Buoni o cattivi

Cari fratelli,

per molti mesi, pur nello scempio di tutti i valori umani in cui, come voi, credo profondamente, mi sono ripromesso di non affrontare direttamente argomenti legati all’attualità politica, convinto come sono che una chiesa debba essere lontana da ogni coinvolgimento ideologico anche lontanamente legato a posizioni partitiche per poter essere veramente libera e per poter alzare il vessillo di tale libertà di fronte a qualsiasi tentativo d’ingerenza statale.

Ebbene, oggi, in nome di quella stessa libertà, che non può prescindere dalla volontà di esprimere i concetti fondanti su cui la nostra spiritualità si radica di fronte al continuo insulto di cui essi sono vittima da parte di un apparato statale che ha fatto della grettezza egoistica, della chiusura entro muri ideologici eretti senza alcun rispetto dei valori inalienabili della dignità umana e della compassione e fratellanza tra ogni appartenente al nostro genere e della creazione di paure indotte per incatenare il popolo su posizioni che da tempo speravamo superate, una bandiera, ho deciso di rompere tale silenzio sebbene di farlo in modo apparentemente indiretto a partire dal commento non ad un documento politico o ad un testo filosofico ma ad una semplice frase di una canzone di uno dei più noti artisti italiani.

Qualcuno di voi si ricorda del brano di Vasco Rossi il cui refrain diceva: “Buoni o cattivi, non è la fine. Prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare”? Ecco, sinceramente, ascoltandolo quando era uscito, mi era capitato spesso di chiedermi che cosa volesse significare questa frase e, in tutta onestà, ancora non so se l’intenzione dell’autore fosse quella di esprimere linearmente il concetto che il giudizio se una cosa fosse “giusta o sbagliata” dovesse risultare più importante del giudizio se tale cosa fosse “buona o cattiva” o se, al contrario, si volesse utilizzare quella che, tecnicamente, viene definita “antifrasi” per esprimere ironicamente l’esatto contrario, cioè che prima di decidere se una qualunque azione sia giusta o sbagliata bisognerebbe chiederci se è buona o cattiva.

Vi dico subito che, tra le due ipotesi, spero vivamente che quella giusta fosse la seconda. Perché? Perché “giusto o sbagliato” è una distinzione che mi pare pertenga ad un ambito prettamente legalistico, ampiamente meno fondante rispetto all’ambito etico-morale generale rappresentato dal “buono o cattivo”: “giusto o sbagliato” sono categorie che presuppongono un metro di paragone, dal momento che qualsiasi casa può essere giusta o sbagliata solo rispetto a un canone, a una regola, a una norma, sia essa formale o informale, mentre sono abbastanza convinto che un livello di assoluto sia più proponibile per una distinzione tra bene e male.

Con questo, voglio essere chiaro, non sto dicendo che qualsiasi livello legalistico sia negativo. Molto banalmente, credo che tutti conveniamo sul fatto che la convivenza civile necessiti di norme, per quanto la sensibilità singolare possa variare sul giudizio di opportunità riguardo a che esse siano più o meno delineate e stringenti: in qualche modo, l’esistenza di un corpo di leggi fa pare di quel “patto sociale” che forma le nostre società e dal quale non possiamo prescindere.

Ciò che sto, piuttosto, affermando è che, in fin dei conti, tale corpo di leggi sia secondario rispetto ad un livello etico-morale più profondo sul quale il corpo stesso dovrebbe riposare e che, qualora tale livello profondo venisse messo in discussione, allora qualunque legge finirebbe per traballare nel più totale relativismo e nella più totale arbitrarietà.

Scendiamo nel concreto con un paio di esempi tra i primi che, sulla base della mia esperienza personale, mi possono venire in mente.

Ricordo che, molti anni fa, in una vita che non mi sembra neppure più essere stata la mia, un soldato professionista che conoscevo molto bene mi confesso qualcosa che, in seguito, ho scoperto essere un pensiero piuttosto comune e spesso citato tra coloro che portano le stellette. Mi disse: “Sai, molto spesso mi capita di pensare che noi ci addestriamo ogni giorno per fare cose per cui, se non portassimo una divisa, ci condannerebbero tutti all’ergastolo e che, solo per il fatto che ci viene dato una specie di permesso speciale dallo stato, se facciamo quelle cose ci chiamano eroi e ci danno medaglie ma non siamo diversi da quelli che chiamano assassini e additano come mostri”. La persona in questione era un caporale di ventuno anni con l’equivalente di quello che, in Italia, definirebbero diploma professionale di carpentiere, eppure, a pensarci ancora oggi, mi sembra che avesse colto la più profonda filosofia sottesa all’ipocrisia legalitaria umana: un ruolo, una patente, una divisa, una professione non dovrebbero potere rendere lecito ciò che il più profondo senso di una umanità che si dovrebbe distinguere dalla bestialità più atavica condanna in qualsiasi altro ambito.

Eppure … la legge così dice … Ma su che basi? Sulla opportunità, sulle convenzioni unicamente di convenienza di questo o quello stato? O anche di tutti gli stati? Sul gioco di prospettive e barriere costruite ad arte usate per lavare il cervello a giovani che vengono indotti a preporre un concetto assolutamente fittizio come quello di “patria” addirittura alla propria coscienza?

Ma cambiamo ambito e andiamo su questioni per certi versi più religiose e che, forse, possono riguardare, per quanto tristemente, molte più persone.

Vi è mai capitato di avere un parente o un amico malato in fase terminale? Spero per voi di no ma, nel caso ciò sia accaduto, saprete certamente quanto sia profondo e dilaniante il dilemma se sia più giusto dire onestamente alla persona in questione la verità o se, invece, sia più giusto salvaguardarla con una classica “pietosa bugia”. Onestamente, vi devo dire che, ormai qualche anno fa, ho dovuto affrontare questa questione quando a mia nonna è stato diagnosticato il cancro in metastasi che l’ha poi portata alla morte. Già prossimo a diventare studente di seminario, la mia mente e la mia anima erano infarcite di citazioni bibliche e leggi scritte nella pietra dalla mia religione: “non dare falsa testimonianza”, “sia il tuo dire sì al sì e no al no …”, “ogni inganno viene da Satana” … Insomma, tutto il mio bagaglio culturale legalitario in senso spirituale mi induceva al passo di rendere mia nonna conscia della sua situazione perché potesse prepararsi adeguatamente a ciò che l’aspettava … E stavo anche per farlo … Fino al momento in cui una paroline semplice e banale ma così essenziale nel momento del giudizio si è scritta nella mia mente: “perché?”. E quel perché includeva tante domande: perché condannare una donna di oltre ottant’anni a contare i minuti che rimanevano nella sua esistenza? Perché togliere ai suoi ultimi giorni la speranza che tutto potesse risolversi? Perché darle quella notizia che, nelle sue condizioni, nulla avrebbe potuto cambiare nel suo modo di comportarsi? Perché andare contro quella disperata illusione autodifensiva che l’ha portata ad essere convinta di avere “solo” una brutta polmonite anche quando qualsiasi evidenza rendeva lampante la verità?

E così, sì, ho mentito. E vi confesso che non me ne sono pentito neppure un solo istante negli anni a seguire. Avrei agito in modo diverso in situazioni diverse? Forse sì: se ci fosse stata anche una sola, per quanto piccolissima, speranza di guarigione attraverso la lotta di ogni singolo atomo del suo corpo, se avesse avuto trent’anni, non fosse stata costantemente dilaniata da una tosse che la piegava in due e da dolori in tutto il corpo e avesse potuto, magari senza sintomi evidenti, “godersi” a fondo gli ultimi giorni di vita facendo quello che, forse, aveva sempre sognato di fare … o cento altre variabili. Ma quelle variabili non c’erano e, allora, persino davanti alle leggi che consideravo sacre per me stesso e per chiunque al mondo, qualcos’altro ha prevalso.

Ed è quel qualcos’altro che, credo, deve prevalere su ogni altra istanza, su ogni legge umana, sia essa civile o religiosa, qualcos’altro che è il fondamento di tutto, la base su cui tutto si poggia, quel “bene” che diventa l’assoluto più assoluto e che un uomo che molti di noi venerano come il loro più grande maestro ha ben riassunto come senso ultimo di ogni legge, sia essa con la L minuscola o maiuscola, dicendo «“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Questo è il punto, fratelli, questo è il cuore di tutto: amare! Fare ciò che l’amore per Dio o qualunque cosa interpretiamo come Trascendenza e l’amore per gli uomini, per la loro ineguagliabile, incomparabile, intangibile e irripetibile dignità personale che non può essere intaccata da qualsiasi altra variabile ci comandano. Di fronte a questo amore ogni cosa, ogni legge, ogni comando, ogni autorità, ogni paura, ogni costrizione, ogni calcolo di convenienza, ogni considerazione, ogni ideologia, ogni potere non sono nulla, non sono che evanescenti costruzioni evidentemente destinate solo al male se esprimono posizioni contrarie a quel nucleo da cui, almeno idealmente, dovrebbero emanare.

E dunque? E dunque, per quanto sappia che nessuno di noi ha grandi poteri, che, molto probabilmente, a nessuno di noi capiterà l’occasione di dover mettere in pratica qualsiasi alto proposito in materia, non posso che suggerirvi di fare vostro, almeno idealmente se non vi sia opportunità di metterlo in pratica effettualmente, il suggerimento di uno dei nostri grandi intellettuali, Henry David Thoreau, espresso in due sue celebri frasi sulla disobbedienza civile:

«Non vi sarà mai uno Stato realmente libero e illuminato, finché lo Stato non giunga a riconoscere ogni individuo come un potere più elevato e indipendente, dal quale derivino tutto il suo potere e la sua autorità, e finché esso non lo tratti di conseguenza»

e

«Tutti gli uomini riconoscono il diritto alla rivoluzione, quindi il diritto di rifiutare l’obbedienza, e d’opporre resistenza al governo, quando la sua tirannia o la sua inefficienza siano grandi ed intollerabili».

E ad esse, in forma del tutto personale, vorrei assommare una terza frase, di rabbi Yeshua di Nazareth:

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre».

Credo che a queste affermazioni non vi sia nulla più da aggiungere!

Adonai echad,

Amen

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Liturgia del 13 gennaio 2019

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Min: Possa questa fiamma salire e ricordarci che la nostra fede è buona: ognuno di noi può portare amore nel mondo. Possa questo calice ardere con una fiamma chiara come simbolo del nostro sentiero: ognuno di noi possa avere gioia, pace e armonia nel suo cuore. Possa attraverso questa fiamma la saggezza di ogni epoca parlare a noi e rimanere in noi: ognuno di noi possa essere una benedizione per il mondo.

Parole scritte da Rev. Petr Samojsky, ministro nell’Associazione Religiosa degli Unitariani Cechi

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) «Buoni o cattivi non è la fine. Prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare… che di per sé è maledetto perché divide mentre qui tutto dovrebbe solo unire» (Vasco Rossi)

II) «Non vi sarà mai uno Stato realmente libero e illuminato, finché lo Stato non giunga a riconoscere ogni individuo come un potere più elevato e indipendente, dal quale derivino tutto il suo potere e la sua autorità, e finché esso non lo tratti di conseguenza» (Henry David Thoreau)

III) «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre» (Vangelo detto di Matteo, cap. 23)

Min: sermone (Buoni o cattivi)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura.Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Pieno e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Pieno e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove 
piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo 
viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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Burn Out

Cari Fratelli,

ormai da qualche tempo non vi parlo più delle mie improvvise quanto inaspettate illuminazioni spirituali in palestra, non tanto perché abbia cambiato idea sulla correttezza dell’antico motto “mens sana in corpore sano”, quanto perché, sostanzialmente, la routine e la familiarità con l’ambiente dell’Accademia di sport da combattimento in cui mi alleno e lavoro hanno, come spesso accade, un po’ appannato la mia capacità di cogliere insegnamenti spirituali in ambito ginnico.

Un episodio occorso un paio di settimane fa, però, ha fatto eccezione, apparendomi immediatamente fonte di riflessioni che esulassero dalla pura tecnica esecutoria degli esercizi.

Si presenta al mio corso di “Military Workout”, una specie di “CrossFit” leggermente più duro e funzionale, Giacomo, un ragazzo tra i trenta e i trentacinque anni che sembra uscito da un film del genere “peplum” degli anni ’60 sui vari Ursus e Maciste: spalle modello “devo fare una torsione per passare dalle porte”, collo taurino, addominali così scolpiti che si vedono persino attraverso una maglia pesante e cosce con quadricipiti più o meno delle dimensioni del mio torace.

“Fantastico”, mi dico, “con questo sì che possiamo lavorare alla grande” … e, abituato come sono a signore di mezza età che vogliono provare l’ebbrezza del training militare e a ragazzi con la pancia da “forzati dell’aperitivo” già a venticinque anni, vi assicuro che non è poco.

Comincio a impostare una routine di lavoro neppure particolarmente ardua e il novello Ercole fa tutto, sì, ma né con particolare entusiasmo, né con particolari capacità …. almeno non con le capacità che il suo fisico avrebbe potuto lasciar presagire. Anzi, dopo mezz’ora, appare persino più stanco di alcune delle mie abituali clienti.

Provo ad indagare e gli chiedo se abbia fatto molto sport in passato. Mi risponde che ha partecipato per anni al campionato nazionale di “Ironman” e che da quindici anni si allena ogni giorno con pesi tra i 40 e i 110 kg. Ok, tutto in linea con quanto dimostra ma … ma allora non capisco … fino a che, al termine del corso, negli spogliatoi, mi dice che è preoccupato perché, da qualche tempo a questa parte, non prova più nessun piacere nell’allenarsi, si annoia, il corpo sembra non rispondere più alle sollecitazioni e si sente completamente demotivato. Fortunatamente, al Master C.O.N.I., mi avevano spiegato esattamente il significato di questi sintomi: “sindrome da overtraining” e conseguente “burn out” psicologico che, in parole povere, significa che ti sei allenato così tanto, così duramente, con così forte impegno che il tuo corpo ormai risponde perfettamente ma la tua mente non regge più lo stress, non ne vuole più sapere e non è più in grado di creare quel connubio tra energia fisica ed energia nervosa che è necessario per ogni training produttivo.

Ed è a questo punto, Fratelli, che un parallelo con la vita spirituale mi è apparso immediatamente lampante. Non è forse vero che, magari proprio quando ci sentiamo al massimo della nostra energia spirituale, quando la nostra ricerca si fa più intensa e viene ad occupare una parte sempre più importante della nostra vita, proprio allora, a poco a poco, rischiamo di “esaurirci”, di dar fondo alle nostre energie psichiche e nervose, persino arrivando a macerarci nei dubbi, negli “un passo oltre”, nel tentativo di capire un po’ di più ciò che, forse, non è né sarà mai comprensibile?

E poi? E poi questo esaurimento di energie comincia a farsi sentire, inizialmente con piccoli sintomi, con meno voglia di occuparci di questioni spirituali, di ascoltare, di pregare, di trovare spazi sacri, di impegnarci concretamente, di partecipare alle funzioni, poi, progressivamente, con un vero e proprio rifiuto interiore che si estende alla comunità, alla fede, forse persino a Dio o a ciò che viviamo come Trascendente …

Insomma, sono convinto che esista anche una sorta di “overtraining spirituale” che, come conseguenza estrema, arriva persino ad un “burn out” spirituale.

E se accade? Non ho formule magiche e, forse, di fronte ad un “burn out” di qualsiasi tipo, i nostri psicologi hanno più frecce di me nella loro faretra ma quello che posso dirvi è che quando, dal punto di vista del fitness, si arriva alla sindrome di overtraining, esiste una sola soluzione possibile, la stessa soluzione che ho consigliato a Giacomo un paio di settimane fa: mollare, interrompere, staccare la spina per un periodo più o meno lungo, fino a che (sperando che accada) non si sente rinascere dentro di sé quella spinta iniziale, quella motivazione che ci ha portato a mettere piede per la prima volta in palestra e a continuare, giorno dopo giorno, a tornarci.

Ma come? Un ministro che dice di prendersi una pausa spirituale, di pensare ad altro, di non partecipare alle funzioni?

Sì, esatto. E mi spingo anche oltre: se in una domenica sera qualunque vi pesa collegarvi per una funzione, se un programma in tv o una uscita con gli amici vi alletta più di una discussione spirituale con la comunità, vi prego, davvero vi prego, non collegatevi; se un giorno non vi va di leggere neppure una riga che vi rimandi ai vostri studi sul Trascendente, vi prego, davvero vi prego, non ci provate neppure a prendere in mano un qualunque testo sacro o spirituale.

Se una cosa, tra le migliaia che non ho capito e non capirò mai, credo di aver compreso è che Dio (o chi per lui) non vuole servi inginocchiati davanti a Lui sotto il peso dei dogmi, degli obblighi o dei sensi di colpa ma vuole amici che camminino al suo fianco!

Ed è un cammino difficile, su questo non ci sono dubbi! Per certi versi, mi sembra (o forse vorrei che mi sembrasse) come una passeggiata tra due innamorati che si frequentano da poco: si tengono per mano, si parlano tantissimo, si raccontano e si lasciano scoprire ma … con una certa timidezza, con un certo livello di pudore che, a volte, si vorrebbe superare ma che, allo stesso tempo, si ha paura di superare perché non ci si conosce ancora abbastanza a fondo per lasciarsi andare e, dunque, ci sono anche momenti di silenzio che ci mettono un po’ a disagio … Se ci riflettiamo un istante, anche il nostro dialogo con ciò che viviamo come Trascendente si basa su elementi simili: un sentimento di amore condiviso di fondo, una difficoltà comunicativa che a tratti viene superata dalla voglia di conoscenza e a tratti, invece, palesa a pieno quella distanza ontologica che si fa mistero, silenzio, persino paura …

Può capitare che due innamorati non abbiano voglia di vedersi? Al di là di romantiche dichiarazioni d’intenti, sinceramente credo che ciò possa tranquillamente accadere senza scandalo per nessuno e che, anzi, a volte, non solo sia normale non avere voglia di vedersi ma che sia persino giusto e auspicabile … Ho problemi di lavoro, di salute, di mille altre cose, sono stanco, stressato, vorrei solo dormire e non pensare a niente ma … devo uscire per forza con la mia fidanzata o il mio fidanzato, con mia moglie o mio marito … Ma … chi lo dice? Perché? Perché “così si fa”? E con che risultati? Di moltiplicare le pause di silenzio imbarazzato? Di essere così nervosi da finire per litigare? Di arrivare come certe coppie che “salvano le apparenze” ma non si sopportano più?

Insomma, i momenti di “burn out” non esistono solo in campo lavorativo o nel fitness ma sono propri anche di qualsiasi realtà spirituale, sia essa sentimentale così come mistica …

E per i “burn out” c’è una sola cura fratelli: prendersi una pausa, evitare un contatto troppo frequente per qualche tempo, imparare a vivere tutto in prospettiva.

Ecco, questo è l’insegnamento che ho tratto dal mio incontro con Giacomo in palestra: la fortuna di appartenere ad una religione liberale!

Sì perché Giacomo, non ve l’ho ancora detto, è anche un canoista di livello nazionale e, volente o nolente, non potrà mai smettere di allenarsi completamente, fino a quando il suo “burn out” non lo porterà al ritiro dallo sport attivo o non comincerà a perdere una gara dopo l’altra perché senza tanto amore e tanta passione le gare non si vincono … E, purtroppo, non posso fare a meno di notare un parallelismo con tutte quelle Religioni e Denominazioni dogmatiche che costellano il cammino dei loro fedeli con mille “devi fare” che, troppo spesso, diventano solo fariseismo di facciata o impegno formale sterile che non nasce più da un sentire profondo.

Solo grazie al nostro comune appartenere ad una religione liberale io posso, invece, permettermi di dirvi: “lasciate perdere … se non vi sentite di fare qualsiasi cosa, se non avete voglia di pregare, di vivere l’esperienza comunitaria, di partecipare ad una funzione, non fatelo e davvero confido che Dio o chi per lui non vi amerà meno per questo, ma anzi, probabilmente vi amerà persino di più!”

Sì, fratelli, credo proprio che vi amerà di più e lo credo alla luce di quella “Regola Aurea” che accomuna gran parte delle religioni: “ama il prossimo tuo come te stesso!”. Come può uno schiavo amare se stesso, come può un essere umano che viva di catene che sente estranee e pesanti amare la propria esistenza? Lasciatemi dire, ancora una volta, che noi stessi siamo il nostro primo prossimo: se non ci amiamo, se non amiamo la nostra vita, se non amiamo quella scintilla divina che è dentro di noi, non ameremo davvero neppure chi ci è vicino … e figuriamoci una entità a volte apparentemente così lontana come l’Inviolato …

Allora, fratelli, ogni giorno, quando ci svegliamo, credo che sia nostro compito “scegliere la nostra religione”, ma sceglierla davvero, senza sforzarci, sceglierla perché il suo richiamo è dolce, sceglierla perché ne sentiamo l’esigenza, perché è un amore che stiamo vivendo a pieno …

E se non succede, se quel richiamo, quell’esigenza, quell’amore non li sentiamo così forti per qualche tempo, non c’è nulla di cui angustiarsi: ogni vera storia d’amore ha alti e bassi, ma se una storia d’amore è davvero forte e profonda, allora e solo allora sarà infinita, al di là di qualsiasi pausa ciascuno senta di doversi prendere.

Adonai echad,

Amen

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