Non sia un film senza protagonista

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39)

Cari Amici,
Vi sto per raccontare una storia molto diversa da quella mainstream che siete abituati a sentire altrove, sapete che mi annoia ripetere sempre le stesse cose, fortuna che, in un caso come questo, non potrei farlo nemmeno volendo. Altrove vi dipingono la storia di un eroe duro e puro, che entra a Gerusalemme per vincere e vincerà, sconfiggendo persino la morte. Io vi racconto la storia di un saggio, un religioso che sentiva di avere una missione morale, sociale e spirituale, i cui esatti contorni non erano noti nemmeno a lui stesso, di un uomo frainteso ed insicuro, catapultato e usato, suo malgrado, nel mezzo di un baillame politico, per cui probabilmente non era tagliato e nemmeno preparato. Quale di queste sia stata la vera storia non lo sapremo mai, e forse, ai fini di ciò per cui il Vangelo è stato pensato non importa nemmeno molto. Il mio consiglio, come sempre non è di scegliere quale Gesù, ma semplicemente lasciare che attorno alla figura di Gesù possano coesistere diverse storie, diversi punti di vista, diverse esperienze, in modo che possiate sempre scegliere quale Gesù sia più adatto a parlarvi non solo in questo particolare momento della vostra vita, ma addirittura in un particolare momento della vostra giornata

L'”altra” storia della domenica delle Palme, per come è nata, è la storia di un fraintendimento, di una mutua delusione e di una volontaria scelta di sacrificio.
FRAINTENDIMENTO. Gesù non si è mai presentato come capo politico, come liberatore di una nazione o come macchina invincibile, non è mai stato Wolf-Risolvo Problemi. Ha piuttosto mostrato un atteggiamento nuovo verso le cose, verso le difficoltà, un modo nuovo, o quanto meno rinnovato, di far tesoro dell’esperienza di vita, qualunque ne sia il segno, di disporsi a ritrovare, in ogni singolo secondo della nostra esistenza, un modo per valorizzarla, rivalutarla, renderla unica.
Solo che ci vuole impegno. Ci vuole dedizione quotidiana e costante, ci vogliono attributi. La via che insegna “questo Gesù” è una via scomoda, faticosa, comunque sofferente. Questo Gesù è bruttino ed antipatico, mi dice che buona parte dei miei problemi me li posso e me li devo risolvere da solo, mi dice che mi devo sbattere, che mi devo impegnare. No molto meglio quell’altro, quel vincitore che arriva, mette in riga tutti e, senza che io debba far nulla, senza che io mi debba impegnare, senza che debba sudare, risolve ogni mio problema, Quell’altro è molto più comodo, e in fondo non mi richiede poi molto, solo che io ci creda, e, con l’aiuto di altri come me e di un poco di oppio spirituale, non è nemmeno così difficile farlo. Per il popolo fu facile e comodo accogliere un liberatore che avrebbe risolto i loro problemi, che li avrebbe liberati dai romani mentre loro sarebbero stati sul balcone a mangiare pop corn. E noi? Quante volte preghiamo questo Gesù? Quante volte aspettiamo che sia lui a cavarci di impiccio rispetto a guai e manchevolezze di cui noi stessi siamo artefici? Quante volte basiamo il nostro credere o non credere sul fatto che la Prof ci interroghi o non ci interroghi, che il selezionatore ci scelga o meno, senza guardare alla nostra parte nella storia. Come sapete io personalmente credo nel concetto di צמצום tzimtzum, ossia nel fatto che Dio abbia fatto un passo indietro per permetterci una esperienza di affermazione spirituale autonoma, di scrivere noi l’ultimo verso della poesia, come direbbe Vecchioni. Quante volte noi ci rifiutiamo di farlo? Rifiutiamo di dare il nostro contributo, di portare il nostro pezzettino di croce, attendendo che altri lo facciano al posto nostro? Quante volte guardiamo la nostra vita come se guardassimo un film noioso aspettando con impazienza che arrivi l’eroe senza pensare che, alla fine, l’eroe dobbiamo essere proprio noi? Quante volte ci lamentiamo del film, dicendo che manca di una parte forte e attiva, senza capire che quella parte dovrebbe essere la nostra? Quante volte, come sembra ricordarci il verso in oggetto, abbiamo tenuto per noi la nostra vita, sprecando tempo e opportunità, passando interminabili momenti ad incolpare il Divino, senza comprendere che ciò che ci viene richiesto

MUTUA DELUSIONE. Ecco che le persone cui il mite saggio avrebbe voluto insegnare il valore delle piccole cose nella vita e l’importanza del nostro ruolo in essa, viene deluso, probabilmente capisce di aver sbagliato, di aver sottovalutato le difficoltà della natura umana a farsi carico di quella componente di responsabilità essenziale per la vita. Di essersi fidato delle parole, di essersi cullato, magari cedendo anche a qualche colpevole sirena narcisista, in un atteggiamento di deferenza, che celava ben altre motivazioni (l’umore di Gesù in questi giorni era nero, e non certo a mio avviso, perchè sapeva di dover morire). Ma, di contro, ecco che, a meno che l’oppio spirituale non funzioni, l’eroe non arriva, o peggio viene sconfitto e preso per i fondelli dai romani che lo crocifiggono in bella mostra dileggiandolo in termini non esattamente lusinghieri, e una profonda delusione serpeggi tra i suoi sostenitori. Quanto del nostro disamore per il Vangelo, ma a rigore è un discorso che vale per qualunque tradizione, dipende da queste attese deluse, da questo atteggiamento passivo e pigro nei confronti della nostra vita spirituale e non solo? Se ci siamo disamorati del Vangelo è perchè abbiamo voluto ignorarne l’aspetto di formazione esigente, se vogliamo riaccostarci ad esso, dobbiamo riscoprirne quest’aspetto, dichiarando la nostra volontà preliminare a metterci in gioco, ad essere noi gli artefici del mondo che vorremmo.

SACRIFICIO. Ed ecco che l’ultimo, l’estremo e più importante insegnamento del mite saggio galileo, è un invito al sacrificio di sè, che solo la prospettiva unitariana riesce a cogliere in tutta la sua drammaticità: senza tornaconti, senza appelli, senza calcoli. Il Vangelo esigente è un vangelo che invita al sacrificio di sè come esperienza seminale. Per un credente infatti questo sacrificio non è un atto privo di senso e fine a se stesso, ma un abbandonare un modo di guardare le cose, quello mondano, per trovarne un altro, che si fonda su un’altra prospettiva, quella spirituale. Quindi è un perdersi che è anche un ritrovarsi, un sacrificio che ha nell’atto stesso di perseguirlo

Allora facciamolo quest’uomo,
capace di quel solo atto di coraggio che qualifica la sua intera esistenza
Nasè Adam
Amen
Rob

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Un uomo di Dio

Cari amici,  

Una signora che conosco del mio vicinato e che conosce, non so bene come, la mia vocazione pastorale è venuta da me poiché cercava un uomo di Dio. Capirete la mia perplessità nel riconoscermi in quella definizione, ma sembrava palesemente scossa e sono stato ad ascoltarla.

Mi ha parlato di sua mamma recentemente scomparsa e mi ha chiesto in lacrime se secondo me avesse avuto accesso al Paradiso e se la Madonna ci stesse guardando e proteggendo.

Gli elementi di dissidio col mio personale sentire, soprattutto se ci mettiamo santi e Madonne di mezzo, erano davvero tanti, ma in quel momento l’ho rassicurata e consolata. Adesso che siamo tra noi però vorrei riflettere con voi su quanto accaduto,

La prima questione è: sono io un uomo di Dio? O forse ancora prima chi è un uomo di Dio? Chi non è un uomo di Dio? O meglio esiste qualcuno nominabile uomo di Dio, per cui questa definizione possa avere un minimo di senso?

Certamente non potrei annoverarmi tra gli uomini di Dio per virtù, basta conoscermi un po’ meglio per sapere quanto sia lontano dalla figura del cavaliere senza macchia e senza peccato, né, per quanto io abbia studiato, sono in possesso di una cultura teologica talmente sopraffina da garantirmi qualche titolo di merito particolare. In più non credo che esista una categoria di uomini eletti al cospetto di Dio, in ragione dell’esibizione di un collarino di cartone, di una tonaca, tallit o di qualche altro diritto di nascita. Dal mio punto di vista tutti possiamo essere uomini di Dio in ragione del talento che il Principale ci ha donato comportante la possibilità di svilupparlo o meno, a seconda di una nostra libera scelta.

Per giorni mi ha un poco torturato questa immagine dell’uomo di Dio che ero chiamato ad essere, in forte dissidio con la forte consapevolezza della mia imperfezione. (Attenzione non voglio dire che io sia una testa di quiz più di chiunque altro, voglio dire piuttosto che ciascuno di noi, in un sincero esame con se stesso, troverebbe zone d’ombra di cui non andar fiero.

Poi mi venne in mente un’idea interessante: uomo di Dio non è solo chi scelga di esserlo, ma chi, proprio scegliendo di esserlo, si sforzi di sopportare questo dissidio, si sforzi di offrire la propria vita per l’altro, nonostante la propria imperfezione, abbia il coraggio di dire eccomi alla chiamata, nonostante le rughe e le macchie della propria anima. Questo coraggio non lo dà la tonaca e nemmeno un libro di teologia, lo dà la testimonianza di una esperienza profonda del Divino. Io non sono uomo di Dio perchè ho ricevuto una laurea o una stola, lo sono in ragione di una pratica costante di ricerca di contatto con la mia scintilla divina interiore, e perchè ho il coraggio, l’ardire di testimoniarla, senza nascondere che ogni tanto anche io sono un po’ testa di quiz. Ognuno di noi, credo, dovrebbe trarre da questi nostri incontri la forza per essere testimone della propria ricerca di contatto col Divino ed offrire al proprio prossimo la forza rassicurante di una viva presenza spirituale nelle nostre azioni e nelle nostre opere. In sintesi, essere uomini di Dio non credo sia roba da preti, credo sia roba che interessi ogni credente coraggioso.

Ma c’è un’altra questione che mi ha turbato dal colloquio con questa donna: Nel confortarla sulla rassicurante opera benevolente della Madonna, cosa cui io non solo personalmente non credo, ma che mi dà proprio un po’ fastidio, tanto da aver costituito uno dei principali motivi di allontanamento dalla confessione in cui sono cresciuto, ho mentito? Sono stato talmente paracxxo da aver venduto alla donna ciò che voleva, indipendente da ciò in cui io credo? In questo non ho dato ragione a quanti come Marx pensino che la religione sia puro oppio che la gente voglia semplicemente per non sentire il dolore della vita reale, o di chi, come Feuerbach, in maniera più gentile, pensa che la religione non sia altro che l’inveramento del desiderio di ciò che noi vorremmo fosse? Da un certo punto di vista sì, e con questo spero di aver tolto argomento al nostro Brontolo capellone, e di aver accorciato la Comunione dei Fiori, credo che la mia testimonianza sia servita sia come farmaco che come specchio di un intimo desiderio, ma non credo sia solo questo, credo che questa sia solo una delle facce della medaglia.

Io in effetti credo che esista un Dio e che esista un aldilà. Questa parte della mia testimonianza è stata reale e sentita. Il resto sono solo parole: potremmo scannarci all’infinito a discutere se nell’aldilà saremmo accolti da San Pietro, dalla Madonna o da David Bowie, semplicemente non lo sappiamo. Io credo sinceramente nella visione teologica unitariana, ma trovo piuttosto inutile andare a discutere sul sesso degli angeli, pretendere di sostituire una mia ipotesi su uno stato di cose, che, per quanto creduta sinceramente e profondamente, resta pur sempre una ipotesi, con un’altra ipotesi, senza che nessuno abbia la possibilità di verificarla.

E allora a cosa serve la teologia? A cosa serve dibattere sul fatto che Dio sia uno o trino, se tanto non possiamo contare e verificare? Penso serva a preservare una via importante all’esperienza del Divino. Difendere la legittimità di una ipotesi teologica non serve a renderla più vera di altre, serve a rendere possibile una via preziosa per contattare la propria scintilla Divina, vero obiettivo di ogni credente. In una ipotesi trinitaria io personalmente non riuscirei a contattare la mia scintilla, cosi come non vi riuscirei negli esercizi yoga o in qualche altra pratica UU, tanto per rimanere in casa nostra.

L’importante è però che io trovi la mia via per sentire quella presenza dentro di me e poterne essere convintamente testimone quando serve. Credo paradossalmente che ogni singolo credente abbia un accesso unico e personale per arrivare al medesimo obiettivo ossia fare esperienza del Divino, che credo sia una esperienza unica per tutti e universale ma che si sostanzia per ciascuno in maniera diversa e che sia compito di ciascuno trovare la propria

Allora facciamolo quest’uomo, capace di avere la tenacia e il coraggio di contattare in un proprio personalissimo modo la scintilla divina e di esserne, senza avere la supponenza di imporla, convintamente testimone per i fratelli.

Nasè Adam,

Amen

Rob

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Il Dio dei tifosi

Mc 10:42 Ma Gesù, chiamatili a sè, disse loro: Voi sapete che coloro che si reputano principi delle genti le signoreggiano, e che i lor grandi usano podestà sopra esse. 43 Ma non sarà così fra voi; anzi chiunque vorrà divenir grande fra voi sia vostro ministro; 44 e chiunque fra voi vorrà essere il primo, sia servitor di tutti.

Cari amici,

L’Evangelo di oggi ci pone davanti curiosa questione: chi voglia essere autenticamente cristiano deve disporsi ad essere servitor di tutti. Com’è anacronistica questa idea nel mondo di oggi che sembra aver fatto dell’egoismo e della logica di parte la propria bandiera! Una delle cose curiose del Vangelo è che tutti lo amino, ma nessuno lo abbia mai letto, tutti lo approvino e lo difendano, ma pochi abbiano in animo una reale intenzione di fare di esso una norma di vita, con tutte le difficoltà che esso comporta.

Giusto qualche giorno fa, allo stadio, ero vicino ad un curioso energumeno, alto due metri e largo quattro, che aveva un tatuaggio a forma di croce latina sul braccio, una catena doratacon una croce piuttosto imponente e vistosa, eppure per tutto il tempo della partita, costui ha intercalato ogni sua espressione con una bestemmia, alcune delle quali mi ero persino sconosciute. Il Principale voglia perdonare la mia profonda vigliaccheria nel non aver fatto notare a quell’armadio semovente l’incongruenza, ma la differenza di stazza era davvero considerevole e non ho la stessa vocazione di Law a prendere pugni da persone che siano almeno il triplo di me. [Il Principale ha del resto considerato e processato per direttissima quel mio peccato di vigliaccheria, e mi ha punito la sera stessa attraverso il risultato della partita]. Eppure mi sono chiesto in colpevole silenzio: com’è possibile che le persone non sentano, non vivano questa incongruenza? Io posso anche sgolarmi a richiamare un principio di coerenza tra il libro e quanti dicano che faccia parte della loro vita, ma se non capisco le ragioni di questa diffusa incoerenza, le mie parole rimarrebbero lettera morta, roba da preti, che entra da una parte ed esce dall’altra.

L’Evangelo credo imponga una scelta di vita preliminare che abbia delle caratteristiche piuttosto precise e profonde che è meglio specificare e ricordare.

Anzitutto la volontà di elevarsi da uno stadio naturale di oscurità spirituale, di essere ferale, per autoimporsi un contegno spirituale che sia funzionale allo sviluppo delle proprie qualità spirituali. Ma come noi UU crediamo nella intima dignità di ogni persona e tu ci parli di uno zotico? Certo, l’intima dignità non esclude il dovere di una scelta, la volontà di mostrare quella dignità, di esplicitare il proprio talento spirituale. Questa scelta è una scelta costosa in termini di lavoro su di sé, di contenimento continuo dei propri istinti più bassi. Sia detto per inciso: il vertice dell’unica preghiera che Gesù ci ha insegnato dice liberaci dal male. Più che le interpretazioni che facciano del “male” un principio metafisico antagonista, che irrita profondamente il mio incrollabile unitarianesimo, o di quelle che facciano del “male” un qualcosa di oscuro, che non si sa ben da dove venga, che irrita la mia incrollabile fiducia nel Principale, credo piuttosto che quel male rinvii a un istinto autodistruttivo, yatzer hara יֵצֶר הַרַע in cui non vedo nulla di metafisico, se non il rovescio della medaglia del nostro essere autenticamente liberi. Se vogliamo essere liberi dobbiamo imparare a riconoscere, affrontare e sconfiggere il nostro lato zotico. Ma farlo costa una fatica terribile, e la zotichezza è una opzione comoda e naturale che non ci costa nulla, al punto che troviamo ogni modo per giustificarla e qualcun altro che, nell’interesse di entrambi, rinforzi e spalleggi la nostra non scelta, che permette di sballarsi senza sensi di colpa. La scelta di investire energie, di far fatica spirituale quando è molto comodo non farla, è una scelta anacronistica da veri eroi, per lo stesso motivo per cui ciascuno di noi pur riconoscendo che fare 3 km di corsa o 300 flessioni al giorno ci farebbe bene, ma non le fa nessuno, a parte forse Lawrence che è un caso a sé. Il nostro intimo istinto ancestrale che richiama forse uno stato cavernicolo che voleva risparmiassimo energie per impiegarle nella fuga dai predatori, oggi lo possiamo chiamare solo pigrizia, e la pigrizia ci ha pervasi a tal punto che per dirsi cristiani secondo l’idea comune basta la parola, basta il comune consenso che rinforzi il comportamento negativo, basta il tatuaggio, basta la catenina e poi posso bestemmiare tranquillo.

C’è un problema di educazione religiosa, di igiene spirituale. Fino al secolo scorso si era credibili reagendo alla zotichezza attraverso l’autorità dell’istituzione: i grandi principi della morale erano fondati indiscutibilmente ed è attraverso il dictat istituzionale che si poteva indicare una via. Fare gli zotici era sbagliato semplicemente perché il Vangelo diceva altro e il Vangelo era “Parola di Dio”. Stop.  Oggi fortunatamente, ripeto fortunatamente, non è più così. L’evoluzione umana si è posta il problema di fondare la propria morale su principi che siano più saldi e più raffinati  del dictat istituzionale e noi UU proponiamo una morale fondata sulla dignità umana su una precisa idea di uomo che coltivi il proprio talento, indipendentemente da divisioni di colori e di cultura, e di una società che armonizzi i talenti di tutti, facendo tesoro del contenuto di tutti. Solo che la morale della dignità costa fatica, costa la fatica di riconoscere degno qualcosa di diverso da me, e costa la fatica di lasciare spazio al diverso in nome di una armonia che abbia come ritorno non solo il mio interesse individuale, ma quello collettivo. A questa faticosa morale della dignità la prigrizia zotica oggi impone una semplice e comoda morale del consenso, per cui diventi possibile avvalorare anche la peggiore bestemmia o la più ignorante fake news purche abbia un milione di like(s)

Ed è questo anche il motivo per cui una cosa che ci sembra tanto semplice e tanto ovvia come la morale UU, è cosi negletta nella società di oggi: perché essa è logicamente semplice, ma praticamente faticosissima soprattutto se la pigrizia ci pone alla portata una opzione molto più semplice che ci permetta di spegnere il cervello, e qualche altro milione di allergici alla fatica spirituale abbia trovato il modo di farci arrivare la propria stima per la nostra scelta al risparmio

Allora facciamolo quest’uomo, capace di ritrovare la gioia di andare contro corrente al punto di voler ritrovare il piacere della fatica spirituale

Nasè Adam,

Amen

Rob

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