IL SUTRA DEL FUNGO

Carissime e carissimi,

pochi giorni fa, durante la cena  pre-natalizia con i colleghi di ufficio, si parlava di funghi, se ne rammentava l’enorme varietà di tipi e la rete di vita che essi intessono sotto talune zone dei boschi. Mi è venuto spontaneo notare il parallelo con i nostri insegnamenti UU di accoglienza della diversità e di rispetto per la rete interdipendente dell’essere. Negli ultimi tempi, poi, abbiamo approfondito con Massimo il buddhismo nei suoi aspetti più universalisti ed ho rammentato come l’insegnamento dell’ “inter-essere” (per usare il gergo del monaco Thich Nhat Hanh) sia uno dei più rilevanti tra questi. Così troppo ghiotta era l’idea di intitolare il sermone con “Il sutra del fungo”.

Sì, lo so, Buddha non ha mai pronunciato un discorso che riporti questo titolo, ma il nostro spirito trascendentalista ci invita a ricercare i discorsi della saggezza non solo nelle parole scritte degli antichi, ma anche in quelle non scritte della natura. E dal fungo possiamo comprendere una realtà fondamentale. Quelli che noi chiamiamo “funghi”, quelli che raccogliamo e (possibilmente) gustiamo, in realtà sono soltanto i miceli del fungo, ovvero i frutti, le escrescenze, le espressioni individuali. I tanti miceli che troviamo in una fungaia sono in realtà tutti frutto di un unico fungo, che si sviluppa sotterraneamente come una fitta rete. Ecco, spesse volte noi percepiamo il nostro essere solo nella limitata dimensione della nostra individualità e non ci accorgiamo che in realtà noi siamo connessi ad una rete di vita senza la quale né potremmo essere nella nostra esistenza, né potremmo essere pienamente nella nostra autenticità. Riflettendo sugli insegnamenti del Buddha sull’impermanenza  (cioè nulla è per sempre) e sulla non-sostanzialità (ossia nulla è davvero in sé qualcosa), la plurisecolare riflessione buddhista è rifuggita da un possibile esito nichilista ed è giunta a trarne la lezione fondamentale dell’ “inter-essere”, che Thich Nhat Hanh così descrive: “In questo foglio di carta c’è una nuvola. Senza la nuvola, non c’è pioggia; senza pioggia, gli alberi non crescono; e senza alberi, non si può fare la carta. La nuvola è indispensabile all’esistenza della carta. Se non ci fosse la nuvola, non ci sarebbe nemmeno il foglio di carta. Quindi possiamo dire che la nuvola e la carta inter-sono… Essere è inter-essere. Non possiamo essere da soli, per conto nostro. Dobbiamo ‘inter-essere’ con tutto il resto. Questo foglio di carta è perché è tutto il resto.” Cristianamente, l’immagine del “corpo di Cristo” potrebbe leggersi come una rappresentazione di questa fondamentale unità. Sul piano UU appare ben chiaro come tutto questo abbia a che fare con il nostro settimo principio: “Il rispetto per la rete inter-dipendente dell’essere di cui facciamo parte”. Questo è senz’altro vero, ma, proprio riflettendo su questi temi il Rev. UU John Ismael Ford, guarda caso anche lui un buddhista, sottolineava come l’essenza dell’UUismo stia nel tenere insieme due cose inevitabilmente in tensione tra loro, espresse nel primo (il rispetto per il valore e la dignità propria di ogni individuo) e nel settimo principio. Non possiamo, infatti, fare finta che questa tensione non esista: quante donne si sacrificano per la famiglia e ad un certo punto sentono di essersi annullate per gli altri? Quanti si spendono per un’ideale al punto tale da perdere il senso della propria individualità ed il proprio spirito critico? In realtà (e qui sta la forza dell’UUismo a mio avviso) nel modo in cui pone insieme individualità ed unità lo UUismo indica già un superamento di questa tensione, benché essa si riproporrà sempre nei fatti al nostro percorso di persone sempre in crescita, perché sempre perfettibili. Questo superamento sta nell’adagio che ripetiamo fino alla noia, ovvero in quell’invito ad “unire senza unificare”. Rispettare il valore e la dignità di un individuo significa rispettarne il diritto non solo a non essere trattato (come ci rammenta la definizione kantiana della dignità) come un fine e non come un mero scopo, ma anche a ricercare, trovare ed esprimere se stesso. Questo guida la modalità del nostro “inter-essere”, che deve significare in primo luogo “interessarsi”, ossia porre attenzione alle esigenze dell’altro, ma poi tradurre questo interesse nell’azione per l’altro avendo rispetto della sua difficile ricerca di sé e della propria espressione. Inter-essere significa, infatti, “essere tra”, non essere “al posto di”. Dobbiamo percepire la nostra unità, farne stimolo per la nostra attenzione alla vita e alle vite, ma non dobbiamo unificare ed uniformare o al contrario unificarci ed uniformarci in virtù di questo. Pretendere che ciò non venga fatto nei nostri confronti è il sacrosanto diritto dell’individuo al rispetto del proprio valore e della propria dignità. Imparare a farlo noi nei confronti degli altri è un esercizio non solo morale, ma profondamente spirituale. Ed è il modo UU di vivere un insegnamento sotteso a tante spiritualità, pensiamo all’azione disinteressata del buddhismo o all’agire non agendo del taoismo (o, per una traiettoria un po’ più lunga da spiegare, al “sia fatta la Tua volontà” dei cristiani), che, con immagini diverse, ci descrivono lo stesso atteggiamento mentale e spirituale di attenzione, apertura e rispetto verso le espressioni della vita. Quelle espressioni che sono certo solo il micelio del grande fungo che cresce sotto i nostri piedi, ma sono quelle espressioni che pongono il fungo in relazione con le altre vite di piante, animali e uomini, nonché quelle espressioni che danno sapore al fungo e alle nostre vite che “inter-sono” con lui.

Potremmo salutarci qui, è già tanta roba su cui riflettere. Ma siamo prossimi al Solstizio di Inverno ed al Natale. E, nel fare le mie ricerche per questo sermone, mi sono imbattuto in un’altra storia interessante sui funghi, che riguarda proprio il Solstizio d’Inverno ed il Natale (che, come sapete, sono collegati).  Sembra, infatti, che alcune popolazioni della Siberia consumassero, durante i riti per il Solstizio di Inverno, alcune parti trattate di un fungo velenoso, l’Amanita Muscaria, che altro non è che il fungo rosso a puntini bianchi che impariamo a disegnare da ragazzini e che è associato alle fiabe e alle fate, per sfruttarne le potenti proprietà allucinogene. Si narra che lo sciamano, vestito di rosso e bianco come i colori del fungo, passasse tra le case a distribuire i miceli, che venivano poi lasciati essiccare appesi ad un albero, e che da qui siano derivati alcuni degli elementi della figura di Santa Claus e dell’iconografia del Natale. Ovviamente è difficile dire se e quanto di ciò sia vero e fondato. Né voglio qui invitarvi all’utilizzo di alcaloidi per esperienze psichedeliche fuori luogo. Mi interessava piuttosto raccogliere gli aspetti legati alla simbologia del solstizio ed alla metafora del fungo. Il solstizio è un momento in cui la vita, come la luce, sembra spegnersi. Il freddo, il buio, la natura che si ritira, tutto questo poneva in profonda crisi gli esseri umani, costretti a prepararsi alle difficoltà del lungo inverno. Il solstizio è in sé immagine di questa crisi, ma anche della speranza connessa alla luce che da lì in poi riguadagnerà astronomicamente il suo tempo. L’immagine del fungo ci ricorda, però, che serve qualcosa di più della speranza per superare l’inverno. I funghi sono esaltazione della capacità creativa della vita, né piante, né animali, ma creazioni curiose e misteriose, a volte succulente, a volte velenose. Se l’inverno ci invita a chiuderci nella nostra interiorità, meditando sulla nostra crisi e raccogliendo le energie per superarla, il sapore magico e le proprietà a volte psicotrope dei funghi ci ricordano, simbolicamente, che in questo ritirarci in noi, dobbiamo anche saperci aprire alla creatività sottesa alla vita tutta, ma anche che dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione per concepire nuovi modi di essere. Non abbiamo forse bisogno di rischiare il fegato assaggiando un’amanita muscaria, ma abbiamo certo bisogno, nel nostro inter-essere, di assaggiare la creatività della vita tutta e di aprire ed espandere attraverso di essa le nostre menti, per rinnovarci nello spirito ed immaginarci attraverso ed oltre gli inverni delle nostre esistenze.

Nella Via verso l’Uno,

Alessandro.

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Non abbiate paura di farvi un regalo spirituale

Cari Amici,

Quanti seguano il percorso giudeocristiano stanno vivendo un periodo piuttosto particolare: abbiamo infatti Hanukkah da un lato e l’Avvento del Natale dall’altro. Entrambe sono feste della luce, di una luce che non tramonta e rinasce ogni volta. Entrambe sono feste che esplicitano un momento preparatorio affinché quel momento possa risultare autentico.

Il Natale dunque, a prescindere dalle favole sulla neve in Palestina a dicembre, a prescindere dalla nascita di Gesù proprio quel giorno, a prescindere dai pranzi con zia Ildegarda, di cui faremmo volentieri a meno, è un momento spirituale a cui si richiede di arrivare preparati.

I più capelloni tra voi mi diranno, anche con toni vagamente più accesi: Quali banalità vai dicendo… è da mesi che ci prepariamo, regali…menu di pranzo, tattiche per evitare il parente nooiso o acidino… lo abbiamo sempre fatto… dov’è la novità?

Ecco io non sto parlando di questo! Sto parlando di un momento spirituale da preparare. Quando si associa la parola spirituale al Natale, il massimo che l’italiano medio riesce a tirar fuori e una celebrazione un po’ fantozziana, ad un’ora per molti inconcepibile, mezzanotte, in una lingua ai più sconosciuta, cui assistere dopo avere ingurgitato dosi sconsiderate di capitone, abbacchio, zeppole e pandoro, il tutto innaffiato con una buona dose di vino. Resisi conto che l’ora era forse proibitiva per i più, la cerimonia è stata anticipata, col risultato che tale momento finisce per essere un sottofondo tv mentre zia Ildegarda distribuisce quadrati di lasagne al ragù. Se questo è il massimo di spiritualità natalizia che riusciate a concepire avete due opzioni: o mollare tutto e andare a spasso, come giustamente consigliava Law domenica scorsa, oppure spendere  questi 15 giorni che mancano per preparare un momento, un solo momento, pochi minuti, che rendano questa occorrenza memorabile. Per prima cosa lasciate che vi dica che non ha senso che diciate non posso o non sono capace. Si tratta di volerlo al punto da sbattersi 15 giorni per trovare un modo, oppure ammettere di non avere voglia, e andate a fare i fighetti alternativi dicendo che Natale è roba passata, che non è per voi.

Come fece un mio professore, anni fa, ora vi dico: prendete una decisione. Se non c’avete voglia, non proseguite questa lettura, sarebbe un inutile spreco di tempo e presa in giro reciproca. Se invece deciderete di restare, e di proseguire la lettura, allora lo farete per 2 motivi precisi: il primo perché volete disporvi alla ricerca di un momento di spiritualità autentica, il secondo perché riconoscete una possibilità concreta di prendere il timone della vostra vita e tentare di deciderne la direzione, senza abbandonarvi in interminabili sproloqui autoassolutori.

 

Bene. A quelli che sono rimasti dico subito che non ho una soluzione che possa andare bene per tutti, come sapete i ministri unitariani sono un po’ fake. Hanno sempre tante domande e nessuna risposta, e che comunque non sarà facile per nessuno. Non posso dirlo io perché ognuno di noi percepisce come autentiche esperienze molto diverse, e sarebbe completamente sbagliato ridurre l’autenticità ad una sola via, dogmatica, che decida io per tutti.

Però, prima di scoraggiarvi, pensate a quanto tempo spendete senza lamentarvi troppo per organizzare una vacanza, dal decidere la meta, al decidere i voli, i compagni di viaggio, le tappe ed i musei da non perdere.  Oppure pensate a quanta cura utilizzaste nei primi incontri con chi amate, a quanto vi eravate preparati, a quanto avevate preparato ogni dettaglio per rendere quel momento indimenticabile, a quanto ci fosse qualcosa di magico e sacro già solo nella definizione di ogni dettaglio…

E allora perché non potreste riuscire ad impegnare il vostro tempo le vostre risorse per regalarvi un momento spiritualmente speciale? Magari fate qualche regalo in meno, ma ritagliate uno spazio per voi, per chiedervi cosa accenda davvero in questo periodo la vostra luce spirituale e cosa la mantiene viva? Rispondete a questa domanda, siate conseguenti alla risposta e avrete il miglior Natale che possiate desiderare.

Non pensate a quel momento come a qualcosa di rigido ed ingessato, fregatevene di tutto ciò che affossa il vostro intimo sentire ed investite nell’esperienza che avete individuato come significativa.

Molti potrebbero dirmi:Metti che io decida di mandare tutto e tutti a pallino e la notte di Natale fare una camminata in montagna per vedere l’alba. Nell’ammirare i primi raggi di sole che sorge, davvero sentirei qualcosa che nasce e che rinasce in me, e sarebbe una esperienza davvero autentica, che medito da tempo” oppure Metti che io decida per questi venti giorni di trascorrere del tempo nelle mense dei poveri, o in un reparto di oncologia, magari pediatrica per toccare davvero con mano la sofferenza, per incarnare la loro speranza o per sentire sulla mia pelle l’onore e l’onere dell’accoglienza, scontrandomi con le mie stesse paure e le mie titubanze… Metti che, in tutto questo, Gesù io non lo calcoli manco di striscio… Avrei celebrato il Natale?”

Certamente sì. Contrariamente a quanto si possa pensare, e a quanto viene praticato da miliardi di seguaci in tutto il mondo, Gesù non ha mai voluto che si celebrasse la sua persona, ma che si praticasse la sua dottrina (Non chi mi chiama Signore Signore…). Il modo migliore, dunque, per ricordarlo è vivere la Lieta Novella di un Regno vicino al punto di essere il fondamento della nostra vita di relazione e la sorgente di una luce spirituale dentro di noi. Nel momento quindi in cui tu senti e nutri questa luce spirituale dentro di te, stai rendendo il massimo omaggio possibile a Gesù.

Infine potreste dirmi: Ok però io questa cosa di sentire la luce dentro di me, dovrei farla ogni giorno, non solo a Natale, dovrebbe essere Natale tutti i giorni…

Certo che sì!! Proprio questo è uno dei sensi del Natale: lavorare per sentire o per rinvigorire il calore di una luce spirituale dentro di noi, creando un terreno fertile affinchè questo seme possa dare frutti sempre più maturi e succosi nei giorni e nei mesi a venire. Qualunque esperienza, vissuta per sè stessa, che si concluda in quelle ventiquattr’ore e non abbia dei richiami successivi è una occasione spiritualmente persa. Sta a noi.

 

Allora facciamolo quest’uomo,

Capace di ritagliarsi e concedersi un Natale spirituale autentico e consapevole

 

Nasè Adam

 

Amen

Rob

 

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Burn Out

Cari Fratelli,

ormai da qualche tempo non vi parlo più delle mie improvvise quanto inaspettate illuminazioni spirituali in palestra, non tanto perché abbia cambiato idea sulla correttezza dell’antico motto “mens sana in corpore sano”, quanto perché, sostanzialmente, la routine e la familiarità con l’ambiente dell’Accademia di sport da combattimento in cui mi alleno e lavoro hanno, come spesso accade, un po’ appannato la mia capacità di cogliere insegnamenti spirituali in ambito ginnico.

Un episodio occorso un paio di settimane fa, però, ha fatto eccezione, apparendomi immediatamente fonte di riflessioni che esulassero dalla pura tecnica esecutoria degli esercizi.

Si presenta al mio corso di “Military Workout”, una specie di “CrossFit” leggermente più duro e funzionale, Giacomo, un ragazzo tra i trenta e i trentacinque anni che sembra uscito da un film del genere “peplum” degli anni ’60 sui vari Ursus e Maciste: spalle modello “devo fare una torsione per passare dalle porte”, collo taurino, addominali così scolpiti che si vedono persino attraverso una maglia pesante e cosce con quadricipiti più o meno delle dimensioni del mio torace.

“Fantastico”, mi dico, “con questo sì che possiamo lavorare alla grande” … e, abituato come sono a signore di mezza età che vogliono provare l’ebbrezza del training militare e a ragazzi con la pancia da “forzati dell’aperitivo” già a venticinque anni, vi assicuro che non è poco.

Comincio a impostare una routine di lavoro neppure particolarmente ardua e il novello Ercole fa tutto, sì, ma né con particolare entusiasmo, né con particolari capacità …. almeno non con le capacità che il suo fisico avrebbe potuto lasciar presagire. Anzi, dopo mezz’ora, appare persino più stanco di alcune delle mie abituali clienti.

Provo ad indagare e gli chiedo se abbia fatto molto sport in passato. Mi risponde che ha partecipato per anni al campionato nazionale di “Ironman” e che da quindici anni si allena ogni giorno con pesi tra i 40 e i 110 kg. Ok, tutto in linea con quanto dimostra ma … ma allora non capisco … fino a che, al termine del corso, negli spogliatoi, mi dice che è preoccupato perché, da qualche tempo a questa parte, non prova più nessun piacere nell’allenarsi, si annoia, il corpo sembra non rispondere più alle sollecitazioni e si sente completamente demotivato. Fortunatamente, al Master C.O.N.I., mi avevano spiegato esattamente il significato di questi sintomi: “sindrome da overtraining” e conseguente “burn out” psicologico che, in parole povere, significa che ti sei allenato così tanto, così duramente, con così forte impegno che il tuo corpo ormai risponde perfettamente ma la tua mente non regge più lo stress, non ne vuole più sapere e non è più in grado di creare quel connubio tra energia fisica ed energia nervosa che è necessario per ogni training produttivo.

Ed è a questo punto, Fratelli, che un parallelo con la vita spirituale mi è apparso immediatamente lampante. Non è forse vero che, magari proprio quando ci sentiamo al massimo della nostra energia spirituale, quando la nostra ricerca si fa più intensa e viene ad occupare una parte sempre più importante della nostra vita, proprio allora, a poco a poco, rischiamo di “esaurirci”, di dar fondo alle nostre energie psichiche e nervose, persino arrivando a macerarci nei dubbi, negli “un passo oltre”, nel tentativo di capire un po’ di più ciò che, forse, non è né sarà mai comprensibile?

E poi? E poi questo esaurimento di energie comincia a farsi sentire, inizialmente con piccoli sintomi, con meno voglia di occuparci di questioni spirituali, di ascoltare, di pregare, di trovare spazi sacri, di impegnarci concretamente, di partecipare alle funzioni, poi, progressivamente, con un vero e proprio rifiuto interiore che si estende alla comunità, alla fede, forse persino a Dio o a ciò che viviamo come Trascendente …

Insomma, sono convinto che esista anche una sorta di “overtraining spirituale” che, come conseguenza estrema, arriva persino ad un “burn out” spirituale.

E se accade? Non ho formule magiche e, forse, di fronte ad un “burn out” di qualsiasi tipo, i nostri psicologi hanno più frecce di me nella loro faretra ma quello che posso dirvi è che quando, dal punto di vista del fitness, si arriva alla sindrome di overtraining, esiste una sola soluzione possibile, la stessa soluzione che ho consigliato a Giacomo un paio di settimane fa: mollare, interrompere, staccare la spina per un periodo più o meno lungo, fino a che (sperando che accada) non si sente rinascere dentro di sé quella spinta iniziale, quella motivazione che ci ha portato a mettere piede per la prima volta in palestra e a continuare, giorno dopo giorno, a tornarci.

Ma come? Un ministro che dice di prendersi una pausa spirituale, di pensare ad altro, di non partecipare alle funzioni?

Sì, esatto. E mi spingo anche oltre: se in una domenica sera qualunque vi pesa collegarvi per una funzione, se un programma in tv o una uscita con gli amici vi alletta più di una discussione spirituale con la comunità, vi prego, davvero vi prego, non collegatevi; se un giorno non vi va di leggere neppure una riga che vi rimandi ai vostri studi sul Trascendente, vi prego, davvero vi prego, non ci provate neppure a prendere in mano un qualunque testo sacro o spirituale.

Se una cosa, tra le migliaia che non ho capito e non capirò mai, credo di aver compreso è che Dio (o chi per lui) non vuole servi inginocchiati davanti a Lui sotto il peso dei dogmi, degli obblighi o dei sensi di colpa ma vuole amici che camminino al suo fianco!

Ed è un cammino difficile, su questo non ci sono dubbi! Per certi versi, mi sembra (o forse vorrei che mi sembrasse) come una passeggiata tra due innamorati che si frequentano da poco: si tengono per mano, si parlano tantissimo, si raccontano e si lasciano scoprire ma … con una certa timidezza, con un certo livello di pudore che, a volte, si vorrebbe superare ma che, allo stesso tempo, si ha paura di superare perché non ci si conosce ancora abbastanza a fondo per lasciarsi andare e, dunque, ci sono anche momenti di silenzio che ci mettono un po’ a disagio … Se ci riflettiamo un istante, anche il nostro dialogo con ciò che viviamo come Trascendente si basa su elementi simili: un sentimento di amore condiviso di fondo, una difficoltà comunicativa che a tratti viene superata dalla voglia di conoscenza e a tratti, invece, palesa a pieno quella distanza ontologica che si fa mistero, silenzio, persino paura …

Può capitare che due innamorati non abbiano voglia di vedersi? Al di là di romantiche dichiarazioni d’intenti, sinceramente credo che ciò possa tranquillamente accadere senza scandalo per nessuno e che, anzi, a volte, non solo sia normale non avere voglia di vedersi ma che sia persino giusto e auspicabile … Ho problemi di lavoro, di salute, di mille altre cose, sono stanco, stressato, vorrei solo dormire e non pensare a niente ma … devo uscire per forza con la mia fidanzata o il mio fidanzato, con mia moglie o mio marito … Ma … chi lo dice? Perché? Perché “così si fa”? E con che risultati? Di moltiplicare le pause di silenzio imbarazzato? Di essere così nervosi da finire per litigare? Di arrivare come certe coppie che “salvano le apparenze” ma non si sopportano più?

Insomma, i momenti di “burn out” non esistono solo in campo lavorativo o nel fitness ma sono propri anche di qualsiasi realtà spirituale, sia essa sentimentale così come mistica …

E per i “burn out” c’è una sola cura fratelli: prendersi una pausa, evitare un contatto troppo frequente per qualche tempo, imparare a vivere tutto in prospettiva.

Ecco, questo è l’insegnamento che ho tratto dal mio incontro con Giacomo in palestra: la fortuna di appartenere ad una religione liberale!

Sì perché Giacomo, non ve l’ho ancora detto, è anche un canoista di livello nazionale e, volente o nolente, non potrà mai smettere di allenarsi completamente, fino a quando il suo “burn out” non lo porterà al ritiro dallo sport attivo o non comincerà a perdere una gara dopo l’altra perché senza tanto amore e tanta passione le gare non si vincono … E, purtroppo, non posso fare a meno di notare un parallelismo con tutte quelle Religioni e Denominazioni dogmatiche che costellano il cammino dei loro fedeli con mille “devi fare” che, troppo spesso, diventano solo fariseismo di facciata o impegno formale sterile che non nasce più da un sentire profondo.

Solo grazie al nostro comune appartenere ad una religione liberale io posso, invece, permettermi di dirvi: “lasciate perdere … se non vi sentite di fare qualsiasi cosa, se non avete voglia di pregare, di vivere l’esperienza comunitaria, di partecipare ad una funzione, non fatelo e davvero confido che Dio o chi per lui non vi amerà meno per questo, ma anzi, probabilmente vi amerà persino di più!”

Sì, fratelli, credo proprio che vi amerà di più e lo credo alla luce di quella “Regola Aurea” che accomuna gran parte delle religioni: “ama il prossimo tuo come te stesso!”. Come può uno schiavo amare se stesso, come può un essere umano che viva di catene che sente estranee e pesanti amare la propria esistenza? Lasciatemi dire, ancora una volta, che noi stessi siamo il nostro primo prossimo: se non ci amiamo, se non amiamo la nostra vita, se non amiamo quella scintilla divina che è dentro di noi, non ameremo davvero neppure chi ci è vicino … e figuriamoci una entità a volte apparentemente così lontana come l’Inviolato …

Allora, fratelli, ogni giorno, quando ci svegliamo, credo che sia nostro compito “scegliere la nostra religione”, ma sceglierla davvero, senza sforzarci, sceglierla perché il suo richiamo è dolce, sceglierla perché ne sentiamo l’esigenza, perché è un amore che stiamo vivendo a pieno …

E se non succede, se quel richiamo, quell’esigenza, quell’amore non li sentiamo così forti per qualche tempo, non c’è nulla di cui angustiarsi: ogni vera storia d’amore ha alti e bassi, ma se una storia d’amore è davvero forte e profonda, allora e solo allora sarà infinita, al di là di qualsiasi pausa ciascuno senta di doversi prendere.

Adonai echad,

Amen

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