Bellezza e libertà

Cari fratelli,

qualche giorno fa mi è capitato di ascoltare una interessante conferenza del famoso professor Barbero su Santa Caterina da Siena. Quello che amo di più nella storia è che, quantomeno sulla lunga distanza, riesce quasi sempre, in prospettiva, a darci un quadro abbastanza chiaro di quello che, vissuto nell’oggi, quando siamo ancora coinvolti, fatichiamo ad osservare. Ebbene, parlando della cosiddetta “patrona d’Italia”, il professore Barbero ne ha tracciato un quadro interessante da cui qualunque psichiatra avrebbe potuto facilmente trarre una diagnosi piuttosto chiara: la “santa” era a) una maniaca religiosa con tratti masochistici (difficile definire altrimenti una donna che si è lasciata morire di fame per penitenza, si frustava con catene tre volte al giorno e si obbligava a non dormire per giorni interi per scontare i peccati dell’umanità), b) una psicotica egocentrica (arrivò a scrivere alla regina di Napoli che il papa non tornava a Roma da Avignone perché Dio voleva che lei, Caterina, pagasse per i suoi peccati, per altro probabilmente inesistenti visto che non usciva dalla sua cella), c) una persona che odiava la bellezza (a parte essere universalmente considerata dai cronachisti una donna piuttosto brutta, non aveva la minima cura della propria persona, si lavava pochissimo e redarguiva aspramente chi si comportasse diversamente).

In quest’ultimo aspetto, era pienamente una donna del suo tempo: tutto il medioevo era un continuo richiamo alla “vanitas vanitatis” dell’apparente e, in buona parte, come retaggio della gnosi, allo sdegno della forma esteriore, della materia, prigione dell’anima.

Mi è capitato spesso di notare come questo atteggiamento non sia cambiato molto nel tempo all’interno di numerose spiritualità. Qualche esempio, per quanto banale, credo che ne sia riprova: dalla prescrizione di utilizzo di lugubri vestimenti neri o scuri per il clero e dalla tonsura monacale al divieto di cosmetici per molti ordini di suore che, per altro, ottengono spesso l’ordinazione, significativamente, con il taglio dei capelli, dalla rasatura femminile per le donne sposate nell’Ebraismo ortodosso al divieto di rasatura per gli uomini nell’Islam fondamentalista, dalla rasatura perenne e la prescrizione di abiti minimali nel monachesimo buddista al rifiuto di ogni interesse materiale (fino alla nudità) per i guru indù.

Insomma, pare che bellezza e spiritualità siano elementi antitetici, lo siano per antica tradizione e la dicotomia rimanga, in un modo o nell’altro, presente anche ai giorni nostri.

Probabilmente state pensando che questa domenica stiamo affrontando un tema lieve, persino superfluo, che ben poco ha a che fare con le tematiche morali che normalmente ci troviamo a trattare.

Non credo sia così.

Sentendo parlare di Caterina e riflettendo su questa perdurante visione gnostica, mi sono chiesto la ragione di questa ottica dicotomica che chiede una scelta per me insensata: lo Spirito o la bellezza estetica (e non sto parlando della bellezza di Bred Pitt o di Jessica Alba ma della “normale” cura di se stessi, del proprio aspetto e, ancora più in generale, della bellezza in tutte le sue forme).

Credo che la separazione sia in buona parte dovuta al cannocchiale con cui molte fedi vedono la vita: la vita in sé ha un valore molto relativo perché il suo valore, la sua reale valenza, è posticipata al post-mortem. Insomma, come dire: “ok, quello che vale davvero è l’aldilà e, quindi, tanto vale giocarsi l’‘aldiquà’ snobbandolo, mostrando che non ce ne importa niente di questo ‘intermezzo di prova’ con tutte le sue vanità”.

Ecco, io credo che snobbare la vita con i suoi piaceri, inclusa la bellezza, sia la più grande bestemmia che possiamo pronunciare.

Non mi piace assolutizzare quelle che possono essere unicamente mie convinzioni personali: come ho già avuto spesso modo di dire, io sono convinto che Dio e vita siano sinonimi nel momento in cui ciò che consideriamo il Trascendente è, secondo me, dato dall’insieme di tutte le vite (presenti e passate, direbbe Aldo Capitini, e io aggiungerei anche future) che vanno a formare la grande Anima Mundi che ci sostiene. Ma anche se così non fosse, se io avessi torto e avessero ragione i miei fratelli cristiani o di tutte quelle fedi che credono in un Dio personale, penso che tutti concordiamo sul fatto che la vita sia la prima e più evidente espressione del divino.

E la vita non è un concetto astratto: la vita è qui e ora, in questo momento, che è la sola cosa che esista realmente. Il passato è solo un ricordo, una costruzione mentale, il futuro è solo una speranza, una costruzione mentale: ora è ciò che vivo, la mia vita è adesso.

E se questa vita è davvero Dio o l’espressione di Dio, negarla in qualunque forma significa, fratelli miei, sputare su Dio, bestemmiarlo, farne un feticcio, un idolo mentre, al contrario, amare Dio significa amare la vita in tutte le sue forme.

Io non lo so se Dio è buono o no e sospetto che applicare le categorie totalmente umane di buono o cattivo a una entità completamente altra da noi come il divino sia una contraddizione in termini. Quello che so è che la vita non è né buona né cattiva: semplicemente è, con tutti gli aspetti della realtà, che sono a volte positivi, altre volte negativi e spesso questo loro essere positivi o negativi dipende molto dall’occhio che osserva. Mi chiedo che senso abbia, allora, biasimare quegli aspetti che rendono la vita positiva, fino a negarli. Mi chiedo che senso abbia negare i piaceri che rendono bella la vita, dai piaceri estetici a quelli fisici, da quelli spirituali (che, diciamocelo francamente, nascono più da un bell’uomo o una bella donna, da un bel tramonto, da un bel quadro o da una bella poesia d’amore che dalla contemplazione delle piaghe di Cristo o dalla meditazione sulle Otto Vie di fuga dal dolore del Buddha) a quelli dell’autostima, del piacersi, dell’amarsi (perché, come ho spesso avuto modo di ricordare, noi siamo i primi prossimi di noi stessi).

Qualche tempo fa ho avuto modo di riportare una bella frase di Bonhoeffer che scrisse che “vivere è pregare” nel senso che la vita è in sé una preghiera. Ma se la vita è una preghiera, perché la nostra preghiera deve essere solo mesta, triste, lugubre? La spiritualità dovrebbe essere gioia, la gioia di una sensazione d’incontro con un piano più alto che avviene “nella vita”, al suo interno: svilire la vita, renderla solo “una valle di lacrime” togliendoci quei piaceri che essa offre (o che, secondo un’altra visione possibile, sono un dono di Dio), significa svilire anche quell’incontro, il suo senso.

Qualche anno fa, un collega americano che era stato per qualche anno cappellano militare mi raccontò che a Natale, nella enorme base in cui prestava servizio, arrivavano alle varie cappellanie gli approvvigionamenti per festeggiare che ciascun cappellano aveva richiesto e, naturalmente, alla cappellania U*U arrivavano più bottiglie di birra e più dolci che ad ogni altra confessione. Un cappellano riformato, incontrando il mio collega, gli chiese scandalizzato se fosse il caso di indulgere al vizio nel giorno della nascita del Salvatore. Il cappellano U*U (che, se ben ricordo, non era neppure cristiano), finse di pensarci un po’ su, poi gli rispose: “ma se noi siamo più allegri, non sarà più allegro anche il Dio che vive in noi?”. Devo dire che amo gli U*U e per quanto pensi che la risposta arguta del mio collega fosse più che altro un escamotage per mettere a tacere il bacchettone, non posso fare a meno di credere che, in qualche modo, avesse ragione.

Il fatto è che, qualunque sensibilità religiosa si possa avere, “rinunciare al mondo”, rinunciare ai piaceri, rinunciare alla bellezza significa, in fin dei conti rinunciare anche al divino e a tutto ciò che di bello e piacevole ci offre. Perché?

Già, perché? Perché un romano ginofobico caduto da cavallo ci ha detto che il sesso fa schifo, perché una serie di cardinali, per lo più grassi come maiali, ci hanno detto che mangiare bene è male, perché una serie di beghine puritane invidiose ci hanno detto che curare il proprio aspetto è disdicevole, perché una serie di maniaci religiosi autoflagellanti ci hanno insegnato che tutto è dolore?

O c’è dell’altro? Io temo di sì. Perché, vedete, una religione triste, una vita triste, che escluda i piaceri e la bellezza, è anche una grande arma: “se tutto è brutto di qui”, ci insegnano, “è perché il bello sarà dopo, quando arriveremo dall’altra parte!”. Ok! Ma come ci dovremmo arrivare dall’altra parte? Beh, chiedetevi chi ha “le chiavi del Regno” e già avrete la risposta e non una risposta che vale solo per i cattolici ma per tutte o quasi le fedi: la via di fuga dalla tristezza presente passa attraverso l’obbedienza alle leggi imposte dalle Chiese, dalle religioni, dai chierici, una obbedienza a qualcosa che ci è imposto, una obbedienza che è un grande strumento di controllo sociale.

Invece, la bellezza è libera, la bellezza, ci insegna Goethe, è personale, è soggettiva, persino un po’ anarchica, la bellezza, ci dice Kant, non obbedisce a logiche altre ma solo a se stessa e, anzi, la bellezza presuppone la libertà perché senza libertà non esiste gusto personale e senza gusto personale, ogni bellezza è solo “manierismo”, imposizione, esclusione di ogni piacere.

Attenzione fratelli, non vi sto dicendo che da domani è giusto che vi gettiate in orge e bagordi, che passiate la vita davanti allo specchio, in palestra, al solarium o nei bar: la bellezza è anche rispetto per se stessi, per la propria dignità e per il senso che diamo alla nostra esistenza che non deve essere nullificata “solo” nel piacere, sia esso estetico o di qualunque altro tipo. Quello che vi sto dicendo è che proprio la nostra dignità intrinseca va alimentata nel nostro essere liberi “anche” di godere a pieno della bellezza della vita, dei suoi piaceri, della stupenda grandezza di ogni singolo momento in cui i nostri sensi si esaltano. Quello che vi sto dicendo è che anche l’esaltazione dei sensi è un modo per rendere grazia alla vita, al divino, che esso sia in noi o sopra di noi.

Ecco allora che, questa sera, la mia preghiera per tutti noi è proprio questa: che possiamo sempre essere liberi da catene superstiziose, eteroimposte e deprimenti, che possiamo godere a pieno dei piaceri della vita e di quella bellezza che “salverà il mondo”. E che possiamo ricordare sempre, in ogni momento, quella splendida frase del poeta sufi Abd El Rezaj che recita: “solo se io sono capace di gioire, Dio gioisce con me; solo se io sono capace di ridere, Dio ride con me!”.

Adonai echad,

Amen

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Burn Out

Cari Fratelli,

ormai da qualche tempo non vi parlo più delle mie improvvise quanto inaspettate illuminazioni spirituali in palestra, non tanto perché abbia cambiato idea sulla correttezza dell’antico motto “mens sana in corpore sano”, quanto perché, sostanzialmente, la routine e la familiarità con l’ambiente dell’Accademia di sport da combattimento in cui mi alleno e lavoro hanno, come spesso accade, un po’ appannato la mia capacità di cogliere insegnamenti spirituali in ambito ginnico.

Un episodio occorso un paio di settimane fa, però, ha fatto eccezione, apparendomi immediatamente fonte di riflessioni che esulassero dalla pura tecnica esecutoria degli esercizi.

Si presenta al mio corso di “Military Workout”, una specie di “CrossFit” leggermente più duro e funzionale, Giacomo, un ragazzo tra i trenta e i trentacinque anni che sembra uscito da un film del genere “peplum” degli anni ’60 sui vari Ursus e Maciste: spalle modello “devo fare una torsione per passare dalle porte”, collo taurino, addominali così scolpiti che si vedono persino attraverso una maglia pesante e cosce con quadricipiti più o meno delle dimensioni del mio torace.

“Fantastico”, mi dico, “con questo sì che possiamo lavorare alla grande” … e, abituato come sono a signore di mezza età che vogliono provare l’ebbrezza del training militare e a ragazzi con la pancia da “forzati dell’aperitivo” già a venticinque anni, vi assicuro che non è poco.

Comincio a impostare una routine di lavoro neppure particolarmente ardua e il novello Ercole fa tutto, sì, ma né con particolare entusiasmo, né con particolari capacità …. almeno non con le capacità che il suo fisico avrebbe potuto lasciar presagire. Anzi, dopo mezz’ora, appare persino più stanco di alcune delle mie abituali clienti.

Provo ad indagare e gli chiedo se abbia fatto molto sport in passato. Mi risponde che ha partecipato per anni al campionato nazionale di “Ironman” e che da quindici anni si allena ogni giorno con pesi tra i 40 e i 110 kg. Ok, tutto in linea con quanto dimostra ma … ma allora non capisco … fino a che, al termine del corso, negli spogliatoi, mi dice che è preoccupato perché, da qualche tempo a questa parte, non prova più nessun piacere nell’allenarsi, si annoia, il corpo sembra non rispondere più alle sollecitazioni e si sente completamente demotivato. Fortunatamente, al Master C.O.N.I., mi avevano spiegato esattamente il significato di questi sintomi: “sindrome da overtraining” e conseguente “burn out” psicologico che, in parole povere, significa che ti sei allenato così tanto, così duramente, con così forte impegno che il tuo corpo ormai risponde perfettamente ma la tua mente non regge più lo stress, non ne vuole più sapere e non è più in grado di creare quel connubio tra energia fisica ed energia nervosa che è necessario per ogni training produttivo.

Ed è a questo punto, Fratelli, che un parallelo con la vita spirituale mi è apparso immediatamente lampante. Non è forse vero che, magari proprio quando ci sentiamo al massimo della nostra energia spirituale, quando la nostra ricerca si fa più intensa e viene ad occupare una parte sempre più importante della nostra vita, proprio allora, a poco a poco, rischiamo di “esaurirci”, di dar fondo alle nostre energie psichiche e nervose, persino arrivando a macerarci nei dubbi, negli “un passo oltre”, nel tentativo di capire un po’ di più ciò che, forse, non è né sarà mai comprensibile?

E poi? E poi questo esaurimento di energie comincia a farsi sentire, inizialmente con piccoli sintomi, con meno voglia di occuparci di questioni spirituali, di ascoltare, di pregare, di trovare spazi sacri, di impegnarci concretamente, di partecipare alle funzioni, poi, progressivamente, con un vero e proprio rifiuto interiore che si estende alla comunità, alla fede, forse persino a Dio o a ciò che viviamo come Trascendente …

Insomma, sono convinto che esista anche una sorta di “overtraining spirituale” che, come conseguenza estrema, arriva persino ad un “burn out” spirituale.

E se accade? Non ho formule magiche e, forse, di fronte ad un “burn out” di qualsiasi tipo, i nostri psicologi hanno più frecce di me nella loro faretra ma quello che posso dirvi è che quando, dal punto di vista del fitness, si arriva alla sindrome di overtraining, esiste una sola soluzione possibile, la stessa soluzione che ho consigliato a Giacomo un paio di settimane fa: mollare, interrompere, staccare la spina per un periodo più o meno lungo, fino a che (sperando che accada) non si sente rinascere dentro di sé quella spinta iniziale, quella motivazione che ci ha portato a mettere piede per la prima volta in palestra e a continuare, giorno dopo giorno, a tornarci.

Ma come? Un ministro che dice di prendersi una pausa spirituale, di pensare ad altro, di non partecipare alle funzioni?

Sì, esatto. E mi spingo anche oltre: se in una domenica sera qualunque vi pesa collegarvi per una funzione, se un programma in tv o una uscita con gli amici vi alletta più di una discussione spirituale con la comunità, vi prego, davvero vi prego, non collegatevi; se un giorno non vi va di leggere neppure una riga che vi rimandi ai vostri studi sul Trascendente, vi prego, davvero vi prego, non ci provate neppure a prendere in mano un qualunque testo sacro o spirituale.

Se una cosa, tra le migliaia che non ho capito e non capirò mai, credo di aver compreso è che Dio (o chi per lui) non vuole servi inginocchiati davanti a Lui sotto il peso dei dogmi, degli obblighi o dei sensi di colpa ma vuole amici che camminino al suo fianco!

Ed è un cammino difficile, su questo non ci sono dubbi! Per certi versi, mi sembra (o forse vorrei che mi sembrasse) come una passeggiata tra due innamorati che si frequentano da poco: si tengono per mano, si parlano tantissimo, si raccontano e si lasciano scoprire ma … con una certa timidezza, con un certo livello di pudore che, a volte, si vorrebbe superare ma che, allo stesso tempo, si ha paura di superare perché non ci si conosce ancora abbastanza a fondo per lasciarsi andare e, dunque, ci sono anche momenti di silenzio che ci mettono un po’ a disagio … Se ci riflettiamo un istante, anche il nostro dialogo con ciò che viviamo come Trascendente si basa su elementi simili: un sentimento di amore condiviso di fondo, una difficoltà comunicativa che a tratti viene superata dalla voglia di conoscenza e a tratti, invece, palesa a pieno quella distanza ontologica che si fa mistero, silenzio, persino paura …

Può capitare che due innamorati non abbiano voglia di vedersi? Al di là di romantiche dichiarazioni d’intenti, sinceramente credo che ciò possa tranquillamente accadere senza scandalo per nessuno e che, anzi, a volte, non solo sia normale non avere voglia di vedersi ma che sia persino giusto e auspicabile … Ho problemi di lavoro, di salute, di mille altre cose, sono stanco, stressato, vorrei solo dormire e non pensare a niente ma … devo uscire per forza con la mia fidanzata o il mio fidanzato, con mia moglie o mio marito … Ma … chi lo dice? Perché? Perché “così si fa”? E con che risultati? Di moltiplicare le pause di silenzio imbarazzato? Di essere così nervosi da finire per litigare? Di arrivare come certe coppie che “salvano le apparenze” ma non si sopportano più?

Insomma, i momenti di “burn out” non esistono solo in campo lavorativo o nel fitness ma sono propri anche di qualsiasi realtà spirituale, sia essa sentimentale così come mistica …

E per i “burn out” c’è una sola cura fratelli: prendersi una pausa, evitare un contatto troppo frequente per qualche tempo, imparare a vivere tutto in prospettiva.

Ecco, questo è l’insegnamento che ho tratto dal mio incontro con Giacomo in palestra: la fortuna di appartenere ad una religione liberale!

Sì perché Giacomo, non ve l’ho ancora detto, è anche un canoista di livello nazionale e, volente o nolente, non potrà mai smettere di allenarsi completamente, fino a quando il suo “burn out” non lo porterà al ritiro dallo sport attivo o non comincerà a perdere una gara dopo l’altra perché senza tanto amore e tanta passione le gare non si vincono … E, purtroppo, non posso fare a meno di notare un parallelismo con tutte quelle Religioni e Denominazioni dogmatiche che costellano il cammino dei loro fedeli con mille “devi fare” che, troppo spesso, diventano solo fariseismo di facciata o impegno formale sterile che non nasce più da un sentire profondo.

Solo grazie al nostro comune appartenere ad una religione liberale io posso, invece, permettermi di dirvi: “lasciate perdere … se non vi sentite di fare qualsiasi cosa, se non avete voglia di pregare, di vivere l’esperienza comunitaria, di partecipare ad una funzione, non fatelo e davvero confido che Dio o chi per lui non vi amerà meno per questo, ma anzi, probabilmente vi amerà persino di più!”

Sì, fratelli, credo proprio che vi amerà di più e lo credo alla luce di quella “Regola Aurea” che accomuna gran parte delle religioni: “ama il prossimo tuo come te stesso!”. Come può uno schiavo amare se stesso, come può un essere umano che viva di catene che sente estranee e pesanti amare la propria esistenza? Lasciatemi dire, ancora una volta, che noi stessi siamo il nostro primo prossimo: se non ci amiamo, se non amiamo la nostra vita, se non amiamo quella scintilla divina che è dentro di noi, non ameremo davvero neppure chi ci è vicino … e figuriamoci una entità a volte apparentemente così lontana come l’Inviolato …

Allora, fratelli, ogni giorno, quando ci svegliamo, credo che sia nostro compito “scegliere la nostra religione”, ma sceglierla davvero, senza sforzarci, sceglierla perché il suo richiamo è dolce, sceglierla perché ne sentiamo l’esigenza, perché è un amore che stiamo vivendo a pieno …

E se non succede, se quel richiamo, quell’esigenza, quell’amore non li sentiamo così forti per qualche tempo, non c’è nulla di cui angustiarsi: ogni vera storia d’amore ha alti e bassi, ma se una storia d’amore è davvero forte e profonda, allora e solo allora sarà infinita, al di là di qualsiasi pausa ciascuno senta di doversi prendere.

Adonai echad,

Amen

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La volontà di Dio, la volontà dell’uomo

Cari fratelli,

durante il mio ultimo sermone vi avevo promesso di parlarvi delle ragioni per le quali l’ipotesi teologica di una creazione in divenire mi pare essere quella che, meglio di ogni altra, sottolinei la dignità dell’uomo e le potenzialità di libero arbitrio che di tale dignità sono elemento costitutivo.

Se ricordate, dicevo, in quell’occasione, che se la creazione non fosse in divenire ma esistesse come elemento dato una volta per tutte, finito e concluso nella sua evoluzione, allora il nostro spazio di manovra sarebbe risultato minimo se non nullo: considerando, come fanno molte delle Denominazioni e delle correnti delle maggiori religioni monoteiste (certamente quelle dei Popoli del Libro), l’idea di una Divinità onnipotente che crea l’esistente secondo una progettualità specifica e conclusa, dovremmo ritenere che tale creazione debba presupporre sia un adeguamento totale del reale a tale progettualità nel momento in cui promana da una volontà invincibile, sia che tale reale sia globalmente e, soprattutto, interamente positivo, a meno che non vogliamo (cosa, per altro, anche lecita) mettere in dubbio che l’Entità creatrice sia caratterizzata o da onnipotenza o da infinito amore. Dovremmo, infatti, pensare che la creazione non sia:

a) un atto volontario ma, piuttosto un atto accidentale o necessario, facendo così decadere l’ipotesi di onnipotenza divina nel momento in cui l’onnipotenza implica un controllo pieno, totale e assoluto almeno sui propri atti e in cui la medesima onnipotenza si definisce nell’annullamento dello stato di necessità;

oppure

b) un atto d’amore, ma, piuttosto, una specie di gioco di una Divinità annoiata che ci usa come pedine degli scacchi in una enorme, infinita scacchiera in cui noi rappresentiamo il bianco contro un nero che ci si contrappone. Ciò che cadrebbe, in questo caso, è ogni concetto relativo all’amore divino, quantomeno perché anche il “nero” altro non sarebbe, tenendo conto dell’origine unica del tutto, che un emanazione della Trascendenza e appare di tutta evidenza come dall’amore infinito non possa derivare un vuoto d’amore infinito, per altro in uno scenario che, ipotizzando come “ombra della Luce”, cioè traccia del Divino ciò che Santi e Profeti hanno espresso nella loro traduzione parziale della rivelazione, andrebbe a delineare una Divinità mentitrice nel momento in cui la “regola aurea”, cioè la regola dell’amore orizzontale come riflesso dell’amore verticale, risulta centrale proprio in tutti i testi sacri.

Se, d’altra parte, ammettiamo tale progettualità positiva e omninglobante in un quadro già delineato ab initio, non possiamo che risultare come trenini su un binario precostituito, con un percorso segnato e nessuna possibilità, considerato sempre il concetto di onnipotenza, di deragliare: esiste un piano, esiste un obiettivo, esistono degli attanti e tutto è monodirezionato.

Ma qui sorge, al di là della povertà della figura umana in un quadro di questo genere, un problemino, anzi due …

In primo luogo, ovviamente, questo meccanismo perfetto si scontra contro la prova di realtà in cui la presenza del male, del deragliamento, del dolore è un dato effettuale. Soprattutto, però, ancora una volta, l’esistenza di tale “male”, qualora facente parte del piano concluso, della creazione perfettamente programmata e finita, implica la creazione di attanti malefici da parte del Bene assoluto, cosa totalmente impossibile secondo logica. Insomma, se il piano fosse concluso, se la creazione non fosse in fieri, dovremmo ritenere che il Santo dei Santi, l’Inviolato Misericordioso o, comunque, una Entità o Forza d’Amore sia colui che ha pianificato e attuato i peggiori crimini dell’umanità, che ha voluto, tanto per dirne una, la Shoà o che ha scientemente creato chi stupra e uccide bambini … E, francamente, ammessa una tale possibilità mi pare evidente che tutto cadrebbe e che, in parole povere, il fatto di essere qui stasera ci renderebbe persino complici del più ripugnante criminale che possiamo immaginare.

E dunque? E dunque, la tanto conclamata “creazione” non mi sembra possa essere considerata un atto finito ma, al massimo, il “la” dato da una Entità trascendente che ci ha lasciati totalmente liberi dal suo volere nella interazione con Lui, nella co-creazione in fieri del reale attraverso un dialogo continuo, interiore, che possiamo decidere di intraprendere (esattamente come possiamo decidere di non intraprendere) al fine di disegnare congiuntamente una realtà di cui un partecipante al dialogo, il Divino, ci suggerisce costantemente il direzionamento d’amore, senza che noi siamo necessariamente obbligati a indirizzarci verso quella direzione.

Credo che valga la pena, però, soffermarci su un paio di specificazioni.

In primo luogo, l’esistenza della possibilità (che, secondo il mio modo di vedere, è la massima espressione d’amore del Divino infinito verso la sua creatura umana finita) di non uniformarci a direzionarci verso l’orizzonte suggerito non significa corollariamente, come nell’ottica luterana o calvinista, che l’uomo sia naturalmente depravato. L’uomo è, semplicemente, libero e la libertà di scelta implica sempre la possibilità dell’errore, la pigrizia della via più breve, la chiusura dell’interesse privato prevalente. Perché? Perché la ricerca dell’uomo è la ricerca della felicità e, visto che non nasciamo con una mappa dettagliata pre-disegnata di dove trovare quella felicità ma solo con una voce interiore che possiamo o meno considerare divina e decidere di ascoltare, facilmente la cerchiamo in situazioni, atteggiamenti e forme che possono risultare le più sbagliate.

In secondo luogo, questa libertà, che abbiamo definito libero arbitrio, è una libertà spirituale e non necessariamente essa si esplica in una libertà pratica e fattuale. Ovviamente siamo, praticamente, incatenati da decine di variabili, da quelle genetiche a quelle materiali, ambientali, sociali, economiche, etc. Diverso è nascere sani, belli, ricchi e potenti ai Parioli e nascere malaticci, brutti, sporchi, poveri ed emarginati in un campo rom vicino allo Zen di Palermo, con tutte le differenti gradazioni che possono starci nel mezzo. Ed è chiaro che tutte queste variabili sono influenze che possono (e sottolineo “possono”) influenzare il nostro comportamento, le nostre attitudini, il nostro modo di essere, i nostri orizzonti. Ma è altrettanto vero che, in quanto esseri umani, almeno potenzialmente, tutti abbiamo una presenza divina dentro di noi (e, se non vogliamo chiamarla divina, possiamo definirla anche coscienza umana) che ci indica “naturalmente” se non la via preferenziale, quali siano i precorsi che dovremmo evitare. Sempre, comunque, a meno di ammettere che ogni azione sia comunque giustificabile a causa di variabili esterne, possiamo decidere se ascoltare quella voce interiore o meno ed in questo sta quel potenziale libero arbitrio che ci permette, altrettanto potenzialmente, di agire volontariamente come co-creatori o meno.

Ma, vedete, l’idea di co-creazione continua permette qualche riflessione ulteriore, in particolare legata ad un’altra comune specificazione del Trascendente comune a molte religioni: quella dell’onniscenza.

Scusate se vi faccio partecipi di una mia personale ossessione, a cui ho già accennato in altri contesti e che credo molto legata ai concetti di cui stiamo parlando. Tale ossessione può essere facilmente definita con una domanda: ci hanno ammorbato da sempre con l’idea del senso della vita come “prova” della nostra moralità o … obbedienza … rispondenza … fedeltà, chiamatela come vi pare, al Divino ma un Dio onnisciente, in quanto tale, dovrebbe sapere già l’esito di tale prova che, normalmente, implica la sua buona dose di avversità, dolori, fatiche, pene e quant’altro (oltre, naturalmente, che di gioie, ben inteso!), giusto? E non stiamo parlando solo di cose che ci meritiamo, ma, molto più banalmente, di cose che accadono, in alcuni casi persino “per natura”, perché devono accadere … Allora questo nostro Dio d’amore è un sadico o semplicemente è come un bambino che si diverte a mettere bastoncini e sassetti lungo il percorso delle formichine che portano cibo al formicaio? Sinceramente, ancora una volta, l’essere qui a pregare una Divinità che fosse di questo stampo mi mette i brividi …

Ebbene, io credo che solo l’idea di una co-creazione che nasca dal dialogo continuo tra Divino e umano ci possa salvare da questa empasse.

Io non sono uno scienziato e, per quanto abbia sentito che il tempo è la quarta dimensione e sia stato teorizzato che esista un asse temporale passato – futuro indipendente dalla nostra visione (francamente non ci ho capito molto …), quello che vivo come mia esperienza umana è che il futuro non esiste! Non nel senso che non abbiamo un futuro ma nel senso che empiricamente ancora non c’è, che viene costruito dalle nostre azioni e interazioni, assommate ad una notevole dose di imprevisti (a volte assolutamente imprevedibili).

Al massimo possiamo pensare di poter immaginare logicamente e razionalmente quello che le condizioni attuali possono suggerire riguardo a quanto avverrà ma non credo che nessuno che sia sano di mente possa affermare di sapere con certezza quello che accadrà domani, tra un anno o tra dieci anni, quantomeno perché non esiste ancora.

Se dovessi basarmi sulla mia esperienza di vita direi che anche azzardare previsioni su sé stessi per un arco temporale limitato significa immancabilmente sbagliare ma … stiamo parlando di uno che, tra miliardi di esseri finiti, probabilmente ha una capacità previsionale particolarmente bassa e, indubbiamente, un Essere infinito o, quantomeno, a noi infinitamente superiore, avrà tali capacità previsionali indubbiamente molto più perfezionate (diciamo pure perfette). Resta il fatto che:

1) sempre di previsioni parliamo e non di conoscenza finita di qualcosa che, in quanto inesistente, non può essere conosciuto;

2) come la mettiamo con il fatto che tale futuro implica l’interazione con milioni e miliardi di altre creature che brancolano più o meno alla cieca e le cui azioni e reazioni, molto meno divine, sono notevolmente imprevedibili?

Quello che sto dicendo è che l’idea stessa di onniscienza divina mi pare assurda in queste condizioni a meno che non postuliamo quei binari pre-definiti che abbiamo visto crearci ben altri problemi dal punto di vista teologico.

E dunque? Dunque la nostra co-creazione è un happening anarchico in cui tutto può accadere in qualunque momento? Se vi aspettate che vi dica “certo che no!” purtroppo vi devo deludere: magari non proprio un happening anarchico ma il futuro di questa co-creazione tra un Infinito che, pure, ci suggerisce una direzione lasciandoci liberi di seguirla o meno e milioni di miliardi di finiti che soggiaciono a loro volta a milioni di miliardi di variabili ha come frutto un futuro che, quando esisterà, nascerà da adattamenti progressivi, da passi incerti, da movimenti a tratti contraddittori. Un futuro, soprattutto, che nascerà e nasce continuamente da un dialogo che è una rete immensa di interazioni più o meno intenzionali tra umano e Divino e, in quanto tale, è imprevedibilmente condiviso e preventivamente inconoscibile da ciascuna delle parti in causa.

Dirvi questo significa che sto deprivando l’idea di Dio della sua grandezza? Significa che sto bestemmiando da eretico impenitente? Significa che non ho rispetto per il Divino? Non lo so, fratelli. Ma quello che posso dirvi è che l’immagine di questo Dio che non ci obbliga, di questo Dio che non si impone, di questo Dio che si piega ad ascoltare ciascuno di noi e che permette a ciascuno di noi lo voglia di operare, pur nella sua piccolezza, nel creare il mondo che Lui ha voluto ma che ha deciso di costruire con noi, mi lascia continuamente a bocca aperta e mi riempie costantemente di amore per questo nostro Dio e per le Sue creature e di voglia di ascoltare sempre più attentamente la Sua voce dentro di me.

Adonai echad,

Amen

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