Burn Out

Cari Fratelli,

ormai da qualche tempo non vi parlo più delle mie improvvise quanto inaspettate illuminazioni spirituali in palestra, non tanto perché abbia cambiato idea sulla correttezza dell’antico motto “mens sana in corpore sano”, quanto perché, sostanzialmente, la routine e la familiarità con l’ambiente dell’Accademia di sport da combattimento in cui mi alleno e lavoro hanno, come spesso accade, un po’ appannato la mia capacità di cogliere insegnamenti spirituali in ambito ginnico.

Un episodio occorso un paio di settimane fa, però, ha fatto eccezione, apparendomi immediatamente fonte di riflessioni che esulassero dalla pura tecnica esecutoria degli esercizi.

Si presenta al mio corso di “Military Workout”, una specie di “CrossFit” leggermente più duro e funzionale, Giacomo, un ragazzo tra i trenta e i trentacinque anni che sembra uscito da un film del genere “peplum” degli anni ’60 sui vari Ursus e Maciste: spalle modello “devo fare una torsione per passare dalle porte”, collo taurino, addominali così scolpiti che si vedono persino attraverso una maglia pesante e cosce con quadricipiti più o meno delle dimensioni del mio torace.

“Fantastico”, mi dico, “con questo sì che possiamo lavorare alla grande” … e, abituato come sono a signore di mezza età che vogliono provare l’ebbrezza del training militare e a ragazzi con la pancia da “forzati dell’aperitivo” già a venticinque anni, vi assicuro che non è poco.

Comincio a impostare una routine di lavoro neppure particolarmente ardua e il novello Ercole fa tutto, sì, ma né con particolare entusiasmo, né con particolari capacità …. almeno non con le capacità che il suo fisico avrebbe potuto lasciar presagire. Anzi, dopo mezz’ora, appare persino più stanco di alcune delle mie abituali clienti.

Provo ad indagare e gli chiedo se abbia fatto molto sport in passato. Mi risponde che ha partecipato per anni al campionato nazionale di “Ironman” e che da quindici anni si allena ogni giorno con pesi tra i 40 e i 110 kg. Ok, tutto in linea con quanto dimostra ma … ma allora non capisco … fino a che, al termine del corso, negli spogliatoi, mi dice che è preoccupato perché, da qualche tempo a questa parte, non prova più nessun piacere nell’allenarsi, si annoia, il corpo sembra non rispondere più alle sollecitazioni e si sente completamente demotivato. Fortunatamente, al Master C.O.N.I., mi avevano spiegato esattamente il significato di questi sintomi: “sindrome da overtraining” e conseguente “burn out” psicologico che, in parole povere, significa che ti sei allenato così tanto, così duramente, con così forte impegno che il tuo corpo ormai risponde perfettamente ma la tua mente non regge più lo stress, non ne vuole più sapere e non è più in grado di creare quel connubio tra energia fisica ed energia nervosa che è necessario per ogni training produttivo.

Ed è a questo punto, Fratelli, che un parallelo con la vita spirituale mi è apparso immediatamente lampante. Non è forse vero che, magari proprio quando ci sentiamo al massimo della nostra energia spirituale, quando la nostra ricerca si fa più intensa e viene ad occupare una parte sempre più importante della nostra vita, proprio allora, a poco a poco, rischiamo di “esaurirci”, di dar fondo alle nostre energie psichiche e nervose, persino arrivando a macerarci nei dubbi, negli “un passo oltre”, nel tentativo di capire un po’ di più ciò che, forse, non è né sarà mai comprensibile?

E poi? E poi questo esaurimento di energie comincia a farsi sentire, inizialmente con piccoli sintomi, con meno voglia di occuparci di questioni spirituali, di ascoltare, di pregare, di trovare spazi sacri, di impegnarci concretamente, di partecipare alle funzioni, poi, progressivamente, con un vero e proprio rifiuto interiore che si estende alla comunità, alla fede, forse persino a Dio o a ciò che viviamo come Trascendente …

Insomma, sono convinto che esista anche una sorta di “overtraining spirituale” che, come conseguenza estrema, arriva persino ad un “burn out” spirituale.

E se accade? Non ho formule magiche e, forse, di fronte ad un “burn out” di qualsiasi tipo, i nostri psicologi hanno più frecce di me nella loro faretra ma quello che posso dirvi è che quando, dal punto di vista del fitness, si arriva alla sindrome di overtraining, esiste una sola soluzione possibile, la stessa soluzione che ho consigliato a Giacomo un paio di settimane fa: mollare, interrompere, staccare la spina per un periodo più o meno lungo, fino a che (sperando che accada) non si sente rinascere dentro di sé quella spinta iniziale, quella motivazione che ci ha portato a mettere piede per la prima volta in palestra e a continuare, giorno dopo giorno, a tornarci.

Ma come? Un ministro che dice di prendersi una pausa spirituale, di pensare ad altro, di non partecipare alle funzioni?

Sì, esatto. E mi spingo anche oltre: se in una domenica sera qualunque vi pesa collegarvi per una funzione, se un programma in tv o una uscita con gli amici vi alletta più di una discussione spirituale con la comunità, vi prego, davvero vi prego, non collegatevi; se un giorno non vi va di leggere neppure una riga che vi rimandi ai vostri studi sul Trascendente, vi prego, davvero vi prego, non ci provate neppure a prendere in mano un qualunque testo sacro o spirituale.

Se una cosa, tra le migliaia che non ho capito e non capirò mai, credo di aver compreso è che Dio (o chi per lui) non vuole servi inginocchiati davanti a Lui sotto il peso dei dogmi, degli obblighi o dei sensi di colpa ma vuole amici che camminino al suo fianco!

Ed è un cammino difficile, su questo non ci sono dubbi! Per certi versi, mi sembra (o forse vorrei che mi sembrasse) come una passeggiata tra due innamorati che si frequentano da poco: si tengono per mano, si parlano tantissimo, si raccontano e si lasciano scoprire ma … con una certa timidezza, con un certo livello di pudore che, a volte, si vorrebbe superare ma che, allo stesso tempo, si ha paura di superare perché non ci si conosce ancora abbastanza a fondo per lasciarsi andare e, dunque, ci sono anche momenti di silenzio che ci mettono un po’ a disagio … Se ci riflettiamo un istante, anche il nostro dialogo con ciò che viviamo come Trascendente si basa su elementi simili: un sentimento di amore condiviso di fondo, una difficoltà comunicativa che a tratti viene superata dalla voglia di conoscenza e a tratti, invece, palesa a pieno quella distanza ontologica che si fa mistero, silenzio, persino paura …

Può capitare che due innamorati non abbiano voglia di vedersi? Al di là di romantiche dichiarazioni d’intenti, sinceramente credo che ciò possa tranquillamente accadere senza scandalo per nessuno e che, anzi, a volte, non solo sia normale non avere voglia di vedersi ma che sia persino giusto e auspicabile … Ho problemi di lavoro, di salute, di mille altre cose, sono stanco, stressato, vorrei solo dormire e non pensare a niente ma … devo uscire per forza con la mia fidanzata o il mio fidanzato, con mia moglie o mio marito … Ma … chi lo dice? Perché? Perché “così si fa”? E con che risultati? Di moltiplicare le pause di silenzio imbarazzato? Di essere così nervosi da finire per litigare? Di arrivare come certe coppie che “salvano le apparenze” ma non si sopportano più?

Insomma, i momenti di “burn out” non esistono solo in campo lavorativo o nel fitness ma sono propri anche di qualsiasi realtà spirituale, sia essa sentimentale così come mistica …

E per i “burn out” c’è una sola cura fratelli: prendersi una pausa, evitare un contatto troppo frequente per qualche tempo, imparare a vivere tutto in prospettiva.

Ecco, questo è l’insegnamento che ho tratto dal mio incontro con Giacomo in palestra: la fortuna di appartenere ad una religione liberale!

Sì perché Giacomo, non ve l’ho ancora detto, è anche un canoista di livello nazionale e, volente o nolente, non potrà mai smettere di allenarsi completamente, fino a quando il suo “burn out” non lo porterà al ritiro dallo sport attivo o non comincerà a perdere una gara dopo l’altra perché senza tanto amore e tanta passione le gare non si vincono … E, purtroppo, non posso fare a meno di notare un parallelismo con tutte quelle Religioni e Denominazioni dogmatiche che costellano il cammino dei loro fedeli con mille “devi fare” che, troppo spesso, diventano solo fariseismo di facciata o impegno formale sterile che non nasce più da un sentire profondo.

Solo grazie al nostro comune appartenere ad una religione liberale io posso, invece, permettermi di dirvi: “lasciate perdere … se non vi sentite di fare qualsiasi cosa, se non avete voglia di pregare, di vivere l’esperienza comunitaria, di partecipare ad una funzione, non fatelo e davvero confido che Dio o chi per lui non vi amerà meno per questo, ma anzi, probabilmente vi amerà persino di più!”

Sì, fratelli, credo proprio che vi amerà di più e lo credo alla luce di quella “Regola Aurea” che accomuna gran parte delle religioni: “ama il prossimo tuo come te stesso!”. Come può uno schiavo amare se stesso, come può un essere umano che viva di catene che sente estranee e pesanti amare la propria esistenza? Lasciatemi dire, ancora una volta, che noi stessi siamo il nostro primo prossimo: se non ci amiamo, se non amiamo la nostra vita, se non amiamo quella scintilla divina che è dentro di noi, non ameremo davvero neppure chi ci è vicino … e figuriamoci una entità a volte apparentemente così lontana come l’Inviolato …

Allora, fratelli, ogni giorno, quando ci svegliamo, credo che sia nostro compito “scegliere la nostra religione”, ma sceglierla davvero, senza sforzarci, sceglierla perché il suo richiamo è dolce, sceglierla perché ne sentiamo l’esigenza, perché è un amore che stiamo vivendo a pieno …

E se non succede, se quel richiamo, quell’esigenza, quell’amore non li sentiamo così forti per qualche tempo, non c’è nulla di cui angustiarsi: ogni vera storia d’amore ha alti e bassi, ma se una storia d’amore è davvero forte e profonda, allora e solo allora sarà infinita, al di là di qualsiasi pausa ciascuno senta di doversi prendere.

Adonai echad,

Amen

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Liturgia del 2 dicembre 2018

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Min: Benvenuti Fratelli. Iniziamo con uno degli elementi che più caratterizza la nostra Comunione. Come sapete, è tradizione unitariana e universalista che a turno ogni Chiesa del mondo trasmetta a tutte le altre un pensiero su cui meditare all’accensione del Calice, che è simbolo del nostro accogliere e partecipare al Mistero della vita, coltivando quella scintilla di Infinito che ci spinge ad elevarci spiritualmente.

Lett: Possa la sua fiamma condurci a maggior conoscenza e tolleranza.

Possa il suo calore condurci ad amore e compassione più profondi.

Che questa fiamma possa simbolizzare la scintilla divina di luce

insita in ogni essere vivente.

E possa la sua luce condurci verso maggiore saggezza e comprensione.

Sì, ognuno di noi è solo una piccola fiamma.

Ma insieme possiamo illuminare il mondo!

(Lund Shoemaker, Danish Unitarian Church)

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I)Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì. (Jalal Ad-Din “Rumi”, Diwan)

Non c’è costrizione nella Religione: la rettitudine si è ben distinta dal traviamento. Ebbene, chi nega fede al taaghut {Satana, gli idoli, i tiranni, gli empi} e crede in Allah, si è invero aggrappato alla ‘Presa Salda’, che non si rompe mai. Allah è Colui che ascolta e sa tutto. (Sacro Corano, Surat “Al Baqarah”)

II)Alcuni U*U apprezzano i rituali, altri no. E’ molto semplice. Tu decidi. Se vuoi dare il benvenuto al tuo bambino nel mondo con un servizio liturgico, ottimo. Se ti prendi sempre un momento per esprimere gratitudine prima di mangiare, oppure preferisci iniziare ogni giorno con un po’di musica, una poesia, o il tè e il Times, devi capire cosa ti fa sentire meglio. Se una pratica regolare ti ravviva e ti spinge verso il bene, allora, qualunque sia tale pratica, hai trovato il tuo rituale. (Rev. Jane Rzepka, UU World)

III)In un giorno di sabato egli passava per i campi, e i suoi discepoli, strada facendo, si misero a strappare delle spighe. I farisei gli dissero: «Vedi! Perché fanno di sabato quel che non è lecito?» Ed egli disse loro: «Non avete mai letto quel che fece Davide, quando fu nel bisogno ed ebbe fame, egli e coloro che erano con lui? Com’egli, al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani di presentazione, che a nessuno è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche a quelli che erano con lui?» Poi disse loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato; perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

(Vangelo detto di Marco, cap.2)

Min: sermone (Burn Out)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura.Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Pieno e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Pieno e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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Facendo a pugni con Dio

Cari Fratelli,

ormai immagino che siate abituati ai miei sermoni ispirati al mondo sportivo e, d’altra parte, passando quattro quinti del mio tempo tra scuola e palestra e volendo trattare con voi di argomenti che nascono dalla vita vissuta, le alternative sono pochine

Questa settimana vorrei parlarvi di qualcosa che mi è accaduto la settimana scorsa.

Premessa: quando, ormai parecchi mesi fa, ho ricominciato ad allenarmi, il “campione” della palestra, nonché vice-allenatore e grande dispensatore di utilissimi consigli tecnici, era un ragazzo ormai prossimo alla trentina, Diego, buon pugile dilettante con alle spalle anche un discreto numero di incontri internazionali.

Quello che, da subito, mi aveva stupito di Diego era che, per molti versi, fosse l’esatto contrario dello stereotipo comune del pugile. Prendete 100 persone a caso e chiedete loro di immaginare un pugile e, pressoché invariabilmente, tutte vi descriveranno un tipo ruvido, violento, chiuso, segnato da cicatrici e, magari, persino con aspetti piuttosto torbidi nella sua vita lavorativa. Lasciando perdere quest’ultimo particolare, assolutamente falso e mutuato da film di cassetta (vi assicuro che, ad esempio, nella mia palestra si allenano anche avvocati, commercialisti e ingegneri con specchiate carriere, oltre che impiegati e operai che, fuori dal ring, non farebbero male ad una mosca), potrei anche dirvi che gli altri elementi hanno anche qualche rispondenza effettuale. Ma non per Diego: innamorato dello sport, perfezionista fino all’esasperazione nel gesto tecnico, Diego spiccava per la sua gentilezza, la sua disponibilità a passare interi quarti d’ora per correggere difetti altrui, per il suo essere solare e amichevole con tutti e, a detta di chi lo conosceva anche all’esterno della palestra, per essere una delle persone più buone e generose che si potessero incontrare, sempre pronto ad aiutare gli altri in ogni occasione, anche, a volte, a proprio discapito.

Sinceramente da neofita, non posso dire di aver avuto una conoscenza particolarmente approfondita o, addirittura, un’amicizia con lui, pur avendo avuto modo di usufruire della sua esperienza e dei suoi consigli , ma, ripeto, sicuramente il suo modo d’essere spiccava in quell’ambiente di impegno silenzioso, sudore e guantoni.

Sto parlando al passato perché, ad un certo punto, più o meno verso gennaio, Diego è scomparso: semplicemente, da un giorno all’altro, ha smesso di frequentare la palestra e, per qualche giorno, nessuno ha più saputo nulla di lui. Per quanto mi riguarda, proprio perché non avevo avuto modo di sviluppare un rapporto particolarmente profondo con lui, quel “qualche giorno” è diventato “qualche mese”, fino a giovedì scorso.

Giovedì, approfittando del bel tempo, stiamo facendo qualche “scatto” di corsa all’esterno per fare un po’ di fiato e, improvvisamente, ci raggiunge e si mette a guardarci una specie di ectoplasma: una sessantina di chili scarsi per oltre 1,85 di altezza, pallidissimo, non un capello in testa, niente sopracciglia, spalle cadenti, il tipo forma un contrasto abbastanza impressionante in un ambiente in cui tutti, chi più (e alcuni davvero molto più) chi meno, hanno un fisico piuttosto forte e muscolato. Sinceramente, mi ci vogliono 5 minuti e il sentire la voce dell’”ectoplasma” per capire che è un irriconoscibile Diego.

Quello che è successo me lo faccio spiegare poi, dopo i saluti e gli abbracci, in separata sede dal mio allenatore, che mi conferma quello che avevo già intuito: un cancro fulminante al fegato, scoperto a inizio febbraio, operato d’urgenza, probabilmente non risolto nonostante cicli su cicli di chemioterapia e la indomita affermazione continuamente ripetutaci da Diego che “tra un paio di mesi tornerà ad allenarsi”.

E lì scatta qualcosa dentro di me, quel qualcosa che forse un prete non dovrebbe mai dire, soprattutto in un sermone, ma che devo dirvi per come sono fatto io, perché sono convinto che da un pulpito, anche da uno virtuale, non possa che venire la verità, anche quando è scomoda per chi la dice: scatta la voglia di bestemmiare, di bestemmiare non con quelle bestemmie che sono intercalari un po’ barbari così comuni in certe regioni, ma con un’asserzione convinta che esprima quanto sono incazzato, incazzatissimo, furibondo con Dio.

Perché lo sono, perché non capisco, perché mi sembra così ingiusto, così sbagliato che un ragazzo di trent’anni, un bravo ragazzo che non ha mai fatto nulla di male, che non ha mai fumato o bevuto, che non si è mai drogato, che ha dedicato 18 anni allo sport, con tutti i sacrifici e le limitazioni nello stile di vita che ne conseguono, che ho visto arrabbiarsi (e, comunque, sempre bonariamente) solo quando qualcuno eccedeva nella violenza in uno sparring, che non ha mai negato una mano a nessuno, ora sia quella persona lì, che è un’altra persona rispetto a quella che conoscevo, che forse non ce la farà, che s’illude di poter salire ancora su un ring mentre sembra che si tenga l’anima coi denti e che, nonostante tutto, si mette (ve lo assicuro che giovedì è successo) di fianco ad un ragazzo appena arrivato per correggerlo al sacco …

E, sì, lo so che state pensando che non sto dicendo niente di nuovo, che questa rabbia, questa voglia di fare a pugni con Dio è venuta a tutti, prima o poi, per quell’amico che è morto in un incidente incolpevole, per quella malattia che è capitata e nessuno sa spiegarsi perché, per quell’ingiustizia su chi è debole e non può difendersi o, magari, forse più banalmente, per quel lavoro che sarebbe stato perfetto per noi e per cui si hanno tutti i requisiti ma che è stato dato a un altro, per quella storia d’amore su cui si è puntato tutto, cercando di impegnarsi al massimo, e ugualmente è finita, per quella speranza, qualunque essa sia, che si è coltivata con tutto se stesso ma che si è risolte in niente ….

So anche che un prete come si deve, a questo punto, dovrebbe dirvi qualcosa, magari qualcosa di consolatorio, magari qualcosa che dia una spiegazione … Ma un prete come si deve probabilmente non lo sono e, forse anche con un po’ di vergogna e di amarezza, vi devo dire che io non solo una risposta non ce l’ho, ma diffido di chiunque affermi di averla.

Il male nel mondo, l’ingiustizia, il dolore … ci sono e se, forse, un tempo, ho cercato di darmi spiegazioni, più passa il tempo e più mi rendo conto che queste spiegazioni che mi davo, queste ragioni che ciclicamente elucubravano sul libero arbitrio, sull’amore di Dio che si spinge fino al non intervento, sulla trascendenza non immanente o, addirittura che si appellavano ad una ragione umana che si deve fermare davanti al mistero di una volontà mille e mille volte superiore alla nostra, sono tutte spiegazioni forse valide, sensate ma, all’atto pratico, non risultano che povere toppe cucite sui buchi del dolore e povere stampelle per evitare che braccia impotenti ci cadano troppo repentinamente.

E allora?

Allora tutto quello che posso dirvi sono le poche cose che ho “sentito” in ordine sparso dentro di me, più che realmente pensato, quando lo shock si è andato smorzando in quella sorta di tristezza meditabonda che ci prende dopo ogni profondo moto d’ira.

In primo luogo, voglio dirvi che un grande dubbio che mi ha assalito è se non stessi rispondendo a ciò che vivevo come un’ingiustizia con un’altra ingiustizia. Perché, fratelli, prima di accusare dobbiamo sapere qualcosa di chi accusiamo e, invece, di quel Dio che, d’impeto, mi sono affrettato ad accusare noi non sappiamo davvero nulla. Ci hanno parlato di un Dio persona, onnipotente e onnisciente, e magari lo è anche o non è così onnipotente e onnisciente … o magari no. Magari Dio è quel tutto indistinto la cui anima è formata dall’insieme di tutte le vite presenti, passate e future, che esistono all’unisono in questa dimensione che noi percepiamo come temporalizzata ma forse non lo è. O magari Dio è l’immenso collante che ci tiene insieme qui e ora, come singoli che sono singoli solo apparentemente, come cellule di un solo corpo che nasce, cresce, si rigenera e, forse, un giorno perirà. O magari … magari … Quante ipotesi sono possibili per questo Dio che chiamiamo Dio per convenzione? Quante di queste ipotesi portano a non pensare che Dio o chi per lui non c’entri nulla con quello che accade a ciascuno di noi su questa piccola pallina blu?

E, ancora, bene e male che cosa sono? E, a sua volta, il dolore che cosa è? Il destino, che cosa è? E se Diego, semplicemente, avesse guadagnato di più, in qualche modo che non capiamo, che non capiremo mai, da questo suo vivere l’esperienza di quello che definiamo dolore e della malattia rispetto all’essere per tutta la vita un pezzo di ragazzone sano come un pesce e con un fisico da fare invidia? Chi di noi può saperlo? Chi di noi può negarlo?

Ma poi, realmente, dobbiamo per forza sempre applicare le categorie di causa-effetto su tutto? Dobbiamo davvero sempre trovare un responsabile con quel meccanismo che, in fondo, ricorda tanto il “piove: governo ladro!”?

Viviamo in questa vita ciascuno di noi come un mistero all’interno di un mistero, provando a darci spiegazioni e categorie, appiccicando con lo sputo etichette a qualsiasi cosa per “farcene una ragione”, per disegnarci una strada che è una linea tracciata con un bastoncino sulla sabbia e pensiamo che quella linea sia un’autostrada, pensiamo che il nostro punto di visione sia l’unità di misura del vero e del giusto, soprattutto del reale, e ci chiamiamo con orgoglio “animali razionali”, in attesa che qualcosa o qualcuno stravolga il nostro punto di vista o anche solo c’instilli un dubbio. E se stessimo sbagliando ottica? E se, noi, così fieri della nostra tolleranza e della nostra apertura mentale, stessimo facendo qualcosa di molto simile a ciò che tanto biasimiamo ai “dogmatici”, assolutizzando la nostra opinione che, da qualche parte, ci sia sempre una ragione per le cose, persino per una cellula idiota che, tra milioni di altre cellule che funzionano perfettamente, come, in realtà, se fossimo davvero così razionali come pretendiamo di essere, apparirebbe statisticamente più che ovvio, ha deciso di essere fallata?

E se, invece, la ragione con i suoi perché non dovesse neppure entrare in ballo? Se quello che conta davvero fosse più profondo, fosse l’amore che un ragazzo di trent’anni ha dato nella sua vita indipendentemente dall’averne altri tre, trenta o trecento per darne ancora o, magari, per diventare, per qualche misteriosa ragione, il peggior figlio di puttana della storia? O se quello che conta davvero fosse l’attimo in cui venti deficienti che correvano con addosso dei guantoni dopo essersi menati fino a dieci minuti prima hanno riconosciuto, profondamente, il risuonare interiore di un essere come loro e, all’unisono, hanno interrotto di fare qualcosa per cui avevano pagato, erano usciti di casa, avevano lasciato la famiglia, qualcosa che davvero volevano fare e che era importante per loro fare, lì, in quel momento, solo per stingersi ad abbracciare una persona che, probabilmente pensavano (o magari solo percepivano) ne avrebbe tratto piacere? Se quell’istante di circolazione d’amore, quell’istante in cui, per molti versi riconoscevamo (o, forse, neppure riconoscevamo) di dare a Diego qualcosa che anche lui ci aveva dato e, ancora oltre, l’insieme di tutti quegli istanti che Diego ha ricevuto come tributo, magari legati a una cellula idiota impazzita, se davvero quell’istante e quegli istanti valessero, in un’ottica a milioni e miliardi di anni luce dalla nostra, con computi e categorie lontanissime dalle nostre, “n” volte di più di 10, 20, 30 o 300 anni della sua vita passati placidi come fiumi di pianura?

No, fratelli, lo so bene che queste non sono spiegazioni, che nulla di quello che ho detto potrà mai mitigare il senso di dolore e d’ingiustizia che ciascuno di noi ha provato e/o proverà nella sua vita ma, ve l’ho detto, io di risposte non ne ho.

Mi basterebbe solo che, per un istante, questi miei strani pensieri disordinati potessero indurre anche solo uno di noi a fermarsi un istante prima di formulare qualunque giudizio, qualunque accusa verso qualsiasi entità, a meditare su una frase che, probabilmente, molti abbiamo letto a scuola: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. E, se proprio proprio, come succede a me, qualcuno di noi non ce la fa davvero a non sentire Dio come una specie di amico che gli è sempre vicino, come davvero succede con gli amici quando abbiamo tredici anni e gli amici sono amici veri, dopo aver fatto a pugni con Dio, sarebbe così bello che, proprio sulla base di questa frase, finissimo per far pace e, magari, riabbracciarci con Lui.

Adonai echad,

Amen

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