Ecce Homo – Il coraggio di essere fragili

Cari Amici,

Questo comandamento ci comunica alcuni concetti piuttosto interessanti. In primis, è evidente che lo Shabbat non sia inteso come un giorno della settimana quanto come un momento dello spirito, dunque è irrilevante che si tratti di sabato piuttosto che di un qualsiasi altro giorno della settimana. Ai Cristiani, per esempio, la scelta della domenica quale giorno per la preghiera serviva proprio per distinguersi in qualche modo dal mondo ebraico. Tuttavia, il fatto che quel particolare giorno possa non essere sabato ha aperto  una frattura ‘pratica’: concedendo all’uomo una flessibilità adulta e non dogmatica, gli si cede la responsabilità di scelta e alla fine quel giorno che può non essere un Sabato diviene un “mai”. Dovendo ritagliare un momento per la spiritualità, alla fine si rischio di procrastinare continuamente.Il perché di questo continuo rimandare l’idea di dedicare un po’ di spazio al Principale e al proprio lato spirituale, è dato dal fatto che ‘santificare’ significhi proprio ‘ritagliare’, creare uno spazio isolato, privilegiato rispetto al resto del mondo, e del resto ‘santo’ è proprio colui che vive un’esperienza ‘altra’ rispetto a quella comune.
Perché abbiamo difficoltà a fare questo? Proprio il verbo con cui inizia il comandamento che ce lo sottolinea: “ricordare”, che rimanda a tutta la nostra fragilità creaturale, è un ricordo dell’Eden post peccato, è un ricordo del deserto, è un ricordo della solitudine della passione, in una parola  della nostra fragilità di creature, che ci spiazza, che ci fa male. Per cui piuttosto che santificare il Sabato, faremmo qualunque cosa ci vengono in mente un sacco di faccende urgenti che dobbiamo fare: prendersi cura dei figli, i parenti a cena, la partita, qualunque attività… Antropologicamente abbiamo un’assoluta difficoltà a pensare in maniera verticale. La verticalità ci fornisce una vertigine, un senso d’inadeguatezza, di disagio che ci fa preferire rimanere sul piano orizzontale, anche perché – come abbiamo visto la scorsa volta – noi abbiamo difficoltà a trovare la giusta dimensione di un rapporto adulto con il Principale, nel senso che riusciamo a essere sudditi e riusciamo pure a fregarcene, ma non riusciamo invece a trovare una giusta via di mezzo. Una dimensione cioè che da adulti ci metta in relazione con l’Altro, il Principale, in una maniera che non può comunque prescindere da una certa dose di responsabilità anche da parte nostra. Ci relazioniamo a un nostro Superiore, ma con un nostro background, una nostra credibilità, una nostra responsabilità: tutte cose che per la verità sentiamo di non avere, e questa consapevolezza ci disturba profondamente al punto di tendere a evitare. In più queste sono esperienze di di ascolto di quella parte scomoda del sé, dell’altro, della Natura, della vita. Molto spesso tutto questo vuol dire ascoltare cose che noi non vogliamo affatto – o non siamo in grado di – comprendere.Questo ci mette dinanzi a situazioni scomode che preferiamo evitare.

Tutto accade soprattutto perché in questa dimensione del Sabato noi dobbiamo ‘affidarci’, perché in teoria non possiamo lavorare, né manifestare un controllo sulla Natura di qualunque tipo: questo concetto si è un po’ perso nella parte Cristiana e francamente recuperarlo è un po’ complicato, ma quello che interessa qui è che tale dimensione non può prescindere dal fatto che noi facciamo esperienza di affidarci a qualcuno, alla Natura, alla vita, al caso e questo ci fa sentire ancora fragili. Ci invita a trovare un rapporto con la nostra fragilità che non sia dettato dal dogma, dal dominio o dal controllo, ma che sia un’accettazione di un equilibrio in cui una parte di noi stessi è fragile e ha ragione di esserlo. Di più: ha diritto di esserlo.

Quindi, proseguendo nell’analizzare questo comandamento, proprio per questo aspetto di connaturata fragilità in senso antropologico, tutte le differenze di status sociale, geografico, di genere vengono annullate perché tutti, dal più ricco al più povero, dal più bianco al più nero, davvero tutti noi possiamo – dobbiamo, anzi – fare esperienza di questa fragilità, e trovare attraverso essa un senso di equilibrio.
Per motivi che non spiegherò in questa sede, ‘pace’ nella lingua ebraica implica un’idea di equilibrio, dunque noi non potremo mai trovare pace con noi stessi se non troviamo un equilibrio. Per cui la festa, il Sabato, è indubbiamente un giorno di pace proprio perché è un giorno nel quale noi cerchiamo un equilibrio tra la parte di controllo e la parte di fiducia, di affidamento a Dio. Nel momento in cui vediamo questo livellamento, noi vediamo – nel senso etimologico di “avere davanti agli occhi”- la fragilità delle differenze culturali umane e questa fragilità umana ed esteriore ci ricorda esattamente quella interiore.

Si tratta in sintesi di riconoscere che molti dei feticci che la logica mondana ci invita quotidianamente a costruire sono posticci e fallaci, che la nostra costruzione dell’immagine che abbiamo di noi stessi, è posticcia e contraddittoria, che non possiamo più fuggire dall’affrontare quella parte della nostra anima che solitamente preferiamo non sentire, dimenticare, tralasciare.

Come reagire a tutto questo? Attraverso la spiritualità, la ricerca dell’equilibrio, un approfondimento della dimensione spirituale che sappia non nascondere dogmaticamente questa fragilità, ma orientarla al contrario a una dimensione equilibrata. Tutto questo è dato da esperienze spirituali significative che possono anche non essere cristiane, ma che comunque fanno sentire l’individuo nutrito, equilibrato, risolto, completo, autentico permettendogli di crescere spiritualmente. Non è un essere senza macchia che possa insegnare all’uomo ad essere davvero la creatura che può essere, ma un Maestro che abbia il coraggio di stare davanti alle proprie asperità, mostrandole ed offrendole con dignità. Non è la perfezione ad essere di questa vita, ma il coraggio dell’imperfezione. L’ Hecce Homo ci mostra il Maestro nel momento del suo insegnamento più alto e più fragile.Una crescita ovviamente che non annulla la fragilità, ma la ricomprende in una dimensione di equilibrio.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di guardarsi davvero allo specchio spirituale senza aver paura e fuggire. Un uomo, che non abbia davanti a sé un idolo senza rughe, ma che sappia amare e offrire le proprie rughe, le proprie macchie, mostrando con coraggio il vero sé stesso.
Nasè Adam,
Amen Rob

Please follow and like us:
error

Un’ipotesi non necessaria

Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio. (Es 20:7)

Cari amici,

Dio è una ipotesi di cui non ho bisogno ci diceva Laplace nel 1796, presentando la propria teoria cosmogonica. Questa affermazione è diventata una sorta di bandiera per alcuni non credenti, fortunatamente non tutti, e viene spesso spacciata come summa di atteggiamento razionale e maturo verso la religione, anche se, personalmente, ho i miei dubbi, e una riflessione attenta e non dogmatica sul terzo comandamento potrebbe aiutarci a far chiarezza sulla questione.
Anzitutto Dio non è un cameriere che risponda a un bisogno dell’uomo. Questa prospettiva raffigura l’uomo come un signorotto molle e pigro che fa i capricci, e il Principale come un servo che esiste solo fino al momento in cui soddisfa i capricci. Non è questa la visione unitariana, e non è questo che ci dice il Terzo Comandamento. L’esperienza umana in questa dimensione è pensata proprio per far si che l’uomo diventi adulto impari a cavarsela da solo, acquisisca autonomia e responsabilità sul creato, senza fare i capricci e senza avere bisogno di un cameriere divino che venga a pulire dove sporca.
Nel comando di non nominarlo nemmeno, in fondo haShem già sul Sinai ci invita lui stesso a fare come se lui non ci fosse, perché dobbiamo imparare a cavarcela da soli, dobbiamo maturare una spiritualità adulta e categorica secondo cui si fa i bravi anche se il papà non ci compra il gelato stasera.
Ma allora a cosa serve Dio? A niente non deve servire a niente.
Il concetto viene ripreso da Kant quasi nello stesso periodo, parallelamente alle teorie di Laplace: la morale non dev’essere subordinata a un imperativo ipotetico, ossia non dovremmo comportarci bene solo perché abbiamo paura dell’inferno (o per raggiungere le vergini che ci aspettano in paradiso…). Non deve implicare un secondo fine, il comportarsi bene, ma dev’essere perseguito perché quello è il modo, è il momento, è lo stile con cui bisogna comportarsi. La morale dev’essere fondata su una situazione categorica, dice Kant, e non ipotetica: per cui tu devi compiere alcune azioni perché ritieni vadano fatte e non perché le consideri strumentali per un secondo fine, visto che in quest’ultimo caso non sarebbe morale.
Perché quest’attenzione al pronunciare invano il nome di Dio? Prima di tutto per renderci edotti di un’impossibilità logica, come in realtà abbiamo già visto per altri comandamenti: ossia l’idea che non si possa nominare il divino, perché qualunque tentativo di nominarlo sarebbe un tentativo di costringerlo dentro qualcosa di ristretto come una parola, una frase, una locuzione. Dio per definizione non può essere ristretto, limitato, quindi la norma morale non fa che riflettere un’impossibilità logica.
Questo è fondamentale per noi, perché tutta questa attenzione, le bestemmie, l’uso improprio del nome da un punto di vista logico è un non senso, perché Dio non può semplicemente essere nominato.
Ma c’è anche una rilevanza propedeutica e maieutica in questo paradosso logico: l’idea di abituare l’uomo al fatto che Dio sfugga al suo controllo. Questo è fondamentale, perché l’uomo ha bisogno di collocare Dio in una casella per averne un’immagine rassicurante, qualcosa che resta lì, incasellato. Il dogma qui è molto apprezzato perché permette alle cose di stare ferme: ma Dio è per contro qualcosa che esula dalle logiche umane e questo tiene sulla corda, riporta l’uomo a un’insicurezza originaria, un’originaria esperienza di relazione che tende a evitare perché mostra all’uomo le sue più profonde incertezze, le sue più forti fragilità. L’uomo non può sopportare questo genere di cose e dunque tende a sostituire l’immagine del divino come esso è – ossia qualcosa di completamente sfuggente – con un’immagine molto rassicurante quale è il dogma, fondamentalmente il Crocefisso che appare appunto ‘fisso’.
Quando dunque noi facciamo esperienza di queste condizioni di precarietà, incertezza, fragilità veniamo indotti ad assumerci le nostre responsabilità.
La responsabilità vera ha a che fare con l’idea di ‘rischio’: un momento cioè in cui devi dire “Eccomi” e dicendo questo ti assumi dei rischi, vai avanti, progredisci. Un’azione fondamentale, sotto questo punto di vista.
Quello per cui siamo chiamati a vivere è proprio la scelta volontaria della responsabilità, della Croce: devo scegliere di essere agente di speranza, collaboratore di una creazione del Principale in modo volontario, dunque per essere davvero quel tipo di operatore devo assumermi necessariamente delle responsabilità e dei rischi. Ed è questo che ci dice il ‘Terzo Comandamento: nel non chiamare in causa il Principale troppo spesso, in realtà noi sappiamo di dover decidere per conto nostro, senza nasconderci dietro “le gonne del Capo”. Quante volte un impiegato insicuro chiamerebbe il proprio responsabile per decidere su questa o quella questione, mentre converrebbe invece che decidesse per proprio conto, che fosse autonomo perché il lavoro possa proseguire senza intoppi… Il discorso è più o meno questo.
C’è poi un’altra questione: il segno della vita, la fortuna – buona o cattiva, intesa come avrebbero fatto i pensatori classici – è irrilevante nella relazione tra me e il Principale. La vita trascorre con i suoi momenti buoni e meno buoni, e il compito del credente è quello di prendere il momento che ha di fronte e di usarlo come pretesto per essere il migliore credente (cristiano, nel nostro caso) possibile. Se il momento è buono, allora dovrà essere magnanimo, solidale, generoso e attento a quanti hanno meno; se il momento è invece di difficoltà dovrà cercare, attraverso la fede, la perseveranza, la costanza, nonché attraverso il controllo di sé e la preghiera, di far passare quel momento sfavorevole e di cogliere anche i segnali di vicinanza del Principale, attraverso qualcuno, qualche situazione, qualche intervento che certamente esiste in particolari periodi difficili.
In realtà – io faccio sempre l’esempio di una partita di tennis – l’importante è come noi tiriamo dall’altra parte la pallina, nel senso che alla fine ci saranno palle più facili e altre meno, colpi che ci riusciranno bene mentre altri no, ma il compito è sempre lo stesso: quello cioè di cercare di tirare di là la palla nella maniera migliore possibile. Questo è fondamentale, perché se tu comprendi effettivamente questa prospettiva, alla fine non è importante cosa succeda: qualunque situazione ti si prospetti, il tuo compito è sempre lo stesso, hai sempre una situazione in cui devi saperti comportare come il miglior crednte possibile. Qui avviene quella che Nietzsche chiamerebbe “la trasvalutazione dei valori”: la vita non la giudico da quanti eventi positivi o negativi mi capitino, ma da come io so dimostrare di essere credente indipendentemente dagli accadimenti.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di rapportarsi al Divino in maniera adulta, senza doverlo per forza pensare come un despota o un cameriere.

Nasè Adam,
Amen
Rob

Please follow and like us:
error

Non pensate al Marshmallow!

Cari Amici,

Siamo arrivati al Secondo Comandamento, che rispetto al precedente mostra una palese contraddizione: questo comandamento infatti non ci dice di non farci immagine della divinità, perché in realtà la considera un’impossibilità logica, talmente forte da non dover essere nemmeno nominata.

Dio non può essere rappresentato, perché qualunque sia la rappresentazione del divino, sarebbe in ogni caso una limitazione della sua forma: per quanto io possa essere un bravo disegnatore o un pregevole scultore, qualunque tratto della mia matita o del mio scalpello limiterebbe alla fine un concetto così alto. Quindi è impossibile proprio in quanto trascende ogni tentativo di ingabbiarlo in una qualche logica.
Questo monito – proprio della Teologia – di ricordarsi di questa impossibilità logica però ha una controparte piuttosto interessante, e cioè il concetto di Elohim, volutamente plurale. Ossia, tutti noi abbiamo un’immagine della divinità, sostanzialmente; tutti noi alla fine, ogni tanto, guardiamo questo o quello, o pensiamo (perché no) a un crocefisso o alle immagini della Cappella Sistina… un vecchio con la barba… È quello che Dostoevskij chiama ‘il pensiero dell’orso bianco’: nel momento cioè in cui ci viene detto di non pensare a qualcosa, noi invece lo pensiamo subito. Questo fenomeno viene ripreso dalla psicologia e sembra derivare da alcuni antichi testi alchemici, dove compariva a un certo punto la frase “Non pensare all’orso bianco” e subito induce a pensarlo. E, volendo, potrei citare anche fonti più recenti, dove nel primo film della serie “Ghostbuster” c’era una formulazione di questo tipo, quando viene chiesto a uno dei quattro protagonisti di non pensare a nessuna forma, ma la forma viene pensata (sotto le sembianze di un marshmallow, provocando tutti i guai che ricordiamo….).
Tutto questo per dire che in realtà l’uomo ha veramente bisogno di oggettivarsi, di porsi davanti agli occhi qualcosa, di correre incontro al proprio pensiero. E difficile che noi possiamo pensare a qualcosa senza nominarlo, senza dargli una forma; ne abbiamo bisogno anche da un punto di vista affettivo, emotivo perché non siamo solo razionalità: abbiamo bisogno di un oggetto per poter instaurare una relazione che ci permetta di provare qualcosa di forte e intenso. Quindi l’Elohim inteso come incarnazione temporanea e soggettiva della presenza divina, diviene proprio quest’oggetto.
Ma c’è un però: l’Elohim – pur essendo tutto quello che abbiamo enunciato – non deve rientrare in un ‘Vitello d’Oro’ e in questa dialettica – un po’ complessa se si vuole, ma molto interessante – c’è tutto il significato di questo comandamento. Ossia, la differenza tra Vitello d’oro ed Elohim si articola in diversi punti di vista: il primo punto è l’oggettivazione – che abbiamo visto finora – cioè la nostra necessità di porci davanti agli occhi qualcosa per poter avere un affetto, per poter sentire qualcosa, l’idea di una presenza concreta, quella che serve anche antropologicamente all’uomo per poter far nascere un sentimento forte che lo colleghi alla spiritualità; per contro, l’idea di una selezione: ammettiamo pure che io stabilisca, visto che amo il romanico e il neoclassico, che una data chiesa appartenente a una di queste due correnti artistiche sia il posto migliore dove io possa trovare la presenza di Dio. Da un certo punto di vista questo è normale, è umano: amo il neoclassico e cerco cattedrali neoclassiche perché sono quelle che più mi permettono di esplorare la mia spiritualità, di sentirla e di viverla più pienamente. Però se io pensassi che la presenza divina fosse solo qui, allora sbaglierei di grosso. Quella particolare chiesa diverrebbe un feticcio e io non vedrei quell’esperienza, quella chiesa, quell’oggetto come un tramite, un trampolino di lancio verso qualcosa di trascendente, ma si tramuterebbe in un’esperienza fine a se stessa, qualcosa che arresta nel percorso di rilevazione del divino e diverrebbe quindi un dogma, un atto d’idolatria perché io penserei che la presenza del divino sia solo lì. Quindi una cosa è  avere come idea ricorrente il “crocefisso di Don Camillo”, ossia recarsi in una chiesa e trovare un crocefisso attraverso il quale parlare con il Principale: nessun tipo di problema, purché quello non sia visto come il terminale del discorso, ma semplicemente come un medium, un tramite per qualcosa di altro, il trampolino di cui si parlava. Non si devono dunque attribuire poteri particolari a quel singolo oggetto, e non si pensi mai che quell’oggetto sia il terminale della preghiera e quindi non ci si inchini all’oggetto e non ci si illuda che sia l’oggetto a manifestare la presenza del divino, così come nel Medio Evo si pensava che toccando la veste di un dato santo si riuscisse a ottenere qualcosa.
Ben vengano la chiesa o il crocefisso di un certo tipo, ben vengano l’esperienza o un luogo particolari perché mi fanno provare un certo tipo d’esperienza, ma quello non dev’essere un arresto.

Siamo al secondo punto: non ci dev’essere l’adorazione dell’oggetto, l’idolatria, ma la considerazione dell’oggetto (si torna all’orso bianco) come qualcosa di indispensabile per farmi crescere, per farmi andare oltre, per farmi superare uno scalino e andare più in alto. E allora anche l’oggetto alla fine viene considerato, ma nel momento in cui incarna temporaneamente e soggettivamente la presenza divina e mi permette di andare oltre non diventa più un vitello d’oro, ma diviene Elohim
Quindi, non è una condanna dell’arte perché nessuno dice di non rappresentare di per sé, purché queste rappresentazioni non siano il punto d’arresto del percorso, ma un trampolino per il percorso stesso. In effetti, il verso 5 che abbiamo considerato dice “non ti prostrar davanti a loro, non li servire”. ‘Prostrarti’ e ‘servirli’ implicano il fatto che per me quelli siano terminali del percorso, mentre invece non dev’essere assolutamente così.
Qui poi c’è un altro punto, un’altra contraddizione: Il fatto che se io decidessi di considerarli come terminali del discorso, come feticci, come idoli, avrei un’idea strumentale della divinità, che sarebbe una specie di “primus inter pares”, che io colloco spazialmente e temporalmente, e inoltre considero come qualcosa che io posso in qualche modo condizionare, usare. Diventa insomma per me un ‘oggetto tra gli oggetti’ e quindi posso ragionare in termini di ‘utilità’ con l’oggetto stesso: questo è una bestemmia, perché tendenzialmente il divino diventa una sorta di mio servitore e ne ho un’idea piuttosto strumentale. Diventa parte di un progetto che ha me come fine (“Cosa devo fare per convincere Dio a farmi ottenere quello che desidero?”)

È evidente che in questo caso la logica del discorso venga completamente rovesciata. Quello che abbiamo appena spiegato, è evidente che non possa funzionare mentre invece funziona l’agenticità: quest’oggetto, questo contesto, questa situazione mi permette di riscoprire la presenza del divino in me, permettendomi a sua volta di riscoprirmi parte di un progetto complessivo e di scoprire anche la mia parte di azione in esso. Io non rappresento un cliente, un avventore che si metta al tavolo e scelga la bevanda (dimmi quante Ave Maria vuoi per ottenere quello che chiedo…): non è certo questo, ma è invece rendersi conto di essere un agente all’interno del disegno divino, e quindi come agente scelgo quale delle azioni possibili sia quella più efficace per vivere a pieno la presenza del divino.

Oltre ad assolvere l’arte, questa prospettiva è un monito alla scienza perché nel momento in cui io dico che mi creo un’immagine del divino e mi arresto all’immagine, sbaglio perché in realtà sto dicendo che qualunque immagine che causi un arresto è un’immagine fallace, perché la realtà è irriducibile.
Quand’anche io facessi a uno stesso soggetto cinquecentocinquanta foto da altrettante angolazioni diverse, non riuscirei mai a renderne completamente la complessità e le sfumature. Per quanto sia un bravo fotografo io perdo comunque all’intero della mia opera, ma non tanto perché sia insito nell’arte, quanto perché la realtà essendo profondamente radicata nella presenza divina è irriducibile rispetto a qualunque soggettivazione umana, a qualunque tentativo umano di circoscriverla.
Quindi anche quando noi pensiamo di avere scoperto tutto, quando pensiamo di poter dimostrare che Dio esista oppure no, o che tutto deve andare secondo una logica, in realtà dobbiamo avere un atto di umiltà, dire che qualunque sia il nostro concetto globale esso è frutto di un processo di selezione, di frammentazione della realtà e questo processo – per quanto inevitabile – è in sé profondamente sbagliato: perché nel momento in cui io fraziono l’intero, in qualche modo sbaglio.
Un altro elemento strutturale dell’antropologia è quello della necessità dell’abitudine, della ripetizione: perché ci tranquillizza, ci fa sentire a posto, ci rassicura e ci rende ben chiaro quale sia il nostro ruolo nel mondo. Però appunto questa necessità, quest’abitudine ha anche un lato negativo, perché dopo un po’ le cose che sono ripetitive stancano e quindi qual è il discrimine tra buona e cattiva abitudine? È quello che io chiamo esperienza ottimale spirituale, ossia se io attraverso quello che sto facendo sento di trascendere la realtà, di andare davvero oltre e quindi di sentire veramente la presenza del Principale dentro di me, allora tutto funziona anche se facessi cinquecento volte la stessa cosa. Quando invece mi rendessi conto che ciò che sto facendo non mi fa più sentire la stessa intensità perché probabilmente ho raggiunto un grado di assuefazione, allora quello è il momento in cui devo ricordarmi di questa lezione, di questo comandamento cercando di introdurre qualche elemento di novità nel mio approccio spirituale, nella mia pratica, che mi permetta sostanzialmente di tornare a trascendere.

Allora facciamolo quest’uomo, impegnandoci tutti, con tutte le nostre forze, a non pensare all’orso bianco

Nasè Adam,

Amen

Rob

 

Please follow and like us:
error