Il sesso di Dio

Ho scoperto che in molti contesti LGBT, soprattutto nei circoli degli attivisti, c’è una tendenza a sottovalutare o addirittura a tacere il discorso cristiano. Non è una cosa sorprendente alla luce di come la destra religiosa abbia spesso usato quello stesso discorso per attaccare le persone LGBT. Molti di noi si portano ancora dietro significative ferite emotive e psicologiche per quegli attacchi.

(Rev. Patrick Cheng)

La cultura dominante ci insegna a dipendere dai dualismi; sfida te stesso a sradicare i dualismi della tua lingua e dalla la tua comprensione del mondo. Gay ed eterosessuali, maschi e femmine, bianchi e neri: tutti i dualismi oscurano così tante sfumature di grigi, sfumature di orientamento sessuale, sfumature di androgenesi e fluidità. Apriti a questa varietà infinita.

(UUA)

19 Allora uno scriba, avvicinatosi, gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai». 20 Gesù gli disse: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

(Vangelo di Matteo, capitolo 20)

Cari amici,

tutti sappiamo che quando un discorso è vuoto, inutile e non porta a nulla si usa l’espressione “parlare del sesso degli angeli”.

Immagino che tutti concorderete sulla stupidità di sprecare tempo ed energie (soprattutto ora che, con il caldo, le energie sono anche poche) in dispute inani e inconcludenti eppure, da millenni, buona parte della teologia morale si concentra esattamente su questo: sul sesso degli angeli.

Un esempio in questo senso è una discussione teologica a cui, per altro con scarso entusiasmo e mosso unicamente dal senso del dovere, mi è capitato di partecipare qualche tempo fa.

I protagonisti, tre in tutto, già li conoscete da altri miei sermoni: un teologo liberal cattolico, un filosofo ultraconservatore vicino alla “San Pio V” e, mio malgrado, io, che, purtroppo, non riesco a starmene mai zitto nonostante ci provi.

L’ambientazione è alquanto improbabile per una disputa teologica: un gruppo di discussione su WhatsApp, ma, si sa, in tempi di comunicazione virtuale ci si deve ben adattare…

Sono passati tre giorni dall’inizio delle vacanze scolastiche e, evidentemente annoiato e orfano delle perenni dispute che infarciscono i nostri tempi morti tra una lezione e l’altra, il teologo posta, alle 8 del mattino, un estratto da una antologia teologica che riporta un titolo curioso e, secondo me, in fin dei conti interessante come “Cristologia bisessuale”.

In realtà, l’articolo non porta nulla di nuovo ai molti contributi recenti del Cattolicesimo progressista sulla questione della discriminazione sessuale vaticana (scusate ma, sull’argomento, non riesco neppure più a usare l’aggettivo “cattolico”) e si limita ad una breve disamina delle posizioni più note: dalla ragionevolezza di Cheng che vede in Gesù Cristo l’attraversatore di confini per antonomasia che non si assoggetta a categorizzazioni rigide, all’estremismo di Althaus-Reid che, proclamando una teologia “queerness”, vede Gesù come essere umano scandaloso che si contrappone al modello monogamico-eterosessuale propagandato dalla Chiesa, alla nota provocazione di Jordan che si domanda cosa accadrebbe se sollevassimo il perizoma del Crocefisso.

Come spesso accade in questi casi, ben più interessante è stato osservare le reazioni provocate dalla pubblicazione del brano, a partire dall’affermazione del filosofo che questa non era teologia ma un cumulo di bestemmie.

Dopo almeno cinque post di botta e risposta tra il teologo che parlava di “nuove frontiere” e il filosofo che ribatteva che non può esserci teologia se si nega l’essenza del Divino, non sono più riuscito a trattenermi e ho scritto (letteralmente, a parte l’utilizzo di alcuni termini che tento di addolcire ritenendo quelli originali non propriamente adatti ad una funzione liturgica): “C’è una domanda che mi porrei. Se Gesù, per ipotesi (a cui non abbiamo dati per dare smentita) avesse copulato dieci ore al giorno con la Maddalena o avesse passato ogni notte con Giovanni, le cose sublimi che ha predicato avrebbero meno valore? O, per voi, sarebbe per questo decaduto dallo stato di “divinità una con il Padre” che gli attribuite? In fin dei conti, Abramo era uno che prostituiva la moglie per salvarsi la vita e Davide era un criminale passionale, tanto per fare esempi… eppure il Patriarca è padre per tutti e in chiesa tutti leggiamo i Salmi… Eppure loro agivano spinti da interesse e quindi, in ogni caso, sarebbero stati ben più colpevoli di uno che seguisse un istinto naturale (come penso io) o anche che fosse trascinato da una malattia psicologica (come pensate voi)”

Immediatamente mi sono preso del “profanatore di realtà sacre che non rispetta lo status religioso dell’oggetto del discorso” da parte del filosofo. Vi risparmio il seguito della discussione, in cui le posizioni si sono arroccate con, da parte del filosofo, una affermazione della “sacralità intrinseca” dei Vangeli in quanto significanti di origine divina che trascende persino i significati convogliati e, da parte del teologo, una contestazione anti-letteralistica e un invito a leggere il senso e non la lettera.

La ragione per cui vi ho riportato questo breve episodio non è quella di rendervi partecipe delle mie continue dispute teologiche né quella di prendermi gioco insieme a voi di posizioni così distanti dalle nostre da pensarle agli antipodi di un possibile arco spirituale ma perché l’intera discussione presenta un paio di spunti che credo possano essere di notevole interesse.

Incominciamo con il tema fondamentale della discussione. Sostanzialmente, il nucleo fondante del pensiero del mio amico tradizionalista (sì, nonostante i nostri modi di pensare completamente divergenti, riusciamo ad essere amici) riguardo alla domanda di fondo sull’omosessualità (e alla conseguente posizione in materia di molte chiese) riposa in una affermazione implicita: “Gesù è il modello di vita e, in quanto divino, non poteva essere omosessuale, quindi l’omosessualità è male! Gesù era casto in quanto divino e, quindi, l’attività erotica è male (a meno che non sia volta alla pura perpetuazione della specie”). Perché questo modo di ragionare, per quanto avallato dalla Tradizione ecclesiastica, è sbagliato dal punto di vista razionale? Per almeno tre ragioni.

a) Dal punto di vista storico-filologico, si basa su una tradizione sviluppata a partire dalle affermazioni di un personaggio a dir poco “interessante” dal punto di vista psicologico come Saulo di Tarso, un ex fariseo della corrente più intransigente, un traditore delle concezioni fondamentali espresse da Rabbi Yeshua (al punto che alcuni storici lo hanno definito variamente da il “più grande marketing manager della storia” a “un agente di Roma”) e, soprattutto, una persona che tutti gli psicologi che hanno studiato l’argomento concordano nel definire “chiaramente sessuofobico” (per inciso, è lo stesso che ha scritto che nelle assemblee le donne devono tacere e devono rimanere sottomesse al marito!). Sappiamo bene come è andata: una casta di potere di “eunuchi per il regno di Dio” ha assolutizzato e preso a modello le sue parole e, passatemi la volgarità che, purtroppo, esprime epigraficamente una tristissima realtà, adesso se mio figlio decidesse di fare il chierichetto in una chiesa cattolica gli consiglierei, per sicurezza, di stare sempre almeno a tre metri dal prete. Il tutto a seguito di una lettura parziale e mirata che non ha tenuto conto di molte altre affermazioni e contestualizzazioni attestanti la relazione tra Gesù e Maria di Magdala (Vangelo di Filippo e altri Apocrifi), il fatto che Gesù non avrebbe potuto fregiarsi del titolo di Rabbi se fosse stato celibe (l’intera tradizione rabbinica è inflessibile in materia) e, pur, se volete, forzando un po’ i termini, il fatto che nella circonlocuzione “il discepolo amato da Gesù” non si usa il verbo “filein” (amare come amico) ma il verbo “agapein” (semplicemente nella genericità dell’uso di “amare” in italiano, in tutte le sue sfaccettature possibili, incluso l’uso comune dello stesso verbo per la “paideia” greco-classica). Sto dicendo che Gesù fosse un erotomane o fosse omosessuale? No! Sto dicendo che nulla, per assurdo, può escludere le due cose e che, come mille altre questioni scritturali, ogni interpretazione possibile è sensata e, dunque, nessuna interpretazione può essere assolutizzata fino a livello legalistico.

b) Dal punto di vista teologico, l’intero assunto si fonda sul nulla. Ipotizziamo per un istante (ma ne parleremo più estesamente in seguito) che Yeshua fosse il figlio di Dio, Dio egli stesso. Perché, nel suo esser anche completamente umano, non avrebbe potuto copulare o non avrebbe potuto essere omosessuale? Che cosa sappiamo noi di Dio e della sua volontà? Di Dio sappiamo pochissimo e postuliamo moltissimo e, se anche mi pare assolutamente ridicolo parlare della sessualità di una Entità di cui non conosciamo né forma né sostanza, se proprio ci troviamo costretti a farlo, mi pare sensato ricorrere alla massima giovannea (nelle I Lettera) che afferma che Dio è conoscibile dalle sue opere. Ebbene, dimentichiamoci di un Dio maschio creato da una società maschilista e riflettiamo sul fatto che Dio ha creato uomini e donne ed entrambi sono, dottrinalmente, “a sua immagine e somiglianza”. Oppure riflettiamo sul fatto che Dio, per chi crede il Lui, è il creatore anche delle nostre istintualità e non si vede perché avrebbe dovuto creare qualcosa che ritenesse negativo quando, per altro, tutti sappiamo che il comandamento primario è proprio quello di amarci, in tutte le forme e le gradazioni in cui ciò può esplicarsi e senza nessuna specificazione ulteriore. E, giusto corollariamente, non stiamo neppure a perdere tempo su imbecillità (purtroppo ancora circolanti) relative a “malattie mentali” che porterebbero all’omosessualità, con affermazioni che ogni psicologo, etologo o antropologo riterrebbe a dir poco risibili, o discussioni relative alla non compatibilità “strutturale” o procreativa legata all’omosessualità (strutturalmente l’essere umano, allora, non è fatto neppure per superare i 70 anni o per viaggiare a 100 km all’ora e, neppure, per stare seduto 10 ore al giorno davanti a un computer ma non ho mai sentito parlare di “peccaminosità intrinseca” di queste evenienze né ho sentito biasimare come peccaminoso il fatto che donne e uomini che non possono avere figli non si facciano frati e suore in massa).

c) dal punto di vista cristologico, non serve neppure lontanamente che stia ad esaminare le ragioni contrarie alla idea di una divinità di Gesù: leggetevi qualunque testo della nostra tradizione e troverete centinaia di motivazioni logiche, filologiche e filosofiche. Vorrei, però, dire solo due parole su un punto. Fermo restando che sono assolutamente convinto che genere e orientamento sessuale siano caratteristiche assolutamente casuali e neutre dal punto di vista morale, come essere biondi o bruni o avere la pelle più o meno pigmentata, se anche, per qualche nostra particolare tara (o, secondo me più spesso, per qualche nostra particolare repressione) ritenessimo che una visione di Yeshua non corrispondente a quella tradizionale cancellasse le sue caratteristiche divine, forse per questo ciò che ha detto sarebbe “desacralizzato”? Cosa rende “sacro” un insegnamento? La consonanza dell’insegnamento stesso con le corde più profonde della nostra anima e con ciò che istintivamente sentiamo come giusto o un titolo appiccicato all’insegnante? Spero che per tutti noi non ci sia bisogno di pensare molto alla risposta.

Questo mi permette di collegarmi al secondo elemento d’interesse della mia discussione con i miei colleghi e amici.

Voglio essere ben chiaro: io sono assolutamente convinto che il mio amico filosofo sia una persona molto intelligente e di grande cultura. Ritengo, però, che i suo sistema di pensiero sia, dal punto di vista ideologico e spirituale, segnato da due grandi difetti: l’acriticità volontaria e la propensione a rendere alcuni risultati di tale acriticità degli “assoluti indiscutibili”, degli assiomi.

A vario grado, temo che questo sia un problema di molte forme religiose (non solo del Cattolicesimo) e credo che questo rappresenti uno dei maggiori pericoli per la spiritualità di chiunque.

Quello che voglio dire è che non credo assolutamente che gli assoluti appartengano alla nostra sfera di comprensione ma che, per qualche ragione psicologica, noi, piccoli esseri finiti, siamo portati a rendere assolute delle visioni che, di per sé, sono solo opinioni e questo meccanismo è presentissimo a livello religioso. Dio è l’assoluto massimo e cerchiamo di rappresentarcelo costantemente, pur sapendo, in fondo all’anima, che questo sarà sempre impossibile. Ecco, allora, che la nostra paura della dissonanza cognitiva e il nostro horror vacui ci costringono ad ancorarci a credi, dogmi, immagini del sacro che ci sono stati tramandati come assoluti innegabili e che ci danno l’illusione di afferrare quell’Assoluto così sfuggente.

Non andrò neppure a indagare sulla formazione di quegli “Assoluti relativi”: analizzando i processi della loro germogliazione scopriremmo, in gran parte dei casi, cose come il culto della personalità, la commistione culturale inglobante, la perpetuazione di strumenti di asservimento, la commistione con logiche di potere e quant’altro.

Ciò che mi spaventa di più è, piuttosto, l’abdicazione volontaria alle nostre capacità critiche che deriva dal tentativo di soddisfare, senza nessuna umiltà (a parte quella falsa da monaci dell’Inquisizione), la nostra sete d’Assoluto.

Da qui derivano le assurde logiche tautologiche (ciò che è sacro è sacro in quanto sacro per origine, ciò che è peccato è peccato perché è peccato, ciò che è sbagliato è sbagliato perché ci hanno insegnato che è sbagliato).

Da qui deriva l’ignoranza del letteralismo che rende sacro e intoccabile in forma magistico-sciamanica un testo e non tiene conto che ogni testo presuntamente sacro che possediamo non è che rimaneggiamento di rimaneggiamento, copia di copia con perpetuazione di errori anche assurdi di una visione primaria del Sacro che, a sua volta, non è che filtraggio umano di una intuizione d’Assoluto.

Da qui deriva il chiudere gli occhi davanti a salti logici evidenti anche ad un bambino (ad esempio tra i tanti possibili: come è possibile appellarsi ad una Traditio Fidei che si sviluppa dalla cristallizzazione di una opinione trinitaria in aperta contraddizione proprio con la tradizione deuteronomica a cui dice di ispirarsi?)

Da qui, forse ben più tragicamente, il lasciarsi convincere della sacralità divina anche di evidenti nefandezze che, quando non arrivano al crimine palese (come uccidere in nome di Dio, oggi come nel passato), si “accontentano” di misfatti apparentemente minori come l’esclusione di chi è presuntamente nel peccato, la divisione dell’umanità in buoni e cattivi, in normali e anormali, magari proprio sulla base di una semplice variabile naturale come l’orientamento sessuale.

Ecco, allora, fratelli, che l’insegnamento più importante che possiamo trarre dall’episodio di cui vi raccontato è proprio questo: mai abdicare alla nostra capacità critica, che è uno dei più grandi doni del Divino, qualsiasi sia la forma che riteniamo possa avere.

E se questo vale per le idee, tanto più vale per le persone, verso cui nessun giudizio o pregiudizio può avere mai alcun senso se non quello valutativo personale sulle singole azioni e, anche in questo caso, sempre nell’ottica di un amore fraterno e comprensivo. Quell’amore fraterno e comprensivo che, come di insegna la “regola aurea”, è l’unica nostra chiave per aprire le porte del Regno.

Adonai echad. Amen.

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Prendere al povero per dare al ricco

Hanno detto: “Da ogni parte c’è la luce di Dio”.
Ma gridano gli uomini tutti :”Dov’è quella luce?”
L’ignaro guarda a ogni parte, a destra, a sinistra;ma dice una Voce:
Guarda soltanto, senza destra e sinistra!”.

Jalal Ad-Din Rumi

Vorrei spiegare il significato della compassione, che è spesso mal compreso. La vera compassione non si basa sulle nostre proiezioni e aspettative, ma, piuttosto, sui diritti dell’altro: indipendentemente dal fatto che l’altra persona sia un amico intimo o un nemico, nella misura in cui detta persona vuole pace e felicità e vuole evitare la sofferenza, su questa base possiamo sviluppare una genuina preoccupazione per i suoi problemi.

S.S. Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama

19 «C’era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; 20 e c’era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, 21 e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. 22 Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. 23 E nell’Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; 24 ed esclamò: “Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell’acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma”. 25 Ma Abraamo disse: “Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. 26 Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi”.

Vangelo di Luca, 16:19-26

Cari Fratelli,

alla faccia di chi è convinto che una crescita spirituale si possa avere solo all’interno di un regime di uniformità di pensiero, devo ammettere che una delle fortune più grandi che mi siano capitate negli ultimi anni sia stata quella di avere come collega e amico una persona che è, dal punto di vista del modo di pensare, l’esatto opposto di me in praticamente qualsiasi campo: pur essendo accomunati da una certa propensione al rifiuto degli ascetismi masochisticamente esasperati e da un totale disamore per le logiche materialiste e utilitariste della società capitalista, tanto io sono tendenzialmente anarchico, ultraliberale e internazionalista quanto lui è rigidamente dirigista, protezionista e ultranazionalista, tanto io sono progressista quanto lui è ultraconservatore, tanto io sono, dal punto di vista religioso, contrario alle forme e nemico di ogni dogmatismo, quanto lui è un cattolico tradizionalista di stampo tridentino che vorrebbe vedere tornare i Papi assisi sulla “sedia gestatoria”.

É facile immaginare come gran parte del nostro rapporto di amicizia sia caratterizzato da discussioni continue su pressoché qualunque cosa senza che, in ogni caso, nessuno dei due abbia la convinzione di poter convincere l’altra parte né che le notevoli divergenze di opinioni che ci contraddistinguano mettano a repentaglio il reciproco rispetto.

Quello che mi spinge ad affermare che la nostra amicizia sia per me una grande fortuna è il fatto che, partendo da ottiche così lontane, spesso i nostri ragionamenti mi permettono di osservare aspetti delle questioni che affrontiamo che, altrimenti, difficilmente percepirei ed è esattamente quello che mi è accaduto di recente.

Situazione: i giovani virgulti della scuola piuttosto elitaria in cui insegno affrontano l’esame finale del loro corso di studi e molti lo fanno con una leggerezza, una disattenzione e una superficialità che trovo disarmanti. Come da mia natura, mi arrabbio tantissimo e affermo che il loro problema è di non aver ricevuto abbastanza calci dove non batte il sole e che, da parte nostra, sarebbe molto più produttivo non dimostrare loro tutto l’amore e l’attenzione che profondiamo nei loro confronti ma, adottando un atteggiamento unicamente asetticamente professionale, abituarli alla vita reale in cui avranno a che fare con un mondo di persone a cui di loro non interessa nulla e che non regaleranno loro nulla e in cui dovranno capire che starà a loro essere artefici dei loro successi o insuccessi. Mi viene contestato da un altro collega che è nostro compito non solo educarli ma anche amarli e io, piuttosto inviperito, rispondo che il mio amore preferisco spenderlo per chi ne ha davvero bisogno perché si trova costantemente in difficoltà in un mondo che crea continuamente classificazioni tra esseri umani di serie A pieni di possibilità ed esseri umani di serie B a cui nessuna possibilità viene concessa per questioni socio-economiche. Dal mio punto di vista, questo rientra perfettamente in quella “opzione per i più poveri e i più deboli” che, costantemente, pressoché tutte le religioni ci ricordano essere il cuore della pratica spirituale. É a questo punto che interviene il mio amico, che mi ricorda, giustamente (gliene do atto), che l’amore non può avere mai logiche classiste ma che, soprattutto, aggiunge una frase che mi ha fatto a lungo pensare: “non pensi che, in realtà, sia insopportabile al povero la compassione del ricco che ritiene che i suoi simili non debbano ricevere un uguale trattamento rispetto ai poveri?”

Al di là delle risposte possibili a tutte queste obiezioni, che, nello specifico, si condensano nel fatto che il vero amore non si esprime in uno standardizzato e sdolcinato effluvio mieloso di sorrisi, aiuti e pacche sulle spalle indistinte ma si concretizza in atti di amore personali e cuciti secondo le necessità del singolo che, alla bisogna, possono anche sostanziarsi in una poderosa pedata sul didietro a chi si crogiola nella facilità della propria esistenza, la frase del mio amico mi ha portato ad interrogarmi soprattutto sulle motivazioni del nostro agire con opzione preferenziale nei confronti dei più poveri e dei più deboli.

Ok, probabilmente state pensando: “Già sarebbe un miracolo che questo agire ci fosse, senza stare tanto a guardare il pelo nell’uovo e analizzare le motivazioni!”. Giusto! Nulla da eccepire: all’atto pratico le motivazioni contano poco e ciò che conta è l’effetto e l’incisività dell’agire nei confronti di chi riceve … Solo all’atto pratico, però, perché per noi, per noi stessi, quando stiamo dall’altra parte, quando siamo attori e destinatori di quell’agire, quelle motivazioni assumono una valenza fondamentale che può cambiare il senso stesso delle nostre azioni.

Una parola della domanda del mio amico mi ha colpito profondamente: “compassione”. Su di me ha lo stesso effetto di un’altra parola che viene comunemente usata nelle nostre comunità (e non solo nelle nostre): “carità”. So che entrambi i termini hanno, in sé, etimologicamente, una valenza positiva, un fondamento d’amore per il prossimo, di gratuità, di apertura; so che “compassione” viene dal termine greco che significa “condividere un sentimento” e che “carità” vuol dire, sempre in greco, “amore disinteressato” ma… Ma, nel loro uso comune, non posso nascondere di trovare entrambi i termini assolutamente repellenti. Perché? Semplicemente perché mi sanno di accondiscendenza, di paternalismo, in ultima analisi di superbia. Mi fanno venire in mente il ricco che si sente superiore al povero, che prova a immedesimarsi per 30 millisecondi in una situazione che, comunque, non vivrà mai (almeno sperabilmente) per poi tornare alla sua vita agiata, mi viene in mente il gesto di una moneta (e poco conta, in termini di atteggiamento, che la moneta sia una o le monete siano mille) che cade dall’alto perché così ci sentiamo così buoni, ci mettiamo l’animo in pace …. Soprattutto, mi viene in mente l’umiliazione del dover ricevere, del sentirsi dipendenti dal “buon cuore” di qualcuno che dà e che si sente così fortunato e superiore a chi riceve da poter “elargire a titolo gratuito” perché pensa, così facendo, di “compartecipare dello stesso sentire” del povero quando questo è e sarà comunque falso.

Sto dicendo che, allora, non dobbiamo sentire nessuna urgenza di dare, che ce ne possiamo fregare, che possiamo tenere i borsellini e i portafogli chiusi per non rischiare di “offendere” o “umiliare” chi riceve? Naturalmente assolutamente no!

Ancora una volta ripeto che qui non si sta parlando di azioni ma di attitudini nell’azione ed è in questo senso che un paio di elementi basilari nel nostro sentire spirituale mi saltano subito alla mente: il più che ovvio “Primo Principio” che indica Il valore e la dignità intrinseca di ogni persona, da un lato, e, dall’altro, il “Secondo Principio” che ci chiede giustizia, equità e compassione nei rapporti umani.

Tra i due, il Primo Principio è, per certi versi, il background generale su cui ogni nostra azione deve svilupparsi e, nello specifico, ci indica come solo in una società capitalisticamente economicizzata fino all’estremo la disparità economica possa tradursi in una umiliazione per la parte debole, nel momento in cui ricchezza e povertà diventano l’unico metro non solo di giudizio (e già di per sé l’atto del giudicare il valore di una persona umana mi ripugna notevolmente) ma, soprattutto, di classificazione della potenzialità umana (e, qui, arrivo proprio a sentire brividi lungo la schiena). Chi mi dice che la persona a cui dono sia più povera di me se non in senso economico? Forse, quella stessa persona è mille volte più ricca di me e potrebbe essere lei a provare compassione per me e a caritatevolmente donarmi qualcos’altro, dalla saggezza alla pazienza, dalla forza alla capacità di resistenza, dalla cultura alla profondità di pensiero, che io non ho, se solo avessi il tempo, la libertà mentale e la forza morale di non giudicarlo un “perdente” o un “fallito” solo su mere basi economiche e, conseguentemente, di considerare me così infinitamente superiore a lui perché posso concedermi il lusso di far cadere una monetina nelle sue mani o un assegno di sostentamento minimo nel suo conto in banca.

Come al solito, parlo di utopia? Naturalmente sì e ne sono felice ma … pensate per un attimo ad un mondo in cui quella monetina o quell’assegno diventassero non la statuizione di un’arroganza vincente che si fa tronfia nell’ostentazione di una finta condivisione ma fossero una parte di uno scambio globale in cui tutti potessero essere oggetto di “carità”, in un senso o nell’altro, da parte di tutti gli altri! Allora sì che potremmo parlare “etimologicamente” di vera compassione, una compassione che starebbe alla base del nostro vivere sociale e che farebbe perdere di senso alla possibilità che quel ricevere senza poter dare rischiasse di essere “insopportabilmente vissuto” da parte della parte economicamente debole.

Al di là di questa considerazione di base, sicuramente, lo ripeto, utopistica, almeno fino al momento in cui non ci mettiamo, quantomeno, in gioco ben al di là di un portafoglio che si apre casualmente e per una “compassione” che tragicamente diventa sinonimo di “pena” e fino all’apertura reale dei nostri cuori e delle nostre menti all’ascolto di chiunque e all’apprendimento da chiunque, il Secondo Principio ci riporta un po’ più saldamente alla realtà pratica.

Forse ho troppa fiducia negli U*U ma sono propenso a credere che le migliori menti della spiritualità liberal, quando si sono riunite per pensare i Sette Principi, li abbiano meditati a fondo, anche dal punto di vista formale e, allora, mi chiedo se vi sia un senso nel fatto di unire il famigerato (per me) termine “compassione” con i termini “equità” e “giustizia” nello stesso assunto. Ebbene, credo di sì e credo che il senso ultimo di questa unione (soprattutto se, poi, la riferiamo anche al Sesto Principio che la riprende) stia nel riportare quella “compassione” nel suo giusto alveo naturale. In che cosa consiste? Per tentare di spiegare quello che penso, estremizzerò un po’ (ma giusto solo un po’) i termini e vi dirò che l’unione di quei tre termini mi fa pensare ad un radicale cambiamento del verbo servile unito al termine dare: di fronte al bisogno non è che “possiamo” dare, come se fosse una nostra iniziativa privata frutto di “un cuoricino così dolce e buono che si commuove davanti al bisogno” ma “dobbiamo dare” perché è un imperativo morale impellente per tutti gli esseri umani, anche se molti esseri umani non se ne rendono conto. Perché? Semplicemente per una questione di equità e di giustizia: perché siamo tutti esseri umani con le stesse necessità, con la medesima origine, con la stessa ricerca della felicità (ma già basterebbe un minimo di serenità) e, semplicemente, è “giusto” che tutti abbiamo “equamente” le stesse possibilità per soddisfare i nostri bisogni e per vivere con un certo grado almeno minimale di serenità e con la speranza di poter ottenere attimi di felicità. Allora, dare quello che possiamo dare a qualcuno che ne è, per ragioni che non sta a noi indagare, carente diventa solo il compimento di quello che siamo tenuti a fare in quanto membri del genere umano. Certo, possiamo evitare di farlo, possiamo evitare di condividere ciò di cui siamo in possesso (che, come si diceva, non riguarda solo il denaro) e che possiamo offrire a chi ci circonda ma il punto che cambia la prospettiva è proprio questo: non siamo “buoni” se lo facciamo ma siamo “ingiusti” se non lo facciamo. E lo siamo indipendentemente dalla reciprocità del nostro agire e, forse, il nostro primo dono è proprio insegnare questa reciprocità del dono a chiunque, prima di tutto a noi stessi, aprendoci alla possibilità di ricevere da chiunque, anche da coloro che possono ottenere da noi in termini materiali e restituirci anche molto di più di quanto ricevono in termini diversi ma non meno preziosi.

Ecco, allora, che, in questi termini, la risposta che mi sento di dare alla domanda del mio amico “non pensi che, in realtà, sia insopportabile al povero la compassione del ricco che ritiene che i suoi simili non debbano ricevere un uguale trattamento rispetto ai poveri?” è “no!”. Penso, piuttosto, che sarebbe insopportabile per me la mancanza di compassione reale da parte di chiunque verso chiunque, la non comprensione di ciò che posso dare e posso ricevere da chiunque e di come ciò che posso dare cambi da persona a persona e non sia relativo solo a mere questioni economiche: se non ho denaro posso dare almeno attenzione e amore a chi non viene considerato, posso dare almeno forza e capacità di maturare a chi viene considerato troppo, il tutto perché è doveroso, perché a questo sono chiamato come uomo così come, sempre come uomo, sono chiamato a ricevere da tutti e da chiunque quello che mi può mancare, senza che in questo scambio vi sia nulla di non naturale, di non ovvio e, dunque, di insopportabile.

Quello per cui prego con voi e per noi tutti, allora, non è tanto che sappiamo dare comprendendo il senso di una opzione preferenziale per i bisognosi ma che sappiamo imparare a superare ogni barriera pregiudiziale e che impariamo a chiedere e ricevere da tutti, “poveri” compresi, perché solo se impareremo a chiedere e ricevere senza imbarazzo per noi impareremo a dare a ciascuno ciò che possiamo e che riteniamo giusto senza imbarazzo per nessuno, in un mondo più compassionevole, più giusto e più equo che, a volte, osiamo chiamare Regno.

Adonai echad,

Amen

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Di chi è questa Chiesa?

Le nostre vite iniziano a finire il giorno in cui stiamo fermi a guardare in silenzio davanti alle cose che davvero importano: alziamoci e impegnamoci davvero per quello che riteniamo giusto!

(Rev. Martin Luther King)

Oltre alla visione comune di impegno come l’essere pronto a morire per quello in cui credi, fai un passo in più e comincia a pensare che il vero impegno è vivere e donare un po’ del tuo tempo e dei tuoi sforzi per quella stessa cosa in cui credi.

(Rev. Maurice Williamson)

45 «Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; 46 e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l’ha comperata.

(Vangelo di Matteo, cap.13)

Cari fratelli,

questa sera vorrei proporvi un piccolo test psicologico: giusto un paio di domande a cui, naturalmente, nessuno è tenuto a rispondere ma che, forse, possono servire a fare un po’ il punto della situazione.

Per la prima domanda, vi chiedo di chiudere gli occhi e di immaginare una situazione molto piacevole: avete appena scoperto di aver vinto una macchina nuova ad una lotteria a cui avete partecipato proprio perché volevate quella macchina, la desideravate con tutto il cuore. Non è che, per forza debba essere una macchina super-lusso ma, se dobbiamo sognare, perché non farlo in grande? Diciamo, allora, che avete appena vinto una Ferrari, bellissima, rosso fuoco ma, se preferite qualcosa di più maneggevole, possiamo pensare ad un Mercedes Classe A o a qualunque altra macchina vi piaccia.

L’unico particolare è che a questa macchina, per una qualche ragione commerciale dello sponsor che l’ha messa in palio, mancano alcune parti minori: non ha i tappetini, non ha gli specchietti retrovisori e non ha le lampadine delle luci.

Perché? Chi lo sa: magari lo sponsor vuole lasciare che scegliate voi come personalizzare il modello, magari erano proprio quei particolari che lo facevano uscire fuori budget o, magari, si tratta di una qualche segreta strategia di marketing ma, a noi, del perché di questa strana evenienza interessa relativamente poco.

La domanda che vorrei porvi è la seguente: voi che cosa fate dopo aver ricevuto a casa la macchina che tanto sognavate? Andate di corsa a comprare per 150 euro le cose che mancano o lasciate l’auto in garage perché senza luci e specchietti non può circolare?

Domanda stupida? Beh, forse sì. Ma, magari, potreste pensare che quei 150 euro non li avete perché a malapena riuscite ad arrivare a fine mese e proprio non ve la sentite di fare gli straordinari per due settimane, sottraendo tempo al vostro riposo, ai vostri hobby o alla famiglia … Ok, assolutamente lecito: lasciate, allora, la macchina ferma sul marciapiedi davanti a casa fino a che non si arrugginisce o non la porta via il carro attrezzi … La scelta è vostra e, comunque, potete poi sempre raccontare a voi stessi che, a conti fatti, il motore della vostra auto non vi convinceva fino in fondo.

Seconda domanda, questa volta in uno scenario meno positivo, anzi, proprio terribile. Siete reduci da una guerra atomica che ha ridotto drasticamente la quantità di acqua potabile nella vostra area e avete davvero sete. Un paio di vostri vicini di casa cercano di scavare un pozzo e trovano un po’ d’acqua e sono anche contenti di darvene una parte, però vi dicono che, secondo le mappe geologiche che hanno consultato, proprio sotto il vostro giardino c’è una grande falda che potrebbe dissetare voi e tutto il quartiere e che, se volete scavare con loro, forse si può davvero risolvere il problema della scarsità idrica nella zona.

Voi cosa fate? Qui gli scenari sono, direi, almeno tre:

1) decidete di condividere la loro fatica, vi mettete a progettare con loro il nuovo pozzo, rinunciando alla pennichella pomeridiana o aiutando gli scavi quando tornate a casa dal lavoro anche se siete stanchi o preferireste giocare con i nipotini, parlare con il marito o guardare la tv;

2) dite ai due “ok, scavate pure nel mio giardino ma io sto a guardare e se trovate qualcosa, poi mi date un bel po’ di quell’acqua e il resto potete distribuirlo come volete”;

3) preferite lasciar perdere e bere quel po’ d’acqua che il piccolo pozzo dei due riesce a produrre e che loro vi danno.

Non sta a me giudicare le scelte di ciascuno ma tutta la situazione mi fa pensare a quando ero più giovane e avevo il tempo di vedere qualche film in più. Li scaricavo dalla rete con un programma che non so neppure più se esiste e che si chiamava “torrent”: in sostanza, qualcuno metteva il film su qualche server e la banda di scaricamento, cioè la velocità con cui si poteva scaricare, dipendeva da quanti stavano in rete connessi a quel certo film. Alcuni rimanevano connessi anche dopo aver finito di scaricare per permettere anche ad altri di completare il download, venivano chiamati “seeders” e, di solito, erano persone che credevano veramente che alla base di tutto ci fosse una questione etica di libera circolazione artistica e di possibilità di visione per tutti, anche per chi non si poteva permettere di comprarsi i dvd resi supercostosi dalla volontà delle case produttrici di guadagnare il 500% rispetto all’investimento iniziale, giusto o sbagliato che questo fosse; altri, chiamati leechers, si sconnettevano appena finito il download e non avete idea di quante maledizioni ho tirato loro quando un download mi si bloccava al 92% senza possibilità di completarlo.

Vi sembra che questo discorso non abbia un gran filo logico? Forse è vero ma, per cercare di spiegare quello che sto provando a dirvi, proverò a partire da un altro punto, con un’altra domanda, molto meno metaforica: secondo voi di chi è la nostra Comunione?

Magari qualcuno pensa che sia una specie di corpus metafisico che si crea e si mantiene da solo, per volontà divina. Magari un po’ lo spero anch’io che qualche zampino della volontà divina da qualche parte ci sia ma vi posso garantire che, anche in quel caso, quello zampino non basta a mantenere questa pur piccolissima organizzazione in movimento e la morte delle precedenti missioni unitariane universaliste in Italia è la riprova piuttosto evidente di quello che sto dicendo.

O magari qualcuno pensa che la CUI sia dei suoi ministri. In fondo, di essere ministri ce lo siamo scelti noi ed è giusto che facciamo andare avanti noi la baracca, no? Magari anche in questo c’è qualcosa di vero, non fosse per il fatto che mi pare che questo atteggiamento riveli due aspetti leggermente problematici:

a) che mostra un atteggiamento piuttosto chiaramente episcopaliano che implica una gerarchizzazione delle funzioni che nessuno dei ministri della CUI certamente desidererebbe, vivendola, piuttosto, come un grande fallimento rispetto ai Sette Principi. Qualche tempo fa, in una libreria evangelica, ho sentito una signora, penso pentecostale, sudamericana dire al libraio che avrebbe letto volentieri quel tal libro ma che, prima di acquistarlo, voleva sentire il parere del suo pastore. Sono convinto che se succedesse una cosa del genere nella nostra comunità, la malcapitata si prenderebbe, a scelta e a seconda del pastore di riferimento, una teorizzazione dialettica biblico-hegeliana, un pistolotto di 40 minuti sulla libertà spirituale o direttamente uno sputo in fronte (a voi capire cosa verrebbe da chi) …;

b) questo atteggiamento, per quanto pur sempre sbagliato, potrebbe essere un po’ più comprensibile in altre realtà in cui i pastori possono definirsi dei professionisti a tutto tondo (non nel senso di preparazione tecnico-teologica, per la quale, conoscendo un po’ la realtà internazionale, posso sinceramente dire che in Italia non dobbiamo invidiare nessuno, ma nel senso di percepire uno stipendio). Di fatto, però, la constatazione che, proprio in realtà di questo genere, i pastori si occupino pressoché esclusivamente di questioni spirituali e di pastoral care lasciando le iniziative organizzative ai comitati parrocchiali ci dice che, in ogni caso, pensare che il funzionamento della chiesa debba riposare unicamente sulle forze dei ministri è, semplicemente, un modo non U*U di vedere il concetto di comunità. E se questo è vero in assoluto, tanto più lo è qui, dove ogni ministro lavora per vivere, dove ciascuno di noi strappa il tempo alla propria vita, ai propri studi, alla propria famiglia e alle proprie incombenze per cercare di tenere in piedi qualcosa in cui crediamo, così come, speriamo, dovrebbero crederci tutti gli altri componenti della comunità.

O magari, infine, qualcuno può pensare che la CUI viva grazie al movimento Unitariano Universalista internazionale. Beh, se le cose stanno così, lasciatevi dire che nulla potrebbe essere più fuori strada. Nel congregazionalismo, semplicemente, le cose non funzionano così: ogni comunità è completamente indipendente, sia in termini organizzativi che economici o pastorali. Se mai, è vero il contrario: gli organismi internazionali vivono grazie ai contributi delle singole comunità nazionali, noi compresi e, se anche è vero che alcune comunità nazionali stanno piuttosto bene, è altrettanto vero che l’organizzazione ombrello che tiene uniti tutti gli U*U del mondo non avrebbe neppure le possibilità di aiutarci economicamente né, d’altra parte e giustamente, non si azzarderebbe mai a imporci qualcosa organizzativamente.

Il fatto è, fratelli, che la Comunione Unitariana Italiana è di tutti noi, in egual modo ed egual misura. Ciascuno di noi può darle un significato diverso, come è giusto e come è costitutivo di una spiritualità che non pone dogmi e vie predefinite, ma ciascuno di noi è la CUI, ciascuno di noi è “proprietario” di questa chiesa che proclama per noi e per tutti il senso di una fede libera e liberale, di una fede di uomini e donne che credono in alcuni principi trascendenti di dignità, uguaglianza, fratellanza, di ragione non disgiunta dallo spirito, di amore per l’essere umano e per la terra che lo nutre, di ricerca di un oltre rispetto ad una esistenza unicamente edonistica.

E, fratelli, se la CUI è di ciascuno di noi perché rappresenta, al di là di qualsiasi differenza di ottica, di qualsiasi onanismo teologico, di qualsiasi legittima discussione interna, qualcosa in cui crediamo, che riteniamo importante per noi e per tutti, allora questo implica delle conseguenze.

Probabilmente state pensando che io sia il rompiscatole del gruppo, quello che si lamenta sempre e che tira bordate. Probabilmente è vero, ma voglio spiegarvi da dove nasce una certa amarezza di cui voglio farvi partecipi. Nell’ultimo mese ho avuto modo di notare come due persone di tutt’altra fede si siano prodigate, sinceramente con rinunce e sforzi personali, per aiutare la comunità a svolgere le sue funzioni pastorali. Queste due persone sono le compagne di due dei ministri e vi devo dire che la domanda che mi sono posto è stata sul perché lo facessero. E la risposta credo sia piuttosto evidente: per amore. Non solo per amore verso le persone con cui stanno ma anche per quello in cui quelle persone credono, perché hanno capito che, per quanto la loro fede sia differente, i principi che ci muovono sono realmente universali, sono realmente rivolti alla creazione di un mondo migliore, più libero, più rispettoso, più giusto per tutti.

Amore è la parola chiave! E l’amore non è un atteggiamento passivo, non lo è mai! Se amo davvero non aspetto che la persona che amo mi chieda qualcosa perché io cerchi di farla star bene, non aspetto che lei mi dica che mi ama per dirglielo, non mi siedo a guardare dalla finestra se sta arrivando ma mi alzo e vado da lei.

Allora, fratelli, è questo il senso dell’intero discorso: se si ama una idea, una visione della vita e della fede, se si vuole che questa idea cresca e si diffonda, allora ha poco senso sostenere una chiesa che la proclama solo a parole. Una chiesa che è di ciascuno necessita l’iniziativa di ciascuno, necessita che ciascuno di noi s’impegni praticamente, non solo con proposte che altri devono portare avanti, ma non iniziative concrete, portate avanti in prima persona per la chiesa, per la sua diffusione, per la sua vita organizzativa e quotidiana.

E non perché vogliamo avere 2000 fedeli nuovi, non perché ogni giorno dobbiamo essere online o da qualche parte ma perché ciascuno di noi deve sentire che questa comunità è sua ed esprime le sue idee sulla fede in questa società.

Lo so, fratelli, che nessuno di noi vuole essere un leecher e che tutti vogliamo essere seeder ma essere seeder significa mettersi in gioco davvero, non chiedendo agli altri di scavare quel pozzo che disseta noi e gli altri, non pensando che dire di essere di una comunità in cui si passa due volte al mese sia una specie di favore che si fa a chissà chi, non mettendo due like e tre commentini su Facebook pensando che questo basti, non facendo seimila distinguo sui capelli degli angeli su questioni sulle quali solo chi è in malafede può pensare di avere le risposte definitive, usando le conseguenti risposte soggettive e forse incomplete come alibi.

E so anche che per molti di noi fare gli straordinari per mettere i tappetini e gli specchietti costa … ma costa per tutti e costa anche tanto, però è quel costo il segno dell’amore, il segno di sentire davvero un’appartenenza, di sentire la forza della spiritualità che sentiamo.

E’ questo che vi chiedo: fare, in prima persona, proponendo e realizzando, attivamente!

C’è chi lo fa ma a questo tutti siamo chiamati: essere seeders e non leechers della Comunione, lavorare con tutti noi stessi perché non vogliano lasciare la nostra splendida Ferrari ad arrugginirsi al lato di una strada!

Adonai echad. Amen

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