Burn Out

Cari Fratelli,

ormai da qualche tempo non vi parlo più delle mie improvvise quanto inaspettate illuminazioni spirituali in palestra, non tanto perché abbia cambiato idea sulla correttezza dell’antico motto “mens sana in corpore sano”, quanto perché, sostanzialmente, la routine e la familiarità con l’ambiente dell’Accademia di sport da combattimento in cui mi alleno e lavoro hanno, come spesso accade, un po’ appannato la mia capacità di cogliere insegnamenti spirituali in ambito ginnico.

Un episodio occorso un paio di settimane fa, però, ha fatto eccezione, apparendomi immediatamente fonte di riflessioni che esulassero dalla pura tecnica esecutoria degli esercizi.

Si presenta al mio corso di “Military Workout”, una specie di “CrossFit” leggermente più duro e funzionale, Giacomo, un ragazzo tra i trenta e i trentacinque anni che sembra uscito da un film del genere “peplum” degli anni ’60 sui vari Ursus e Maciste: spalle modello “devo fare una torsione per passare dalle porte”, collo taurino, addominali così scolpiti che si vedono persino attraverso una maglia pesante e cosce con quadricipiti più o meno delle dimensioni del mio torace.

“Fantastico”, mi dico, “con questo sì che possiamo lavorare alla grande” … e, abituato come sono a signore di mezza età che vogliono provare l’ebbrezza del training militare e a ragazzi con la pancia da “forzati dell’aperitivo” già a venticinque anni, vi assicuro che non è poco.

Comincio a impostare una routine di lavoro neppure particolarmente ardua e il novello Ercole fa tutto, sì, ma né con particolare entusiasmo, né con particolari capacità …. almeno non con le capacità che il suo fisico avrebbe potuto lasciar presagire. Anzi, dopo mezz’ora, appare persino più stanco di alcune delle mie abituali clienti.

Provo ad indagare e gli chiedo se abbia fatto molto sport in passato. Mi risponde che ha partecipato per anni al campionato nazionale di “Ironman” e che da quindici anni si allena ogni giorno con pesi tra i 40 e i 110 kg. Ok, tutto in linea con quanto dimostra ma … ma allora non capisco … fino a che, al termine del corso, negli spogliatoi, mi dice che è preoccupato perché, da qualche tempo a questa parte, non prova più nessun piacere nell’allenarsi, si annoia, il corpo sembra non rispondere più alle sollecitazioni e si sente completamente demotivato. Fortunatamente, al Master C.O.N.I., mi avevano spiegato esattamente il significato di questi sintomi: “sindrome da overtraining” e conseguente “burn out” psicologico che, in parole povere, significa che ti sei allenato così tanto, così duramente, con così forte impegno che il tuo corpo ormai risponde perfettamente ma la tua mente non regge più lo stress, non ne vuole più sapere e non è più in grado di creare quel connubio tra energia fisica ed energia nervosa che è necessario per ogni training produttivo.

Ed è a questo punto, Fratelli, che un parallelo con la vita spirituale mi è apparso immediatamente lampante. Non è forse vero che, magari proprio quando ci sentiamo al massimo della nostra energia spirituale, quando la nostra ricerca si fa più intensa e viene ad occupare una parte sempre più importante della nostra vita, proprio allora, a poco a poco, rischiamo di “esaurirci”, di dar fondo alle nostre energie psichiche e nervose, persino arrivando a macerarci nei dubbi, negli “un passo oltre”, nel tentativo di capire un po’ di più ciò che, forse, non è né sarà mai comprensibile?

E poi? E poi questo esaurimento di energie comincia a farsi sentire, inizialmente con piccoli sintomi, con meno voglia di occuparci di questioni spirituali, di ascoltare, di pregare, di trovare spazi sacri, di impegnarci concretamente, di partecipare alle funzioni, poi, progressivamente, con un vero e proprio rifiuto interiore che si estende alla comunità, alla fede, forse persino a Dio o a ciò che viviamo come Trascendente …

Insomma, sono convinto che esista anche una sorta di “overtraining spirituale” che, come conseguenza estrema, arriva persino ad un “burn out” spirituale.

E se accade? Non ho formule magiche e, forse, di fronte ad un “burn out” di qualsiasi tipo, i nostri psicologi hanno più frecce di me nella loro faretra ma quello che posso dirvi è che quando, dal punto di vista del fitness, si arriva alla sindrome di overtraining, esiste una sola soluzione possibile, la stessa soluzione che ho consigliato a Giacomo un paio di settimane fa: mollare, interrompere, staccare la spina per un periodo più o meno lungo, fino a che (sperando che accada) non si sente rinascere dentro di sé quella spinta iniziale, quella motivazione che ci ha portato a mettere piede per la prima volta in palestra e a continuare, giorno dopo giorno, a tornarci.

Ma come? Un ministro che dice di prendersi una pausa spirituale, di pensare ad altro, di non partecipare alle funzioni?

Sì, esatto. E mi spingo anche oltre: se in una domenica sera qualunque vi pesa collegarvi per una funzione, se un programma in tv o una uscita con gli amici vi alletta più di una discussione spirituale con la comunità, vi prego, davvero vi prego, non collegatevi; se un giorno non vi va di leggere neppure una riga che vi rimandi ai vostri studi sul Trascendente, vi prego, davvero vi prego, non ci provate neppure a prendere in mano un qualunque testo sacro o spirituale.

Se una cosa, tra le migliaia che non ho capito e non capirò mai, credo di aver compreso è che Dio (o chi per lui) non vuole servi inginocchiati davanti a Lui sotto il peso dei dogmi, degli obblighi o dei sensi di colpa ma vuole amici che camminino al suo fianco!

Ed è un cammino difficile, su questo non ci sono dubbi! Per certi versi, mi sembra (o forse vorrei che mi sembrasse) come una passeggiata tra due innamorati che si frequentano da poco: si tengono per mano, si parlano tantissimo, si raccontano e si lasciano scoprire ma … con una certa timidezza, con un certo livello di pudore che, a volte, si vorrebbe superare ma che, allo stesso tempo, si ha paura di superare perché non ci si conosce ancora abbastanza a fondo per lasciarsi andare e, dunque, ci sono anche momenti di silenzio che ci mettono un po’ a disagio … Se ci riflettiamo un istante, anche il nostro dialogo con ciò che viviamo come Trascendente si basa su elementi simili: un sentimento di amore condiviso di fondo, una difficoltà comunicativa che a tratti viene superata dalla voglia di conoscenza e a tratti, invece, palesa a pieno quella distanza ontologica che si fa mistero, silenzio, persino paura …

Può capitare che due innamorati non abbiano voglia di vedersi? Al di là di romantiche dichiarazioni d’intenti, sinceramente credo che ciò possa tranquillamente accadere senza scandalo per nessuno e che, anzi, a volte, non solo sia normale non avere voglia di vedersi ma che sia persino giusto e auspicabile … Ho problemi di lavoro, di salute, di mille altre cose, sono stanco, stressato, vorrei solo dormire e non pensare a niente ma … devo uscire per forza con la mia fidanzata o il mio fidanzato, con mia moglie o mio marito … Ma … chi lo dice? Perché? Perché “così si fa”? E con che risultati? Di moltiplicare le pause di silenzio imbarazzato? Di essere così nervosi da finire per litigare? Di arrivare come certe coppie che “salvano le apparenze” ma non si sopportano più?

Insomma, i momenti di “burn out” non esistono solo in campo lavorativo o nel fitness ma sono propri anche di qualsiasi realtà spirituale, sia essa sentimentale così come mistica …

E per i “burn out” c’è una sola cura fratelli: prendersi una pausa, evitare un contatto troppo frequente per qualche tempo, imparare a vivere tutto in prospettiva.

Ecco, questo è l’insegnamento che ho tratto dal mio incontro con Giacomo in palestra: la fortuna di appartenere ad una religione liberale!

Sì perché Giacomo, non ve l’ho ancora detto, è anche un canoista di livello nazionale e, volente o nolente, non potrà mai smettere di allenarsi completamente, fino a quando il suo “burn out” non lo porterà al ritiro dallo sport attivo o non comincerà a perdere una gara dopo l’altra perché senza tanto amore e tanta passione le gare non si vincono … E, purtroppo, non posso fare a meno di notare un parallelismo con tutte quelle Religioni e Denominazioni dogmatiche che costellano il cammino dei loro fedeli con mille “devi fare” che, troppo spesso, diventano solo fariseismo di facciata o impegno formale sterile che non nasce più da un sentire profondo.

Solo grazie al nostro comune appartenere ad una religione liberale io posso, invece, permettermi di dirvi: “lasciate perdere … se non vi sentite di fare qualsiasi cosa, se non avete voglia di pregare, di vivere l’esperienza comunitaria, di partecipare ad una funzione, non fatelo e davvero confido che Dio o chi per lui non vi amerà meno per questo, ma anzi, probabilmente vi amerà persino di più!”

Sì, fratelli, credo proprio che vi amerà di più e lo credo alla luce di quella “Regola Aurea” che accomuna gran parte delle religioni: “ama il prossimo tuo come te stesso!”. Come può uno schiavo amare se stesso, come può un essere umano che viva di catene che sente estranee e pesanti amare la propria esistenza? Lasciatemi dire, ancora una volta, che noi stessi siamo il nostro primo prossimo: se non ci amiamo, se non amiamo la nostra vita, se non amiamo quella scintilla divina che è dentro di noi, non ameremo davvero neppure chi ci è vicino … e figuriamoci una entità a volte apparentemente così lontana come l’Inviolato …

Allora, fratelli, ogni giorno, quando ci svegliamo, credo che sia nostro compito “scegliere la nostra religione”, ma sceglierla davvero, senza sforzarci, sceglierla perché il suo richiamo è dolce, sceglierla perché ne sentiamo l’esigenza, perché è un amore che stiamo vivendo a pieno …

E se non succede, se quel richiamo, quell’esigenza, quell’amore non li sentiamo così forti per qualche tempo, non c’è nulla di cui angustiarsi: ogni vera storia d’amore ha alti e bassi, ma se una storia d’amore è davvero forte e profonda, allora e solo allora sarà infinita, al di là di qualsiasi pausa ciascuno senta di doversi prendere.

Adonai echad,

Amen

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Liturgia del 2 dicembre 2018

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Min: Benvenuti Fratelli. Iniziamo con uno degli elementi che più caratterizza la nostra Comunione. Come sapete, è tradizione unitariana e universalista che a turno ogni Chiesa del mondo trasmetta a tutte le altre un pensiero su cui meditare all’accensione del Calice, che è simbolo del nostro accogliere e partecipare al Mistero della vita, coltivando quella scintilla di Infinito che ci spinge ad elevarci spiritualmente.

Lett: Possa la sua fiamma condurci a maggior conoscenza e tolleranza.

Possa il suo calore condurci ad amore e compassione più profondi.

Che questa fiamma possa simbolizzare la scintilla divina di luce

insita in ogni essere vivente.

E possa la sua luce condurci verso maggiore saggezza e comprensione.

Sì, ognuno di noi è solo una piccola fiamma.

Ma insieme possiamo illuminare il mondo!

(Lund Shoemaker, Danish Unitarian Church)

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I)Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì. (Jalal Ad-Din “Rumi”, Diwan)

Non c’è costrizione nella Religione: la rettitudine si è ben distinta dal traviamento. Ebbene, chi nega fede al taaghut {Satana, gli idoli, i tiranni, gli empi} e crede in Allah, si è invero aggrappato alla ‘Presa Salda’, che non si rompe mai. Allah è Colui che ascolta e sa tutto. (Sacro Corano, Surat “Al Baqarah”)

II)Alcuni U*U apprezzano i rituali, altri no. E’ molto semplice. Tu decidi. Se vuoi dare il benvenuto al tuo bambino nel mondo con un servizio liturgico, ottimo. Se ti prendi sempre un momento per esprimere gratitudine prima di mangiare, oppure preferisci iniziare ogni giorno con un po’di musica, una poesia, o il tè e il Times, devi capire cosa ti fa sentire meglio. Se una pratica regolare ti ravviva e ti spinge verso il bene, allora, qualunque sia tale pratica, hai trovato il tuo rituale. (Rev. Jane Rzepka, UU World)

III)In un giorno di sabato egli passava per i campi, e i suoi discepoli, strada facendo, si misero a strappare delle spighe. I farisei gli dissero: «Vedi! Perché fanno di sabato quel che non è lecito?» Ed egli disse loro: «Non avete mai letto quel che fece Davide, quando fu nel bisogno ed ebbe fame, egli e coloro che erano con lui? Com’egli, al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani di presentazione, che a nessuno è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche a quelli che erano con lui?» Poi disse loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato; perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

(Vangelo detto di Marco, cap.2)

Min: sermone (Burn Out)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura.Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Pieno e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Pieno e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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Christos anesti?

Cari fratelli,

se ripenso alla mia infanzia, mi rendo conto che la Pasqua è sempre stata un ricorrenza che ho celebrato con grande gioia:, nonostante la mestizia (in realtà un po’ di maniera per un bambino di una decina d’anni) del Venerdì Santo e della celebrazione di un evento ben poco comprensibile dall’ottica umana, cioè, come direbbe Guccini, che “Dio è morto”. Ma, insomma, in fin dei conti l’essere in vacanza, l’arrivo delle prime giornate di primavera, il grande pranzo di famiglia, la “colomba” e le uova di cioccolata rendevano, in qualche modo, più reale e vissuta in profondità la ricorrenza del “Christos anesti”, no?

Crescendo, la mia scuola cattolica, con la sua cappella piena di fiori, le messe per le classi che ci facevano saltare le interrogazioni e i professori più rilassati pensando alla settimana di riposo, hanno fatto il resto, nonostante l’emergere dei dubbi adolescenziali, nello sviluppo di un vissuto pasquale allegro e piacevole.

Poi, il tempo è passato e la Pasqua ha assunto un ruolo un po’ meno festoso ma certamente più profondo e impegnativo, almeno fino a quando, prima come laico e poi come ministro, ho continuato a credere nella “resurrezione divina”.

Alla fine, però, qualcosa è cambiato, quando quella certezza mi ha abbandonato.

Non credo sia più di tanto il caso di parlare di me e della mia esperienza e, dunque, preferisco raccontarvi un aneddoto di cui mi hanno narrato quando ero in seminario.

Dunque, c’era una coppia ebrea che, amando i sermoni liberal di un pastore battista, ogni tanto frequentava la parrocchia vicina al suo quartiere. Loro figlia aveva circa 5 anni e ascoltava attentamente sia le letture che i sermoni e, un paio di settimane dopo Pasqua, in visita con la famiglia al cimitero dove riposavano i suoi nonni, chiese: “ma se spostiamo la pietra, poi i nonni risorgono?”. Ovviamente, la coppia smise di partecipare alle funzioni battiste.

Comprensibile, no? Perché, vedete, Il fatto è che quando non credi nella risurrezione, celebrare la Pasqua può sembrare un po’ imbarazzante e, in fin dei conti, spesso noi U*U non sappiamo davvero cosa fare con questa festività: certamente sentiamo l’obbligo di riconoscerne l’importanza perché fa parte del nostro patrimonio culturale e spirituale ma, altrettanto certamente, non ci sentiamo a nostro agio nel proclamare la risurrezione di un uomo come noi, chiamato Gesù, per molti Maestro di vita ma sicuramente non Dio.

Allora, in molti casi, preferiamo celebrare, invece, la metafora della risurrezione attraverso quella rinascita della primavera che ha stretti legami con le celebrazioni pagane di nuova vita e fertilità legate all’equinozio.

Ma, mi chiedo, non è questo solo un modo per evitare gentilmente l’argomento della credenza cristiana della risurrezione.

E dunque? Cosa ci facciamo con questa Pasqua? Come possiamo proclamare la resurrezione nel momento in cui la maggior parte di noi potrebbe ritenerla un evento nella migliore delle ipotesi improbabile?

Saulo di Tarso, che diffuse il messaggio del Cristianesimo nel primo secolo dell’era volgare, molto probabilmente distorcendolo fortemente rispetto al suo impianto originario, dichiarò che se la resurrezione non fosse avvenuta, tutta la fede cristiana sarebbe stata follia.

D’altro canto, nella sua lettera ai Corinzi, lo stesso Saulo afferma: “Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini” (1 Corinzi 15:19) e, in tutta onestà, sono piuttosto certo di conoscere molti U*U che direbbero che questo è probabilmente la prima cosa che Saulo abbia mai detto su cui possono pienamente essere d’accordo.

Dunque, se Saulo ha ragione, noi Unitariani Universalisti non abbiamo nessun motivo di celebrare la Pasqua come festa della speranza nel momento in cui la nostra fede si basa proprio su questa vita, che, teoricamente, secondo questo “marketing manager” particolarmente creativo di 2000 anni fa, ci dovrebbe rendere dei miseri derelitti.

Anche lasciando da parte qualsiasi commento sulla tristezza intollerabile della visione della vita espressa in questa idea (e, d’altra parte, cosa ci si poteva aspettare da un transfuga fariseo misogeno e pieno di ansie di martirio?), il punto è che, per come la vedo io, in questo come in molte altre cose Saulo ha semplicemente affermato una idiozia.

Sebastiano Castellione, dopo il martirio di Michele Serveto, bruciato sul rogo nel 1553, dichiarò che “uccidere un uomo non significa proteggere una dottrina; non è altro che uccidere un uomo.” e, in fondo, lo stesso si può dire di Rabbi Yeshua, che molti chiamano il Cristo.

Ma, allora, quello che possiamo domandarci è: “quale dottrina o concezione si cercò di negare negando la realtà della sua morte definitiva, della morte di un uomo che muore come tutti gli altri uomini?“

Le risposte sono, in fondo, molteplici:

1) la concezione sociale che dichiara che la giustizia esiste solo per chi è al potere;

2) la concezione che dichiara che non si può vivere cercando il bene;

3) la concezione che considera che la sopravvivenza sia possibile solo piegandosi ai governanti;

4) la concezione che ti ordina di impadronirti di tutto ciò che puoi, ogni volta che puoi;

5) la concezione che consiglia di non fidarsi di nessuno …

e molte altre ancora.

E, se ci pensiamo, in fondo in fondo, per quanto possa essere difficile da parte di uno come me, che considera Saulo mille volte più traditore di Giuda, ammetterlo, questo giochino psicologico di affermazione di una verità attraverso la negazione di un fallimento è stata geniale e, soprattutto, ha avuto il successo sperato.

La sediziosa dottrina dell’amare il prossimo come te stesso e di fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te è un lievito che non solo ha continuato a crescere dopo la fine della vita di Gesù, ma si è moltiplicato e si è espanso attraverso la civiltà occidentale. Nonostante le orribili tragedie che hanno avuto luogo nel nome della chiesa cristiana attraverso la sua storia di 2000 anni, quelle tragedie che, per quanto in forme diverse, continuano a verificarsi anche ai giorni nostri, questi due pensieri hanno rivoluzionato il mondo.

Perché, fratelli, comunque la si pensi, qualunque sia la propria spiritualità, persino qualsiasi visione si possa avere di un uomo come Saulo, nessuno di noi credo possa negare che ci siano davvero tante cose che la chiesa cristiana ha permesso che si realizzassero nel suo nome: ovviamente azioni più rappresentative del male che della pietà si sono verificate in ogni epoca ma l’idea rivoluzionaria che l’umanità possa migliorare e creare un mondo più giusto continua a vivere duemila anni dopo la crocefissione di un Maestro, certamente un grande Maestro, come Rabbi Yeshua.

Allora, ecco la risposta che cercavamo: noi, U*U, nel nostro assoluto monoteismo, nella nostra assoluta razionalità che nega che un uomo possa tornare dalla morte, nella nostra assoluta apertura a qualunque percorso che indirizzi verso la Trascendenza, possiamo e dobbiamo celebrare la Pasqua non perché crediamo nella resurrezione di Gesù ma perché ogni giorno, nel nostro piccolo, nel nostro quotidiano, vogliamo e cerchiamo di aderire agli ideali del messaggio d’amore di Gesù per l’altro, per il prossimo.

Ricordo una litania sentita in una chiesa anglicana scozzese qualche anno fa, la cui potenza si è tatuata nella mia anima. Adattando il Vangelo di Matteo, recitava: “Perché avevo fame e non mi hai dato da mangiare, avevo sete e non mi hai dato da bere, ero estraneo e non mi hai invitato, avevo bisogno di vestiti e non mi hai vestito, ero malato e in prigione e non ti sei preso cura di me, per questo mi hai inchiodato a una croce.”

Credo che non ci sia bisogno di grandi commenti.

Noi U*U formiamo qui una piccola comunità che, pure, cerca di fare del suo meglio ma se ampliamo la nostra visione a comprendere un panorama più ampio, credo che non potremo mai negare, così come nessuno può farlo, che l’Unitarianesimo Universalista ovunque cerca di portare giustizia nel mondo.

Cerchiamo non solo di nutrire gli affamati, ma di capire come prevenire la fame e la carestia. Cerchiamo non solo di dare acqua agli assetati ma anche di trovare nuovi modi e risorse per rendere disponibile l’acqua per tutti.

Cerchiamo non solo di offrire un rifugio ai senzatetto, ma di trovare modi per prevenire l’esistenza di senzatetto lottando per una più equa distribuzione delle risorse.

Cerchiamo di trovare modi per ridurre il razzismo e l’oppressione che si traducono in ingiustizie in troppi sistemi politici e giudiziari, ieri come oggi.

Inchiodare Gesù (o Yeshua, o Issa, o come preferiamo chiamarlo) e ogni altro uomo come lui a una croce nasce dal rifiuto di amare, di agire, di aiutare.

Solo la più profonda disperazione può portare ad affermare che non ci sia nulla che possiamo fare in questa vita e lasciatemi dire che non credo che esista malattia, stupidità e peccato più grande al mondo della disperazione, della negazione della speranza.

Perché nella disperazione, nella convinzione che nulla possiamo fare per cercare di vivere e proclamare gli insegnamenti d’amore di un oscuro rabbino anarchico ed eretico di 2000 anni fa, ciò che finiamo per fare è inchiodare per prima la nostra vita ad una croce, ad una croce di disperazione, ad una croce di impotenza, ad una croce di resa alle ingiustizie di questo mondo, magari anche nella speranza di un ipotetico paradiso eterno che, nella nostra sete di giustizia qui e ora, è comunque troppo poco, è troppo tardi.

Che crediamo o meno nella risurrezione di Gesù, allora, possiamo persino più di tanti altri, celebrare la Pasqua con gioia perché gli ideali che Gesù ha insegnato continuano a vivere nelle nostre comunità.

Vengono resuscitati ogni volta che cerchiamo di liberare i poveri e i calpestati, ogni volta che cerchiamo di creare un ambiente sicuro per tutti i nostri figli e fratelli, ogni volta che lottiamo nella certezza che tutti abbiano valore e dignità innata, ogni volta che cerchiamo di trovare un modo per fornire pari opportunità a tutti e proclamiamo che tutto l’oro del mondo non vale una sola goccia di sangue umano, una sola vita sprecata, rubata, umiliata, derisa o sfruttata.

La vera, sola, enorme resurrezione è la nostra testimonianza continua, inestinguibile che l’amore è più forte dell’avidità, che l’amore è più forte del razzismo, che l’amore è più forte di qualsiasi “ismo” che sta risorgendo in troppi paesi, compreso il nostro e noi stessi risorgiamo quando crediamo che libertà, democrazia, fratellanza, accettazione, impegno non siano solo vuote parole ma comandi divini per noi e per tutti.

Questo per me è il significato della Pasqua, questa è la ragione per cui prego che tutti noi, oggi e ogni altro giorno, possiamo guardarci allo specchio e mormorare con gioia “Christos anesti, alleluia!”

Adonai echad,

Amen

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