Complessità

Cari fratelli,

questa sera vorrei trattare insieme a voi di un tema piuttosto difficile e, per certi versi, scivoloso: il tema della complessità.

Perché difficile e perché scivoloso? Per almeno tre ordini di ragioni.

In primo luogo, perché è un tema fuori moda: nell’età della comunicazione istantanea, del bombardamento d’immagini semplici, degli slogan di pancia, delle vie più brevi e, diciamolo francamente, del pensiero “pret a porter”, quello della complessità può risultare un tema noioso, persino retorico, un fiume di parole e di raccomandazioni datate, da “maestrina dalla penna rossa”, che rischia di lasciare il tempo che trova e di non avere nessuna influenza sul reale.

In secondo luogo, perché, come conseguenza del primo punto, può apparire un tema snob: la complessità, spesso si pensa, implica impegno, l’acquisizione e il possesso di strumenti culturali e critici, l’avere tempo da dedicare alla raccolta di dati, al pensiero e all’analisi, tutte cose che, con tutta probabilità, pochi si possono permettere e che molti amano etichettare come “fesserie da intellettualoidi sfaccendati”. Ragion per cui, nell’affrontare questo argomento non posso fare a meno di temere che questo mio sermone possa trasformarsi, ancora una volta, in un’arma in mano ai molti che già ci considerano “poco lineari”, “troppo elitari”, “troppo difficili”, lontani dalle esigenza spirituali della gente comune e, conseguentemente, destinati, come sempre nel corso della nostra storia, alla marginalità.

In terzo luogo, e, in un quadro in cui “tutto si tiene”, ancora devo parlare di conseguenza dei punti precedenti, in un’ottica spirituale il mio disagio nell’affrontare questo tema riguarda il timore che, involontariamente, le mie parole possano suonare come un attacco a tutte quelle denominazione, a tutti quei “credi” e a quelle religioni che hanno “risposte in tasca”, risposte in fondo facili a tutte le grandi questioni, a partire da assunti predeterminati, da dogmi e dichiarazioni di fede che, in quanto tali, non richiedono particolari vagli e filtri critici. Non è assolutamente questa la mia intenzione, anzi, per molti versi, non esito a dire che le religioni, in questo senso, sono probabilmente, come vedremo, le meno responsabili o, quantomeno, le meno colpevoli nel processo di progressivo sbriciolamento della complessità in monadi semplificate e, purtroppo, assai spesso semplicistiche a cui quotidianamente assistiamo.

Prima di tutto, però, dobbiamo cercare di definire la complessità ed è operazione non certo facile. Proverò a utilizzare una metafora, forse non del tutto calzante, ma che ci può aiutare a capire.

Supponiamo di avere in mano un oggetto cubico e che, per qualche nostra ragione, vogliamo conoscere le caratteristiche geometriche e fisiche di tale oggetto. Ecco, la complessità (e mi si scuserà se, paradossalmente, semplifico troppo il concetto) starà nell’effettuare una serie di operazioni specifiche: dovremo rigirare il cubo tra le dita e controllare tramite l’osservazione che tutte le sei facce siano presenti, poi dovremo accertarci di avere effettivamente a che fare con un cubo armandoci di uno strumento tarato in millimetri come un metro, un righello o un calibro e misurare attentamente ogni lato di ogni faccia (e, se davvero fossimo amanti di una complessità persino eccessiva, dovremmo effettuare la misurazione con due strumenti diversi, non potendo essere sicuri che uno strumento sia sicuramente tarato in modo ottimale), dovremo effettuare dei calcoli utilizzando una formula geometrica e, se non la ricordiamo, cercarla su un libro per misurare il volume del nostro oggetto, poi, con una bilancia di precisione dovremo pesarlo e se non sappiamo se il cubo e pieno o vuoto al suo interno, dovremo, in qualche modo, accertarci della materie di cui è formato e confrontare, utilizzando altri testi, il suo peso effettivo con il peso atomico presunto della materia moltiplicando il volume per il peso atomico delle tabelle dei materiali. E, tutto questo, giusto per avere una idea base dell’oggetto, che nulla, di per sé, dice di mille altre variabili relative alla sua provenienza, al suo utilizzo, etc.

Insomma, per dirla in soldoni, la complessità è una rottura di palle incredibile … e stiamo parlando di un cubo … Immaginate se parlassimo di un oggetto con 6872 facce, tutte irregolari, formate di materiali compositi ed eterogenei di provenienza assolutamente disparata… E, soprattutto, pensate che praticamente tutte le applicazioni della complessità su questioni legate alle attività umane sono metaforicamente molto più simili a questo secondo oggetto che al nostro cubo.

E allora? Allora, magari anche in buonissima fede, magari anche solo per mancanza di tempo, per stanchezza o per mancanza di voglia, tre diventano le reazioni tipiche più comuni di fronte al nostro cubo:

1) lo guardo di sfuggita, penso a tutto quello che dovrei fare per analizzarlo correttamente e, mormorando “ma chi se ne frega di ‘sto cubo!”, lo getto via e mi trovo altro da fare;

2) magari ci provo anche ad analizzarlo ma ho tre minuti e, allora, sì, gli dò una guardata, a spanne mi sembra proprio un cubo e mi convinco che lo sia, a occhio direi che ha un lato di un paio di centimetri, che mi pare faccia un volume di 23 = 8 centimetri, lo soppeso e, più o meno, sarà 4 etti e mi pare sia di pietra. Ok: scrivo su un pezzo di carta che è certamente un cubo di pietra di 8 centimetri di volume e di 400 grammi di peso e la mia analisi è pronta;

3) cerco “cubo” su Google Images e ne trovo uno simile al mio, apro la pagina e c’è qualcuno, che posso conoscere o non conoscere, che, di fianco ad un cubo come il mio ha scritto che ha un volume di 696 millimetri e un peso di 846 grammi. Mi fido e copio i dati.

Ognuno di queste reazioni ha un nome specifico: rifiuto, pressapochismo, fideismo. E, fratelli, ognuno di essi è, in piccola o grande misura, la causa dello sgretolarsi del nostro substrato sociale e culturale, prima ancora che spirituale.

Il rifiuto è, ad esempio, l’atteggiamento che caratterizza sempre più gran parte delle giovani generazioni. C’è un mondo che fa schifo ma analizzare quali siano le cause del problema è faticoso, appunto “complesso” e c’è sicuramente di meglio da fare quindi, un bel “chissenefrega” e mi costruisco la mia realtà parallela, fatta di aria e niente forse, ma almeno così semplice da permettermi di pensare che non c’è niente da capire. Il pressapochismo è, invece, l’atteggiamento più comune, che tutti prima o poi abbiamo sperimentato. Ma sì, alla fine non è così difficile (soprattutto se ci si ferma alla superficie delle cose) e a noi “tuttologi del buon senso” bastano tre minuti per capire tutto dopo aver letto cinque righe, per formarci opinioni ben chiare e consolidate ed essere certi che siano giuste, senza doverci per forza prendere la briga di meditare, di verificare, di riflettere, di confrontare le nostre posizioni con quelle degli altri: a noi tutto è chiaro e per noi davvero non c’è nulla da capire né, anche ci fosse, avremmo il tempo per farlo perché siamo già intenti a pattinare sulla superficie di qualche altra cosa su cui dare giudizi. Il fideismo, invece, mi pare che sia un fenomeno sempre più in ripresa ultimamente. C’è chi pensa per noi, c’è chi è pagato per farlo o chi adora farlo mentre noi preferiamo pensare agli affari nostri, ai nostri problemi: se lo dicono loro che, presuntamente, ci si sono impegnati, avranno ragione, i dati che ci citano saranno corretti, le cose che ci dicono saranno meditate e giuste. E, anche se qualche volta ci sfiora leggermente il dubbio che ci stiano manipolando, insieme ai dati del reale, per il loro tornaconto, se siamo convinti che abbiano ragione, beh, allora forse lo saremo per sempre perché ammettere di esserci sbagliati implica quella “dissonanza cognitiva” che ci pesa così tanto … Così nascono tutti gli “-ismi”, dai totalitarismi ai fanatismi, ai populismi che ammorbano il mondo!

Ma, attenzione fratelli, anche sul piano religioso o spirituale questi tre modi di essere assumono determinazioni ben specifiche. Dal materialismo spiccio di chi non ha voglia di fare i conti con realtà che lo trascendono perché è tanto più comodo farsi gli affari propri, pensare al cash e alla bella vita, godersi l’esistenza quanto possibile e chissenefrega di tutto il resto, a quelli che “ma questi incivili (o eretici, o invasati, o intellettuali da quattro soldi, o buonisti, etc.) che vogliono? Tutto è così chiaro, è scritto nero su bianco, è predicato da secoli! Noi non ci facciamo venire grilli per la testa e seguiamo quello che ci è stato insegnato al catechismo quando eravamo piccoli e che, da allora, ci è parso logico, ci è sempre sembrato giusto anche senza leggere tutti quei mattoni di libri teologici inutili!”, a quelli che, infine, hanno una fede cieca, incrollabile, invincibile, perché così sono le cose, così dice la Chiesa, così recitano i dogmi e l’ipse dixit non si discute!

E, come vi dicevo, forse, persino paradossalmente, questi che potrebbero apparire i più micidiali, che a noi possono sembrare i più incomprensibili, i più ottusi, sono, si badi bene solo in campo spirituale, i meno peggio perché, almeno, sono onesti: il loro fideismo nasce dalla fede, come è naturale, e nella loro cecità di fronte alla complessità c’è almeno, di solito, un buon grado di onestà e devozione, oltre alla ammissione di un “affidarsi” acritico che giunge fino al “mistero della fede” e al “credo quia absurdum” quando persino la loro istituzione di riferimento scarseggia di risposte logiche.

Nel mio scorso sermone, fratelli, vi parlavo del dubbio e vi dicevo che non credo che il dubbio ci porti a nessuna grande “Verità” ma ci sono alcune domande, quelle che già menzionavo, come “perché?”, “chi lo dice?”, “su che basi?” “è sensato?”, etc., che sono, insieme al dialogo con posizioni diverse dalle nostre e allo studio incessante di fonti disparate, alcune delle colonne della complessità spirituale, di quella complessità che se accettata come ottica di visione in campo metafisico diventa il nostro sistema di riferimento anche in ogni altro settore della nostra vita.

E, sì, certo, la complessità è difficile, è faticosa, è caotica e dà poche certezze quando le variabili da analizzare diventano migliaia, a volte milioni, quando essa ingloba ogni punto di riferimento nella sua famelica volontà di analizzare e comprendere ogni aspetto ma, ve lo dico francamente, è questo atteggiamento verso la complessità che cerca, senza mai poterla totalmente raggiungere, la conoscenza, la saggezza e la compassione nel senso più vero del termine ciò che mi ha fatto innamorare dello U*Uismo e che ogni giorno mi fa pregare perché noi tutti U*U, ciascuno a suo modo, magari anche con le nostre debolezze e cadute, sappiamo sempre mantenerci saldi nel nostro essere, pur tra accuse di intellettualismo e apparentemente poca modernità nel non semplificare il nostro pensiero, sempre custodi della complessità.

Adonai echad,

Amen.

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Certezza?

Cari fratelli,

non ho difficoltà ad ammetterlo: provo una grande invidia e, a volte, una grande nostalgia.

Provo una grande invidia per chi ha una fede così sicura, così monolitica da trasformare quella che per me è una vaga speranza in una “certezza”. Provo una grande invidia per chi ha potuto far proprie le parole di Isaia e scrivere di avere la certezza di essere salvo perché Dio è con lui,

E provo una grande nostalgia di quel tempo in cui, prima con una fede infantile, poi con una fede più matura e nutrita dalle voci di tanti “padri spirituali”, ero disposto ad accettare le Verità che mi venivano dalla Tradizione, la loro santità indiscussa e indiscutibile, il loro essere via verso la salvezza.

Parliamoci chiaro, amici miei: una fede che porta alla totale certezza è una coperta calda per gli inverni dell’anima in cui il freddo che ci circonda si fa pungente, è una luce chiara nei passaggi più bui della nostra esistenza, è un segnale stradale quando rischiamo di perderci nei meandri della realtà o del nostro spirito, è una mano sulla spalla che ci fa girare, magari un istante prima di cadere in un precipizio di disperazione. Sì, la certezza … Amo la certezza, la anelo, con la stessa volontà di ordine, linearità e univocità che, con militare maniacalità, ha caratterizzato, senza mai ottenere piena soddisfazione, almeno gli ultimi 30 anni della mia vita.

E allora? Allora perché scegliere, consciamente e, ve lo dico in tutta onestà, anche dolorosamente, di rinnegare progressivamente ogni ordine mentale precostituito e ogni conoscenza acquisita in anni di studio entrando in una denominazione come quella Unitariana Universalista che penso sia la più aliena da ogni certezza, la meno teologicamente strutturata e pianificata nell’intero panorama ecclesiastico mondiale? Perché passare dalla proclamazione delle Sante Verità a quella di un percorso dagli orizzonti cangianti, dai contorni a tratti evanescenti, come se da un’autostrada avessi voluto entrare in un labirinto di specchi? Perché non ritornare sui miei passi, perché non riaccettare, anche senza più ruoli ministeriali la cui pesantezza, quantomeno dal punto di vista dello scavo emotivo e morale per rimanere sempre onesto nella predicazione, è, vi assicuro, non indifferente, di rientrare in quell’ambito che, sia dal punto di vista pratico-sociale che da quello psicologico-spirituale tanto semplificherebbe la mia vita come, probabilmente, la vita di molti di noi?

Fratelli, francamente me lo chiedo ogni giorno e, ogni giorno, mi rendo conto che è impossibile, che quella che ho imboccato, che quella che forse abbiamo tutti imboccato, è una strada a senso unico, con un cartello rosso che impedisce l’inversione di marcia. Su quel cartello c’è scritta una parola: “dubbio”.

Dubbio è una parola strana, una di quelle parole che, pur non riuscendo ad essere mai davvero neutre, possono assumere una valenza negativa o positiva a seconda dei contesti e, soprattutto, a seconda di chi ne fa uso, della sua visione del mondo, della sua sensibilità e della sua prospettiva.

Non a caso le varie religioni strutturate hanno sempre visto nel dubbio l’espressione del male assoluto. Esempi tra i molti possibili? Leggete in Giovanni 3 “Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?”, o l’episodio di Tommaso o, in tutto l’Antico e il Nuovo Testamento, come il dubbio venga da Satana, come sia definito il dubbio nella Torah, nel Talmud o nel Corano, quale destino accolga chi dubita delle verità espresse nei Veda, etc. Ed è ovvio: una religione prevede un affidarsi fiducioso del singolo ai suoi dettami e questo affidarsi fiducioso è, appunto quello che definiamo fede, quella fede che non può venir intaccata dal dubbio.

Eppure devo dire che, curiosamente, nel mio caso, l’imboccare la via del dubbio è nato proprio dalla fede, da una fede davvero quasi cieca nel testo evangelico, una fede messa in crisi da un versetto che conosciamo tutti, da una frase attribuita a Yeshua: “Perché mi chiami Padre buono? Solo Dio è buono”. Da lì è partito il mio viaggio che mi ha condotto all’Unitarianesimo ungherese prima e, in seguito, dopo qualche peripezia comunitaria e teologica, alla piena assunzione di quell’Unitarianesimo Universalista contemporaneo che vede in quella tappa intermedia una, pur meritoria e accettabilissima, reliquia del passato, ancora piena di dogmatismi, liturgismi e rigidità catechistiche che, all’oggi, mi risultano, personalmente, molto pesanti da accettare.

Sì, perché è così che funziona con il dubbio: è come una valanga che parte da una pallina di neve e si ingrossa sempre di più, nutrendosi di domande come “perché?”, “chi lo dice?”, “ma ha senso?”

E così ogni castello teologico finisce per svanire. Salvezza? Ma salvezza da cosa? Da noi stessi? E che senso ha che un Dio creatore ci faccia tali da abbisognare di una salvezza, per di più arrivata in modo così ingiusto come un sacrificio vicario? Vita eterna? E chi lo dice che ci sia? Al massimo ci si può sperare ma il trucco psicologico che sottende l’idea mostra fin troppo la trama per permettere certezze … Dio? Ma chi l’ha mai visto? Chi può parlare di Lui con un minimo di cognizione di causa? Chi capisce davvero una volontà così misteriosa da essere interpretata diversamente ogni 5000 chilometri? Testi sacri? Basta un filologo alle prime armi per capire che la loro costruzione, la loro scelta e il loro direzionamento obbediscono a criteri umanissimi e, non bastasse questo, se sono così univoci come ci vogliono far credere, com’è che ogni cultura ne ha uno diverso? Potrei andare avanti fino a notte fonda ma credo che questi pochi esempi già chiariscano bene come funziona il dubbio e come esso, tra l’altro, sia il frutto di quella capacità di pensiero critico che è, probabilmente, uno dei vertici più alti dell’umanità.

Già, uno dei vertici più alti che alcuni di noi sono più propensi a toccare e, sinceramente, neppure nella migliore delle ipotesi riuscirei a definirli i più fortunati, i più intelligenti né, tantomeno, i più coraggiosi come sostengono una miriade di balle propagandistiche che ci propinano e, a volte, noi stessi ci propiniamo: ci si nasce e basta con questa Santa Barbara dentro, pronta a detonare ad ogni scintilla che si avvicini alla miccia del dubbio.

Eppure, vi devo dire che, pur con tutta la sofferenza che provoca, pur con tutta quella nostalgia di qualche certezza che può portarci a tentare di afferrare ogni appiglio possibile per ancorarci nella nostra caduta nella spirale della nebbia, a tentare di credere in teorie teologiche che, alla riprova dei fatti, hanno la stessa possibilità di validità oggettiva di qualsiasi fantasia magistica, a tentare di dar forma e struttura alla fede dandole un nome e regole perché, come mi disse un mio amico cattolico, “questo è tutto quello che abbiamo”, pur con tutto questo, io benedico il dubbio.

Lo benedico non tanto perché penso che esso ci possa aiutare ad avere un “dio con noi” che, per ovvie ragioni storiche, è un assunto che mi fa rabbrividire o perché credo, come Weston, che ci possa agevolare nel trovare una Verità con la V maiuscola che non credo sia alla portata degli esseri umani o ma lo benedico per l’altra parte dell’affermazione di Weston, perché il dubbio è l’acido che corrode il falso e distrugge l’assurdo che imprigiona il nostro potenziale con un magismo eterodiretto, che imprigiona le nostre stesse vite asservendole ai voleri di coloro che, credendoci essi stessi o non credendoci affatto, ci impongono paletti di norme e regolette decise da loro stessi o da altri e basate sul nulla, su una ipotesi, su una fantasia, magari anche ben strutturata e sistematizzata, che nessuno potrà mai, oggettivamente e onestamente, affermare corrisponda alla certa volontà di Dio.

Ok, sicuramente state pensando che, piuttosto incredibilmente per un ministro di culto, stia facendo una specie di panegirico della razionalità e del materialismo, dimenticando tutto quel mondo che Shakespeare ha splendidamente compendiato nella frase di Amleto: “Orazio, ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia”.

Esattamente l’opposto, ve lo assicuro!

Certo, non mentirei se vi dicessi che, al di là di speranze che tali rimangono senza alcun grado di sicurezza, tendo sempre più a credere solo in ciò che è reale, che posso vivere concretamente, sperimentare, senza crearmi nessuna teoria su quanto esula dalle mie possibilità di conoscenza, in questo facendo mia la famosa affermazione, per altro pronunciata in ambiti diversi, di Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Questo, però, non significa affatto, per come vedo io le cose, né bloccare la mia visione solo a ciò che è meramente materiale e tangibile, né limitare la mia riflessione a ciò che è razionalmente limitato e quantificabile. Significa, piuttosto, concentrarmi unicamente sull’esperibile e l’esperibile non comprende solo il tangibile ma anche tutto ciò che riguarda la sfera interiore del singolo: il suo pensiero insieme al suo sentire, ai suoi sentimenti, alla sua interiorità, ai suoi principi etici e morali, alle sue sensazioni, ai suoi vissuti interiori e alla sua rete di relazioni affettive.

Qualche tempo fa si parlava della difficoltà di definire un “materialismo religioso”. Io credo che una possibile declinazione di questa corrente possa essere proprio quella che non si limita alla pura materialità fisica ma, piuttosto, si limita, più che altro per voglia di onesta intellettuale, all’esperienzialità reale, al vissuto di quel singolo che non è fatto solo di corpo ma anche di una parte invisibile, intangibile in ogni senso che lo caratterizza come essere umano.

In questo senso, credo che possa avere ancora significato parlare di spiritualità, nel momento in cui, pur conscio di non poter definire chiaramente la sua essenza, non posso fare a meno di sentire, di esperire chiaramente l’esistenza di un piano che va oltre quello fisico e che si sostanzia nella definizione di Trascendenza anche senza la possibilità di qualunque specificazione ulteriore; pur conscio di non poter individuare una loro fonte primaria, provo dei sentimenti, provo la necessità di seguire delle leggi morali dentro di me la cui origine avverto essere superiore alla mia singolarità specifica; pur comprendendo come sarebbe molto più praticamente produttivo chiudermi in una visione egoistica che si concentri unicamente su me stesso e i miei bisogni, non posso fare a meno di avvertire un profondissimo legame atavico di amore che, a cerchi concentrici, mi lega al mio prossimo e mi rende uno con l’umanità intera; pur intuendo razionalmente che sarebbe molto meno dispendioso in termini energetici badare unicamente ai miei interessi, non posso fare a meno di provare un senso di repulsione per ogni forma di ingiustizia ed esclusione che colpisca qualunque essere vivente. E sono convinto che, al netto della volontà specifica di sopprimere e tacitare per altri interessi o in nome di altre logiche queste esperienze, esse appartengano a qualunque essere umano sano di mente e che la loro esistenza, conseguentemente, vada a integrarsi con quella della realtà materiale per formare il piano del reale, quel piano non gnosticamente dualistico che ci comprende totalmente, quel piano la cui analisi rimarrà sempre senza fine ma la cui accettazione, pur nella ricerca, implica già di per sé un sentire dell’oltre.

Ed è questo sentire dell’oltre, questo sentimento della trascendenza che di declina in modo assolutamente personale in ognuno, che vive del qui e ora, del quotidiano, dell’agire secondo la sua logica che supera la logica empirica e aristotelica, che non ha bisogni di fantasie e supposizioni perché è presente all’interno di ciascuno e in ciascuno, pur con forza diversa, determina percorsi ben chiari e delineati, ciò che dà senso ad una spiritualità come quella U*U, che onora il Sacro senza volerlo per forza imprigionare in termini umani, che lotta per l’emergenza dei dettami comuni di amore di tale Sacro senza volerli forzatamente definire in termini di origine e finalità, che non disprezza la razionalità critica ma non s’imprigiona ad essa nella comprensione che un uomo è ben più di un insieme di molecole e processi chimici.

Ed è questo sentire dell’oltre che ancora sento dia senso alla vita e al ministero di chi, come me,  in fondo, magari un po’ masochisticamente, non vuole legare il cuore a nessuna dimora, non vuole avere nessuna “certezza” che imbrigli la sua anima ma vuole leggere liberamente il libro dell’universo sicuro che, dentro di lui, quello che cerca lo stia già cercando.

Adonai echad,

Amen.

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IL CERCHIO PIU’ GRANDE IN CUI TORNIAMO UMANI

C’è un momento nella preparazione di un sermone di cui vi ho spesso parlato: la scelta del tema. Vi ho detto, spesso con ironia, dell’inseguimento disperato di immagini e suggestioni, della confusione o dell’insoddisfazione o di come a volte si parta con un’idea in testa e poi si finisca su un’altra strada, che magari non centra niente. Non vi ho mai parlato, però, forse perché neanch’io me ne ero accorto, di come questa esigenza del trovare qualcosa di buono da dirvi almeno una volta al mese renda insolitamente aperti alle sollecitazioni che lo Spirito dissemina nella realtà che ci circonda. Per esempio questa settimana ero partito non sapendo cosa dirvi (il bel sermone di Lawrence di domenica scorsa mi ha bruciato l’unica idea buona che avevo in mente), ma con un fermo proposito: lasciare da parte le questioni sociali, le tematiche del razzismo, dell’accoglienza o della diversità e concentrarmi su temi squisitamente spirituali. Nel frattempo gli amici del tempio I Kuan Tao di Roma mi hanno invitato ad un incontro su Meng Zi (Mencio per gli amici), a cui non potrò andare perché impegnato nella mia carriera parallela di anonimo cantautore fuori tempo massimo. Ma intanto il nome di Mencio ha cominciato ad entrare nella mia play-list della settimana. Ed ecco che, in questi tempi dove i segni dello Spirito appaiono rari e l’ottimismo un fingimento della volontà, un gruppo di bagnanti sulla spiaggia di Crotone riesce a sorprendermi e a farmi sperare ancora nell’umanità.

Una cinquantina di migranti siriani ed iracheni si è trovata, infatti, a sbarcare su un lido vicino alla città calabrese ed è stata soccorsa dai bagnini e dai villeggianti, che non hanno esitato a dissetare e sfamare quegli stranieri disidratati e stanchi con quello che avevano. Merende, pane, succhi di frutta, bottigliette di acqua hanno dato un inatteso benvenuto ai sopravvissuti del mare. Mi piace pensare ed, anzi, lo ritengo statisticamente probabile che tra quei bagnanti generosi non ci fossero solo buonisti e radical chic, ma anche qualcuno di quelli che avrà detto almeno una volta “mandiamoli a casa loro” o “basta invasione”. Come una canzone già pronta nello stereo ecco che mi risuona nella testa proprio Mencio.

Un po’ come Socrate, Mencio era, infatti, convinto che la natura umana fosse buona in maniera innata e che solo le influenze della società e la mancata coltivazione interiore sviassero l’essere umano verso l’egoismo ed il male. Da buon confuciano, Mencio si poneva l’obiettivo di sviluppare la virtù del “ren”, che significa “umanità” e che rappresenta la realizzazione congiunta della benevolenza e dell’autenticità dell’essere umano. Com’è suggestiva questa parola proprio ora! “Restiamo umani” è lo slogan che guida molti nel cercare di tenere vivo un certo sistema di valori e di azioni, che anteponga la dignità della persona a qualsiasi paura o convenienza. Quello che sembra mancare o perdersi è proprio l’ “umanità”. Per Mencio tale smarrimento non è il frutto di un male radicale, giacché in ogni essere umano compassione, vergogna, modestia e discernimento spingono tutte verso la retta via, ma piuttosto di una serie di condizionamenti che ci portano a negare la nostra natura, che però non cessa di premere per venire fuori, benché certo abbia bisogno del sostegno del nostro lavoro interiore per consolidarsi. Nell’episodio di Crotone questa scintilla di umanità sembra riapparire e segnalare qualcosa che l’agire infausto di una politica intollerante ed opportunista non ha ancora del tutto sopito.

E per un momento quegli insegnamenti cristiani, di cui troppi nel nostro paese si riempiono la bocca, li vediamo messi in atto, nel ricordarci di “amare il prossimo come noi stessi”, ma anche nel ricordarci che quel “noi stessi” esiste autenticamente solo se si riconosce come essere relazionale, se si sente parte dell’umanità e della vita come un unico corpo, il Corpo di Cristo, la Rete della Vita.  

Ma una rondine può fare primavera? Tutto ciò rappresenta una speranza oppure soltanto un’eccezione? Certo, il clima degli ultimi tempi ci (e mi) ha portato a credere che Mencio esagerasse in ottimismo e che, forse, aveva visto meglio il suo “concorrente” dell’epoca all’interno della filosofia confuciana, quel Xunzi (o Hsun Tzu) che affermava, al contrario di Mencio, che la natura umana fosse istintivamente malvagia e che solo l’educazione, le regole ed i riti potessero riformare tale natura e volgerla al bene. E’ difficile continuare a scommettere sull’innata bontà umana quando si lasciano morire le persone in mare o si va a cercare il nero, il rom o il gay per impallinarlo con la bombarda di zio Paperone. E, prima che qualcuno mi tacci di asimmetria buonista, aggiungo che è altrettanto difficile farlo quando si osserva il richiedente asilo che commette uno stupro o il rom che delinque impunemente. Il punto è un altro: è che, che abbia ragione Mencio oppure Xunzi, siamo tutti umani e condividiamo l’aspirazione e la capacità del bene come lo scivolamento verso il male. Non c’è nessun “ben altro” in cui rifugiarsi: c’è un lavoro da fare sull’animo umano a tutti i livelli.

Proprio nell’ottica di crescita dell’animo umano a diversi livelli, la filosofia confuciana ha altro da insegnarci, anche su questa esperienza di Crotone. Confucio parla del lavoro interiore e sociale che ogni essere umano e ancor più il saggio sono chiamati a compiere come di un processo di espansione per cerchi concentrici, dalla persona all’universo, passando per la famiglia, la società, la nazione, il mondo. Rispetto ad un odierno universalista unitariano, Confucio probabilmente mostrerebbe qualche cautela in più verso l’apertura mondialista ad ogni altro sul pianeta. Non mancherebbe di porselo come obiettivo finale da realizzare (obiettivo a cui ha dato anche un nome: Da Tong, la Grande Unità), ma riterrebbe probabilmente che non siamo ancora maturi, che il cerchio concentrico in cui abbiamo realizzato la nostra umanità non è ancora quello del mondo. Di questo limite mi sono accorto anch’io in una discussione sui social in questi giorni.

Di fronte alla denuncia (giusta, direi sacrosanta) di un sindacalista di colore, dal cognome straniero, ma ormai pienamente cittadino italiano, della difficoltà nel prendere in affitto un appartamento per l’ostracismo di molti locatori verso gli stranieri, mi sono ricordato di aver avuto mio malgrado un atteggiamento simile quando si è trattato di dare in locazione un immobile di famiglia. Lo dico perché l’ipocrisia del predicare bene e razzolare male è sempre in agguato, ancor più per un pastore. Non si è trattato certo di una pregiudiziale a priori, ma comunque di una diffidenza, di una preferenza implicita verso un locatario italiano, sulla base del timore che un inquilino straniero poi ti riempisse casa di altre persone o sub-affittuari o che magari tornasse (volontariamente o meno) al suo paese senza aver saldato l’affitto. Razzismo? Magari no (con le dovute garanzie, avremmo comunque affittato a chiunque), ma certo un pregiudizio, che nasce però da un motivo oggettivo, ossia la scarsa tutela per chi concede un immobile in affitto, che conduce a considerare anche il più stupido elemento nella selezione della controparte, tale è il timore di trovarsi in brutte situazioni, con inquilini morosi o casa sfasciata. Questo ci suggerisce che, per spingerci in un cerchio concentrico più grande, lavorare per costruire le condizioni di fiducia che rendano possibile un terreno di incontro più grande, permettendo il superamento di paure e diffidenze. Per fare un esempio pratico, nel caso degli affitti mi viene in mente che si potrebbero incentivare le polizze fideiussorie sui contratti di locazione con delle detrazioni fiscali, in modo da ridurre il rischio per i locatori e, dunque, aumentare la possibilità dell’incontro tra domanda e offerta anche per categorie percepite più a rischio. Certamente questo renderebbe più semplice dare in affitto un immobile ad uno straniero, ma anche a persone meno abbienti … per quelli che non vogliono affittare agli omosessuali (cosa che non ha veramente nessun legame con il rischio di insolvenza dell’inquilino, ma rappresenta un atto di omofobia e basta) non ho altre soluzione che la denuncia penale.

Ma il ragionamento dei confuciani può leggersi anche in una chiave ribaltata ed è ciò che suggerisce la vicenda di Crotone. Proviamo ad immaginare quali persone popolassero quella spiaggia. Alcune di loro probabilmente si riconoscerebbero nello schema del “buonista radical chic”, ma probabilmente poche hanno fatto di più del difendere idee e valori a parole e magari elargire qualche offerta a qualche associazione. Di certo mi immagino pochi santi ed altrettanto pochi eroi. La gran parte sarebbe probabilmente poco interessata a tutto questo, un po’ confusa, un po’ cerchiobottista, un po’ assorbita da ciò che sente davvero sulla pelle. E magari qualcun altro sarebbe tra quelli abbagliati dalla prospettiva sovranista del detto “prima gli italiani” e del non-detto “gli stranieri mai”. Ebbene, tutta questa gente  dal fondoschiena appesantito da una qualche inerzia, che sia quella dell’intolleranza nazionalistica, del bene a chiacchiere o della comoda indifferenza, non è rimasta a fare cruciverba sotto l’ombrellone, né si è limitata a segnalare il caso alle autorità competenti. Si è, invece, scossa dal torpore e dalla sorpresa e si è data attivamente da fare.

Cos’è successo? Un improvviso risveglio della natura essenzialmente buona e generosa dell’essere umano? Può darsi. Ma io credo che sia successo qualcosa di più, qualcosa di profondamente istruttivo: all’improvviso quelle persone si sono trovate proiettate in un cerchio concentrico più grande, hanno visto rompersi gli argini dei loro recinti da un’inattesa presenza. Perché tutto questo parlare pro o contro l’immigrazione sta avvenendo in realtà in un cerchio concentrico più piccolo (sì, anche per noi che ci immaginiamo cittadini del mondo), un cerchio in cui l’altro è lontano e virtuale. Così accade una cosa strana: l’altro cessa di essere una persona, perché invisibile nella sua realtà fisica e presente, ma riprodotto in una rappresentazione mediata e distorta, mentre noi cessiamo di essere completi nella nostra umanità, tanto nella sensibilità quanto nella razionalità, perché protetti nelle nostre reazioni dal vero incontro con l’altro e dalle sue conseguenze. Così possiamo dichiarare di sparare al negro, al rom o, di contro, al fascista senza sentirci assassini, perché quel proiettile verbale non colpisce una persona, ma un simulacro costruito dai meccanismi alienanti della rappresentazione mediatica. Proprio quei media, che si raccontavano come finestra sul mondo, divengono così il meccanismo con cui costruiamo i nostri recinti. Ma quando, su un arenile affacciato sullo Ionio, l’altro si presenta davvero, con tutto il suo carico di sofferenza ed i segni del viaggio e della propria storia, il racconto distorto fa spazio alla realtà dell’incontro. E allora qualcosa cambia, l’altro torna ad essere persona, noi torniamo alla nostra umanità. “Non opprimerai lo straniero”, ci ricorda l’Esodo, “perché anche voi conoscete la vita dello straniero”. Ma se questa vita non la conosciamo? Se non noi, ma solo i nostri bisnonni hanno conosciuto la fatica della migrazione? E se il tempo l’ha resa lontana? Non basta immaginare lo straniero, adeguarsi ad un astratto precetto di tolleranza. La paura dei penultimi verso l’orda degli ultimi smuove istinti ben più forti di un pensiero astratto. “Ama il prossimo tuo”, ma per farlo devo renderlo davvero prossimo, devo incontrarlo sul terreno concreto della realtà, non su quello virtuale del pensiero. E quel terreno si è materializzato su una riva calabrese con la tutta la potenza delle cose vere.

Quello che manca a tutti in questa contrapposizione ideologica a cui assistiamo è davvero la “realtà”, quella realtà che ci restituisce tanto le difficoltà dei penultimi nelle nostre periferie, quanto quella degli ultimi in mezzo al mare. Forse è questa realtà il cerchio più grande in cui dobbiamo sforzarci di essere oggi. Perché è solo lì che può davvero avvenire l’incontro con l’altro e non con la sua rappresentazione. Ed è solo attraverso questo incontro che il “ren”, l’umanità autentica che ancora risiede da qualche parte lì in fondo a noi, e con essa quel “valore e dignità inerente ad ogni persona”, che è il nostro primo principio, possono venire di nuovo fuori.

 Nella Via verso l’Uno,

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