Zombie Line

Cari fratelli,

sapete bene che, per i miei sermoni, amo partire da esperienze reali che mi toccano in prima persona e anche questa sera non farà eccezione.

Per uno di quei casi fortuiti un po’ fantozziani che, per una ragione o per un’altra capitano a ciascuno di noi, quando mia madre ha cominciato la sua riabilitazione le è stato assegnato un posto in un istituto di cura che si trova praticamente diametralmente dalla parte opposta di Milano rispetto a quella in cui vivo. Questo ha comportato, per me, un agosto all’insegna di lunghissimi tour dei mezzi pubblici della rete urbana che, come potete immaginare, mi hanno inizialmente indotto a ringraziare tutti i santi del calendario (con anche qualche divagazione su calendari copti e ortodossi che hanno santi in più) per l’opportunità offertami di mettere alla prova la mia pazienza.

Alla lunga, però, devo dire che, messami l’anima in pace, questi lunghi e noiosi spostamenti hanno rappresentato per me l’occasione di osservare un po’ meno distrattamente la popolazione che frequenta metropolitane e autobus urbani, traendone, forse a volte un po’ proditoriamente, anche qualche spunto di riflessione.

È proprio di uno di questi spunti che vorrei parlarvi questa sera.

Dovete sapere che uno dei tratti che dovevo percorrere corrisponde a quella che ormai molti milanesi chiamano la “Zombie Line”. Di che si tratta? Di quel pezzo della Linea Tre della Metropolitana che va da Duomo a Rogoredo e ritorno.

Non credo di dover spiegare a nessuno cosa rappresenti Piazza Duomo per Milano: il centro storico visitato dai turisti, attaccato al Quadrilatero della Moda e costantemente superaffollato. Probabilmente, però, è il caso di spiegare ai non milanesi che cosa sia Rogoredo.

Si tratta di una zona a sud, con una stazione ferroviaria periferica circondata da un parco, il Parco Cassinis, meglio noto come il “Boschetto”. Da qualche anno, come forse avete potuto sentire anche dai massmedia nazionali, questo “Boschetto”, particolarmente intricato, è diventato il supermercato dello spaccio di eroina cittadino: gli spacciatori si nascondono tra gli alberi, organizzano veri e propri centri di vendita di dosi ipertagliate da 5 euro e i tossici, attirati da prezzi alla portata di chiunque, arrivano da tutta la Lombardia e persino da fuori regione, si accampano, comprano e si fanno in quella zona che, naturalmente, è diventata una delle più pericolose della città.

Quando si riprendono, però, devono procurarsi i soldi per mangiare e per una nuova dose e, dunque, prendono la metropolitana per andare a “collettare” ed elemosinare in centro. Questo fa si che ogni carrozza della Linea Tre, a qualunque ora del giorno, ospiti almeno due o tre di questi personaggi, sporchi, pieni di buchi, spesso vestiti di quelli che sono solo stracci, semi-intontiti, in silenzio tra loro e costantemente disperati. Da qui il soprannome di “Zombie Line” dato al tratta in questione, appunto tra il “Boschetto di Rogoredo” e Piazza Duomo.

Ogni giorno, almeno due volte al giorno, dunque, ho avuto modo di vedere la disperazione di questi ragazzi, spesso anche giovanissimi, i loro occhi febbricitanti, le croste sulle loro gambe e le loro braccia e di sentire le loro petulanti richieste di denaro, pronunciate con bocche impastate e parole sbiascicate.

Permettetemi, ora, un cambio di scena. L’ultimo mezzo pubblico che dovevo prendere per andare da mia madre era un autobus e, si sa, se si prende un autobus più o meno sempre agli stessi orari si finiscono per incontrare sempre più o meno le stesse persone. Tra quelle che ho quotidianamente incontrato su quell’autobus, una mi ha colpito particolarmente: una signora sull’ottantina, piccola, minuta, quasi un mucchietto di ossa, sempre vestita con la sobria eleganza di chi non può permettersi i grandi capi di vestiario ma ci tiene ad essere ordinata e presentabile con il suo golfino di cotone anche a 35 gradi, le scarpe lucide e la gonna al ginocchio ben stirata. Quello che mi aveva colpito di questa signora era che portava costantemente in testa un foulard, tipico di chi sta facendo cicli di chemio o radioterapia.

Non sono un tipo di persona così propenso alla socialità da “attaccar bottone” con chi non conosco, soprattutto quando la differenza di età e stile potrebbe risultare persino imbarazzante ma, incuriosito, ho cercato di “tendere l’orecchio” mentre la signora conversava con una coetanea, anche lei frequentatrice abituale dell’autobus, con cui, evidentemente, aveva fatto amicizia.

Ho così scoperto che quello scricciolo di donna doveva avere la forza morale di un leone: da poco operata per un tumore al cervello sulla cui riformazione i medici non si pronunciavano, la signora ogni tre giorni doveva sottoporsi a radiazioni ma, ogni pomeriggio, andava a far visita al marito, di qualche anno più anziano, nel frattempo reduce da una operazione di tumore ai polmoni e in riabilitazione nella stessa clinica di mia madre.

Un giorno, per caso, ero seduto esattamente davanti alle due donne e ho sentito una frase che, per certi versi, mi ha fatto pensare che tutti i miei lunghi viaggi urbani potevano valere l’insegnamento che stavo avendo. La signora, nel sul golfino blu, con il suo foulard rosa in testa, diceva all’amica: “Mio marito mi dice sempre di non venire ma, cosa vuole, siamo stati insieme sempre, per quarant’anni, in tutte le occasioni e non riesco proprio a pensare di stargli lontano in questi momenti. Se non ci facciamo forza a vicenda, rischiamo proprio di perdere le speranze …”

Ecco, fratelli, io credo che la parola chiave, la parola che mi ha insegnato qualcosa o forse tutto sia quel “speranze”… Speranza … Una speranza magari anche flebile, a cui appigliarsi, una speranza che si ottiene dall’amore, dalla vicinanza, dalla comunanza, che da singolare si fa, in qualche modo, familiare e, se condivisa, diventa collettiva, diventa esempio, diventa motore propulsivo anche all’esterno.

E, sinceramente, non ho potuto fare a meno di confrontare quello che diceva quella signora, a cui le circostanze non avrebbero potuto, in teoria presentare un quadro più avverso, con ciò che vedevo nei ragazzi della “Zombie Line”, molti dei quali potenzialmente sani, forti, con tutta una vita davanti.

Intendiamoci, per esperienza di congiunti e conoscenze della mia gioventù non oso minimamente dare alcun giudizio su quei ragazzi. Da tempo ho ben compreso che i cosiddetti “tossici” non sono sicuramente i più malvagi, i più stupidi o i peggiori e, anzi, molte volte sono solo persone molto sensibili, addirittura, in alcuni casi, “senza pelle”, che non riescono a sopportare tutto il dolore, tutte le ingiustizie, tutta l’oscurità verso cui noi, più o meno “regolari” riusciamo a fare il callo e che vedono la fuga almeno mentale come unica via possibile.

No, sinceramente dal mio confronto non è nata nessuna condanna per ragazzi che, come disse un tempo un mio amico che si bucava, “hanno dato le dimissioni da uomini”, ma è nata molta tristezza: molta tristezza nel vedere la loro disperazione, nell’avere l’impressione di come il ridursi a “morti viventi” senza futuro nascesse da un nocciolo più profondo, proprio da quella mancanza di speranza che li chiudeva in un bozzolo di isolamento, di paura, di terrore verso gli altri, di solitudine, che li induceva a cercare un misero scudo in un buco che li portava solo alla schiavitù e a perpetuare i motivi della loro fuga.

Chiaramente sto parlando solo di supposizioni e magari quei ragazzi avevano scelto consciamente la loro vita di strada e quella signora era, nella sua vita quotidiana, la peggior “figlia di buona donna” del mondo: so bene che l’apparenza inganna e, anche per questo, mi astengo da qualsiasi forma di commento su questioni che non posso conoscere a fondo.

Ugualmente, però, l’impressione rimane: l’impressione che abdicare alla speranza, al pensiero che domani possa essere migliore di oggi, che esista in tutti e per tutti una potenzialità positiva che può farsi realtà, sia l’errore più grave che possiamo compiere, sia praticamente che spiritualmente.

Perché, fratelli, abdicare alla speranza è facile: il dolore esiste, gli errori esistono, le paure vengono amplificate ad arte per provocare la nostra disperazione, il nostro incattivimento per controllarci, il nostro chiuderci in noi stessi. E qual’è il risultato? Vogliamo forse anche noi “dare le dimissioni da uomini”, magari in forma nella pratica meno radicale di un tossico di Rogoredo, certo, ma non poi così diversa spiritualmente? Vogliamo vivere schiavi di altre droghe, sicuramente più subdole e meno devastanti nel breve termine dell’eroina ma non meno imprigionanti come l’avidità, la sete di potere, l’egoismo e, soprattutto, la paura verso chi, invece, dovrebbe essere un nostro fratello in cui cercare di scoprire, magari sotto 1000 veli e 1000 scorze, i tratti che ci accomunano?

La speranza, lo so bene, non è cosa facile: la speranza è un imperativo morale che ogni giorno dobbiamo cercare di imporre a noi stessi e alimentare con la volontà finché diventi il nostro stile di vita, non per essere inguaribili ottimisti utopici ma perché questo è il nostro dovere, questa è la nostra scelta, questo è quello che chiediamo al termine di ogni funzione quando parliamo di “sale della terra” …

Chi vuole vedere il bene, ciò che ci unisce, ciò che può, almeno potenzialmente essere, non è un idiota che mette la testa sotto terra come uno struzzo perché non vuole vedere la realtà: la speranza è una scelta consapevole, difficile, voluta.

Io non lo so se debba nascere da dentro di noi, dalla nostra energia, dalla nostra comunanza di esseri umani che si accresce proprio grazie a essa o per una grazia trascendente che derivi da qualcosa di più alto di noi … Non lo so davvero e credo che ciascuno debba darsi una risposta personale. Quello che so e di cui sono convinto è che questa difficile speranza è il nostro vero scudo, la nostra vera forza e che, se riusciamo a tener viva la sua fiamma, ciascuno di noi può diventare fonte di forza per chi gli sta vicino perché, tutti insieme, costruiamo una umanità migliore, più forte o, se preferite, il Regno.

Perché sappiamo sforzarci perché questo avvenga dentro e a favore di ciascuno di noi questa sera io voglio pregare.

A gloria della rete interdipendente della Vita,

Amen

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Liturgia del 12 maggio 2019

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Lett: : Che la luce possa brillare, che la candela possa ardere luminosa

Che possa essere un faro nel buio per coloro che ne hanno bisogno

Un’ispirazione per coloro che servono l’umanità

Che lavorano per nutrire, educare ed emancipare le donne e le ragazze in tutto il mondo

Che lavorano per guarire le anime ferite dalla guerra

Che lavorano per curare i malati nel buio della notte

Che lavorano per servire l’umanità.

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) La bellezza salverà il mondo. (Fedor Dostoevskij)

La bellezza è negli occhi di chi guarda (Johann Wolfgang Goethe)

Bellezza è l’eternità che si contempla in uno specchio; e noi siamo l’eternità, e noi siamo lo specchio. (Khalil Gibran)

II) Esiste una relazione tra bellezza e libertà? Se accettiamo alcune idee centrali sulla bellezza da Immanuel Kant possiamo dire che c’è […]

Se i giudizi sul bello sono disinteressati, allora siamo liberi dal collegare la nostra ragione e immaginazione a giudizi pratici (valore d’uso), giudizi fattuali (verità e falsità) e giudizi morali (buoni e cattivi / giusti e sbagliati).

Se i giudizi sul bello sono disinteressati, allora non stiamo vedendo dalla nostra prospettiva idiosincratica basata sull’ego: stiamo vedendo da quel sistema operativo universale di funzioni cognitive attive che Kant pensa che tutti noi condividiamo. Questo ci consente di sperimentare oggetti dal punto di vista dell'”umanità in noi”, per così dire: possiamo accedere a qualcosa di universale e potenzialmente condivisibile. Così, vivendo la bellezza, siamo liberi dai nostri interessi privati ​​e dalle relative prospettive.

Quando incontriamo la bellezza sperimentiamo un gioco libero di queste facoltà cognitive in cui si giocano le alternative; le idee sono esplorate; linee e forme sono seguite con curiosità e sorpresa. Ci soffermiamo su ciò che si adatta o non si adatta, ciò che funziona, ciò che è interessante e così via. Cerchiamo il significato e lo troviamo; noi interpretiamo, discutiamo e impariamo. In breve, siamo liberi di prendere in considerazione alternative.

(Dwight Goodyear – Professore di filosofia al Westchester Community College e U*U)

III) Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù. (Galati, 5)

Min: sermone (Bellezza e libertà)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•
2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;
3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;
4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;
5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;
6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;
7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;
8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;
9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;
10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni dogma che divide
da ogni dottrina che discrimina.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni concetto che chiude
da ogni ideologia che ingabbia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni impeto di arroganza
da ogni sentimento di superbia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni certezza che esclude
da ogni sicurezza che scaccia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni tentazione umana
da ogni schiavitù materiale.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni turbamento emotivo
da ogni depressione mentale.
Ma vieni o Pieno e riempici
di una luce senza tenebre
di un calore senza confini.
E vieni o Pieno e riempici
di compassione il cuore
di fede, di speranza, di amore.
(Ian McCarthy)

Lett.2: “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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Buoni o cattivi

Cari fratelli,

per molti mesi, pur nello scempio di tutti i valori umani in cui, come voi, credo profondamente, mi sono ripromesso di non affrontare direttamente argomenti legati all’attualità politica, convinto come sono che una chiesa debba essere lontana da ogni coinvolgimento ideologico anche lontanamente legato a posizioni partitiche per poter essere veramente libera e per poter alzare il vessillo di tale libertà di fronte a qualsiasi tentativo d’ingerenza statale.

Ebbene, oggi, in nome di quella stessa libertà, che non può prescindere dalla volontà di esprimere i concetti fondanti su cui la nostra spiritualità si radica di fronte al continuo insulto di cui essi sono vittima da parte di un apparato statale che ha fatto della grettezza egoistica, della chiusura entro muri ideologici eretti senza alcun rispetto dei valori inalienabili della dignità umana e della compassione e fratellanza tra ogni appartenente al nostro genere e della creazione di paure indotte per incatenare il popolo su posizioni che da tempo speravamo superate, una bandiera, ho deciso di rompere tale silenzio sebbene di farlo in modo apparentemente indiretto a partire dal commento non ad un documento politico o ad un testo filosofico ma ad una semplice frase di una canzone di uno dei più noti artisti italiani.

Qualcuno di voi si ricorda del brano di Vasco Rossi il cui refrain diceva: “Buoni o cattivi, non è la fine. Prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare”? Ecco, sinceramente, ascoltandolo quando era uscito, mi era capitato spesso di chiedermi che cosa volesse significare questa frase e, in tutta onestà, ancora non so se l’intenzione dell’autore fosse quella di esprimere linearmente il concetto che il giudizio se una cosa fosse “giusta o sbagliata” dovesse risultare più importante del giudizio se tale cosa fosse “buona o cattiva” o se, al contrario, si volesse utilizzare quella che, tecnicamente, viene definita “antifrasi” per esprimere ironicamente l’esatto contrario, cioè che prima di decidere se una qualunque azione sia giusta o sbagliata bisognerebbe chiederci se è buona o cattiva.

Vi dico subito che, tra le due ipotesi, spero vivamente che quella giusta fosse la seconda. Perché? Perché “giusto o sbagliato” è una distinzione che mi pare pertenga ad un ambito prettamente legalistico, ampiamente meno fondante rispetto all’ambito etico-morale generale rappresentato dal “buono o cattivo”: “giusto o sbagliato” sono categorie che presuppongono un metro di paragone, dal momento che qualsiasi casa può essere giusta o sbagliata solo rispetto a un canone, a una regola, a una norma, sia essa formale o informale, mentre sono abbastanza convinto che un livello di assoluto sia più proponibile per una distinzione tra bene e male.

Con questo, voglio essere chiaro, non sto dicendo che qualsiasi livello legalistico sia negativo. Molto banalmente, credo che tutti conveniamo sul fatto che la convivenza civile necessiti di norme, per quanto la sensibilità singolare possa variare sul giudizio di opportunità riguardo a che esse siano più o meno delineate e stringenti: in qualche modo, l’esistenza di un corpo di leggi fa pare di quel “patto sociale” che forma le nostre società e dal quale non possiamo prescindere.

Ciò che sto, piuttosto, affermando è che, in fin dei conti, tale corpo di leggi sia secondario rispetto ad un livello etico-morale più profondo sul quale il corpo stesso dovrebbe riposare e che, qualora tale livello profondo venisse messo in discussione, allora qualunque legge finirebbe per traballare nel più totale relativismo e nella più totale arbitrarietà.

Scendiamo nel concreto con un paio di esempi tra i primi che, sulla base della mia esperienza personale, mi possono venire in mente.

Ricordo che, molti anni fa, in una vita che non mi sembra neppure più essere stata la mia, un soldato professionista che conoscevo molto bene mi confesso qualcosa che, in seguito, ho scoperto essere un pensiero piuttosto comune e spesso citato tra coloro che portano le stellette. Mi disse: “Sai, molto spesso mi capita di pensare che noi ci addestriamo ogni giorno per fare cose per cui, se non portassimo una divisa, ci condannerebbero tutti all’ergastolo e che, solo per il fatto che ci viene dato una specie di permesso speciale dallo stato, se facciamo quelle cose ci chiamano eroi e ci danno medaglie ma non siamo diversi da quelli che chiamano assassini e additano come mostri”. La persona in questione era un caporale di ventuno anni con l’equivalente di quello che, in Italia, definirebbero diploma professionale di carpentiere, eppure, a pensarci ancora oggi, mi sembra che avesse colto la più profonda filosofia sottesa all’ipocrisia legalitaria umana: un ruolo, una patente, una divisa, una professione non dovrebbero potere rendere lecito ciò che il più profondo senso di una umanità che si dovrebbe distinguere dalla bestialità più atavica condanna in qualsiasi altro ambito.

Eppure … la legge così dice … Ma su che basi? Sulla opportunità, sulle convenzioni unicamente di convenienza di questo o quello stato? O anche di tutti gli stati? Sul gioco di prospettive e barriere costruite ad arte usate per lavare il cervello a giovani che vengono indotti a preporre un concetto assolutamente fittizio come quello di “patria” addirittura alla propria coscienza?

Ma cambiamo ambito e andiamo su questioni per certi versi più religiose e che, forse, possono riguardare, per quanto tristemente, molte più persone.

Vi è mai capitato di avere un parente o un amico malato in fase terminale? Spero per voi di no ma, nel caso ciò sia accaduto, saprete certamente quanto sia profondo e dilaniante il dilemma se sia più giusto dire onestamente alla persona in questione la verità o se, invece, sia più giusto salvaguardarla con una classica “pietosa bugia”. Onestamente, vi devo dire che, ormai qualche anno fa, ho dovuto affrontare questa questione quando a mia nonna è stato diagnosticato il cancro in metastasi che l’ha poi portata alla morte. Già prossimo a diventare studente di seminario, la mia mente e la mia anima erano infarcite di citazioni bibliche e leggi scritte nella pietra dalla mia religione: “non dare falsa testimonianza”, “sia il tuo dire sì al sì e no al no …”, “ogni inganno viene da Satana” … Insomma, tutto il mio bagaglio culturale legalitario in senso spirituale mi induceva al passo di rendere mia nonna conscia della sua situazione perché potesse prepararsi adeguatamente a ciò che l’aspettava … E stavo anche per farlo … Fino al momento in cui una paroline semplice e banale ma così essenziale nel momento del giudizio si è scritta nella mia mente: “perché?”. E quel perché includeva tante domande: perché condannare una donna di oltre ottant’anni a contare i minuti che rimanevano nella sua esistenza? Perché togliere ai suoi ultimi giorni la speranza che tutto potesse risolversi? Perché darle quella notizia che, nelle sue condizioni, nulla avrebbe potuto cambiare nel suo modo di comportarsi? Perché andare contro quella disperata illusione autodifensiva che l’ha portata ad essere convinta di avere “solo” una brutta polmonite anche quando qualsiasi evidenza rendeva lampante la verità?

E così, sì, ho mentito. E vi confesso che non me ne sono pentito neppure un solo istante negli anni a seguire. Avrei agito in modo diverso in situazioni diverse? Forse sì: se ci fosse stata anche una sola, per quanto piccolissima, speranza di guarigione attraverso la lotta di ogni singolo atomo del suo corpo, se avesse avuto trent’anni, non fosse stata costantemente dilaniata da una tosse che la piegava in due e da dolori in tutto il corpo e avesse potuto, magari senza sintomi evidenti, “godersi” a fondo gli ultimi giorni di vita facendo quello che, forse, aveva sempre sognato di fare … o cento altre variabili. Ma quelle variabili non c’erano e, allora, persino davanti alle leggi che consideravo sacre per me stesso e per chiunque al mondo, qualcos’altro ha prevalso.

Ed è quel qualcos’altro che, credo, deve prevalere su ogni altra istanza, su ogni legge umana, sia essa civile o religiosa, qualcos’altro che è il fondamento di tutto, la base su cui tutto si poggia, quel “bene” che diventa l’assoluto più assoluto e che un uomo che molti di noi venerano come il loro più grande maestro ha ben riassunto come senso ultimo di ogni legge, sia essa con la L minuscola o maiuscola, dicendo «“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Questo è il punto, fratelli, questo è il cuore di tutto: amare! Fare ciò che l’amore per Dio o qualunque cosa interpretiamo come Trascendenza e l’amore per gli uomini, per la loro ineguagliabile, incomparabile, intangibile e irripetibile dignità personale che non può essere intaccata da qualsiasi altra variabile ci comandano. Di fronte a questo amore ogni cosa, ogni legge, ogni comando, ogni autorità, ogni paura, ogni costrizione, ogni calcolo di convenienza, ogni considerazione, ogni ideologia, ogni potere non sono nulla, non sono che evanescenti costruzioni evidentemente destinate solo al male se esprimono posizioni contrarie a quel nucleo da cui, almeno idealmente, dovrebbero emanare.

E dunque? E dunque, per quanto sappia che nessuno di noi ha grandi poteri, che, molto probabilmente, a nessuno di noi capiterà l’occasione di dover mettere in pratica qualsiasi alto proposito in materia, non posso che suggerirvi di fare vostro, almeno idealmente se non vi sia opportunità di metterlo in pratica effettualmente, il suggerimento di uno dei nostri grandi intellettuali, Henry David Thoreau, espresso in due sue celebri frasi sulla disobbedienza civile:

«Non vi sarà mai uno Stato realmente libero e illuminato, finché lo Stato non giunga a riconoscere ogni individuo come un potere più elevato e indipendente, dal quale derivino tutto il suo potere e la sua autorità, e finché esso non lo tratti di conseguenza»

e

«Tutti gli uomini riconoscono il diritto alla rivoluzione, quindi il diritto di rifiutare l’obbedienza, e d’opporre resistenza al governo, quando la sua tirannia o la sua inefficienza siano grandi ed intollerabili».

E ad esse, in forma del tutto personale, vorrei assommare una terza frase, di rabbi Yeshua di Nazareth:

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre».

Credo che a queste affermazioni non vi sia nulla più da aggiungere!

Adonai echad,

Amen

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