Certezza?

Cari fratelli,

non ho difficoltà ad ammetterlo: provo una grande invidia e, a volte, una grande nostalgia.

Provo una grande invidia per chi ha una fede così sicura, così monolitica da trasformare quella che per me è una vaga speranza in una “certezza”. Provo una grande invidia per chi ha potuto far proprie le parole di Isaia e scrivere di avere la certezza di essere salvo perché Dio è con lui,

E provo una grande nostalgia di quel tempo in cui, prima con una fede infantile, poi con una fede più matura e nutrita dalle voci di tanti “padri spirituali”, ero disposto ad accettare le Verità che mi venivano dalla Tradizione, la loro santità indiscussa e indiscutibile, il loro essere via verso la salvezza.

Parliamoci chiaro, amici miei: una fede che porta alla totale certezza è una coperta calda per gli inverni dell’anima in cui il freddo che ci circonda si fa pungente, è una luce chiara nei passaggi più bui della nostra esistenza, è un segnale stradale quando rischiamo di perderci nei meandri della realtà o del nostro spirito, è una mano sulla spalla che ci fa girare, magari un istante prima di cadere in un precipizio di disperazione. Sì, la certezza … Amo la certezza, la anelo, con la stessa volontà di ordine, linearità e univocità che, con militare maniacalità, ha caratterizzato, senza mai ottenere piena soddisfazione, almeno gli ultimi 30 anni della mia vita.

E allora? Allora perché scegliere, consciamente e, ve lo dico in tutta onestà, anche dolorosamente, di rinnegare progressivamente ogni ordine mentale precostituito e ogni conoscenza acquisita in anni di studio entrando in una denominazione come quella Unitariana Universalista che penso sia la più aliena da ogni certezza, la meno teologicamente strutturata e pianificata nell’intero panorama ecclesiastico mondiale? Perché passare dalla proclamazione delle Sante Verità a quella di un percorso dagli orizzonti cangianti, dai contorni a tratti evanescenti, come se da un’autostrada avessi voluto entrare in un labirinto di specchi? Perché non ritornare sui miei passi, perché non riaccettare, anche senza più ruoli ministeriali la cui pesantezza, quantomeno dal punto di vista dello scavo emotivo e morale per rimanere sempre onesto nella predicazione, è, vi assicuro, non indifferente, di rientrare in quell’ambito che, sia dal punto di vista pratico-sociale che da quello psicologico-spirituale tanto semplificherebbe la mia vita come, probabilmente, la vita di molti di noi?

Fratelli, francamente me lo chiedo ogni giorno e, ogni giorno, mi rendo conto che è impossibile, che quella che ho imboccato, che quella che forse abbiamo tutti imboccato, è una strada a senso unico, con un cartello rosso che impedisce l’inversione di marcia. Su quel cartello c’è scritta una parola: “dubbio”.

Dubbio è una parola strana, una di quelle parole che, pur non riuscendo ad essere mai davvero neutre, possono assumere una valenza negativa o positiva a seconda dei contesti e, soprattutto, a seconda di chi ne fa uso, della sua visione del mondo, della sua sensibilità e della sua prospettiva.

Non a caso le varie religioni strutturate hanno sempre visto nel dubbio l’espressione del male assoluto. Esempi tra i molti possibili? Leggete in Giovanni 3 “Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?”, o l’episodio di Tommaso o, in tutto l’Antico e il Nuovo Testamento, come il dubbio venga da Satana, come sia definito il dubbio nella Torah, nel Talmud o nel Corano, quale destino accolga chi dubita delle verità espresse nei Veda, etc. Ed è ovvio: una religione prevede un affidarsi fiducioso del singolo ai suoi dettami e questo affidarsi fiducioso è, appunto quello che definiamo fede, quella fede che non può venir intaccata dal dubbio.

Eppure devo dire che, curiosamente, nel mio caso, l’imboccare la via del dubbio è nato proprio dalla fede, da una fede davvero quasi cieca nel testo evangelico, una fede messa in crisi da un versetto che conosciamo tutti, da una frase attribuita a Yeshua: “Perché mi chiami Padre buono? Solo Dio è buono”. Da lì è partito il mio viaggio che mi ha condotto all’Unitarianesimo ungherese prima e, in seguito, dopo qualche peripezia comunitaria e teologica, alla piena assunzione di quell’Unitarianesimo Universalista contemporaneo che vede in quella tappa intermedia una, pur meritoria e accettabilissima, reliquia del passato, ancora piena di dogmatismi, liturgismi e rigidità catechistiche che, all’oggi, mi risultano, personalmente, molto pesanti da accettare.

Sì, perché è così che funziona con il dubbio: è come una valanga che parte da una pallina di neve e si ingrossa sempre di più, nutrendosi di domande come “perché?”, “chi lo dice?”, “ma ha senso?”

E così ogni castello teologico finisce per svanire. Salvezza? Ma salvezza da cosa? Da noi stessi? E che senso ha che un Dio creatore ci faccia tali da abbisognare di una salvezza, per di più arrivata in modo così ingiusto come un sacrificio vicario? Vita eterna? E chi lo dice che ci sia? Al massimo ci si può sperare ma il trucco psicologico che sottende l’idea mostra fin troppo la trama per permettere certezze … Dio? Ma chi l’ha mai visto? Chi può parlare di Lui con un minimo di cognizione di causa? Chi capisce davvero una volontà così misteriosa da essere interpretata diversamente ogni 5000 chilometri? Testi sacri? Basta un filologo alle prime armi per capire che la loro costruzione, la loro scelta e il loro direzionamento obbediscono a criteri umanissimi e, non bastasse questo, se sono così univoci come ci vogliono far credere, com’è che ogni cultura ne ha uno diverso? Potrei andare avanti fino a notte fonda ma credo che questi pochi esempi già chiariscano bene come funziona il dubbio e come esso, tra l’altro, sia il frutto di quella capacità di pensiero critico che è, probabilmente, uno dei vertici più alti dell’umanità.

Già, uno dei vertici più alti che alcuni di noi sono più propensi a toccare e, sinceramente, neppure nella migliore delle ipotesi riuscirei a definirli i più fortunati, i più intelligenti né, tantomeno, i più coraggiosi come sostengono una miriade di balle propagandistiche che ci propinano e, a volte, noi stessi ci propiniamo: ci si nasce e basta con questa Santa Barbara dentro, pronta a detonare ad ogni scintilla che si avvicini alla miccia del dubbio.

Eppure, vi devo dire che, pur con tutta la sofferenza che provoca, pur con tutta quella nostalgia di qualche certezza che può portarci a tentare di afferrare ogni appiglio possibile per ancorarci nella nostra caduta nella spirale della nebbia, a tentare di credere in teorie teologiche che, alla riprova dei fatti, hanno la stessa possibilità di validità oggettiva di qualsiasi fantasia magistica, a tentare di dar forma e struttura alla fede dandole un nome e regole perché, come mi disse un mio amico cattolico, “questo è tutto quello che abbiamo”, pur con tutto questo, io benedico il dubbio.

Lo benedico non tanto perché penso che esso ci possa aiutare ad avere un “dio con noi” che, per ovvie ragioni storiche, è un assunto che mi fa rabbrividire o perché credo, come Weston, che ci possa agevolare nel trovare una Verità con la V maiuscola che non credo sia alla portata degli esseri umani o ma lo benedico per l’altra parte dell’affermazione di Weston, perché il dubbio è l’acido che corrode il falso e distrugge l’assurdo che imprigiona il nostro potenziale con un magismo eterodiretto, che imprigiona le nostre stesse vite asservendole ai voleri di coloro che, credendoci essi stessi o non credendoci affatto, ci impongono paletti di norme e regolette decise da loro stessi o da altri e basate sul nulla, su una ipotesi, su una fantasia, magari anche ben strutturata e sistematizzata, che nessuno potrà mai, oggettivamente e onestamente, affermare corrisponda alla certa volontà di Dio.

Ok, sicuramente state pensando che, piuttosto incredibilmente per un ministro di culto, stia facendo una specie di panegirico della razionalità e del materialismo, dimenticando tutto quel mondo che Shakespeare ha splendidamente compendiato nella frase di Amleto: “Orazio, ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia”.

Esattamente l’opposto, ve lo assicuro!

Certo, non mentirei se vi dicessi che, al di là di speranze che tali rimangono senza alcun grado di sicurezza, tendo sempre più a credere solo in ciò che è reale, che posso vivere concretamente, sperimentare, senza crearmi nessuna teoria su quanto esula dalle mie possibilità di conoscenza, in questo facendo mia la famosa affermazione, per altro pronunciata in ambiti diversi, di Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Questo, però, non significa affatto, per come vedo io le cose, né bloccare la mia visione solo a ciò che è meramente materiale e tangibile, né limitare la mia riflessione a ciò che è razionalmente limitato e quantificabile. Significa, piuttosto, concentrarmi unicamente sull’esperibile e l’esperibile non comprende solo il tangibile ma anche tutto ciò che riguarda la sfera interiore del singolo: il suo pensiero insieme al suo sentire, ai suoi sentimenti, alla sua interiorità, ai suoi principi etici e morali, alle sue sensazioni, ai suoi vissuti interiori e alla sua rete di relazioni affettive.

Qualche tempo fa si parlava della difficoltà di definire un “materialismo religioso”. Io credo che una possibile declinazione di questa corrente possa essere proprio quella che non si limita alla pura materialità fisica ma, piuttosto, si limita, più che altro per voglia di onesta intellettuale, all’esperienzialità reale, al vissuto di quel singolo che non è fatto solo di corpo ma anche di una parte invisibile, intangibile in ogni senso che lo caratterizza come essere umano.

In questo senso, credo che possa avere ancora significato parlare di spiritualità, nel momento in cui, pur conscio di non poter definire chiaramente la sua essenza, non posso fare a meno di sentire, di esperire chiaramente l’esistenza di un piano che va oltre quello fisico e che si sostanzia nella definizione di Trascendenza anche senza la possibilità di qualunque specificazione ulteriore; pur conscio di non poter individuare una loro fonte primaria, provo dei sentimenti, provo la necessità di seguire delle leggi morali dentro di me la cui origine avverto essere superiore alla mia singolarità specifica; pur comprendendo come sarebbe molto più praticamente produttivo chiudermi in una visione egoistica che si concentri unicamente su me stesso e i miei bisogni, non posso fare a meno di avvertire un profondissimo legame atavico di amore che, a cerchi concentrici, mi lega al mio prossimo e mi rende uno con l’umanità intera; pur intuendo razionalmente che sarebbe molto meno dispendioso in termini energetici badare unicamente ai miei interessi, non posso fare a meno di provare un senso di repulsione per ogni forma di ingiustizia ed esclusione che colpisca qualunque essere vivente. E sono convinto che, al netto della volontà specifica di sopprimere e tacitare per altri interessi o in nome di altre logiche queste esperienze, esse appartengano a qualunque essere umano sano di mente e che la loro esistenza, conseguentemente, vada a integrarsi con quella della realtà materiale per formare il piano del reale, quel piano non gnosticamente dualistico che ci comprende totalmente, quel piano la cui analisi rimarrà sempre senza fine ma la cui accettazione, pur nella ricerca, implica già di per sé un sentire dell’oltre.

Ed è questo sentire dell’oltre, questo sentimento della trascendenza che di declina in modo assolutamente personale in ognuno, che vive del qui e ora, del quotidiano, dell’agire secondo la sua logica che supera la logica empirica e aristotelica, che non ha bisogni di fantasie e supposizioni perché è presente all’interno di ciascuno e in ciascuno, pur con forza diversa, determina percorsi ben chiari e delineati, ciò che dà senso ad una spiritualità come quella U*U, che onora il Sacro senza volerlo per forza imprigionare in termini umani, che lotta per l’emergenza dei dettami comuni di amore di tale Sacro senza volerli forzatamente definire in termini di origine e finalità, che non disprezza la razionalità critica ma non s’imprigiona ad essa nella comprensione che un uomo è ben più di un insieme di molecole e processi chimici.

Ed è questo sentire dell’oltre che ancora sento dia senso alla vita e al ministero di chi, come me,  in fondo, magari un po’ masochisticamente, non vuole legare il cuore a nessuna dimora, non vuole avere nessuna “certezza” che imbrigli la sua anima ma vuole leggere liberamente il libro dell’universo sicuro che, dentro di lui, quello che cerca lo stia già cercando.

Adonai echad,

Amen.

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IL CERCHIO PIU’ GRANDE IN CUI TORNIAMO UMANI

C’è un momento nella preparazione di un sermone di cui vi ho spesso parlato: la scelta del tema. Vi ho detto, spesso con ironia, dell’inseguimento disperato di immagini e suggestioni, della confusione o dell’insoddisfazione o di come a volte si parta con un’idea in testa e poi si finisca su un’altra strada, che magari non centra niente. Non vi ho mai parlato, però, forse perché neanch’io me ne ero accorto, di come questa esigenza del trovare qualcosa di buono da dirvi almeno una volta al mese renda insolitamente aperti alle sollecitazioni che lo Spirito dissemina nella realtà che ci circonda. Per esempio questa settimana ero partito non sapendo cosa dirvi (il bel sermone di Lawrence di domenica scorsa mi ha bruciato l’unica idea buona che avevo in mente), ma con un fermo proposito: lasciare da parte le questioni sociali, le tematiche del razzismo, dell’accoglienza o della diversità e concentrarmi su temi squisitamente spirituali. Nel frattempo gli amici del tempio I Kuan Tao di Roma mi hanno invitato ad un incontro su Meng Zi (Mencio per gli amici), a cui non potrò andare perché impegnato nella mia carriera parallela di anonimo cantautore fuori tempo massimo. Ma intanto il nome di Mencio ha cominciato ad entrare nella mia play-list della settimana. Ed ecco che, in questi tempi dove i segni dello Spirito appaiono rari e l’ottimismo un fingimento della volontà, un gruppo di bagnanti sulla spiaggia di Crotone riesce a sorprendermi e a farmi sperare ancora nell’umanità.

Una cinquantina di migranti siriani ed iracheni si è trovata, infatti, a sbarcare su un lido vicino alla città calabrese ed è stata soccorsa dai bagnini e dai villeggianti, che non hanno esitato a dissetare e sfamare quegli stranieri disidratati e stanchi con quello che avevano. Merende, pane, succhi di frutta, bottigliette di acqua hanno dato un inatteso benvenuto ai sopravvissuti del mare. Mi piace pensare ed, anzi, lo ritengo statisticamente probabile che tra quei bagnanti generosi non ci fossero solo buonisti e radical chic, ma anche qualcuno di quelli che avrà detto almeno una volta “mandiamoli a casa loro” o “basta invasione”. Come una canzone già pronta nello stereo ecco che mi risuona nella testa proprio Mencio.

Un po’ come Socrate, Mencio era, infatti, convinto che la natura umana fosse buona in maniera innata e che solo le influenze della società e la mancata coltivazione interiore sviassero l’essere umano verso l’egoismo ed il male. Da buon confuciano, Mencio si poneva l’obiettivo di sviluppare la virtù del “ren”, che significa “umanità” e che rappresenta la realizzazione congiunta della benevolenza e dell’autenticità dell’essere umano. Com’è suggestiva questa parola proprio ora! “Restiamo umani” è lo slogan che guida molti nel cercare di tenere vivo un certo sistema di valori e di azioni, che anteponga la dignità della persona a qualsiasi paura o convenienza. Quello che sembra mancare o perdersi è proprio l’ “umanità”. Per Mencio tale smarrimento non è il frutto di un male radicale, giacché in ogni essere umano compassione, vergogna, modestia e discernimento spingono tutte verso la retta via, ma piuttosto di una serie di condizionamenti che ci portano a negare la nostra natura, che però non cessa di premere per venire fuori, benché certo abbia bisogno del sostegno del nostro lavoro interiore per consolidarsi. Nell’episodio di Crotone questa scintilla di umanità sembra riapparire e segnalare qualcosa che l’agire infausto di una politica intollerante ed opportunista non ha ancora del tutto sopito.

E per un momento quegli insegnamenti cristiani, di cui troppi nel nostro paese si riempiono la bocca, li vediamo messi in atto, nel ricordarci di “amare il prossimo come noi stessi”, ma anche nel ricordarci che quel “noi stessi” esiste autenticamente solo se si riconosce come essere relazionale, se si sente parte dell’umanità e della vita come un unico corpo, il Corpo di Cristo, la Rete della Vita.  

Ma una rondine può fare primavera? Tutto ciò rappresenta una speranza oppure soltanto un’eccezione? Certo, il clima degli ultimi tempi ci (e mi) ha portato a credere che Mencio esagerasse in ottimismo e che, forse, aveva visto meglio il suo “concorrente” dell’epoca all’interno della filosofia confuciana, quel Xunzi (o Hsun Tzu) che affermava, al contrario di Mencio, che la natura umana fosse istintivamente malvagia e che solo l’educazione, le regole ed i riti potessero riformare tale natura e volgerla al bene. E’ difficile continuare a scommettere sull’innata bontà umana quando si lasciano morire le persone in mare o si va a cercare il nero, il rom o il gay per impallinarlo con la bombarda di zio Paperone. E, prima che qualcuno mi tacci di asimmetria buonista, aggiungo che è altrettanto difficile farlo quando si osserva il richiedente asilo che commette uno stupro o il rom che delinque impunemente. Il punto è un altro: è che, che abbia ragione Mencio oppure Xunzi, siamo tutti umani e condividiamo l’aspirazione e la capacità del bene come lo scivolamento verso il male. Non c’è nessun “ben altro” in cui rifugiarsi: c’è un lavoro da fare sull’animo umano a tutti i livelli.

Proprio nell’ottica di crescita dell’animo umano a diversi livelli, la filosofia confuciana ha altro da insegnarci, anche su questa esperienza di Crotone. Confucio parla del lavoro interiore e sociale che ogni essere umano e ancor più il saggio sono chiamati a compiere come di un processo di espansione per cerchi concentrici, dalla persona all’universo, passando per la famiglia, la società, la nazione, il mondo. Rispetto ad un odierno universalista unitariano, Confucio probabilmente mostrerebbe qualche cautela in più verso l’apertura mondialista ad ogni altro sul pianeta. Non mancherebbe di porselo come obiettivo finale da realizzare (obiettivo a cui ha dato anche un nome: Da Tong, la Grande Unità), ma riterrebbe probabilmente che non siamo ancora maturi, che il cerchio concentrico in cui abbiamo realizzato la nostra umanità non è ancora quello del mondo. Di questo limite mi sono accorto anch’io in una discussione sui social in questi giorni.

Di fronte alla denuncia (giusta, direi sacrosanta) di un sindacalista di colore, dal cognome straniero, ma ormai pienamente cittadino italiano, della difficoltà nel prendere in affitto un appartamento per l’ostracismo di molti locatori verso gli stranieri, mi sono ricordato di aver avuto mio malgrado un atteggiamento simile quando si è trattato di dare in locazione un immobile di famiglia. Lo dico perché l’ipocrisia del predicare bene e razzolare male è sempre in agguato, ancor più per un pastore. Non si è trattato certo di una pregiudiziale a priori, ma comunque di una diffidenza, di una preferenza implicita verso un locatario italiano, sulla base del timore che un inquilino straniero poi ti riempisse casa di altre persone o sub-affittuari o che magari tornasse (volontariamente o meno) al suo paese senza aver saldato l’affitto. Razzismo? Magari no (con le dovute garanzie, avremmo comunque affittato a chiunque), ma certo un pregiudizio, che nasce però da un motivo oggettivo, ossia la scarsa tutela per chi concede un immobile in affitto, che conduce a considerare anche il più stupido elemento nella selezione della controparte, tale è il timore di trovarsi in brutte situazioni, con inquilini morosi o casa sfasciata. Questo ci suggerisce che, per spingerci in un cerchio concentrico più grande, lavorare per costruire le condizioni di fiducia che rendano possibile un terreno di incontro più grande, permettendo il superamento di paure e diffidenze. Per fare un esempio pratico, nel caso degli affitti mi viene in mente che si potrebbero incentivare le polizze fideiussorie sui contratti di locazione con delle detrazioni fiscali, in modo da ridurre il rischio per i locatori e, dunque, aumentare la possibilità dell’incontro tra domanda e offerta anche per categorie percepite più a rischio. Certamente questo renderebbe più semplice dare in affitto un immobile ad uno straniero, ma anche a persone meno abbienti … per quelli che non vogliono affittare agli omosessuali (cosa che non ha veramente nessun legame con il rischio di insolvenza dell’inquilino, ma rappresenta un atto di omofobia e basta) non ho altre soluzione che la denuncia penale.

Ma il ragionamento dei confuciani può leggersi anche in una chiave ribaltata ed è ciò che suggerisce la vicenda di Crotone. Proviamo ad immaginare quali persone popolassero quella spiaggia. Alcune di loro probabilmente si riconoscerebbero nello schema del “buonista radical chic”, ma probabilmente poche hanno fatto di più del difendere idee e valori a parole e magari elargire qualche offerta a qualche associazione. Di certo mi immagino pochi santi ed altrettanto pochi eroi. La gran parte sarebbe probabilmente poco interessata a tutto questo, un po’ confusa, un po’ cerchiobottista, un po’ assorbita da ciò che sente davvero sulla pelle. E magari qualcun altro sarebbe tra quelli abbagliati dalla prospettiva sovranista del detto “prima gli italiani” e del non-detto “gli stranieri mai”. Ebbene, tutta questa gente  dal fondoschiena appesantito da una qualche inerzia, che sia quella dell’intolleranza nazionalistica, del bene a chiacchiere o della comoda indifferenza, non è rimasta a fare cruciverba sotto l’ombrellone, né si è limitata a segnalare il caso alle autorità competenti. Si è, invece, scossa dal torpore e dalla sorpresa e si è data attivamente da fare.

Cos’è successo? Un improvviso risveglio della natura essenzialmente buona e generosa dell’essere umano? Può darsi. Ma io credo che sia successo qualcosa di più, qualcosa di profondamente istruttivo: all’improvviso quelle persone si sono trovate proiettate in un cerchio concentrico più grande, hanno visto rompersi gli argini dei loro recinti da un’inattesa presenza. Perché tutto questo parlare pro o contro l’immigrazione sta avvenendo in realtà in un cerchio concentrico più piccolo (sì, anche per noi che ci immaginiamo cittadini del mondo), un cerchio in cui l’altro è lontano e virtuale. Così accade una cosa strana: l’altro cessa di essere una persona, perché invisibile nella sua realtà fisica e presente, ma riprodotto in una rappresentazione mediata e distorta, mentre noi cessiamo di essere completi nella nostra umanità, tanto nella sensibilità quanto nella razionalità, perché protetti nelle nostre reazioni dal vero incontro con l’altro e dalle sue conseguenze. Così possiamo dichiarare di sparare al negro, al rom o, di contro, al fascista senza sentirci assassini, perché quel proiettile verbale non colpisce una persona, ma un simulacro costruito dai meccanismi alienanti della rappresentazione mediatica. Proprio quei media, che si raccontavano come finestra sul mondo, divengono così il meccanismo con cui costruiamo i nostri recinti. Ma quando, su un arenile affacciato sullo Ionio, l’altro si presenta davvero, con tutto il suo carico di sofferenza ed i segni del viaggio e della propria storia, il racconto distorto fa spazio alla realtà dell’incontro. E allora qualcosa cambia, l’altro torna ad essere persona, noi torniamo alla nostra umanità. “Non opprimerai lo straniero”, ci ricorda l’Esodo, “perché anche voi conoscete la vita dello straniero”. Ma se questa vita non la conosciamo? Se non noi, ma solo i nostri bisnonni hanno conosciuto la fatica della migrazione? E se il tempo l’ha resa lontana? Non basta immaginare lo straniero, adeguarsi ad un astratto precetto di tolleranza. La paura dei penultimi verso l’orda degli ultimi smuove istinti ben più forti di un pensiero astratto. “Ama il prossimo tuo”, ma per farlo devo renderlo davvero prossimo, devo incontrarlo sul terreno concreto della realtà, non su quello virtuale del pensiero. E quel terreno si è materializzato su una riva calabrese con la tutta la potenza delle cose vere.

Quello che manca a tutti in questa contrapposizione ideologica a cui assistiamo è davvero la “realtà”, quella realtà che ci restituisce tanto le difficoltà dei penultimi nelle nostre periferie, quanto quella degli ultimi in mezzo al mare. Forse è questa realtà il cerchio più grande in cui dobbiamo sforzarci di essere oggi. Perché è solo lì che può davvero avvenire l’incontro con l’altro e non con la sua rappresentazione. Ed è solo attraverso questo incontro che il “ren”, l’umanità autentica che ancora risiede da qualche parte lì in fondo a noi, e con essa quel “valore e dignità inerente ad ogni persona”, che è il nostro primo principio, possono venire di nuovo fuori.

 Nella Via verso l’Uno,

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Gli occhi della tigre

Cari fratelli,

nella consapevole schizofrenia del mio essere ministro di culto e pugile dilettante, uno dei pochi aspetti positivi è dato dalla possibilità, a volte, di meditare su situazioni altrimenti improbabili da osservare al di fuori di una palestra con uno sguardo, per così dire, “spirituale”.

Un paio di settimane fa, una di tali situazioni mi ha dato un particolare spunto di riflessione.

Il mio maestro e allenatore è, indubbiamente, un personaggio piuttosto peculiare: ex pugile professionista nel frattempo laureatosi e riciclatosi come commercialista, grandissimo amante del suo sport, persino interessante conversatore su temi religiosi nonostante posizioni raeliane difficilmente per me condivisibili ma non per questo, dal mio punto di vista, totalmente escludibili (e non solo perché non ci terrei molto a coinvolgermi in dispute teologiche con chi mi prepara per il ring e, soprattutto, con chi, con oltre cento incontri alle spalle, potrebbe rendermi irriconoscibile persino a mia madre in meno di tre minuti), ha sempre dimostrato un particolare interesse per la preparazione psicologica dei suoi allievi più giovani. In questo quadro, appunto un paio di settimane fa, mi ha chiesto di assistere ad una sua sessione di sparring con un ragazzino di quattordici anni notevolmente promettente. Già conoscevo il giovane adolescente per essermi allenato qualche volta con lui: resistenza davvero fenomenale alla corda, indice di un fiato notevole, progressione nell’apprendimento tecnico quasi impressionante, tenacia pressoché maniacale, voglia di emergere che lo aveva portato già dopo pochissimi allenamenti a chiedere che gli organizzassero un percorso verso il professionismo ma, allo stesso tempo, umiltà nell’ascoltare consigli, suggerimenti e anche cazziatoni … Insomma, per farla breve, tutte le componenti per avere successo, se non per un piccolo particolare di una certa importanza: ogni volta che era salito sul quadrato per una sessione di guantoni con altri allievi, il giovanotto si era dimostrato quello che, in gergo fin troppo esplicito, viene definito “una pippa”, una specie di sacco umano che, chiuso in un angolo, sembrava incapace di reagire ai colpi degli avversari. Da qui, la richiesta del mio maestro, consapevole del mio recente brevetto come istruttore di “mental training sportivo”, di cercare di capire insieme a lui quale fosse il problema. I due cominciano a boxare e il ragazzo si muove bene, balletta, si copre, oscilla sul tronco. Poi Felice, l’allenatore, lo attacca in modo molto blando con una combinazione basilare diretto sinistro – gancio destro e in 3 secondi, guardando gli occhi sbarrati e spersi di Stefano, l’adolescente, capisco quale è il vero problema: Stefano ha paura, una paura incredibile di venire colpito e di farsi male, anzi, è proprio terrorizzato ed essendo anche un bel ragazzo medio borghese, faccino efebico, occhioni azzurri, modi educati e guantoni firmati, posso anche capire la ragione per cui costantemente accampi scuse per non misurarsi con coetanei bruttarelli, scugnizzi e guantoni di Decathlon, forse meno dotati di lui ma con la fame dentro e niente da perdere.

Non è qui il caso di riflettere se Stefano abbia probabilmente semplicemente sbagliato sport o se sia possibile intervenire efficacemente con un ricondizionamento per superare questo terrore che appare essere piuttosto innato. Ciò che conta è dirvi che non ho potuto fare a meno di paragonare il suo atteggiamento ad analoghi atteggiamenti che ho avuto modo di osservare in campo religioso.

Ormai sono nella C.U.I. da un bel po’ di anni e, in tutto questo tempo, ho avuto modo di conoscere molti “compagni di viaggio” che sono rimasti con noi per un certo tempo e poi ci hanno abbandonato, chi per un motivo, chi per un altro, ufficialmente. Al di là di queste dichiarazioni più o meno ufficiali, però, devo dire che, al fondo, ho spesso scorto una ragione più recondita per il loro abbandono: la paura del dolore.

Certo, non del dolore fisico, naturalmente, ma la paura di subire una sorta di “dolore spirituale”.

Proviamo, allora, a comprendere di che natura di dolore spirituale possa essersi trattata.

La prima paura è quella del “dolore della solitudine”. Lo sappiamo tutti: viviamo in un ambiente che non arriverei a definire religiosamente ostile, quantomeno per rispetto verso chi in un ambiente realmente ostile e perseguitante ci vive davvero, ma che, indubbiamente, ci percepisce come un corpo estraneo, vuoi perché impegnati a vivere una fede che, pur nella sua liberalità e nei suoi confini ampi, è pur sempre una fede potenzialmente piuttosto omninglobante e che dà forma alla nostra vita volgendola verso un orizzonte trascendentale in un’epoca troppo spesso caratterizzata da una sorta di monoliticità materialistica, vuoi perché viviamo in un paese tradizionalmente e culturalmente improntato ai dettami di una Denominazione per molti versi nettamente differente dalla nostra in relazione a precetti e atteggiamenti sociali. E credo sia esperienza comune quella di provare un certo disagio nell’essere “la pecora nera”, quello o quella che non sta alle regole, che pensa differente, che non si attiene all’ottica comune. Magari per qualcuno è proprio questo dato ad attirare verso di noi, quasi che noi fossimo “quelli contro” e non semplicemente quelli che hanno scelto una via differente … Ma il ribellismo e la voglia d’indipendenza intellettuale e spirituale prima o poi scema alla prova dei fatti, magari estenuata dalle continue discussioni, dal finire per sentirsi “fuori luogo”, dall’interrogarsi sul perché della differenza e sul senso di una “lotta contro i mulini a vento” … Insomma, in qualche modo è come se Stefano, il nostro aspirante pugile, finisse per chiedersi perché lui, giovane liceale “a modo” di famiglia benestante e con prospettive universitarie, dovesse allenarsi in uno sport in cui il 90% dei suoi compagni sono in scuole professionali di vario genere o sono già apprendisti in qualche autofficina o camerieri in qualche ristorante e, alla fine, decidesse che sudare e faticare per finire a fare a pugni su un ring non fa per lui …

Il secondo genere di paura che ho notato è molto più simile proprio a quella di Stefano, anche se, ancora una volta, traslata in senso spirituale: la paura di colpi che possano rovinare il nostro bel faccino. Se è vero, come scrisse Theodore Parker, che una chiesa viva è una chiesa dove è pericoloso quando nessuno è in disaccordo con quello che viene detto e predicato, sicuramente la nostra è una chiesa vivissima, lo è sempre stata e lo sarà sempre. E questo per il semplice fatto che, fermo restando il rispetto per le opinioni personali di chiunque, una chiesa che ha fatto della molteplicità delle espressioni religiose e del costante dibattito interno una delle sue caratteristiche salienti contro ogni forma di immobilismo dogmatico e contro ogni letto di Procuste superimposto, è per sua natura una chiesa in cui le divergenze di visioni e opinioni non solo sono ben accette e continuamente espresse ma, addirittura, sono viste come un elemento di forza. E non è sempre facile dover continuamente mettere le proprie convinzioni alla prova del contraddittorio! Perché, vedete, le nostre idee in materia di spiritualità sono un po’ come il faccino di Stefano in termini estetici: sono parte della nostra identità, del nostro modo di affrontare la vita, della nostra visione del futuro e diventano, persino, una sorta di carta d’identità sociale. Ogni opinione contraria, ogni idea divergente che rischi di smontare il nostro castello di convinzioni, anche solo parzialmente, di portarci a cambi di direzione o a riletture, diventa, se non accolta con lo spirito giusto, un colpo inflitto alla nostra identità, addirittura uno smacco subito. Ci sono pugili che si fanno riempire di pugni dagli allenatori per imparare a sopportare il dolore, ci sono cercatori che sono felici di ascoltare idee diverse dalle loro perché possono rappresentare un tassello in più per avvicinarsi alla loro meta irraggiungibile, ci sono pugili (o aspiranti tali) che hanno paura di rompersi il loro bel nasino e ci sono cercatori (o aspiranti tali) che hanno paura di veder franare il loro bel sistema metafisico e di non essere capaci di ricostruirne un altro dai cocci …

E le paure sarebbero ancora così tante … ma non voglio tenervi qui ad ascoltarmi tutta la notte né credo che sareste disposti a farlo …

C’è, però, un’ultima cosa a cui vorrei accennare. Dopo la seduta di sparring, confrontandomi con Felice, il mio maestro di boxe, ed esternandogli il mio punto di vista sul ragazzo, mi sono sentito rispondere: “Sì, è vero, ho notato la stessa cosa. A Stefano mancano gli occhi della tigre!”.

“Gli occhi della tigre”: sono in molti a conoscere questa espressione grazie alla fortunata canzone della colonna sonora di “Rocky” ma pochi sanno che non si tratta di una frase inventata dall’autore ma di una espressione gergarle comunissima in ambiente pugilistico fin dagli anni ’30. Ma cosa sono questi “occhi della tigre”? Credo sia difficile spiegarlo a parole: sono un insieme di fame, calma e feroce determinazione, amore per ciò che si è, fiducia in se stessi, forza, coraggio …

Esistono degli “occhi della tigre” in campo spirituale? Io credo di sì. Credo che gli “occhi della tigre” siano il risultato dell’innamoramento per un cammino, per la meta sperata, siano la forza della resilienza e della speranza che muove i nostri passi verso quella meta, siano la determinazione nel vivere la propria fede comunque stiano le cose, qualunque siano le condizioni e le difficoltà che si possano incontrare, siano la fiducia nella giustezza di un’ottica e il coraggio di impegnarci per essa, anche al di là dei nostri piccoli interessi personali contingenti, delle mancanze di tempo, della stanchezza, della poca voglia che ci assale in certi momenti …

Perché, fratelli, una cosa mi sono sentito dire da quando ho cominciato a frequentare l’ambiente degli sport da combattimento, una cosa che, nel tempo, ho capito essere verissima: se non ami davvero questo sport, non trovi il coraggio di salire sul ring, non trovi la forza di affrontare i dolori degli zigomi rotti e delle braccia che non riesci neppure più ad alzare, non trovi la voglia di spaccarti in due ad ogni allenamento …

Ed è lo stesso nella fede, amici miei: l’amore è la chiave. E lasciatemi dire che la nostra fede, di ragioni per essere amata ne ha davvero tante.

In un film persino più famoso di “Rocky”, “I Blues Brother”, il compianto John Belushi, di fronte al compito di organizzare dal nulla un grande concerto per trovare i soldi per tenere aperto l’orfanatrofio in cui lui e suo fratello erano cresciuti, afferma: “Siamo in missione per conto di Dio!”. Beh, io non lo so se noi siamo “in missione per conto di Dio” perché non è poi così facile cercare d’indovinare gli obbiettivi del Capo ma di una cosa sono assolutamente convinto: siamo in missione per conto degli uomini! Siamo in missione per dare dignità ad ogni essere umano e ad ogni spiritualità, siamo in missione per mettere l’uomo al centro, per affermare che ogni essere umano vale “in sé”, al di là di qualsiasi variabile secondaria, che ogni pensiero e ogni parola deve essere ascoltata prima di essere giudicata, che le barriere dello Spirito sono solo costruzioni d’uomo, che esiste una fratellanza che ci accomuna per il solo fatto di avere una stessa Origine, qualunque riteniamo possa essere, che l’uomo possa sempre parlare con l’uomo e con tutto il creato e che è per tutto questo e per cooperare nella costruzione di un futuro migliore, più giusto, più equo, più amorevole per tutti che ciascuno di noi è stato creato anche se nessuno di noi può avere la certezza di chi sia stato il Creatore.

E questo essere “in missione per conto dell’uomo, della sua vita, della vita in generale” a me, come a molti di noi, è bastato per farmi innamorare perdutamente di questa nostra fede.

Forse ad alcuni altri no, forse non è bastato, forse la scintilla non è scattata, forse non hanno capito la posta in palio o non siamo stati abbastanza bravi noi a spiegaglielo, forse le paure hanno vinto … Non mi resta, non ci resta, allora, che, senza nessun giudizio di merito, pregare per loro, perché trovino una via, perché qualcosa l’innamori, li catturi, li spinga oltre ogni paura …

In fondo, Stefano, se continuerà a bloccarsi ogni volta che sale sul ring, potrà comunque sperare di diventare un grande tennista!

Adonai echad,

Amen.

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