Non abbiate paura di farvi un regalo spirituale

Cari Amici,

Quanti seguano il percorso giudeocristiano stanno vivendo un periodo piuttosto particolare: abbiamo infatti Hanukkah da un lato e l’Avvento del Natale dall’altro. Entrambe sono feste della luce, di una luce che non tramonta e rinasce ogni volta. Entrambe sono feste che esplicitano un momento preparatorio affinché quel momento possa risultare autentico.

Il Natale dunque, a prescindere dalle favole sulla neve in Palestina a dicembre, a prescindere dalla nascita di Gesù proprio quel giorno, a prescindere dai pranzi con zia Ildegarda, di cui faremmo volentieri a meno, è un momento spirituale a cui si richiede di arrivare preparati.

I più capelloni tra voi mi diranno, anche con toni vagamente più accesi: Quali banalità vai dicendo… è da mesi che ci prepariamo, regali…menu di pranzo, tattiche per evitare il parente nooiso o acidino… lo abbiamo sempre fatto… dov’è la novità?

Ecco io non sto parlando di questo! Sto parlando di un momento spirituale da preparare. Quando si associa la parola spirituale al Natale, il massimo che l’italiano medio riesce a tirar fuori e una celebrazione un po’ fantozziana, ad un’ora per molti inconcepibile, mezzanotte, in una lingua ai più sconosciuta, cui assistere dopo avere ingurgitato dosi sconsiderate di capitone, abbacchio, zeppole e pandoro, il tutto innaffiato con una buona dose di vino. Resisi conto che l’ora era forse proibitiva per i più, la cerimonia è stata anticipata, col risultato che tale momento finisce per essere un sottofondo tv mentre zia Ildegarda distribuisce quadrati di lasagne al ragù. Se questo è il massimo di spiritualità natalizia che riusciate a concepire avete due opzioni: o mollare tutto e andare a spasso, come giustamente consigliava Law domenica scorsa, oppure spendere  questi 15 giorni che mancano per preparare un momento, un solo momento, pochi minuti, che rendano questa occorrenza memorabile. Per prima cosa lasciate che vi dica che non ha senso che diciate non posso o non sono capace. Si tratta di volerlo al punto da sbattersi 15 giorni per trovare un modo, oppure ammettere di non avere voglia, e andate a fare i fighetti alternativi dicendo che Natale è roba passata, che non è per voi.

Come fece un mio professore, anni fa, ora vi dico: prendete una decisione. Se non c’avete voglia, non proseguite questa lettura, sarebbe un inutile spreco di tempo e presa in giro reciproca. Se invece deciderete di restare, e di proseguire la lettura, allora lo farete per 2 motivi precisi: il primo perché volete disporvi alla ricerca di un momento di spiritualità autentica, il secondo perché riconoscete una possibilità concreta di prendere il timone della vostra vita e tentare di deciderne la direzione, senza abbandonarvi in interminabili sproloqui autoassolutori.

 

Bene. A quelli che sono rimasti dico subito che non ho una soluzione che possa andare bene per tutti, come sapete i ministri unitariani sono un po’ fake. Hanno sempre tante domande e nessuna risposta, e che comunque non sarà facile per nessuno. Non posso dirlo io perché ognuno di noi percepisce come autentiche esperienze molto diverse, e sarebbe completamente sbagliato ridurre l’autenticità ad una sola via, dogmatica, che decida io per tutti.

Però, prima di scoraggiarvi, pensate a quanto tempo spendete senza lamentarvi troppo per organizzare una vacanza, dal decidere la meta, al decidere i voli, i compagni di viaggio, le tappe ed i musei da non perdere.  Oppure pensate a quanta cura utilizzaste nei primi incontri con chi amate, a quanto vi eravate preparati, a quanto avevate preparato ogni dettaglio per rendere quel momento indimenticabile, a quanto ci fosse qualcosa di magico e sacro già solo nella definizione di ogni dettaglio…

E allora perché non potreste riuscire ad impegnare il vostro tempo le vostre risorse per regalarvi un momento spiritualmente speciale? Magari fate qualche regalo in meno, ma ritagliate uno spazio per voi, per chiedervi cosa accenda davvero in questo periodo la vostra luce spirituale e cosa la mantiene viva? Rispondete a questa domanda, siate conseguenti alla risposta e avrete il miglior Natale che possiate desiderare.

Non pensate a quel momento come a qualcosa di rigido ed ingessato, fregatevene di tutto ciò che affossa il vostro intimo sentire ed investite nell’esperienza che avete individuato come significativa.

Molti potrebbero dirmi:Metti che io decida di mandare tutto e tutti a pallino e la notte di Natale fare una camminata in montagna per vedere l’alba. Nell’ammirare i primi raggi di sole che sorge, davvero sentirei qualcosa che nasce e che rinasce in me, e sarebbe una esperienza davvero autentica, che medito da tempo” oppure Metti che io decida per questi venti giorni di trascorrere del tempo nelle mense dei poveri, o in un reparto di oncologia, magari pediatrica per toccare davvero con mano la sofferenza, per incarnare la loro speranza o per sentire sulla mia pelle l’onore e l’onere dell’accoglienza, scontrandomi con le mie stesse paure e le mie titubanze… Metti che, in tutto questo, Gesù io non lo calcoli manco di striscio… Avrei celebrato il Natale?”

Certamente sì. Contrariamente a quanto si possa pensare, e a quanto viene praticato da miliardi di seguaci in tutto il mondo, Gesù non ha mai voluto che si celebrasse la sua persona, ma che si praticasse la sua dottrina (Non chi mi chiama Signore Signore…). Il modo migliore, dunque, per ricordarlo è vivere la Lieta Novella di un Regno vicino al punto di essere il fondamento della nostra vita di relazione e la sorgente di una luce spirituale dentro di noi. Nel momento quindi in cui tu senti e nutri questa luce spirituale dentro di te, stai rendendo il massimo omaggio possibile a Gesù.

Infine potreste dirmi: Ok però io questa cosa di sentire la luce dentro di me, dovrei farla ogni giorno, non solo a Natale, dovrebbe essere Natale tutti i giorni…

Certo che sì!! Proprio questo è uno dei sensi del Natale: lavorare per sentire o per rinvigorire il calore di una luce spirituale dentro di noi, creando un terreno fertile affinchè questo seme possa dare frutti sempre più maturi e succosi nei giorni e nei mesi a venire. Qualunque esperienza, vissuta per sè stessa, che si concluda in quelle ventiquattr’ore e non abbia dei richiami successivi è una occasione spiritualmente persa. Sta a noi.

 

Allora facciamolo quest’uomo,

Capace di ritagliarsi e concedersi un Natale spirituale autentico e consapevole

 

Nasè Adam

 

Amen

Rob

 

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Ma l’avete presente un ventilabro?

Mt 3:12 Egli ha il suo ventilabro in mano, ripulirà interamente la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile».

 

Cari Amici,

Parlando recentemente della cristianità pura di Ferenc David, mi sono imbattuto in questo verso, e  mi sono balenate alla mente alcune idee che vorrei condividere con voi oggi. Il verso è particolarmente interessante, soprattutto per noi che intendiamo epurarlo dalla pesante retorica dogmatica, che ne vuole fare uno dei passi attraverso i quali assicurare l’inferno a chi che sia. Una volta ripulito dalla pula del rancoroso risentimento dogmatico, di  questo verso cosa rimane?

Anzitutto direi che esso contiene una grande indicazione in merito all’antropologia spirituale. Il verso non parla di sommersi e salvati, non esistono nè semi senza pula, nè pula senza semi, con buona pace dei tifosi dell’inferno; esiste piuttosto l’uomo, composto dal seme e dalla pula, che ha come compito l’idea di purificarsi progressivamente, imparando a separare nella propria esperienza di vita ciò che è ascrivibile al seme da ciò che è pula. E come può far questo? Attraverso uno strumento che ci viene offerto, il ventilabro di una tradizione spirituale, la Lieta Novella di Gesù per i cristiani, ma è un discorso che può farsi anche con altre tradizioni.

Ma voi sapete come funziona un ventilabro? Esso sbatte il seme ricoperto dalla pula e lo lancia per aria controvento, quest’azione lascia volar via la pula, portata via dal vento e restituisce il seme ripulito.

Sbattere ed esporre controvento, esiste una metafora migliore della vita spirituale? Essere spirituali è una esperienza scomoda, controcorrente, per certi versi paradossale e quasi sempre inattuale. Ma è proprio l’esposizione a questo processo che ci dona alla fine l’emergere di un seme purificato.  E Gesù ci dice anche un’altra cosa: se vogliamo che questo processo di purificazione (πῦρ, fuoco nel greco evangelico) funzioni, non possiamo abbassare la guardia ma dobbiamo continuare a leggere l’esperienza di vita ritrovando in noi stessi il fuoco inestinguibile dell’attenzione critica, che ci aiuti, giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza ad eliminare la pula dalla nostra vita. Il fuoco inestinguibile non è il traguardo finale, la vendetta ultima, ma un compagno di viaggio, l’essenza stessa della tradizione spirituale, che ci chiama a mettere in campo le risorse per una esperienza spirituale non semplice, ma certamente sempre più pura.

E la Purezza non è, se non  apertura al Mistero libero dalla pula, che ci chiama ad esplorarlo, ci chiama cioé ad una attività e non ad un atto. Questo  é un aspetto interessante, dai vaghi toni falaschiani, che merita forse un approfondimento: la relazione uomo-Divino assume una connotazione peculiare in ragione delle caratteristiche delle due dimensioni

Da un lato abbiamo il Divino, di una ricchezza eccedente e inesauribile; dall’altro l’umano, costretto, per ragioni di limiti cognitivi o, se volete, creaturali, a definire questa ricchezza, a parcellizzarla, a ridurla in porzioni cognitivamente accessibili. La purezza sta appunto in questo: nel non pensare che il dato, la piccola porzione di consapevolezza che io periodicamente ottengo sia la Parola Ultima sul Divino, e accettare invece l’idea che una piccola parte dell’essenza Divina possa emergere solo dalla sintesi costruttiva delle esperienze nello spazio e nel tempo di ogni singola ragione umana. Accettare che in ogni singolo atto spirituale io possa imparare di me e di Dio qualcosa di sempre nuovo e diverso, in una continua sintesi, sempre nuova e sempre più ricca, che necessiti comunque ogni volta dell’azione di un ventilabro e di un fuoco inestinguibile.  

Il dogma in questo senso è errato per la sua intrinseca natura di voler spiegare in termini statici un processo dinamico. Il dogma è una delle incarnazioni stesse della pula evangelica. Pensare di poter spiegare la realtá odierna con schemi e categorie dell’uomo di 10 o 15 secoli fa è una pura insensatezza. Pensare che l’uomo di allora abbia potuto dire l’ultima parola su una esperienza cosí ricca come la vita di miliardi di persone che han popolato la terra nei secoli, è pura miopia egocentrica. Ma è altrettanto miope l’atteggiamento nihilista di chi neghi il processo in atto, la presenza stessa della pula, misconoscendo gli evidenti progressi di consapevolezza culturale e morale di una umanitá che sta imparando a pensarsi come un soggetto sovranazionale, e di un sud del mondo, piû agguerrito e consapevole, che rivendica spazi e possibilitá.

Nel definire costitutiva la presenza della pula, e nel definire con termini come battere, bruciare, ed essere esposti controvento il percorso spirituale, penso di avere dato dei contorni precisi al concetto di speranza in termini UU e al connesso naturale ottimismo con cui viene descritta. Da questo ragionamento possiamo trarre alcune considerazioni notevoli.

Anzitutto, lasciando perdere onanismi sul peccato originale, come dicevo in principio, ogni uomo ha alcune debolezze, la pula, che deve affrontare e correggere in un percorso di progressiva rettificazione spirituale che condivide con i confratelli della congregazione ad esempio. Inoltre, questo processo di rettificazione è connesso al fatto stesso di vivere (fuoco inestinguibile), nessuno può dirsene immune. Corollari a questo sono: sia che un uomo che non conosca e non ammetta, o pensi di non avere debolezze è solo un superficialotto; sia che i santi esistono solo nei film, di un uomo di cui non vediamo alcuna pula dobbiamo imparare a diffidare, affinare il nostro senso critico e sforzarci di conoscerlo meglio.

Infine dobbiamo imparare a convivere ed ad accettare le nostre e le altrui debolezze. Quanti matrimoni, quante amicizie, quante famiglie si sono sfasciate perché l’altro non era perfetto… impariamo a convivere con la nostra imperfezione, accettarla in noi stessi e negli altri. Una relazione di qualunque tipo (matrimonio, parentado, amicizia) che funzioni, è un contesto in cui si sia mutualmente imparato ad accettare che ci sia pula e si sia trovato un processo condiviso per riconoscerla ed eliminarla.

Riconoscere ed accettare la pula non è un atto fine a se stesso, ma è il primo passo per correggerla.

Così, personalmente, intendo la pura cristianità di Ferenc David, un obiettivo più che un dato, un farsi più che un fatto.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di riconoscere separare e bruciare la propria naturale pula

Nasè Adam

Amen

 

Rob

 

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Brioche al cioccolato

Cari amici,

come sapete frequento abitualmente alcuni bar che spesso utilizzo come fonte di varia umanità per i miei sermoni. Anche questa volta non farò eccezione. Una signora anzianotta, gentile, garbata, che frequenta nei miei stessi orari, recentemente ha detto ” Se il buon Dio mi concede che in quella visita di domani vada tutto bene, non mangerò più brioche al cioccolato per un mese” All’inizio mi venne da ridere, pensando a cosa cavolo gliene potesse fregare al mio povero Principale che la signora in questione mangiasse o non mangiasse cioccolata, a quale significato cosmico metafisico potesse avere questo gesto, poi mi misi a riflettere sul concetto di fioretto o di fioretto. Cosa ne penso? Ricordo di aver provato sincera ammirazione qualche volta per simili pratiche, ma non stavolta. Cosa è cambiato? Starò invecchiando? Sarò inacidito con l’età? Forse, ma credo anche che, a pensarci bene, questo sia un fioretto monco, perchè è composto da una pars destruens, la rinuncia, ma non contiene alcuna pars construens, nessun proposito di migliorare il proprio livello spirituale o la presenza di carità nel mondo. Mi spiego meglio: se tu invochi un referente spirituale, devi ripagarlo con moneta spirituale. Un buon proposito come “introduco meno calorie e zuccheri e miglioro la mia linea, può interessare il vostro dietologo o vostro marito, ma non il Principale…

Prima di continuare con la teoria voglio raccontarvi come è andata a finire la storia del fioretto di questa signora.

Il giorno dopo la sento raccontare che la visita era andata bene, e ordinare la brioche al cioccolato per festeggiare; il giorno ancora successivo, pur confessando di sapere che avrebbe dovuto rinunciarvi, la sento ordinare la brioche “perchè era una brutta giornata e meritava di essere addolcita”; e così nei giorni successivi

Al solo pensiero, mi pervade un moto di rabbia: non solo il mio povero Principale è stato messo in mezzo senza motivo, ma poi è stato anche preso in giro e accantonato, salvo poi ricordarsi di lui al prossimo momento difficile

Ecco, potrei anche concludere qui il sermone semplicemente dicendo; “non fate, i buffoni, siate coerenti, se prendete un impegno, mantenetelo”

Una volta sarei stato più indulgente? La vicinanza del mio amico angloitaloebreo non mi fa bene? O è l’aria di Sesto, da cui sto scrivendo, che fa male ai pastori unitariani?

Allora sono contrario a questi fioretti? Ci ho riflettuto a lungo, anche in frequenti discussioni con molti di voi, ed oggi posso dire che non sono affatto contrario a queste pratiche purchè rispettino alcune caratteristiche, che ritengo sia utile esplicitare:

Devono essere generate perseguite e guidate dal corretto intento: chi mi conosce un poco lo sa bene, mi irrita profondamente la visione strumentale del Divino, la considerazione di Dio come un mercante con il quale si possa negoziare o barattare la felicità, o peggio, come un essere facilotto e incontinente che possa regalare giorni sereni in cambio di una brioche. Io non credo che il favore Divino possa essere guadagnato a suon di brioches, e non lo credo a tal punto che se mai qualcuno potesse dimostrarmi che sia così, mi licenzierei all’istante e andrei a fare il bagnino in California. Se davvero pensate che il vostro fioretto debba essere finalizzato ad ottenere un particolare premio mondano, se pensate che la vostra astinenza da brioches possa far sentire obbligato il Principale a garantirvi lo stato di cose che desiderate, magari al punto da lamentarvi col Capo, se le cose andassero male nonostante la vostra eroica astinenza, allora non ci siamo.

Se invece la vostra astinenza da cose materiali è fatta per creare spazio, uno spazio di attenzione e consapevolezza, da riempire col Divino, allora ben venga il fioretto. L’astinenza non deve essere considerata fine a se stessa, ma deve essere funzionale ad essere sostituita con un comportamento spiritualmente rilevante, per sé e/o per il prossimo. Noi facciamo spazio per sentire meglio la presenza del Principale in un nostro momento difficile, eliminiamo il rumore della vita mondana per sentire un suono spirituale, che, pur accompagnandoci sempre e da sempre, viene troppo spesso ricoperto dai rumori della vita. In un momento difficile vogliamo agire al fine di far meglio presente a noi stessi che lui è con noi e ci sostiene. Lo spazio che facciamo è uno spazio di ascolto che vogliamo abbia valenza spirituale, impiegando il tempo e le risorse generate dalla rinuncia per rendere noi stessi spiritualmente migliori, e il mondo un posto in cui meglio possa sentirsi attraverso noi la presenza e la carità del Principale. Se quella signora avesse passato il quarto d’ora speso al bar in una chiesa, concentrandosi sul suo talento spirituale non avrei nulla da dire, anzi, sarebbe di esempio per tutti noi. Se quella signora avesse donato l’euro risparmiato dalla brioche al barbone vicino casa, avrei applaudito a scena aperta. Ma così non è stato, nulla di spiritualmente rilevante è avvenuto, solo una occasione in più per mostrare la propria incoerenza e la propria inconsistenza valoriale.

Ed è per questo che aggiungo un ultimo punto: un fioretto sia temporalmente definito, in modo tale da non essere tanto breve da risultare casuale, né tanto lungo da mettere a rischio il suo reale compimento. Perchè non ci viene chiesto di fare fioretti, ma di essere coerenti. Nessuno di noi è un santo, nessuno un eroe, per cui se proprio volete prendere un impegno, allora fatelo per un tempo determinato, in cui siate certi di poter agire con serietà e coerenza, senza buffonate. Credo, non posso ovviamente esserne certo, ma è quello che penso, che il Principale non chiederà a questa donna ragione di non avere resistito alla cioccolata, ma molto più semplicemente ragione del fatto di aver permesso alle azioni di non essere coerenti con le parole. Questo è un peccato, ed è un peccato grave.

E qual è la pena per questo peccato? Non sta a me dirlo, come sapete noi non crediamo nell’inferno e il mio sangue meridionale mi fa essere mediamente più indulgente di quanto non sia il mio amico angloitaloebreo. Però una cosa posso dirla: vivere una vita in cui la propria forza di volontà sia incapace di rinunciare a una brioche, vivere una vita in cui si svenda la propria intima coerenza per un po’ di cioccolata e vivere una vita in cui non si abbia il minimo senso della Trascendenza, al punto da buttare financo il Principale all’interno del calderone del chiacchiericcio quotidiano, penso sia già questo, già in questa vita la peggior punizione che uno possa avere

Allora facciamolo quest’uomo,

Capace di rinunciare alla cioccolata e di essere coerente

Nasè Adam

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