Non per dovere ma per piacere

Cari Fratelli,

sarà sicuramente capitato anche a voi di sentire amici che, in momenti ormai sempre più rari di impeti morali, affermavano di dover fare qualcosa “perché la loro coscienza glielo imponeva”.

Al di là della frase fatta, se ci pensate bene questo richiamo alla coscienza ha, volenti o nolenti, un chiaro richiamo ad elementi spirituali e all’idea che, in qualche modo, ciò che è morale pertenga alla sfera legata ad un sistema valoriale che, nell’immaginario collettivo, viene vissuto come prodotto diretto del Divino (e, probabilmente, aveva ragione Benedetto Croce nell’affermare che, qualunque sia il nostro orizzonte ideologico, comunque non possiamo, almeno culturalmente, non dirci cristiani).

A prescindere dalla discutibile validità effettuale di un collegamento di questo tipo, su cui potremmo discutere per ore sviscerando la questione a suon di cavilli teologici, ciò che, personalmente, trovo ben più interessante è quel verbo servile messo in gioco in queste occasioni: “dovere”. Qualcosa di morale che mi riguarda accade non perché è in mio “potere” che accada, non perché è in mio “volere” che accada, ma perché è mio “dovere” agire in un certo modo.

Intendiamoci, nel quadro di una visione classica della religione, si tratta di qualcosa che non stupisce minimamente: qualunque religiosità che sia basata su un sistema di tipo “rivelatorio” comporta forzatamente un rimando ad un sistema valoriale rigido e normativo. E, dal punto di vista logico, tutto questo non fa una grinza: se la rivelazione è “verbum dei”, magari letteralmente dettata dallo Spirito parola per parola, conseguentemente tale rivelazione deve esprimere una verità che, provenendo dal Divino, deve essere eterna, universale e inviolabile e, dunque, corollariamente, le leggi morali che ne derivano direttamente devono esserlo pariteticamente. Insomma, per farla breve: Dio comanda e l’uomo ubbidisce!

Personalmente, pur nel pieno rispetto di questo genere di atteggiamento, mi pongo due problemi di fondo riguardo ad una simile posizione.

Il primo, assolutamente fondamentale è che il meccanismo delle cosiddette “Rivelazioni”, come ho avuto modo di dire in molte altre occasioni, non mi convince per nulla: troppe contraddizioni, troppi problemi logico-filosofici, troppa autoreferenzialita e scarsissima attenzione a quei dati ovvi di attingimento dal background culturale nelle singole azioni rivelatorie di ogni “profeta”, “messia” o consimile mi fanno apprezzare ogni giorno di più il discorso parkeriano del transeunte e del permanente nella religione e mi fanno rifiutare ogni pur vaga tentazione letteralistica e ogni convincimento di un intervento diretto e non ampiamente umanamente mediato e filtrato del Divino nella stesura di qualsiasi cosiddetto “testo sacro”.

Fin qui, diciamocelo pure apertamente, siamo nell’ambito delle mirabolanti capacità circonvolutorie dell’onanismo mentale di chi si occupa di teologia fino all’ossessione …

Ma il secondo punto no, il secondo punto mi pare molto più generale, molto più diffuso e, per certi versi, molto più dirimente del precedente. “E se”, mi chiedo, “per una qualunque ragione il mio sentire personale, la mia personale sensibilità mi indica un percorso che si discosta o addirittura si divarica dalla linea definitoria ufficiale …?”

Prendiamo un paio di esempi chiarificatori, giusto per scendere dall’empireo teologico a quella teologia pratica che è, forse, l’unica che ha davvero senso di esistere …

Poniamo, ad esempio, che, in un determinato periodo del mio percorso spirituale, io desideri vivere il mio contatto con ciò che sento come Trascendente in modo personale, in un dialogo muto che non coinvolga formule liturgiche prestabilite o, per ragioni mie, non desideri partecipare ad una funzione pubblica.

Oppure, con una situazione che ha luogo probabilmente con maggior frequenza, poniamo che, nel mio rapporto di copia, io senta il bisogno di un completamento del rapporto che implichi un dono reciproco anche fisico (che è cosa ben diversa da una semplice “ginnastica ormonale”) ma non mi senta spiritualmente pronto al matrimonio.

Ebbene, in entrambi i casi, sulla scorta di una tradizione “rivelata”, in un gran numero di Denominazioni dar corso ad una volontà che, di base, non mi sembra presenti, a livello di “giusto o sbagliato” (se mai, in campo spirituale, un tale livello fosse applicabile), alcun lato di malevolenza, mi sarebbe virtualmente impossibile perché in contraddizione con due comandamenti, anzi, con due “interpretazioni stratificate” di comandamenti come quello di “santificare le feste” (quasi che quattro canti e due preghiere comuni significassero tale “santificazione”) e quello di “non commettere atti impuri” (quasi che un atto sessuale tra due persone che si amano realmente fosse meno puro di quello tra persone che, magari, hanno finito per detestarsi cordialmente e unicamente “usarsi” ma all’interno del “sacro vincolo matrimoniale”).

E allora? E allora i casi sono tre.

Il primo è che mando a monte tutto, comincio a pensare che quella denominazione, o quella religione, o addirittura la spiritualità in generale non fa per me, mi creo duemila barriere mentali (in alcuni casi tipo “la volpe e l’uva”) e finisco per buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Il secondo, comunissimo, è che mi creo le mie “deroghe mentali” del tipo “sì, io mi sento di questa o quest’altra fede … però, in questo ambito specifico, non sono d’accordo e, dunque, mi comporto come dico io …”, che di può anche stare, anzi, da certi punti di vista è sacrosanta affermazione del libero arbitrio e della personalità e sensibilità singolare ma che, tecnicamente, diciamolo una volta per tutte, semplicemente pone al di fuori di una determinata denominazione che richiede di accettare “il pacchetto completo”, “o tutto o niente”.

Infine, il terzo caso è quello di chi si piega, di chi affida il proprio cammino al sistema valoriale denominazionale, di chi è disposto a “tagliarsi la testa” su un “letto di Procuste” suppostamente divino. Alcuni questi la chiamano “fede” ma, fratelli, la mia personale convinzione è che questo sia l’atteggiamento più pericoloso tra tutti quelli elencati, il più deleterio e devastante: umanamente, ed è parere personalissimo, sia chiaro, è un sistema da servi nell’anima ma spiritualmente è molto peggio, è un sistema di autoinduzione in schiavitù ed è il modo migliore per fare della fede, di qualunque fede, un sistema di contrizione, di pesanti fardelli, un sistema cupo e libresco dove tutto rimane solo una lettera morta il cui cadavere viene faticosamente portato in spalla come se fosse la croce del Cireneo.

E, fratelli, una fede di lettera morta, per quanto voluta, per quanto accettata, per quanto accolta anche con la migliore buona volontà non può essere il fondamento di una vita intera, non può essere il motore che ci spinge ad essere ciò che siamo ogni mattina, con la gioia di essere ciò che siamo e di vivere con totale naturalezza il nostro modo di pensare e credere. Una fede di lettera morta potrà anche essere la nostra corazza davanti al mondo e la nostra zattera di salvataggio in mezzo al mare ma non sarà mai la nostra pelle e la felicità di nuotare in acque fresche per quanto increspate possano essere.

I cosiddetti Padri Fondatori americani, in quel breve brano della Dichiarazione d’Indipendenza che abbiamo letto, hanno dimostrato di aver compreso una verità fondamentale: il primo vero motore che muove ogni essere umano è sempre e comunque “la ricerca della felicità”.

Ora, forse, vi aspettereste che vi illustrassi un bel quadro di come la nostra fede, o magari ogni fede, dovrebbero portarci alla felicità.

Non lo farò. Non lo farò perché, così come i cammini dello Spirito sono innumerevoli al punto da risultare pressoché infiniti, così anche le vie in cui una fede vissuta realmente, quotidianamente e nella pratica, una fede che non sia uno strato di vernice sulla superficie del nostro corpo ma che sia il calcio delle nostra ossa e le fibre dei nostri tendini può donarci felicità o, almeno il piacere di essere creature dinamiche, in fieri consce del nostro cammino e soddisfatte di esso, sono innumerevoli.

Siamo U*U e, dunque, dello U*Uismo vi devo parlare e, allora, posso dirvi che per alcuni di noi questo piacere può nascere dal sentirsi parte di un corpo universale di cui ogni creatura fa parte, o può essere la gioia di poter in ogni momento decidere del destino della propria anima, o quella del riconoscere nella dignità di ogni uomo un fratello, o quella di poter discutere liberamente e senza giudizi di merito del proprio pensiero o quella di trovare una comunità in cui “ogni voce è una voce”, alla pari e senza gerarchie posticce, o, ancora, quella di dare un senso trascendente al proprio senso di ribellione allo status quo o di sentirsi una pietruzza nella costruzione di quello che possiamo chiamare regno e … e mille altri ancora …

E quale sia il piacere che nasce dal nostro percorso religioso, in fin dei conti, importa poco … Ciò che davvero conta è che questo piacere, almeno questo piccolo seme di felicità esista, sia elemento costitutivo, sia carburante della nostra spiritualità.

Perché?

In primo luogo perché il piacere è sempre vero, personale, non posticcio ed è qui e ora, non traslato in un futuro che viene raccontato e che nessuno può realmente conoscere. Il piacere è vissuto realmente, è qualcosa che ci penetra, che diviene parte di noi, che si fa molecola del nostro DNA.

Poi, perché una spiritualità reale è una spiritualità libera, scelta ogni giorno e ogni giorno noi scegliamo, a meno di particolari turbe mentali, di cercare il piacere, la costruzione, eros e non il dolore, la distruzione, thanatos.

E, infine, perché il piacere nasce dall’amore, dall’armonia, dalla pace interiore e che cosa ci può essere di più fondante di questo per una ricerca dell’Assoluto?

Dunque, fratelli, questa sera non vi lascerò, come sono solito fare con una preghiera per tutti noi, ma con una domanda: meditate, dentro di voi e chiedetevi che cosa vi dà veramente piacere nella vostra fede.

E se proprio volete una preghiera, la mia preghiera per tutti noi, questa sera, è che nessuno di noi possa rispondersi “non lo so” o, addirittura “nulla”.

Adonai Echad,

Amen

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Liturgia del 7 luglio 2019

Lett: Ho bisogno di pace,

ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,

ho bisogno di umiltà,

Preghiamo insieme

perché da solo ciascuno di noi

non è abbastanza

ed è troppo.

Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,

esprimiamo la nostra unicità

nel grande quadro dell’umanità

e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Lett: : Svegliandoti ogni mattina

Vedi che cosa poi riuscire a fare!

La tua vita sorge ancora.

Devi solamente avere fiducia in ciò che credi!

Il tuo sogno può diventare la tua visione.

Lo tieni nelle tue mani.

Cominci a vivere la tua decisione,

Allunghi le braccia e cogli l’opportunità!

Sollevati mentre le nebbie stanno dissolvendo!

Le porte sono spalancate.

La tua felicità ti aspetta,

Così fai un passo avanti verso la luce!

(European Unitarians Together)

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,

ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra

e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,

del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,

dei loro poteri e della loro compassione

perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) Ricorda Signore questi servi disobbedienti

alle leggi del branco

non dimenticare il loro volto

che dopo tanto sbandare

è appena giusto che la fortuna li aiuti

come una svista

come un’anomalia

come una distrazione

come un dovere

(Fabrizio de André, “Smisurata preghiera”)

II) Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità.

(Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America)

III) Non c’è costrizione nella Religione: la rettitudine si è ben distinta dal traviamento.

(Sacro Corano, Sura al-Baqarah)

Min: sermone (Non per dovere ma per piacere)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore

sii con noi in questi tempi difficili,

quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.

Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,

quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.

Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,

perché entrambi sono legati dal vincolo umano,

anche se spesso lo dimentichiamo.

Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,

aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,

il successo anche nella sconfitta,

il bene anche in mezzo al male.

Aiutaci a essere migliori,

a lavorare per migliorare le cose

e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Pieno e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Pieno e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.

Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.

Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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A cosa serviamo?

Cari fratelli,

scrivo questo sermone poco dopo essere tornato dall’ennesima tornata elettorale, della quale, al momento, non so ancora ovviamente l’esito. Quello che so è che, nei giorni immediatamente precedenti al voto ho sentito, ancora una volta, tanti, forse troppi, ripetere l’antica litania di “evitare di disperdere il voto” … che, francamente, è una delle frasi più curiose che ricorrono in questa ininterrotta campagna elettorale urlata che è diventata la politica del nostro paese. Spesso mi è capitato di meditare sul senso che quell’esortazione può avere … Tipo: “vota per quello anche se ti fa schifo perché fa meno schifo di quell’altro” o “vota turandoti il naso” o, ancora “vota per quel partito che è già forte anche se non credi nelle sue posizioni, facendo in modo che, se tutti faranno come te, quell’altro partito, in cui magari credi, se è piccolo continuerà ad essere piccolo”, il che mi pare sfiori più che abbondantemente il paradosso …

Devo, però, dire che, assuefatto a questi pensieri dalla frequenza mirabolante delle votazioni in Italia, questa volta la mia riflessione si è diretta verso altri lidi, in particolare sulle possibilità di applicazione della frase sull’utilità all’ambito spirituale.

Insomma, a rigor di comparazione, in termini numerici noi risultiamo essere, sul piano spirituale, quello che una lista civica di un paesino spopolato del Molise o della Val d’Aosta può rappresentare di fronte ai grandi partiti nazionali e, immagino, nessuno metterebbe in dubbio che il rischio semplicemente di sparire di fronte alle grandi correnti spirituali nazionali, quelle, per intenderci, dell’8×1000, esiste. E, in tutta sincerità, la prima cosa che mi è venuta in mente è proprio che quelle 8 o 9 caselle dell’8×1000 sul 740 forse dovrebbero essere almeno 40 o 50, se non venisse applicata, in realtà, una regola simile a quella del “voto utile” … ma non è di questo che voglio parlarvi questa sera, lanciandomi in una sfilza di inutili lamentele.

La domanda più importante che sono arrivato a farmi è stata un’altra: a che cosa siamo utili noi? A che cosa serviamo, in fin dei conti, noi, piccola denominazione U*U in un paese che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa neppure che esistiamo, in cui l’arcivescovo cattolico di Milano, incontrandomi a un meeting ecumenico, dopo che mi ero presentato, mi ha chiesto: “Allora, come andate voi Luterani?”, in cui i miei studenti, in uno dei rari momenti di serietà, mi hanno chiesto come mai, se sono un prete “qualcosa-riano”, non porti i dread come Bob Marley, in cui, e non mi dite che non è capitato anche a voi, dire “sono unitariano*universalista” non basta mai e bisogna sempre essere preparati a spiegare per dieci minuti che cosa significhi?

Certo, non siamo una forza spirituale degna di nota, che possa avere una qualsiasi incidenza sulla vita etico-morale del Paese, non siamo neppure un landmark culturale, visto che, francamente, a parte qualche fuggitivo rinascimentale, la storia U*U si è svolta tutta da altre parti e che, non dico cattedrali e monumenti, ma manco una cappelletta da 10 persone abbiamo qui …

Ma, poi, in fin dei conti, salendo a livelli un po’ più alti, anche fossimo 200.000 e non 200, questa incidenza potremmo mai davvero averla? Perché, onestamente, dal punto di vista dottrinale non è che sia così semplice definirci … Insomma, se prendiamo 10 U*U, qui da noi come in tutto il mondo, e chiediamo cosa significhi essere U*U, è probabile che otteniamo almeno 7 o 8 risposte piuttosto differenti e se anche solo penso ai tre pastori in Italia, credo che, al di là del rispetto reciproco, dell’amicizia e della prossimità su alcuni temi, nessuno potrebbe considerare le nostre reciproche predicazioni e le loro relative fonti d’ispirazione come teologicamente monoliticamente omogenee …

E noi diciamo che è proprio questa la nostra unica vera forza e ne sono più che convinto ma … ma la domanda sull’utilità resta perché troppe volte mi sembra che passi un po’ l’idea che siamo una denominazione dove ognuno pensa un po’ quello che gli pare e chi se ne frega … Basta che cerchi d’elevarti … Che poi, come ti elevi sono cavoli tuoi e anche credere o no all’esistenza di una Trascendenza sono solo affari che riguardano te …

Ricordo ancora come rimasi, neofita del pastorato U*U e pur proveniente dalla più liberale tradizione calvinista, quella remostrante, quando, ad un incontro a New York, un mio collega con anni di esperienza reverendale mi disse, letteralmente: “Io sinceramente non so se Dio esista o non esista ma, guardandomi intorno, il massimo dell’amore che posso dimostrare nei suoi confronti è sperare che non esista perché ci fa più bella figura …” Oggi, dopo anni di studio e meditazione, comprendo quasi pienamente la sua posizione e, forse, anche se solo parzialmente, la condivido ma, allora, mi sono domandato dove fossi capitato, se fossi ad un sinodo internazionale o ad una riunione di un club agnostico.

E, insomma, in fin dei conti, il domandarsi a che serva una denominazione in cui ciascuno ha la sua via spirituale, ciascuno può credere o non credere quello che vuole dal punto di vista teologico e nessuna guida ha una valenza magistrale … un po’ ci sta … Perché dovrebbe esistere una comunità dove bastano i singoli? Per condividere esperienze? Ma c’è proprio bisogno di una Chiesa per questo?

No, fratelli, non c’è, teoricamente, bisogno di nessuna Chiesa ma solo di un po’ di comunicazione e, se mai dovessi pensare a che cosa può essere utile una denominazione come la nostra, qui e ora, non parlerei certo di teologia ma di didattica e testimonianza: noi, sparuto gruppetto di liberali diversi, probabilmente irriducibili all’unità, abbiamo senso se insegniamo e testimoniamo qualcosa, se siamo marca di rimando verso un possibile …

Ma cosa dovremmo testimoniare?

Io credo che la risposta a questa domanda sia: la possibilità di sperare in un’ottica differente.

Vorrei chiarire, ancora una volta, un assunto che ho già più volte enunciato: indubbiamente non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Personalmente, anzi, credo che questo “mondo migliore”, questa “età dell’oro” non sia finita ma, ben più radicalmente, non sia mai iniziata e, probabilmente, non inizierà mai, né con un Regno di giustizia, né con una, dal mio punto di vista risibile, parusia, né, tanto meno, con una apocalisse che ponga termine al Kali Yuga … Ma … Certamente non viviamo neppure nel peggiore dei mondi possibili e vi prego di meditare su questo: non viviamo sotto lo spettro di quella guerra globale che hanno vissuto i nostri nonni anche se alcuni governanti fanno di tutto per crearsi scazzi commerciali reciproci e anche se gruppi fanatici continuano a credere nelle versioni più grette, ignoranti e stupide di interpretazioni religiose ormai condannate dalla storia; non viviamo, nonostante quello che cercano di farci credere, sotto l’incubo di migrazioni di massa epocali che, allo stato dei fatti, non sono di proporzioni tali da non far pensare ad una normale dinamica ciclica di spostamenti umani; non viviamo nell’incubo della fame che ha dilaniato centinaia di generazioni nel passato anche se crisi provocate da miserabili in doppiopetto ci hanno tolto un po’ di quel super-welfare a cui ci eravamo troppo abituati …

Detto questo, direi che indubitabilmente stiamo vivendo una sola grande crisi: una crisi valoriale, certamente acuita dalla sensazione di vivere nell’oscurità più profonda …

E’ la prima crisi valoriale dell’umanità? Ma certamente no! La storia intera del pensiero umano ha, dal punto di vista di alcuni valori, avuto un andamento sinusoidale … Eppure … eppure ad ogni picco negativo rischiamo un po’ di più, perché quei valori che non vengono testimoniati, che non vengono vissuti, cessano rapidamente di esistere, escono dall’orizzonte umano, magari per non tornare mai più …

E quella che stiamo vivendo oggi è una crisi valoriale profonda perché ha come risultato l’eliminazione del valore intrinseco dell’essere umano, un valore che, faticosamente, ci eravamo conquistati in decenni di lotte e sforzi di pensiero …

Ma per analizzare questa perdita abbiamo tutti gli elementi: abbiamo un ambiente di coltura, abbiamo una causa scatenante, abbiamo un agente …

L’ambiente di coltura è, credo, il pensiero capitalista occidentale. “Oddio, adesso parte il pippone politico!”, state pensando. No, ve lo assicuro: indipendentemente da quello che posso pensare io personalmente del capitalismo e che so che alcuni di voi non condividono, quello che vedo come terreno di coltura della crisi valoriale non è il pensiero filosofico capitalista in sé, quanto la sua dinamica estrema rappresentata dalla ricerca spasmodica del profitto. Se il profitto diventa la chiave di lettura di tutto, allora tutto vale solo e soltanto se rappresenta un profitto, se genera profitto e, conseguentemente, anche l’essere umano vale solo in relazione a questo parametro.

Per quanto riguarda la causa scatenante, direi che è evidente per tutti: la paura! La paura è il grande serpente che costantemente ci morde il calcagno: paura di perdere uno status, una piccola certezza, una certa sicurezza, un determinato livello di benessere, anche solo per doverli compartire un po’ di più, per dover rinunciare a una piccolissima quota di quel livello di profitto che ci determina, che ci connota, che è diventato ciò che fa di noi noi. E, infine, c’è un agente di questa paura, dato da tutti coloro che soffiano sul fuoco, che ci mostrano scenari apocalittici, che ci parlano di un domani senza speranza …. E perché lo fanno? Perché questo genera profitto per loro, genera consenso, potere e benessere…

Io credo che questa sia esattamente la dinamica che stiamo vivendo ed è contro questa dinamica che svilisce l’uomo, che lo strumentalizza, che ne disgrega l’intoccabile dignità, l’intoccabile valore intrinseco, che dobbiamo insegnare e dare testimonianza.

Ciò che dobbiamo insegnare è a non avere paura e che la forza di avere speranza, quella forza che costa, che ci mette in gioco, a volte che ci dilania nei dubbi, è l’arma più forte che abbiamo per non soccombere al gioco di chi distrugge l’uomo giocando sui suoi terrori più intimi; dobbiamo insegnare che il senso vero del vivere non è avere un po’ di più per comandare un po’ di più e mostrare un po’ di più di ricchezza esteriore per nascondere la propria povertà interiore ma è amare un po’ di più, guardare un po’ di più, ascoltare un po’ di più, sfiorare un po’ di più, meditare un po’ di più, stringere un po’ di più una mano, capire un po’ di più uno sguardo, vivere un po’ di più questa vita che è solo qui, solo adesso …

Ma, certo, siamo pochi, sconosciuti, senza voce e allora il nostro solo modo per insegnare è testimoniare con l’essere, con il vivere questa realtà differente qui e ora, come singoli ma, e qui credo stia davvero la nostra utilità come denominazione, anche come Chiesa.

Sì, come Chiesa per almeno due ordini di motivi collegati.

In primo luogo, perché per riuscire ad astrarsi dal contingente, a porci fuori dalle dinamiche che stanno imbrigliando la nostra società, dobbiamo assumere una prospettiva diversa, dobbiamo guardare la vita stessa, per certi versi, dall’alto, da un quadro più ampio che è il quadro di una trascendenza di senso.

Ma, attenzione, ammettere la possibilità di trascendenza non significa assolutamente dover necessariamente ammettere il divino, soprattutto nella sua forma tradizionale. Vi voglio onestamente dire che, in realtà, io questo presunto divino, che magari vogliamo vedere in forma personale, non ho la più pallida idea se esista o no e, ancora più onestamente, voglio dirvi che sono giunto alla conclusione che che esista o no non me ne frega assolutamente niente e, nel dirvelo non mi sento minimamente sminuito nel mio essere pastore. Perché?

Perché proprio in questo vedo la seconda e più grande utilità di una Chiesa come la nostra. Teologicamente possiamo pensare quello che vogliamo su Dio o chi per lui ma su una cosa non possiamo transigere, come U*U di questa o di qualsiasi altra parte del mondo, qualsiasi siano le nostre convinzioni: sulla centralità dell’uomo, sulla sua inviolabile dignità, sul valore di ogni singola vita, di ogni singolo pensiero, di ogni singola esperienzialità. Ed è proprio questo che ci rende unici: il nostro compito di essere testimonianza del possibile non avviene per mandato divino, non avviene perché siamo uniti in un culto e in una sola via ma avviene perché proclamiamo la centralità della vita di ognuno e la proclamiamo come Chiesa, la proclamiamo come elemento sacrale, come elemento che unisce ogni vita nel mondo e che, forse più che ogni altra denominazione, porta la trascendenza nel nostro quotidiano, nel nostro agire, nel nostro essere, nel nostro lottare, noi, piccoli mattoncini, senza potere su nulla se non su noi stessi e sul nostro testimoniare il nostro servizio alla vita e alla dignità umana.

A questo serviamo, questo è il nostro essere utili: a dimostrare ogni giorno che, nonostante tutto quello che cercano di farci credere, ogni uomo può davvero essere Dio per noi!

Adonai echad,

Amen

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