Mia nonna metteva un sacco di toppe 

18 I discepoli di Giovanni e i farisei erano soliti digiunare. Alcuni andarono da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano e i tuoi discepoli non digiunano?» 19 Gesù disse loro: «Possono gli amici dello sposo digiunare, mentre lo sposo è con loro? Finché hanno con sé lo sposo, non possono digiunare. 20 Ma verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; e allora, in quei giorni, digiuneranno. 21 Nessuno cuce un pezzo di stoffa nuova sopra un vestito vecchio; altrimenti la toppa nuova porta via il vecchio, e lo strappo si fa peggiore

Cari Amici, 

Come nota preliminare lasciatemi dire che cercherò di essere più attinente possibile al testo, così che Laura non abbia a riprendermi. Questo verso mi ha sempre incuriosito, tanto da chiederne conto ad Alessandra in quanto indiscussa esperta di economia domestica e cose di casa. E mi incuriosisce soprattutto sia perché mia nonna, fervente cristiana, ha sempre rammendato e rattoppato ogni cosa, sia perché, nel contesto del capitolo, se è chiara l’analogia con il vino in otri nuovi, lo è un po’ meno, almeno per me, quella con il digiuno e lo sposo. La maggior parte dei commentatori cristiani si scaglia contro l’ebraismo tout – court, definendolo obsoleto e spacciando le proprie opinioni come quelle del Maestro, al fine di tirare l’acqua al proprio mulino. Secondo me ebraismo e cristianesimo c’entrano poco, anche, ma non solo, perché il Maestro non ha mai voluto contrapporre qualcos’altro alla religiosità dei suoi tempi. Penso invece che l’oggetto del contendere sia una duplice relazione: sul piano orizzontale quella tra pratica e vita, sul piano verticale quella tra autenticità e Tradizione. Ciò che accomuna le due esperienze, l’intersezione tra i due piani, penso sia il senso critico che ciascuno debba avere nei confronti sia della coerenza della propria vita materiale, sia dell’autenticità consapevole di quella spirituale. Vediamo meglio.

Iniziamo sulla questione originaria, quella del digiuno. Da un punto di vista mondano digiunare implica la capacità di non essere schiavi di qualcosa, di essere davvero liberi. Noi siamo liberi? Quante volte non riusciamo a ritagliare spazio per noi, presi come siamo dalla nostra vita materiale? Ci sono un sacco di occupazioni mondane della nostra vita quotidiana che sono ineccepibili se prese di per sé, ma che devono poter essere accantonate, in presenza di un richiamo più profondo e più alto come quello della nostra salute spirituale. In questo caso, infatti, l’astenersi dal cibo materiale è inteso come la volontà di creare nel mondo materiale lo spazio per un’esperienza spirituale, come la volontà di rinunciare per un certo periodo di tempo a nutrire il corpo per poter concentrarsi sul nutrimento dell’ anima. Chiarito che Gesù offre ai propri discepoli del cibo spirituale, digiunare in presenza del maestro sarebbe proprio l’ultima cosa che si dovrebbe fare, equivale a non riconoscere lo sposo, a non voler offrire all’esperienza presente un contesto adeguato in cui poter crescere, essendo ancora legati a logiche dogmatiche di tradizione e appartenenza. Esistono infatti esperienze significative in ogni tradizione, anche molto lontane dalla nostra per geografia e cultura. La tradizione UU ci offre la possibilità unica di avere la mente aperta a tal punto da non perdere esperienze significative per noi solo per questioni di colore Noi dobbiamo imparare ad essere a servizio della qualità della nostra esperienza morale e spirituale, votarci alla nostra crescita in consapevolezza, e non perderci in logiche faziose.

Passiamo ad analizzare il vestito vecchio. Che cos’è? Da un punto di vista mondano è (anche) il nostro passato: non possiamo permettere che il nostro passato condizioni in alcun modo la nostra disponibilità all’apertura all’esperienza presente. Finchè noi saremo schiavi di logiche legate al passato, in positivo o in negativo, finchè leggeremo il presente con lenti legate a ciò che è stato, non potremo mai cogliere la piena consapevolezza di ciò che accada. Per quanto peccatore uno possa essere stato, o per quanta beneficenza uno possa aver fatto fino a ieri, conta sempre e solo la nostra applicazione al momento presente, la nostra capacità la nostra energia ad immettere valori spirituali nel momento presente. Se noi invece consideriamo la nostra condotta attuale alla luce di ciò che è stato allora sarebbe un rammendo troppo evidente da evitare. Ma c’è un’altra fattispecie: l’idea di compiere una azione scintillante ma che non sia sentita, non sia coerente col vostro intimo sentire, allora meglio evitare, sarebbe una toppa inutile.Questa esperienza perderebbe la propria forza, risulterebbe un  un non-senso, anzi rischierebbe di acuire il nostro disagio, facendoci percepire in maniera molto forte la dissonanza e l’incoerenza tra ciò che siamo davvero e l’esperienza che diciamo ci rappresenti. 

E siamo allo sposo. Sempre per non essere sgridato da Laura posso provare a chiedermi perché parliamo di uno sposo? Io credo che la metafora dello sposo nasconda la necessaria funzione seminale della dottrina. Spiritualmente la pura dottrina non basta. La dottrina è significativa al punto in cui riesca davvero ad essere per me una ragione seminale, a indurmi ad essere una persona migliore, generando in me qualcosa di nuovo un elemento di rinascita, e questo può avvenire solo se io la vedo incarnata e rappresentata in persone di valore e di cui so riconoscere il valore. Quante volte abbiamo visto dottrine splendide in bocca a delle emerite teste di quiz? (Anche tra noi UU, non è il caso di andare ad additare le macchie di altre denominazioni). Se vogliamo essere sposi per chi ci circonda dobbiamo sforzarci di rappresentare meglio e al meglio i valori in cui crediamo. Ma sappiamo riconoscere le persone di valore, l’eccezionalità del momento (sapere quando lo sposo è presente) disporsi verso l’attimo presente come verso una esperienza gravida di possibilità di apprendimento e irriducibile rispetto al passato? L’incontro con lo sposo deve essere il vertice espressione di un processo di elevazione consapevole continuo è coerente meglio un vestito brutto portato con dignità piuttosto che uno rattoppato, che pretenda di essere ciò che non è. Spesso manchiamo in questo: per consuetudine e per caratteristiche antropologiche tendiamo a  squalificare il tutto, a derubricarlo in comoda routine e consuetudine che ci permetta di non pensare.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di riconoscere l’ottimo cibo spirituale e le persone di valore quando le incontri sul proprio cammino, senza farsi sviare da inutili pregiudizi di varia natura

Nasè Adam

Amen

Rob

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Così lontano, così vicino

Cari Amici, 

Io credo che, guardandoci indietro, il compito degli UU sia (stato) preciso e individuabile in ciascuna epoca. Nel Cinquecento mostrare quanto fosse possibile una idea del tutto nuova di universalità, che non fosse il mostrare quanto una parte, un credo, possa imporsi metonimicamente per il tutto, eliminando fisicamente ogni tipo di dissenso o di difformità, come fu fino ad allora per il cattolicesimo, ma una universalità che fosse intimamente plurale e avesse al centro la comunione e la condivisione di una esperienza spirituale che è a monte una, salvo poi declinarsi a valle in una miriade di pratiche storicamente, geograficamente e culturalmente determinate 

Nel Settecento invece il compito UU fu quello di difendere lo spazio della ragione e della razionalità dagli oscurantismi fondamentalisti, difendere la ricerca e la metodologia scientifica, pur rispettando uno spazio per la spiritualità autentica, quindi interrogandosi su come si possa vivere in equilibrio entrambi questi aspetti della vita. 

Parallelamente, tra Sei e Ottocento, siamo stati impegnati per la difesa e l’affermazione del processo democratico nella fase di rinnovamento delle istituzioni mondiali, fornendo una visione di società e di amministrazione della vita politica che potesse ispirare le neonate democrazie.  

Oggi credo ci tocchi un compito diverso e per certi versi antitetico rispetto a quanto sin qui delineato. Credo che la società di oggi abbia perso la capacità di visione, o meglio, penso che la capacità di visione della società di oggi sia profondamente arrugginita impoverita e ai minimi termini. I nostri padri, guidati dalla forza, dal calore di una visione hanno costruito società e istituzioni, ora questa capacità di visione, questo coraggio nel lottare per degli ideali alti e collettivi, sta vivendo una fase pericolosamente regressiva, abbiamo disimparato il coraggio dell’affermazione di valore, abbiamo disimparato a pensarci degni di un mondo migliore, figli di uno stesso destino. Ora quella capacità di visione, di peomozione di un futuro migliore sta venendo asservita al bieco tornaconto di demagogo senza scrupoli, ora al centro non è più il Regno da costruire insieme, promuovendo un benessere collettivo e solidale. Ora al centro non è più l’essere umano le cui potenzialità possano essere coltivate e godute dalla collettività come tesori di tutti, ma l’egoismo del singolo uomo piccolo e rancoroso, che rifiuta il dono più alto che alla specie è stato fatto per ridursi ad uno stato ferino e insignificante.  

Se mi è concessa una digressione kantiana, il dono più grande dono concesso alla specie umana è certamente la possibilità di pensarsi come specie e non come singoli o gruppi di singoli. L’umanità prospera quando può esprimersi al meglio e, secondo Kant può farlo solo quando riesce a pensarsi, esprimersi, viversi come specie. Se invece cominciamo con i “Prima gli uni” e i “Prima gli altri”, l’umanità cessa di essere un tutto, un dono, un potenziale, e l’uomo…. perde ciò che lo rende più significativamente tale, sostituendo all’amore che unisce e riscalda l’odio che isola e logora 

Ecco, credo che il compito degli UU oggi non sia tanto o solo quello di reclamare una libertà spirituale, di reclamare la potenzialità della ricerca scientifica o dell’espressione democratica, come è stato in passato, credo che il compito oggi debba essere quello di nutrire quella capacità visionaria propria dell’animo umano, quella che può spingerlo verso le mete più alte umanamente concepibili con un cibo un po’ più consistente dei vari complottismi, delle scie chimiche, o dei terrapiattismi che oggi spopolano. Dobbiamo insegnare quanto sia possibile pensare l’Oltre con l’amore ed il coraggio e non solo con il rancore ed il complotto. Dobbiamo reincantare il mondo, come disse Grigg. Dobbiamo insegnare il valore e la ricchezza di una società plurale, libera da guerre, in cui ogni nato abbia di che vivere e condurre una vita dignitosa. Questo lo possiamo fare solo ragionando come specie attraverso organismi sovranazionali che assoggettino i capricci dei singoli al bene comune.  Finchè non sostituiremo il #primanoi col #primaladignitàdiogniesserevivente, staremmo sempre e comunque agendo contro quello che per Kant è il nostro dono, ossia la potenza della specie in quanto specie. Come fare? Io credo che l’episodio di Cana possa insegnarci molto: anzitutto che il triclinio, il divano in 3 parti su cui i romani solevano mangiare, è orientato verso il basso, ossia che le tre parti dell’anima umana, se non nutrite a dovere, tendono a mandare tutto a pallino. E’ necessaria dunque istruzione, educazione, valore affinchè l’uomo possa trovare in sé stesso gli strumenti per contrastare questa sua intima tendenza alla meschinità. Una delle cose di cui mi rammarico è che, se siamo a questo punto, è anche perché l’educazione impartita, quella che nasceva dalle ceneri del trentennale disastro mondiale, non ha saputo riscaldare le coscienze per più di una, forse un paio di generazioni, tantochè oggi ci troviamo col pericolo concreto di ripetere lo stesso errore. La Giornata della Memoria non dovrebbe essere solo il ricordo di quanto è stato fatto contro un particolare popolo affinchè non accada più a quel popolo (ineccepibile), ma anche e soprattutto il ricordo quanto l’indifferenza la meschinità e il pressapochismo egoista possano mettere l’uomo contro l’uomo e far perdere l’umanità come specie. Se guardiamo sotto questa lente la società di oggi, scopriamo amaramente quanto ciò che si ricorda non sia solo un evento di 70 anni fa, ma una esperienza urgente e dolorosa che si impone alle nostre coscienze qui ed ora, disturbandole fino a costringerci a negarla, a girarci dall’altra parte, a cercare di giustificarla. 

Stando al brano in lettura oggi, questo è stato possibile perché non si è riusciti a trovare un equilibrio tra le sollecitazioni del contemporaneo, l’acqua, e le esigenze di crescita pratica e spirituale della specie. Il vino è stato di volta in volta troppo forte (utopie irrealizzabili) o troppo annacquato (#primanoi). Il Maestro ci dice che attraverso una dottrina spirituale autentica un equilibrio tra queste due dimensioni non è solo possibile, ma è addirittura urgente e doveroso 

 

Allora facciamolo quest’uomo, capace di ideali d’amore cosi forti, che mettano al primo posto il benessere della specie e non il particolarismo dei singoli 

 

Nasè Adam 

Amen 

Rob 

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Io non ho niente da imparare

Cari Amici,

In occasione delle celebrazioni per Torda, la nostra celebre Dieta, uno dei primi casi, se non proprio il primo, in cui si sancisca in Europa il valore della libertà in materia di spiritualità, vorrei riflettere sul valore della diversità dei talenti che ciascuno può condividere a partire da una discussione recentemente avuta con un mio amico fondamentalista, cui ho recentemente tentato di spiegare,invano, il valore e la ricchezza della comunione dei fiori, che rende il nostro servizio unico e per certi versi, incommensurabile con ogni altro

Io non ho nulla da imparare da chi non sia certificato e deputato ad insegnarmi dalla mia denominazione

Pur comprendendo, e per certi versi anche condividendo, questa affermazione, non riesco a non ritrovare in essa un senso di superbia e una certa rigidità che è proprio ciò che la cosa che si potrebbe imparare a riconoscere e moderare in una Comunione dei Fiori.

ma uno che dica le peggio cavolate sulla faccia della terra e che viva in modo discutibile e incoerente cosa mai avrebbe da insegnare?

(ognuno di noi potrebbe pensare questo dei contributi l’uno dell’altro e certamente qualche volta l’avra pensato) Direi molto.

Anzitutto l’esempio di una vita spesa non al meglio potrebbe confortarmi nel fatto che io invece non commetto tali errori, potrebbe farmi vedere in concreto, incarnate in una vita, le ragioni per cui proclamo certi valori di cui prima di oggi avevo solo letto su carta e professato a parole. Potrebbe essere per me un rinforzo positivo e un ripasso molto utile, che da solo varrebbe il prezzo del biglietto e di cui solo per questo dovrei essere grato. Ma non sempre è cosi semplice, anzi. Quella che ho descritto è l’idea di una testa di quiz allo stato puro, e quelle mediamente non frequentano consessi religiosi di alcun tipo.

Ciò che mediamente uno può trovare in una comunione dei fiori è un consesso di persone che, pur partendo da posizioni diverse, sta affrontando la medesima lotta di affermazione della propria componente spirituale sulla parte animale e biologica, non per forza negativa, ma spesso di ostacolo in termini di misura e di opportunità. Anche se le lingue e le prospettive sono diverse, l’idea di trovare dei compagni di lotta spirituale che vogliano condividere difficoltà, gesti, rimedi, penso possa essere una esperienza preziosa, perchè una volta tradotti nel nostro personale linguaggio spirituale e inseriti nella personale battaglia contro me stesso per poter essere una persona migliore, sono tessere del puzzle che possono essere preziose, insostituibili. Ma ci sono altri due punti molto importanti.

Come sapete, definisco Esperienza Spirituale Ottimale, quella che sentiamo possa farci crescere dentro, possa farci avanzare nel nostro cammino spirituale verso una meta di piena consapevolezza spirituale. Ebbene qui c’è un paradosso: L’esperienza spirituale si nutre di ripetitività, della costanza attraverso cui le abitudini si consolidano e diventano abbastanza forti dal resistere agli spintoni della vita, eppure è proprio dalla routine e dalla abitudine che l’esperienza spirituale si deve guardare: quando le cose diventano troppo scontante, troppo meccaniche, giocoforza un po’ noiose e monotone, ecco che è proprio quello il momento in cui ciò che nutre l’esperienza ottimale inizia a nuocerle. Il confronto con l’Altro, con un altro molto diverso può in questo senso essere una utile medicina, può fornire quella parola, quel gesto, quel metodo, quella riflessione, quella preghiera che possono ridare un po’ di fiato alle nostre pratiche stanche.

Poi c’è un fatto: la Comunione dei Fiori dimostra la volontà di ciascuno di noi di metterci in discussione, di offrire le nostre verità come locali e parziali e di disporci, almeno in linea di principio, a modificarle prendendo atto del contributo dell’Altro. Noi accogliamo i contributi di tutti e i nostri gruppi liberi lo dimostrano. Ciò che chiediamo è però la partecipazione e la volontà di discutere insieme. Pensare che l’essere UU sia un posto dove dire la prima cosa che ci passa per la testa, senza metterci a servizio della comunità e senza dare ai membri la possibilità di approfondire e discutere in luoghi come la Comunione dei Fiori, è un fraintendimento che va esplicitato e chiarito. In quanto UU soffriamo costitutivamente la comunicazione monolitica e unidirezionale. Pensiamo dunque, ciascuno di noi, a quanto abbiamo dato ai fratelli l’opportunità di comprendere le nostre posizioni e quanto abbiamo davvero dato prova di metterle in discussione, senza l’idea di annunciarle acriticamente e basta. Pensiamo a quanto possiamo migliorare nell’utilizzo della Comunione dei Fiori per questo.

Infine c’è un ultimo punto, abbastanza discusso e trascurato, ma fondamentale: con la nostra testimonianza, lontani da inutili ipocrisie e egocentrismi, noi possiamo essere d’aiuto all’altro in difficoltà, ad esserci d’aiuto l’un l’altro. Per questo invito sempre tutti a non “buttare via” l’esperienza della Comunione dei Fiori, a non parlare tanto per fare, ma pensando a quanto questo momento possa essere importante nella nostra vita e nella vita dell’altro.

E poi c’è la questione del ministro. Il mio amico, che fa della stima di me un valore irrinunciabile, mi confessa candidamente e scherzosamente che i ministri a cui lui è abituato sono persone serie e non cazzari come me.

A prescindere dal fatto che mi basterebbe fare un breve sondaggio per dimostrare che non è cosi vero, ma ci sono due punti cruciali che vanno chiariti. Nella tradizione unitariana il ministro non è ammantato di alcun fattore di preminenza, io, ma oserei dire noi ministri, non siamo dotati di alcun potere o di alcuna dote particolare, se non quella di sentire un dovere di servizio verso la comunione, gestendone i tempi e le occasioni.

Nessuno dice che un ministro possa o debba essere perfetto, se cosi fosse mi dimetterei subito, e se qualche altra denominazione pensa questo del proprio leader, credo sia profondamente in errore. Il ministro sceglie di esporsi più di altri forse, esponendo qualche pregio e tanti difetti, e invitando a imparare sia dagli uni che dagli altri. Sono fermamente convinto che le mie difficoltà, caratteriali e fisiche, possano essere altrettanto utili alla Comunione di quanto non lo siano i miei studi esegetici.

Cosa può insegnare il ministro? Credo l’impegno verso la comunità, il tentativo di vivere il più possibile con i membri e per i membri, anche se non sempre questo può fisiologicamente accadere. Dirò di più, cercare di imparare dalle imperfezioni di ciascuno, senza additarsi per i difetti, ma cercando insieme di superarli, è la cifra qualitativa dello Uuismo. Se cercate un posto in cui invece si celebri un cavaliere senza macchia e senza peccato, un posto in cui si coltivi l’illusione di farvi essere perfetti quali non siete, e l’ipocrisia di nascondere le macchie reciproche sotto il tappeto, il vostro posto non è questo.

Allora facciamolo quest’uomo,

capace di mettersi sempre in discussione e di comprendere il valore dell’ascolto.

Nasè Adam

Amen

Rob

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