Burn Out

Cari Fratelli,

ormai da qualche tempo non vi parlo più delle mie improvvise quanto inaspettate illuminazioni spirituali in palestra, non tanto perché abbia cambiato idea sulla correttezza dell’antico motto “mens sana in corpore sano”, quanto perché, sostanzialmente, la routine e la familiarità con l’ambiente dell’Accademia di sport da combattimento in cui mi alleno e lavoro hanno, come spesso accade, un po’ appannato la mia capacità di cogliere insegnamenti spirituali in ambito ginnico.

Un episodio occorso un paio di settimane fa, però, ha fatto eccezione, apparendomi immediatamente fonte di riflessioni che esulassero dalla pura tecnica esecutoria degli esercizi.

Si presenta al mio corso di “Military Workout”, una specie di “CrossFit” leggermente più duro e funzionale, Giacomo, un ragazzo tra i trenta e i trentacinque anni che sembra uscito da un film del genere “peplum” degli anni ’60 sui vari Ursus e Maciste: spalle modello “devo fare una torsione per passare dalle porte”, collo taurino, addominali così scolpiti che si vedono persino attraverso una maglia pesante e cosce con quadricipiti più o meno delle dimensioni del mio torace.

“Fantastico”, mi dico, “con questo sì che possiamo lavorare alla grande” … e, abituato come sono a signore di mezza età che vogliono provare l’ebbrezza del training militare e a ragazzi con la pancia da “forzati dell’aperitivo” già a venticinque anni, vi assicuro che non è poco.

Comincio a impostare una routine di lavoro neppure particolarmente ardua e il novello Ercole fa tutto, sì, ma né con particolare entusiasmo, né con particolari capacità …. almeno non con le capacità che il suo fisico avrebbe potuto lasciar presagire. Anzi, dopo mezz’ora, appare persino più stanco di alcune delle mie abituali clienti.

Provo ad indagare e gli chiedo se abbia fatto molto sport in passato. Mi risponde che ha partecipato per anni al campionato nazionale di “Ironman” e che da quindici anni si allena ogni giorno con pesi tra i 40 e i 110 kg. Ok, tutto in linea con quanto dimostra ma … ma allora non capisco … fino a che, al termine del corso, negli spogliatoi, mi dice che è preoccupato perché, da qualche tempo a questa parte, non prova più nessun piacere nell’allenarsi, si annoia, il corpo sembra non rispondere più alle sollecitazioni e si sente completamente demotivato. Fortunatamente, al Master C.O.N.I., mi avevano spiegato esattamente il significato di questi sintomi: “sindrome da overtraining” e conseguente “burn out” psicologico che, in parole povere, significa che ti sei allenato così tanto, così duramente, con così forte impegno che il tuo corpo ormai risponde perfettamente ma la tua mente non regge più lo stress, non ne vuole più sapere e non è più in grado di creare quel connubio tra energia fisica ed energia nervosa che è necessario per ogni training produttivo.

Ed è a questo punto, Fratelli, che un parallelo con la vita spirituale mi è apparso immediatamente lampante. Non è forse vero che, magari proprio quando ci sentiamo al massimo della nostra energia spirituale, quando la nostra ricerca si fa più intensa e viene ad occupare una parte sempre più importante della nostra vita, proprio allora, a poco a poco, rischiamo di “esaurirci”, di dar fondo alle nostre energie psichiche e nervose, persino arrivando a macerarci nei dubbi, negli “un passo oltre”, nel tentativo di capire un po’ di più ciò che, forse, non è né sarà mai comprensibile?

E poi? E poi questo esaurimento di energie comincia a farsi sentire, inizialmente con piccoli sintomi, con meno voglia di occuparci di questioni spirituali, di ascoltare, di pregare, di trovare spazi sacri, di impegnarci concretamente, di partecipare alle funzioni, poi, progressivamente, con un vero e proprio rifiuto interiore che si estende alla comunità, alla fede, forse persino a Dio o a ciò che viviamo come Trascendente …

Insomma, sono convinto che esista anche una sorta di “overtraining spirituale” che, come conseguenza estrema, arriva persino ad un “burn out” spirituale.

E se accade? Non ho formule magiche e, forse, di fronte ad un “burn out” di qualsiasi tipo, i nostri psicologi hanno più frecce di me nella loro faretra ma quello che posso dirvi è che quando, dal punto di vista del fitness, si arriva alla sindrome di overtraining, esiste una sola soluzione possibile, la stessa soluzione che ho consigliato a Giacomo un paio di settimane fa: mollare, interrompere, staccare la spina per un periodo più o meno lungo, fino a che (sperando che accada) non si sente rinascere dentro di sé quella spinta iniziale, quella motivazione che ci ha portato a mettere piede per la prima volta in palestra e a continuare, giorno dopo giorno, a tornarci.

Ma come? Un ministro che dice di prendersi una pausa spirituale, di pensare ad altro, di non partecipare alle funzioni?

Sì, esatto. E mi spingo anche oltre: se in una domenica sera qualunque vi pesa collegarvi per una funzione, se un programma in tv o una uscita con gli amici vi alletta più di una discussione spirituale con la comunità, vi prego, davvero vi prego, non collegatevi; se un giorno non vi va di leggere neppure una riga che vi rimandi ai vostri studi sul Trascendente, vi prego, davvero vi prego, non ci provate neppure a prendere in mano un qualunque testo sacro o spirituale.

Se una cosa, tra le migliaia che non ho capito e non capirò mai, credo di aver compreso è che Dio (o chi per lui) non vuole servi inginocchiati davanti a Lui sotto il peso dei dogmi, degli obblighi o dei sensi di colpa ma vuole amici che camminino al suo fianco!

Ed è un cammino difficile, su questo non ci sono dubbi! Per certi versi, mi sembra (o forse vorrei che mi sembrasse) come una passeggiata tra due innamorati che si frequentano da poco: si tengono per mano, si parlano tantissimo, si raccontano e si lasciano scoprire ma … con una certa timidezza, con un certo livello di pudore che, a volte, si vorrebbe superare ma che, allo stesso tempo, si ha paura di superare perché non ci si conosce ancora abbastanza a fondo per lasciarsi andare e, dunque, ci sono anche momenti di silenzio che ci mettono un po’ a disagio … Se ci riflettiamo un istante, anche il nostro dialogo con ciò che viviamo come Trascendente si basa su elementi simili: un sentimento di amore condiviso di fondo, una difficoltà comunicativa che a tratti viene superata dalla voglia di conoscenza e a tratti, invece, palesa a pieno quella distanza ontologica che si fa mistero, silenzio, persino paura …

Può capitare che due innamorati non abbiano voglia di vedersi? Al di là di romantiche dichiarazioni d’intenti, sinceramente credo che ciò possa tranquillamente accadere senza scandalo per nessuno e che, anzi, a volte, non solo sia normale non avere voglia di vedersi ma che sia persino giusto e auspicabile … Ho problemi di lavoro, di salute, di mille altre cose, sono stanco, stressato, vorrei solo dormire e non pensare a niente ma … devo uscire per forza con la mia fidanzata o il mio fidanzato, con mia moglie o mio marito … Ma … chi lo dice? Perché? Perché “così si fa”? E con che risultati? Di moltiplicare le pause di silenzio imbarazzato? Di essere così nervosi da finire per litigare? Di arrivare come certe coppie che “salvano le apparenze” ma non si sopportano più?

Insomma, i momenti di “burn out” non esistono solo in campo lavorativo o nel fitness ma sono propri anche di qualsiasi realtà spirituale, sia essa sentimentale così come mistica …

E per i “burn out” c’è una sola cura fratelli: prendersi una pausa, evitare un contatto troppo frequente per qualche tempo, imparare a vivere tutto in prospettiva.

Ecco, questo è l’insegnamento che ho tratto dal mio incontro con Giacomo in palestra: la fortuna di appartenere ad una religione liberale!

Sì perché Giacomo, non ve l’ho ancora detto, è anche un canoista di livello nazionale e, volente o nolente, non potrà mai smettere di allenarsi completamente, fino a quando il suo “burn out” non lo porterà al ritiro dallo sport attivo o non comincerà a perdere una gara dopo l’altra perché senza tanto amore e tanta passione le gare non si vincono … E, purtroppo, non posso fare a meno di notare un parallelismo con tutte quelle Religioni e Denominazioni dogmatiche che costellano il cammino dei loro fedeli con mille “devi fare” che, troppo spesso, diventano solo fariseismo di facciata o impegno formale sterile che non nasce più da un sentire profondo.

Solo grazie al nostro comune appartenere ad una religione liberale io posso, invece, permettermi di dirvi: “lasciate perdere … se non vi sentite di fare qualsiasi cosa, se non avete voglia di pregare, di vivere l’esperienza comunitaria, di partecipare ad una funzione, non fatelo e davvero confido che Dio o chi per lui non vi amerà meno per questo, ma anzi, probabilmente vi amerà persino di più!”

Sì, fratelli, credo proprio che vi amerà di più e lo credo alla luce di quella “Regola Aurea” che accomuna gran parte delle religioni: “ama il prossimo tuo come te stesso!”. Come può uno schiavo amare se stesso, come può un essere umano che viva di catene che sente estranee e pesanti amare la propria esistenza? Lasciatemi dire, ancora una volta, che noi stessi siamo il nostro primo prossimo: se non ci amiamo, se non amiamo la nostra vita, se non amiamo quella scintilla divina che è dentro di noi, non ameremo davvero neppure chi ci è vicino … e figuriamoci una entità a volte apparentemente così lontana come l’Inviolato …

Allora, fratelli, ogni giorno, quando ci svegliamo, credo che sia nostro compito “scegliere la nostra religione”, ma sceglierla davvero, senza sforzarci, sceglierla perché il suo richiamo è dolce, sceglierla perché ne sentiamo l’esigenza, perché è un amore che stiamo vivendo a pieno …

E se non succede, se quel richiamo, quell’esigenza, quell’amore non li sentiamo così forti per qualche tempo, non c’è nulla di cui angustiarsi: ogni vera storia d’amore ha alti e bassi, ma se una storia d’amore è davvero forte e profonda, allora e solo allora sarà infinita, al di là di qualsiasi pausa ciascuno senta di doversi prendere.

Adonai echad,

Amen

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La volontà di Dio, la volontà dell’uomo

Cari fratelli,

durante il mio ultimo sermone vi avevo promesso di parlarvi delle ragioni per le quali l’ipotesi teologica di una creazione in divenire mi pare essere quella che, meglio di ogni altra, sottolinei la dignità dell’uomo e le potenzialità di libero arbitrio che di tale dignità sono elemento costitutivo.

Se ricordate, dicevo, in quell’occasione, che se la creazione non fosse in divenire ma esistesse come elemento dato una volta per tutte, finito e concluso nella sua evoluzione, allora il nostro spazio di manovra sarebbe risultato minimo se non nullo: considerando, come fanno molte delle Denominazioni e delle correnti delle maggiori religioni monoteiste (certamente quelle dei Popoli del Libro), l’idea di una Divinità onnipotente che crea l’esistente secondo una progettualità specifica e conclusa, dovremmo ritenere che tale creazione debba presupporre sia un adeguamento totale del reale a tale progettualità nel momento in cui promana da una volontà invincibile, sia che tale reale sia globalmente e, soprattutto, interamente positivo, a meno che non vogliamo (cosa, per altro, anche lecita) mettere in dubbio che l’Entità creatrice sia caratterizzata o da onnipotenza o da infinito amore. Dovremmo, infatti, pensare che la creazione non sia:

a) un atto volontario ma, piuttosto un atto accidentale o necessario, facendo così decadere l’ipotesi di onnipotenza divina nel momento in cui l’onnipotenza implica un controllo pieno, totale e assoluto almeno sui propri atti e in cui la medesima onnipotenza si definisce nell’annullamento dello stato di necessità;

oppure

b) un atto d’amore, ma, piuttosto, una specie di gioco di una Divinità annoiata che ci usa come pedine degli scacchi in una enorme, infinita scacchiera in cui noi rappresentiamo il bianco contro un nero che ci si contrappone. Ciò che cadrebbe, in questo caso, è ogni concetto relativo all’amore divino, quantomeno perché anche il “nero” altro non sarebbe, tenendo conto dell’origine unica del tutto, che un emanazione della Trascendenza e appare di tutta evidenza come dall’amore infinito non possa derivare un vuoto d’amore infinito, per altro in uno scenario che, ipotizzando come “ombra della Luce”, cioè traccia del Divino ciò che Santi e Profeti hanno espresso nella loro traduzione parziale della rivelazione, andrebbe a delineare una Divinità mentitrice nel momento in cui la “regola aurea”, cioè la regola dell’amore orizzontale come riflesso dell’amore verticale, risulta centrale proprio in tutti i testi sacri.

Se, d’altra parte, ammettiamo tale progettualità positiva e omninglobante in un quadro già delineato ab initio, non possiamo che risultare come trenini su un binario precostituito, con un percorso segnato e nessuna possibilità, considerato sempre il concetto di onnipotenza, di deragliare: esiste un piano, esiste un obiettivo, esistono degli attanti e tutto è monodirezionato.

Ma qui sorge, al di là della povertà della figura umana in un quadro di questo genere, un problemino, anzi due …

In primo luogo, ovviamente, questo meccanismo perfetto si scontra contro la prova di realtà in cui la presenza del male, del deragliamento, del dolore è un dato effettuale. Soprattutto, però, ancora una volta, l’esistenza di tale “male”, qualora facente parte del piano concluso, della creazione perfettamente programmata e finita, implica la creazione di attanti malefici da parte del Bene assoluto, cosa totalmente impossibile secondo logica. Insomma, se il piano fosse concluso, se la creazione non fosse in fieri, dovremmo ritenere che il Santo dei Santi, l’Inviolato Misericordioso o, comunque, una Entità o Forza d’Amore sia colui che ha pianificato e attuato i peggiori crimini dell’umanità, che ha voluto, tanto per dirne una, la Shoà o che ha scientemente creato chi stupra e uccide bambini … E, francamente, ammessa una tale possibilità mi pare evidente che tutto cadrebbe e che, in parole povere, il fatto di essere qui stasera ci renderebbe persino complici del più ripugnante criminale che possiamo immaginare.

E dunque? E dunque, la tanto conclamata “creazione” non mi sembra possa essere considerata un atto finito ma, al massimo, il “la” dato da una Entità trascendente che ci ha lasciati totalmente liberi dal suo volere nella interazione con Lui, nella co-creazione in fieri del reale attraverso un dialogo continuo, interiore, che possiamo decidere di intraprendere (esattamente come possiamo decidere di non intraprendere) al fine di disegnare congiuntamente una realtà di cui un partecipante al dialogo, il Divino, ci suggerisce costantemente il direzionamento d’amore, senza che noi siamo necessariamente obbligati a indirizzarci verso quella direzione.

Credo che valga la pena, però, soffermarci su un paio di specificazioni.

In primo luogo, l’esistenza della possibilità (che, secondo il mio modo di vedere, è la massima espressione d’amore del Divino infinito verso la sua creatura umana finita) di non uniformarci a direzionarci verso l’orizzonte suggerito non significa corollariamente, come nell’ottica luterana o calvinista, che l’uomo sia naturalmente depravato. L’uomo è, semplicemente, libero e la libertà di scelta implica sempre la possibilità dell’errore, la pigrizia della via più breve, la chiusura dell’interesse privato prevalente. Perché? Perché la ricerca dell’uomo è la ricerca della felicità e, visto che non nasciamo con una mappa dettagliata pre-disegnata di dove trovare quella felicità ma solo con una voce interiore che possiamo o meno considerare divina e decidere di ascoltare, facilmente la cerchiamo in situazioni, atteggiamenti e forme che possono risultare le più sbagliate.

In secondo luogo, questa libertà, che abbiamo definito libero arbitrio, è una libertà spirituale e non necessariamente essa si esplica in una libertà pratica e fattuale. Ovviamente siamo, praticamente, incatenati da decine di variabili, da quelle genetiche a quelle materiali, ambientali, sociali, economiche, etc. Diverso è nascere sani, belli, ricchi e potenti ai Parioli e nascere malaticci, brutti, sporchi, poveri ed emarginati in un campo rom vicino allo Zen di Palermo, con tutte le differenti gradazioni che possono starci nel mezzo. Ed è chiaro che tutte queste variabili sono influenze che possono (e sottolineo “possono”) influenzare il nostro comportamento, le nostre attitudini, il nostro modo di essere, i nostri orizzonti. Ma è altrettanto vero che, in quanto esseri umani, almeno potenzialmente, tutti abbiamo una presenza divina dentro di noi (e, se non vogliamo chiamarla divina, possiamo definirla anche coscienza umana) che ci indica “naturalmente” se non la via preferenziale, quali siano i precorsi che dovremmo evitare. Sempre, comunque, a meno di ammettere che ogni azione sia comunque giustificabile a causa di variabili esterne, possiamo decidere se ascoltare quella voce interiore o meno ed in questo sta quel potenziale libero arbitrio che ci permette, altrettanto potenzialmente, di agire volontariamente come co-creatori o meno.

Ma, vedete, l’idea di co-creazione continua permette qualche riflessione ulteriore, in particolare legata ad un’altra comune specificazione del Trascendente comune a molte religioni: quella dell’onniscenza.

Scusate se vi faccio partecipi di una mia personale ossessione, a cui ho già accennato in altri contesti e che credo molto legata ai concetti di cui stiamo parlando. Tale ossessione può essere facilmente definita con una domanda: ci hanno ammorbato da sempre con l’idea del senso della vita come “prova” della nostra moralità o … obbedienza … rispondenza … fedeltà, chiamatela come vi pare, al Divino ma un Dio onnisciente, in quanto tale, dovrebbe sapere già l’esito di tale prova che, normalmente, implica la sua buona dose di avversità, dolori, fatiche, pene e quant’altro (oltre, naturalmente, che di gioie, ben inteso!), giusto? E non stiamo parlando solo di cose che ci meritiamo, ma, molto più banalmente, di cose che accadono, in alcuni casi persino “per natura”, perché devono accadere … Allora questo nostro Dio d’amore è un sadico o semplicemente è come un bambino che si diverte a mettere bastoncini e sassetti lungo il percorso delle formichine che portano cibo al formicaio? Sinceramente, ancora una volta, l’essere qui a pregare una Divinità che fosse di questo stampo mi mette i brividi …

Ebbene, io credo che solo l’idea di una co-creazione che nasca dal dialogo continuo tra Divino e umano ci possa salvare da questa empasse.

Io non sono uno scienziato e, per quanto abbia sentito che il tempo è la quarta dimensione e sia stato teorizzato che esista un asse temporale passato – futuro indipendente dalla nostra visione (francamente non ci ho capito molto …), quello che vivo come mia esperienza umana è che il futuro non esiste! Non nel senso che non abbiamo un futuro ma nel senso che empiricamente ancora non c’è, che viene costruito dalle nostre azioni e interazioni, assommate ad una notevole dose di imprevisti (a volte assolutamente imprevedibili).

Al massimo possiamo pensare di poter immaginare logicamente e razionalmente quello che le condizioni attuali possono suggerire riguardo a quanto avverrà ma non credo che nessuno che sia sano di mente possa affermare di sapere con certezza quello che accadrà domani, tra un anno o tra dieci anni, quantomeno perché non esiste ancora.

Se dovessi basarmi sulla mia esperienza di vita direi che anche azzardare previsioni su sé stessi per un arco temporale limitato significa immancabilmente sbagliare ma … stiamo parlando di uno che, tra miliardi di esseri finiti, probabilmente ha una capacità previsionale particolarmente bassa e, indubbiamente, un Essere infinito o, quantomeno, a noi infinitamente superiore, avrà tali capacità previsionali indubbiamente molto più perfezionate (diciamo pure perfette). Resta il fatto che:

1) sempre di previsioni parliamo e non di conoscenza finita di qualcosa che, in quanto inesistente, non può essere conosciuto;

2) come la mettiamo con il fatto che tale futuro implica l’interazione con milioni e miliardi di altre creature che brancolano più o meno alla cieca e le cui azioni e reazioni, molto meno divine, sono notevolmente imprevedibili?

Quello che sto dicendo è che l’idea stessa di onniscienza divina mi pare assurda in queste condizioni a meno che non postuliamo quei binari pre-definiti che abbiamo visto crearci ben altri problemi dal punto di vista teologico.

E dunque? Dunque la nostra co-creazione è un happening anarchico in cui tutto può accadere in qualunque momento? Se vi aspettate che vi dica “certo che no!” purtroppo vi devo deludere: magari non proprio un happening anarchico ma il futuro di questa co-creazione tra un Infinito che, pure, ci suggerisce una direzione lasciandoci liberi di seguirla o meno e milioni di miliardi di finiti che soggiaciono a loro volta a milioni di miliardi di variabili ha come frutto un futuro che, quando esisterà, nascerà da adattamenti progressivi, da passi incerti, da movimenti a tratti contraddittori. Un futuro, soprattutto, che nascerà e nasce continuamente da un dialogo che è una rete immensa di interazioni più o meno intenzionali tra umano e Divino e, in quanto tale, è imprevedibilmente condiviso e preventivamente inconoscibile da ciascuna delle parti in causa.

Dirvi questo significa che sto deprivando l’idea di Dio della sua grandezza? Significa che sto bestemmiando da eretico impenitente? Significa che non ho rispetto per il Divino? Non lo so, fratelli. Ma quello che posso dirvi è che l’immagine di questo Dio che non ci obbliga, di questo Dio che non si impone, di questo Dio che si piega ad ascoltare ciascuno di noi e che permette a ciascuno di noi lo voglia di operare, pur nella sua piccolezza, nel creare il mondo che Lui ha voluto ma che ha deciso di costruire con noi, mi lascia continuamente a bocca aperta e mi riempie costantemente di amore per questo nostro Dio e per le Sue creature e di voglia di ascoltare sempre più attentamente la Sua voce dentro di me.

Adonai echad,

Amen

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Libertà …

Cari Fratelli,

lasciate che vi faccia una domanda un po’ imbarazzante, a cui, naturalmente, non vi chiederò di rispondere se non dentro di voi: quanto potete affermare di essere liberi?

Probabilmente davvero una domanda imbarazzante, anche perché, preventivamente, dovremmo dare una difficilissima definizione di che cosa sia la libertà.

Possiamo definirci liberi quando usciamo da un qualsiasi stato di necessità?

Non direi, in primo luogo semplicemente perché è assolutamente impossibile per qualunque essere umano non essere all’interno di uno stato di necessità naturale e, soprattutto, perché l’idea stessa di uscire da tale stato per quanto possibile, ad esempio tentando di sottrarsi da quelle necessità non fisiche ma morali, quali i legami affettivi e civili, non può sicuramente considerarsi, a mio parere, una reale libertà ma, piuttosto, una fuga da quelle responsabilità che formano la trama del nostro sistema sociale e comunitario.

Possiamo, allora, pensare che la libertà sia una sorta di utopia, disgiunta dallo stato di realtà effettuale, un orizzonte intangibile e irraggiungibile verso cui procedere indefinitamente? Forse in parte sì, proprio nel senso già menzionato di uno stato di necessità eneludibile che caratterizza la vita umana. Ma se la libertà risultasse solo un concetto astratto, allora non avrebbe nessun senso oggettivo definire qualcuno come libero o schiavo, no?

Probabilmente l’atteggiamento più produttivo risulta essere quello di distinguere tra una libertà oggettiva, di per sé, come visto, probabilmente impossibile da ottenere nella sua totalità sia fisica che morale o spirituale, a meno di non rinunciare alla vita stessa o di isolarsi in una autoreculsione asociale e anaffettiva, e una libertà che potremmo definire come “soggettiva”.

Ebbene, che cos’è, dunque, questa libertà soggettiva?

Io credo che, in qualche modo, questa libertà soggettiva possa risultare un termine sinonimico del concetto di moderazione interiore.

Mi rendo conto che questa affermazione necessiti di qualche spiegazione e vorrei partire proprio da due delle letture proposte questa sera cercando, come spesso è proprio della nostra chiesa, di sviluppare un ponte sincretico tra esse.

Cominciamo dai versetti del capitolo 8 di Giovanni. Vi devo confessare che per tutta la vita sono stato affascinato e addirittura quasi ossessionato dalla frase “conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi”. La domanda di fondo era: quale è questa verità che ci può rendere liberi? Rabbi Yeshua ci dà una risposta per alcuni versi un po’ enigmatica se letta ai nostri giorni, fuori dal contesto di una cultura ebraica imperniata su un sistema precettistico, dicendoci che la libertà è il non essere schiavo del peccato. Al di fuori di tale cultura e delle sue norme, infatti, tutta la questione si sposta sul concetto di peccato e sulla sua definizione, a meno di non voler assumere una direzionalità ben precisa e, in fin dei conti, super-imposta nella supina accettazione di canoni levitici che, molto probabilmente, ormai molto poco ci appartengono. Mi pare di poter dire che proprio contro la tentazione di questa supina accettazione di concetti eterodiretti ci metta in guardia Rumi, come sempre fonte di ispirazione e apertura mentale e spirituale, quando ci dice che ciascuno di noi possiede solo un frammento della verità che tende a vedere come la sola Verità possibile. Non abbiamo il tempo, in questa sede, di analizzare le motivazioni filosofiche che portano il grande mistico del XIII secolo a negare la possibilità di assolutizzare qualsiasi verità e che, in fondo, pur molto semplificando, risiedono nel pensiero non dualistico che informa tutta la sua visione, tale per cui noi che siamo solo frazione del reale, non possiamo dare definizioni assolute pur compartecipando alla formazione dell’Assoluto di riferimento. Ciò che più conta, in questa sede, è che, nel quadro di un rifiuto di qualsiasi dogmatismo, persino una definizione standard di peccato risulta problematica e, cadendo tale possibilità definitoria, la nostra via verso la verità e, conseguentemente, la libertà non può essere tracciata “una volta per sempre” e, in fin dei conti, risulta inevitabilmente soggettiva.

Ed è a questo punto che giunge in nostro aiuto la frase di Thoreau. Se il prezzo di ogni cosa è la quantità di vita che siamo disposti a dare in cambio di quella cosa, è il prezzo eccessivo che possiamo essere disposti a pagare per qualcosa a configurare i termini di una schiavitù.

Trovo questa prospettiva di estremo interesse perché ci apre ad un concetto che ritengo essere fondamentale, soprattutto all’interno dello UUismo: la schiavitù non sta nell’elemento che ci rende schiavi ma nel nostro atteggiamento verso quell’elemento e, conseguentemente, la “peccaminosità” o meno di un’azione non si misura tanto nell’azione stessa ma nel dedicare al suo compimento tutto o quasi l’ammontare dell’elemento più sacrale in nostro possesso, cioè la vita.

E, davvero, a questo punto, assume senso il ritenere che la verità divina di un compito affidatoci di essere elemento di armonia nel creato e non di disequilibrio possa essere l’unico strumento per valutare i parametri della nostra libertà.

Un paio di esempi pratici penso possano chiarire questo concetto.

Tutti viviamo all’interno del mondo materiale e, conseguentemente, tutti, a meno di non chiuderci in una quasi impossibile autarchia, abbiamo bisogno di denaro per sopravvivere. Altrettanto conseguentemente, l’acquisizione e il possesso di denaro sono non solo necessari ma anche assolutamente moralmente ineccepibili nella misura in cui ci permettono di garantire a noi stessi e a chi amiamo una vita dignitosa e all’interno degli standard sociali comunemente accettati.

Ma cosa accade se la nostra volontà di acquisizione di denaro attraverso il nostro lavoro si tramuta in una smania ossessiva di ricchezza? Semplicemente che il denaro diventa una sorta di droga, alla cui acquisizione dedicare qualunque istante della nostra vita, persino arrivando a slegare tale acquisizione dall’obiettivo finale di garantirci, attraverso di esso, quei beni che possano darci un certo grado di sicurezza materiale e di serenità, sacrificando proprio tale serenità, oltre che qualunque altro aspetto “spirituale” dell’esistenza, ad una rincorsa sfrenata verso una ricchezza che, in fin dei conti, non ci apparirà mai sufficiente a saziare le nostre brame di ostentazione e di lusso.

E, allora, dobbiamo affermare che il male, il peccato, la schiavitù risiedono nel denaro? Ovviamente no: il male, il peccato e la schiavitù risiedono nel nostro renderci, forse volontariamente, forse inconsapevolmente, schiavi di uno strumento utile e moralmente piuttosto neutro.

Allo stesso modo, la sessualità, così a lungo vista come un elemento negativo da un certo numero di approcci religiosi, è, in fin dei conti, uno dei più grandi doni che possiamo aver ricevuto. Proviamo ad azzardare una analisi oggettiva e a chiederci quale è il fine ultimo della sessualità. Direi che la risposta ovvia è la procreazione e la perpetuazione della specie. Ma, direi che altrettanto ovviamente, tale perpetuazione della specie avrebbe potuto avvenire in mille modi differenti senza che il risultato finale cambiasse. Invece, ci è stato concesso di poter vivere con i nostri partner, se lo desideriamo, momenti di profonda intimità che si esplicitano non solo in un mero piacere fisico ma che raggiungono vette di comunione spirituale e affettiva così alte da porre persino in secondo piano quello che, per natura, avrebbe dovuto essere l’obiettivo primario e da rendere la sessualità un elemento di cementificazione di un rapporto di coppia.

E, ancora una volta, che accade se il sesso diventa una sorta di ossessione, se perde il suo senso primario per essere assimilato ad un triste gioco di espressione di potere, di godimento animale, di ostentazione di conquista? Accade che ciò che è potenzialmente stupendo viene svilito ma, ancor più, accade che, proprio in una ricerca spasmodica di espressione della nostra sessualità, ci rendiamo schiavi di essa, la rendiamo centro di una esistenza di cui è certamente fondamentale abbellimento ma non perno centrale.

E, dunque, ancora una volta, è la sessualità ad essere il male, il peccato, l’elemento schiavizzante? Certamente no, anzi. Piuttosto, è il nostro atteggiamento verso di essa che la trasforma in quel male, in quel peccato, in quella schiavitù che non è oggettiva ma solo soggettiva.

E si tratta solo di due semplici esempi ma, in realtà, lo stesso discorso potrebbe essere fatto per mille altre evenienze della vita.

Sono fonti di schiavitù l’amore per i membri della nostra famiglia, la volontà di arricchimento intellettuale, la volontà di aver successo in ciò che facciamo, persino il lavoro a favore della nostra comunità spirituale?

Ma naturalmente no! Lo diventano, però, nel momento in cui diventano passioni univoche, omninglobanti, capaci di escludere qualsiasi altro elemento dal nostro orizzonte cognitivo e, soprattutto, esistenziale. E, se ci fate caso, ciò avviene praticamente sempre per una scelta conscia, autoimposta, desiderata, fino al momento in cui, così come accade per qualsiasi altra “droga” formalmente definita come tale, semplicemente non possiamo più fare a meno di comportarci in un determinato modo, di dare una particolare direzione unidirezionale alla nostra vita e il risultato che ne deriva ha un nome ben preciso (anche se noi lo negheremmo fino alla morte): schiavitù e, conseguentemente, perdita della nostra libertà.

Ecco, allora che la nostra libertà diventa, in fin dei conti, una esperienza soggettiva e, come dicevo, legata alla nostra capacità di moderazione: solo nella misura in cui riusciremo ad armonizzare tutte le componenti della vita, a non sviluppare nessuna tendenza univoca che ci imbrigli e diventi una schiavitù, a mantenere sempre un margine di indipendenza morale e psicologica da qualunque passione, sia essa anche la più positiva e produttiva, solo allora potremo davvero considerarci persone libere, persone che vivono la pienezza della vita in tutte le sue sfaccettature senza incatenarsi a nessuno dei suoi molteplici aspetti fino a farne una prigione.

E, forse, solo nel vivere questa pienezza di esistenza e questa libertà di poter esprime i nostri potenziali potremo davvero essere strumenti per la costruzione di quella umanità nuova che alcuni di noi definiscono “il Regno”.

Adonai echad,

Amen

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