L’asintoto

Cari Amici,

Avrei potuto intitolare questo mio intervento “breve storia del dogma”, mostrando come esso sia nato, almeno in Occidente, con l’opera di qualcuno caduto da cavallo e sia morto con l’opera di qualcuno che è stato internato dopo aver baciato un cavallo maltrattato. (Entrambi Lawrence ebbe modo di conoscerli personalmente, poi ci facciamo dire di più sui vizi e i difetti di ciascuno). Che cosa fu il dogma? Fu una grossa maschera, un bunker di cemento armato sotto il quale l’uomo ha voluto ripararsi, non avendo strumenti più raffinati per gestire in autonomia le prime esperienze post edenichè: la fragilità, la nudità, la solitudine. Istintivamente si è coperto: il dogma in fondo, è l’atto stesso di questo primitivo istinto a coprirsi, ma, coprendosi, ha commesso un vero e proprio peccato originale: ha creato una frattura tra ciò che il dogma ammette, contempla e protegge da un lato, e ciò che il dogma vieta e allontana dall’altro. Questo ha portato l’uomo a trovarsi scisso: scisso tra ciò che è vitale e dirompente e ciò che è statico e stabile, tra ciò che dovrei essere dogmaticamente e ciò che sento intimamente, tra “noi” e “loro”. Così facendo, l’uomo ha agito in buona fede, ma in direzione profondamente contraria all’Essere. Il dogma ha certamente protetto il talento, sotterrandolo, ma ne ha anche impedito l’utilizzo, frustrandone lo slancio creativo, inibendone la profonda energia. Il gesto del sotterrare che richiama il Maestro, ha curiose analogie col bunker (e col sepolcro, e con la grotta platonica, ma non vorrei infalaschirmi troppo, se no mi deprimo). Solo che questa scissione porta tensione, porta frustrazione, porta rabbia, porta violenza. Più ci trinceriamo, più nutriamo il nemico da cui vorremmo proteggerci; più creiamo muri, più il nemico ci sembra più forte. Fino a che… il muro si rompe. La storia del dogma è la storia di una diga che ha ceduto, lasciando il passo a un’onda di rabbia e di furia distruttiva, che ha invaso periodicamente il mondo e che vediamo serpeggiare attorno a noi E’ come se volessimo arginare un’ondata sempre più impetuosa, che, giorno dopo giorno si fa sempre più forte, sempre più inarrestabile. E gli UU in tutto questo? Rischiano. Rischiano di non voler vedere quest’onda arrabbiata, rischiano di giudicarla semplicisticamente, sostituendo ai dogmi tradizionali di Gesù e Maria, altri dogmi, di ragione e dignità, che rischiano di risultare una specie di ritiro in una torre d’avorio. Rischiano di basare la propria analisi su una concezione antropologicamente unilineare che non vede tale scissione e non ne tiene conto. Rischiano di presentare un uomo dimezzato e di parlare solo a metà dell’uomo, con tutta la conseguente inefficacia.Bisogna invece trovare una terza via, che sia qualcosa di intermedio tra la luce del dogma e il buio della rabbia, che parli all’uomo tutto, e lo elevi e lo ricomprenda. Una via che trasformi quest’ombra, questa parte scura di sé e della società, e per far questo serve un punto trascendente, uno spazio che crei movimento nell’Essere. Grigg ha parlato di 5 esperienze trascendenti : l’uomo realizzato, la natura, la società, l’arte e il Mistero. Quale che sia il vostro modo di concepire la Trascendenza, dovete disporvi a sentirla e a mettervi al servizio di essa. Cristianamente l’uomo realizzato è un Cristo asintoto, una esperienza vivente in chi sappia mettere al servizio del principio trascendente ogni ingrediente della propria persona. L’impegno sociale è per il Regno, una società giusta in cui la giustizia non sia solo assenza di confitto, ma esperienza di crescita di un’umanità in relazione nello Spirito. Arte e natura sono per l’uomo tracce della presenza divina, e, come tali, meritano attenzione e rispetto.Il Mistero è il Principale, alla cui esperienza ci disponiamo, creando le condizioni affinchè possa fecondarci sempre più, dandoci modo di realizzare appieno l’esperienza per cui siamo chiamati alla vita. Affinchè avvenga tutto questo, bisogna essere trasparenti all’azione seminale dello Spirito. Noi sentiamo in noi l’azione spirituale viva, vivente, che ci plasma, che ci trasforma? L’abbiamo preparata sta belin di Via? Abbiamo dissodato il terreno, in modo che l’azione dello Spirito possa essere efficace in noi è attraverso di noi? Ma, e direi soprattutto, noi crediamo che questo sia il fine ultimo antropologico dell’uomo? Le religioni, e perfino l’ateismo (che non è poi tanto diverso strutturalmente da una religione), non sono che un modo di vestire questo processo di trasformazione della realtà, ma, prima di tutto, tutto ciò dipende da una decisione, che è nostra e solo nostra come dice Giovanni nel prologo: noi crediamo, vediamo, sentiamo, questo processo? Si o no? No? Allora andate al mare. E’ inutile che ci prendiamo in giro. Finchè noi non sentiamo su di noi l’urgenza di questa nostra missione nel mondo, di questa nostra possibilità e agenticità nel mondo, di questo nostro dovere di testimonianza, è inutile che perdiamo tempo, salvo poi non far finta di avere davvero qualcosa da dire nello UUismo, di avere davvero una via da proporre, o di lamentarci perchè siamo pochi, o perchè qualchè omuncolo da strapazzo fa il fesso sui social non riuscendo a gestire lo scuro della propria anima, salvo poi non avere una ricetta per questo. Siamo pochi per due motivi antitetici: il primo è che rischiamo di non vedere nemmeno questo processo, di non avere le categorie antropologiche per comprendere quale siano le forze in campo. Siamo come un tizio che voglia ascoltare un dialogo tra due ostrogoti, senza capirne la lingua, e provi a intervenire nel dialogo. emettendo suoni incomprensibili ai dialoganti, che, nella migliore delle ipotesi, sorridono e vanno avanti, esattamente come succede a noi. Ma, se noi davvero credessimo nel processo. allora ciò che ci resta da fare è da un lato essere trasparenti all’azione dello Spirito, per sentirlo in noi, sentirlo sempre più spesso e sempre più profondamente (questa esperienza è soggetta a decadimento per ragioni strutturali umane, per cui necessita di una continua applicazione e riproposizione), dall’altro essere conseguenti negli atti a questa esperienza, non pensando che le scelte del prossimo siano indifferenti, perchè non lo sono. I principi trascendenti di cui abbiam parlato, i Sette principi, le 5 esperienze trascendenti di Grigg, sono ottimi discriminanti per distinguere gli errori. E ci accorgeremo di essere pochi lo stesso, ma per un motivo diametralmente opposto: perchè la scelta di rimboccarsi le maniche e contattare le parti buie del proprio se per trasformarle, non dipende da altri che dal singolo, da ogni singolo, e questa è una scelta libera per una esperienza scomoda e difficile. Io non posso e non devo forzare il mio prossimo ad essere cosa non vorrebbe essere, ma, con l’esempio e l’azione, posso e devo aiutare qualche piccolo seme ad essere disturbante a tal punto da far sorgere qualche interrogativo, e tutte le volte che ci riesce davvero correttamente questo, che ci impegniamo a realizzare quest’uomo di cui il Cristo per i cristiani è un asintoto, dimostriamo di avere fede, e questa fede trabocca, fino a fecondare il mondo e a renderlo ogni giorno migliore. Credere questo, ma anche impegnarsi concretamente affinché ciò avvenga, è una vera cartina di tornasole del nostro essere spirituale. 

Allora facciamolo quest’uomo, capace di utilizzare la parte più scura delle esperienze della vita come carburante e propulsore verso una esperienza spirituale concreta e in atto.

Nasè Adam

Rob

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Steccati o Tavole da Surf?

 Cari Amici,  

Il primo elemento che vorrei analizzare con voi oggi è il fatto che Gesù non abbia avuto un periodo di apprendimento spirituale: è infatti buon gioco delle altre confessioni quello di dipingere Gesù come un monolite tutto d’un pezzo che non necessitava di alcun percorso di apprendimento: se lui è Dio, e dio è onnisciente, cosa mai dovrebbe imparare Dio? Un Dio che dovesse imparare qualcosa, non sarebbe Dio… . Gli unitariani invece, insistendo sull’assoluta umanità di Gesù, pensano che le indubbie qualità che ha mostrato come Maestro, quelle per cui lo stiamo a ricordare ancora oggi dopo duemila anni, siano certamente il frutto di un indubbio talento, ma siano anche il risultato di un processo di lavoro su se stesso, che Egli fece con l’aiuto di Giovanni. Se questo è vero, e lo è almeno per noi unitariani, nostro compito è riflettere su di un metodo che consenta a ciascuno di sviluppare il proprio potenziale spirituale. Dobbiamo però sgomberare il campo da un equivoco comune: la confusione tra percorso spirituale e confessione religiosa. Sostenere che sia indispensabile, per un uomo che voglia vivere appieno le proprie potenzialità, non trascurare la propria dimensione spirituale, non significa propugnare questa o quella religione. La dimensione religiosa è solo l’ultimo anello, e forse nemmeno il più interessante, di un percorso che ha radici lontane. Scovare queste radici e riflettere su di esse è compito che si prefigge questo intervento.  

Credo che ciò per cui l’uomo sia stato mandato nel mondo sia per fare esperienza della fragilità, dell’incertezza, della solitudine, dell’inquietudine, tutte emozioni che possono completare l’esperienza umana e che sono impossibili in un mondo metafisico. Questa esperienza è come trovarsi su un isolotto minuscolo di fronte ad un mare con onde altissime. Abbiamo una scelta: o usare la poca legna di cui disponiamo per costruirci un riparo e nasconderci in esso, chiudendo gli occhi e cercando di non vedere e di non sentire l’onda minacciosa che potrebbe travolgerci. Così creiamo separatezza, alterità, nell’errata convinzione di proteggerci dalla realtà che ci spaventa e ci può sopraffare, e, ancor peggio, nell’errata convinzione di essere legittimati a farlo, sta tutto il peccato reale dell’uomo, il suo agire contro se stesso. In questa pratica sta la vera tentazione diabolica, soprattutto se pensiamo che la radice greca della parola diavolo significa divisione, frammentazione. Le figure autoritarie e i dogmi sono l’emblema di questa patologia dell’anima, di un’anima che ha perso una opportunità, ha negato una parte di sé, permettendo all’ego mondano di legiferare in territori che non gli competono.  

Ma qualunque autorità imposta crea frammentazione e contrapposizione, quelle emozioni, quelle esperienze, vengono tenute separate da questa autorità fittizia, secondo il principio del divide et impera, sono come pezzi di puzzle che l’autorità, sia essa un dogma o una persona, tiene a bada senza permettere che si incastrino mai. L’autorità fittizia sa che l’armonia tra i pezzi, siano essi parti di sé, o gruppi di individui è nemica del suo stesso potere, quindi invita i pezzi ad odiarsi fra loro, invita il bagnante ad avere paura delle onde, lo spirito ad aver paura del sesso, il credente ad aver paura dell’inferno, l’uomo ad aver paura del diverso. Freud intui in tempi simili a questi la presenza contemporanea di due principi amore e morte riprendendo una tradizione molto antica che si rifà ad Empedocle. Il principio di morte, o separazione, o annientamento, è una forza che sgretola e disgrega, ed ha come malcelato obiettivo quello di annientare ogni possibilità umana, trattenendolo in uno stato di inerzia buio e immobilità. Ma questo è un uomo dimezzato, è un uomo che ha scelto certamente la strada più facile di fronte alle proprie fragilità, ma è anche un uomo che ha perso la partita e il senso ultimo della propria esperienza 

Al contrario invece possiamo usare le poche assi che abbiamo sull’isolotto per costruire una tavola da surf e imparare a passarci sopra e in mezzo, possiamo aprirci a una esperienza nuova e più complessa, senza averne paura, possiamo disporci a imparare da altri cose nuove, trovare con altri organizzazioni più complesse che esaltino le peculiarità positive di ciascuno, limitando gli aspetti nocivi. Possiamo imparare nuove cose di noi stessi, esplorare nuovi territori nella nostra anima. Freud ha chiamato Eros questo principio, riprendendo il vincolo d’amore di bruniana memoria. L’amore, l’amore vero è Caritas, è apertura e benevolenza, verso l’altro ma anche verso noi stessi. Impariamo ad amare, impariamo a crescere insieme. Impariamo a convivere, con noi stessi e con gli altri. 

Più in generale credo che possa definirsi una cattiva teologia quella che presenti all’uomo una immagine granitica e immacolata di sé stesso, anteponendola a tutto ciò che quest’immagine non sia, e invitando a denigrare ignorare e sopprimere tutte le esperienze che ad essa non si allineino. E’ antropologicamente sbagliata. L’uomo non è perfetto, è senza macchia o senza peccato e non lo sarà mai. L’uomo è un essere fragile, venuto al mondo proprio per conoscere questa fragilità altrove incomprensibile, per imparare a farci i conti senza paura, scegliendo di ricomporre in forme di aggregazione armoniche, istinti, inclinazioni, emozioni ed esperienze diverse, che, prese singolarmente, sarebbero fragili e prive di senso 

Venga il Tuo Regno in questo senso, non è l’auspicio dell’arrivo degli angeli fiammeggianti che menino le mani e mettano tutti d’accordo, ma l’auspicio che io riesca a trovare una forma armonica complessa che tenga dentro le diverse esperienze della mia anima, e che noi troviamo tutti insieme delle forme complesse, che armonizzino le nostre reciproche diversità e insegnino l’un l’altro a vedere il diverso come un dono e non come una minaccia 

 E in questo, ci ritroviamo come Gesù nel deserto, costantemente nell’atto di scegliere tra la prospettiva disgregante diabolica e la scelta d’amore universale. Per questo abbiamo Gesù come Maestro, per la forza con cui ha saputo non farsi tentare e seguire la strada d’amore nonostante tutto. Le ultime parole della preghiera che ci ha insegnato sono fondamentali in questo senso: non lasciarci in tentazione ma liberaci dall’istinto maligno (una delle possibili traduzioni)

Allora facciamolo quest’uomo, capace di stare a galla senza paura tra le onde della propria anima e di costruire ponti e non steccati, come recita un adagio che citiamo spesso.  

 

Nasè Adam 

Amen 

 

Rob 

 

 

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O Signore nun è mercante

Cari Amici,

Confesso ogni tanto di sentirmi infastidito da quanto poco le persone facciano attenzione al presente, a quanto siano prese da discorsi relativi al passato o al futuro, e da quanto utilizzino questi discorsi per fuggire dalle proprie responsabilità presenti.  Recentemente una donna che conosco di vista mi diceva lamentandosi di “non essere mai stata considerata”, e di non poter davvero impegnarsi nella ricerca della fede perché non ce l’avrebbe fatta a non incolpare il mio povero Principale di questa vita passata ai margini. Nondimeno un caro amico mi confidava che “in Dio è inutile sperare, tanto domani sarà la stessa schifezza di oggi”. Questi ragionamenti, per quanto molto comuni, nascondono una serie di errori logici che nulla hanno a che fare col povero Principale, e che forse è meglio esplicitare.Iniziamo col dire che qualunque ricordo o previsione è di natura parziale e dipende per la maggior parte da nostri pregiudizi e da un nostro stato umorale: la realtà è troppo complessa perché possa davvero essere ridotta alla nostra congettura su di essa. Ciò che sola abbiamo è l’evento presente, e nell’evento presente noi stessi prendiamo forma e ci ritagliamo uno spazio di azione nella sfera a noi circostante. Non importa cosa io sia stato 10 anni fa o cosa io potrò essere tra 10 anni, importa la mia applicazione nei prossimi 10 secondi, la mia fattiva volontà di impegnarmi per rendere il mondo leggermente migliore con la mia azione, la mia risposta al qui ed ora, la mia risposta alla chiamata dell’Eden, “Tu, dove sei’?”. Senza contare che; per dirla con Eraclito, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, o per usare un proverbio napoletano su cui Ilia mia fatto da consulente, O Signore nun è mercante, ca pava ‘o sabbat. Noi non sappiamo cosa succederà domani, non sappiamo se qualche evento fortuito non possa farci cambiare radicalmente opinioni e prospettive, l’unica cosa che abbiamo è l’oggi, è il presente, e uno spazio, più o meno ampio di azione in esso. Dunque una prima domanda è: quali sono i valori con cui interagisco nell’evento da cui io stesso prendo forma? Come elevo, come oriento, come depuro l’esperienza contingente che sto vivendo, per elevarla al piano autenticamente spirituale? In questo non faccio il tifo a priori per questa o quella tradizione spirituale… poco importa… ciò che importa è come vi faccia essere tale Tradizione, la qualità spirituale, morale e sociale della risposta che attraverso essa offrite alla realtà che vi circonda. Se tutti davvero ci disponessimo a sforzarci di rendere migliore il metro quadro attorno a noi, l’intero mondo sarebbe migliore. Solo che costa fatica: assumersi l’impegno qui ed ora, senza se e senza ma, è faticoso. Meglio lamentarsi, meglio impegnare il tempo accampando scuse, meglio allontanare da sé la responsabilità dell’agire, meglio accusare qualcuno, il diverso, l’Altro il Principale, della propria mancanza. Forse siamo persone molto orientate al passato o al futuro proprio perché questo ci permette di non pensare al presente e al nostro ruolo in esso. Forse c’è una atavica paura della prova presente, paura che ci spinge a trovare rifugio altrove in qualche dogma.La soluzione è una sola, meno chiacchiere e più impegno, imparando a gestire attivamente la nostra energia in modo che arrivi più efficacemente la dove serve.  Cosa è stato ieri importa solo come insegnamento utile per l’oggi, come sprone a far bene oggi. E allora, se quest’oggi è tanto importante, provate a pensare a come lo gestite, a quanto lo sfruttate, a quanta spiritualità giunga all’essere attraverso di voi.  Pensate all’esperienza di vita come all’attività del bere l’acqua da un ruscello attraverso un bicchiere bucato. Quant’acqua riuscite a bere? Quanto di quest’acqua si perde? Quanto sono grandi i fori della vostra disattenzione?Pensate ora alla pratica spirituale come a una specie di debole collante  che tappi temporaneamente questi fori e vi permetta di bere più acqua. Essendo debole tale collante, ha bisogno di essere riapplicato in maniera costante e continua e da qui deriva l’invito ad applicarlo spesso. L’assenza di una attività di questo tipo, che porti ad una azione qualitativamente significativa almeno secondo i nostri principi, tanto per rispondere a una obiezione di Rosario, è una caratteristica del nostro tempo, un tempo che non vuole pensare, non vuole decidersi, vuole demandare la responsabilità di essere a qualcos’altro, sia esso un lamento, un dogma o un capopopolo poco importa. Dobbiamo educare chi ci circonda a non scappare di fronte alla paura di essere agenti spirituali, di assumersi la propria parte di croce, di spendersi per l’altro. E lo possiamo fare anzitutto cercando di essere un esempio di vita, e ricordiamoci che il primo modo per vivere in un mondo migliore è migliorare noi stessi. Nell’essere un esempio dobbiamo esserlo anche da un punto di vista spirituale, dobbiamo insegnare a chi ci circonda a vivere il proprio talento spirituale in maniera autentica, quale che sia. Dobbiamo saper leggere al di là della rabbia dilagante che oggi ci circonda, la profonda fragilità che essa denuncia e parlare ad essa. Pensate alla locuzione “è un buon cristiano”, chi la usa più? Ebbene dobbiamo fare in modo che possa essere detta di noi, che chi ci circonda possa vederci come agenti di speranza e possa desiderare la nostra via. Dobbiamo agire come comunità, creando con l’impegno quella massa critica, quella presenza che possa essere utile a far fermare chi ci incontra, a far intravedere valori e calore umano.
Come vedete, idee concrete per piantare il nostro seme spirituale ce ne sono, faticose ma abbastanza chiare, si tratta di volerle, senza cedere alla seduzione del lamento e della fiducia. Sempre più credo che la realtà terrena sia una specie di palestra fatta apposta per suscitare la risposta, il nostro seme/talento spirituale
E allora facciamolo quest’uomo, che, sull’esempio di Ian, chiacchieri meno e si impegni di più ad essere lavoratore nella vigna

Nasè Adam,
Amen
Rob

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