Buoni o cattivi

Cari fratelli,

per molti mesi, pur nello scempio di tutti i valori umani in cui, come voi, credo profondamente, mi sono ripromesso di non affrontare direttamente argomenti legati all’attualità politica, convinto come sono che una chiesa debba essere lontana da ogni coinvolgimento ideologico anche lontanamente legato a posizioni partitiche per poter essere veramente libera e per poter alzare il vessillo di tale libertà di fronte a qualsiasi tentativo d’ingerenza statale.

Ebbene, oggi, in nome di quella stessa libertà, che non può prescindere dalla volontà di esprimere i concetti fondanti su cui la nostra spiritualità si radica di fronte al continuo insulto di cui essi sono vittima da parte di un apparato statale che ha fatto della grettezza egoistica, della chiusura entro muri ideologici eretti senza alcun rispetto dei valori inalienabili della dignità umana e della compassione e fratellanza tra ogni appartenente al nostro genere e della creazione di paure indotte per incatenare il popolo su posizioni che da tempo speravamo superate, una bandiera, ho deciso di rompere tale silenzio sebbene di farlo in modo apparentemente indiretto a partire dal commento non ad un documento politico o ad un testo filosofico ma ad una semplice frase di una canzone di uno dei più noti artisti italiani.

Qualcuno di voi si ricorda del brano di Vasco Rossi il cui refrain diceva: “Buoni o cattivi, non è la fine. Prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare”? Ecco, sinceramente, ascoltandolo quando era uscito, mi era capitato spesso di chiedermi che cosa volesse significare questa frase e, in tutta onestà, ancora non so se l’intenzione dell’autore fosse quella di esprimere linearmente il concetto che il giudizio se una cosa fosse “giusta o sbagliata” dovesse risultare più importante del giudizio se tale cosa fosse “buona o cattiva” o se, al contrario, si volesse utilizzare quella che, tecnicamente, viene definita “antifrasi” per esprimere ironicamente l’esatto contrario, cioè che prima di decidere se una qualunque azione sia giusta o sbagliata bisognerebbe chiederci se è buona o cattiva.

Vi dico subito che, tra le due ipotesi, spero vivamente che quella giusta fosse la seconda. Perché? Perché “giusto o sbagliato” è una distinzione che mi pare pertenga ad un ambito prettamente legalistico, ampiamente meno fondante rispetto all’ambito etico-morale generale rappresentato dal “buono o cattivo”: “giusto o sbagliato” sono categorie che presuppongono un metro di paragone, dal momento che qualsiasi casa può essere giusta o sbagliata solo rispetto a un canone, a una regola, a una norma, sia essa formale o informale, mentre sono abbastanza convinto che un livello di assoluto sia più proponibile per una distinzione tra bene e male.

Con questo, voglio essere chiaro, non sto dicendo che qualsiasi livello legalistico sia negativo. Molto banalmente, credo che tutti conveniamo sul fatto che la convivenza civile necessiti di norme, per quanto la sensibilità singolare possa variare sul giudizio di opportunità riguardo a che esse siano più o meno delineate e stringenti: in qualche modo, l’esistenza di un corpo di leggi fa pare di quel “patto sociale” che forma le nostre società e dal quale non possiamo prescindere.

Ciò che sto, piuttosto, affermando è che, in fin dei conti, tale corpo di leggi sia secondario rispetto ad un livello etico-morale più profondo sul quale il corpo stesso dovrebbe riposare e che, qualora tale livello profondo venisse messo in discussione, allora qualunque legge finirebbe per traballare nel più totale relativismo e nella più totale arbitrarietà.

Scendiamo nel concreto con un paio di esempi tra i primi che, sulla base della mia esperienza personale, mi possono venire in mente.

Ricordo che, molti anni fa, in una vita che non mi sembra neppure più essere stata la mia, un soldato professionista che conoscevo molto bene mi confesso qualcosa che, in seguito, ho scoperto essere un pensiero piuttosto comune e spesso citato tra coloro che portano le stellette. Mi disse: “Sai, molto spesso mi capita di pensare che noi ci addestriamo ogni giorno per fare cose per cui, se non portassimo una divisa, ci condannerebbero tutti all’ergastolo e che, solo per il fatto che ci viene dato una specie di permesso speciale dallo stato, se facciamo quelle cose ci chiamano eroi e ci danno medaglie ma non siamo diversi da quelli che chiamano assassini e additano come mostri”. La persona in questione era un caporale di ventuno anni con l’equivalente di quello che, in Italia, definirebbero diploma professionale di carpentiere, eppure, a pensarci ancora oggi, mi sembra che avesse colto la più profonda filosofia sottesa all’ipocrisia legalitaria umana: un ruolo, una patente, una divisa, una professione non dovrebbero potere rendere lecito ciò che il più profondo senso di una umanità che si dovrebbe distinguere dalla bestialità più atavica condanna in qualsiasi altro ambito.

Eppure … la legge così dice … Ma su che basi? Sulla opportunità, sulle convenzioni unicamente di convenienza di questo o quello stato? O anche di tutti gli stati? Sul gioco di prospettive e barriere costruite ad arte usate per lavare il cervello a giovani che vengono indotti a preporre un concetto assolutamente fittizio come quello di “patria” addirittura alla propria coscienza?

Ma cambiamo ambito e andiamo su questioni per certi versi più religiose e che, forse, possono riguardare, per quanto tristemente, molte più persone.

Vi è mai capitato di avere un parente o un amico malato in fase terminale? Spero per voi di no ma, nel caso ciò sia accaduto, saprete certamente quanto sia profondo e dilaniante il dilemma se sia più giusto dire onestamente alla persona in questione la verità o se, invece, sia più giusto salvaguardarla con una classica “pietosa bugia”. Onestamente, vi devo dire che, ormai qualche anno fa, ho dovuto affrontare questa questione quando a mia nonna è stato diagnosticato il cancro in metastasi che l’ha poi portata alla morte. Già prossimo a diventare studente di seminario, la mia mente e la mia anima erano infarcite di citazioni bibliche e leggi scritte nella pietra dalla mia religione: “non dare falsa testimonianza”, “sia il tuo dire sì al sì e no al no …”, “ogni inganno viene da Satana” … Insomma, tutto il mio bagaglio culturale legalitario in senso spirituale mi induceva al passo di rendere mia nonna conscia della sua situazione perché potesse prepararsi adeguatamente a ciò che l’aspettava … E stavo anche per farlo … Fino al momento in cui una paroline semplice e banale ma così essenziale nel momento del giudizio si è scritta nella mia mente: “perché?”. E quel perché includeva tante domande: perché condannare una donna di oltre ottant’anni a contare i minuti che rimanevano nella sua esistenza? Perché togliere ai suoi ultimi giorni la speranza che tutto potesse risolversi? Perché darle quella notizia che, nelle sue condizioni, nulla avrebbe potuto cambiare nel suo modo di comportarsi? Perché andare contro quella disperata illusione autodifensiva che l’ha portata ad essere convinta di avere “solo” una brutta polmonite anche quando qualsiasi evidenza rendeva lampante la verità?

E così, sì, ho mentito. E vi confesso che non me ne sono pentito neppure un solo istante negli anni a seguire. Avrei agito in modo diverso in situazioni diverse? Forse sì: se ci fosse stata anche una sola, per quanto piccolissima, speranza di guarigione attraverso la lotta di ogni singolo atomo del suo corpo, se avesse avuto trent’anni, non fosse stata costantemente dilaniata da una tosse che la piegava in due e da dolori in tutto il corpo e avesse potuto, magari senza sintomi evidenti, “godersi” a fondo gli ultimi giorni di vita facendo quello che, forse, aveva sempre sognato di fare … o cento altre variabili. Ma quelle variabili non c’erano e, allora, persino davanti alle leggi che consideravo sacre per me stesso e per chiunque al mondo, qualcos’altro ha prevalso.

Ed è quel qualcos’altro che, credo, deve prevalere su ogni altra istanza, su ogni legge umana, sia essa civile o religiosa, qualcos’altro che è il fondamento di tutto, la base su cui tutto si poggia, quel “bene” che diventa l’assoluto più assoluto e che un uomo che molti di noi venerano come il loro più grande maestro ha ben riassunto come senso ultimo di ogni legge, sia essa con la L minuscola o maiuscola, dicendo «“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Questo è il punto, fratelli, questo è il cuore di tutto: amare! Fare ciò che l’amore per Dio o qualunque cosa interpretiamo come Trascendenza e l’amore per gli uomini, per la loro ineguagliabile, incomparabile, intangibile e irripetibile dignità personale che non può essere intaccata da qualsiasi altra variabile ci comandano. Di fronte a questo amore ogni cosa, ogni legge, ogni comando, ogni autorità, ogni paura, ogni costrizione, ogni calcolo di convenienza, ogni considerazione, ogni ideologia, ogni potere non sono nulla, non sono che evanescenti costruzioni evidentemente destinate solo al male se esprimono posizioni contrarie a quel nucleo da cui, almeno idealmente, dovrebbero emanare.

E dunque? E dunque, per quanto sappia che nessuno di noi ha grandi poteri, che, molto probabilmente, a nessuno di noi capiterà l’occasione di dover mettere in pratica qualsiasi alto proposito in materia, non posso che suggerirvi di fare vostro, almeno idealmente se non vi sia opportunità di metterlo in pratica effettualmente, il suggerimento di uno dei nostri grandi intellettuali, Henry David Thoreau, espresso in due sue celebri frasi sulla disobbedienza civile:

«Non vi sarà mai uno Stato realmente libero e illuminato, finché lo Stato non giunga a riconoscere ogni individuo come un potere più elevato e indipendente, dal quale derivino tutto il suo potere e la sua autorità, e finché esso non lo tratti di conseguenza»

e

«Tutti gli uomini riconoscono il diritto alla rivoluzione, quindi il diritto di rifiutare l’obbedienza, e d’opporre resistenza al governo, quando la sua tirannia o la sua inefficienza siano grandi ed intollerabili».

E ad esse, in forma del tutto personale, vorrei assommare una terza frase, di rabbi Yeshua di Nazareth:

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre».

Credo che a queste affermazioni non vi sia nulla più da aggiungere!

Adonai echad,

Amen

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Liturgia del 13 gennaio 2019

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Min: Possa questa fiamma salire e ricordarci che la nostra fede è buona: ognuno di noi può portare amore nel mondo. Possa questo calice ardere con una fiamma chiara come simbolo del nostro sentiero: ognuno di noi possa avere gioia, pace e armonia nel suo cuore. Possa attraverso questa fiamma la saggezza di ogni epoca parlare a noi e rimanere in noi: ognuno di noi possa essere una benedizione per il mondo.

Parole scritte da Rev. Petr Samojsky, ministro nell’Associazione Religiosa degli Unitariani Cechi

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) «Buoni o cattivi non è la fine. Prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare… che di per sé è maledetto perché divide mentre qui tutto dovrebbe solo unire» (Vasco Rossi)

II) «Non vi sarà mai uno Stato realmente libero e illuminato, finché lo Stato non giunga a riconoscere ogni individuo come un potere più elevato e indipendente, dal quale derivino tutto il suo potere e la sua autorità, e finché esso non lo tratti di conseguenza» (Henry David Thoreau)

III) «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre» (Vangelo detto di Matteo, cap. 23)

Min: sermone (Buoni o cattivi)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura.Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Pieno e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Pieno e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove 
piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo 
viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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La festa dei fari

Cari Fratelli,

innanzitutto una doverosa premessa. Se qualcuno di voi, e so che siete molti, vive il Natale in modo assolutamente e tradizionalmente cristiano, come festa per la nascita di Rabbi Yeshua di Nazareth (o, più probabilmente di Gamala, ma sono dettagli che interessano solo pochi storici tignosi come me), uno dei Maestri più illuminati di tutti i tempi, magari il più alto mai esistito …. fantastico! Fate bene!

Magari qualche problema in più lo vedrei, dal punto di vista del professorino con la matita rossa e blu, se interpretaste letteralmente il testo evangelico e foste convinti che Gesù fosse nato sotto una cometa mai comprovata dagli astronomi, in una Palestina innevata e che ricevesse l’omaggio degli unici pastori al mondo a portare i loro armenti a pascolare di notte e d’inverno.

Magari, poi, molti più problemi li vedrei, dal punto di vista teologico, se foste qui e, allo stesso tempo, foste convinti che quella nascita fosse quella del Cristo Figlio di Dio e Dio Egli steso, partorito da Maria immacolata e che, dunque, il 25 dicembre rappresentasse l’inaudito scandalo dell’ingresso di un Dio totalmente trascendente, totalmente “altro”, nel nostro mondo temporalizzato, e cronologicamente e spazialmente determinato …

Ma, anche così, in fin dei conti, chi sono io per giudicare i percorsi spirituali di chicchessia? E se è vero che di fronte alle nostre chiese, in quei paesi che hanno la fortuna di averle, sta scritto uno dei motti che più di ogni altro sintetizza l’essenza della religione liberale, “Qui ognuno è benvenuto!”, posto che per voi il Natale non sia solo e unicamente quel giorno in cui si fa vacanza, si ricevono e si fanno regali e ci si gonfia di cibo come zampogne ma sia un momento almeno di riflessione, condivisione e pace in cui elevare la propria anima, vivete il vostro Natale cristiano come meglio preferite interpretarlo e da me non avrete altro che plausi.

Questo detto, con il positivissimo (e chissà cosa penseranno di questo aggettivo quelli che mi conoscono da qualche anno …) ampliarsi della nostra comunità a componenti che non si rifanno alla tradizione dei Popoli del Libro, sento il dovere di tentare di azzardare una interpretazione un po’ differente di questa festa.

In un periodo di festività che, come abbiamo sentito nelle scorse settimane, si rifanno al tema della luce, la mia proposta è quella di celebrare il Natale come “Festa dei Fari”.

Mi rendo conto che un’affermazione di questo genere possa apparire un po’ scioccante e che meriti qualche spiegazione.

Probabilmente la scelta della metafora nasce dalla mia personale fascinazione per il fari: li ho sempre vissuti come luoghi magici, di silenzio, impegno, meditazione, di contatto con l’Assoluto e con l’universo intero ma se fossero soltanto questo, essi non sarebbero poi diversi da un qualsiasi falansterio, eremo o romitorio di qualsiasi religione.

I fari, sono, soprattutto, uno strumento essenziale per la navigazione, lo sono sempre stati e, magari in forme diverse, continuano ad esserlo: ieri erano gli elementi di segnalazione della costa, di promontori, di scogli e di insenature, fondamentali di notte e in caso di nebbia; oggi, nell’epoca dei GPS, sono diventati, più che altro, punti di riferimento, elementi che segnalano visualmente un ritorno a casa, una destinazione, un luogo storico dell’insediamento umano. In ogni caso sono elementi che gettano luce dove la luce filtra poco, che illuminano aree altrimenti oscure.

Personalmente, ma penso di non essere solo, questo è esattamente quello che vedo, in campo spirituale, come ruolo dei Maestri. Un Maestro, come un faro, non cambia la notte della nostra conoscenza del Sacro in giorno luminoso e solare, non distrugge gli scogli e le asperità che ci troviamo ad affrontare lungo il nostro cammino umano, non rende la navigazione costantemente sicura. Un Maestro, però, illumina una piccola o grande porzione di territorio rendendola più visibile, ci indica quali siano i punti pericolosi del nostro incerto navigare umano, può rendere un po’ più sicuro almeno un tratto del nostro andare.

Forse è proprio trascinato da questa concezione metaforica del ruolo del Maestro spirituale, persino più che dalla tradizione unitariana universalista anglosassone o dalle mie sempre più forti tendenze latitudinariste, che non riesco più a comprendere il senso di indirizzarsi verso una sola fonte di luce, quasi che un solo faro potesse essere sufficiente per illuminare le coste di tutto il mondo.

O meglio, posso comprendere logicamente come, nel caso si intendesse qualsiasi Messia, Illuminato o Profeta come inviato definitivo di Dio (suo Figlio, parte del Divino stesso, il Sigillo finale delle Sue volontà rivelate, etc.), per logica conseguenza dovremmo pensare che Egli indichi la via finale e unica da seguire per tutta l’umanità, ma, qualora, in termini, mi permetto di dire, forse più coerenti con la storia unitariana universalista, vedessimo in qualsiasi Maestro unicamente un uomo la cui anima si è affinata e ripulita dalle scorie fino al punto di approssimarsi alla comprensione del sentire trascendente e alla consonanza con tale sentire, questa unicità mi pare, ma forse è un limite del mio pensiero, quantomeno un po’ campata in aria.

Un uomo, ogni uomo, è un entità singolare, situata nel tempo e nello spazio e, come tale, limitata dalle sue coordinate vitali, dal suo background culturale e dalla finitezza che caratterizza il nostro genere. Certamente, grazie a moltissime variabili (da una maggiore sensibilità naturale ad un più attento e continuo lavoro di levigatura della pietra dell’anima, a vicende ed esperienze di vita particolari, etc.), alcuni di noi sono in grado di far risaltare maggiormente la luce di quella scintilla divina che, potenzialmente o fattivamente, è presente in ogni essere umano e credo che nessuno tra coloro che vivono la gioia della scoperta interiore di tale luce possa astenersi dal trasmetterla all’esterno, illuminando coloro che lo circondano. E non è neppure detto che costoro siano solo quelli che conosciamo come i grandi Maestri dell’umanità, i grandi (e spesso involontari) fondatori di una religione: si può essere fari anche solo di un piccolo scoglio e, allo stesso modo, si può essere punti di riferimento spirituale anche solo per una unica persona o per poche persone ma il senso della propria esistenza non cambia perché non siamo certo di fronte ad una gara di popolarità quanto di fronte all’emanazione di un dono “gratuitamente concesso e gratuitamente (forse persino inevitabilmente) elargito”.

A volte, proprio in questo quadro, mi capita di paragonare la vita spirituale ad una navigazione davanti alle coste della Croazia. La Croazia ha coste frastagliate e fondali piuttosto pericolosi, più o meno come frastagliate e speso pericolose possono essere le vicende dello Spirito nella vita di un essere umano. Per questo quella zona ha una percentuale di fari tra le più alte del mondo: si parla addirittura di un faro ogni 30 miglia nautiche. Ogni faro getta luce su un tratto, su un pericolo, su una insenatura e, dunque, ogni faro svolge a pieno il suo compito. Per quanto mi riguarda, per gusti personali, per il mio modo di essere, per la mia sensibilità, adoro il Faro di San Giovanni, su un’isoletta davanti a Rovigno, ma non è certo per questo che posso negare l’importanza e l’utilità, ad esempio, del Faro di Tajer o del Faro di San Pietro, senza i quali, certamente, moltissime navi avrebbero fatto naufragio. Ugualmente, il fatto di prediligere la via proposta da un Maestro particolare nulla toglie all’importanza degli insegnamenti di ogni altro Maestro per la vita di altre persone e, nel caso decidessi, come è auspicabile per tutti, di ampliare costantemente il raggio di navigazione della mia ricerca spirituale, per la mia stessa vita.

E, fratelli, in tutto questo c’è un elemento che è davvero impressionante: come ogni faro è per alcuni versi differente da ogni altro, a base tonda, a base quadrata, su terra ferma, su isole o promontori, a luce fissa, scintillante o intermittente, a lungo, medio o breve raggio, così gli insegnamenti di ogni Maestro hanno caratteristiche proprie, che derivano dal suo tempo, dal suo ambiente, dalla sua cultura, dal suo pubblico … eppure … eppure ognuno di questi fari spirituali dell’umanità ha puntato, in fin dei conti, il suo fascio luminoso nella stessa direzione, donandoci lo stesso messaggio, dicendoci tutti “non ha senso vivere solo sul piano orizzontale senza mai guardare oltre ma fate attenzione perché quel guardare oltre deve passare proprio da questo piano orizzontale e dall’amore che, su questo piano, sappiamo dare a chi ci sta intorno”.

Io, onestamente, non lo so, davvero non lo so, per quanto abbia speso metà della vita nel tentativo di capirlo e per quanto possa avere le mie personali speranze, se Qualcuno o Qualcosa ha un piano per noi, se esista una “Capitaneria di Porto” che, da qualche parte, in qualche modo ha deciso di piazzare ciascuno di questi “fari spirituali” in un punto preciso del fluire spazio-temporale, nelle vite di alcune persone o forse, in un modo o nell’altro, di tutte …

Una cosa, però, credo di sapere con un certo grado di certezza: che questa umanità incasinata, questa umanità che a volte ci sembra così povera e così perduta, che a volte sembra sbagliare così tanto nell’interpretare i segnali che le vengono inviati, è comunque migliore grazie alla loro presenza, grazie alla esistenza di Maestri, di molti Maestri che illuminano un po’ il mare in tempesta e spesso ci permettono di non naufragare.

Ed è per questa ragione che, in questo tempo in cui il mondo festeggia, e non importa se in una data a caso o troppo spesso nel modo più banale, la nascita di uno di essi, mi piace pensare che questa festa, nella mia spiritualità di viaggiatore e cercatore, di fedele forse infedele o forse troppo fedele a se stesso, sia un momento per ringraziare tutti i Maestri, tutti i fari che illuminano me e ogni mio fratello nel mondo e, forse, per ringraziare Qualcuno o Qualcosa di più grande che ha voluto o permesso la loro esistenza.

Buon Natale e buona “Festa dei Fari”!

Adonai echad, Amen.

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