L’asintoto

Cari Amici,

Avrei potuto intitolare questo mio intervento “breve storia del dogma”, mostrando come esso sia nato, almeno in Occidente, con l’opera di qualcuno caduto da cavallo e sia morto con l’opera di qualcuno che è stato internato dopo aver baciato un cavallo maltrattato. (Entrambi Lawrence ebbe modo di conoscerli personalmente, poi ci facciamo dire di più sui vizi e i difetti di ciascuno). Che cosa fu il dogma? Fu una grossa maschera, un bunker di cemento armato sotto il quale l’uomo ha voluto ripararsi, non avendo strumenti più raffinati per gestire in autonomia le prime esperienze post edenichè: la fragilità, la nudità, la solitudine. Istintivamente si è coperto: il dogma in fondo, è l’atto stesso di questo primitivo istinto a coprirsi, ma, coprendosi, ha commesso un vero e proprio peccato originale: ha creato una frattura tra ciò che il dogma ammette, contempla e protegge da un lato, e ciò che il dogma vieta e allontana dall’altro. Questo ha portato l’uomo a trovarsi scisso: scisso tra ciò che è vitale e dirompente e ciò che è statico e stabile, tra ciò che dovrei essere dogmaticamente e ciò che sento intimamente, tra “noi” e “loro”. Così facendo, l’uomo ha agito in buona fede, ma in direzione profondamente contraria all’Essere. Il dogma ha certamente protetto il talento, sotterrandolo, ma ne ha anche impedito l’utilizzo, frustrandone lo slancio creativo, inibendone la profonda energia. Il gesto del sotterrare che richiama il Maestro, ha curiose analogie col bunker (e col sepolcro, e con la grotta platonica, ma non vorrei infalaschirmi troppo, se no mi deprimo). Solo che questa scissione porta tensione, porta frustrazione, porta rabbia, porta violenza. Più ci trinceriamo, più nutriamo il nemico da cui vorremmo proteggerci; più creiamo muri, più il nemico ci sembra più forte. Fino a che… il muro si rompe. La storia del dogma è la storia di una diga che ha ceduto, lasciando il passo a un’onda di rabbia e di furia distruttiva, che ha invaso periodicamente il mondo e che vediamo serpeggiare attorno a noi E’ come se volessimo arginare un’ondata sempre più impetuosa, che, giorno dopo giorno si fa sempre più forte, sempre più inarrestabile. E gli UU in tutto questo? Rischiano. Rischiano di non voler vedere quest’onda arrabbiata, rischiano di giudicarla semplicisticamente, sostituendo ai dogmi tradizionali di Gesù e Maria, altri dogmi, di ragione e dignità, che rischiano di risultare una specie di ritiro in una torre d’avorio. Rischiano di basare la propria analisi su una concezione antropologicamente unilineare che non vede tale scissione e non ne tiene conto. Rischiano di presentare un uomo dimezzato e di parlare solo a metà dell’uomo, con tutta la conseguente inefficacia.Bisogna invece trovare una terza via, che sia qualcosa di intermedio tra la luce del dogma e il buio della rabbia, che parli all’uomo tutto, e lo elevi e lo ricomprenda. Una via che trasformi quest’ombra, questa parte scura di sé e della società, e per far questo serve un punto trascendente, uno spazio che crei movimento nell’Essere. Grigg ha parlato di 5 esperienze trascendenti : l’uomo realizzato, la natura, la società, l’arte e il Mistero. Quale che sia il vostro modo di concepire la Trascendenza, dovete disporvi a sentirla e a mettervi al servizio di essa. Cristianamente l’uomo realizzato è un Cristo asintoto, una esperienza vivente in chi sappia mettere al servizio del principio trascendente ogni ingrediente della propria persona. L’impegno sociale è per il Regno, una società giusta in cui la giustizia non sia solo assenza di confitto, ma esperienza di crescita di un’umanità in relazione nello Spirito. Arte e natura sono per l’uomo tracce della presenza divina, e, come tali, meritano attenzione e rispetto.Il Mistero è il Principale, alla cui esperienza ci disponiamo, creando le condizioni affinchè possa fecondarci sempre più, dandoci modo di realizzare appieno l’esperienza per cui siamo chiamati alla vita. Affinchè avvenga tutto questo, bisogna essere trasparenti all’azione seminale dello Spirito. Noi sentiamo in noi l’azione spirituale viva, vivente, che ci plasma, che ci trasforma? L’abbiamo preparata sta belin di Via? Abbiamo dissodato il terreno, in modo che l’azione dello Spirito possa essere efficace in noi è attraverso di noi? Ma, e direi soprattutto, noi crediamo che questo sia il fine ultimo antropologico dell’uomo? Le religioni, e perfino l’ateismo (che non è poi tanto diverso strutturalmente da una religione), non sono che un modo di vestire questo processo di trasformazione della realtà, ma, prima di tutto, tutto ciò dipende da una decisione, che è nostra e solo nostra come dice Giovanni nel prologo: noi crediamo, vediamo, sentiamo, questo processo? Si o no? No? Allora andate al mare. E’ inutile che ci prendiamo in giro. Finchè noi non sentiamo su di noi l’urgenza di questa nostra missione nel mondo, di questa nostra possibilità e agenticità nel mondo, di questo nostro dovere di testimonianza, è inutile che perdiamo tempo, salvo poi non far finta di avere davvero qualcosa da dire nello UUismo, di avere davvero una via da proporre, o di lamentarci perchè siamo pochi, o perchè qualchè omuncolo da strapazzo fa il fesso sui social non riuscendo a gestire lo scuro della propria anima, salvo poi non avere una ricetta per questo. Siamo pochi per due motivi antitetici: il primo è che rischiamo di non vedere nemmeno questo processo, di non avere le categorie antropologiche per comprendere quale siano le forze in campo. Siamo come un tizio che voglia ascoltare un dialogo tra due ostrogoti, senza capirne la lingua, e provi a intervenire nel dialogo. emettendo suoni incomprensibili ai dialoganti, che, nella migliore delle ipotesi, sorridono e vanno avanti, esattamente come succede a noi. Ma, se noi davvero credessimo nel processo. allora ciò che ci resta da fare è da un lato essere trasparenti all’azione dello Spirito, per sentirlo in noi, sentirlo sempre più spesso e sempre più profondamente (questa esperienza è soggetta a decadimento per ragioni strutturali umane, per cui necessita di una continua applicazione e riproposizione), dall’altro essere conseguenti negli atti a questa esperienza, non pensando che le scelte del prossimo siano indifferenti, perchè non lo sono. I principi trascendenti di cui abbiam parlato, i Sette principi, le 5 esperienze trascendenti di Grigg, sono ottimi discriminanti per distinguere gli errori. E ci accorgeremo di essere pochi lo stesso, ma per un motivo diametralmente opposto: perchè la scelta di rimboccarsi le maniche e contattare le parti buie del proprio se per trasformarle, non dipende da altri che dal singolo, da ogni singolo, e questa è una scelta libera per una esperienza scomoda e difficile. Io non posso e non devo forzare il mio prossimo ad essere cosa non vorrebbe essere, ma, con l’esempio e l’azione, posso e devo aiutare qualche piccolo seme ad essere disturbante a tal punto da far sorgere qualche interrogativo, e tutte le volte che ci riesce davvero correttamente questo, che ci impegniamo a realizzare quest’uomo di cui il Cristo per i cristiani è un asintoto, dimostriamo di avere fede, e questa fede trabocca, fino a fecondare il mondo e a renderlo ogni giorno migliore. Credere questo, ma anche impegnarsi concretamente affinché ciò avvenga, è una vera cartina di tornasole del nostro essere spirituale. 

Allora facciamolo quest’uomo, capace di utilizzare la parte più scura delle esperienze della vita come carburante e propulsore verso una esperienza spirituale concreta e in atto.

Nasè Adam

Rob

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Steccati o Tavole da Surf?

 Cari Amici,  

Il primo elemento che vorrei analizzare con voi oggi è il fatto che Gesù non abbia avuto un periodo di apprendimento spirituale: è infatti buon gioco delle altre confessioni quello di dipingere Gesù come un monolite tutto d’un pezzo che non necessitava di alcun percorso di apprendimento: se lui è Dio, e dio è onnisciente, cosa mai dovrebbe imparare Dio? Un Dio che dovesse imparare qualcosa, non sarebbe Dio… . Gli unitariani invece, insistendo sull’assoluta umanità di Gesù, pensano che le indubbie qualità che ha mostrato come Maestro, quelle per cui lo stiamo a ricordare ancora oggi dopo duemila anni, siano certamente il frutto di un indubbio talento, ma siano anche il risultato di un processo di lavoro su se stesso, che Egli fece con l’aiuto di Giovanni. Se questo è vero, e lo è almeno per noi unitariani, nostro compito è riflettere su di un metodo che consenta a ciascuno di sviluppare il proprio potenziale spirituale. Dobbiamo però sgomberare il campo da un equivoco comune: la confusione tra percorso spirituale e confessione religiosa. Sostenere che sia indispensabile, per un uomo che voglia vivere appieno le proprie potenzialità, non trascurare la propria dimensione spirituale, non significa propugnare questa o quella religione. La dimensione religiosa è solo l’ultimo anello, e forse nemmeno il più interessante, di un percorso che ha radici lontane. Scovare queste radici e riflettere su di esse è compito che si prefigge questo intervento.  

Credo che ciò per cui l’uomo sia stato mandato nel mondo sia per fare esperienza della fragilità, dell’incertezza, della solitudine, dell’inquietudine, tutte emozioni che possono completare l’esperienza umana e che sono impossibili in un mondo metafisico. Questa esperienza è come trovarsi su un isolotto minuscolo di fronte ad un mare con onde altissime. Abbiamo una scelta: o usare la poca legna di cui disponiamo per costruirci un riparo e nasconderci in esso, chiudendo gli occhi e cercando di non vedere e di non sentire l’onda minacciosa che potrebbe travolgerci. Così creiamo separatezza, alterità, nell’errata convinzione di proteggerci dalla realtà che ci spaventa e ci può sopraffare, e, ancor peggio, nell’errata convinzione di essere legittimati a farlo, sta tutto il peccato reale dell’uomo, il suo agire contro se stesso. In questa pratica sta la vera tentazione diabolica, soprattutto se pensiamo che la radice greca della parola diavolo significa divisione, frammentazione. Le figure autoritarie e i dogmi sono l’emblema di questa patologia dell’anima, di un’anima che ha perso una opportunità, ha negato una parte di sé, permettendo all’ego mondano di legiferare in territori che non gli competono.  

Ma qualunque autorità imposta crea frammentazione e contrapposizione, quelle emozioni, quelle esperienze, vengono tenute separate da questa autorità fittizia, secondo il principio del divide et impera, sono come pezzi di puzzle che l’autorità, sia essa un dogma o una persona, tiene a bada senza permettere che si incastrino mai. L’autorità fittizia sa che l’armonia tra i pezzi, siano essi parti di sé, o gruppi di individui è nemica del suo stesso potere, quindi invita i pezzi ad odiarsi fra loro, invita il bagnante ad avere paura delle onde, lo spirito ad aver paura del sesso, il credente ad aver paura dell’inferno, l’uomo ad aver paura del diverso. Freud intui in tempi simili a questi la presenza contemporanea di due principi amore e morte riprendendo una tradizione molto antica che si rifà ad Empedocle. Il principio di morte, o separazione, o annientamento, è una forza che sgretola e disgrega, ed ha come malcelato obiettivo quello di annientare ogni possibilità umana, trattenendolo in uno stato di inerzia buio e immobilità. Ma questo è un uomo dimezzato, è un uomo che ha scelto certamente la strada più facile di fronte alle proprie fragilità, ma è anche un uomo che ha perso la partita e il senso ultimo della propria esperienza 

Al contrario invece possiamo usare le poche assi che abbiamo sull’isolotto per costruire una tavola da surf e imparare a passarci sopra e in mezzo, possiamo aprirci a una esperienza nuova e più complessa, senza averne paura, possiamo disporci a imparare da altri cose nuove, trovare con altri organizzazioni più complesse che esaltino le peculiarità positive di ciascuno, limitando gli aspetti nocivi. Possiamo imparare nuove cose di noi stessi, esplorare nuovi territori nella nostra anima. Freud ha chiamato Eros questo principio, riprendendo il vincolo d’amore di bruniana memoria. L’amore, l’amore vero è Caritas, è apertura e benevolenza, verso l’altro ma anche verso noi stessi. Impariamo ad amare, impariamo a crescere insieme. Impariamo a convivere, con noi stessi e con gli altri. 

Più in generale credo che possa definirsi una cattiva teologia quella che presenti all’uomo una immagine granitica e immacolata di sé stesso, anteponendola a tutto ciò che quest’immagine non sia, e invitando a denigrare ignorare e sopprimere tutte le esperienze che ad essa non si allineino. E’ antropologicamente sbagliata. L’uomo non è perfetto, è senza macchia o senza peccato e non lo sarà mai. L’uomo è un essere fragile, venuto al mondo proprio per conoscere questa fragilità altrove incomprensibile, per imparare a farci i conti senza paura, scegliendo di ricomporre in forme di aggregazione armoniche, istinti, inclinazioni, emozioni ed esperienze diverse, che, prese singolarmente, sarebbero fragili e prive di senso 

Venga il Tuo Regno in questo senso, non è l’auspicio dell’arrivo degli angeli fiammeggianti che menino le mani e mettano tutti d’accordo, ma l’auspicio che io riesca a trovare una forma armonica complessa che tenga dentro le diverse esperienze della mia anima, e che noi troviamo tutti insieme delle forme complesse, che armonizzino le nostre reciproche diversità e insegnino l’un l’altro a vedere il diverso come un dono e non come una minaccia 

 E in questo, ci ritroviamo come Gesù nel deserto, costantemente nell’atto di scegliere tra la prospettiva disgregante diabolica e la scelta d’amore universale. Per questo abbiamo Gesù come Maestro, per la forza con cui ha saputo non farsi tentare e seguire la strada d’amore nonostante tutto. Le ultime parole della preghiera che ci ha insegnato sono fondamentali in questo senso: non lasciarci in tentazione ma liberaci dall’istinto maligno (una delle possibili traduzioni)

Allora facciamolo quest’uomo, capace di stare a galla senza paura tra le onde della propria anima e di costruire ponti e non steccati, come recita un adagio che citiamo spesso.  

 

Nasè Adam 

Amen 

 

Rob 

 

 

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A cosa serviamo?

Cari fratelli,

scrivo questo sermone poco dopo essere tornato dall’ennesima tornata elettorale, della quale, al momento, non so ancora ovviamente l’esito. Quello che so è che, nei giorni immediatamente precedenti al voto ho sentito, ancora una volta, tanti, forse troppi, ripetere l’antica litania di “evitare di disperdere il voto” … che, francamente, è una delle frasi più curiose che ricorrono in questa ininterrotta campagna elettorale urlata che è diventata la politica del nostro paese. Spesso mi è capitato di meditare sul senso che quell’esortazione può avere … Tipo: “vota per quello anche se ti fa schifo perché fa meno schifo di quell’altro” o “vota turandoti il naso” o, ancora “vota per quel partito che è già forte anche se non credi nelle sue posizioni, facendo in modo che, se tutti faranno come te, quell’altro partito, in cui magari credi, se è piccolo continuerà ad essere piccolo”, il che mi pare sfiori più che abbondantemente il paradosso …

Devo, però, dire che, assuefatto a questi pensieri dalla frequenza mirabolante delle votazioni in Italia, questa volta la mia riflessione si è diretta verso altri lidi, in particolare sulle possibilità di applicazione della frase sull’utilità all’ambito spirituale.

Insomma, a rigor di comparazione, in termini numerici noi risultiamo essere, sul piano spirituale, quello che una lista civica di un paesino spopolato del Molise o della Val d’Aosta può rappresentare di fronte ai grandi partiti nazionali e, immagino, nessuno metterebbe in dubbio che il rischio semplicemente di sparire di fronte alle grandi correnti spirituali nazionali, quelle, per intenderci, dell’8×1000, esiste. E, in tutta sincerità, la prima cosa che mi è venuta in mente è proprio che quelle 8 o 9 caselle dell’8×1000 sul 740 forse dovrebbero essere almeno 40 o 50, se non venisse applicata, in realtà, una regola simile a quella del “voto utile” … ma non è di questo che voglio parlarvi questa sera, lanciandomi in una sfilza di inutili lamentele.

La domanda più importante che sono arrivato a farmi è stata un’altra: a che cosa siamo utili noi? A che cosa serviamo, in fin dei conti, noi, piccola denominazione U*U in un paese che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa neppure che esistiamo, in cui l’arcivescovo cattolico di Milano, incontrandomi a un meeting ecumenico, dopo che mi ero presentato, mi ha chiesto: “Allora, come andate voi Luterani?”, in cui i miei studenti, in uno dei rari momenti di serietà, mi hanno chiesto come mai, se sono un prete “qualcosa-riano”, non porti i dread come Bob Marley, in cui, e non mi dite che non è capitato anche a voi, dire “sono unitariano*universalista” non basta mai e bisogna sempre essere preparati a spiegare per dieci minuti che cosa significhi?

Certo, non siamo una forza spirituale degna di nota, che possa avere una qualsiasi incidenza sulla vita etico-morale del Paese, non siamo neppure un landmark culturale, visto che, francamente, a parte qualche fuggitivo rinascimentale, la storia U*U si è svolta tutta da altre parti e che, non dico cattedrali e monumenti, ma manco una cappelletta da 10 persone abbiamo qui …

Ma, poi, in fin dei conti, salendo a livelli un po’ più alti, anche fossimo 200.000 e non 200, questa incidenza potremmo mai davvero averla? Perché, onestamente, dal punto di vista dottrinale non è che sia così semplice definirci … Insomma, se prendiamo 10 U*U, qui da noi come in tutto il mondo, e chiediamo cosa significhi essere U*U, è probabile che otteniamo almeno 7 o 8 risposte piuttosto differenti e se anche solo penso ai tre pastori in Italia, credo che, al di là del rispetto reciproco, dell’amicizia e della prossimità su alcuni temi, nessuno potrebbe considerare le nostre reciproche predicazioni e le loro relative fonti d’ispirazione come teologicamente monoliticamente omogenee …

E noi diciamo che è proprio questa la nostra unica vera forza e ne sono più che convinto ma … ma la domanda sull’utilità resta perché troppe volte mi sembra che passi un po’ l’idea che siamo una denominazione dove ognuno pensa un po’ quello che gli pare e chi se ne frega … Basta che cerchi d’elevarti … Che poi, come ti elevi sono cavoli tuoi e anche credere o no all’esistenza di una Trascendenza sono solo affari che riguardano te …

Ricordo ancora come rimasi, neofita del pastorato U*U e pur proveniente dalla più liberale tradizione calvinista, quella remostrante, quando, ad un incontro a New York, un mio collega con anni di esperienza reverendale mi disse, letteralmente: “Io sinceramente non so se Dio esista o non esista ma, guardandomi intorno, il massimo dell’amore che posso dimostrare nei suoi confronti è sperare che non esista perché ci fa più bella figura …” Oggi, dopo anni di studio e meditazione, comprendo quasi pienamente la sua posizione e, forse, anche se solo parzialmente, la condivido ma, allora, mi sono domandato dove fossi capitato, se fossi ad un sinodo internazionale o ad una riunione di un club agnostico.

E, insomma, in fin dei conti, il domandarsi a che serva una denominazione in cui ciascuno ha la sua via spirituale, ciascuno può credere o non credere quello che vuole dal punto di vista teologico e nessuna guida ha una valenza magistrale … un po’ ci sta … Perché dovrebbe esistere una comunità dove bastano i singoli? Per condividere esperienze? Ma c’è proprio bisogno di una Chiesa per questo?

No, fratelli, non c’è, teoricamente, bisogno di nessuna Chiesa ma solo di un po’ di comunicazione e, se mai dovessi pensare a che cosa può essere utile una denominazione come la nostra, qui e ora, non parlerei certo di teologia ma di didattica e testimonianza: noi, sparuto gruppetto di liberali diversi, probabilmente irriducibili all’unità, abbiamo senso se insegniamo e testimoniamo qualcosa, se siamo marca di rimando verso un possibile …

Ma cosa dovremmo testimoniare?

Io credo che la risposta a questa domanda sia: la possibilità di sperare in un’ottica differente.

Vorrei chiarire, ancora una volta, un assunto che ho già più volte enunciato: indubbiamente non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Personalmente, anzi, credo che questo “mondo migliore”, questa “età dell’oro” non sia finita ma, ben più radicalmente, non sia mai iniziata e, probabilmente, non inizierà mai, né con un Regno di giustizia, né con una, dal mio punto di vista risibile, parusia, né, tanto meno, con una apocalisse che ponga termine al Kali Yuga … Ma … Certamente non viviamo neppure nel peggiore dei mondi possibili e vi prego di meditare su questo: non viviamo sotto lo spettro di quella guerra globale che hanno vissuto i nostri nonni anche se alcuni governanti fanno di tutto per crearsi scazzi commerciali reciproci e anche se gruppi fanatici continuano a credere nelle versioni più grette, ignoranti e stupide di interpretazioni religiose ormai condannate dalla storia; non viviamo, nonostante quello che cercano di farci credere, sotto l’incubo di migrazioni di massa epocali che, allo stato dei fatti, non sono di proporzioni tali da non far pensare ad una normale dinamica ciclica di spostamenti umani; non viviamo nell’incubo della fame che ha dilaniato centinaia di generazioni nel passato anche se crisi provocate da miserabili in doppiopetto ci hanno tolto un po’ di quel super-welfare a cui ci eravamo troppo abituati …

Detto questo, direi che indubitabilmente stiamo vivendo una sola grande crisi: una crisi valoriale, certamente acuita dalla sensazione di vivere nell’oscurità più profonda …

E’ la prima crisi valoriale dell’umanità? Ma certamente no! La storia intera del pensiero umano ha, dal punto di vista di alcuni valori, avuto un andamento sinusoidale … Eppure … eppure ad ogni picco negativo rischiamo un po’ di più, perché quei valori che non vengono testimoniati, che non vengono vissuti, cessano rapidamente di esistere, escono dall’orizzonte umano, magari per non tornare mai più …

E quella che stiamo vivendo oggi è una crisi valoriale profonda perché ha come risultato l’eliminazione del valore intrinseco dell’essere umano, un valore che, faticosamente, ci eravamo conquistati in decenni di lotte e sforzi di pensiero …

Ma per analizzare questa perdita abbiamo tutti gli elementi: abbiamo un ambiente di coltura, abbiamo una causa scatenante, abbiamo un agente …

L’ambiente di coltura è, credo, il pensiero capitalista occidentale. “Oddio, adesso parte il pippone politico!”, state pensando. No, ve lo assicuro: indipendentemente da quello che posso pensare io personalmente del capitalismo e che so che alcuni di voi non condividono, quello che vedo come terreno di coltura della crisi valoriale non è il pensiero filosofico capitalista in sé, quanto la sua dinamica estrema rappresentata dalla ricerca spasmodica del profitto. Se il profitto diventa la chiave di lettura di tutto, allora tutto vale solo e soltanto se rappresenta un profitto, se genera profitto e, conseguentemente, anche l’essere umano vale solo in relazione a questo parametro.

Per quanto riguarda la causa scatenante, direi che è evidente per tutti: la paura! La paura è il grande serpente che costantemente ci morde il calcagno: paura di perdere uno status, una piccola certezza, una certa sicurezza, un determinato livello di benessere, anche solo per doverli compartire un po’ di più, per dover rinunciare a una piccolissima quota di quel livello di profitto che ci determina, che ci connota, che è diventato ciò che fa di noi noi. E, infine, c’è un agente di questa paura, dato da tutti coloro che soffiano sul fuoco, che ci mostrano scenari apocalittici, che ci parlano di un domani senza speranza …. E perché lo fanno? Perché questo genera profitto per loro, genera consenso, potere e benessere…

Io credo che questa sia esattamente la dinamica che stiamo vivendo ed è contro questa dinamica che svilisce l’uomo, che lo strumentalizza, che ne disgrega l’intoccabile dignità, l’intoccabile valore intrinseco, che dobbiamo insegnare e dare testimonianza.

Ciò che dobbiamo insegnare è a non avere paura e che la forza di avere speranza, quella forza che costa, che ci mette in gioco, a volte che ci dilania nei dubbi, è l’arma più forte che abbiamo per non soccombere al gioco di chi distrugge l’uomo giocando sui suoi terrori più intimi; dobbiamo insegnare che il senso vero del vivere non è avere un po’ di più per comandare un po’ di più e mostrare un po’ di più di ricchezza esteriore per nascondere la propria povertà interiore ma è amare un po’ di più, guardare un po’ di più, ascoltare un po’ di più, sfiorare un po’ di più, meditare un po’ di più, stringere un po’ di più una mano, capire un po’ di più uno sguardo, vivere un po’ di più questa vita che è solo qui, solo adesso …

Ma, certo, siamo pochi, sconosciuti, senza voce e allora il nostro solo modo per insegnare è testimoniare con l’essere, con il vivere questa realtà differente qui e ora, come singoli ma, e qui credo stia davvero la nostra utilità come denominazione, anche come Chiesa.

Sì, come Chiesa per almeno due ordini di motivi collegati.

In primo luogo, perché per riuscire ad astrarsi dal contingente, a porci fuori dalle dinamiche che stanno imbrigliando la nostra società, dobbiamo assumere una prospettiva diversa, dobbiamo guardare la vita stessa, per certi versi, dall’alto, da un quadro più ampio che è il quadro di una trascendenza di senso.

Ma, attenzione, ammettere la possibilità di trascendenza non significa assolutamente dover necessariamente ammettere il divino, soprattutto nella sua forma tradizionale. Vi voglio onestamente dire che, in realtà, io questo presunto divino, che magari vogliamo vedere in forma personale, non ho la più pallida idea se esista o no e, ancora più onestamente, voglio dirvi che sono giunto alla conclusione che che esista o no non me ne frega assolutamente niente e, nel dirvelo non mi sento minimamente sminuito nel mio essere pastore. Perché?

Perché proprio in questo vedo la seconda e più grande utilità di una Chiesa come la nostra. Teologicamente possiamo pensare quello che vogliamo su Dio o chi per lui ma su una cosa non possiamo transigere, come U*U di questa o di qualsiasi altra parte del mondo, qualsiasi siano le nostre convinzioni: sulla centralità dell’uomo, sulla sua inviolabile dignità, sul valore di ogni singola vita, di ogni singolo pensiero, di ogni singola esperienzialità. Ed è proprio questo che ci rende unici: il nostro compito di essere testimonianza del possibile non avviene per mandato divino, non avviene perché siamo uniti in un culto e in una sola via ma avviene perché proclamiamo la centralità della vita di ognuno e la proclamiamo come Chiesa, la proclamiamo come elemento sacrale, come elemento che unisce ogni vita nel mondo e che, forse più che ogni altra denominazione, porta la trascendenza nel nostro quotidiano, nel nostro agire, nel nostro essere, nel nostro lottare, noi, piccoli mattoncini, senza potere su nulla se non su noi stessi e sul nostro testimoniare il nostro servizio alla vita e alla dignità umana.

A questo serviamo, questo è il nostro essere utili: a dimostrare ogni giorno che, nonostante tutto quello che cercano di farci credere, ogni uomo può davvero essere Dio per noi!

Adonai echad,

Amen

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