Bellezza e libertà

Cari fratelli,

qualche giorno fa mi è capitato di ascoltare una interessante conferenza del famoso professor Barbero su Santa Caterina da Siena. Quello che amo di più nella storia è che, quantomeno sulla lunga distanza, riesce quasi sempre, in prospettiva, a darci un quadro abbastanza chiaro di quello che, vissuto nell’oggi, quando siamo ancora coinvolti, fatichiamo ad osservare. Ebbene, parlando della cosiddetta “patrona d’Italia”, il professore Barbero ne ha tracciato un quadro interessante da cui qualunque psichiatra avrebbe potuto facilmente trarre una diagnosi piuttosto chiara: la “santa” era a) una maniaca religiosa con tratti masochistici (difficile definire altrimenti una donna che si è lasciata morire di fame per penitenza, si frustava con catene tre volte al giorno e si obbligava a non dormire per giorni interi per scontare i peccati dell’umanità), b) una psicotica egocentrica (arrivò a scrivere alla regina di Napoli che il papa non tornava a Roma da Avignone perché Dio voleva che lei, Caterina, pagasse per i suoi peccati, per altro probabilmente inesistenti visto che non usciva dalla sua cella), c) una persona che odiava la bellezza (a parte essere universalmente considerata dai cronachisti una donna piuttosto brutta, non aveva la minima cura della propria persona, si lavava pochissimo e redarguiva aspramente chi si comportasse diversamente).

In quest’ultimo aspetto, era pienamente una donna del suo tempo: tutto il medioevo era un continuo richiamo alla “vanitas vanitatis” dell’apparente e, in buona parte, come retaggio della gnosi, allo sdegno della forma esteriore, della materia, prigione dell’anima.

Mi è capitato spesso di notare come questo atteggiamento non sia cambiato molto nel tempo all’interno di numerose spiritualità. Qualche esempio, per quanto banale, credo che ne sia riprova: dalla prescrizione di utilizzo di lugubri vestimenti neri o scuri per il clero e dalla tonsura monacale al divieto di cosmetici per molti ordini di suore che, per altro, ottengono spesso l’ordinazione, significativamente, con il taglio dei capelli, dalla rasatura femminile per le donne sposate nell’Ebraismo ortodosso al divieto di rasatura per gli uomini nell’Islam fondamentalista, dalla rasatura perenne e la prescrizione di abiti minimali nel monachesimo buddista al rifiuto di ogni interesse materiale (fino alla nudità) per i guru indù.

Insomma, pare che bellezza e spiritualità siano elementi antitetici, lo siano per antica tradizione e la dicotomia rimanga, in un modo o nell’altro, presente anche ai giorni nostri.

Probabilmente state pensando che questa domenica stiamo affrontando un tema lieve, persino superfluo, che ben poco ha a che fare con le tematiche morali che normalmente ci troviamo a trattare.

Non credo sia così.

Sentendo parlare di Caterina e riflettendo su questa perdurante visione gnostica, mi sono chiesto la ragione di questa ottica dicotomica che chiede una scelta per me insensata: lo Spirito o la bellezza estetica (e non sto parlando della bellezza di Bred Pitt o di Jessica Alba ma della “normale” cura di se stessi, del proprio aspetto e, ancora più in generale, della bellezza in tutte le sue forme).

Credo che la separazione sia in buona parte dovuta al cannocchiale con cui molte fedi vedono la vita: la vita in sé ha un valore molto relativo perché il suo valore, la sua reale valenza, è posticipata al post-mortem. Insomma, come dire: “ok, quello che vale davvero è l’aldilà e, quindi, tanto vale giocarsi l’‘aldiquà’ snobbandolo, mostrando che non ce ne importa niente di questo ‘intermezzo di prova’ con tutte le sue vanità”.

Ecco, io credo che snobbare la vita con i suoi piaceri, inclusa la bellezza, sia la più grande bestemmia che possiamo pronunciare.

Non mi piace assolutizzare quelle che possono essere unicamente mie convinzioni personali: come ho già avuto spesso modo di dire, io sono convinto che Dio e vita siano sinonimi nel momento in cui ciò che consideriamo il Trascendente è, secondo me, dato dall’insieme di tutte le vite (presenti e passate, direbbe Aldo Capitini, e io aggiungerei anche future) che vanno a formare la grande Anima Mundi che ci sostiene. Ma anche se così non fosse, se io avessi torto e avessero ragione i miei fratelli cristiani o di tutte quelle fedi che credono in un Dio personale, penso che tutti concordiamo sul fatto che la vita sia la prima e più evidente espressione del divino.

E la vita non è un concetto astratto: la vita è qui e ora, in questo momento, che è la sola cosa che esista realmente. Il passato è solo un ricordo, una costruzione mentale, il futuro è solo una speranza, una costruzione mentale: ora è ciò che vivo, la mia vita è adesso.

E se questa vita è davvero Dio o l’espressione di Dio, negarla in qualunque forma significa, fratelli miei, sputare su Dio, bestemmiarlo, farne un feticcio, un idolo mentre, al contrario, amare Dio significa amare la vita in tutte le sue forme.

Io non lo so se Dio è buono o no e sospetto che applicare le categorie totalmente umane di buono o cattivo a una entità completamente altra da noi come il divino sia una contraddizione in termini. Quello che so è che la vita non è né buona né cattiva: semplicemente è, con tutti gli aspetti della realtà, che sono a volte positivi, altre volte negativi e spesso questo loro essere positivi o negativi dipende molto dall’occhio che osserva. Mi chiedo che senso abbia, allora, biasimare quegli aspetti che rendono la vita positiva, fino a negarli. Mi chiedo che senso abbia negare i piaceri che rendono bella la vita, dai piaceri estetici a quelli fisici, da quelli spirituali (che, diciamocelo francamente, nascono più da un bell’uomo o una bella donna, da un bel tramonto, da un bel quadro o da una bella poesia d’amore che dalla contemplazione delle piaghe di Cristo o dalla meditazione sulle Otto Vie di fuga dal dolore del Buddha) a quelli dell’autostima, del piacersi, dell’amarsi (perché, come ho spesso avuto modo di ricordare, noi siamo i primi prossimi di noi stessi).

Qualche tempo fa ho avuto modo di riportare una bella frase di Bonhoeffer che scrisse che “vivere è pregare” nel senso che la vita è in sé una preghiera. Ma se la vita è una preghiera, perché la nostra preghiera deve essere solo mesta, triste, lugubre? La spiritualità dovrebbe essere gioia, la gioia di una sensazione d’incontro con un piano più alto che avviene “nella vita”, al suo interno: svilire la vita, renderla solo “una valle di lacrime” togliendoci quei piaceri che essa offre (o che, secondo un’altra visione possibile, sono un dono di Dio), significa svilire anche quell’incontro, il suo senso.

Qualche anno fa, un collega americano che era stato per qualche anno cappellano militare mi raccontò che a Natale, nella enorme base in cui prestava servizio, arrivavano alle varie cappellanie gli approvvigionamenti per festeggiare che ciascun cappellano aveva richiesto e, naturalmente, alla cappellania U*U arrivavano più bottiglie di birra e più dolci che ad ogni altra confessione. Un cappellano riformato, incontrando il mio collega, gli chiese scandalizzato se fosse il caso di indulgere al vizio nel giorno della nascita del Salvatore. Il cappellano U*U (che, se ben ricordo, non era neppure cristiano), finse di pensarci un po’ su, poi gli rispose: “ma se noi siamo più allegri, non sarà più allegro anche il Dio che vive in noi?”. Devo dire che amo gli U*U e per quanto pensi che la risposta arguta del mio collega fosse più che altro un escamotage per mettere a tacere il bacchettone, non posso fare a meno di credere che, in qualche modo, avesse ragione.

Il fatto è che, qualunque sensibilità religiosa si possa avere, “rinunciare al mondo”, rinunciare ai piaceri, rinunciare alla bellezza significa, in fin dei conti rinunciare anche al divino e a tutto ciò che di bello e piacevole ci offre. Perché?

Già, perché? Perché un romano ginofobico caduto da cavallo ci ha detto che il sesso fa schifo, perché una serie di cardinali, per lo più grassi come maiali, ci hanno detto che mangiare bene è male, perché una serie di beghine puritane invidiose ci hanno detto che curare il proprio aspetto è disdicevole, perché una serie di maniaci religiosi autoflagellanti ci hanno insegnato che tutto è dolore?

O c’è dell’altro? Io temo di sì. Perché, vedete, una religione triste, una vita triste, che escluda i piaceri e la bellezza, è anche una grande arma: “se tutto è brutto di qui”, ci insegnano, “è perché il bello sarà dopo, quando arriveremo dall’altra parte!”. Ok! Ma come ci dovremmo arrivare dall’altra parte? Beh, chiedetevi chi ha “le chiavi del Regno” e già avrete la risposta e non una risposta che vale solo per i cattolici ma per tutte o quasi le fedi: la via di fuga dalla tristezza presente passa attraverso l’obbedienza alle leggi imposte dalle Chiese, dalle religioni, dai chierici, una obbedienza a qualcosa che ci è imposto, una obbedienza che è un grande strumento di controllo sociale.

Invece, la bellezza è libera, la bellezza, ci insegna Goethe, è personale, è soggettiva, persino un po’ anarchica, la bellezza, ci dice Kant, non obbedisce a logiche altre ma solo a se stessa e, anzi, la bellezza presuppone la libertà perché senza libertà non esiste gusto personale e senza gusto personale, ogni bellezza è solo “manierismo”, imposizione, esclusione di ogni piacere.

Attenzione fratelli, non vi sto dicendo che da domani è giusto che vi gettiate in orge e bagordi, che passiate la vita davanti allo specchio, in palestra, al solarium o nei bar: la bellezza è anche rispetto per se stessi, per la propria dignità e per il senso che diamo alla nostra esistenza che non deve essere nullificata “solo” nel piacere, sia esso estetico o di qualunque altro tipo. Quello che vi sto dicendo è che proprio la nostra dignità intrinseca va alimentata nel nostro essere liberi “anche” di godere a pieno della bellezza della vita, dei suoi piaceri, della stupenda grandezza di ogni singolo momento in cui i nostri sensi si esaltano. Quello che vi sto dicendo è che anche l’esaltazione dei sensi è un modo per rendere grazia alla vita, al divino, che esso sia in noi o sopra di noi.

Ecco allora che, questa sera, la mia preghiera per tutti noi è proprio questa: che possiamo sempre essere liberi da catene superstiziose, eteroimposte e deprimenti, che possiamo godere a pieno dei piaceri della vita e di quella bellezza che “salverà il mondo”. E che possiamo ricordare sempre, in ogni momento, quella splendida frase del poeta sufi Abd El Rezaj che recita: “solo se io sono capace di gioire, Dio gioisce con me; solo se io sono capace di ridere, Dio ride con me!”.

Adonai echad,

Amen

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Resurrezione (Sermone Pasqua 2019)

Cari fratelli,

non vi nascondo che quando, la settimana scorsa, Roberto mi ha chiesto di presiedere alla celebrazione pasquale mi sono sentito molto in difficoltà.

Molti anni fa, quando ho ricevuto la mia prima consacrazione ministeriale, ho promesso a me stesso che mai avrei proclamato da un pulpito, fosse esso fisico o, come nel nostro caso, virtuale, verità di cui non fossi stato intimamente persuaso.

Ora, tutti sappiamo che la Pasqua celebra, in praticamente tutto l’ambito cristiano, la resurrezione di un uomo-Dio dalla morte e, con quello che non posso fare a meno di ritenere un certo grado di funambolismo spirituale, la sua conseguente vittoria sul peccato per la redenzione dell’umanità. Ebbene, se, in passato, mi era possibile annunciare il senso della resurrezione anche a prescindere dalla mia convinzione che quell’uomo non fosse neppure minimamente più divino di me e di ciascuno di noi ma, forse, unicamente più saggio e capace di ascoltare la volontà trascendente, il mio progressivo percorso di allontanamento da una concezione personalistica della Divinità in favore di una concezione collettivistica e umanamente condivisa del Sacro come Anima Mundi e forza vitale mi rende oggi problematico persino definirmi formalmente cristiano e, conseguentemente, interpretare la storia pasquale in chiave simbolica.

Insomma, francamente non ho nessuna certezza in quel meccanismo redentivo esplicato, propriamente o simbolicamente, attraverso l’insorgenza di un evento nella storia dell’umanità che statuisca un “prima” e un “dopo” e che valga la pena di celebrare. Dunque, se ho, pur nel pieno rispetto delle credenze dei mie fratelli cristiani (e, ci tengo a sottolinearlo, fratelli continuo a considerarli, siano essi trinitari o no, al di là di qualsiasi differenza teologica), se ho, dicevo, la piena consapevolezza spirituale della impossibilità per chiunque di risorgere dalla morte e la piena consapevolezza storico-filologica che gli eventi narrati nei Vangeli siano stati ideologicamente manipolati e falsificati, probabilmente non potrei affermare di essere in possesso di alcuna motivazione per guidare un’assemblea di fedeli in una celebrazione che fosse qualcosa di diverso da una normale liturgia domenicale settimanale.

Eppure, questa sera, al termine della parte comune, celebrerò la Cena del Signore e, vi assicuro, lo farò non venendo meno al mio antico proposito di coerenza e sincerità.

Come è possibile?

In realtà, è possibile grazie a due ragionamenti, entrambi di fonte, per così dire, “laica” e solo uno di tema spirituale, che ho avuto recentemente modo di ascoltare e rimeditare.

Entrambi sono andati a formare le letture che vi ho proposto questa sera.

Il primo nasce da una intervista ad Alejandro Jodorowski, uno di quei personaggi di cui non sentirete mai parlare in nessuna chiesa e davanti a cui molti mie colleghi si farebbero il segno della croce per scacciare “il maligno”. Jodorowski, del quale, forse, alcuni di voi hanno già sentito parlare, è uno scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta cileno ora naturalizzato francese, da sempre propugnatore di una spiritualità a- (e a volte anti-) religiosa, cosa questa, che, in tutta onestà, me lo fa sentire, allo stato dei fatti, vicinissimo.

Ebbene, ad una domanda sulla esistenza di Dio da parte di Franco Battiato per il programma “Bitte keine reklame” (che, molto probabilmente, ha avuto una audience tra le più basse della storia della televisione), Jodorowski, come abbiamo letto, ha risposto, con molta semplicità, che Dio o il diavolo sono la stessa energia vitale la cui natura benigna o maligna dipende dall’utilizzo che noi ne facciamo con il nostro libero arbitrio. Lasciate che vi dica che, personalmente, trovo questa intuizione assolutamente geniale e perfettamente consonante con quello che provo ma, fino a qui, non posso dire nulla più di questo, che è, semplicemente, un mio sentire, come detto, completamente personale.

Proviamo, però, ad accostare questo pensiero ad una affermazione di uno scrittore che, ancora una volta personalmente, stimo moltissimo, direi con una perfetta proporzionalità inversa con la stima che provo per i suoi detrattori: Roberto Saviano.

La citazione riportata nelle letture, estrapolata dall’intervento dello scrittore partenopeo all’ultima edizione dell’International Journalism Festival di Perugia, è molto lunga ma possiamo condensarla in poche battute: esistono realtà oggettive, che non hanno bisogno di essere testimoniate perché la loro verità esiste “di per sé” ed esistono altre realtà, quelle legate all’uomo e alla sua interiorità, che devono essere testimoniate per esistere, per non morire.

Ebbene, provando a coniugare queste due affermazioni, cosa possiamo ottenere? Se intendiamo Dio come forza vitale (e direi che, pur con accezioni diverse, qualunque religione può tranquillamente concordare su questo punto), l’esistenza di tale forza vitale è un dato auto-evidente anche solo per il fatto che siamo qui, parliamo e respiriamo e, quindi, l’esistenza di Dio (o, se vogliamo, di una Entità trascendente non individuata) lo è pariteticamente. Ma, attenzione, nel momento in cui entra in gioco il libero arbitrio nel rendere quella forza vitale uno strumento del bene o del male, Dio o il diavolo, allora entrano in gioco anche quelle verità legate all’uomo e alla sua interiorità di cui parlavamo. Ed è qui che, come dice Saviano, ci viene chiesto di scegliere da che parte stare, è qui che decidiamo se Dio muore e il diavolo sopravvive o viceversa.

Fratelli, ce lo siamo già detti tante volte: viviamo in tempi oscuri … non certo per la prima volta nella storia … ma sicuramente questi sono tempi oscuri.

Sono tempi oscuri quelli in cui l’essere umano e la sua dignità possono essere venduti e comprati per un pugno di denari.

Sono tempi oscuri quelli in cui l’egoismo, la rabbia e l’ottusità regnano e c’è chi mette se stesso, il proprio gruppo, la propria nazione, il proprio interesse “prima di ogni altra cosa”, in cui tutta la nostra vita ruota intorno a soldi, potere, prestigio, agiatezza, sicurezza mentre a un passo da noi si muore di fame, si muore di guerra, si muore di ricerca di un futuro almeno accettabile, si muore d’indifferenza e di disprezzo.

Sono tempi oscuri quelli in cui si cerca di fuggire dal dolore, dalla distruzione, dalla violenza, dalla paura, persino dalla noia e ogni mezzo vale per scappare dalla vita, da questo momento, dall’oggi che, in realtà, è tutto ciò che esiste veramente.

Sono tempi oscuri quelli in cui ci si deve rifugiare in mondi virtuali, ci si parla attraverso slogan e pollici alzati ma si è ormai incapaci di comunicare guardandosi negli occhi, cercando di capirsi e rispettarsi senza doversi ululare contro come cani rabbiosi …

Sono tempi oscuri, che ci interpellano nel profondo e nel quotidiano.

E sta a noi rispondere: possiamo rinchiuderci nella nostra torre d’avorio, possiamo narcotizzarci o possiamo reagire, almeno dal punto di vista morale, o almeno provandoci.

Sapete che amo fare paragoni tra vita morale e ring, quantomeno perché, nel mio persino eccessivo amore per il pugilato, trovo grandi affinità tra i due ambiti. Vorrei farvi un piccolo esempio personale. Da un periodo precedente della mia vita ho avuto in eredità una dislocazione della spalla per una semi-distruzione della cartilagine. Indubbiamente boxare è quanto di meno produttivo per la guarigione e mi si sono presentate tre possibilità: non farlo e guardarmi gli incontri in televisione sdraiato sul divano, diventando solo un passivo spettatore senza nessun impegno, boxare imbottendomi di analgesici o farmi curare da un buon ortopedico. Da stupido e con estrema leggerezza ho deciso di optare per la seconda possibilità, adducendo scuse banali: non ho tempo per curarmi, non ne ho voglia, ho di meglio da fare, ce la faccio lo stesso. E, per un po’, tutto è andato bene, fino a quando gli allenamenti sono stati blandi. Ma quando ho cominciato ad allenarmi costantemente e duramente, è capitato che una mattina mi svegliassi e quasi non riuscissi a muovere il braccio per il dolore insopportabile anche solo a sfiorare un’articolazione che, nel tempo, si era ancora più usurata fino a rendere impossibile anche le attività più semplici.

Le cose non vanno così diversamente nella vita morale e spirituale, davanti all’oscurità. Possiamo starcene in disparte, sdraiati sul divano della nostra anima addormentata, fingendo di avere una esistenza che non abbiamo e che tutto vada per il meglio. Ci togliamo il problema, non rischiamo nulla, chiusi nella nostra zona di comfort ma … A che prezzo? Oppure possiamo far finta di niente, far finta che l’oscurità che, pure, vediamo chiaramente, non ci possa toccare, narcotizzandoci con questa o quella bella favoletta, dicendoci che “è sempre stato così”, “che non ci possiamo fare niente”, “che siamo troppo piccoli per opporci” o, semplicemente, raccontandoci che “non abbiamo tempo, non abbiamo voglia, abbiamo di meglio da fare, ce la facciamo lo stesso”. Certo, è un’opzione ma lasciate che vi dica una cosa: forse un giorno la vostra coscienza morale vi farà troppo male o, forse, rischierete la sua paralisi perché non la si può narcotizzare per sempre. Soprattutto, fratelli, per la mia spalla basta un buon osteopata ma cosa basta per chi sta a guardare mentre Dio muore di fianco a lui?

Non resta, allora, che la terza soluzione: affrontare la situazione, rianimare quel Dio morente, forse, per molti, già morto.

Ma cosa significa? Come spesso vi ho detto, non ho grandi ricette ma credo che affrontare la situazione non debba per forza dire lanciarsi a spada tratta contro i mulini a vento perché ben pochi ne hanno la forza. Credo, piuttosto, che significhi tenere la posizione e non arretrare di un passo, giorno per giorno: non cercare facili vie d’uscita quando ci troviamo ad affrontare il diavolo di Jodorowski, non voltare le spalle, non abbassare la guardia. Credo che significhi applicare ogni giorno quei principi in cui crediamo e che abbiamo promesso di difendere, senza cedimenti, anche davanti alle piccole malvagità che, perdonatemi la citazione rubata, “in pensieri, parole, opere e omissioni” di troviamo, persino quotidianamente, ad osservare o magari noi stessi ci troviamo a compiere. Credo che significhi, in ogni istante della nostra vita, con il nostro agire, essere come le donne che “con grande spavento”, sì, ma anche “con grande gioia” annunciano la loro verità, una verità che, forse, per molti può apparire una bestemmia ma che può anche essere il primo passo di ogni nostro cammino: non serve poi molto perché Dio resusciti!

Adonai echad,

Amen

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Liturgia di Pasqua 2019

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Lett: : Accediamo questo calice per tutti coloro che cercano la pace, la speranza, la comprensione, e la fede. Accediamo questo calice per guidare tutti sul sentiero della nostra fede e della nostra comunità globale. Accediamo questo calice per creare insieme un mondo nuovo, per dare speranza per il progresso nei rapporti umani. Accediamo questo calice per celebrare la vita in tutti i suoi aspetti, sia l’amaro che il dolce. Accediamo questo calice per tutti coloro che che ci hanno preceduti cercando la verità e una connessione con la natura. Accediamo questo calice per tutti coloro che si preoccupano della gentilezza nei discorsi. Accediamo questo calice per il calore dell’amicizia dello stare bene insieme e per tutti coloro che serviamo. Accediamo questo calice per esprimere la nostra fede nell’Unico Dio, fonte di tutta la luce nella nostra anima; per esprimere la nostra speranza che l’oscurità nel mondo sarà sempre sopraffatta dalla luce della verità e della bontà; per esprimere il nostro amore che condivideremo benedizioni e felicità con i nostri vicini. (Comitato Esecutivo ICUU)

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.
(Henry David Thoreau, Walden)

II) Non pretendo di capire l’universo morale; l’arco è lungo, il mio occhio raggiunge solo piccoli spazi; non riesco a calcolare la curva e completare la figura con l’esperienza della vista, posso divinarla per coscienza.
(Theodore Parker)

III) Gesù disse, “Se i vostri capi vi diranno, ‘Vedete, il Regno è nei cieli’, allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, ‘È nei mari’, allora i pesci vi precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete sarete riconosciuti, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora vivrete in miseria, e sarete la miseria stessa.”
(Vangelo di Tommaso, Loghion 3)

Min: sermone (La caccia)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•
2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;
3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;
4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;
5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;
6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;
7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;
8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;
9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;
10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni dogma che divide
da ogni dottrina che discrimina.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni concetto che chiude
da ogni ideologia che ingabbia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni impeto di arroganza
da ogni sentimento di superbia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni certezza che esclude
da ogni sicurezza che scaccia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni tentazione umana
da ogni schiavitù materiale.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni turbamento emotivo
da ogni depressione mentale.
Ma vieni o Pieno e riempici
di una luce senza tenebre
di un calore senza confini.
E vieni o Pieno e riempici
di compassione il cuore
di fede, di speranza, di amore.
(Ian McCarthy)

Lett.2: “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA CRISTIANA

Min: Apriamo la liturgia cristiana accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico. Tutti: Amen

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Sacra Cena

Min: La nostra Comunione affonda le sue radici nel messaggio cristiano e distende i suoi molteplici rami verso il mistero di ogni fede. Ma tutti noi riconosciamo il valore morale e spirituale del messaggio e dell’esempio di Gesù. Nella Sacra Cena commemoriamo la figura di Gesù e ci immergiamo, nei simboli del pane e del vino, nel centro della relazione con il Sacro di cui Egli fu esempio.

Quando fu sera e si mise a tavola con i dodici discepoli, e mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo che è dato per voi»

Poi, allo stesso modo, prese il calice del vino, lo benedisse e lo diede ai suoi discepoli dicendo: “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi. Fate questo in memoria di me”.

[Chiunque lo desideri può accostarsi alla Sacra Cena nelle due specie]

Canto alla Sacra Cena

Min: Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

ESORTAZIONE CONCLUSIVA

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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