Buoni o cattivi

Cari fratelli,

per molti mesi, pur nello scempio di tutti i valori umani in cui, come voi, credo profondamente, mi sono ripromesso di non affrontare direttamente argomenti legati all’attualità politica, convinto come sono che una chiesa debba essere lontana da ogni coinvolgimento ideologico anche lontanamente legato a posizioni partitiche per poter essere veramente libera e per poter alzare il vessillo di tale libertà di fronte a qualsiasi tentativo d’ingerenza statale.

Ebbene, oggi, in nome di quella stessa libertà, che non può prescindere dalla volontà di esprimere i concetti fondanti su cui la nostra spiritualità si radica di fronte al continuo insulto di cui essi sono vittima da parte di un apparato statale che ha fatto della grettezza egoistica, della chiusura entro muri ideologici eretti senza alcun rispetto dei valori inalienabili della dignità umana e della compassione e fratellanza tra ogni appartenente al nostro genere e della creazione di paure indotte per incatenare il popolo su posizioni che da tempo speravamo superate, una bandiera, ho deciso di rompere tale silenzio sebbene di farlo in modo apparentemente indiretto a partire dal commento non ad un documento politico o ad un testo filosofico ma ad una semplice frase di una canzone di uno dei più noti artisti italiani.

Qualcuno di voi si ricorda del brano di Vasco Rossi il cui refrain diceva: “Buoni o cattivi, non è la fine. Prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare”? Ecco, sinceramente, ascoltandolo quando era uscito, mi era capitato spesso di chiedermi che cosa volesse significare questa frase e, in tutta onestà, ancora non so se l’intenzione dell’autore fosse quella di esprimere linearmente il concetto che il giudizio se una cosa fosse “giusta o sbagliata” dovesse risultare più importante del giudizio se tale cosa fosse “buona o cattiva” o se, al contrario, si volesse utilizzare quella che, tecnicamente, viene definita “antifrasi” per esprimere ironicamente l’esatto contrario, cioè che prima di decidere se una qualunque azione sia giusta o sbagliata bisognerebbe chiederci se è buona o cattiva.

Vi dico subito che, tra le due ipotesi, spero vivamente che quella giusta fosse la seconda. Perché? Perché “giusto o sbagliato” è una distinzione che mi pare pertenga ad un ambito prettamente legalistico, ampiamente meno fondante rispetto all’ambito etico-morale generale rappresentato dal “buono o cattivo”: “giusto o sbagliato” sono categorie che presuppongono un metro di paragone, dal momento che qualsiasi casa può essere giusta o sbagliata solo rispetto a un canone, a una regola, a una norma, sia essa formale o informale, mentre sono abbastanza convinto che un livello di assoluto sia più proponibile per una distinzione tra bene e male.

Con questo, voglio essere chiaro, non sto dicendo che qualsiasi livello legalistico sia negativo. Molto banalmente, credo che tutti conveniamo sul fatto che la convivenza civile necessiti di norme, per quanto la sensibilità singolare possa variare sul giudizio di opportunità riguardo a che esse siano più o meno delineate e stringenti: in qualche modo, l’esistenza di un corpo di leggi fa pare di quel “patto sociale” che forma le nostre società e dal quale non possiamo prescindere.

Ciò che sto, piuttosto, affermando è che, in fin dei conti, tale corpo di leggi sia secondario rispetto ad un livello etico-morale più profondo sul quale il corpo stesso dovrebbe riposare e che, qualora tale livello profondo venisse messo in discussione, allora qualunque legge finirebbe per traballare nel più totale relativismo e nella più totale arbitrarietà.

Scendiamo nel concreto con un paio di esempi tra i primi che, sulla base della mia esperienza personale, mi possono venire in mente.

Ricordo che, molti anni fa, in una vita che non mi sembra neppure più essere stata la mia, un soldato professionista che conoscevo molto bene mi confesso qualcosa che, in seguito, ho scoperto essere un pensiero piuttosto comune e spesso citato tra coloro che portano le stellette. Mi disse: “Sai, molto spesso mi capita di pensare che noi ci addestriamo ogni giorno per fare cose per cui, se non portassimo una divisa, ci condannerebbero tutti all’ergastolo e che, solo per il fatto che ci viene dato una specie di permesso speciale dallo stato, se facciamo quelle cose ci chiamano eroi e ci danno medaglie ma non siamo diversi da quelli che chiamano assassini e additano come mostri”. La persona in questione era un caporale di ventuno anni con l’equivalente di quello che, in Italia, definirebbero diploma professionale di carpentiere, eppure, a pensarci ancora oggi, mi sembra che avesse colto la più profonda filosofia sottesa all’ipocrisia legalitaria umana: un ruolo, una patente, una divisa, una professione non dovrebbero potere rendere lecito ciò che il più profondo senso di una umanità che si dovrebbe distinguere dalla bestialità più atavica condanna in qualsiasi altro ambito.

Eppure … la legge così dice … Ma su che basi? Sulla opportunità, sulle convenzioni unicamente di convenienza di questo o quello stato? O anche di tutti gli stati? Sul gioco di prospettive e barriere costruite ad arte usate per lavare il cervello a giovani che vengono indotti a preporre un concetto assolutamente fittizio come quello di “patria” addirittura alla propria coscienza?

Ma cambiamo ambito e andiamo su questioni per certi versi più religiose e che, forse, possono riguardare, per quanto tristemente, molte più persone.

Vi è mai capitato di avere un parente o un amico malato in fase terminale? Spero per voi di no ma, nel caso ciò sia accaduto, saprete certamente quanto sia profondo e dilaniante il dilemma se sia più giusto dire onestamente alla persona in questione la verità o se, invece, sia più giusto salvaguardarla con una classica “pietosa bugia”. Onestamente, vi devo dire che, ormai qualche anno fa, ho dovuto affrontare questa questione quando a mia nonna è stato diagnosticato il cancro in metastasi che l’ha poi portata alla morte. Già prossimo a diventare studente di seminario, la mia mente e la mia anima erano infarcite di citazioni bibliche e leggi scritte nella pietra dalla mia religione: “non dare falsa testimonianza”, “sia il tuo dire sì al sì e no al no …”, “ogni inganno viene da Satana” … Insomma, tutto il mio bagaglio culturale legalitario in senso spirituale mi induceva al passo di rendere mia nonna conscia della sua situazione perché potesse prepararsi adeguatamente a ciò che l’aspettava … E stavo anche per farlo … Fino al momento in cui una paroline semplice e banale ma così essenziale nel momento del giudizio si è scritta nella mia mente: “perché?”. E quel perché includeva tante domande: perché condannare una donna di oltre ottant’anni a contare i minuti che rimanevano nella sua esistenza? Perché togliere ai suoi ultimi giorni la speranza che tutto potesse risolversi? Perché darle quella notizia che, nelle sue condizioni, nulla avrebbe potuto cambiare nel suo modo di comportarsi? Perché andare contro quella disperata illusione autodifensiva che l’ha portata ad essere convinta di avere “solo” una brutta polmonite anche quando qualsiasi evidenza rendeva lampante la verità?

E così, sì, ho mentito. E vi confesso che non me ne sono pentito neppure un solo istante negli anni a seguire. Avrei agito in modo diverso in situazioni diverse? Forse sì: se ci fosse stata anche una sola, per quanto piccolissima, speranza di guarigione attraverso la lotta di ogni singolo atomo del suo corpo, se avesse avuto trent’anni, non fosse stata costantemente dilaniata da una tosse che la piegava in due e da dolori in tutto il corpo e avesse potuto, magari senza sintomi evidenti, “godersi” a fondo gli ultimi giorni di vita facendo quello che, forse, aveva sempre sognato di fare … o cento altre variabili. Ma quelle variabili non c’erano e, allora, persino davanti alle leggi che consideravo sacre per me stesso e per chiunque al mondo, qualcos’altro ha prevalso.

Ed è quel qualcos’altro che, credo, deve prevalere su ogni altra istanza, su ogni legge umana, sia essa civile o religiosa, qualcos’altro che è il fondamento di tutto, la base su cui tutto si poggia, quel “bene” che diventa l’assoluto più assoluto e che un uomo che molti di noi venerano come il loro più grande maestro ha ben riassunto come senso ultimo di ogni legge, sia essa con la L minuscola o maiuscola, dicendo «“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Questo è il punto, fratelli, questo è il cuore di tutto: amare! Fare ciò che l’amore per Dio o qualunque cosa interpretiamo come Trascendenza e l’amore per gli uomini, per la loro ineguagliabile, incomparabile, intangibile e irripetibile dignità personale che non può essere intaccata da qualsiasi altra variabile ci comandano. Di fronte a questo amore ogni cosa, ogni legge, ogni comando, ogni autorità, ogni paura, ogni costrizione, ogni calcolo di convenienza, ogni considerazione, ogni ideologia, ogni potere non sono nulla, non sono che evanescenti costruzioni evidentemente destinate solo al male se esprimono posizioni contrarie a quel nucleo da cui, almeno idealmente, dovrebbero emanare.

E dunque? E dunque, per quanto sappia che nessuno di noi ha grandi poteri, che, molto probabilmente, a nessuno di noi capiterà l’occasione di dover mettere in pratica qualsiasi alto proposito in materia, non posso che suggerirvi di fare vostro, almeno idealmente se non vi sia opportunità di metterlo in pratica effettualmente, il suggerimento di uno dei nostri grandi intellettuali, Henry David Thoreau, espresso in due sue celebri frasi sulla disobbedienza civile:

«Non vi sarà mai uno Stato realmente libero e illuminato, finché lo Stato non giunga a riconoscere ogni individuo come un potere più elevato e indipendente, dal quale derivino tutto il suo potere e la sua autorità, e finché esso non lo tratti di conseguenza»

e

«Tutti gli uomini riconoscono il diritto alla rivoluzione, quindi il diritto di rifiutare l’obbedienza, e d’opporre resistenza al governo, quando la sua tirannia o la sua inefficienza siano grandi ed intollerabili».

E ad esse, in forma del tutto personale, vorrei assommare una terza frase, di rabbi Yeshua di Nazareth:

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre».

Credo che a queste affermazioni non vi sia nulla più da aggiungere!

Adonai echad,

Amen

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Idolatria

Anni fa, durante una tavola rotonda, fu chiesto al cardinale Tonini e al rabbino Toaff di sintetizzare in una frase l’ essenza del cristianesimo e dell’ebraismo. Il primo rispose «Ama il prossimo tuo come te stesso», il secondo «Non ti farai idoli». C’ è un nesso profondo fra questi due comandamenti. Se si è idolatri, superstiziosamente e feticisticamente succubi di falsi e oscuri ordini, divieti, poteri, convenzioni e fantasmi che si proclamano assoluti, non si è capaci di amare, perché non si è liberi.

(C. Magris, 2005)

L’idolatria è un segmento di realtà strappato via dal contesto dell’universalità, una astrazione erronea gonfiata fino a farne un assoluto.

(James Luther Adams, 1983)

15 Allora Mosè si voltò e scese dal monte con le due tavole della testimonianza nelle mani, tavole scritte su entrambi i lati, davanti e di dietro. 16 Le tavole erano opera di DIO e la scrittura era scrittura di DIO, incisa sulle tavole. 17 Or Giosuè, udendo il clamore del popolo che gridava, disse a Mosè: «C’è un rumore di guerra nell’accampamento». 18 Ma egli rispose: «Questo non è né un grido di vittoria, né un grido di sconfitta; il clamore che io odo è di gente che canta». 19 Come fu vicino all’accampamento, vide il vitello e le danze; allora l’ira di Mosè si accese ed egli gettò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi del monte. 20 Poi prese il vitello che essi avevano fatto, lo bruciò col fuoco e lo ridusse in polvere; e sparse la polvere sull’acqua e la fece bere ai figli d’Israele. 21 Quindi Mosè disse ad Aaronne: «Che ti ha fatto questo popolo, che gli hai tirato addosso un così grande peccato?». 22 Aaronne rispose: «L’ira del mio signore non si accenda, tu stesso conosci questo popolo e sai che è inclinato al male. 23 Essi mi hanno detto: “Facci un dio che vada davanti a noi, perché Mosè, l’uomo che ci ha fatto uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia avvenuto di lui”.

(Esodo 32)

Cari Fratelli,

vorrei iniziare il sermone di oggi raccontandovi di un episodio occorsomi qualche giorno fa.

Per ragioni personali mi trovavo nel reparto di neurochirurgia del San Raffaele di Milano ed, entrando nella sala d’aspetto, mi sono immediatamente imbattuto in una immagine che ha colpito in negativo la mia sensibilità protestante a tal punto da farmi venir voglia di scattare la fotografia che campeggia sulla locandina della funzione odierna: in tutta la sala d’aspetto di un ospedale fondato da un sacerdote cattolico (lasciamo qui stare di che tipo e con quali manie di grandezza che hanno portato a note vicende finanziare), non c’era una sola croce ma, in compenso, su un tavolino campeggiavano due statue, una di Maria e una di Padre Pio, letteralmente coperte di rosari, braccialetti votivi (o, almeno, immagino tali siano quegli obbrobri in legno di stile ortodosso con microicone sacre che andavano di moda qualche tempo fa) e collanine con crocifissi di varia fattura.

Prima di dirvi che cosa mi abbia disturbato tanto in quella blasfema scenetta votiva, credo sia importante fare alcune premesse:

1) mi rendo perfettamente conto che l’ambientazione sia particolare e che, di fronte al rischio della vita, molti non si peritino minimamente di votarsi a qualsiasi forma superstiziosa e legata al più becero sciamanesimo pur di avere qualche speranza (nella mia vita ho incontrato anche chi era convinto che portare una immaginetta di tale San Gaspare nel retro delle mutande potesse guarirlo dal mal di schiena e, forse, in questo caso, l’idolatria era, nella situazione generale, persino più ridicola e meno comprensibile);

2) mi rendo, altresì, conto che ognuno sia libero di credere in ciò che più desidera e che le istanze miracolistiche legate alle convinzioni di alcune denominazioni siano di tale portata e tale forza da indurre a quelle che non esiterei a definire pericolose perversioni della fede che possono essere deleterie non solo per il cammino spirituale ma persino, come nel caso del rifiuto di trasfusioni e trapianti dei Testimoni di Geova, per la propria sopravvivenza;

3) infine, vorrei specificare che ciò che mi ha disturbato esula completamente dall’oggetto specifico di quegli atti idolatri: come, credo, gran parte di noi, ho una notevole ammirazione per la pazienza e, immagino, la capacità di sopportazione della madre di un figlio notevolmente ribelle come Rabbi Yeshua e, in fin dei conti, il vecchio fraticello visionario e incazzoso che ha subito l’onta (almeno tale io la considero) di doversi far esporre mummificato per mezza Italia, non mi pare abbia fatto nulla di male se non dare libero sfogo a sue psicosi personali delle quali, direi, era molto poco colpevole.

Che cosa, allora, mi ha turbato a tal punto da farmi prendere la briga di fotografare quelle due statue in una situazione in cui ben altre preoccupazioni avrebbero dovuto attirare la mia attenzione?

Beh, in primo luogo la constatazione della perversione della fede che percepivo in tutta la scena.

Rileggiamo il passo veterotestamentario che ho proposto per questa funzione: “[Mosè] … Come fu vicino all’accampamento, vide il vitello e le danze; allora l’ira di Mosè si accese ed egli gettò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi del monte. 20 Poi prese il vitello che essi avevano fatto, lo bruciò col fuoco e lo ridusse in polvere“. La prima domanda che subito mi viene in mente è: perché Mosè spezza le tavole della Legge prima di distruggere l’idolo? Insomma, a pensarci bene, non sembra una mossa molto furba: già gli Ebrei si sono lasciati traviare dalla paura, già hanno infranto il più importante comandamento della religione monoteista e, per di più, Mosè che fa? Distrugge la Legge scritta personalmente da Dio. In realtà, il significato simbolico è chiarissimo: dove esiste l’idolatria non può sussistere la Legge divina perché le due cose sono assolutamente incompatibili. Ma, allora, da dove deriva tale incompatibilità? Sono le altre due letture a dircelo: l’idolatria consiste nell’assolutizzazione di un particolare, nel gonfiare il significato di un accessorio fino a renderlo un feticcio, un oggetto di amore perverso e monodirezionale che esclude ogni apertura a tutte le altre tipologie d’amore, sia esso l’amore universale orizzontale o l’amore trascendente verticale. E se tutta la spiritualità di qualsiasi religione, cristianesimo incluso, si fonda proprio su queste aperture d’amore, allora nulla vi può essere di più perverso e contrario a qualsiasi religione che crearsi idoli verso cui rivolgere il proprio culto, rendendoli come spugne che assorbono assurdamente e inutilmente il nostro amore.

Eppure … eppure i feticci fanno parte del nostro modo di essere in quanto uomini.

Probabilmente, forse quasi maniacalmente, la mia visione è persino eccessiva e, spinto da un monoteismo di stampo mediorientale e da una spiritualità non molto lontana dal quaccherismo, vedo costantemente idolatria intorno a me, in troppi ambiti, non escluso quello religioso.

Allora, idolatria diventa il culto del denaro, del potere, del lusso, dell’agiatezza, della bellezza, persino di quella ricerca di tranquillità che troppo spesso tocca l’ignavia; idolatria diventa ogni simbolismo, ogni ritualità, ogni senso di appartenenza denominazionale, ogni ricerca identitaria comunitaria che rischi di diventare fine a se stessa, che assolutizzi qualunque forma a scapito dello Spirito universale e informale; idolatria è qualunque gerarchizzazione umana, qualunque culto d’uomo, qualunque visione di una scala sociale in cui un essere di carne e ossa si ponga, per qualsiasi ragione, un gradino sopra chiunque altro, etc.

Probabilmente, se dovessi pensare alla religione perfetta secondo la mia visione, questa sarebbe una religione senza forme, in cui ogni essere umano è una chiesa vivente, in cui esiste un dialogo incessante tra me e Dio in me, un dialogo che è meditazione silenziosa, senza formule, senza immagini di un Trascendente che è puro spirito d’amore senza volto, che non necessita simboli perché Egli è ogni simbolo, che non necessita denominazioni perché l’umanità stessa è l’unica denominazione in cui quel Dio s’incarna in ogni rappresentante, che non necessità parole perché Dio è l’origine di ogni parola e pensiero e non c’è nessun bisogno di esprimere ciò che Egli già sa perfettamente, in cui c’è solo bisogno di azione concreta d’amore verso gli altri perché ogni mio simile è l’altare davanti a cui inginocchiarmi, non per questo o quel potere transeunte ma perché ogni persona, non una, tre, dodici, trenta o trecento ma sei miliardi oggi e mille miliardi nella storia, ogni persona è tabernacolo e avatar del Divino, persino quando quel Divino è nascosto, è sopito, è schiacciato dentro il singolo fino a sembrare lontanissimo.

Ma, lo so, io esagero e, come una volta mi ha detto Alessandro, noi abbiamo bisogno di simboli e riti. È vero! Noi abbiamo bisogno di simboli e riti perché viviamo nel mondo materiale, tangibile e simboli e riti sono il mezzo con cui comunichiamo il Sacro e non siamo per nulla dissimili dagli Ebrei nel deserto o dagli Apostoli prima della Pentecoste: quando colui che percepiamo come guida è lontano, finiamo per cadere preda della paura, dello sconforto e del sentimento di solitudine e ci costruiamo feticci che siano memoria e comunicazione, eggregoro e appiglio psico-fisico per l’elevazione e che ci diano forza e coraggio.

E se questo è vero in campo spirituale, lo è altrettanto in ogni altro campo dell’esistenza: cerchiamo feticci che ci esaltino, che ci indirizzino, che esprimano una identità collettiva di cui sentirci parte, che ci diano sensazioni di forza, di coraggio, di piacere, di appartenenza.

E, allora, come posso rispondere a Luca che, due settimane fa, ha giustamente osservato che tutti abbiamo i nostri idoli?

Direi in due modi.

Il primo modo è distinguendo tra feticci relativi e idoli assoluti: abbiamo memorie, ricordi, simboli che sono oggetti d’amore, di piacere, di costruzione identitaria e di rappresentazione dei nostri gusti e del nostro pensiero, che ci aiutano, ma nessuno di loro deve diventare l’elemento assorbente totale del nostro sentire che ci distolga dal cammino verso l’universalizzazione del nostro amore in senso verticale e orizzontale. Posso avere un genere musicale preferito, una ideologia preferita, un hobby preferito, uno stile di vita preferito o, persino, una forma di spiritualità preferita: ciascuno di questi elementi può essere espresso da forme, persone e simboli che, in fin dei conti, sono feticci e idoli ma feticci e idoli relativi, innocui, in molti casi persino utili come mezzi espressivi di ciò che io sono. Il problema, la vera idolatria nasce quando assolutizzo quell’idolo: allora nasceranno i fanatismi, i dogmatismi, i fondamentalismi, l’essere pronto a qualsiasi cosa per sfamare quel vitello che sarà anche d’oro, ma diventerà ogni giorno più famelico.

Il secondo modo, legato ovviamente al primo, è distinguendo tra mezzo e fine. Un feticcio può essere un mezzo per avvicinarci ad un assoluto (direi che molti simboli e riti rientrino in questa categoria) o può essere vissuto come assoluto esso stesso: nel primo caso, attribuirò al feticcio un valore strumentale relativo, nel secondo caso ne farò un idolo oggetto di culto, appunto assolutizzandolo e, conseguentemente, sbagliando perché esiste un solo Assoluto: il Trascendente sopra di me e in me e in ogni altro essere umano.

Probabilmente questo è l’elemento che mi ha dato più fastidio in quella sala d’attesa: non sicuramente il possibile valore strumentale di quelle immagini, ma il culto superstizioso, feticistico, idolatra che era da esse reso in forma assoluta, con tutto quello che di miracolistico e sovrannaturale poteva essere attribuito a pezzi di legno intagliati e a ciò che rappresentavano. Non disgiunto al disgusto, forse colpevole nel giudicare ciò che, in fondo, non dovrebbe interessarmi, per religioni che permettono e promuovono che feticci, siano essi santi e madonne, reliquie o luoghi di presunte apparizioni o presunti miracoli, vengano assolutizzati per farne, sì, strumenti, ma solo strumenti di un potere che è, a sua volta, una forma di idolatria ai massimi livelli.

Allora, fratelli, il messaggio che vorrei lasciarvi con questo mio discorso è soprattutto uno: tenete sempre in mente, nel vostro cammino, che esiste un solo assoluto, origine di tutto e di ciascuno, che non sta in nessuna formula, in nessun feticcio e in nessun luogo se non dentro di noi e di ciascun essere umano: a lui solo sia culto in eterno.

Adonai echad. Amen

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