi ragazzi, spesso anche giovanissimi, i loro occhi febbricitanti, le croste sulle loro gambe e le loro braccia e di sentire le loro petulanti richieste di denaro, pronunciate con bocche impastate e parole sbiascicate.

Permettetemi, ora, un cambio di scena. L’ultimo mezzo pubblico che dovevo prendere per andare da mia madre era un autobus e, si sa, se si prende un autobus più o meno sempre agli stessi orari si finiscono per incontrare sempre più o meno le stesse persone. Tra quelle che ho quotidianamente incontrato su quell’autobus, una mi ha colpito particolarmente: una signora sull’ottantina, piccola, minuta, quasi un mucchietto di ossa, sempre vestita con la sobria eleganza di chi non può permettersi i grandi capi di vestiario ma ci tiene ad essere ordinata e presentabile con il suo golfino di cotone anche a 35 gradi, le scarpe lucide e la gonna al ginocchio ben stirata. Quello che mi aveva colpito di questa signora era che portava costantemente in testa un foulard, tipico di chi sta facendo cicli di chemio o radioterapia.

Non sono un tipo di persona così propenso alla socialità da “attaccar bottone” con chi non conosco, soprattutto quando la differenza di età e stile potrebbe risultare persino imbarazzante ma, incuriosito, ho cercato di “tendere l’orecchio” mentre la signora conversava con una coetanea, anche lei frequentatrice abituale dell’autobus, con cui, evidentemente, aveva fatto amicizia.

Ho così scoperto che quello scricciolo di donna doveva avere la forza morale di un leone: da poco operata per un tumore al cervello sulla cui riformazione i medici non si pronunciavano, la signora ogni tre giorni doveva sottoporsi a radiazioni ma, ogni pomeriggio, andava a far visita al marito, di qualche anno più anziano, nel frattempo reduce da una operazione di tumore ai polmoni e in riabilitazione nella stessa clinica di mia madre.

Un giorno, per caso, ero seduto esattamente davanti alle due donne e ho sentito una frase che, per certi versi, mi ha fatto pensare che tutti i miei lunghi viaggi urbani potevano valere l’insegnamento che stavo avendo. La signora, nel sul golfino blu, con il suo foulard rosa in testa, diceva all’amica: “Mio marito mi dice sempre di non venire ma, cosa vuole, siamo stati insieme sempre, per quarant’anni, in tutte le occasioni e non riesco proprio a pensare di stargli lontano in questi momenti. Se non ci facciamo forza a vicenda, rischiamo proprio di perdere le speranze …”

Ecco, fratelli, io credo che la parola chiave, la parola che mi ha insegnato qualcosa o forse tutto sia quel “speranze”… Speranza … Una speranza magari anche flebile, a cui appigliarsi, una speranza che si ottiene dall’amore, dalla vicinanza, dalla comunanza, che da singolare si fa, in qualche modo, familiare e, se condivisa, diventa collettiva, diventa esempio, diventa motore propulsivo anche all’esterno.

E, sinceramente, non ho potuto fare a meno di confrontare quello che diceva quella signora, a cui le circostanze non avrebbero potuto, in teoria presentare un quadro più avverso, con ciò che vedevo nei ragazzi della “Zombie Line”, molti dei quali potenzialmente sani, forti, con tutta una vita davanti.

Intendiamoci, per esperienza di congiunti e conoscenze della mia gioventù non oso minimamente dare alcun giudizio su quei ragazzi. Da tempo ho ben compreso che i cosiddetti “tossici” non sono sicuramente i più malvagi, i più stupidi o i peggiori e, anzi, molte volte sono solo persone molto sensibili, addirittura, in alcuni casi, “senza pelle”, che non riescono a sopportare tutto il dolore, tutte le ingiustizie, tutta l’oscurità verso cui noi, più o meno “regolari” riusciamo a fare il callo e che vedono la fuga almeno mentale come unica via possibile.

No, sinceramente dal mio confronto non è nata nessuna condanna per ragazzi che, come disse un tempo un mio amico che si bucava, “hanno dato le dimissioni da uomini”, ma è nata molta tristezza: molta tristezza nel vedere la loro disperazione, nell’avere l’impressione di come il ridursi a “morti viventi” senza futuro nascesse da un nocciolo più profondo, proprio da quella mancanza di speranza che li chiudeva in un bozzolo di isolamento, di paura, di terrore verso gli altri, di solitudine, che li induceva a cercare un misero scudo in un buco che li portava solo alla schiavitù e a perpetuare i motivi della loro fuga.

Chiaramente sto parlando solo di supposizioni e magari quei ragazzi avevano scelto consciamente la loro vita di strada e quella signora era, nella sua vita quotidiana, la peggior “figlia di buona donna” del mondo: so bene che l’apparenza inganna e, anche per questo, mi astengo da qualsiasi forma di commento su questioni che non posso conoscere a fondo.

Ugualmente, però, l’impressione rimane: l’impressione che abdicare alla speranza, al pensiero che domani possa essere migliore di oggi, che esista in tutti e per tutti una potenzialità positiva che può farsi realtà, sia l’errore più grave che possiamo compiere, sia praticamente che spiritualmente.

Perché, fratelli, abdicare alla speranza è facile: il dolore esiste, gli errori esistono, le paure vengono amplificate ad arte per provocare la nostra disperazione, il nostro incattivimento per controllarci, il nostro chiuderci in noi stessi. E qual’è il risultato? Vogliamo forse anche noi “dare le dimissioni da uomini”, magari in forma nella pratica meno radicale di un tossico di Rogoredo, certo, ma non poi così diversa spiritualmente? Vogliamo vivere schiavi di altre droghe, sicuramente più subdole e meno devastanti nel breve termine dell’eroina ma non meno imprigionanti come l’avidità, la sete di potere, l’egoismo e, soprattutto, la paura verso chi, invece, dovrebbe essere un nostro fratello in cui cercare di scoprire, magari sotto 1000 veli e 1000 scorze, i tratti che ci accomunano?

La speranza, lo so bene, non è cosa facile: la speranza è un imperativo morale che ogni giorno dobbiamo cercare di imporre a noi stessi e alimentare con la volontà finché diventi il nostro stile di vita, non per essere inguaribili ottimisti utopici ma perché questo è il nostro dovere, questa è la nostra scelta, questo è quello che chiediamo al termine di ogni funzione quando parliamo di “sale della terra” …

Chi vuole vedere il bene, ciò che ci unisce, ciò che può, almeno potenzialmente essere, non è un idiota che mette la testa sotto terra come uno struzzo perché non vuole vedere la realtà: la speranza è una scelta consapevole, difficile, voluta.

Io non lo so se debba nascere da dentro di noi, dalla nostra energia, dalla nostra comunanza di esseri umani che si accresce proprio grazie a essa o per una grazia trascendente che derivi da qualcosa di più alto di noi … Non lo so davvero e credo che ciascuno debba darsi una risposta personale. Quello che so e di cui sono convinto è che questa difficile speranza è il nostro vero scudo, la nostra vera forza e che, se riusciamo a tener viva la sua fiamma, ciascuno di noi può diventare fonte di forza per chi gli sta vicino perché, tutti insieme, costruiamo una umanità migliore, più forte o, se preferite, il Regno.

Perché sappiamo sforzarci perché questo avvenga dentro e a favore di ciascuno di noi questa sera io voglio pregare.

A gloria della rete interdipendente della Vita,

Amen

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Non per dovere ma per piacere

Cari Fratelli,

sarà sicuramente capitato anche a voi di sentire amici che, in momenti ormai sempre più rari di impeti morali, affermavano di dover fare qualcosa “perché la loro coscienza glielo imponeva”.

Al di là della frase fatta, se ci pensate bene questo richiamo alla coscienza ha, volenti o nolenti, un chiaro richiamo ad elementi spirituali e all’idea che, in qualche modo, ciò che è morale pertenga alla sfera legata ad un sistema valoriale che, nell’immaginario collettivo, viene vissuto come prodotto diretto del Divino (e, probabilmente, aveva ragione Benedetto Croce nell’affermare che, qualunque sia il nostro orizzonte ideologico, comunque non possiamo, almeno culturalmente, non dirci cristiani).

A prescindere dalla discutibile validità effettuale di un collegamento di questo tipo, su cui potremmo discutere per ore sviscerando la questione a suon di cavilli teologici, ciò che, personalmente, trovo ben più interessante è quel verbo servile messo in gioco in queste occasioni: “dovere”. Qualcosa di morale che mi riguarda accade non perché è in mio “potere” che accada, non perché è in mio “volere” che accada, ma perché è mio “dovere” agire in un certo modo.

Intendiamoci, nel quadro di una visione classica della religione, si tratta di qualcosa che non stupisce minimamente: qualunque religiosità che sia basata su un sistema di tipo “rivelatorio” comporta forzatamente un rimando ad un sistema valoriale rigido e normativo. E, dal punto di vista logico, tutto questo non fa una grinza: se la rivelazione è “verbum dei”, magari letteralmente dettata dallo Spirito parola per parola, conseguentemente tale rivelazione deve esprimere una verità che, provenendo dal Divino, deve essere eterna, universale e inviolabile e, dunque, corollariamente, le leggi morali che ne derivano direttamente devono esserlo pariteticamente. Insomma, per farla breve: Dio comanda e l’uomo ubbidisce!

Personalmente, pur nel pieno rispetto di questo genere di atteggiamento, mi pongo due problemi di fondo riguardo ad una simile posizione.

Il primo, assolutamente fondamentale è che il meccanismo delle cosiddette “Rivelazioni”, come ho avuto modo di dire in molte altre occasioni, non mi convince per nulla: troppe contraddizioni, troppi problemi logico-filosofici, troppa autoreferenzialita e scarsissima attenzione a quei dati ovvi di attingimento dal background culturale nelle singole azioni rivelatorie di ogni “profeta”, “messia” o consimile mi fanno apprezzare ogni giorno di più il discorso parkeriano del transeunte e del permanente nella religione e mi fanno rifiutare ogni pur vaga tentazione letteralistica e ogni convincimento di un intervento diretto e non ampiamente umanamente mediato e filtrato del Divino nella stesura di qualsiasi cosiddetto “testo sacro”.

Fin qui, diciamocelo pure apertamente, siamo nell’ambito delle mirabolanti capacità circonvolutorie dell’onanismo mentale di chi si occupa di teologia fino all’ossessione …

Ma il secondo punto no, il secondo punto mi pare molto più generale, molto più diffuso e, per certi versi, molto più dirimente del precedente. “E se”, mi chiedo, “per una qualunque ragione il mio sentire personale, la mia personale sensibilità mi indica un percorso che si discosta o addirittura si divarica dalla linea definitoria ufficiale …?”

Prendiamo un paio di esempi chiarificatori, giusto per scendere dall’empireo teologico a quella teologia pratica che è, forse, l’unica che ha davvero senso di esistere …

Poniamo, ad esempio, che, in un determinato periodo del mio percorso spirituale, io desideri vivere il mio contatto con ciò che sento come Trascendente in modo personale, in un dialogo muto che non coinvolga formule liturgiche prestabilite o, per ragioni mie, non desideri partecipare ad una funzione pubblica.

Oppure, con una situazione che ha luogo probabilmente con maggior frequenza, poniamo che, nel mio rapporto di copia, io senta il bisogno di un completamento del rapporto che implichi un dono reciproco anche fisico (che è cosa ben diversa da una semplice “ginnastica ormonale”) ma non mi senta spiritualmente pronto al matrimonio.

Ebbene, in entrambi i casi, sulla scorta di una tradizione “rivelata”, in un gran numero di Denominazioni dar corso ad una volontà che, di base, non mi sembra presenti, a livello di “giusto o sbagliato” (se mai, in campo spirituale, un tale livello fosse applicabile), alcun lato di malevolenza, mi sarebbe virtualmente impossibile perché in contraddizione con due comandamenti, anzi, con due “interpretazioni stratificate” di comandamenti come quello di “santificare le feste” (quasi che quattro canti e due preghiere comuni significassero tale “santificazione”) e quello di “non commettere atti impuri” (quasi che un atto sessuale tra due persone che si amano realmente fosse meno puro di quello tra persone che, magari, hanno finito per detestarsi cordialmente e unicamente “usarsi” ma all’interno del “sacro vincolo matrimoniale”).

E allora? E allora i casi sono tre.

Il primo è che mando a monte tutto, comincio a pensare che quella denominazione, o quella religione, o addirittura la spiritualità in generale non fa per me, mi creo duemila barriere mentali (in alcuni casi tipo “la volpe e l’uva”) e finisco per buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Il secondo, comunissimo, è che mi creo le mie “deroghe mentali” del tipo “sì, io mi sento di questa o quest’altra fede … però, in questo ambito specifico, non sono d’accordo e, dunque, mi comporto come dico io …”, che di può anche stare, anzi, da certi punti di vista è sacrosanta affermazione del libero arbitrio e della personalità e sensibilità singolare ma che, tecnicamente, diciamolo una volta per tutte, semplicemente pone al di fuori di una determinata denominazione che richiede di accettare “il pacchetto completo”, “o tutto o niente”.

Infine, il terzo caso è quello di chi si piega, di chi affida il proprio cammino al sistema valoriale denominazionale, di chi è disposto a “tagliarsi la testa” su un “letto di Procuste” suppostamente divino. Alcuni questi la chiamano “fede” ma, fratelli, la mia personale convinzione è che questo sia l’atteggiamento più pericoloso tra tutti quelli elencati, il più deleterio e devastante: umanamente, ed è parere personalissimo, sia chiaro, è un sistema da servi nell’anima ma spiritualmente è molto peggio, è un sistema di autoinduzione in schiavitù ed è il modo migliore per fare della fede, di qualunque fede, un sistema di contrizione, di pesanti fardelli, un sistema cupo e libresco dove tutto rimane solo una lettera morta il cui cadavere viene faticosamente portato in spalla come se fosse la croce del Cireneo.

E, fratelli, una fede di lettera morta, per quanto voluta, per quanto accettata, per quanto accolta anche con la migliore buona volontà non può essere il fondamento di una vita intera, non può essere il motore che ci spinge ad essere ciò che siamo ogni mattina, con la gioia di essere ciò che siamo e di vivere con totale naturalezza il nostro modo di pensare e credere. Una fede di lettera morta potrà anche essere la nostra corazza davanti al mondo e la nostra zattera di salvataggio in mezzo al mare ma non sarà mai la nostra pelle e la felicità di nuotare in acque fresche per quanto increspate possano essere.

I cosiddetti Padri Fondatori americani, in quel breve brano della Dichiarazione d’Indipendenza che abbiamo letto, hanno dimostrato di aver compreso una verità fondamentale: il primo vero motore che muove ogni essere umano è sempre e comunque “la ricerca della felicità”.

Ora, forse, vi aspettereste che vi illustrassi un bel quadro di come la nostra fede, o magari ogni fede, dovrebbero portarci alla felicità.

Non lo farò. Non lo farò perché, così come i cammini dello Spirito sono innumerevoli al punto da risultare pressoché infiniti, così anche le vie in cui una fede vissuta realmente, quotidianamente e nella pratica, una fede che non sia uno strato di vernice sulla superficie del nostro corpo ma che sia il calcio delle nostra ossa e le fibre dei nostri tendini può donarci felicità o, almeno il piacere di essere creature dinamiche, in fieri consce del nostro cammino e soddisfatte di esso, sono innumerevoli.

Siamo U*U e, dunque, dello U*Uismo vi devo parlare e, allora, posso dirvi che per alcuni di noi questo piacere può nascere dal sentirsi parte di un corpo universale di cui ogni creatura fa parte, o può essere la gioia di poter in ogni momento decidere del destino della propria anima, o quella del riconoscere nella dignità di ogni uomo un fratello, o quella di poter discutere liberamente e senza giudizi di merito del proprio pensiero o quella di trovare una comunità in cui “ogni voce è una voce”, alla pari e senza gerarchie posticce, o, ancora, quella di dare un senso trascendente al proprio senso di ribellione allo status quo o di sentirsi una pietruzza nella costruzione di quello che possiamo chiamare regno e … e mille altri ancora …

E quale sia il piacere che nasce dal nostro percorso religioso, in fin dei conti, importa poco … Ciò che davvero conta è che questo piacere, almeno questo piccolo seme di felicità esista, sia elemento costitutivo, sia carburante della nostra spiritualità.

Perché?

In primo luogo perché il piacere è sempre vero, personale, non posticcio ed è qui e ora, non traslato in un futuro che viene raccontato e che nessuno può realmente conoscere. Il piacere è vissuto realmente, è qualcosa che ci penetra, che diviene parte di noi, che si fa molecola del nostro DNA.

Poi, perché una spiritualità reale è una spiritualità libera, scelta ogni giorno e ogni giorno noi scegliamo, a meno di particolari turbe mentali, di cercare il piacere, la costruzione, eros e non il dolore, la distruzione, thanatos.

E, infine, perché il piacere nasce dall’amore, dall’armonia, dalla pace interiore e che cosa ci può essere di più fondante di questo per una ricerca dell’Assoluto?

Dunque, fratelli, questa sera non vi lascerò, come sono solito fare con una preghiera per tutti noi, ma con una domanda: meditate, dentro di voi e chiedetevi che cosa vi dà veramente piacere nella vostra fede.

E se proprio volete una preghiera, la mia preghiera per tutti noi, questa sera, è che nessuno di noi possa rispondersi “non lo so” o, addirittura “nulla”.

Adonai Echad,

Amen

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Bellezza e libertà

Cari fratelli,

qualche giorno fa mi è capitato di ascoltare una interessante conferenza del famoso professor Barbero su Santa Caterina da Siena. Quello che amo di più nella storia è che, quantomeno sulla lunga distanza, riesce quasi sempre, in prospettiva, a darci un quadro abbastanza chiaro di quello che, vissuto nell’oggi, quando siamo ancora coinvolti, fatichiamo ad osservare. Ebbene, parlando della cosiddetta “patrona d’Italia”, il professore Barbero ne ha tracciato un quadro interessante da cui qualunque psichiatra avrebbe potuto facilmente trarre una diagnosi piuttosto chiara: la “santa” era a) una maniaca religiosa con tratti masochistici (difficile definire altrimenti una donna che si è lasciata morire di fame per penitenza, si frustava con catene tre volte al giorno e si obbligava a non dormire per giorni interi per scontare i peccati dell’umanità), b) una psicotica egocentrica (arrivò a scrivere alla regina di Napoli che il papa non tornava a Roma da Avignone perché Dio voleva che lei, Caterina, pagasse per i suoi peccati, per altro probabilmente inesistenti visto che non usciva dalla sua cella), c) una persona che odiava la bellezza (a parte essere universalmente considerata dai cronachisti una donna piuttosto brutta, non aveva la minima cura della propria persona, si lavava pochissimo e redarguiva aspramente chi si comportasse diversamente).

In quest’ultimo aspetto, era pienamente una donna del suo tempo: tutto il medioevo era un continuo richiamo alla “vanitas vanitatis” dell’apparente e, in buona parte, come retaggio della gnosi, allo sdegno della forma esteriore, della materia, prigione dell’anima.

Mi è capitato spesso di notare come questo atteggiamento non sia cambiato molto nel tempo all’interno di numerose spiritualità. Qualche esempio, per quanto banale, credo che ne sia riprova: dalla prescrizione di utilizzo di lugubri vestimenti neri o scuri per il clero e dalla tonsura monacale al divieto di cosmetici per molti ordini di suore che, per altro, ottengono spesso l’ordinazione, significativamente, con il taglio dei capelli, dalla rasatura femminile per le donne sposate nell’Ebraismo ortodosso al divieto di rasatura per gli uomini nell’Islam fondamentalista, dalla rasatura perenne e la prescrizione di abiti minimali nel monachesimo buddista al rifiuto di ogni interesse materiale (fino alla nudità) per i guru indù.

Insomma, pare che bellezza e spiritualità siano elementi antitetici, lo siano per antica tradizione e la dicotomia rimanga, in un modo o nell’altro, presente anche ai giorni nostri.

Probabilmente state pensando che questa domenica stiamo affrontando un tema lieve, persino superfluo, che ben poco ha a che fare con le tematiche morali che normalmente ci troviamo a trattare.

Non credo sia così.

Sentendo parlare di Caterina e riflettendo su questa perdurante visione gnostica, mi sono chiesto la ragione di questa ottica dicotomica che chiede una scelta per me insensata: lo Spirito o la bellezza estetica (e non sto parlando della bellezza di Bred Pitt o di Jessica Alba ma della “normale” cura di se stessi, del proprio aspetto e, ancora più in generale, della bellezza in tutte le sue forme).

Credo che la separazione sia in buona parte dovuta al cannocchiale con cui molte fedi vedono la vita: la vita in sé ha un valore molto relativo perché il suo valore, la sua reale valenza, è posticipata al post-mortem. Insomma, come dire: “ok, quello che vale davvero è l’aldilà e, quindi, tanto vale giocarsi l’‘aldiquà’ snobbandolo, mostrando che non ce ne importa niente di questo ‘intermezzo di prova’ con tutte le sue vanità”.

Ecco, io credo che snobbare la vita con i suoi piaceri, inclusa la bellezza, sia la più grande bestemmia che possiamo pronunciare.

Non mi piace assolutizzare quelle che possono essere unicamente mie convinzioni personali: come ho già avuto spesso modo di dire, io sono convinto che Dio e vita siano sinonimi nel momento in cui ciò che consideriamo il Trascendente è, secondo me, dato dall’insieme di tutte le vite (presenti e passate, direbbe Aldo Capitini, e io aggiungerei anche future) che vanno a formare la grande Anima Mundi che ci sostiene. Ma anche se così non fosse, se io avessi torto e avessero ragione i miei fratelli cristiani o di tutte quelle fedi che credono in un Dio personale, penso che tutti concordiamo sul fatto che la vita sia la prima e più evidente espressione del divino.

E la vita non è un concetto astratto: la vita è qui e ora, in questo momento, che è la sola cosa che esista realmente. Il passato è solo un ricordo, una costruzione mentale, il futuro è solo una speranza, una costruzione mentale: ora è ciò che vivo, la mia vita è adesso.

E se questa vita è davvero Dio o l’espressione di Dio, negarla in qualunque forma significa, fratelli miei, sputare su Dio, bestemmiarlo, farne un feticcio, un idolo mentre, al contrario, amare Dio significa amare la vita in tutte le sue forme.

Io non lo so se Dio è buono o no e sospetto che applicare le categorie totalmente umane di buono o cattivo a una entità completamente altra da noi come il divino sia una contraddizione in termini. Quello che so è che la vita non è né buona né cattiva: semplicemente è, con tutti gli aspetti della realtà, che sono a volte positivi, altre volte negativi e spesso questo loro essere positivi o negativi dipende molto dall’occhio che osserva. Mi chiedo che senso abbia, allora, biasimare quegli aspetti che rendono la vita positiva, fino a negarli. Mi chiedo che senso abbia negare i piaceri che rendono bella la vita, dai piaceri estetici a quelli fisici, da quelli spirituali (che, diciamocelo francamente, nascono più da un bell’uomo o una bella donna, da un bel tramonto, da un bel quadro o da una bella poesia d’amore che dalla contemplazione delle piaghe di Cristo o dalla meditazione sulle Otto Vie di fuga dal dolore del Buddha) a quelli dell’autostima, del piacersi, dell’amarsi (perché, come ho spesso avuto modo di ricordare, noi siamo i primi prossimi di noi stessi).

Qualche tempo fa ho avuto modo di riportare una bella frase di Bonhoeffer che scrisse che “vivere è pregare” nel senso che la vita è in sé una preghiera. Ma se la vita è una preghiera, perché la nostra preghiera deve essere solo mesta, triste, lugubre? La spiritualità dovrebbe essere gioia, la gioia di una sensazione d’incontro con un piano più alto che avviene “nella vita”, al suo interno: svilire la vita, renderla solo “una valle di lacrime” togliendoci quei piaceri che essa offre (o che, secondo un’altra visione possibile, sono un dono di Dio), significa svilire anche quell’incontro, il suo senso.

Qualche anno fa, un collega americano che era stato per qualche anno cappellano militare mi raccontò che a Natale, nella enorme base in cui prestava servizio, arrivavano alle varie cappellanie gli approvvigionamenti per festeggiare che ciascun cappellano aveva richiesto e, naturalmente, alla cappellania U*U arrivavano più bottiglie di birra e più dolci che ad ogni altra confessione. Un cappellano riformato, incontrando il mio collega, gli chiese scandalizzato se fosse il caso di indulgere al vizio nel giorno della nascita del Salvatore. Il cappellano U*U (che, se ben ricordo, non era neppure cristiano), finse di pensarci un po’ su, poi gli rispose: “ma se noi siamo più allegri, non sarà più allegro anche il Dio che vive in noi?”. Devo dire che amo gli U*U e per quanto pensi che la risposta arguta del mio collega fosse più che altro un escamotage per mettere a tacere il bacchettone, non posso fare a meno di credere che, in qualche modo, avesse ragione.

Il fatto è che, qualunque sensibilità religiosa si possa avere, “rinunciare al mondo”, rinunciare ai piaceri, rinunciare alla bellezza significa, in fin dei conti rinunciare anche al divino e a tutto ciò che di bello e piacevole ci offre. Perché?

Già, perché? Perché un romano ginofobico caduto da cavallo ci ha detto che il sesso fa schifo, perché una serie di cardinali, per lo più grassi come maiali, ci hanno detto che mangiare bene è male, perché una serie di beghine puritane invidiose ci hanno detto che curare il proprio aspetto è disdicevole, perché una serie di maniaci religiosi autoflagellanti ci hanno insegnato che tutto è dolore?

O c’è dell’altro? Io temo di sì. Perché, vedete, una religione triste, una vita triste, che escluda i piaceri e la bellezza, è anche una grande arma: “se tutto è brutto di qui”, ci insegnano, “è perché il bello sarà dopo, quando arriveremo dall’altra parte!”. Ok! Ma come ci dovremmo arrivare dall’altra parte? Beh, chiedetevi chi ha “le chiavi del Regno” e già avrete la risposta e non una risposta che vale solo per i cattolici ma per tutte o quasi le fedi: la via di fuga dalla tristezza presente passa attraverso l’obbedienza alle leggi imposte dalle Chiese, dalle religioni, dai chierici, una obbedienza a qualcosa che ci è imposto, una obbedienza che è un grande strumento di controllo sociale.

Invece, la bellezza è libera, la bellezza, ci insegna Goethe, è personale, è soggettiva, persino un po’ anarchica, la bellezza, ci dice Kant, non obbedisce a logiche altre ma solo a se stessa e, anzi, la bellezza presuppone la libertà perché senza libertà non esiste gusto personale e senza gusto personale, ogni bellezza è solo “manierismo”, imposizione, esclusione di ogni piacere.

Attenzione fratelli, non vi sto dicendo che da domani è giusto che vi gettiate in orge e bagordi, che passiate la vita davanti allo specchio, in palestra, al solarium o nei bar: la bellezza è anche rispetto per se stessi, per la propria dignità e per il senso che diamo alla nostra esistenza che non deve essere nullificata “solo” nel piacere, sia esso estetico o di qualunque altro tipo. Quello che vi sto dicendo è che proprio la nostra dignità intrinseca va alimentata nel nostro essere liberi “anche” di godere a pieno della bellezza della vita, dei suoi piaceri, della stupenda grandezza di ogni singolo momento in cui i nostri sensi si esaltano. Quello che vi sto dicendo è che anche l’esaltazione dei sensi è un modo per rendere grazia alla vita, al divino, che esso sia in noi o sopra di noi.

Ecco allora che, questa sera, la mia preghiera per tutti noi è proprio questa: che possiamo sempre essere liberi da catene superstiziose, eteroimposte e deprimenti, che possiamo godere a pieno dei piaceri della vita e di quella bellezza che “salverà il mondo”. E che possiamo ricordare sempre, in ogni momento, quella splendida frase del poeta sufi Abd El Rezaj che recita: “solo se io sono capace di gioire, Dio gioisce con me; solo se io sono capace di ridere, Dio ride con me!”.

Adonai echad,

Amen

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