Resurrezione (Sermone Pasqua 2019)

Cari fratelli,

non vi nascondo che quando, la settimana scorsa, Roberto mi ha chiesto di presiedere alla celebrazione pasquale mi sono sentito molto in difficoltà.

Molti anni fa, quando ho ricevuto la mia prima consacrazione ministeriale, ho promesso a me stesso che mai avrei proclamato da un pulpito, fosse esso fisico o, come nel nostro caso, virtuale, verità di cui non fossi stato intimamente persuaso.

Ora, tutti sappiamo che la Pasqua celebra, in praticamente tutto l’ambito cristiano, la resurrezione di un uomo-Dio dalla morte e, con quello che non posso fare a meno di ritenere un certo grado di funambolismo spirituale, la sua conseguente vittoria sul peccato per la redenzione dell’umanità. Ebbene, se, in passato, mi era possibile annunciare il senso della resurrezione anche a prescindere dalla mia convinzione che quell’uomo non fosse neppure minimamente più divino di me e di ciascuno di noi ma, forse, unicamente più saggio e capace di ascoltare la volontà trascendente, il mio progressivo percorso di allontanamento da una concezione personalistica della Divinità in favore di una concezione collettivistica e umanamente condivisa del Sacro come Anima Mundi e forza vitale mi rende oggi problematico persino definirmi formalmente cristiano e, conseguentemente, interpretare la storia pasquale in chiave simbolica.

Insomma, francamente non ho nessuna certezza in quel meccanismo redentivo esplicato, propriamente o simbolicamente, attraverso l’insorgenza di un evento nella storia dell’umanità che statuisca un “prima” e un “dopo” e che valga la pena di celebrare. Dunque, se ho, pur nel pieno rispetto delle credenze dei mie fratelli cristiani (e, ci tengo a sottolinearlo, fratelli continuo a considerarli, siano essi trinitari o no, al di là di qualsiasi differenza teologica), se ho, dicevo, la piena consapevolezza spirituale della impossibilità per chiunque di risorgere dalla morte e la piena consapevolezza storico-filologica che gli eventi narrati nei Vangeli siano stati ideologicamente manipolati e falsificati, probabilmente non potrei affermare di essere in possesso di alcuna motivazione per guidare un’assemblea di fedeli in una celebrazione che fosse qualcosa di diverso da una normale liturgia domenicale settimanale.

Eppure, questa sera, al termine della parte comune, celebrerò la Cena del Signore e, vi assicuro, lo farò non venendo meno al mio antico proposito di coerenza e sincerità.

Come è possibile?

In realtà, è possibile grazie a due ragionamenti, entrambi di fonte, per così dire, “laica” e solo uno di tema spirituale, che ho avuto recentemente modo di ascoltare e rimeditare.

Entrambi sono andati a formare le letture che vi ho proposto questa sera.

Il primo nasce da una intervista ad Alejandro Jodorowski, uno di quei personaggi di cui non sentirete mai parlare in nessuna chiesa e davanti a cui molti mie colleghi si farebbero il segno della croce per scacciare “il maligno”. Jodorowski, del quale, forse, alcuni di voi hanno già sentito parlare, è uno scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta cileno ora naturalizzato francese, da sempre propugnatore di una spiritualità a- (e a volte anti-) religiosa, cosa questa, che, in tutta onestà, me lo fa sentire, allo stato dei fatti, vicinissimo.

Ebbene, ad una domanda sulla esistenza di Dio da parte di Franco Battiato per il programma “Bitte keine reklame” (che, molto probabilmente, ha avuto una audience tra le più basse della storia della televisione), Jodorowski, come abbiamo letto, ha risposto, con molta semplicità, che Dio o il diavolo sono la stessa energia vitale la cui natura benigna o maligna dipende dall’utilizzo che noi ne facciamo con il nostro libero arbitrio. Lasciate che vi dica che, personalmente, trovo questa intuizione assolutamente geniale e perfettamente consonante con quello che provo ma, fino a qui, non posso dire nulla più di questo, che è, semplicemente, un mio sentire, come detto, completamente personale.

Proviamo, però, ad accostare questo pensiero ad una affermazione di uno scrittore che, ancora una volta personalmente, stimo moltissimo, direi con una perfetta proporzionalità inversa con la stima che provo per i suoi detrattori: Roberto Saviano.

La citazione riportata nelle letture, estrapolata dall’intervento dello scrittore partenopeo all’ultima edizione dell’International Journalism Festival di Perugia, è molto lunga ma possiamo condensarla in poche battute: esistono realtà oggettive, che non hanno bisogno di essere testimoniate perché la loro verità esiste “di per sé” ed esistono altre realtà, quelle legate all’uomo e alla sua interiorità, che devono essere testimoniate per esistere, per non morire.

Ebbene, provando a coniugare queste due affermazioni, cosa possiamo ottenere? Se intendiamo Dio come forza vitale (e direi che, pur con accezioni diverse, qualunque religione può tranquillamente concordare su questo punto), l’esistenza di tale forza vitale è un dato auto-evidente anche solo per il fatto che siamo qui, parliamo e respiriamo e, quindi, l’esistenza di Dio (o, se vogliamo, di una Entità trascendente non individuata) lo è pariteticamente. Ma, attenzione, nel momento in cui entra in gioco il libero arbitrio nel rendere quella forza vitale uno strumento del bene o del male, Dio o il diavolo, allora entrano in gioco anche quelle verità legate all’uomo e alla sua interiorità di cui parlavamo. Ed è qui che, come dice Saviano, ci viene chiesto di scegliere da che parte stare, è qui che decidiamo se Dio muore e il diavolo sopravvive o viceversa.

Fratelli, ce lo siamo già detti tante volte: viviamo in tempi oscuri … non certo per la prima volta nella storia … ma sicuramente questi sono tempi oscuri.

Sono tempi oscuri quelli in cui l’essere umano e la sua dignità possono essere venduti e comprati per un pugno di denari.

Sono tempi oscuri quelli in cui l’egoismo, la rabbia e l’ottusità regnano e c’è chi mette se stesso, il proprio gruppo, la propria nazione, il proprio interesse “prima di ogni altra cosa”, in cui tutta la nostra vita ruota intorno a soldi, potere, prestigio, agiatezza, sicurezza mentre a un passo da noi si muore di fame, si muore di guerra, si muore di ricerca di un futuro almeno accettabile, si muore d’indifferenza e di disprezzo.

Sono tempi oscuri quelli in cui si cerca di fuggire dal dolore, dalla distruzione, dalla violenza, dalla paura, persino dalla noia e ogni mezzo vale per scappare dalla vita, da questo momento, dall’oggi che, in realtà, è tutto ciò che esiste veramente.

Sono tempi oscuri quelli in cui ci si deve rifugiare in mondi virtuali, ci si parla attraverso slogan e pollici alzati ma si è ormai incapaci di comunicare guardandosi negli occhi, cercando di capirsi e rispettarsi senza doversi ululare contro come cani rabbiosi …

Sono tempi oscuri, che ci interpellano nel profondo e nel quotidiano.

E sta a noi rispondere: possiamo rinchiuderci nella nostra torre d’avorio, possiamo narcotizzarci o possiamo reagire, almeno dal punto di vista morale, o almeno provandoci.

Sapete che amo fare paragoni tra vita morale e ring, quantomeno perché, nel mio persino eccessivo amore per il pugilato, trovo grandi affinità tra i due ambiti. Vorrei farvi un piccolo esempio personale. Da un periodo precedente della mia vita ho avuto in eredità una dislocazione della spalla per una semi-distruzione della cartilagine. Indubbiamente boxare è quanto di meno produttivo per la guarigione e mi si sono presentate tre possibilità: non farlo e guardarmi gli incontri in televisione sdraiato sul divano, diventando solo un passivo spettatore senza nessun impegno, boxare imbottendomi di analgesici o farmi curare da un buon ortopedico. Da stupido e con estrema leggerezza ho deciso di optare per la seconda possibilità, adducendo scuse banali: non ho tempo per curarmi, non ne ho voglia, ho di meglio da fare, ce la faccio lo stesso. E, per un po’, tutto è andato bene, fino a quando gli allenamenti sono stati blandi. Ma quando ho cominciato ad allenarmi costantemente e duramente, è capitato che una mattina mi svegliassi e quasi non riuscissi a muovere il braccio per il dolore insopportabile anche solo a sfiorare un’articolazione che, nel tempo, si era ancora più usurata fino a rendere impossibile anche le attività più semplici.

Le cose non vanno così diversamente nella vita morale e spirituale, davanti all’oscurità. Possiamo starcene in disparte, sdraiati sul divano della nostra anima addormentata, fingendo di avere una esistenza che non abbiamo e che tutto vada per il meglio. Ci togliamo il problema, non rischiamo nulla, chiusi nella nostra zona di comfort ma … A che prezzo? Oppure possiamo far finta di niente, far finta che l’oscurità che, pure, vediamo chiaramente, non ci possa toccare, narcotizzandoci con questa o quella bella favoletta, dicendoci che “è sempre stato così”, “che non ci possiamo fare niente”, “che siamo troppo piccoli per opporci” o, semplicemente, raccontandoci che “non abbiamo tempo, non abbiamo voglia, abbiamo di meglio da fare, ce la facciamo lo stesso”. Certo, è un’opzione ma lasciate che vi dica una cosa: forse un giorno la vostra coscienza morale vi farà troppo male o, forse, rischierete la sua paralisi perché non la si può narcotizzare per sempre. Soprattutto, fratelli, per la mia spalla basta un buon osteopata ma cosa basta per chi sta a guardare mentre Dio muore di fianco a lui?

Non resta, allora, che la terza soluzione: affrontare la situazione, rianimare quel Dio morente, forse, per molti, già morto.

Ma cosa significa? Come spesso vi ho detto, non ho grandi ricette ma credo che affrontare la situazione non debba per forza dire lanciarsi a spada tratta contro i mulini a vento perché ben pochi ne hanno la forza. Credo, piuttosto, che significhi tenere la posizione e non arretrare di un passo, giorno per giorno: non cercare facili vie d’uscita quando ci troviamo ad affrontare il diavolo di Jodorowski, non voltare le spalle, non abbassare la guardia. Credo che significhi applicare ogni giorno quei principi in cui crediamo e che abbiamo promesso di difendere, senza cedimenti, anche davanti alle piccole malvagità che, perdonatemi la citazione rubata, “in pensieri, parole, opere e omissioni” di troviamo, persino quotidianamente, ad osservare o magari noi stessi ci troviamo a compiere. Credo che significhi, in ogni istante della nostra vita, con il nostro agire, essere come le donne che “con grande spavento”, sì, ma anche “con grande gioia” annunciano la loro verità, una verità che, forse, per molti può apparire una bestemmia ma che può anche essere il primo passo di ogni nostro cammino: non serve poi molto perché Dio resusciti!

Adonai echad,

Amen

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La caccia

Cari fratelli,

molti anni fa, ai tempi del seminario, un uomo che reputavo molto saggio mi disse una frase che, per molti versi, continuo a ritenere piuttosto intelligente: “nella vita è come andare a caccia. Puoi decidere di cacciare conigli e sarai sicuro di tornare a casa con il carniere pieno anche dopo un paio d’ore, oppure puoi decidere di cacciare cervi e allora può accadere che, dopo giorni interi di appostamenti , non ne incontri uno solo e torni a casa a mani vuote. Ma quanta soddisfazione in più avrai nel catturare un cervo rispetto ad un semplice coniglio?”.

Al di là dell’immagine venatoria della metafora, che probabilmente offenderà molti animalisti e che sinceramente neppure io apprezzo molto, suppongo che il significato espresso contenga molti elementi di verità sia in relazione a quanto la possibilità di fallimento in qualsiasi impresa della vita sia sempre relativo agli obiettivi che ci si pone, sia riguardo alla soddisfazione di porsi traguardi elevati e non banali anche a rischio di non raggiungerli.

Per certi versi, in alcuni periodi della mia vita ho ritenuto che questa metafora avesse senso anche in campo spirituale. Mi è capitato spesso di pensare che, in fin dei conti, seguire pedissequamente dettami comportamentali eterostabiliti , conformarsi a immagini del Divino eterocostruite e piegarsi, per quanto faticosamente, a regole morali eteroimposte, non fosse, di per sé, sbagliato ma fosse un po’ come cacciare conigli: probabile possibilità di ottenere risultati almeno accettabili anche solo limitandosi ad una passiva accettazione, territorio di ricerca ben delimitato e segnalato, aiuto costante da parte di tutta una serie di “battitori” rappresentati da istituzioni forti o, quantomeno, dal pieno consenso sociale. Insomma, in definitiva, un po’ come dire “caccia in una riserva”. Al contrario, una ricerca libera da vincoli, totalmente personale, basata sui dettami della propria coscienza, sulla continua volontà di chiedersi il senso ultimo delle cose, di inseguire un volto della Trascendenza che risuonasse completamente nel nostro animo fino a farsi essenza della nostra vita, che esplorasse qualsiasi territorio indipendentemente da quanto poco battuto e selvaggio potesse essere …. ecco, questo doveva essere la vera caccia al cervo in campo spirituale: un’attesa paziente con lunghi periodi di silenzio e solitudine senza traccia dell’obiettivo, un cammino faticoso in quella intricata jungla rappresentata dai meandri della nostra coscienza ma, alla fine, forse il premio dell’abbraccio di un Trascendente che non sarebbe stato immagine d’immagine, letto di Procuste a cui adattarsi volente o nolente ma che sarebbe stato contatto reale, diretto, con l’Assoluto e comprensione della volontà globale che governa l’esistente.

Bene, lasciate che vi dica che no, non è così: questa metafora, per quanto allettante, per quanto potenzialmente inorgogliente per uno U*U, non ha davvero praticamente nessun senso in campo spirituale al di là della sua capacità seduttiva.

Perché?

Per almeno due ordini di ragioni (e molti di più, di cui per mancanza di tempo evito di far menzione, se ne potrebbero toccare).

In primo luogo, banalmente, perché, in campo spirituale, non abbiamo la minima idea della differenza tra un coniglio e un cervo. Proviamo a rifletterci un istante: quale è il nostro obiettivo nel nostro percorso di ricerca metafisica? Probabilmente la maggior parte di noi risponderebbe: “comprendere il senso della vita così come pianificato da una Entità Trascendente!”. Ottimo! Ma c’è un problemino: come possiamo comprendere la volontà di una Entità che ci trascende completamente? Come possiamo capire quale senso ha voluto attribuire al nostro percorso una istanza di cui ignoriamo completamente le fattezze, il pensiero, gli obiettivi e, addirittura, persino più radicalmente, la stessa condizione primaria di esistenza?

Ma, mi si potrebbe ribattere, esiste la rivelazione divina, il piegarsi del Creatore verso la Creatura in una comunicazione che è avvenuta tramite Profeti, Saggi, Guru o, nelle visioni più estreme, tramite l’incarnazione del Verbo in un singolo essere umano e che ci ha fornito le linee guida del nostro percorso indicandoci obiettivi piuttosto concreti.

Sinceramente, nonostante abbia, come credo tutti, le mie opinioni in materia, non ho nessuna intenzione di esprimere qui quella che, in ogni caso, sarebbe comunque un’ottica personale. Mi limiterò, dunque, a solo un paio di considerazioni che posso ritenere piuttosto oggettive.

In primo luogo, esiste, filologicamente parlando, un problema delle fonti: qualsiasi testo possiamo recepire come sacro strumento della rivelazione è, in ogni caso, comprovatamente, un testo manipolato nel corso della storia, un susseguirsi di interpolazioni e manipolazioni stratificate nei secoli. E non importa se parliamo della Torah, variamente costruita da un mescolamento di fonti differenti al punto da risultare piena di contraddizioni anche solo linguistiche, dei Vangeli di cui stiamo ancora cercando d’ipotizzare una fonte comune e il cui testo è così pieno di interpolazioni da dar luogo a miriadi di varianti, del Corano, che, in fin dei conti, per quanto testualmente congelato, è una reinterpretazione dei testi precedenti o, per quanto in ambiti differenti, dei Rig Veda di cui esistono persino canoni diversi regionali e di quel canone buddista che dipende dalla scuole di riferimento: in ogni caso i testi di qualunque presunta rivelazione non sono che manipolazione di manipolazioni.

Ma, anche ammesso che così non fosse … tra le tante rivelazioni quale è quella giusta, quella vera? Una sola? Ma come determinarla? Più di una o magari tutte nonostante la loro contraddittorietà? Magari sì, magari tutte nei loro elementi comuni …. ma come spiegare i loro punti di discrepanza se non ammettendo che, in fondo, qualunque rivelazione non è che filtraggio culturale e psicologico umano di un sentire vago, in realtà presente in tutti gli esseri umani e particolarmente in alcuni capaci di focalizzare la loro attenzione su tale sentire ma umanamente impossibilitati ad esprimerlo prescindendo dal loro background esistenziale.

E, dunque, quando le cose stessero così, non dovremmo ritenere che tutti quegli elementi socio-culturali altro non fossero che il transeunte di Parkeriana memoria rispetto ad un permanente che è puro sentire potenzialmente comune a tutta l’umanità ma la cui origine rimane, in ultima analisi, indeterminata?

E, dunque, se di vago sentire ammantato da sovrastrutture temporalizzate e localizzate dobbiamo parlare, allora qualunque di queste scorie di umanizzazione di istanze in sé imperscrutabili e indeterminabili risulta, quantomeno dal punto di vista teologico (sebbene, ma è parere soggettivo, forse non dal punto di vista logico), paritetica.

Cosa significa ciò? Significa, in soldoni, che nulla cambia se affermo che Dio è uno, che Dio è trino, che Dio è una nuvola, che Dio è una montagna, un tuono o il sole, che Dio siamo noi tutti che formiamo l’Anima Mundi, che Dio ci svolazza vicino tramite l’angioletto custode e se ne fotte bellamente delle sue creature, che Dio era un rabbino con i capelli lunghi, un principe indiano o un punto infinitamente grande che ci racchiude: in ogni caso tutte queste altro non sono che categorie umane transeunti atte solo ad esprimere rozzamente una visione umanizzata dell’insorgenza di un fenomeno non categorizzabile, sempre ammesso che tale fenomeno non sia solo una induzione mentale, un feticcio autocostruito nella nostra ricerca di senso. Significa che ogni tentativo di categorizzazione teologica, di tassonomizzazione e, in ultima analisi, persino di sistematizzazione e discussione di istanze variabili, fondamentalmente fantasmatiche nei loro assunti germinali, non è che goffo tentativo di imbrigliare in termini sempre personalmente e solo in seconda battuta collettivamente umani una insorgenza sacrale, una esperienza che è, in ogni caso, sempre “altro da noi” e strutturalmente indefinibile, di appiccicare etichette fittizie a questo o quel “sistema di caccia” che è solo proiezione interiore, castello di carte che poggia sul vuoto di una alterità assoluta, di una distanza ineliminabile.

Ma, se l’obiettivo della nostra “caccia” resta radicalmente sconosciuto e inconoscibile, la domanda che immediatamente deriva dall’assunto riguarda il senso stesso della caccia o, fuori dalla metafora, il senso stesso dell’attività religiosa.

Ed è a questo punto che arriviamo al secondo motivo che rende inefficace qualunque parallelo tra diverse forme di caccia e diverse forme di ricerca spirituale. Il fatto è che le due attività differiscono essenzialmente per i loro diversi obiettivi: mentre nella nostra caccia (e in tutto ciò che, metaforicamente, viene da essa rappresentato) l’intero processo è orientato all’obiettivo, alla conquista della preda, del risultato sperato, nell’atto di ricerca spirituale tutto s’incardina sul processo stesso che è mezzo e fine a sé medesimo.

In altre parole, nel momento stesso in cui ci troviamo per natura costretti a negare la possibilità di stabilire un obiettivo, una meta finale del nostro percorso nel quadro della assoluta impossibilità di “rapportarci con” e “indirizzarci verso” una Trascendenza così totalmente “altra da noi” da essere imperscrutabile in termini di volontà ed essenza, allora ciò che assume senso nel non appiattirsi sul più nudo ed estremo piano materiale è l’atto stesso della ricerca, della elaborazione spirituale che ci fa uscire dalla nostra zona di comfort e ci sfida a tentare di individuare quel “confuso sentire” di cui parlavamo in precedenza come dell’unico elemento “permanente”, dell’unica molla che ci guida verso un “ulteriore”.

Per tornare alla nostra immagine di partenza, sarebbe un po’ come se decidessimo di andare a caccia in una foresta in cui non sappiamo che preda ci possa essere (ammesso e non concesso che ve ne sia una) ma sappiamo che, qualunque cosa essa sia, è talmente ben nascosta che non la troveremo mai e, se anche, ipoteticamente, potessimo trovarla, non la riconosceremmo. Ha senso farlo?

Sì, fratelli, io credo che abbia pienamente senso. Ha senso perché in questo processo di ricerca impareremo a confrontarci con la foresta stessa, impareremo, come di ha insegnato Thoreau, ad ascoltarla affinando i nostri sensi, impareremo a conoscerla e, così facendo, a conoscere noi stessi, le nostre potenzialità, la nostra essenza più profonda, impareremo a sentirci uno con essa, parte di quel grande legame cosmico naturale che ci unisce all’esistente tutto, impareremo ad amare ogni singola foglia, ogni singolo sussurro, ogni singolo alito di vento. Ed è solo questo, secondo me, il senso possibile di una spiritualità: cogliere, pur senza la possibilità di afferrarlo, il permanente evanescente, forse appena percepibile, che alberga nelle nostre vite non solo intese come vite singolari ma come insieme di tutte le vite, sentirci, in questo processo di costante attenzione, uniti tutti insieme in quell’anima mundi divina che contribuiamo a formare e comportarci conseguentemente, protenderci verso l’Oltre il cui orizzonte è l’altro, è l’insieme del Tutto di cui ogni esistenza è componente essenziale e imprescindibile.

Così, fratelli, non esiste coniglio o cervo, non esiste, se non come pura apparenza, dibattito sull’essere questo o quello, sull’essere unitariano o trinitario, cattolico, protestante, musulmano, ebreo o buddista, un po’ più unitariano o un po’ più universalista o un po’ più cristiano unitariano inglese o ungherese o un po’ più U*U americano!

Esiste un processo infinito di ricerca che da personale si fa comunitario e si allarga sempre di più fino a farci sentire, nell’attenzione a cogliere un sussurro di trascendenza in ogni istanza della vita, uno nel tutto. Esiste un processo infinito di ricerca in cui, forse un po’ paradossalmente, il soggetto che ricerca conta più dell’oggetto della ricerca stessa. Esiste un processo di ricerca il cui scopo non potrà mai essere dire: “io ho trovato la verità di Dio” ma potrà essere affermare costantemente: “io sono un uomo, io sono una parte di Dio!”

Adonai echad,

Amen

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Una fede che sia davvero liberale

Cari fratelli,

questa settimana avevo pensato di parlarvi dell’atteggiamento che ritengo dovremmo avere verso la “credulità” che caratterizza alcuni atteggiamenti fideistici e questo sermone avrebbe dovuto intitolarsi “Pillola rossa o pillola azzurra?”, sulla base di un film che, penso, tutti conosciate: “Matrix”.

Per i pochi che non l’avessero visto, si tratta di una storia chiaramente appartenente al filone distopico sviluppato dal movimento cyberpunk: il mondo come lo conosciamo ora è scomparso da centinaia di anni e le macchine, che hanno preso il dominio sulla vita, mantengono gli essere umani in speciali contenitori allo scopo di trarne energia. Matrix è il sistema di impulsi elettrici inviati al cervello di queste larve umane, che serve a mantenerli sotto controllo attraverso l’induzione dell’illusione di vivere nel XX secolo. Solo una banda di ribelli è riuscita a svincolarsi da Matrix e a creare una sorta di fronte rivoluzionario, capeggiato da Morpheus, con lo scopo di restaurare l’antico dominio dell’uomo. Ad un certo punto del film Morpheus e i suoi accoliti individuano un possibile “messia” salvatore in un giovane hacker, Neo. Nel film il tema più affascinante è la possibilità della scelta: in una scena famosa Morpheus mette davanti agli occhi di Neo due pillole, azzurra e rossa e pronuncia le seguenti parole: “E’ la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quanto è profonda la tana del bianconiglio”. Mentre Neo avvicina la mano verso la pillola rossa aggiunge: “Ti sto offrendo solo la verità”.

Neo sceglie la strada della verità naturalmente, altrimenti il film finirebbe lì e non si dipanerebbe nella famosa trilogia, ma, se ci pensiamo un istante, la scelta non è così automatica. Visto che la realtà indotta è così bella da vivere, perché scegliere la verità? A che scopo? Probabilmente la differenza tra le due realtà, quella fittizia e quella reale, è uno degli elementi più discriminanti nella vita normale. L’uomo comune, che non si fa problemi, che pensa solo ai fatti propri, che non si informa, che crede solo alla televisione o ai social e ne fa l’unico strumento di conoscenza… potremmo dire che quest’uomo assume dosi massicce di pillole azzurre. Poi ci sono coloro che decidono di non vivere nell’ignoranza e cercano nel loro piccolo di avvicinarsi il più possibile alle piccole verità di tutti i giorni. Per fare questo basta ingoiare una sola volta la pillola rossa.

In parte ho già parlato di questo in uno dei miei ultimi sermoni ma ho pensato che il concetto necessitasse di essere ribadito, sia per quanto riguarda gli aspetti più prettamente sociali della nostra esistenza, sia, soprattutto, focalizzandoci su questioni più prettamente spirituali.

Dal punto di vista sociale, basta un giretto sulla rete per capire che pillole azzurre e pillole rosse ci vengono offerte quotidianamente. Da un lato le verità ufficiali o le opinioni di massa, dall’altro le testimonianze dirette o le evidenze scientifiche; da un lato, giusto per fare esempi pratici, i misteri storici di questo paese, i presunti successi contro la criminalità organizzata, la difesa dei valori nazionali, le varie e sbandierate lotte contro la povertà, dall’altro le dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia, da quelli della Banda della Magliana ai camorristi della Famiglia Schiavone, etc. che hanno già svelato tutto, che hanno già spiegato chi e perché ha messo bombe e compiuto rapimenti, che hanno già denunciato come ci siano intere zone d’Italia altamente radioattive ma non bonificate perché costerebbe troppo o come nessuna mafia avrebbe potuto esistere senza alti referenti politici ancora intoccabili; o le risultanze ormai accertate di studi antropologici, sociologici e psicologici che hanno dimostrato come qualunque dato culturale (e, conseguentemente, a maggior ragione, nazionale) sia solo una variabile secondaria rispetto a caratteristiche antropiche comuni per tutto il genere umano che rendono le uguaglianze tra un eschimese, un vichingo, un boscimano e un cambogiano centinaia di volte più fondanti per il nostro essere identitario di qualunque “cultural gap”; o l’analisi di dati che dal punto di vista della filosofia dell’economia sono addirittura banali e che dimostrano come la povertà e la forbice sociale siano semplicemente “volute e mantenute ad arte” in quasi tutti i paesi del mondo per questioni di stabilità di casta.

Insomma, pillole azzurre e pillole rosse, tutte lì, nel grande oceano della rete, una scelta che è molto più libera di quanto tutti i censori delle terribili “fake news” vogliano farci credere: una scelta che non è imposta ma che dipende da quali indirizzi web decidiamo di digitare e da quanto tempo ed energie decidiamo di investire nel capire la realtà. Pillola azzurra o pillola rossa.

Il dato che più mi potrebbe interessare, però, è, per ovvie ragioni di ruolo, quello delle proclamate verità teologiche. E il concetto non cambia per nulla. Attenzione: non parlo dei ruoli storici delle chiese, di proprio tutte le chiese, come apparati di potere coercitivo, su cui si potrebbe disquisire per ore ma sarebbe come sparare ad una pelle d’orso in salotto e poi vantarsi di aver fatto caccia grossa. No no, parlo dei fondamenti basilari delle religioni a cui miliardi di persone credono e che risultano, semplicemente, distorti ad arte. Sono solo un ministro ignorante e troppo poco allineato per mettermi a fare disquisizioni teoriche sistematiche ma porterò solo pochi semplici esempi dalle spiritualità che conosco meglio, quelle monoteiste.

Pillola azzurra: la religione ebraica si fonda sull’elezione del popolo d’Israele da parte di Jahweh, il Dio unico, creatore del cielo e della terra.

Pillola rossa: Dio unico? E se, magari, rileggessimo la Bereshit, giusto per trovare cose curiose come che Elohim, il termine per Dio, è plurale? Se scoprissimo che Jahweh è uno degli dei, quello “assegnato”a Israele, e questo desse senso al quel primo comandamento che dice “non avrai altri dei all’infuori di me” che, come dichiarazione di monoteismo, diciamocelo francamente, è un po’ strana visto che non afferma quell’unicità del divino che renderebbe la frase pleonastica ma solo, come viene poi ribadito, che si tratta di un Dio “geloso”? E, già che ci siamo, per quanto un po’ fuori contesto, magari dalla rilettura ci verrebbe qualche dubbio anche sui misteriosi Nephilim contro cui gli Elohim combattono, alla luce del fatto che “Nephili” in ebraico è solo e unicamente la Stella Sirio … Ma passiamo oltre.

Pillola azzurra: il Signore Dio onnipotente manda suo Figlio unigenito, uno con lui nella Trinità, a lavare come capro espiatorio i peccati del mondo e ad essere messaggero di pace e i discepoli lo seguono e, aiutati dal grande evangelizzatore San Paolo, diffondono la lieta novella nel mondo.

Pillola rossa: (beh, se siete qui un po’ l’avete già assaggiata) non in un solo punto di tutta la Bibbia esiste il termine Trinità, Rabbi Yeshua afferma chiaramente, per quello che conosciamo, sia che non cambierà una sola virgola della Legge, monoteismo assoluto compreso, sia di non essere Dio, distinguendo chiaramente tra lui e il Padre, non dice di voler portare la pace ma, anzi, la spada, i discepoli si dividono in fazioni già al primo concilio di Gerusalemme tra filo-giudaici e filo-internazionalisti e, con un certo grado di possibilità, il capo dei primi, Giacomo (fratello di sangue dell’unigenito nato da Maria Vergine) viene ucciso dal capo dei secondi, Saulo di Tarso, o da un suo sottoposto visto che viene ammazzato da un cardatore di lana e che Saulo, per altro stranamente un romano inserito in un gruppo in cui vi erano numerosi ultranazionalisti ebrei, vendeva manufatti di lana.

Pillola azzurra: Muhammad, il Sigillo dei Profeti, riceve da Dio il compito di riformare la religione monoteistica, liberandola dal giogo di falsa interpretazione degli Ebrei malvagi che avevano anche ucciso Issa, il profeta che lo aveva preceduto, e lotta contro il politeismo magistico dei meccani per amore dell’unico Dio.

Pillola rossa: già negli Haddit, il Sigillo dei Profeti viene chiaramente definito come una persona che, dapprima, cerca l’appoggio degli Ebrei della Mecca e non la trova per questioni di soldi e potere tra loro e il suo clan, i Quraysh e, poi, quando con i medinesi assale la Mecca, non elimina ma anzi, come ricorda anche Maimonide, glorifica il simbolo della religione animista meccana, la Qaba, rendendo il pellegrinaggio a quel luogo obbligatorio almeno una volta nella vita per arricchire la città.

Quanto pensate che potrei continuare con questo elenco? Vi assicuro, davvero molto. E sto solo citando a memoria, certo che, con un po’ di tempo in più, la stessa operazione potrebbe essere fatta sui fondamenti di tutte, ma proprio tutte, la religioni.

E non è che sia io quello che ha deciso di dar fuori di testa: basta volerlo e sono cose che chiunque può trovare in testi che, teoricamente, qualunque credente può e, probabilmente, dovrebbe leggere. Sempre che voglia leggerli e, soprattutto, che voglia leggerli con la mente sgombra da preconcetti. Pillola azzurra, pillola rossa.

E allora? E allora avrei voluto concludere questo sermone dicendovi, e perdonate il tono biblico, di vegliare, di essere accorti e saggi, di non aver paura della pillola rossa, di mettere al vaglio della critica e della logica qualunque presunta Verità e che proprio questa capacità di non solo permettere il ma anche incitare al vaglio critico e all’esercizio di quel pensiero umano che è il grande dono che ci è stato fatto è la grandezza dell’Unitarianesimo Universalista.

Avrei voluto … Ma non lo farò, per la stessa ragione per cui questo sermone non s’intitola “Pillola rossa o pillola azzurra?”.

Come già sapete, sabato scorso una persona per cui provavo affetto e molto vicina alla donna che amo è morta. So che la figlia di questa persona, che ha passato quasi due anni a starle costantemente vicino durante la malattia con una dedizione che mi è parsa davvero eroica, ha provato un grande conforto nella sua fede in cose che io oggi metto costantemente in dubbio ma in cui io stesso, in passato, e milioni di altre persone con me, hanno trovato conforto e calore.

E, francamente, fratelli, al di là di tutte le mie pretese di razionalità, di tutto quello che potrei pensare e dire su molte delle idee tradizionali di religione che mi sembrano così lontane da me, dai mantra dei rosari alle regole alimentari o ai lavaggi rituali prima della preghiera, trovo questo conforto di una dolcezza, di una speranza, di una bellezza che nessun tomo di logica aristotelica potrebbe mai uguagliare perché in esso percepisco l’abbandono a Dio, la piena fiducia.

E mi sento in colpa e con un po’ d’invidia. L’invidia l’ho già spiegata in un sermone precedente ed è legata alla voglia, ormai impossibile da soddisfare per chi, come me, ha voluto ingurgitare interi tubetti di pillole rosse, di sentire ancora quel calore di una fede così grande, di sentire l’abbraccio della Trascendenza nella mia vita, al di là di qualunque indagine filosofica, storica o filologica.

Il senso di colpa, invece, nasce da quel fondo di giudizio implicito che, almeno inconsciamente, difficilmente posso negare nei confronti di chi sceglie la pillola azzurra. Spesso li taccio di mancanza di coraggio, di ignoranza, di pigrizia intellettuale. Ma mi sono reso conto di quanto questo sia contraddittorio: la mia critica nasce dal sentirmi paladino di una spiritualità liberale, che deve trascendere i dogmi, le convinzioni tradizionali, che deve depurare la fede distillandola dalle scorie di credi, gesti e favole che, secondo me, sono inutili. Ma, allo stesso tempo, questo non è essere veramente liberale in senso spirituale: questo è solo giudicare dal mio punto di vista. Essere davvero liberale significa accettare ogni cammino che rispetti l’uomo e Dio come una via possibile, ogni scelta come una scelta personale, giusta secondo il metro di chi la compie, senza nessuna presunzione da parte mia di essere io nel giusto e loro nell’errore, senza nessuna tracotanza di voler e poter giudicare la fede altrui, le necessità altrui, le volontà altrui, persino le Volontà trascendenti per chiunque altro, lasciando la porta della mia anima aperta per imparare anche da chi ha scelto strade differenti dalle mie.

Ecco, allora, fratelli miei, che la mia preghiera stasera è che sappiamo sempre mantenere a pieno il nostro ruolo che, probabilmente, è anche quello di testimoni di una spiritualità libera, critica, scevra da magismi e da condizionamenti eterodossi, ma che non deve e non può essere quello di giudici orgogliosi nei confronti di chi senta il bisogno di altri percorsi, di altre strade.

Non è certo un equilibrio facile ma, in fondo, nessun cammino dello Spirito lo è mai.

Adonai echad,

Amen.

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