Complessità

Cari fratelli,

questa sera vorrei trattare insieme a voi di un tema piuttosto difficile e, per certi versi, scivoloso: il tema della complessità.

Perché difficile e perché scivoloso? Per almeno tre ordini di ragioni.

In primo luogo, perché è un tema fuori moda: nell’età della comunicazione istantanea, del bombardamento d’immagini semplici, degli slogan di pancia, delle vie più brevi e, diciamolo francamente, del pensiero “pret a porter”, quello della complessità può risultare un tema noioso, persino retorico, un fiume di parole e di raccomandazioni datate, da “maestrina dalla penna rossa”, che rischia di lasciare il tempo che trova e di non avere nessuna influenza sul reale.

In secondo luogo, perché, come conseguenza del primo punto, può apparire un tema snob: la complessità, spesso si pensa, implica impegno, l’acquisizione e il possesso di strumenti culturali e critici, l’avere tempo da dedicare alla raccolta di dati, al pensiero e all’analisi, tutte cose che, con tutta probabilità, pochi si possono permettere e che molti amano etichettare come “fesserie da intellettualoidi sfaccendati”. Ragion per cui, nell’affrontare questo argomento non posso fare a meno di temere che questo mio sermone possa trasformarsi, ancora una volta, in un’arma in mano ai molti che già ci considerano “poco lineari”, “troppo elitari”, “troppo difficili”, lontani dalle esigenza spirituali della gente comune e, conseguentemente, destinati, come sempre nel corso della nostra storia, alla marginalità.

In terzo luogo, e, in un quadro in cui “tutto si tiene”, ancora devo parlare di conseguenza dei punti precedenti, in un’ottica spirituale il mio disagio nell’affrontare questo tema riguarda il timore che, involontariamente, le mie parole possano suonare come un attacco a tutte quelle denominazione, a tutti quei “credi” e a quelle religioni che hanno “risposte in tasca”, risposte in fondo facili a tutte le grandi questioni, a partire da assunti predeterminati, da dogmi e dichiarazioni di fede che, in quanto tali, non richiedono particolari vagli e filtri critici. Non è assolutamente questa la mia intenzione, anzi, per molti versi, non esito a dire che le religioni, in questo senso, sono probabilmente, come vedremo, le meno responsabili o, quantomeno, le meno colpevoli nel processo di progressivo sbriciolamento della complessità in monadi semplificate e, purtroppo, assai spesso semplicistiche a cui quotidianamente assistiamo.

Prima di tutto, però, dobbiamo cercare di definire la complessità ed è operazione non certo facile. Proverò a utilizzare una metafora, forse non del tutto calzante, ma che ci può aiutare a capire.

Supponiamo di avere in mano un oggetto cubico e che, per qualche nostra ragione, vogliamo conoscere le caratteristiche geometriche e fisiche di tale oggetto. Ecco, la complessità (e mi si scuserà se, paradossalmente, semplifico troppo il concetto) starà nell’effettuare una serie di operazioni specifiche: dovremo rigirare il cubo tra le dita e controllare tramite l’osservazione che tutte le sei facce siano presenti, poi dovremo accertarci di avere effettivamente a che fare con un cubo armandoci di uno strumento tarato in millimetri come un metro, un righello o un calibro e misurare attentamente ogni lato di ogni faccia (e, se davvero fossimo amanti di una complessità persino eccessiva, dovremmo effettuare la misurazione con due strumenti diversi, non potendo essere sicuri che uno strumento sia sicuramente tarato in modo ottimale), dovremo effettuare dei calcoli utilizzando una formula geometrica e, se non la ricordiamo, cercarla su un libro per misurare il volume del nostro oggetto, poi, con una bilancia di precisione dovremo pesarlo e se non sappiamo se il cubo e pieno o vuoto al suo interno, dovremo, in qualche modo, accertarci della materie di cui è formato e confrontare, utilizzando altri testi, il suo peso effettivo con il peso atomico presunto della materia moltiplicando il volume per il peso atomico delle tabelle dei materiali. E, tutto questo, giusto per avere una idea base dell’oggetto, che nulla, di per sé, dice di mille altre variabili relative alla sua provenienza, al suo utilizzo, etc.

Insomma, per dirla in soldoni, la complessità è una rottura di palle incredibile … e stiamo parlando di un cubo … Immaginate se parlassimo di un oggetto con 6872 facce, tutte irregolari, formate di materiali compositi ed eterogenei di provenienza assolutamente disparata… E, soprattutto, pensate che praticamente tutte le applicazioni della complessità su questioni legate alle attività umane sono metaforicamente molto più simili a questo secondo oggetto che al nostro cubo.

E allora? Allora, magari anche in buonissima fede, magari anche solo per mancanza di tempo, per stanchezza o per mancanza di voglia, tre diventano le reazioni tipiche più comuni di fronte al nostro cubo:

1) lo guardo di sfuggita, penso a tutto quello che dovrei fare per analizzarlo correttamente e, mormorando “ma chi se ne frega di ‘sto cubo!”, lo getto via e mi trovo altro da fare;

2) magari ci provo anche ad analizzarlo ma ho tre minuti e, allora, sì, gli dò una guardata, a spanne mi sembra proprio un cubo e mi convinco che lo sia, a occhio direi che ha un lato di un paio di centimetri, che mi pare faccia un volume di 23 = 8 centimetri, lo soppeso e, più o meno, sarà 4 etti e mi pare sia di pietra. Ok: scrivo su un pezzo di carta che è certamente un cubo di pietra di 8 centimetri di volume e di 400 grammi di peso e la mia analisi è pronta;

3) cerco “cubo” su Google Images e ne trovo uno simile al mio, apro la pagina e c’è qualcuno, che posso conoscere o non conoscere, che, di fianco ad un cubo come il mio ha scritto che ha un volume di 696 millimetri e un peso di 846 grammi. Mi fido e copio i dati.

Ognuno di queste reazioni ha un nome specifico: rifiuto, pressapochismo, fideismo. E, fratelli, ognuno di essi è, in piccola o grande misura, la causa dello sgretolarsi del nostro substrato sociale e culturale, prima ancora che spirituale.

Il rifiuto è, ad esempio, l’atteggiamento che caratterizza sempre più gran parte delle giovani generazioni. C’è un mondo che fa schifo ma analizzare quali siano le cause del problema è faticoso, appunto “complesso” e c’è sicuramente di meglio da fare quindi, un bel “chissenefrega” e mi costruisco la mia realtà parallela, fatta di aria e niente forse, ma almeno così semplice da permettermi di pensare che non c’è niente da capire. Il pressapochismo è, invece, l’atteggiamento più comune, che tutti prima o poi abbiamo sperimentato. Ma sì, alla fine non è così difficile (soprattutto se ci si ferma alla superficie delle cose) e a noi “tuttologi del buon senso” bastano tre minuti per capire tutto dopo aver letto cinque righe, per formarci opinioni ben chiare e consolidate ed essere certi che siano giuste, senza doverci per forza prendere la briga di meditare, di verificare, di riflettere, di confrontare le nostre posizioni con quelle degli altri: a noi tutto è chiaro e per noi davvero non c’è nulla da capire né, anche ci fosse, avremmo il tempo per farlo perché siamo già intenti a pattinare sulla superficie di qualche altra cosa su cui dare giudizi. Il fideismo, invece, mi pare che sia un fenomeno sempre più in ripresa ultimamente. C’è chi pensa per noi, c’è chi è pagato per farlo o chi adora farlo mentre noi preferiamo pensare agli affari nostri, ai nostri problemi: se lo dicono loro che, presuntamente, ci si sono impegnati, avranno ragione, i dati che ci citano saranno corretti, le cose che ci dicono saranno meditate e giuste. E, anche se qualche volta ci sfiora leggermente il dubbio che ci stiano manipolando, insieme ai dati del reale, per il loro tornaconto, se siamo convinti che abbiano ragione, beh, allora forse lo saremo per sempre perché ammettere di esserci sbagliati implica quella “dissonanza cognitiva” che ci pesa così tanto … Così nascono tutti gli “-ismi”, dai totalitarismi ai fanatismi, ai populismi che ammorbano il mondo!

Ma, attenzione fratelli, anche sul piano religioso o spirituale questi tre modi di essere assumono determinazioni ben specifiche. Dal materialismo spiccio di chi non ha voglia di fare i conti con realtà che lo trascendono perché è tanto più comodo farsi gli affari propri, pensare al cash e alla bella vita, godersi l’esistenza quanto possibile e chissenefrega di tutto il resto, a quelli che “ma questi incivili (o eretici, o invasati, o intellettuali da quattro soldi, o buonisti, etc.) che vogliono? Tutto è così chiaro, è scritto nero su bianco, è predicato da secoli! Noi non ci facciamo venire grilli per la testa e seguiamo quello che ci è stato insegnato al catechismo quando eravamo piccoli e che, da allora, ci è parso logico, ci è sempre sembrato giusto anche senza leggere tutti quei mattoni di libri teologici inutili!”, a quelli che, infine, hanno una fede cieca, incrollabile, invincibile, perché così sono le cose, così dice la Chiesa, così recitano i dogmi e l’ipse dixit non si discute!

E, come vi dicevo, forse, persino paradossalmente, questi che potrebbero apparire i più micidiali, che a noi possono sembrare i più incomprensibili, i più ottusi, sono, si badi bene solo in campo spirituale, i meno peggio perché, almeno, sono onesti: il loro fideismo nasce dalla fede, come è naturale, e nella loro cecità di fronte alla complessità c’è almeno, di solito, un buon grado di onestà e devozione, oltre alla ammissione di un “affidarsi” acritico che giunge fino al “mistero della fede” e al “credo quia absurdum” quando persino la loro istituzione di riferimento scarseggia di risposte logiche.

Nel mio scorso sermone, fratelli, vi parlavo del dubbio e vi dicevo che non credo che il dubbio ci porti a nessuna grande “Verità” ma ci sono alcune domande, quelle che già menzionavo, come “perché?”, “chi lo dice?”, “su che basi?” “è sensato?”, etc., che sono, insieme al dialogo con posizioni diverse dalle nostre e allo studio incessante di fonti disparate, alcune delle colonne della complessità spirituale, di quella complessità che se accettata come ottica di visione in campo metafisico diventa il nostro sistema di riferimento anche in ogni altro settore della nostra vita.

E, sì, certo, la complessità è difficile, è faticosa, è caotica e dà poche certezze quando le variabili da analizzare diventano migliaia, a volte milioni, quando essa ingloba ogni punto di riferimento nella sua famelica volontà di analizzare e comprendere ogni aspetto ma, ve lo dico francamente, è questo atteggiamento verso la complessità che cerca, senza mai poterla totalmente raggiungere, la conoscenza, la saggezza e la compassione nel senso più vero del termine ciò che mi ha fatto innamorare dello U*Uismo e che ogni giorno mi fa pregare perché noi tutti U*U, ciascuno a suo modo, magari anche con le nostre debolezze e cadute, sappiamo sempre mantenerci saldi nel nostro essere, pur tra accuse di intellettualismo e apparentemente poca modernità nel non semplificare il nostro pensiero, sempre custodi della complessità.

Adonai echad,

Amen.

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Mia nonna metteva un sacco di toppe 

18 I discepoli di Giovanni e i farisei erano soliti digiunare. Alcuni andarono da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano e i tuoi discepoli non digiunano?» 19 Gesù disse loro: «Possono gli amici dello sposo digiunare, mentre lo sposo è con loro? Finché hanno con sé lo sposo, non possono digiunare. 20 Ma verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; e allora, in quei giorni, digiuneranno. 21 Nessuno cuce un pezzo di stoffa nuova sopra un vestito vecchio; altrimenti la toppa nuova porta via il vecchio, e lo strappo si fa peggiore

Cari Amici, 

Come nota preliminare lasciatemi dire che cercherò di essere più attinente possibile al testo, così che Laura non abbia a riprendermi. Questo verso mi ha sempre incuriosito, tanto da chiederne conto ad Alessandra in quanto indiscussa esperta di economia domestica e cose di casa. E mi incuriosisce soprattutto sia perché mia nonna, fervente cristiana, ha sempre rammendato e rattoppato ogni cosa, sia perché, nel contesto del capitolo, se è chiara l’analogia con il vino in otri nuovi, lo è un po’ meno, almeno per me, quella con il digiuno e lo sposo. La maggior parte dei commentatori cristiani si scaglia contro l’ebraismo tout – court, definendolo obsoleto e spacciando le proprie opinioni come quelle del Maestro, al fine di tirare l’acqua al proprio mulino. Secondo me ebraismo e cristianesimo c’entrano poco, anche, ma non solo, perché il Maestro non ha mai voluto contrapporre qualcos’altro alla religiosità dei suoi tempi. Penso invece che l’oggetto del contendere sia una duplice relazione: sul piano orizzontale quella tra pratica e vita, sul piano verticale quella tra autenticità e Tradizione. Ciò che accomuna le due esperienze, l’intersezione tra i due piani, penso sia il senso critico che ciascuno debba avere nei confronti sia della coerenza della propria vita materiale, sia dell’autenticità consapevole di quella spirituale. Vediamo meglio.

Iniziamo sulla questione originaria, quella del digiuno. Da un punto di vista mondano digiunare implica la capacità di non essere schiavi di qualcosa, di essere davvero liberi. Noi siamo liberi? Quante volte non riusciamo a ritagliare spazio per noi, presi come siamo dalla nostra vita materiale? Ci sono un sacco di occupazioni mondane della nostra vita quotidiana che sono ineccepibili se prese di per sé, ma che devono poter essere accantonate, in presenza di un richiamo più profondo e più alto come quello della nostra salute spirituale. In questo caso, infatti, l’astenersi dal cibo materiale è inteso come la volontà di creare nel mondo materiale lo spazio per un’esperienza spirituale, come la volontà di rinunciare per un certo periodo di tempo a nutrire il corpo per poter concentrarsi sul nutrimento dell’ anima. Chiarito che Gesù offre ai propri discepoli del cibo spirituale, digiunare in presenza del maestro sarebbe proprio l’ultima cosa che si dovrebbe fare, equivale a non riconoscere lo sposo, a non voler offrire all’esperienza presente un contesto adeguato in cui poter crescere, essendo ancora legati a logiche dogmatiche di tradizione e appartenenza. Esistono infatti esperienze significative in ogni tradizione, anche molto lontane dalla nostra per geografia e cultura. La tradizione UU ci offre la possibilità unica di avere la mente aperta a tal punto da non perdere esperienze significative per noi solo per questioni di colore Noi dobbiamo imparare ad essere a servizio della qualità della nostra esperienza morale e spirituale, votarci alla nostra crescita in consapevolezza, e non perderci in logiche faziose.

Passiamo ad analizzare il vestito vecchio. Che cos’è? Da un punto di vista mondano è (anche) il nostro passato: non possiamo permettere che il nostro passato condizioni in alcun modo la nostra disponibilità all’apertura all’esperienza presente. Finchè noi saremo schiavi di logiche legate al passato, in positivo o in negativo, finchè leggeremo il presente con lenti legate a ciò che è stato, non potremo mai cogliere la piena consapevolezza di ciò che accada. Per quanto peccatore uno possa essere stato, o per quanta beneficenza uno possa aver fatto fino a ieri, conta sempre e solo la nostra applicazione al momento presente, la nostra capacità la nostra energia ad immettere valori spirituali nel momento presente. Se noi invece consideriamo la nostra condotta attuale alla luce di ciò che è stato allora sarebbe un rammendo troppo evidente da evitare. Ma c’è un’altra fattispecie: l’idea di compiere una azione scintillante ma che non sia sentita, non sia coerente col vostro intimo sentire, allora meglio evitare, sarebbe una toppa inutile.Questa esperienza perderebbe la propria forza, risulterebbe un  un non-senso, anzi rischierebbe di acuire il nostro disagio, facendoci percepire in maniera molto forte la dissonanza e l’incoerenza tra ciò che siamo davvero e l’esperienza che diciamo ci rappresenti. 

E siamo allo sposo. Sempre per non essere sgridato da Laura posso provare a chiedermi perché parliamo di uno sposo? Io credo che la metafora dello sposo nasconda la necessaria funzione seminale della dottrina. Spiritualmente la pura dottrina non basta. La dottrina è significativa al punto in cui riesca davvero ad essere per me una ragione seminale, a indurmi ad essere una persona migliore, generando in me qualcosa di nuovo un elemento di rinascita, e questo può avvenire solo se io la vedo incarnata e rappresentata in persone di valore e di cui so riconoscere il valore. Quante volte abbiamo visto dottrine splendide in bocca a delle emerite teste di quiz? (Anche tra noi UU, non è il caso di andare ad additare le macchie di altre denominazioni). Se vogliamo essere sposi per chi ci circonda dobbiamo sforzarci di rappresentare meglio e al meglio i valori in cui crediamo. Ma sappiamo riconoscere le persone di valore, l’eccezionalità del momento (sapere quando lo sposo è presente) disporsi verso l’attimo presente come verso una esperienza gravida di possibilità di apprendimento e irriducibile rispetto al passato? L’incontro con lo sposo deve essere il vertice espressione di un processo di elevazione consapevole continuo è coerente meglio un vestito brutto portato con dignità piuttosto che uno rattoppato, che pretenda di essere ciò che non è. Spesso manchiamo in questo: per consuetudine e per caratteristiche antropologiche tendiamo a  squalificare il tutto, a derubricarlo in comoda routine e consuetudine che ci permetta di non pensare.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di riconoscere l’ottimo cibo spirituale e le persone di valore quando le incontri sul proprio cammino, senza farsi sviare da inutili pregiudizi di varia natura

Nasè Adam

Amen

Rob

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Certezza?

Cari fratelli,

non ho difficoltà ad ammetterlo: provo una grande invidia e, a volte, una grande nostalgia.

Provo una grande invidia per chi ha una fede così sicura, così monolitica da trasformare quella che per me è una vaga speranza in una “certezza”. Provo una grande invidia per chi ha potuto far proprie le parole di Isaia e scrivere di avere la certezza di essere salvo perché Dio è con lui,

E provo una grande nostalgia di quel tempo in cui, prima con una fede infantile, poi con una fede più matura e nutrita dalle voci di tanti “padri spirituali”, ero disposto ad accettare le Verità che mi venivano dalla Tradizione, la loro santità indiscussa e indiscutibile, il loro essere via verso la salvezza.

Parliamoci chiaro, amici miei: una fede che porta alla totale certezza è una coperta calda per gli inverni dell’anima in cui il freddo che ci circonda si fa pungente, è una luce chiara nei passaggi più bui della nostra esistenza, è un segnale stradale quando rischiamo di perderci nei meandri della realtà o del nostro spirito, è una mano sulla spalla che ci fa girare, magari un istante prima di cadere in un precipizio di disperazione. Sì, la certezza … Amo la certezza, la anelo, con la stessa volontà di ordine, linearità e univocità che, con militare maniacalità, ha caratterizzato, senza mai ottenere piena soddisfazione, almeno gli ultimi 30 anni della mia vita.

E allora? Allora perché scegliere, consciamente e, ve lo dico in tutta onestà, anche dolorosamente, di rinnegare progressivamente ogni ordine mentale precostituito e ogni conoscenza acquisita in anni di studio entrando in una denominazione come quella Unitariana Universalista che penso sia la più aliena da ogni certezza, la meno teologicamente strutturata e pianificata nell’intero panorama ecclesiastico mondiale? Perché passare dalla proclamazione delle Sante Verità a quella di un percorso dagli orizzonti cangianti, dai contorni a tratti evanescenti, come se da un’autostrada avessi voluto entrare in un labirinto di specchi? Perché non ritornare sui miei passi, perché non riaccettare, anche senza più ruoli ministeriali la cui pesantezza, quantomeno dal punto di vista dello scavo emotivo e morale per rimanere sempre onesto nella predicazione, è, vi assicuro, non indifferente, di rientrare in quell’ambito che, sia dal punto di vista pratico-sociale che da quello psicologico-spirituale tanto semplificherebbe la mia vita come, probabilmente, la vita di molti di noi?

Fratelli, francamente me lo chiedo ogni giorno e, ogni giorno, mi rendo conto che è impossibile, che quella che ho imboccato, che quella che forse abbiamo tutti imboccato, è una strada a senso unico, con un cartello rosso che impedisce l’inversione di marcia. Su quel cartello c’è scritta una parola: “dubbio”.

Dubbio è una parola strana, una di quelle parole che, pur non riuscendo ad essere mai davvero neutre, possono assumere una valenza negativa o positiva a seconda dei contesti e, soprattutto, a seconda di chi ne fa uso, della sua visione del mondo, della sua sensibilità e della sua prospettiva.

Non a caso le varie religioni strutturate hanno sempre visto nel dubbio l’espressione del male assoluto. Esempi tra i molti possibili? Leggete in Giovanni 3 “Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?”, o l’episodio di Tommaso o, in tutto l’Antico e il Nuovo Testamento, come il dubbio venga da Satana, come sia definito il dubbio nella Torah, nel Talmud o nel Corano, quale destino accolga chi dubita delle verità espresse nei Veda, etc. Ed è ovvio: una religione prevede un affidarsi fiducioso del singolo ai suoi dettami e questo affidarsi fiducioso è, appunto quello che definiamo fede, quella fede che non può venir intaccata dal dubbio.

Eppure devo dire che, curiosamente, nel mio caso, l’imboccare la via del dubbio è nato proprio dalla fede, da una fede davvero quasi cieca nel testo evangelico, una fede messa in crisi da un versetto che conosciamo tutti, da una frase attribuita a Yeshua: “Perché mi chiami Padre buono? Solo Dio è buono”. Da lì è partito il mio viaggio che mi ha condotto all’Unitarianesimo ungherese prima e, in seguito, dopo qualche peripezia comunitaria e teologica, alla piena assunzione di quell’Unitarianesimo Universalista contemporaneo che vede in quella tappa intermedia una, pur meritoria e accettabilissima, reliquia del passato, ancora piena di dogmatismi, liturgismi e rigidità catechistiche che, all’oggi, mi risultano, personalmente, molto pesanti da accettare.

Sì, perché è così che funziona con il dubbio: è come una valanga che parte da una pallina di neve e si ingrossa sempre di più, nutrendosi di domande come “perché?”, “chi lo dice?”, “ma ha senso?”

E così ogni castello teologico finisce per svanire. Salvezza? Ma salvezza da cosa? Da noi stessi? E che senso ha che un Dio creatore ci faccia tali da abbisognare di una salvezza, per di più arrivata in modo così ingiusto come un sacrificio vicario? Vita eterna? E chi lo dice che ci sia? Al massimo ci si può sperare ma il trucco psicologico che sottende l’idea mostra fin troppo la trama per permettere certezze … Dio? Ma chi l’ha mai visto? Chi può parlare di Lui con un minimo di cognizione di causa? Chi capisce davvero una volontà così misteriosa da essere interpretata diversamente ogni 5000 chilometri? Testi sacri? Basta un filologo alle prime armi per capire che la loro costruzione, la loro scelta e il loro direzionamento obbediscono a criteri umanissimi e, non bastasse questo, se sono così univoci come ci vogliono far credere, com’è che ogni cultura ne ha uno diverso? Potrei andare avanti fino a notte fonda ma credo che questi pochi esempi già chiariscano bene come funziona il dubbio e come esso, tra l’altro, sia il frutto di quella capacità di pensiero critico che è, probabilmente, uno dei vertici più alti dell’umanità.

Già, uno dei vertici più alti che alcuni di noi sono più propensi a toccare e, sinceramente, neppure nella migliore delle ipotesi riuscirei a definirli i più fortunati, i più intelligenti né, tantomeno, i più coraggiosi come sostengono una miriade di balle propagandistiche che ci propinano e, a volte, noi stessi ci propiniamo: ci si nasce e basta con questa Santa Barbara dentro, pronta a detonare ad ogni scintilla che si avvicini alla miccia del dubbio.

Eppure, vi devo dire che, pur con tutta la sofferenza che provoca, pur con tutta quella nostalgia di qualche certezza che può portarci a tentare di afferrare ogni appiglio possibile per ancorarci nella nostra caduta nella spirale della nebbia, a tentare di credere in teorie teologiche che, alla riprova dei fatti, hanno la stessa possibilità di validità oggettiva di qualsiasi fantasia magistica, a tentare di dar forma e struttura alla fede dandole un nome e regole perché, come mi disse un mio amico cattolico, “questo è tutto quello che abbiamo”, pur con tutto questo, io benedico il dubbio.

Lo benedico non tanto perché penso che esso ci possa aiutare ad avere un “dio con noi” che, per ovvie ragioni storiche, è un assunto che mi fa rabbrividire o perché credo, come Weston, che ci possa agevolare nel trovare una Verità con la V maiuscola che non credo sia alla portata degli esseri umani o ma lo benedico per l’altra parte dell’affermazione di Weston, perché il dubbio è l’acido che corrode il falso e distrugge l’assurdo che imprigiona il nostro potenziale con un magismo eterodiretto, che imprigiona le nostre stesse vite asservendole ai voleri di coloro che, credendoci essi stessi o non credendoci affatto, ci impongono paletti di norme e regolette decise da loro stessi o da altri e basate sul nulla, su una ipotesi, su una fantasia, magari anche ben strutturata e sistematizzata, che nessuno potrà mai, oggettivamente e onestamente, affermare corrisponda alla certa volontà di Dio.

Ok, sicuramente state pensando che, piuttosto incredibilmente per un ministro di culto, stia facendo una specie di panegirico della razionalità e del materialismo, dimenticando tutto quel mondo che Shakespeare ha splendidamente compendiato nella frase di Amleto: “Orazio, ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia”.

Esattamente l’opposto, ve lo assicuro!

Certo, non mentirei se vi dicessi che, al di là di speranze che tali rimangono senza alcun grado di sicurezza, tendo sempre più a credere solo in ciò che è reale, che posso vivere concretamente, sperimentare, senza crearmi nessuna teoria su quanto esula dalle mie possibilità di conoscenza, in questo facendo mia la famosa affermazione, per altro pronunciata in ambiti diversi, di Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Questo, però, non significa affatto, per come vedo io le cose, né bloccare la mia visione solo a ciò che è meramente materiale e tangibile, né limitare la mia riflessione a ciò che è razionalmente limitato e quantificabile. Significa, piuttosto, concentrarmi unicamente sull’esperibile e l’esperibile non comprende solo il tangibile ma anche tutto ciò che riguarda la sfera interiore del singolo: il suo pensiero insieme al suo sentire, ai suoi sentimenti, alla sua interiorità, ai suoi principi etici e morali, alle sue sensazioni, ai suoi vissuti interiori e alla sua rete di relazioni affettive.

Qualche tempo fa si parlava della difficoltà di definire un “materialismo religioso”. Io credo che una possibile declinazione di questa corrente possa essere proprio quella che non si limita alla pura materialità fisica ma, piuttosto, si limita, più che altro per voglia di onesta intellettuale, all’esperienzialità reale, al vissuto di quel singolo che non è fatto solo di corpo ma anche di una parte invisibile, intangibile in ogni senso che lo caratterizza come essere umano.

In questo senso, credo che possa avere ancora significato parlare di spiritualità, nel momento in cui, pur conscio di non poter definire chiaramente la sua essenza, non posso fare a meno di sentire, di esperire chiaramente l’esistenza di un piano che va oltre quello fisico e che si sostanzia nella definizione di Trascendenza anche senza la possibilità di qualunque specificazione ulteriore; pur conscio di non poter individuare una loro fonte primaria, provo dei sentimenti, provo la necessità di seguire delle leggi morali dentro di me la cui origine avverto essere superiore alla mia singolarità specifica; pur comprendendo come sarebbe molto più praticamente produttivo chiudermi in una visione egoistica che si concentri unicamente su me stesso e i miei bisogni, non posso fare a meno di avvertire un profondissimo legame atavico di amore che, a cerchi concentrici, mi lega al mio prossimo e mi rende uno con l’umanità intera; pur intuendo razionalmente che sarebbe molto meno dispendioso in termini energetici badare unicamente ai miei interessi, non posso fare a meno di provare un senso di repulsione per ogni forma di ingiustizia ed esclusione che colpisca qualunque essere vivente. E sono convinto che, al netto della volontà specifica di sopprimere e tacitare per altri interessi o in nome di altre logiche queste esperienze, esse appartengano a qualunque essere umano sano di mente e che la loro esistenza, conseguentemente, vada a integrarsi con quella della realtà materiale per formare il piano del reale, quel piano non gnosticamente dualistico che ci comprende totalmente, quel piano la cui analisi rimarrà sempre senza fine ma la cui accettazione, pur nella ricerca, implica già di per sé un sentire dell’oltre.

Ed è questo sentire dell’oltre, questo sentimento della trascendenza che di declina in modo assolutamente personale in ognuno, che vive del qui e ora, del quotidiano, dell’agire secondo la sua logica che supera la logica empirica e aristotelica, che non ha bisogni di fantasie e supposizioni perché è presente all’interno di ciascuno e in ciascuno, pur con forza diversa, determina percorsi ben chiari e delineati, ciò che dà senso ad una spiritualità come quella U*U, che onora il Sacro senza volerlo per forza imprigionare in termini umani, che lotta per l’emergenza dei dettami comuni di amore di tale Sacro senza volerli forzatamente definire in termini di origine e finalità, che non disprezza la razionalità critica ma non s’imprigiona ad essa nella comprensione che un uomo è ben più di un insieme di molecole e processi chimici.

Ed è questo sentire dell’oltre che ancora sento dia senso alla vita e al ministero di chi, come me,  in fondo, magari un po’ masochisticamente, non vuole legare il cuore a nessuna dimora, non vuole avere nessuna “certezza” che imbrigli la sua anima ma vuole leggere liberamente il libro dell’universo sicuro che, dentro di lui, quello che cerca lo stia già cercando.

Adonai echad,

Amen.

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