Santi e Profeti di una creazione continua

Cari fratelli,

negli ormai molti anni in cui ho fatto parte della Comunità unitariana, uno dei problemi più importanti che ci siamo trovati ad affrontare è sempre stato quello di cercare di spiegare la nostra fede in termini facili da comprendere per chiunque. Avrebbe poco significato, ormai, all’interno di gran parte del mondo unitariano universalista, dire semplicemente che siamo quelli che non credono nella Trinità o quelli che non credono all’inferno: la nostra spiritualità si è evoluta molto da quando queste spiegazioni avrebbero avuto senso ma, allo stesso tempo, non credo che elencare e spiegare tutti e Sette i Principi e lanciarsi in astruse spiegazioni teologiche sul liberalismo religioso possa essere il sistema migliore per far capire ciò in cui crediamo.

Il problema di una definizione rapida e semplice mi si è posto anche nel mio recente viaggio in Turchia, paese a prevalenza musulmana in cui la distinzione tra una forma di cristianità e l’altra (e, in realtà, tra qualsiasi forma di religiosità che non riguardi l’Islam) fatica ad essere compresa (e, d’altra parte, mi chiedo quanti in Occidente saprebbero distinguere tra Sciiti e Sunniti, per non parlare di Alawiti, Kharigiti o Wahabiti …)

Come spesso accade anche qua, l’idea di unitariano universalista che i miei amici Dervisci, peraltro ottimamente disposti verso qualunque forma di religiosità, costruivano nelle loro menti sentendomi definirmi tale variava, al massimo, tra un generico Protestantesimo e addirittura un Cristianesimo messianico.

Da qua la necessità di formulare rapidamente una definizione che avesse un minimo di rispondenza con la realtà effettuale del nostro credo. Ho optato, allora, per una definizione, forse, come ogni definizione, un po’ generica, che da tempo mi frullava in mente e che, in termini pratici, ho trovato essere piuttosto rispondente con ciò che la maggior parte degli unitariani universalisti potrebbero considerare corretto: “noi crediamo che tutti gli esseri umani siano affratellati dalla medesima origine e dal medesimo orizzonte e che i diversi percorsi religiosi non siano altro che vie culturalmente codificate, in luoghi e tempi differenti, per esprimere la stessa idea di Trascendente e lo stesso cammino verso quell’orizzonte”.

Se, a livello di “semplici” fedeli questa definizione ha subito suscitato un certo grado di successo, vuoi per il notorio ecumenismo derviscio, vuoi perché, in ambito più strettamente islamico (esistono ali un po’ più rigide anche tra i Mevlevi), sottintendeva che potevano considerarmi tanto un loro fratello musulmano quanto un cristiano o un buddhista o qualsiasi altra cosa, la grande fortuna che ho avuto è stata quella di utilizzare questa definizione con una delle persone più profonde che abbia mai conosciuto: uno Sheik Sufi Mevlevi con il quale è cominciata una lunga e appagante discussione filosofico-teologica, al termine della quale ho avuto ancora più la certezza (se mai ce ne fosse bisogno) di come non esista nessuna contraddizione tra il mio essere ministro U*U e il mio essere studente del sufismo dervish.

“Dio”, mi ha detto tra le molte altre cose, “è inconoscibile agli uomini. Le religioni non sono che balbettio d’uomo per esprimere l’inesprimibile. Per questo il Sufismo riconosce oltre 40.000 profeti noti e persino molti più santi, in luoghi e tempi diversi. Costoro hanno lasciato filtrare un po’ di luce nel nostro buio di conoscenza e quella luce veniva dal loro cuore perché, come dice Rumi, neppure tutto l’universo può contenere Dio ma Dio si adagia comodamente nel cuore degli uomini. Ma come esprimere, poi, un sentimento se non nella lingua della cultura in cui si vive? La mente non può che agire da filtro!”

Scusate se esprimo un parere personale ma, sinceramente, mi sembra una affermazione di una logica ineccepibile!

Eppure … eppure mi sono bastati due giorni in Italia per sentirmi dire, per altro da un amico cristiano che rispetto molto per le sue visioni aperte, che questo è “indifferentismo situazionalista che, in ultima analisi, rischia di sfociare in ingenuo qualunquismo e nihilismo”.

Non metto in dubbio che, come ogni posizione, anche questa presti il fianco a rischi e in particolare, giusto per evitare paroloni da teologi, a quello del “ma credete e fate un po’ come vi pare!” ma questo rischio nulla toglie, secondo me alla bellezza e sistematicità del percorso che ne scaturisce.

So che sto per affrontare discorsi piuttosto complessi ma proprio della sistematicità per nulla qualunquista del quadro da cui l’affermazione del mio amico sheik si sviluppa vorrei parlarvi questa sera, cercando di procedere per punti.

1) Partiamo dalla creazione. Alzi la mano (si fa per dire) chi crede che la creazione sia un fatto concluso, una tantum, magari avvenuto in meno di una settimana, magari avvenuto perché dei “vasi” si sono rotti o perché una enorme nube ha generato la vita senza fine. Voglio dirvi che, piuttosto che alzare la mano ad una affermazione simile io me la taglierei (anche qua si fa per dire). Perché? Lasciando anche da parte ogni risultato scientifico che ci parla di un universo in continua espansione, lasciando anche da parte ogni evidenza cognitiva che ci parla di una ininterrotta alternanza di cicli di “morte” e “rinascita” e “ridefinizione” nella natura, è dal punto di vista morale che l’idea di una creazione conclusa risulta inaccettabile: una creazione conclusa significherebbe un mondo statico, di strade già segnate, di cammini predefiniti, in cui lo spazio per la nostra crescita umana, per la nostra iniziativa personale, sarebbe nullo, racchiuso entro confini predefiniti, costretto su binari già decisi. Solo una creazione in continuo sviluppo può renderci veramente co-attori del processo di sviluppo del reale, può lasciare il nostro spazio di corresponsabilità nel compimento di un processo continuo di modellamento e rimodellamento del mondo e, così, dare senso ad una etica e morale umana di cui accogliamo a pieno il peso del nostro dovere di co-costruttori di un progetto aperto. Se ogni cosa, ogni atomo, ogni energia sono in continuo movimento, in continuo fluire (e, lo so, qui gioco in casa perché questo è uno dei sensi principali del simbolo della rotazione su un asse cosmico durante la “sema” dervish), allora il movimento di tale fluire creativo ci rende protagonisti nella scelta di un direzionamento per tale fluire, ci rende davvero attanti responsabili di quella creazione divina che deriva dalla presenza del Divino in ciascuno di noi (e prima o poi cercherò di parlarvi di come lo sviluppo della volontà divina non sia in contrapposizione con lo sviluppo della volontà personale, argomento che, in questo ambito, ci porterebbe un po’ troppo fuori strada).

2) Ma se la creazione è un processo continuamente in atto, allo stesso modo anche la “rivelazione”, se così vogliamo definirla, deve essere un processo dinamico: in uno scenario in costante evoluzione e in costante mutamento, poco senso avrebbe pensare ad una trasmissione “una volta per tutte” della volontà e della progettualità trascendente da svilupparsi attraverso la singolarità di ciascuno di noi e con la nostra collaborazione, ad una trasmissione che si attuasse in un punto del tempo e dello spazio e lì si congelasse in eterno. Con una immagine esemplificante e, in quanto tale, forse fin troppo semplicistica (come è difficile esprimere l’intuizione del Trascendente con parole umane!), possiamo pensare a viandanti lungo carovaniere nel deserto che chiedano indicazioni per il proprio cammino: a che servirebbe una indicazione fornita a mille miglia di distanza di fronte a bivi che continuamente si presentano? Con ogni probabilità, dovremo costantemente chiedere nuove indicazioni, ridisegnare percorsi che ci conducano verso una meta che abbiamo sì scelto e prestabilito, ma il cui raggiungimento implica regolarmente riaggiustamenti in un paesaggio variabile. Dunque, se la creazione è in costante evoluzione, ancora e ancora avremo bisogno di trovare chi ci indichi la direzione in una lingua che possiamo comprendere, per non doverci basare solo su vaghe informazioni ricevute, magari in una lingua straniera da tradurre, a troppa distanza da dove ci troviamo.

Proviamo a partire da un altro punto per comprendere meglio questo concetto. Da molte parti, non sempre giustificatamente e spesso solo basandosi su esempi tanto eclatanti quanto piuttosto distorti in senso salafita, si sente parlare in Occidente di arretratezza di quei pochi paesi islamici in cui la shari’ia viene applicata integralmente. Proviamo a chiederci la ragione ultima di tale arretratezza e difficilmente potremo non concludere che una grande civiltà come quella islamica ci appaia oggi giuridicamente ferma a secoli fa (e, lo ripeto, solo in pochi esempi particolari) a causa di una decisione improvvida: in un momento non ben preciso tra il X e il XII secolo d.C. si scelse, per varie ragioni, di avere la “chiusura dello sforzo”, cioè la fine di ogni evoluzione delle interpretazioni etico-morali del dettato del Profeta nel Corano e nelle Hadith e, da quel momento, le soluzioni già elaborate dagli interpreti (i “fuqaha”) divennero incontestabili. Questo significa che, per certi versi, chi accoglie tale “chiusura” è rimasto fermo a visioni di giustizia ed equità che non possiamo che considerare medievali, che tali sono perché sviluppate appunto nel medioevo e, in fondo, assolutamente non dissimili da quelle praticate nel nostro medioevo occidentale. Vi siete mai chiesti perché alcuni passi della Torah, della Bibbia o di qualsiasi altro testo sacro risultino irricevibili all’orecchio dei contemporanei? Esattamente per la stessa ragione: sono interpretazioni umane di ispirazioni che possono anche essere divine ma che sono legate, con buona pace dei vari letteralisti e tradizionalisti, a momenti dell’evoluzione umana all’interno della creazione continua irrimediabilmente passati e lontani dalle nostre sensibilità contemporanee.

3) Ma se una creazione costantemente dinamica necessita di continue indicazioni, da chi provengono tali indicazioni, situate nel tempo e nello spazio? La tradizione sufi, che mi sembra perfettamente ricevibile in ottica U*U, distingue due tipologie di fonti, a cui ho già accennato in precedenza: i “profeti” e i “santi”. Dobbiamo fare attenzione alla diversa interpretazione data a questi due termini nel mondo occidentale e nel mondo mediorientale. Nel Sufismo, soprattutto in quello Dervish, un “profeta” è colui che è “Mahdi wa Hadi”, “ben informato e ben informante”: una persona che ha studiato e meditato a lungo, che è entrato in consonanza con la volontà divina, se ne è fatto ricettacolo e terreno di coltura ed è in grado di trasmetterla agli altri in forma adatta ai tempi e ai luoghi (intesi in senso culturale) in cui vive, mentre un “santo” è colui che è “innamorato di Dio”, che brucia di amore ed estasi mistica per il Creatore, che sente, indipendentemente dal suo grado di cultura, preparazione, conoscenza, persino intelligenza, il fuoco sacro dello Spirito danzare gioiosamente dentro di sé e non può fare a meno di esprimere tale sentire nella sua vita quotidiana, nel suo approccio verso il prossimo, nel suo agire fattuale. In alcuni rari casi le due figure si sovrappongono creando il “santo profeta”, “Mahdi wa Hadi” e “innamorato di Dio”. Chi sono costoro? Spesso, anche se non necessariamente, quelli che definiamo i creatori delle religioni o delle correnti spirituali: Zarathustra, Siddharta Gautama, Lao Tze, Moshé, Yeshua, Muhammad, Jalal ad-Din Rumi e molti altri con loro, alcuni dei quali oggi a noi sconosciuti. Ciascuno di loro è stato parte del processo di rivelazione, considerando con questo termine il tentativo di disvelamento di un percorso che porta ad un orizzonte comune e trascendente.

Ciascuno di essi, preso singolarmente, ha dato un suo contributo, interpretando il sentire dell’amore divino secondo codici propri del suo tempo, secondo il suo essere uomo che tenta di tradurre un messaggio divino attraverso il filtro della sua finitezza umana. Parlare di unicità, di Buddha, di Messia, di Sigillo dei Profeti, ha senso solo in relazione all’”hic et nunc” del tempo e luogo della loro “rivelazione” e credo che non a caso l’insinuarsi della comprensione di tale limitazione abbia sviluppato, in gran parte delle religioni, il senso di una “parusia” futura che completasse il quadro da essi tracciato.

Il che non significa, fratelli, che ciascuno di essi vada superato completamente: per mille ragioni, sociologiche, cronologiche, psicologiche, culturali, uno di essi può “risuonare” meglio nel nostro animo, può aiutarci più di altri a scoprire qualcosa in più di quel Dio (o Spirito, o Creatore, o Trascendente, chiamatelo come preferite) che, con le parole di Rumi, non troveremo a Gerusalemme, né su una croce, né alla Mecca, ma solo nel nostro cuore in cui “si adagia comodamente”. Ogni essere umano può avere, se lo desidera e realmente è capace di accoglierlo, un Maestro, un “santo profeta” (o anche più di uno) da seguire, una via preferenziale da percorrere: se il Trascendente, nella sua incommensurabile grandezza, è incomprensibile e inconoscibile all’uomo, l’orizzonte che delinea, i tratti della sua volontà che permette di intuire conducono, per chi sappia comprendere il permanente oltre il transeunte, tutti nella stessa direzione.

4) Ed è qui, io credo, che il mio amico che parla di “indifferentismo situazionalista” sbaglia completamente: credere che in una realtà in continua creazione la rivelazione sia altrettanto in fieri attraverso l’opera di “santi profeti” non significa abdicare alla scelta di un percorso e di una guida (anzi, nel Sufismo Dervish, tale guida non è data solo da un Maestro spirituale di riferimento ma, persino, dalla presenza costante e reale di un maestro, di uno sheik mevlevi che sappia consigliarci e aiutarci con una valenza sicuramente più stringente di quella dei ministri di culto U*U) ma unicamente capire che tale Maestro ci può indicare solo una delle molte vie che conducono tutte all’Uno, una via che sta al singolo vivere con pienezza, verità e amore. E, ancora di più, non significa scegliere a caso o credere in chiunque si definisca profeta ma adoperare la nostra capacità critica nel comprendere come, in una interpretazione corretta, ogni vera via spirituale, per quanto diversa nel suo tracciato, ci muova, nel corso della storia e in ogni luogo, verso il medesimo orizzonte e lungo le medesime coordinate morali caratterizzate da amore per il prossimo, giustizia e rispetto e compassione universale.

Ecco, allora, che al termine di questo lungo sermone, in cui, tra l’altro, ho voluto cercare di esprimere come, anche dal punto di vista teologico, nessuna contraddizione debba essere rinvenuta nell’aderire, come molti di noi fanno, allo UUismo e, allo stesso tempo, nel seguire strade diverse che convergano verso un orizzonte comune, voglio lasciarvi, come di consueto, con una preghiera: se è vero che solo pochissimi sono destinati ad essere Maestri e “Santi Profeti”, se è vero che il percorso per diventare “Mahdi wa Hadi” è lungo e tortuoso e adatto solo a chi, forse uno su un miliardo, sceglie specificamente di addentrarvisi e ha la capacità e la volontà di aprire completamente il proprio essere alla consonanza con il Divino, la mia preghiera per tutti noi è non solo che non cessiamo mai di cercare i profeti nel nostro mondo contemporaneo ma, soprattutto, che possiamo innamorarci del Trascendente al punto da informare di Lui l’intera nostra esistenza, perché ognuno di noi è chiamato, se lo vuole davvero, a provare, ognuno con i suoi mezzi e lungo cammini diversi, ad essere Santo.

Adonai echad,

Amen

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A volte bisogna saper perdere il bus

Cari Amici,

L’occasione di questo sermone nasce da un paio di passi biblici che qui riporto e da una esperienza casuale ma molto istruttiva.

I versi sono questi:

13 Allora ti guarderai bene dall’offrire i tuoi olocausti in un luogo qualsiasi; 14 ma offrirai i tuoi olocausti nel luogo che il SIGNORE avrà scelto in una delle tue tribù; là farai tutto quello che ti comando.

Il passo a ben guardare è piuttosto strano, poichè il Principale non dice quale debba essere questo luogo, nè menziona un preciso criterio decisionale, esponendo la scelta all’arbitrio umano. In pratica i versi permettono di fatto ciò che a parole dicono di non fare, con lo scomodo corollario per cui milioni di sinagoghe in giro per il mondo sarebbero potenzialmente fuorilegge, nonchè intere generazioni di credenti che Gerusalemme l’han vista solo in cartolina.

Gli esegeti vedono in questo passo una chiara eco della fonte sacerdotale che, volendo legittimare se stessa, proibisce di fatto qualunque esperienza cultuale che non controlli. Ma questo è solo un filo della matassa, che può accontentare solo gli esegeti e qualche ateo pigro e annoiato.

La situazione si complica invece piuttosto se noi confrontiamo questo precetto con il comportamento di Elia prima [ 1Re 18:30 Allora Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi a me!» Tutto il popolo si avvicinò a lui; ed Elia riparò l’altare del SIGNORE che era stato demolito.] E soprattutto di Gesù, poichè, se è vero che Mt 4:23 andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno, E’ altrettanto vero che Mc 1:35 Poi, la mattina, mentre era ancora notte, Gesù si alzò, uscì e se ne andò in un luogo deserto; e là pregava.

Ma mi rendo conto, che, con le mie astrusità filologiche rischio di annoiare quanti tra noi abbiano ascendenze gallo-marchigiane, quindi lasciatemi porre degli interrogativi sul testo in chiave UU. Essi potrebbero essere: (1) qual è dunque il giusto rapporto tra individualità e collettivo, tra spontaneità e codice liturgico Questo è il problema che vorrei porre oggi. (2)  fino a che punto può essere spontanea ed estemporanea una manifestazione spirituale? Fino a che punto essa può essere pensata come frutto di una dote innata e fino a che punto invece non sia qualcosa oggetto di apprendimento?

Iniziamo dal primo problema luogo qualsiasi vs. luogo che il Signore avrà scelto. Come sapete io sono il fautore dell’ovunque purchè sia, allora come può uno come me interpretare un verso simile che apparentemente lo sconfessa?

(I)

Per poter rispondere occorre dapprima chiarire quale penso sia il rapporto uomo/realtà e poi considerare l’esperienza spirituale, non direi come caso particolare, quanto piuttosto come vertice di questo rapporto.

Iniziamo col ribadire che non penso assolutamente che noi siamo responsabili di ciò ci che succede, ma della risposta materiale, morale e spirituale che diamo a ciò che succede. Non abbiamo deciso noi di essere ricchi, poveri, sani, malati, di vivere questa o quella esperienza, ma ciò è abbastanza irrilevante perché qualunque sia la condizione di partenza.  Ciò che ci succede semplicemente accade, e non sono particolarmente interessato a cercare in ciò che mi succede un disegno o una responsabilità, se volete prendervela col Principale, liberissimi, ma è una strada un pò corta… dopo un paio di bestemmie avrete finito il viaggio.  

Ciò che mi interessa invece è la risposta che diamo a ciò che ci succede, i valori che mettiamo in campo in una determinata realtà, i principi che ci ispirano. Come vorrò dimostrare in questo scritto: nel momento in cui tutti reagissimo a ciò che ci capita in maniera spiritualmente rilevante, le enormi differenze che la sorte ci ha donato in partenza arriverebbero ad essere sempre più trascurabili

Per poter far questo devo avere sostanzialmente 2 cose:

  1. una idea chiara del punto di arrivo, della persona spirituale che voglio costruire, imparare ad essere, perfezionare, una idea che costituisca quello spazio trascendente verso cui tendere
  2. e delle regole pratiche quotidiane che mi diano quantomeno una idea sul cosa fare e che mi aiutino a selezionare nel tempo quel comportamento spirituale ottimale.

E qui arriva un punto importante per noi UU:

Sebbene noi crediamo fermamente  che questi principi formali siano i medesimi per tutti, una volta che essi si confrontino da un lato con la contingenza storico culturale, dall’altro con la personalità dell’individuo, non è più possibile trarre da questi principi universali un set di regole uguali per tutti, ma ciascuno deve poter maturare in autonomia la maniera per lui più semplice per costruire quella persona spirituale di cui abbiamo detto. Quindi ad uno degli interrogativi potremmo rispondere: non si tratta di scegliere tra componente innata e istruzioni apprese, ma nel definire una pratica, cucita sulla sensibilità spirituale di ogni individuo in cui la componente culturale concorra a elicitare tra le caratteristiche innate quelle che meglio risultino funzionali alla costruzione della persona spirituale

(II)

Ma questa costruzione si ottiene e si sostanza solo attraverso una applicazione quotidiana costante, una pratica che abbia come obiettivo quella che chiamiamo esperienza Spirituale ottimale. Essa è l’incontro di due elementi, l’uno umano e consapevole, l’altro spirituale e trascendente. Dal primo punto di vista è indispensabile che ciascuno di noi analizzi se stesso e capisca di volta in volta quali sono gli elementi che può migliorare. Devo capire io ad esempio, qual è l’ambiente che meglio in questo periodo mi permette di sentire  ciò che faccio, sia esso il deserto, la sinagoga, la natura o cos’altro; devo capire quale sia la pratica che più mi pro-voca ad un atteggiamento spirituale, sia la Torah, sia il vangelo, sia qualcosa di più fisico, o siano anche le litanie a santa Rosalia (che mi tocca scrivere). Ma il testo da cui siamo partiti ci ricorda che questo non basta, che l’esperienza che cerchiamo conserva un carattere di evento che va accudito e rispettato, non è qualcosa di lineare che possa avvenire sempre e scientificamente, ma è qualcosa che accade e quando accade dobbiamo essere pronti e viverlo appieno.

(III)

Un’ultima questione: nel momento in cui l’uomo è costitutivamente un animale sociale e ciascuno esprime un frutto spirituale individuale, come immaginare una pratica collettiva, che possa da un lato costituire una cocostruzione e una condivisione delle esperienze e dall’altro rispettare la peculiarità del percorso individuale? Questo sarebbe il tema di un altro sermone, ma lasciatemi accennare almeno un paio di cosette. La prima: lungi dal voler forzare una pratica uguale per tutti occorre promuovere un atteggiamento che preveda la pluralità di pratica, nel rispetto di alcuni principi di tolleranza e buon senso. La seconda, e qui gli UU con la Comunione dei Fiori sono maestri, promuovere il dialogo e la condivisione di esperienze, in modo che ciascuno possa far tesoro della vita spirituale dell’altro e tutti possano crescere insieme.

(IV)

Vi racconto infine l’episodio, che mi ha dato l’idea di questa riflessione e che mi è capitato qualche tempo fa. Sarà esperienza comune di quanti prendano i mezzi tutte le mattine alla stessa ora, riconoscere le facce dei vostri compagni di viaggio, che fanno tutti i giorni il tragitto con voi per un motivo o per l’altro. Una mattina stavo per salire sul bus con uno di questi viaggiatori abituali quando lo vedo attardarsi al momento di salire e perdere il bus…, faccio per bloccare le porte per permettergli di salire, quando sorprendentemente mi dice “ Non si preoccupi, prendo il prossimo, il riflesso dei raggi del sole tra gli alberi e tra i palazzi è talmente bello ora, talmente magico, che non posso rischiare di perdermelo, a cosa servirebbe vivere se no?”

Secondo la logica mondana costui è poco più di un pirla, uno scansafatiche che trova mille scuse, perfino mistiche pur di non andare in ufficio, ma da un punto di vista spirituale la questione cambia radicalmente.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di fermarsi ad ascoltare lo Spirito e, in ultima analisi, ad ascoltarsi

Nasè Adam

נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם

Amen

Rob





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Procuratevi un setaccio e sarete davvero felici

Cari Amici,

Vedo in giro gente triste e rancorosa, persone insoddisfatte e con poco equilibrio che cercano una soluzione al proprio malessere in una pastiglia, in qualche eccesso, o nell’odio verso l’Altro, il diverso.

In un’epoca di progresso, di emancipazione, di possibilità prima impensabili sembra che il sentimento collettivo non sia pronto a un simile salto ed arranchi senza riferimenti. L’odio, il rancore, il nihilismo che oggi sembrano i soli sentimenti legittimi per l’uomo vero, sembra lascino dietro di sè una pletora di gente spenta, sofferente e disperata

La cosa mi sembra ancora più strana se la paragono alla mia situazione: io le ho tutte: sono disabile, interista e unitariano. Se si dovesse indicare un disperato, quello dovrei essere io… eppure sono felice. Secondo l’immaginario collettivo, a causa della disabilità non dovrei avere alcun motivo per essere felice, non dovrebbe esserci alcuna scusa, alcun palliativo possibile che possa allontanarmi dal mio posto di dolore. Eppure sono felice. Perchè sono felice? Se riuscissi  a rispondere a questa domanda forse potrei essere utile a quanti brancolino nel buio nihilistico. Per rispondere penso sia opportuno sgomberare preliminarmente da alcuni errori comuni, il primo dei quali penso sia il legare la propria felicità a uno stato di cose: sono felice se l’Inter vince, sono felice se mangio pizza, sono felice se sono al mare. E se queste cose non succedono? Rischiamo di rimanere impantanati nell’attesa. Di questo c’è anche un corollario sociale: il romantico sono felice se mia moglie è felice, o il professionale sono felice se il mio capo è felice, Ma se non succede? Se mia moglie c’ha un diavolo per capello o se il mio capo non ha digerito, io non posso essere felice? Credo che alla base di questo ragionamento ci sia una fallacia di controllo: io posso essere felice solo se le cose vanno nel modo in cui dico io, solo se si verifica ciò che ho deciso io. Solo che così non è. Non voglio perdermi nel capzioso e un po’ inutile problema su chi sia ad avere il controllo, alcuni crederanno in un Dio Burlone, spesso a tinte discutibili, altri in un caso cieco e senza senso, a me qui basta pensare che io non sia in totale controllo di ciò che mi accade e che se voglio essere davvero felice non posso basarmi semplicemente sulla speranza che si verifichi un certo stato di cose. Anche perchè, come ci insegna Schopenhauer, noi siamo drogati di aspettative. Nel fortunato caso si realizzi ciò che avevamo desiderato, siamo sempre pronti a rilanciare.Quando avevo 7 anni pensavo che la felicità fosse poter vedere tutto il giorno Junior TV, quando ne avevo 11 bramavo un computer, a 20 una fimmina, a 30 un lavoro. Tutti questi traguardi li ho raggiunti, ma è facile notare come l’asticella si sia completamente spostata. Credo insomma che importante sia un cambio di prospettiva, molto orientaleggiante per quanto ne so: per poter essere felice non posso adeguare la realtà ai miei desideri, ma forse posso ritarare i miei desideri a partire dalla realtà e farlo a tal punto da desiderare ciò che accade realmente. Lasciamo perdere gli estremi, ma credo sinceramente che questa sia la strada più giusta. Ciò che mi viene in mente quando penso a questo è che l’attività del setaccio pensieri cercatori d’oro setacciavano la sabbia e il fango per cercare pepite. Pensate a quanta fatica, ma anche alla sorpresa di trovare una pepita in mezzo a un mare di fango in situazioni magari che non erano prevedibili. Ecco io credo che noi dovremmo imparare una cosa del genere rispetto alla nostra realtà, ossia a non dare per scontato gli affetti, le belle esperienze, le piccole cose Io credo che pensare che la felicità sia altrove sia sbagliato:  veramente felice è colui che riesce a ritrovare gli aspetti importanti di queste piccole cose.

Imparate, alla fine di ogni giornata, in mezzo a qualche esercizio di preghiera/meditazione che non guasta, a guardare indietro alla giornata appena trascorsa e a ritrovare in essa qualche motivo per averla vissuta. Dopo una prima fase, la semplice consuetudine a questo esercizio vi porterà a vivere meglio e a scoprire nuove prospettive nella vostra vita consueta da cui saprete di essere più felici di quanto avreste pensato. E’ l’arte di usare il setaccio spirituale per ripulire la percezione dell’esperienza comune dalle sabbie dell’abitudine e della consuetudine, riscoprendo in ciò che già siete qualcosa di autentico ed appagante. Scoprirete che la felicità non è un diventare altro, ma un saper essere se stessi

I nostri amici greci possono venirci incontro su questo punto: essi descrivevano la felicità come Eudaimonia εὐδαιμονία, che, senza tediarvi con noiose discussioni filologiche, può anche voler dire andar d’accordo (εὐ) con il proprio Spirito Interiore (δαιμον), o anche, in termini meno solenni ma più vicini a noi, ascoltare con serenità quella vocina di cui narrava Parker bambino, tanto cara a molti di noi  

Bisogna accettare di trovarsi disarmati di fronte a questa voce, di ascoltarla, accettando che possa metterci di fronte parti di noi stessi che non vorremmo e vedere e superando la paura di alzare il velo della nostra coscienza. Nietzsche diceva che spesso l’esperienza più profonda e quella più spaventevole si somigliano, vanno a braccetto: molta gente ha paura di questa voce, fugge lontano per non sentire, rinuncia a questa felicitá profonda ma rischiosa in nome di qualcosa di piú effimero ma superficialmente e temporaneamente più rassicurante fuori di sé.

Questa voce ci mostra chi siamo e ci mette in contatto con quella scintilla divina che semplicemente ci dice chi potremmo o forse dovremmo essere. Non c è bisogno di metafisica per descrivere ciò a cui mi riferisco; ognuno di noi sa di cosa sto parlando e chiami pure quell’esperienza nel modo che sente culturalmente più affine.Sia detto en passant: sto facendo perno su uno dei cardini socratici dell’antropologia UU. Parlare dell’intrinseca dignità di ogni essere vivente significa anche pensare che egli nasca con un chiaro concetto di ciò che potrebbe fare per il bene, ma anche, qui stoppo il sussulto di Laura, con la totale libertà e responsabilità di raggiungerlo, e questo costa molta fatica. Più che a uomini malvagi penso dunque ad uomini pigri ed impauriti, che le tentano tutte pur di non guardarsi dentro, pur di non provare quella sensazione sgradevole di sentirci esaminati giudicati, rimproverati.

Ma è proprio qui il punto decisivo: credo non si possa essere felici senza accettare questa esperienza di ascolto intimo, non si possa essere felici fuggendo da se stessi. Se volete essere felici, non rifiutate il confronto con questa voce spirituale, potreste scoprire di non essere poi così soli e disarmati. La pratica spirituale quotidiana, su cui insisto molto, non è una annoiata ripetizione di formule, ma un modo per imparare a guardarvi dentro con calma e senza paura, trovando, giorno dopo giorno un equilibrio migliore con ciò che sentite nel profondo.

Lasciate che questo rapporto costante con quella vocina sia il filo conduttore delle vostre giornate e vedrete che nel tempo maturerete un sentimento piacevole e stabile.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di usare il setaccio dell’esperienza per recuperare il valore autentico e gratificante della vita anche in condizioni che sembrano proibitive, e coraggioso al punto di osare d’ascoltare la propria voce spirituale, trovando con essa un accordo che gli permetta di essere finalmente e stabilmente felice.

 

Nasè Adam,

Amen

Rob

 

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