Resurrezione (Sermone Pasqua 2019)

Cari fratelli,

non vi nascondo che quando, la settimana scorsa, Roberto mi ha chiesto di presiedere alla celebrazione pasquale mi sono sentito molto in difficoltà.

Molti anni fa, quando ho ricevuto la mia prima consacrazione ministeriale, ho promesso a me stesso che mai avrei proclamato da un pulpito, fosse esso fisico o, come nel nostro caso, virtuale, verità di cui non fossi stato intimamente persuaso.

Ora, tutti sappiamo che la Pasqua celebra, in praticamente tutto l’ambito cristiano, la resurrezione di un uomo-Dio dalla morte e, con quello che non posso fare a meno di ritenere un certo grado di funambolismo spirituale, la sua conseguente vittoria sul peccato per la redenzione dell’umanità. Ebbene, se, in passato, mi era possibile annunciare il senso della resurrezione anche a prescindere dalla mia convinzione che quell’uomo non fosse neppure minimamente più divino di me e di ciascuno di noi ma, forse, unicamente più saggio e capace di ascoltare la volontà trascendente, il mio progressivo percorso di allontanamento da una concezione personalistica della Divinità in favore di una concezione collettivistica e umanamente condivisa del Sacro come Anima Mundi e forza vitale mi rende oggi problematico persino definirmi formalmente cristiano e, conseguentemente, interpretare la storia pasquale in chiave simbolica.

Insomma, francamente non ho nessuna certezza in quel meccanismo redentivo esplicato, propriamente o simbolicamente, attraverso l’insorgenza di un evento nella storia dell’umanità che statuisca un “prima” e un “dopo” e che valga la pena di celebrare. Dunque, se ho, pur nel pieno rispetto delle credenze dei mie fratelli cristiani (e, ci tengo a sottolinearlo, fratelli continuo a considerarli, siano essi trinitari o no, al di là di qualsiasi differenza teologica), se ho, dicevo, la piena consapevolezza spirituale della impossibilità per chiunque di risorgere dalla morte e la piena consapevolezza storico-filologica che gli eventi narrati nei Vangeli siano stati ideologicamente manipolati e falsificati, probabilmente non potrei affermare di essere in possesso di alcuna motivazione per guidare un’assemblea di fedeli in una celebrazione che fosse qualcosa di diverso da una normale liturgia domenicale settimanale.

Eppure, questa sera, al termine della parte comune, celebrerò la Cena del Signore e, vi assicuro, lo farò non venendo meno al mio antico proposito di coerenza e sincerità.

Come è possibile?

In realtà, è possibile grazie a due ragionamenti, entrambi di fonte, per così dire, “laica” e solo uno di tema spirituale, che ho avuto recentemente modo di ascoltare e rimeditare.

Entrambi sono andati a formare le letture che vi ho proposto questa sera.

Il primo nasce da una intervista ad Alejandro Jodorowski, uno di quei personaggi di cui non sentirete mai parlare in nessuna chiesa e davanti a cui molti mie colleghi si farebbero il segno della croce per scacciare “il maligno”. Jodorowski, del quale, forse, alcuni di voi hanno già sentito parlare, è uno scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta cileno ora naturalizzato francese, da sempre propugnatore di una spiritualità a- (e a volte anti-) religiosa, cosa questa, che, in tutta onestà, me lo fa sentire, allo stato dei fatti, vicinissimo.

Ebbene, ad una domanda sulla esistenza di Dio da parte di Franco Battiato per il programma “Bitte keine reklame” (che, molto probabilmente, ha avuto una audience tra le più basse della storia della televisione), Jodorowski, come abbiamo letto, ha risposto, con molta semplicità, che Dio o il diavolo sono la stessa energia vitale la cui natura benigna o maligna dipende dall’utilizzo che noi ne facciamo con il nostro libero arbitrio. Lasciate che vi dica che, personalmente, trovo questa intuizione assolutamente geniale e perfettamente consonante con quello che provo ma, fino a qui, non posso dire nulla più di questo, che è, semplicemente, un mio sentire, come detto, completamente personale.

Proviamo, però, ad accostare questo pensiero ad una affermazione di uno scrittore che, ancora una volta personalmente, stimo moltissimo, direi con una perfetta proporzionalità inversa con la stima che provo per i suoi detrattori: Roberto Saviano.

La citazione riportata nelle letture, estrapolata dall’intervento dello scrittore partenopeo all’ultima edizione dell’International Journalism Festival di Perugia, è molto lunga ma possiamo condensarla in poche battute: esistono realtà oggettive, che non hanno bisogno di essere testimoniate perché la loro verità esiste “di per sé” ed esistono altre realtà, quelle legate all’uomo e alla sua interiorità, che devono essere testimoniate per esistere, per non morire.

Ebbene, provando a coniugare queste due affermazioni, cosa possiamo ottenere? Se intendiamo Dio come forza vitale (e direi che, pur con accezioni diverse, qualunque religione può tranquillamente concordare su questo punto), l’esistenza di tale forza vitale è un dato auto-evidente anche solo per il fatto che siamo qui, parliamo e respiriamo e, quindi, l’esistenza di Dio (o, se vogliamo, di una Entità trascendente non individuata) lo è pariteticamente. Ma, attenzione, nel momento in cui entra in gioco il libero arbitrio nel rendere quella forza vitale uno strumento del bene o del male, Dio o il diavolo, allora entrano in gioco anche quelle verità legate all’uomo e alla sua interiorità di cui parlavamo. Ed è qui che, come dice Saviano, ci viene chiesto di scegliere da che parte stare, è qui che decidiamo se Dio muore e il diavolo sopravvive o viceversa.

Fratelli, ce lo siamo già detti tante volte: viviamo in tempi oscuri … non certo per la prima volta nella storia … ma sicuramente questi sono tempi oscuri.

Sono tempi oscuri quelli in cui l’essere umano e la sua dignità possono essere venduti e comprati per un pugno di denari.

Sono tempi oscuri quelli in cui l’egoismo, la rabbia e l’ottusità regnano e c’è chi mette se stesso, il proprio gruppo, la propria nazione, il proprio interesse “prima di ogni altra cosa”, in cui tutta la nostra vita ruota intorno a soldi, potere, prestigio, agiatezza, sicurezza mentre a un passo da noi si muore di fame, si muore di guerra, si muore di ricerca di un futuro almeno accettabile, si muore d’indifferenza e di disprezzo.

Sono tempi oscuri quelli in cui si cerca di fuggire dal dolore, dalla distruzione, dalla violenza, dalla paura, persino dalla noia e ogni mezzo vale per scappare dalla vita, da questo momento, dall’oggi che, in realtà, è tutto ciò che esiste veramente.

Sono tempi oscuri quelli in cui ci si deve rifugiare in mondi virtuali, ci si parla attraverso slogan e pollici alzati ma si è ormai incapaci di comunicare guardandosi negli occhi, cercando di capirsi e rispettarsi senza doversi ululare contro come cani rabbiosi …

Sono tempi oscuri, che ci interpellano nel profondo e nel quotidiano.

E sta a noi rispondere: possiamo rinchiuderci nella nostra torre d’avorio, possiamo narcotizzarci o possiamo reagire, almeno dal punto di vista morale, o almeno provandoci.

Sapete che amo fare paragoni tra vita morale e ring, quantomeno perché, nel mio persino eccessivo amore per il pugilato, trovo grandi affinità tra i due ambiti. Vorrei farvi un piccolo esempio personale. Da un periodo precedente della mia vita ho avuto in eredità una dislocazione della spalla per una semi-distruzione della cartilagine. Indubbiamente boxare è quanto di meno produttivo per la guarigione e mi si sono presentate tre possibilità: non farlo e guardarmi gli incontri in televisione sdraiato sul divano, diventando solo un passivo spettatore senza nessun impegno, boxare imbottendomi di analgesici o farmi curare da un buon ortopedico. Da stupido e con estrema leggerezza ho deciso di optare per la seconda possibilità, adducendo scuse banali: non ho tempo per curarmi, non ne ho voglia, ho di meglio da fare, ce la faccio lo stesso. E, per un po’, tutto è andato bene, fino a quando gli allenamenti sono stati blandi. Ma quando ho cominciato ad allenarmi costantemente e duramente, è capitato che una mattina mi svegliassi e quasi non riuscissi a muovere il braccio per il dolore insopportabile anche solo a sfiorare un’articolazione che, nel tempo, si era ancora più usurata fino a rendere impossibile anche le attività più semplici.

Le cose non vanno così diversamente nella vita morale e spirituale, davanti all’oscurità. Possiamo starcene in disparte, sdraiati sul divano della nostra anima addormentata, fingendo di avere una esistenza che non abbiamo e che tutto vada per il meglio. Ci togliamo il problema, non rischiamo nulla, chiusi nella nostra zona di comfort ma … A che prezzo? Oppure possiamo far finta di niente, far finta che l’oscurità che, pure, vediamo chiaramente, non ci possa toccare, narcotizzandoci con questa o quella bella favoletta, dicendoci che “è sempre stato così”, “che non ci possiamo fare niente”, “che siamo troppo piccoli per opporci” o, semplicemente, raccontandoci che “non abbiamo tempo, non abbiamo voglia, abbiamo di meglio da fare, ce la facciamo lo stesso”. Certo, è un’opzione ma lasciate che vi dica una cosa: forse un giorno la vostra coscienza morale vi farà troppo male o, forse, rischierete la sua paralisi perché non la si può narcotizzare per sempre. Soprattutto, fratelli, per la mia spalla basta un buon osteopata ma cosa basta per chi sta a guardare mentre Dio muore di fianco a lui?

Non resta, allora, che la terza soluzione: affrontare la situazione, rianimare quel Dio morente, forse, per molti, già morto.

Ma cosa significa? Come spesso vi ho detto, non ho grandi ricette ma credo che affrontare la situazione non debba per forza dire lanciarsi a spada tratta contro i mulini a vento perché ben pochi ne hanno la forza. Credo, piuttosto, che significhi tenere la posizione e non arretrare di un passo, giorno per giorno: non cercare facili vie d’uscita quando ci troviamo ad affrontare il diavolo di Jodorowski, non voltare le spalle, non abbassare la guardia. Credo che significhi applicare ogni giorno quei principi in cui crediamo e che abbiamo promesso di difendere, senza cedimenti, anche davanti alle piccole malvagità che, perdonatemi la citazione rubata, “in pensieri, parole, opere e omissioni” di troviamo, persino quotidianamente, ad osservare o magari noi stessi ci troviamo a compiere. Credo che significhi, in ogni istante della nostra vita, con il nostro agire, essere come le donne che “con grande spavento”, sì, ma anche “con grande gioia” annunciano la loro verità, una verità che, forse, per molti può apparire una bestemmia ma che può anche essere il primo passo di ogni nostro cammino: non serve poi molto perché Dio resusciti!

Adonai echad,

Amen

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Non sia un film senza protagonista

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39)

Cari Amici,
Vi sto per raccontare una storia molto diversa da quella mainstream che siete abituati a sentire altrove, sapete che mi annoia ripetere sempre le stesse cose, fortuna che, in un caso come questo, non potrei farlo nemmeno volendo. Altrove vi dipingono la storia di un eroe duro e puro, che entra a Gerusalemme per vincere e vincerà, sconfiggendo persino la morte. Io vi racconto la storia di un saggio, un religioso che sentiva di avere una missione morale, sociale e spirituale, i cui esatti contorni non erano noti nemmeno a lui stesso, di un uomo frainteso ed insicuro, catapultato e usato, suo malgrado, nel mezzo di un baillame politico, per cui probabilmente non era tagliato e nemmeno preparato. Quale di queste sia stata la vera storia non lo sapremo mai, e forse, ai fini di ciò per cui il Vangelo è stato pensato non importa nemmeno molto. Il mio consiglio, come sempre non è di scegliere quale Gesù, ma semplicemente lasciare che attorno alla figura di Gesù possano coesistere diverse storie, diversi punti di vista, diverse esperienze, in modo che possiate sempre scegliere quale Gesù sia più adatto a parlarvi non solo in questo particolare momento della vostra vita, ma addirittura in un particolare momento della vostra giornata

L'”altra” storia della domenica delle Palme, per come è nata, è la storia di un fraintendimento, di una mutua delusione e di una volontaria scelta di sacrificio.
FRAINTENDIMENTO. Gesù non si è mai presentato come capo politico, come liberatore di una nazione o come macchina invincibile, non è mai stato Wolf-Risolvo Problemi. Ha piuttosto mostrato un atteggiamento nuovo verso le cose, verso le difficoltà, un modo nuovo, o quanto meno rinnovato, di far tesoro dell’esperienza di vita, qualunque ne sia il segno, di disporsi a ritrovare, in ogni singolo secondo della nostra esistenza, un modo per valorizzarla, rivalutarla, renderla unica.
Solo che ci vuole impegno. Ci vuole dedizione quotidiana e costante, ci vogliono attributi. La via che insegna “questo Gesù” è una via scomoda, faticosa, comunque sofferente. Questo Gesù è bruttino ed antipatico, mi dice che buona parte dei miei problemi me li posso e me li devo risolvere da solo, mi dice che mi devo sbattere, che mi devo impegnare. No molto meglio quell’altro, quel vincitore che arriva, mette in riga tutti e, senza che io debba far nulla, senza che io mi debba impegnare, senza che debba sudare, risolve ogni mio problema, Quell’altro è molto più comodo, e in fondo non mi richiede poi molto, solo che io ci creda, e, con l’aiuto di altri come me e di un poco di oppio spirituale, non è nemmeno così difficile farlo. Per il popolo fu facile e comodo accogliere un liberatore che avrebbe risolto i loro problemi, che li avrebbe liberati dai romani mentre loro sarebbero stati sul balcone a mangiare pop corn. E noi? Quante volte preghiamo questo Gesù? Quante volte aspettiamo che sia lui a cavarci di impiccio rispetto a guai e manchevolezze di cui noi stessi siamo artefici? Quante volte basiamo il nostro credere o non credere sul fatto che la Prof ci interroghi o non ci interroghi, che il selezionatore ci scelga o meno, senza guardare alla nostra parte nella storia. Come sapete io personalmente credo nel concetto di צמצום tzimtzum, ossia nel fatto che Dio abbia fatto un passo indietro per permetterci una esperienza di affermazione spirituale autonoma, di scrivere noi l’ultimo verso della poesia, come direbbe Vecchioni. Quante volte noi ci rifiutiamo di farlo? Rifiutiamo di dare il nostro contributo, di portare il nostro pezzettino di croce, attendendo che altri lo facciano al posto nostro? Quante volte guardiamo la nostra vita come se guardassimo un film noioso aspettando con impazienza che arrivi l’eroe senza pensare che, alla fine, l’eroe dobbiamo essere proprio noi? Quante volte ci lamentiamo del film, dicendo che manca di una parte forte e attiva, senza capire che quella parte dovrebbe essere la nostra? Quante volte, come sembra ricordarci il verso in oggetto, abbiamo tenuto per noi la nostra vita, sprecando tempo e opportunità, passando interminabili momenti ad incolpare il Divino, senza comprendere che ciò che ci viene richiesto

MUTUA DELUSIONE. Ecco che le persone cui il mite saggio avrebbe voluto insegnare il valore delle piccole cose nella vita e l’importanza del nostro ruolo in essa, viene deluso, probabilmente capisce di aver sbagliato, di aver sottovalutato le difficoltà della natura umana a farsi carico di quella componente di responsabilità essenziale per la vita. Di essersi fidato delle parole, di essersi cullato, magari cedendo anche a qualche colpevole sirena narcisista, in un atteggiamento di deferenza, che celava ben altre motivazioni (l’umore di Gesù in questi giorni era nero, e non certo a mio avviso, perchè sapeva di dover morire). Ma, di contro, ecco che, a meno che l’oppio spirituale non funzioni, l’eroe non arriva, o peggio viene sconfitto e preso per i fondelli dai romani che lo crocifiggono in bella mostra dileggiandolo in termini non esattamente lusinghieri, e una profonda delusione serpeggi tra i suoi sostenitori. Quanto del nostro disamore per il Vangelo, ma a rigore è un discorso che vale per qualunque tradizione, dipende da queste attese deluse, da questo atteggiamento passivo e pigro nei confronti della nostra vita spirituale e non solo? Se ci siamo disamorati del Vangelo è perchè abbiamo voluto ignorarne l’aspetto di formazione esigente, se vogliamo riaccostarci ad esso, dobbiamo riscoprirne quest’aspetto, dichiarando la nostra volontà preliminare a metterci in gioco, ad essere noi gli artefici del mondo che vorremmo.

SACRIFICIO. Ed ecco che l’ultimo, l’estremo e più importante insegnamento del mite saggio galileo, è un invito al sacrificio di sè, che solo la prospettiva unitariana riesce a cogliere in tutta la sua drammaticità: senza tornaconti, senza appelli, senza calcoli. Il Vangelo esigente è un vangelo che invita al sacrificio di sè come esperienza seminale. Per un credente infatti questo sacrificio non è un atto privo di senso e fine a se stesso, ma un abbandonare un modo di guardare le cose, quello mondano, per trovarne un altro, che si fonda su un’altra prospettiva, quella spirituale. Quindi è un perdersi che è anche un ritrovarsi, un sacrificio che ha nell’atto stesso di perseguirlo

Allora facciamolo quest’uomo,
capace di quel solo atto di coraggio che qualifica la sua intera esistenza
Nasè Adam
Amen
Rob

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La caccia

Cari fratelli,

molti anni fa, ai tempi del seminario, un uomo che reputavo molto saggio mi disse una frase che, per molti versi, continuo a ritenere piuttosto intelligente: “nella vita è come andare a caccia. Puoi decidere di cacciare conigli e sarai sicuro di tornare a casa con il carniere pieno anche dopo un paio d’ore, oppure puoi decidere di cacciare cervi e allora può accadere che, dopo giorni interi di appostamenti , non ne incontri uno solo e torni a casa a mani vuote. Ma quanta soddisfazione in più avrai nel catturare un cervo rispetto ad un semplice coniglio?”.

Al di là dell’immagine venatoria della metafora, che probabilmente offenderà molti animalisti e che sinceramente neppure io apprezzo molto, suppongo che il significato espresso contenga molti elementi di verità sia in relazione a quanto la possibilità di fallimento in qualsiasi impresa della vita sia sempre relativo agli obiettivi che ci si pone, sia riguardo alla soddisfazione di porsi traguardi elevati e non banali anche a rischio di non raggiungerli.

Per certi versi, in alcuni periodi della mia vita ho ritenuto che questa metafora avesse senso anche in campo spirituale. Mi è capitato spesso di pensare che, in fin dei conti, seguire pedissequamente dettami comportamentali eterostabiliti , conformarsi a immagini del Divino eterocostruite e piegarsi, per quanto faticosamente, a regole morali eteroimposte, non fosse, di per sé, sbagliato ma fosse un po’ come cacciare conigli: probabile possibilità di ottenere risultati almeno accettabili anche solo limitandosi ad una passiva accettazione, territorio di ricerca ben delimitato e segnalato, aiuto costante da parte di tutta una serie di “battitori” rappresentati da istituzioni forti o, quantomeno, dal pieno consenso sociale. Insomma, in definitiva, un po’ come dire “caccia in una riserva”. Al contrario, una ricerca libera da vincoli, totalmente personale, basata sui dettami della propria coscienza, sulla continua volontà di chiedersi il senso ultimo delle cose, di inseguire un volto della Trascendenza che risuonasse completamente nel nostro animo fino a farsi essenza della nostra vita, che esplorasse qualsiasi territorio indipendentemente da quanto poco battuto e selvaggio potesse essere …. ecco, questo doveva essere la vera caccia al cervo in campo spirituale: un’attesa paziente con lunghi periodi di silenzio e solitudine senza traccia dell’obiettivo, un cammino faticoso in quella intricata jungla rappresentata dai meandri della nostra coscienza ma, alla fine, forse il premio dell’abbraccio di un Trascendente che non sarebbe stato immagine d’immagine, letto di Procuste a cui adattarsi volente o nolente ma che sarebbe stato contatto reale, diretto, con l’Assoluto e comprensione della volontà globale che governa l’esistente.

Bene, lasciate che vi dica che no, non è così: questa metafora, per quanto allettante, per quanto potenzialmente inorgogliente per uno U*U, non ha davvero praticamente nessun senso in campo spirituale al di là della sua capacità seduttiva.

Perché?

Per almeno due ordini di ragioni (e molti di più, di cui per mancanza di tempo evito di far menzione, se ne potrebbero toccare).

In primo luogo, banalmente, perché, in campo spirituale, non abbiamo la minima idea della differenza tra un coniglio e un cervo. Proviamo a rifletterci un istante: quale è il nostro obiettivo nel nostro percorso di ricerca metafisica? Probabilmente la maggior parte di noi risponderebbe: “comprendere il senso della vita così come pianificato da una Entità Trascendente!”. Ottimo! Ma c’è un problemino: come possiamo comprendere la volontà di una Entità che ci trascende completamente? Come possiamo capire quale senso ha voluto attribuire al nostro percorso una istanza di cui ignoriamo completamente le fattezze, il pensiero, gli obiettivi e, addirittura, persino più radicalmente, la stessa condizione primaria di esistenza?

Ma, mi si potrebbe ribattere, esiste la rivelazione divina, il piegarsi del Creatore verso la Creatura in una comunicazione che è avvenuta tramite Profeti, Saggi, Guru o, nelle visioni più estreme, tramite l’incarnazione del Verbo in un singolo essere umano e che ci ha fornito le linee guida del nostro percorso indicandoci obiettivi piuttosto concreti.

Sinceramente, nonostante abbia, come credo tutti, le mie opinioni in materia, non ho nessuna intenzione di esprimere qui quella che, in ogni caso, sarebbe comunque un’ottica personale. Mi limiterò, dunque, a solo un paio di considerazioni che posso ritenere piuttosto oggettive.

In primo luogo, esiste, filologicamente parlando, un problema delle fonti: qualsiasi testo possiamo recepire come sacro strumento della rivelazione è, in ogni caso, comprovatamente, un testo manipolato nel corso della storia, un susseguirsi di interpolazioni e manipolazioni stratificate nei secoli. E non importa se parliamo della Torah, variamente costruita da un mescolamento di fonti differenti al punto da risultare piena di contraddizioni anche solo linguistiche, dei Vangeli di cui stiamo ancora cercando d’ipotizzare una fonte comune e il cui testo è così pieno di interpolazioni da dar luogo a miriadi di varianti, del Corano, che, in fin dei conti, per quanto testualmente congelato, è una reinterpretazione dei testi precedenti o, per quanto in ambiti differenti, dei Rig Veda di cui esistono persino canoni diversi regionali e di quel canone buddista che dipende dalla scuole di riferimento: in ogni caso i testi di qualunque presunta rivelazione non sono che manipolazione di manipolazioni.

Ma, anche ammesso che così non fosse … tra le tante rivelazioni quale è quella giusta, quella vera? Una sola? Ma come determinarla? Più di una o magari tutte nonostante la loro contraddittorietà? Magari sì, magari tutte nei loro elementi comuni …. ma come spiegare i loro punti di discrepanza se non ammettendo che, in fondo, qualunque rivelazione non è che filtraggio culturale e psicologico umano di un sentire vago, in realtà presente in tutti gli esseri umani e particolarmente in alcuni capaci di focalizzare la loro attenzione su tale sentire ma umanamente impossibilitati ad esprimerlo prescindendo dal loro background esistenziale.

E, dunque, quando le cose stessero così, non dovremmo ritenere che tutti quegli elementi socio-culturali altro non fossero che il transeunte di Parkeriana memoria rispetto ad un permanente che è puro sentire potenzialmente comune a tutta l’umanità ma la cui origine rimane, in ultima analisi, indeterminata?

E, dunque, se di vago sentire ammantato da sovrastrutture temporalizzate e localizzate dobbiamo parlare, allora qualunque di queste scorie di umanizzazione di istanze in sé imperscrutabili e indeterminabili risulta, quantomeno dal punto di vista teologico (sebbene, ma è parere soggettivo, forse non dal punto di vista logico), paritetica.

Cosa significa ciò? Significa, in soldoni, che nulla cambia se affermo che Dio è uno, che Dio è trino, che Dio è una nuvola, che Dio è una montagna, un tuono o il sole, che Dio siamo noi tutti che formiamo l’Anima Mundi, che Dio ci svolazza vicino tramite l’angioletto custode e se ne fotte bellamente delle sue creature, che Dio era un rabbino con i capelli lunghi, un principe indiano o un punto infinitamente grande che ci racchiude: in ogni caso tutte queste altro non sono che categorie umane transeunti atte solo ad esprimere rozzamente una visione umanizzata dell’insorgenza di un fenomeno non categorizzabile, sempre ammesso che tale fenomeno non sia solo una induzione mentale, un feticcio autocostruito nella nostra ricerca di senso. Significa che ogni tentativo di categorizzazione teologica, di tassonomizzazione e, in ultima analisi, persino di sistematizzazione e discussione di istanze variabili, fondamentalmente fantasmatiche nei loro assunti germinali, non è che goffo tentativo di imbrigliare in termini sempre personalmente e solo in seconda battuta collettivamente umani una insorgenza sacrale, una esperienza che è, in ogni caso, sempre “altro da noi” e strutturalmente indefinibile, di appiccicare etichette fittizie a questo o quel “sistema di caccia” che è solo proiezione interiore, castello di carte che poggia sul vuoto di una alterità assoluta, di una distanza ineliminabile.

Ma, se l’obiettivo della nostra “caccia” resta radicalmente sconosciuto e inconoscibile, la domanda che immediatamente deriva dall’assunto riguarda il senso stesso della caccia o, fuori dalla metafora, il senso stesso dell’attività religiosa.

Ed è a questo punto che arriviamo al secondo motivo che rende inefficace qualunque parallelo tra diverse forme di caccia e diverse forme di ricerca spirituale. Il fatto è che le due attività differiscono essenzialmente per i loro diversi obiettivi: mentre nella nostra caccia (e in tutto ciò che, metaforicamente, viene da essa rappresentato) l’intero processo è orientato all’obiettivo, alla conquista della preda, del risultato sperato, nell’atto di ricerca spirituale tutto s’incardina sul processo stesso che è mezzo e fine a sé medesimo.

In altre parole, nel momento stesso in cui ci troviamo per natura costretti a negare la possibilità di stabilire un obiettivo, una meta finale del nostro percorso nel quadro della assoluta impossibilità di “rapportarci con” e “indirizzarci verso” una Trascendenza così totalmente “altra da noi” da essere imperscrutabile in termini di volontà ed essenza, allora ciò che assume senso nel non appiattirsi sul più nudo ed estremo piano materiale è l’atto stesso della ricerca, della elaborazione spirituale che ci fa uscire dalla nostra zona di comfort e ci sfida a tentare di individuare quel “confuso sentire” di cui parlavamo in precedenza come dell’unico elemento “permanente”, dell’unica molla che ci guida verso un “ulteriore”.

Per tornare alla nostra immagine di partenza, sarebbe un po’ come se decidessimo di andare a caccia in una foresta in cui non sappiamo che preda ci possa essere (ammesso e non concesso che ve ne sia una) ma sappiamo che, qualunque cosa essa sia, è talmente ben nascosta che non la troveremo mai e, se anche, ipoteticamente, potessimo trovarla, non la riconosceremmo. Ha senso farlo?

Sì, fratelli, io credo che abbia pienamente senso. Ha senso perché in questo processo di ricerca impareremo a confrontarci con la foresta stessa, impareremo, come di ha insegnato Thoreau, ad ascoltarla affinando i nostri sensi, impareremo a conoscerla e, così facendo, a conoscere noi stessi, le nostre potenzialità, la nostra essenza più profonda, impareremo a sentirci uno con essa, parte di quel grande legame cosmico naturale che ci unisce all’esistente tutto, impareremo ad amare ogni singola foglia, ogni singolo sussurro, ogni singolo alito di vento. Ed è solo questo, secondo me, il senso possibile di una spiritualità: cogliere, pur senza la possibilità di afferrarlo, il permanente evanescente, forse appena percepibile, che alberga nelle nostre vite non solo intese come vite singolari ma come insieme di tutte le vite, sentirci, in questo processo di costante attenzione, uniti tutti insieme in quell’anima mundi divina che contribuiamo a formare e comportarci conseguentemente, protenderci verso l’Oltre il cui orizzonte è l’altro, è l’insieme del Tutto di cui ogni esistenza è componente essenziale e imprescindibile.

Così, fratelli, non esiste coniglio o cervo, non esiste, se non come pura apparenza, dibattito sull’essere questo o quello, sull’essere unitariano o trinitario, cattolico, protestante, musulmano, ebreo o buddista, un po’ più unitariano o un po’ più universalista o un po’ più cristiano unitariano inglese o ungherese o un po’ più U*U americano!

Esiste un processo infinito di ricerca che da personale si fa comunitario e si allarga sempre di più fino a farci sentire, nell’attenzione a cogliere un sussurro di trascendenza in ogni istanza della vita, uno nel tutto. Esiste un processo infinito di ricerca in cui, forse un po’ paradossalmente, il soggetto che ricerca conta più dell’oggetto della ricerca stessa. Esiste un processo di ricerca il cui scopo non potrà mai essere dire: “io ho trovato la verità di Dio” ma potrà essere affermare costantemente: “io sono un uomo, io sono una parte di Dio!”

Adonai echad,

Amen

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