Certezza?

Cari fratelli,

non ho difficoltà ad ammetterlo: provo una grande invidia e, a volte, una grande nostalgia.

Provo una grande invidia per chi ha una fede così sicura, così monolitica da trasformare quella che per me è una vaga speranza in una “certezza”. Provo una grande invidia per chi ha potuto far proprie le parole di Isaia e scrivere di avere la certezza di essere salvo perché Dio è con lui,

E provo una grande nostalgia di quel tempo in cui, prima con una fede infantile, poi con una fede più matura e nutrita dalle voci di tanti “padri spirituali”, ero disposto ad accettare le Verità che mi venivano dalla Tradizione, la loro santità indiscussa e indiscutibile, il loro essere via verso la salvezza.

Parliamoci chiaro, amici miei: una fede che porta alla totale certezza è una coperta calda per gli inverni dell’anima in cui il freddo che ci circonda si fa pungente, è una luce chiara nei passaggi più bui della nostra esistenza, è un segnale stradale quando rischiamo di perderci nei meandri della realtà o del nostro spirito, è una mano sulla spalla che ci fa girare, magari un istante prima di cadere in un precipizio di disperazione. Sì, la certezza … Amo la certezza, la anelo, con la stessa volontà di ordine, linearità e univocità che, con militare maniacalità, ha caratterizzato, senza mai ottenere piena soddisfazione, almeno gli ultimi 30 anni della mia vita.

E allora? Allora perché scegliere, consciamente e, ve lo dico in tutta onestà, anche dolorosamente, di rinnegare progressivamente ogni ordine mentale precostituito e ogni conoscenza acquisita in anni di studio entrando in una denominazione come quella Unitariana Universalista che penso sia la più aliena da ogni certezza, la meno teologicamente strutturata e pianificata nell’intero panorama ecclesiastico mondiale? Perché passare dalla proclamazione delle Sante Verità a quella di un percorso dagli orizzonti cangianti, dai contorni a tratti evanescenti, come se da un’autostrada avessi voluto entrare in un labirinto di specchi? Perché non ritornare sui miei passi, perché non riaccettare, anche senza più ruoli ministeriali la cui pesantezza, quantomeno dal punto di vista dello scavo emotivo e morale per rimanere sempre onesto nella predicazione, è, vi assicuro, non indifferente, di rientrare in quell’ambito che, sia dal punto di vista pratico-sociale che da quello psicologico-spirituale tanto semplificherebbe la mia vita come, probabilmente, la vita di molti di noi?

Fratelli, francamente me lo chiedo ogni giorno e, ogni giorno, mi rendo conto che è impossibile, che quella che ho imboccato, che quella che forse abbiamo tutti imboccato, è una strada a senso unico, con un cartello rosso che impedisce l’inversione di marcia. Su quel cartello c’è scritta una parola: “dubbio”.

Dubbio è una parola strana, una di quelle parole che, pur non riuscendo ad essere mai davvero neutre, possono assumere una valenza negativa o positiva a seconda dei contesti e, soprattutto, a seconda di chi ne fa uso, della sua visione del mondo, della sua sensibilità e della sua prospettiva.

Non a caso le varie religioni strutturate hanno sempre visto nel dubbio l’espressione del male assoluto. Esempi tra i molti possibili? Leggete in Giovanni 3 “Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?”, o l’episodio di Tommaso o, in tutto l’Antico e il Nuovo Testamento, come il dubbio venga da Satana, come sia definito il dubbio nella Torah, nel Talmud o nel Corano, quale destino accolga chi dubita delle verità espresse nei Veda, etc. Ed è ovvio: una religione prevede un affidarsi fiducioso del singolo ai suoi dettami e questo affidarsi fiducioso è, appunto quello che definiamo fede, quella fede che non può venir intaccata dal dubbio.

Eppure devo dire che, curiosamente, nel mio caso, l’imboccare la via del dubbio è nato proprio dalla fede, da una fede davvero quasi cieca nel testo evangelico, una fede messa in crisi da un versetto che conosciamo tutti, da una frase attribuita a Yeshua: “Perché mi chiami Padre buono? Solo Dio è buono”. Da lì è partito il mio viaggio che mi ha condotto all’Unitarianesimo ungherese prima e, in seguito, dopo qualche peripezia comunitaria e teologica, alla piena assunzione di quell’Unitarianesimo Universalista contemporaneo che vede in quella tappa intermedia una, pur meritoria e accettabilissima, reliquia del passato, ancora piena di dogmatismi, liturgismi e rigidità catechistiche che, all’oggi, mi risultano, personalmente, molto pesanti da accettare.

Sì, perché è così che funziona con il dubbio: è come una valanga che parte da una pallina di neve e si ingrossa sempre di più, nutrendosi di domande come “perché?”, “chi lo dice?”, “ma ha senso?”

E così ogni castello teologico finisce per svanire. Salvezza? Ma salvezza da cosa? Da noi stessi? E che senso ha che un Dio creatore ci faccia tali da abbisognare di una salvezza, per di più arrivata in modo così ingiusto come un sacrificio vicario? Vita eterna? E chi lo dice che ci sia? Al massimo ci si può sperare ma il trucco psicologico che sottende l’idea mostra fin troppo la trama per permettere certezze … Dio? Ma chi l’ha mai visto? Chi può parlare di Lui con un minimo di cognizione di causa? Chi capisce davvero una volontà così misteriosa da essere interpretata diversamente ogni 5000 chilometri? Testi sacri? Basta un filologo alle prime armi per capire che la loro costruzione, la loro scelta e il loro direzionamento obbediscono a criteri umanissimi e, non bastasse questo, se sono così univoci come ci vogliono far credere, com’è che ogni cultura ne ha uno diverso? Potrei andare avanti fino a notte fonda ma credo che questi pochi esempi già chiariscano bene come funziona il dubbio e come esso, tra l’altro, sia il frutto di quella capacità di pensiero critico che è, probabilmente, uno dei vertici più alti dell’umanità.

Già, uno dei vertici più alti che alcuni di noi sono più propensi a toccare e, sinceramente, neppure nella migliore delle ipotesi riuscirei a definirli i più fortunati, i più intelligenti né, tantomeno, i più coraggiosi come sostengono una miriade di balle propagandistiche che ci propinano e, a volte, noi stessi ci propiniamo: ci si nasce e basta con questa Santa Barbara dentro, pronta a detonare ad ogni scintilla che si avvicini alla miccia del dubbio.

Eppure, vi devo dire che, pur con tutta la sofferenza che provoca, pur con tutta quella nostalgia di qualche certezza che può portarci a tentare di afferrare ogni appiglio possibile per ancorarci nella nostra caduta nella spirale della nebbia, a tentare di credere in teorie teologiche che, alla riprova dei fatti, hanno la stessa possibilità di validità oggettiva di qualsiasi fantasia magistica, a tentare di dar forma e struttura alla fede dandole un nome e regole perché, come mi disse un mio amico cattolico, “questo è tutto quello che abbiamo”, pur con tutto questo, io benedico il dubbio.

Lo benedico non tanto perché penso che esso ci possa aiutare ad avere un “dio con noi” che, per ovvie ragioni storiche, è un assunto che mi fa rabbrividire o perché credo, come Weston, che ci possa agevolare nel trovare una Verità con la V maiuscola che non credo sia alla portata degli esseri umani o ma lo benedico per l’altra parte dell’affermazione di Weston, perché il dubbio è l’acido che corrode il falso e distrugge l’assurdo che imprigiona il nostro potenziale con un magismo eterodiretto, che imprigiona le nostre stesse vite asservendole ai voleri di coloro che, credendoci essi stessi o non credendoci affatto, ci impongono paletti di norme e regolette decise da loro stessi o da altri e basate sul nulla, su una ipotesi, su una fantasia, magari anche ben strutturata e sistematizzata, che nessuno potrà mai, oggettivamente e onestamente, affermare corrisponda alla certa volontà di Dio.

Ok, sicuramente state pensando che, piuttosto incredibilmente per un ministro di culto, stia facendo una specie di panegirico della razionalità e del materialismo, dimenticando tutto quel mondo che Shakespeare ha splendidamente compendiato nella frase di Amleto: “Orazio, ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia”.

Esattamente l’opposto, ve lo assicuro!

Certo, non mentirei se vi dicessi che, al di là di speranze che tali rimangono senza alcun grado di sicurezza, tendo sempre più a credere solo in ciò che è reale, che posso vivere concretamente, sperimentare, senza crearmi nessuna teoria su quanto esula dalle mie possibilità di conoscenza, in questo facendo mia la famosa affermazione, per altro pronunciata in ambiti diversi, di Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Questo, però, non significa affatto, per come vedo io le cose, né bloccare la mia visione solo a ciò che è meramente materiale e tangibile, né limitare la mia riflessione a ciò che è razionalmente limitato e quantificabile. Significa, piuttosto, concentrarmi unicamente sull’esperibile e l’esperibile non comprende solo il tangibile ma anche tutto ciò che riguarda la sfera interiore del singolo: il suo pensiero insieme al suo sentire, ai suoi sentimenti, alla sua interiorità, ai suoi principi etici e morali, alle sue sensazioni, ai suoi vissuti interiori e alla sua rete di relazioni affettive.

Qualche tempo fa si parlava della difficoltà di definire un “materialismo religioso”. Io credo che una possibile declinazione di questa corrente possa essere proprio quella che non si limita alla pura materialità fisica ma, piuttosto, si limita, più che altro per voglia di onesta intellettuale, all’esperienzialità reale, al vissuto di quel singolo che non è fatto solo di corpo ma anche di una parte invisibile, intangibile in ogni senso che lo caratterizza come essere umano.

In questo senso, credo che possa avere ancora significato parlare di spiritualità, nel momento in cui, pur conscio di non poter definire chiaramente la sua essenza, non posso fare a meno di sentire, di esperire chiaramente l’esistenza di un piano che va oltre quello fisico e che si sostanzia nella definizione di Trascendenza anche senza la possibilità di qualunque specificazione ulteriore; pur conscio di non poter individuare una loro fonte primaria, provo dei sentimenti, provo la necessità di seguire delle leggi morali dentro di me la cui origine avverto essere superiore alla mia singolarità specifica; pur comprendendo come sarebbe molto più praticamente produttivo chiudermi in una visione egoistica che si concentri unicamente su me stesso e i miei bisogni, non posso fare a meno di avvertire un profondissimo legame atavico di amore che, a cerchi concentrici, mi lega al mio prossimo e mi rende uno con l’umanità intera; pur intuendo razionalmente che sarebbe molto meno dispendioso in termini energetici badare unicamente ai miei interessi, non posso fare a meno di provare un senso di repulsione per ogni forma di ingiustizia ed esclusione che colpisca qualunque essere vivente. E sono convinto che, al netto della volontà specifica di sopprimere e tacitare per altri interessi o in nome di altre logiche queste esperienze, esse appartengano a qualunque essere umano sano di mente e che la loro esistenza, conseguentemente, vada a integrarsi con quella della realtà materiale per formare il piano del reale, quel piano non gnosticamente dualistico che ci comprende totalmente, quel piano la cui analisi rimarrà sempre senza fine ma la cui accettazione, pur nella ricerca, implica già di per sé un sentire dell’oltre.

Ed è questo sentire dell’oltre, questo sentimento della trascendenza che di declina in modo assolutamente personale in ognuno, che vive del qui e ora, del quotidiano, dell’agire secondo la sua logica che supera la logica empirica e aristotelica, che non ha bisogni di fantasie e supposizioni perché è presente all’interno di ciascuno e in ciascuno, pur con forza diversa, determina percorsi ben chiari e delineati, ciò che dà senso ad una spiritualità come quella U*U, che onora il Sacro senza volerlo per forza imprigionare in termini umani, che lotta per l’emergenza dei dettami comuni di amore di tale Sacro senza volerli forzatamente definire in termini di origine e finalità, che non disprezza la razionalità critica ma non s’imprigiona ad essa nella comprensione che un uomo è ben più di un insieme di molecole e processi chimici.

Ed è questo sentire dell’oltre che ancora sento dia senso alla vita e al ministero di chi, come me,  in fondo, magari un po’ masochisticamente, non vuole legare il cuore a nessuna dimora, non vuole avere nessuna “certezza” che imbrigli la sua anima ma vuole leggere liberamente il libro dell’universo sicuro che, dentro di lui, quello che cerca lo stia già cercando.

Adonai echad,

Amen.

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