Semplice

Cari Fratelli,

sappiamo tutti che, a volte, anche esperienze molto negative possono darci insegnamenti importanti per la nostra vita ed è quello che è recentemente accaduto a me.

Come potete immaginare, il mio ultimo mese è stato, dal punto di vista personale, piuttosto difficile sia dal punto di vista emotivo che dal punto di vista fisico. Devo dire che lo è stato anche dal punto di vista spirituale: passare ore e ore in ospedale mette quotidianamente a contatto con il dolore, l’angoscia e la sofferenza altrui e propria e, inevitabilmente, pone interrogativi che si riverberano naturalmente sulla fede e le convinzioni personali.

In qualche modo, tutto questo diventa una cartina tornasole per mettere a nudo la valenza pratica di tutta una serie di opinioni e percorsi che, fino a quel momento, avevano avuto un sapore più astratto, una genesi forse più libresca, sviluppatasi attraverso meditazioni e letture teologiche più che sul campo.

Ogni anno, per consuetudine, ogni pastore dovrebbe presentare, secondo le regole dell’Unitarianesimo Universalista nazionale e internazionale, un piano pastorale in cui esprime le linee guida che daranno direzione alla sua predicazione. È una pratica che non ho mai particolarmente amato, pur comprendendone l’utilità: sono profondamente convinto che ogni essere umano sia una entità dinamica, continuamente in divenire, soprattutto dal punto di vista spirituale e che fissare punti fermi, teoricamente inamovibili, all’interno di tale evoluzione sia, in sostanza, equivalente, seppure in misura minore e per periodi ben più limitati, a quello stendere binari da cui non si può deragliare che è rappresentato da ogni chiusura dogmatica.

È, però, altrettanto vero che questa pratica presenta due aspetti positivi, uno in ambito personale e uno in ambito pastorale: prima di tutto permette di fare il punto della propria situazione spirituale e, conseguentemente, permette ai fedeli di esercitare quel diritto di accettazione o meno di una predicazione sancito in modo sacrosanto dall’Editto di Torda.

Ebbene, indubitabilmente il mio piano pastorale di quest’anno, che intendo esprimere in questo sermone, è stato fortemente segnato dalle mie recenti esperienze personali e da quanto esse mi hanno permesso di comprendere.

Il primo, fondamentale punto che, focalizzandomi sulla mia fede e la conseguente predicazione pastorale che ne deriva, molto chiaramente emerge nella mia mente è che, dentro di me il lungo processo di progressivo dissolvimento di una figura del Divino personale e immanente si è completamente compiuto. Con totale certezza personale posso ora dire di non credere minimamente nell’esistenza di una entità comunemente definita come Dio: una Persona con una identità definita e una volontà definita, capace di agire sul mondo, sugli esseri umani, sugli eventi. Le ragioni di questa visione sono molte ma, per certi versi, si possono condensare in una frase un po’ sibillina che mi disse un collega canadese qualche tempo fa e che mi ci sono voluti anni per comprendere: “Amo troppo Dio per credere che esista”, che sta a significare che non posso venerare se non un Dio giusto, buono, un padre amorevole di cui non vedo, persino tenendo conto di ogni discorso sul libero arbitrio, nessuna traccia e nessun intervento nella realtà effettuale.

E, per certi versi, il discorso potrebbe finire qui e, quasi certamente, al di là di ogni possibile ipocrisia personale, finirebbe se fossi un pastore di gran parte delle altre forme di spiritualità esterne allo U*Uismo: un consacrato a Dio che non crede all’esistenza di un Dio personale immanente da pregare e venerare e, anzi, che considera l’idea stessa dell’esistenza di una tale forma di divinità, fatta salva la chiara soggettività dei percorsi e la volontà di non assolutizzare mai nessuna posizione, come un feticcio psicologico umano, sarebbe, in pressoché qualunque altra Denominazione, semplicemente una persona che, a un certo punto della sua esistenza, si rende contro di aver sbagliato strada e di dover cambiare il suo percorso.

Eppure, questa sera sono qui a predicare davanti a voi, ben sapendo che gran parte di voi ha una visione diversa dalla mia, e vi assicuro che questo non deriva né dall’attaccamento a un ruolo che vedo sempre più come un carico di oneri e non di onori né da alcuna volontà di uno squallido protagonismo che, oltre che totalmente alieno dalla mia natura, se mai esistesse, dovrebbe esplicarsi in tutt’altro ambito. Essere qui stasera, è, piuttosto il frutto di un parto a tratti doloroso, pieno di dubbi che mi hanno tenuto lontano anche dalla comunità.

Perché, vedete, non credere in un cosiddetto Dio personale e immanente non significa necessariamente negare ogni forma di trascendenza ma, piuttosto, cambiare la focalizzazione della propria ricerca. Credo in Dio? Sì! Credo in un Dio che è qui, ora, in tutti noi, in ogni entità vivente e che per molti credenti in un Dio personale è il primo frutto del Divino ma che, per me, è il Divino stesso: credo in un Dio che è la forza, l’energia della Vita, che è la vita stessa.

È un Dio della cui esistenza non possiamo dubitare perché è evidentemente presente in noi e intorno a noi, è un Dio che è pura forza impregnata non di volontà propria ma del libero arbitrio del singolo di indirizzare tale forza verso il bene o verso il male …

Basta questo per giustificare la volontà di un pastorato? Questo è stato il punto centrale della mia meditazione. In fondo, l’esistenza di una energia vitale, della vita, è un dato autoevidente, oggettivo, impersonale, che non necessità, di per sé, di grandi spiegazioni né, ovviamente, di nessuna reale liturgia di ringraziamento perché il nostro stesso esistere è, di per sé, la quotidiana e continua liturgia con cui si rende merito al Divino visto in quest’ottica …

Ma qui entra in gioco di nuovo l’insegnamento di questi ultimi giorni. Perché, vedete, è in fondo facile parlare d’amore dall’alto della torre d’avorio della teologia. Anzi, mi correggo, non è affatto facile scavare nei meandri di astruse teologia, di acuti pensieri filosofici, di definizioni il più possibile precise … non è affatto facile … ma, dal mio punto di vista, è assolutamente inutile, sterile, autoreferenziale. In ogni caso, sia che si voglia considerare, come il sottoscritto, qualsiasi presunta “rivelazione” come l’atto singolare di un uomo che cerca di sviluppare un senso nel direzionamento di quell’energia vitale di cui parlavo, sia che si voglia considerare una rivelazione o illuminazione come un suggerimento di Dio a un singolo che sia messaggero per l’intera umanità, è evidente che il contesto e le personalità dell’illuminato di turno giocano già un ruolo fondamentale nel sistema valoriale teologico che ne scaturisce e che, a maggior ragione, ogni commento, chiosa o corollario a tale sistema sia altrettanto influenzato da tempo, luogo e personalità del commentatore: insomma, ogni costrutto teologico altro non è, conseguentemente, che una ridicola asserzione di pensieri umani che assume una pretesa di comando divino.

Ebbene, spero che tutti voi abbiate ben presente il differente valore spirituale di fare l’amore (e non intendo una semplice ginnastica sessuale) con chi si ama e di dedicarsi all’onanismo. Ma se il basarsi su tonnellate di pagine di teologia scritta e di presunti “testi sacri” è, nella sua autoreferenzialità, paragonabile, secondo me, ad un atto onanistico, cosa è spiritualmente paragonabile all’amore vero?

Io credo che la risposta sia imparare ad amare, a vivere in un’ottica in cui l’amore pratico, concreto, la capacità di formare un corpo unico, una Anima Mundi che sappia unire tutte le vite (del passato e del presente, direbbe Capitini) in un grande inno alla Vita e al nostro viverla come umanità, superando l’apparente dualismo legato alla singolarità individualistica. Lo credo proprio perché l’ho sperimentato nell’ultimo mese, notando come, di fronte alla difficoltà di un soggetto la volontà di aiuto, di presenza, di sostegno, di donare affetto per “occuparsi dell’altro” anche per pochi minuti, per dare una mano, potesse superare ogni barriera di ruolo, ogni barriera geografica, caratteriale, culturale, ogni livello di conoscenza e venisse da chi meno lo si sarebbe aspettato.

In fondo, credo che questa sia la sola “teologia” che conta: una teologia semplice in realtà, una teologia che è pratica del quotidiano, senza tanti paroloni, senza tante astratte concezioni, senza neppure uno sforzo così enorme … Perché sono convinto che questa capacità di amare, di donare anche un minimo di affetto, una mano che si tende, anche solo una presenza silenziosa che sappia ascoltare ci sia in tutti …

E credo che sia l’emersione di questa capacità che “crea” il Divino, qui e ora, che crea l’Anima Mundi in un processo che è l’esatto inverso di quello proclamato dalle religioni classiche, ad avere ancora bisogno di una spiritualità, di una predicazione, di un continuo incitamento comunitario.

Ci guardiamo intorno e ciò che vediamo è una costante proclamazione dell’”homo homini lupus”, della paura dell’alterità, della divisione, della lotta per un po’ di successo, di potere, di celebrità o anche, banalmente, per “avere ragione” … Tutto questo è strumentale, tutto questo significa indirizzare la forza della vita verso mete che sono distruttive e non costruttive, non solo per la collettività, non solo per l’Anima Mundi, ma per il singolo stesso, per la sua vera natura che è, di fondo, una natura sociale, in una rete interdipendente in cui ciascuno è un tassello di un grande puzzle e dovrebbe avere l’enorme piacere di sentire tutta la grandezza e la responsabilità di essere tassello unico, irripetibile e insostituibile della grande cattedrale dell’umanità.

Ecco, è questo divino così terreste, così comune eppure così eccelso, questo divino delle piccole cose, dei piccoli gesti, del quotidiano dono d’amore che credo sia mia dovere pastorale scoprire, mostrare, predicare.

E assumersi questo ruolo, nelle parole e prima ancora nella vita concreta, nell’esempio, credo che sia compito di tutti noi, di chi si riconosce in uno U*Uismo umanista, il cui senso ho finalmente compreso pienamente fino a riconoscermici, così come in uno U*Uismo religioso e, forse, in qualunque spiritualità e, magari a maggior ragione, di chi ha liberamente deciso di assumere su di sé il “dolce giogo” e dovrebbe fare di questo l’elemento più centrale e caratterizzante della propria esistenza e non solo una professione o, ancor peggio, come spesso succede, un hobby tra gli altri a cui dedicare scampoli di tempo quando si hanno, una volta portate a termine tutte le altre incombenze.

Ma se il senso del Divino è un abbraccio, uno sguardo, un atteggiamento, un dono anche di una piccola parte di sé, di un’attenzione, di cinque minuti per dare una mano anche quando non ce ne viene nulla in tasca e non il fissarsi per ore sulla minuziosa disamina di una parola e del suo significato, sul commento pedante di un versetto di questo o quel testo sacro scritto da un uomo come noi e commentato da altri uomini come noi, di cui è interessante conoscere l’opinione perché è importante restare aperti ad ogni apporto per la propria crescita personale ma che non hanno alcuna valenza superiore d’insegnamento rispetto a quanto posso apprendere magari da un contadino analfabeta che può essere molto più saggio di mille filosofi cattedratici, se il senso del divino è sporcarsi le mani in un abbraccio, in una opera concreta d’amore e non qualche vuota ritualità, qualche parola mormorata distrattamente come un mantra, qualche paludata affermazione paradottrinaria per mostrare quanto sono figo e colto, beh, allora lasciatemi dire che, così come vedo la grandezza dello U*Uismo nel proclamare che anche questa spiritualità umanista è pur sempre grande spiritualità, allo stesso modo vedo un limite dello U*Uismo, in particolare nostrano e continentale. E questo limite, che, per quanto mi riguarda cercherò in ogni modo di superare, è l’intellettualismo dei parolai. Parliamo, parliamo, predichiamo dall’alto delle conoscenze teologiche con alti termini filosofici e rischiamo di diventare un club di discussione ecumenica, una élite intellettuale che magari tocca la mente di chi ha interesse per la cultura o ha avuto la fortuna di studiare ma troppo spesso non arriva al cuore, soprattutto di chi ha più fame di concretezza, di chi ha fame d’amore indipendentemente dal livello culturale.

Come sempre, allora, fratelli, termino questo mio sermone con una preghiera per tutti noi. La mia preghiera, stasera, è che ogni giorno possiamo imparare a ringraziare per la grande forza della Vita che ci unisce tutti. È semplice: un sorriso a chi ci sta intorno vale già più di mille formule prefabbricate!

A gloria della rete interdipendente della Vita,

Amen

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La Torre dell’Esperienza Spirituale

Lc 14:25: Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». 33Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. 

Cari amici,

La pericope scelta da Ilia per oggi è molto impegnativa. Piccolo consiglio per Alessandro: se non sai cosa dire, chiedi ad Ilia ed hai risolto.

Paragonando l’esperienza spirituale alla costruzione di una torre, il Maestro vuole metterci in guardia da due tipi di pericoli: intrinseci e contestuali. Ma andiamo con ordine. Iniziamo dai pericoli intrinseci. Anzitutto il costruire una torre significa, fuor di metafora, usare i mattoni dell’esperienza di vita per creare un legame sempre più stretto tra sé e il Principio Trascendente.

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La prima cosa dunque è sapere come costruire: la tecnica delle costruzioni è complicata e necessita di acquisire una certa perizia nel costruire, e quindi ci vuole l’umiltà di imparare, e imparare vuol dire anche disporsi ad ascoltare ed apprendere lezioni che ci sembrino noiose e inutili. Spesso invece ci capita di sentire di persone che si siano svegliate una mattina convinte di poter costruire una torre senza esperienza, senza preparazione, senza una idea precisa di come dovesse essere, senza la preventiva accettazione delle difficoltà che si pongano sul cammino. E la torre si ferma al quarto mattone, più che una torre somiglia ad un inciampo…

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Poi ci vuole una idea il più possibile precisa. Per quanto larga facciate la base, essa dovrà avere qualcosa che non contiene. Più largo vorrete fare il perimetro, più difficile sarà che la torre sia sufficientemente alta da assolvere il proprio compito di collegamento col Principio Trascendente. Il rischio che corriamo in questo caso è l’idea, comprensibile ma inefficace di voler tenere dentro tutto, col mal celato rischio di creare al massimo una aiuola a semicerchio che manco riesca a chiudersi. Non si sta dicendo che ogni esperienza, presa di per sé non possa condurre al Principio Trascendente, ma che questa conduzione non può avvenire attraverso la mera giustapposizione rapsodica e disordinata di mattoni messi a caso

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Poi ci vuole pazienza e costanza. Perfino il Principale non ha fatto tutto in un secondo, ma c’ha messo 7 giorni, dal suo punto di vista una eternità. Quante volte abbiamo visto ottimi progetti naufragare perché non si è avuto la pazienza di aspettare e di mettere su mattone dopo mattone? Attorno abbiamo un sacco di torri diroccate e abbandonate da chi nel frattempo abbia iniziato altri progetti, senza mai concluderne uno. Ogni mattone della nostra vita, per poter essere incastonato correttamente nella nostra torre merita tempo e pazienza, bisogna osservarlo, viverlo fino in fondo, accettarlo e infine incastonarlo. Senza questa pazienza, questa attenzione e questa costanza non andremo da nessuna parte.

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Poi ci vuole coerenza. Se pensiamo che pezzi di forma diversa possano naturalmente essere posati l’uno sull’altro. Se abbiamo fatto delle scelte dobbiamo essere coerenti con esse. Più saremo incoerenti, più rischieremo che la torre crolli. Essere coerenti non è facile, ma è un requisito indispensabile per crescere.

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Ora passiamo alle questioni contestuali. Anzitutto non dobbiamo mai smettere di interrogare le ragioni biografiche e personali che ci spingono nel cammino. L’episodio della Torre di Babele è emblematico nel dirci che qualora le ragioni che ci muovano non siano quelle che vedano al centro il Principio Trascendente e il Regno, il benessere collettivo dei fratelli, allora potrà essere difficile progredire insieme. Il fatto condivisibile che ognuno debba essere sacerdote di se stesso, non significa che ciascuno debba essere un fondatore di religione. Nemmeno il Maestro in fondo intese fondare qualcosa di davvero nuovo, ma semplicemente portare a compimento, secondo i principi in cui credeva, il materiale tradizionale in cui viveva. Negli anni abbiamo visto passare tra di noi diverse meteore, fondatori di movimenti esistenti solo nella loro testa e che sono durati lo spazio di un batter ciglio. La CUI rappresenta una tradizione precisa, costruita in almeno 5 secoli di storia: è non solo lecito, ma addirittura doveroso pretendere che chiunque voglia essere dei nostri, faccia i conti, sappia, sia informato della nostra storia, secondo quanto riesce certamente, ma palesando un impegno preciso di essere parte di quella storia. Aggiungere mattoni senza disporsi a collaborare al processo collettivo, ma solo per il gusto di farlo, fa crollare la torre di tutti e non solo il progetto dei singoli

 

 

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Poi c’è una questione di priorità. Se la CUI viene dopo una qualunque sagra di paese, un qualunque programma tv o il minimo impegno familiare, non possiamo poi lamentarci se la torre non cresca. Se in ciascuno di noi non c’è il minimo impegno a dedicare tempo ed energie per la CUI, è inutile che si facciano programmi. Qualunque programma necessita di energie e di disponibilità ad essere vissuto e portato a compimento. Se non c’è la disponibilità a far salire l’esperienza spirituale nella scala di priorità di ciascuno, allora perdiamo solo tutti tempo, e la torre non sale.  Molti pensano che lo UUismo sia una scorciatoia per sentirsi in qualche modo coinvolti in qualche cosa di variamente spirituale, senza che sta cosa rubi troppo tempo o sia troppo esigente, un paio di like sui social, un articolo condiviso e ce la siamo sfangata. Non è questo, e finchè non sarà chiaro a tutti che non è questo, finchè tollereremo, e mi ci metto io per primo, questo tipo di atteggiamento e sotto sotto lo incoraggeremo, allora non andremo da nessuna parte. La prima cosa che dobbiamo chiedere e chiederci Martedi credo sia il rispetto reciproco e la volontà reciproca di creare una esperienza che metta davvero la Comunione e il Principio Trascendente al centro delle nostre vite. Finchè le risposte a questo unico fondamentale punto non saranno chiare e forti, i risultati che avremo ne risentiranno

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Poi c’è il buon senso e la lungimiranza. Viviamo in un contesto in cui l’odio e il pressapochismo sono diventati di moda, in cui terribili e ingiustificabili insulti al papa cattolico sono all’ordine del giorno, in cui a Frosinone si predica razzismo e odio dai pulpiti, in cui varie correnti dell’ebraismo italiano litigano e si insultano pesantemente a mezzo stampa, dicendosi pubblicamente cose che fanno inorridire, e in cui diversi sociologi e teologi cattolici, tra cui Marco Guzzi, dell’Università Lateranense, dicono senza mezzi termini che, considerando il seguito esiguo e ridicolo, con numeri da schedina, che hanno mediamente i servizi liturgici cristiani, senza una vera scossa la spiritualità cristiana è destinata ad estinguersi. Quando Martedì dovremo giudicare il percorso della CUI e proporre delle attività, non dimentichiamoci che la cornice in cui operiamo non è esattamente favorevole

 

Allora continuiamo insieme a costruirla questa torre, senza farci distrarre da personalismi e diversità di lingua

 

Nasè Adam

Amen

Rob

 

 

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Quando ci sentiamo abbandonati e inariditi

La Connessione Spirituale

1 Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi: 

2 «In una certa città vi era un giudice, che non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno; 

3 e in quella città vi era una vedova, la quale andava da lui e diceva: “Rendimi giustizia sul mio avversario”. 

4 Egli per qualche tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: “Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, 

5 pure, poiché questa vedova continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa”». 

6 Il Signore disse: «Ascoltate quel che dice il giudice ingiusto. 

7 Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti? 

8 Io vi dico che renderà giustizia con prontezza. Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?»

 

Cari amici

sono molto grato a Ilia per avermi dato l’occasione di riflettere su questa parabola.Per comprenderne il significato, a mio giudizio, dobbiamo partire da quello che credo ne sia la corretta antropologia spirituale.  Come ho già avuto modo di dire credo che la realtà sia uno medio tra due poli, da un lato abbiamo l’uomo dall’altro il Principio Trascendente: ciò che accade è un esperienza in grado di mettere in contatto l’uomo con il Principio Trascendente. Compito dell’uomo dunque è quello di setacciare l’esperienza contingente per trovare in essa un indizio che possa ricondurlo al Principale, o se preferite la realtà è come una matassa ingarbugliata, In cui solo pochi fili conducano alla soluzione del groviglio. il nostro compito sarà quello di trovare i fili giusti in ogni situazione. A complicare il tutto c’è l’idea platonica che noi, nascendo ci dimentichiamo dell’intero fondamento metafisico del reale e, non contenti, veniamo russeauianamente diseducati da una subcultura superficiale orientata alla rabbia e all’odio. Ebbene, ogni volta che noi riusciamo a collegare la realtà di ciò che ci accade realizziamo, inveriamo, mettiamo in atto lo sposo, il Cristo; ogni volta invece che per mille motivi non riusciamo a ricollegare correttamente ciò che ci accade con il Principio Trascendente l’anima dell’uomo è vedova.

L’anima può trovarsi vedova per mille motivi: i più superficiali pensano che il problema possa risolversi semplicemente recitando o meno un credo scritto da altri, invece la situazione è un po’ più complicata: ogni credo, ogni dogma, sono misure statiche, i tre attori di cui abbiam parlato, l’uomo, l’esperienza e lo Spirito sono elementi dinamici. Pensare che qualcosa di statico e immutabile possa essere la soluzione di una situazione dinamica è puro non senso. La realtà richiede una ricerca continua, un continuo sforzo di perfezionamento della propria sintonia spirituale. Ogni volta che ci si siede, ogni volta che ci si sente arrivati, lo sposo muore e l’anima torna vedova. Parafrasando Giovanni Crisostomo potremmo dire che il compito di un buon cristiano è cercare di far rinascere il Cristo ogni giorno, ogni secondo attraverso l’esercizio costante. E cosa succede quando noi questo sforzo non lo facciamo o lo facciamo male? Attraverso una serie di risoluzioni altrettanto dogmatiche creiamo un’ombra, un avversario che nutriamo delle nostre paure e delle nostre fragilità, del panico suscitato dall’aver perso il contatto col Principio Trascendente. Questo idolo autocreato inizia a insegnarci il culto di sé e a sviarci in una terribile antropolatria, che invece di insegnarci ad amare l’uomo come tale, ci insegna ad odiare il diverso e a far guerra al diverso.  E’ finita qui? Tutt’altro! L’infinita misericordia del Principale fa sì che la realtà vedova continui a sollecitarci, punzecchiarci, disturbarci, per darci sempre e comunque, unitarianamente una opportunità di crescita spirituale, nel bene o nel male. La vita ci insegna due grandi cose: la prima è che siamo noi a dover scegliere cosa fare, se rendere giustizia alla vedova o nutrire l’avversario; la seconda è che prima o poi qualunque anima la giustizia la trovi, è solo una questione di tempo. E allora gli autori di pesanti crimini? Al netto di patologie mentali, io credo che tutti prima o poi possano trovare il contatto col Principio Trascendente, solo che questo contatto è esigente e sta all’uomo cercare in sé la forza per aprirsi ad esso. La parabola si chiude lasciando intendere una cosa: più si è prossimi all’esperienza della trascendenza, più è semplice ritrovarla anche sotto le nubi più fitte; più si è lontani, più è complicato ritrovarla: l’abitudine a nutrire l’avversario è un brutto vizio, difficile da estirpare, difficile ma non impossibile.

E come si rende giustizia alla vedova? Anzitutto questo non è un processo che si compia per interposta persona, ma un esercizio fondamentale di ogni anima, attraverso un processo di apprendimento e affinamento continuo, che una volta a casa mia si chiamava catechismo, ma che oggi è passato un po’ di moda, in ragione dell’abitudine molto di tendenza a spargere odio sui social. Vediamone comunque due delle tappe principali: la prima consta nel non demonizzare l’avversario. L’avversario è la proiezione di una parte di noi, la vera giustizia passa per il riconoscere, comprendere e abbracciare le nostre fragilità da un lato, e dal concedere che anche il nostro peggior nemico, seppur limitatamente e sotto certi aspetti, abbia delle ragioni. L’altra tappa è non smettere mai di cercare. Ma dobbiamo essere ben chiari su cosa voglia dire cercare. Cercare non significa chiedere ed aspettare ostinatamente che la realtà vada come vogliamo noi, perché il Principale non è un nostro cameriere, e udite udite, non significa nemmeno accettare acriticamente ciò che succede in nome di un presunto amore dogmatico per il Principale, perché non siamo automi.

Cercare significa sforzarsi di vedere in ogni tipo di esperienza, anche la più terrificante, un’occasione di crescita, un momento attraverso cui trascendere per ritrovare lo Spirito in noi stessi. Certo non è sempre facile, nessuno pretende che lo sia, ma è il compito ultimo di tutti noi cercatori dello Spirito. La preghiera, la meditazione, la pratica spirituale, devono poter essere i vostri strumenti in questa ricerca e la tenacia e la costanza le vostre compagne. Lo spirito comunitario tra noi può e deve far di più, la Comunione dei Fiori può essere sfruttata meglio in questo senso: sfruttate quel momento per confidarci quando e come avete sentito la vostra anima vedova del Principio Trascendente, e di come avete trovato conforto, e di come infine siate riusciti a consolare amici che si trovassero loro stessi in una situazione difficile.

Disponiamoci dunque insieme a farlo quest’uomo, capace di disporsi all’ascolto, e cercare in sé la buona Voce Trascendente, anche nei momenti più bui

Nasè Adam

Rob

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