Non per dovere ma per piacere

Cari Fratelli,

sarà sicuramente capitato anche a voi di sentire amici che, in momenti ormai sempre più rari di impeti morali, affermavano di dover fare qualcosa “perché la loro coscienza glielo imponeva”.

Al di là della frase fatta, se ci pensate bene questo richiamo alla coscienza ha, volenti o nolenti, un chiaro richiamo ad elementi spirituali e all’idea che, in qualche modo, ciò che è morale pertenga alla sfera legata ad un sistema valoriale che, nell’immaginario collettivo, viene vissuto come prodotto diretto del Divino (e, probabilmente, aveva ragione Benedetto Croce nell’affermare che, qualunque sia il nostro orizzonte ideologico, comunque non possiamo, almeno culturalmente, non dirci cristiani).

A prescindere dalla discutibile validità effettuale di un collegamento di questo tipo, su cui potremmo discutere per ore sviscerando la questione a suon di cavilli teologici, ciò che, personalmente, trovo ben più interessante è quel verbo servile messo in gioco in queste occasioni: “dovere”. Qualcosa di morale che mi riguarda accade non perché è in mio “potere” che accada, non perché è in mio “volere” che accada, ma perché è mio “dovere” agire in un certo modo.

Intendiamoci, nel quadro di una visione classica della religione, si tratta di qualcosa che non stupisce minimamente: qualunque religiosità che sia basata su un sistema di tipo “rivelatorio” comporta forzatamente un rimando ad un sistema valoriale rigido e normativo. E, dal punto di vista logico, tutto questo non fa una grinza: se la rivelazione è “verbum dei”, magari letteralmente dettata dallo Spirito parola per parola, conseguentemente tale rivelazione deve esprimere una verità che, provenendo dal Divino, deve essere eterna, universale e inviolabile e, dunque, corollariamente, le leggi morali che ne derivano direttamente devono esserlo pariteticamente. Insomma, per farla breve: Dio comanda e l’uomo ubbidisce!

Personalmente, pur nel pieno rispetto di questo genere di atteggiamento, mi pongo due problemi di fondo riguardo ad una simile posizione.

Il primo, assolutamente fondamentale è che il meccanismo delle cosiddette “Rivelazioni”, come ho avuto modo di dire in molte altre occasioni, non mi convince per nulla: troppe contraddizioni, troppi problemi logico-filosofici, troppa autoreferenzialita e scarsissima attenzione a quei dati ovvi di attingimento dal background culturale nelle singole azioni rivelatorie di ogni “profeta”, “messia” o consimile mi fanno apprezzare ogni giorno di più il discorso parkeriano del transeunte e del permanente nella religione e mi fanno rifiutare ogni pur vaga tentazione letteralistica e ogni convincimento di un intervento diretto e non ampiamente umanamente mediato e filtrato del Divino nella stesura di qualsiasi cosiddetto “testo sacro”.

Fin qui, diciamocelo pure apertamente, siamo nell’ambito delle mirabolanti capacità circonvolutorie dell’onanismo mentale di chi si occupa di teologia fino all’ossessione …

Ma il secondo punto no, il secondo punto mi pare molto più generale, molto più diffuso e, per certi versi, molto più dirimente del precedente. “E se”, mi chiedo, “per una qualunque ragione il mio sentire personale, la mia personale sensibilità mi indica un percorso che si discosta o addirittura si divarica dalla linea definitoria ufficiale …?”

Prendiamo un paio di esempi chiarificatori, giusto per scendere dall’empireo teologico a quella teologia pratica che è, forse, l’unica che ha davvero senso di esistere …

Poniamo, ad esempio, che, in un determinato periodo del mio percorso spirituale, io desideri vivere il mio contatto con ciò che sento come Trascendente in modo personale, in un dialogo muto che non coinvolga formule liturgiche prestabilite o, per ragioni mie, non desideri partecipare ad una funzione pubblica.

Oppure, con una situazione che ha luogo probabilmente con maggior frequenza, poniamo che, nel mio rapporto di copia, io senta il bisogno di un completamento del rapporto che implichi un dono reciproco anche fisico (che è cosa ben diversa da una semplice “ginnastica ormonale”) ma non mi senta spiritualmente pronto al matrimonio.

Ebbene, in entrambi i casi, sulla scorta di una tradizione “rivelata”, in un gran numero di Denominazioni dar corso ad una volontà che, di base, non mi sembra presenti, a livello di “giusto o sbagliato” (se mai, in campo spirituale, un tale livello fosse applicabile), alcun lato di malevolenza, mi sarebbe virtualmente impossibile perché in contraddizione con due comandamenti, anzi, con due “interpretazioni stratificate” di comandamenti come quello di “santificare le feste” (quasi che quattro canti e due preghiere comuni significassero tale “santificazione”) e quello di “non commettere atti impuri” (quasi che un atto sessuale tra due persone che si amano realmente fosse meno puro di quello tra persone che, magari, hanno finito per detestarsi cordialmente e unicamente “usarsi” ma all’interno del “sacro vincolo matrimoniale”).

E allora? E allora i casi sono tre.

Il primo è che mando a monte tutto, comincio a pensare che quella denominazione, o quella religione, o addirittura la spiritualità in generale non fa per me, mi creo duemila barriere mentali (in alcuni casi tipo “la volpe e l’uva”) e finisco per buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Il secondo, comunissimo, è che mi creo le mie “deroghe mentali” del tipo “sì, io mi sento di questa o quest’altra fede … però, in questo ambito specifico, non sono d’accordo e, dunque, mi comporto come dico io …”, che di può anche stare, anzi, da certi punti di vista è sacrosanta affermazione del libero arbitrio e della personalità e sensibilità singolare ma che, tecnicamente, diciamolo una volta per tutte, semplicemente pone al di fuori di una determinata denominazione che richiede di accettare “il pacchetto completo”, “o tutto o niente”.

Infine, il terzo caso è quello di chi si piega, di chi affida il proprio cammino al sistema valoriale denominazionale, di chi è disposto a “tagliarsi la testa” su un “letto di Procuste” suppostamente divino. Alcuni questi la chiamano “fede” ma, fratelli, la mia personale convinzione è che questo sia l’atteggiamento più pericoloso tra tutti quelli elencati, il più deleterio e devastante: umanamente, ed è parere personalissimo, sia chiaro, è un sistema da servi nell’anima ma spiritualmente è molto peggio, è un sistema di autoinduzione in schiavitù ed è il modo migliore per fare della fede, di qualunque fede, un sistema di contrizione, di pesanti fardelli, un sistema cupo e libresco dove tutto rimane solo una lettera morta il cui cadavere viene faticosamente portato in spalla come se fosse la croce del Cireneo.

E, fratelli, una fede di lettera morta, per quanto voluta, per quanto accettata, per quanto accolta anche con la migliore buona volontà non può essere il fondamento di una vita intera, non può essere il motore che ci spinge ad essere ciò che siamo ogni mattina, con la gioia di essere ciò che siamo e di vivere con totale naturalezza il nostro modo di pensare e credere. Una fede di lettera morta potrà anche essere la nostra corazza davanti al mondo e la nostra zattera di salvataggio in mezzo al mare ma non sarà mai la nostra pelle e la felicità di nuotare in acque fresche per quanto increspate possano essere.

I cosiddetti Padri Fondatori americani, in quel breve brano della Dichiarazione d’Indipendenza che abbiamo letto, hanno dimostrato di aver compreso una verità fondamentale: il primo vero motore che muove ogni essere umano è sempre e comunque “la ricerca della felicità”.

Ora, forse, vi aspettereste che vi illustrassi un bel quadro di come la nostra fede, o magari ogni fede, dovrebbero portarci alla felicità.

Non lo farò. Non lo farò perché, così come i cammini dello Spirito sono innumerevoli al punto da risultare pressoché infiniti, così anche le vie in cui una fede vissuta realmente, quotidianamente e nella pratica, una fede che non sia uno strato di vernice sulla superficie del nostro corpo ma che sia il calcio delle nostra ossa e le fibre dei nostri tendini può donarci felicità o, almeno il piacere di essere creature dinamiche, in fieri consce del nostro cammino e soddisfatte di esso, sono innumerevoli.

Siamo U*U e, dunque, dello U*Uismo vi devo parlare e, allora, posso dirvi che per alcuni di noi questo piacere può nascere dal sentirsi parte di un corpo universale di cui ogni creatura fa parte, o può essere la gioia di poter in ogni momento decidere del destino della propria anima, o quella del riconoscere nella dignità di ogni uomo un fratello, o quella di poter discutere liberamente e senza giudizi di merito del proprio pensiero o quella di trovare una comunità in cui “ogni voce è una voce”, alla pari e senza gerarchie posticce, o, ancora, quella di dare un senso trascendente al proprio senso di ribellione allo status quo o di sentirsi una pietruzza nella costruzione di quello che possiamo chiamare regno e … e mille altri ancora …

E quale sia il piacere che nasce dal nostro percorso religioso, in fin dei conti, importa poco … Ciò che davvero conta è che questo piacere, almeno questo piccolo seme di felicità esista, sia elemento costitutivo, sia carburante della nostra spiritualità.

Perché?

In primo luogo perché il piacere è sempre vero, personale, non posticcio ed è qui e ora, non traslato in un futuro che viene raccontato e che nessuno può realmente conoscere. Il piacere è vissuto realmente, è qualcosa che ci penetra, che diviene parte di noi, che si fa molecola del nostro DNA.

Poi, perché una spiritualità reale è una spiritualità libera, scelta ogni giorno e ogni giorno noi scegliamo, a meno di particolari turbe mentali, di cercare il piacere, la costruzione, eros e non il dolore, la distruzione, thanatos.

E, infine, perché il piacere nasce dall’amore, dall’armonia, dalla pace interiore e che cosa ci può essere di più fondante di questo per una ricerca dell’Assoluto?

Dunque, fratelli, questa sera non vi lascerò, come sono solito fare con una preghiera per tutti noi, ma con una domanda: meditate, dentro di voi e chiedetevi che cosa vi dà veramente piacere nella vostra fede.

E se proprio volete una preghiera, la mia preghiera per tutti noi, questa sera, è che nessuno di noi possa rispondersi “non lo so” o, addirittura “nulla”.

Adonai Echad,

Amen

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