Zombie Line

Cari fratelli,

sapete bene che, per i miei sermoni, amo partire da esperienze reali che mi toccano in prima persona e anche questa sera non farà eccezione.

Per uno di quei casi fortuiti un po’ fantozziani che, per una ragione o per un’altra capitano a ciascuno di noi, quando mia madre ha cominciato la sua riabilitazione le è stato assegnato un posto in un istituto di cura che si trova praticamente diametralmente dalla parte opposta di Milano rispetto a quella in cui vivo. Questo ha comportato, per me, un agosto all’insegna di lunghissimi tour dei mezzi pubblici della rete urbana che, come potete immaginare, mi hanno inizialmente indotto a ringraziare tutti i santi del calendario (con anche qualche divagazione su calendari copti e ortodossi che hanno santi in più) per l’opportunità offertami di mettere alla prova la mia pazienza.

Alla lunga, però, devo dire che, messami l’anima in pace, questi lunghi e noiosi spostamenti hanno rappresentato per me l’occasione di osservare un po’ meno distrattamente la popolazione che frequenta metropolitane e autobus urbani, traendone, forse a volte un po’ proditoriamente, anche qualche spunto di riflessione.

È proprio di uno di questi spunti che vorrei parlarvi questa sera.

Dovete sapere che uno dei tratti che dovevo percorrere corrisponde a quella che ormai molti milanesi chiamano la “Zombie Line”. Di che si tratta? Di quel pezzo della Linea Tre della Metropolitana che va da Duomo a Rogoredo e ritorno.

Non credo di dover spiegare a nessuno cosa rappresenti Piazza Duomo per Milano: il centro storico visitato dai turisti, attaccato al Quadrilatero della Moda e costantemente superaffollato. Probabilmente, però, è il caso di spiegare ai non milanesi che cosa sia Rogoredo.

Si tratta di una zona a sud, con una stazione ferroviaria periferica circondata da un parco, il Parco Cassinis, meglio noto come il “Boschetto”. Da qualche anno, come forse avete potuto sentire anche dai massmedia nazionali, questo “Boschetto”, particolarmente intricato, è diventato il supermercato dello spaccio di eroina cittadino: gli spacciatori si nascondono tra gli alberi, organizzano veri e propri centri di vendita di dosi ipertagliate da 5 euro e i tossici, attirati da prezzi alla portata di chiunque, arrivano da tutta la Lombardia e persino da fuori regione, si accampano, comprano e si fanno in quella zona che, naturalmente, è diventata una delle più pericolose della città.

Quando si riprendono, però, devono procurarsi i soldi per mangiare e per una nuova dose e, dunque, prendono la metropolitana per andare a “collettare” ed elemosinare in centro. Questo fa si che ogni carrozza della Linea Tre, a qualunque ora del giorno, ospiti almeno due o tre di questi personaggi, sporchi, pieni di buchi, spesso vestiti di quelli che sono solo stracci, semi-intontiti, in silenzio tra loro e costantemente disperati. Da qui il soprannome di “Zombie Line” dato al tratta in questione, appunto tra il “Boschetto di Rogoredo” e Piazza Duomo.

Ogni giorno, almeno due volte al giorno, dunque, ho avuto modo di vedere la disperazione di questi ragazzi, spesso anche giovanissimi, i loro occhi febbricitanti, le croste sulle loro gambe e le loro braccia e di sentire le loro petulanti richieste di denaro, pronunciate con bocche impastate e parole sbiascicate.

Permettetemi, ora, un cambio di scena. L’ultimo mezzo pubblico che dovevo prendere per andare da mia madre era un autobus e, si sa, se si prende un autobus più o meno sempre agli stessi orari si finiscono per incontrare sempre più o meno le stesse persone. Tra quelle che ho quotidianamente incontrato su quell’autobus, una mi ha colpito particolarmente: una signora sull’ottantina, piccola, minuta, quasi un mucchietto di ossa, sempre vestita con la sobria eleganza di chi non può permettersi i grandi capi di vestiario ma ci tiene ad essere ordinata e presentabile con il suo golfino di cotone anche a 35 gradi, le scarpe lucide e la gonna al ginocchio ben stirata. Quello che mi aveva colpito di questa signora era che portava costantemente in testa un foulard, tipico di chi sta facendo cicli di chemio o radioterapia.

Non sono un tipo di persona così propenso alla socialità da “attaccar bottone” con chi non conosco, soprattutto quando la differenza di età e stile potrebbe risultare persino imbarazzante ma, incuriosito, ho cercato di “tendere l’orecchio” mentre la signora conversava con una coetanea, anche lei frequentatrice abituale dell’autobus, con cui, evidentemente, aveva fatto amicizia.

Ho così scoperto che quello scricciolo di donna doveva avere la forza morale di un leone: da poco operata per un tumore al cervello sulla cui riformazione i medici non si pronunciavano, la signora ogni tre giorni doveva sottoporsi a radiazioni ma, ogni pomeriggio, andava a far visita al marito, di qualche anno più anziano, nel frattempo reduce da una operazione di tumore ai polmoni e in riabilitazione nella stessa clinica di mia madre.

Un giorno, per caso, ero seduto esattamente davanti alle due donne e ho sentito una frase che, per certi versi, mi ha fatto pensare che tutti i miei lunghi viaggi urbani potevano valere l’insegnamento che stavo avendo. La signora, nel sul golfino blu, con il suo foulard rosa in testa, diceva all’amica: “Mio marito mi dice sempre di non venire ma, cosa vuole, siamo stati insieme sempre, per quarant’anni, in tutte le occasioni e non riesco proprio a pensare di stargli lontano in questi momenti. Se non ci facciamo forza a vicenda, rischiamo proprio di perdere le speranze …”

Ecco, fratelli, io credo che la parola chiave, la parola che mi ha insegnato qualcosa o forse tutto sia quel “speranze”… Speranza … Una speranza magari anche flebile, a cui appigliarsi, una speranza che si ottiene dall’amore, dalla vicinanza, dalla comunanza, che da singolare si fa, in qualche modo, familiare e, se condivisa, diventa collettiva, diventa esempio, diventa motore propulsivo anche all’esterno.

E, sinceramente, non ho potuto fare a meno di confrontare quello che diceva quella signora, a cui le circostanze non avrebbero potuto, in teoria presentare un quadro più avverso, con ciò che vedevo nei ragazzi della “Zombie Line”, molti dei quali potenzialmente sani, forti, con tutta una vita davanti.

Intendiamoci, per esperienza di congiunti e conoscenze della mia gioventù non oso minimamente dare alcun giudizio su quei ragazzi. Da tempo ho ben compreso che i cosiddetti “tossici” non sono sicuramente i più malvagi, i più stupidi o i peggiori e, anzi, molte volte sono solo persone molto sensibili, addirittura, in alcuni casi, “senza pelle”, che non riescono a sopportare tutto il dolore, tutte le ingiustizie, tutta l’oscurità verso cui noi, più o meno “regolari” riusciamo a fare il callo e che vedono la fuga almeno mentale come unica via possibile.

No, sinceramente dal mio confronto non è nata nessuna condanna per ragazzi che, come disse un tempo un mio amico che si bucava, “hanno dato le dimissioni da uomini”, ma è nata molta tristezza: molta tristezza nel vedere la loro disperazione, nell’avere l’impressione di come il ridursi a “morti viventi” senza futuro nascesse da un nocciolo più profondo, proprio da quella mancanza di speranza che li chiudeva in un bozzolo di isolamento, di paura, di terrore verso gli altri, di solitudine, che li induceva a cercare un misero scudo in un buco che li portava solo alla schiavitù e a perpetuare i motivi della loro fuga.

Chiaramente sto parlando solo di supposizioni e magari quei ragazzi avevano scelto consciamente la loro vita di strada e quella signora era, nella sua vita quotidiana, la peggior “figlia di buona donna” del mondo: so bene che l’apparenza inganna e, anche per questo, mi astengo da qualsiasi forma di commento su questioni che non posso conoscere a fondo.

Ugualmente, però, l’impressione rimane: l’impressione che abdicare alla speranza, al pensiero che domani possa essere migliore di oggi, che esista in tutti e per tutti una potenzialità positiva che può farsi realtà, sia l’errore più grave che possiamo compiere, sia praticamente che spiritualmente.

Perché, fratelli, abdicare alla speranza è facile: il dolore esiste, gli errori esistono, le paure vengono amplificate ad arte per provocare la nostra disperazione, il nostro incattivimento per controllarci, il nostro chiuderci in noi stessi. E qual’è il risultato? Vogliamo forse anche noi “dare le dimissioni da uomini”, magari in forma nella pratica meno radicale di un tossico di Rogoredo, certo, ma non poi così diversa spiritualmente? Vogliamo vivere schiavi di altre droghe, sicuramente più subdole e meno devastanti nel breve termine dell’eroina ma non meno imprigionanti come l’avidità, la sete di potere, l’egoismo e, soprattutto, la paura verso chi, invece, dovrebbe essere un nostro fratello in cui cercare di scoprire, magari sotto 1000 veli e 1000 scorze, i tratti che ci accomunano?

La speranza, lo so bene, non è cosa facile: la speranza è un imperativo morale che ogni giorno dobbiamo cercare di imporre a noi stessi e alimentare con la volontà finché diventi il nostro stile di vita, non per essere inguaribili ottimisti utopici ma perché questo è il nostro dovere, questa è la nostra scelta, questo è quello che chiediamo al termine di ogni funzione quando parliamo di “sale della terra” …

Chi vuole vedere il bene, ciò che ci unisce, ciò che può, almeno potenzialmente essere, non è un idiota che mette la testa sotto terra come uno struzzo perché non vuole vedere la realtà: la speranza è una scelta consapevole, difficile, voluta.

Io non lo so se debba nascere da dentro di noi, dalla nostra energia, dalla nostra comunanza di esseri umani che si accresce proprio grazie a essa o per una grazia trascendente che derivi da qualcosa di più alto di noi … Non lo so davvero e credo che ciascuno debba darsi una risposta personale. Quello che so e di cui sono convinto è che questa difficile speranza è il nostro vero scudo, la nostra vera forza e che, se riusciamo a tener viva la sua fiamma, ciascuno di noi può diventare fonte di forza per chi gli sta vicino perché, tutti insieme, costruiamo una umanità migliore, più forte o, se preferite, il Regno.

Perché sappiamo sforzarci perché questo avvenga dentro e a favore di ciascuno di noi questa sera io voglio pregare.

A gloria della rete interdipendente della Vita,

Amen

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Liturgia 8 settembre 2019

Lett: Ho bisogno di pace,

ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,

ho bisogno di umiltà,

Preghiamo insieme

perché da solo ciascuno di noi

non è abbastanza

ed è troppo.

Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,

esprimiamo la nostra unicità

nel grande quadro dell’umanità

e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Lett: Il fuoco che usiamo per accendere questo calice è un dono di Dio il Creatore. La luce di questo calice è la stessa luce che usavano i nostri antenati per dissipare il buio della paura e dell’odio, la cui illuminazione ci trasforma da figli della natura a figli della cultura. Davanti al calore di questo stesso fuoco i nostri antenati notte dopo notte si raccoglievano intorno al focolaio, dove si intrecciavano storie e si cantavano canzoni, per infondere i valori dell’onestà, della reverenza e del timore, per condividere e prendersi cura. Come accendiamo questo calice oggi, lasciamo che questa fiamma ci porti più vicini gli uni agli altri, condividendo il suo calore così che potremo condividere le nostre storie, e possa questa assemblea ricordarci che noi tutti veniamo in questo mondo per guadagnare la ricchezza della rettitudine, perché conoscere l’uomo è conoscere Dio. E il nostro obbiettivo è di essere sempre migliori. To Nangroi (Avanti sempre).

Colline Khasi.

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,

ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra

e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,

del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,

dei loro poteri e della loro compassione

perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) Voglio non dire mai “è tardi”

oppure “peccato”

voglio che ogni attimo

sia sempre meglio di quello passato

voglio volere tutto così

(Ligabue, “Voglio volere”)

II) Spero che imparerai ad assumerti la responsabilità delle tue decisioni. Non a prendere consigli dalle tue paure. E spero che tra cinque e dieci anni sarò un uomo migliore, un uomo più maturo, un uomo più saggio, un uomo più umile e un uomo più attivo nel servire il bene della mia gente e il bene dell’umanità.

(Ernest Hemingway)

III) Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.

(Vangelo detto di Matteo, cap. 5)

Min: sermone (Zombie Line)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore

sii con noi in questi tempi difficili,

quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.

Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,

quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.

Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,

perché entrambi sono legati dal vincolo umano,

anche se spesso lo dimentichiamo.

Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,

aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,

il successo anche nella sconfitta,

il bene anche in mezzo al male.

Aiutaci a essere migliori,

a lavorare per migliorare le cose

e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Pieno e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Pieno e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.

Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.

Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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Semplice

Cari Fratelli,

sappiamo tutti che, a volte, anche esperienze molto negative possono darci insegnamenti importanti per la nostra vita ed è quello che è recentemente accaduto a me.

Come potete immaginare, il mio ultimo mese è stato, dal punto di vista personale, piuttosto difficile sia dal punto di vista emotivo che dal punto di vista fisico. Devo dire che lo è stato anche dal punto di vista spirituale: passare ore e ore in ospedale mette quotidianamente a contatto con il dolore, l’angoscia e la sofferenza altrui e propria e, inevitabilmente, pone interrogativi che si riverberano naturalmente sulla fede e le convinzioni personali.

In qualche modo, tutto questo diventa una cartina tornasole per mettere a nudo la valenza pratica di tutta una serie di opinioni e percorsi che, fino a quel momento, avevano avuto un sapore più astratto, una genesi forse più libresca, sviluppatasi attraverso meditazioni e letture teologiche più che sul campo.

Ogni anno, per consuetudine, ogni pastore dovrebbe presentare, secondo le regole dell’Unitarianesimo Universalista nazionale e internazionale, un piano pastorale in cui esprime le linee guida che daranno direzione alla sua predicazione. È una pratica che non ho mai particolarmente amato, pur comprendendone l’utilità: sono profondamente convinto che ogni essere umano sia una entità dinamica, continuamente in divenire, soprattutto dal punto di vista spirituale e che fissare punti fermi, teoricamente inamovibili, all’interno di tale evoluzione sia, in sostanza, equivalente, seppure in misura minore e per periodi ben più limitati, a quello stendere binari da cui non si può deragliare che è rappresentato da ogni chiusura dogmatica.

È, però, altrettanto vero che questa pratica presenta due aspetti positivi, uno in ambito personale e uno in ambito pastorale: prima di tutto permette di fare il punto della propria situazione spirituale e, conseguentemente, permette ai fedeli di esercitare quel diritto di accettazione o meno di una predicazione sancito in modo sacrosanto dall’Editto di Torda.

Ebbene, indubitabilmente il mio piano pastorale di quest’anno, che intendo esprimere in questo sermone, è stato fortemente segnato dalle mie recenti esperienze personali e da quanto esse mi hanno permesso di comprendere.

Il primo, fondamentale punto che, focalizzandomi sulla mia fede e la conseguente predicazione pastorale che ne deriva, molto chiaramente emerge nella mia mente è che, dentro di me il lungo processo di progressivo dissolvimento di una figura del Divino personale e immanente si è completamente compiuto. Con totale certezza personale posso ora dire di non credere minimamente nell’esistenza di una entità comunemente definita come Dio: una Persona con una identità definita e una volontà definita, capace di agire sul mondo, sugli esseri umani, sugli eventi. Le ragioni di questa visione sono molte ma, per certi versi, si possono condensare in una frase un po’ sibillina che mi disse un collega canadese qualche tempo fa e che mi ci sono voluti anni per comprendere: “Amo troppo Dio per credere che esista”, che sta a significare che non posso venerare se non un Dio giusto, buono, un padre amorevole di cui non vedo, persino tenendo conto di ogni discorso sul libero arbitrio, nessuna traccia e nessun intervento nella realtà effettuale.

E, per certi versi, il discorso potrebbe finire qui e, quasi certamente, al di là di ogni possibile ipocrisia personale, finirebbe se fossi un pastore di gran parte delle altre forme di spiritualità esterne allo U*Uismo: un consacrato a Dio che non crede all’esistenza di un Dio personale immanente da pregare e venerare e, anzi, che considera l’idea stessa dell’esistenza di una tale forma di divinità, fatta salva la chiara soggettività dei percorsi e la volontà di non assolutizzare mai nessuna posizione, come un feticcio psicologico umano, sarebbe, in pressoché qualunque altra Denominazione, semplicemente una persona che, a un certo punto della sua esistenza, si rende contro di aver sbagliato strada e di dover cambiare il suo percorso.

Eppure, questa sera sono qui a predicare davanti a voi, ben sapendo che gran parte di voi ha una visione diversa dalla mia, e vi assicuro che questo non deriva né dall’attaccamento a un ruolo che vedo sempre più come un carico di oneri e non di onori né da alcuna volontà di uno squallido protagonismo che, oltre che totalmente alieno dalla mia natura, se mai esistesse, dovrebbe esplicarsi in tutt’altro ambito. Essere qui stasera, è, piuttosto il frutto di un parto a tratti doloroso, pieno di dubbi che mi hanno tenuto lontano anche dalla comunità.

Perché, vedete, non credere in un cosiddetto Dio personale e immanente non significa necessariamente negare ogni forma di trascendenza ma, piuttosto, cambiare la focalizzazione della propria ricerca. Credo in Dio? Sì! Credo in un Dio che è qui, ora, in tutti noi, in ogni entità vivente e che per molti credenti in un Dio personale è il primo frutto del Divino ma che, per me, è il Divino stesso: credo in un Dio che è la forza, l’energia della Vita, che è la vita stessa.

È un Dio della cui esistenza non possiamo dubitare perché è evidentemente presente in noi e intorno a noi, è un Dio che è pura forza impregnata non di volontà propria ma del libero arbitrio del singolo di indirizzare tale forza verso il bene o verso il male …

Basta questo per giustificare la volontà di un pastorato? Questo è stato il punto centrale della mia meditazione. In fondo, l’esistenza di una energia vitale, della vita, è un dato autoevidente, oggettivo, impersonale, che non necessità, di per sé, di grandi spiegazioni né, ovviamente, di nessuna reale liturgia di ringraziamento perché il nostro stesso esistere è, di per sé, la quotidiana e continua liturgia con cui si rende merito al Divino visto in quest’ottica …

Ma qui entra in gioco di nuovo l’insegnamento di questi ultimi giorni. Perché, vedete, è in fondo facile parlare d’amore dall’alto della torre d’avorio della teologia. Anzi, mi correggo, non è affatto facile scavare nei meandri di astruse teologia, di acuti pensieri filosofici, di definizioni il più possibile precise … non è affatto facile … ma, dal mio punto di vista, è assolutamente inutile, sterile, autoreferenziale. In ogni caso, sia che si voglia considerare, come il sottoscritto, qualsiasi presunta “rivelazione” come l’atto singolare di un uomo che cerca di sviluppare un senso nel direzionamento di quell’energia vitale di cui parlavo, sia che si voglia considerare una rivelazione o illuminazione come un suggerimento di Dio a un singolo che sia messaggero per l’intera umanità, è evidente che il contesto e le personalità dell’illuminato di turno giocano già un ruolo fondamentale nel sistema valoriale teologico che ne scaturisce e che, a maggior ragione, ogni commento, chiosa o corollario a tale sistema sia altrettanto influenzato da tempo, luogo e personalità del commentatore: insomma, ogni costrutto teologico altro non è, conseguentemente, che una ridicola asserzione di pensieri umani che assume una pretesa di comando divino.

Ebbene, spero che tutti voi abbiate ben presente il differente valore spirituale di fare l’amore (e non intendo una semplice ginnastica sessuale) con chi si ama e di dedicarsi all’onanismo. Ma se il basarsi su tonnellate di pagine di teologia scritta e di presunti “testi sacri” è, nella sua autoreferenzialità, paragonabile, secondo me, ad un atto onanistico, cosa è spiritualmente paragonabile all’amore vero?

Io credo che la risposta sia imparare ad amare, a vivere in un’ottica in cui l’amore pratico, concreto, la capacità di formare un corpo unico, una Anima Mundi che sappia unire tutte le vite (del passato e del presente, direbbe Capitini) in un grande inno alla Vita e al nostro viverla come umanità, superando l’apparente dualismo legato alla singolarità individualistica. Lo credo proprio perché l’ho sperimentato nell’ultimo mese, notando come, di fronte alla difficoltà di un soggetto la volontà di aiuto, di presenza, di sostegno, di donare affetto per “occuparsi dell’altro” anche per pochi minuti, per dare una mano, potesse superare ogni barriera di ruolo, ogni barriera geografica, caratteriale, culturale, ogni livello di conoscenza e venisse da chi meno lo si sarebbe aspettato.

In fondo, credo che questa sia la sola “teologia” che conta: una teologia semplice in realtà, una teologia che è pratica del quotidiano, senza tanti paroloni, senza tante astratte concezioni, senza neppure uno sforzo così enorme … Perché sono convinto che questa capacità di amare, di donare anche un minimo di affetto, una mano che si tende, anche solo una presenza silenziosa che sappia ascoltare ci sia in tutti …

E credo che sia l’emersione di questa capacità che “crea” il Divino, qui e ora, che crea l’Anima Mundi in un processo che è l’esatto inverso di quello proclamato dalle religioni classiche, ad avere ancora bisogno di una spiritualità, di una predicazione, di un continuo incitamento comunitario.

Ci guardiamo intorno e ciò che vediamo è una costante proclamazione dell’”homo homini lupus”, della paura dell’alterità, della divisione, della lotta per un po’ di successo, di potere, di celebrità o anche, banalmente, per “avere ragione” … Tutto questo è strumentale, tutto questo significa indirizzare la forza della vita verso mete che sono distruttive e non costruttive, non solo per la collettività, non solo per l’Anima Mundi, ma per il singolo stesso, per la sua vera natura che è, di fondo, una natura sociale, in una rete interdipendente in cui ciascuno è un tassello di un grande puzzle e dovrebbe avere l’enorme piacere di sentire tutta la grandezza e la responsabilità di essere tassello unico, irripetibile e insostituibile della grande cattedrale dell’umanità.

Ecco, è questo divino così terreste, così comune eppure così eccelso, questo divino delle piccole cose, dei piccoli gesti, del quotidiano dono d’amore che credo sia mia dovere pastorale scoprire, mostrare, predicare.

E assumersi questo ruolo, nelle parole e prima ancora nella vita concreta, nell’esempio, credo che sia compito di tutti noi, di chi si riconosce in uno U*Uismo umanista, il cui senso ho finalmente compreso pienamente fino a riconoscermici, così come in uno U*Uismo religioso e, forse, in qualunque spiritualità e, magari a maggior ragione, di chi ha liberamente deciso di assumere su di sé il “dolce giogo” e dovrebbe fare di questo l’elemento più centrale e caratterizzante della propria esistenza e non solo una professione o, ancor peggio, come spesso succede, un hobby tra gli altri a cui dedicare scampoli di tempo quando si hanno, una volta portate a termine tutte le altre incombenze.

Ma se il senso del Divino è un abbraccio, uno sguardo, un atteggiamento, un dono anche di una piccola parte di sé, di un’attenzione, di cinque minuti per dare una mano anche quando non ce ne viene nulla in tasca e non il fissarsi per ore sulla minuziosa disamina di una parola e del suo significato, sul commento pedante di un versetto di questo o quel testo sacro scritto da un uomo come noi e commentato da altri uomini come noi, di cui è interessante conoscere l’opinione perché è importante restare aperti ad ogni apporto per la propria crescita personale ma che non hanno alcuna valenza superiore d’insegnamento rispetto a quanto posso apprendere magari da un contadino analfabeta che può essere molto più saggio di mille filosofi cattedratici, se il senso del divino è sporcarsi le mani in un abbraccio, in una opera concreta d’amore e non qualche vuota ritualità, qualche parola mormorata distrattamente come un mantra, qualche paludata affermazione paradottrinaria per mostrare quanto sono figo e colto, beh, allora lasciatemi dire che, così come vedo la grandezza dello U*Uismo nel proclamare che anche questa spiritualità umanista è pur sempre grande spiritualità, allo stesso modo vedo un limite dello U*Uismo, in particolare nostrano e continentale. E questo limite, che, per quanto mi riguarda cercherò in ogni modo di superare, è l’intellettualismo dei parolai. Parliamo, parliamo, predichiamo dall’alto delle conoscenze teologiche con alti termini filosofici e rischiamo di diventare un club di discussione ecumenica, una élite intellettuale che magari tocca la mente di chi ha interesse per la cultura o ha avuto la fortuna di studiare ma troppo spesso non arriva al cuore, soprattutto di chi ha più fame di concretezza, di chi ha fame d’amore indipendentemente dal livello culturale.

Come sempre, allora, fratelli, termino questo mio sermone con una preghiera per tutti noi. La mia preghiera, stasera, è che ogni giorno possiamo imparare a ringraziare per la grande forza della Vita che ci unisce tutti. È semplice: un sorriso a chi ci sta intorno vale già più di mille formule prefabbricate!

A gloria della rete interdipendente della Vita,

Amen

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