Ma quando mai!

Lc 2:46 lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande

Cari Amici,

Il Bar Mitzwah che Gesù ha compiuto sancisce nella tradizione il fatto che il ragazzo o la ragazza siano in grado di leggere e capire il testo sacro e, in funzione di ciò, di essere responsabili moralmente rispetto alla legge e alla comunità,Tutto molto bello, se non fosse un attimino pretenzioso. Il passaggio dal saper leggere e capire all’essere moralmente responsabili, cosi inteso, è un poco frettoloso per i nostri gusti. Anzitutto, ciò che si legge dovrebbe contenere una chiara e univoca indicazione di cosa fare e quando, in modo da permettere al fedele di orientarsi senza ombra di dubbio. E’ così? Torah, Vangelo, o chi per esso contengono delle chiare indicazioni su cosa fare e quando? Ma quando mai!! Vi insegno un trucco, come capire subito se una persona non abbia capito nulla di ciò che ha letto? Facile. Se questa viene da voi e vi propone una interpretazione vera unica e incontrovertibile del testo sacro, state pur certi che questa non ha proprio capito nulla.Secondariamente, la responsabilità derivante dalla sola, semplice lettura implicherebbe che il testo sacro, nella sua interpretazione letterale abbia sempre ragione. E’ così? Ma quando mai! Ci sono un sacco di castronerie in qualunque testo sacro si consideri: omicidi, adulteri, affermazioni elitarie ed inique. Spero proprio che il ragazzo in questione NON impari la lettera del testo, di qualunque testo sacro. Infine per poter essere vero, dovrebbe essere possibile che il testo sacro contenga solo indicazioni universali, che valgano in qualunque epoca ed in qualunque cultura, in modo che se io lo legga a Bari o a Bali, se io lo legga adesso o nel medioevo, ciò che c’è scritto valga sempre e comunque, in maniera piana e incontrovertibile. E’ cosi? Ma quando mai!Il testo sacro contiene si delle indicazioni edificanti e universali, ed è la ragione, come vedremo più avanti, per cui lo leggiamo e rileggiamo, ma contiene anche tanti elementi culturalmente determinati, che, come vedremo, lungi dal dover essere buttati via, devono servirci da volano, da carburante per la nostra crescita spirituale.Ma poi, chi dovrebbe certificare che uno sia pronto ad essere giudicato moralmente? Come? Quando? Stiamo sul come.Siamo sicuri che saper leggere e scrivere sia condizione necessaria e sufficiente per essere responsabili moralmente? Ci son tanti fini letterati che dal lato morale sono o sono stati discutibili… Uno potrebbe dire io ti do strumento, da ora in poi sono fatti tuoi. Traducendo, io do a un 14enne la Bibbia in mano, che lui sa leggere, e da ora in avanti sono solo fatti suoi,se sbaglia paga con l’ignominia. Vi sta bene una cosa del genere? E’ realmente equa e praticabile.Pensate ai 14enni che conoscete, vi sembra equo? Dilettanti allo sbaraglio? Direi di no, soprattutto se il codice di legge è così complicato come abbiamo visto essere quello del testo sacro. E poi chi giudica? La comunità? Ci mettiamo lì con i popcorn e televotiamo sulla vita degli altri? Un singolo particolarmente saggio e meritevole? A trovarlo! Senza contare che, anche questo presunto saggio, come qualunque uomo presente sulla terra, avrà anche lui le sue magagne, e se da un lato è proprio perchè anche lui ha le sue macchie, che può giudicarmi, dall’altro chi è mai costui per giudicare le mie macchie e non guardarsi le sue?
Infine cosa vuol dire esser pronto? o essere santo? E’ davvero una etichetta che possa essere appiccicata sulla fronte di qualcuno per poi non essere più tolta od essere tolta solo una volta e una volta per tutte? Non è forse più sensato pensare che ci siano dei momenti nella vita in cui, fatto salvo il minimo sindacale che garantisca il vivere civile, noi possiamo dirci pronti, ed altri invece in cui, semplicemente, non lo siamo? Non è forse più corretto perorare un rapporto dinamico e continuativo tra l’uomo e l’essere morale? Pensare, come direbbe il Nietzsche Zarathustra che l’uomo sia in ogni momento della sua vita un equilibrista su un filo che va dalla bestia al Divino? Al Cristo, al Superuomo? Allora, quando facciamo fare la cresima o il bar Mitzwah o qualunque altro rito di passaggio, cosa celebriamo concretamente? Quale passaggio?Credo in sintesi che invece di essere la fine di un processo di acquisizione di un processo di competenza morale, questo rito di passaggio ne sancisca l’inizio, l’incipit di una storia che sostanzialmente avrà fine solo con la fine dell’esperienza terrena dell’individuo.Non si tratta dunque di dire, mò sò cacchi tua, ma di accogliere un nuovo membro in una squadra, la congregazione, che abbia il comportamento morale come fine e non come causa. L’essere morale non è e non può essere un fatto, quanto piuttosto un farsi, il cui compimento necessita del nostro impegno e della nostra vita. Le parole del Maestro: sono venuto per portare a compimento, dicono appunto questo: che la lettera non può non incontrare la vita, con le sue ambiguità e contraddizioni. In questo processo il testo sacro è un terreno fertile in gradi di far crescere potenzialmente di tutto. Il rito di passaggio è l’inizio di una semina autonoma che però non può mai prescindere da un aspetto relazionale che possiamo intendere in 4 sensi: una relazione con noi stessi, con chi siamo e con chi siamo stati; una relazione con la comunità più o meno allargata, che è fatta di vite come la nostra, di esempi buoni e meno buoni; una Tradizione storica su cui formarsi ed a cui apprendere ed infine una relazione costante e quotidiana col Divino. Solo al punto in cui noi decidiamo di giocare questa partita, in squadra, e giochiamo come squadra, allora l’esperienza è autentica, se invece decidiamo di nasconderci in qualunque modo sia possibile intendere questo nascondimento da Adamo in avanti, allora non ci sarà nessun passaggio e si tornerà indietro, a qualunque età. Purtroppo, però, nelle nostre Chiese, anche per colpa delle Chiese stesse, si è smesso di pensarsi come squadra e non c’è dialettica, nè scorrimento: da un lato ci sono i ministri, presunti depositari della verità e dalll’altro i fedeli, che tra di loro non parlano.La comunicazione è unidirezionale e non c’è scambio costruttivo, solo qualche sporadica e rabbiosa contestazione. Occorre invertire la rotta e imparare a considerarsi come squadra, in qualsiasi caso, in qualsiasi chiesa.

Nasè Adàm
Amen
Rob

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La maionese sulle patatine non mi piace

: Gen 1:2 La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.3 Dio disse: «Sia luce!» E luce fu.
Cari Amici,
Dopo aver ordinato un cuoppo di patatine fritte, mi stavo intimamente lamentando con il Principale per la presenza a tradimento della maionese, che a me assolutamente non piace, quando una signora mi attacca un bottone che non finisce più, che finisce, dopo un centinaio di passaggi che vi risparmio, chiede a me di spiegarle il simbolo del Tao. Come certamente saprete, io di Tao non ne so nulla, il vero, unico e incontrastato esperto è Alessandro, ma vi trasmetto il mio tentativo di occidentalizzarlo, pensando che magari potrebbe essere un buono spunto di discussione.
(I) Psicologico
Credo che l’esperienza quotidiana di vita di ogni singolo individuo debba prevedere un equilibrio armonico di due istanze antitetiche e compresenti. Per prima cosa infatti l’individuo deve saper essere sereno e contento rispetto alla realtà così com’è… come direbbe Nietzsche, quand’anche questo giorno dovesse durare 1000 anni e ripetersi così com’è ogni giorno, il credente dovrebbe leggere nella realtà i presupposti per esserne sempre felice. La preghiera, la meditazione, la riflessione spirituale, debbono servire per riconoscere e mitigare i quotidiani elementi di dissonanza rispetto a questo atteggiamento.
Tuttavia non c’è solo questa istanza, essa deve essere equilibrata e armonizzata dall’esigenza di crescita, di novità, di sperimentazione. Senza essa l’uomo è dimezzato. Uno dei problemi che abbiamo da sempre riscontrato nel dogma è infatti l’idea che una qualche affermazione possa arrestare o addirittura ostacolare il percorso di crescita dell’individuo. Qualunque Tradizione voglia essere vicina alla verità e voglia rappresentare per gli individui cui si proponga, qualcosa di stabile e duraturo, deve poter testimoniare e rappresentare l’equilibrio tra queste due istanze.
(II) Antropologico
Proseguendo il discorso, il Tao ci racconta molto della natura dell’uomo che è fatta di luci ed ombre e non è mai solo luce o solo ombra. Ogni uomo ha in sè un coefficiente di spazzatura, delle ferite nell’animo con cui deve imparare a convivere e che deve imparare a portare con dignità. Come dico sempre, diffidate dei santi e dei dannati. Se di una persona conoscete solo pregi o di un’altra solo difetti allora vuol dire che non lo conoscete affatto. Uno dei motivi a mio avviso della crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi sta nella falsa credenza che l’altro possa o debba essere immacolato. Le ferite, gli errori morali che abbiate commesso, e ne parlo per esperienza personale ovviamente, sono parte del nostro bagaglio di vita, e cagionano un dolore ed un rimorso che può costantemente ricordarci quanto si stia male lontano dal sentiero spirituale e quanto invece sia importante impegnarci per rimanervi. Con questo ho perso la fiducia nella intima bontà dell’essere umano? No, ma la argomento a partire da due elementi che è opportuno ricordare. Il primo è che il fatto che l’uomo sia buono non vuole dire che riesca in un percorso senza macchia, anzi, forse implica proprio che debba avere a che fare con la sporcizia di vita, imparando a gestirla e a non farci travolgere. Inoltre il fatto che la qualità della vita del singolo e della società sia abbastanza oggettivamente in miglioramento, non significa che l’esperienza in sè sia contingentemente priva di difficoltà personali e sociali. Quelle ci saranno sempre, fanno parte dell’essere palestra della vita, della concezione della vita come esperienza maieutica, che attraverso le difficoltà ci aiuti a definire il nostro carattere morale e spirituale. E’ importante dunque che non confondiamo la crescita indiscutibile dell’umanità come specie, con il dovere del singolo di fare esperienza del travaglio del negativo.
(III) Fenomenologico
Un ultimo aspetto che citai tra una patatina e l’altra è una indicazione sulla realtà percepita, che è intimamente contraddittoria e vede la contrapposizione di due principi, la luce e le tenebre, l’ordine e il caos, senza che l’uno possa prevalere sull’altro. Ce lo racconta la Bibbia sin dai primi due versi, come sappiamo. In ogni esperienza che noi facciamo della realtà, se è autentica, dobbiamo poter rintracciare elementi d’Ordine ed elementi di Caos. E il Principale in tutto questo? Svolge una funzione duplice (da qui uno dei sensi del duplice modo di riferirsi a Dio nella Bibbia). Da un lato, come tetragramma, egli ci aspetta in un giardino al di là della contrapposizione luce tenebre, in uno spazio spirituale raggiungibile con la preghiera, la meditazione e l’esercizio, promuovendo in noi una esperienza di elevazione e trascendenza del contraddittorio dato reale; dall’altro egli incarna, come elohim, la molteplice e mutevole esperienza del principio d’Ordine all’interno del dato reale. Da un lato ci aspetta al traguardo (tetragramma) dall’altro ci accompagna nella corsa, standoci sempre un passo avanti, e sostenendoci e incitandoci ogni volta che noi lo cerchiamo. Quindi, riassumendo, non dobbiamo scandalizzarci della presenza di un principio caotico e destabilizzante nell’esperienza percepita, perche ne è connaturato. Noi siamo qui proprio per fare esperienza, del caos, di un toro meccanico imbizzarrito, pronto a destabilizzarci, cui noi dobbiamo sapere opporre destrezza ed equilibrio per stare in sella.
(IV) Regno e Armonia
Il proposito di Dio, per quanto ci è molto comodo pensare il contrario, non è quello di sottrarci all’esercizio, ma di sostenerci durante la prova, di consigliarci attraverso l’esperienza di altri, e di aspettarci a fine esercizio, per complimentarsi e lasciarci riposare. Pensare altrimenti significa misconoscere e fraintendere la libertà e l’agenticità umana. Non viviamo questa esperienza solo per buttarla via facendo la prima cosa che ci salti in testa e ci gratifichi C’è qui un equivoco fondamentale: l’uomo non è qui in villeggiatura, l’uomo non è qui per fare la prima cosa passi per la testa. La libertà potenziale concessa di fare anche le peggio cretinate a uno vengano in mente, e che ben presto, purtoppo, sono diventati libertà fattuale (se ci pensate non è e non deve essere una equazione automatica) non implica che l’uomo sia venuto sulla terra per accettare una sfida, quella di saper maturare una autodeterminazione moralmente fondata nonostante la libertà di indifferenza. La sfida di ritrovare il segno della Trascendenza nonostante il clima e gli indizi sembrino contrari. E’ questo un esercizio di umanità portato avanti da chi sappia vivere e non essere vissuto in preda ai venti o ai piaceri del momento. Non è una demonizzazione della vita o dei piaceri, è la consapevolezza che l’uomo non deve essere prono agli eventi ma deve mettere una iniziale distanza fra sè e ciò che accade, che gli permetta di esercitare moderazione e controllo, manifestando l’essenza ultima dell’essere umano.
L’armonia che antiamo cercando, personale e collettiva, il Regno, implica che piaceri, doveri, spiritualità, lavoro, vengano iscritti in una sintesi che preveda l’armonia e la simmetria di ogni aspetto, proprio come l’immagine del Tao, nota a tutti ci suggerisce. Come diceva già il mio caro vecchio Aristotele, la prosperità del carattere non sta nell’accentuazione di una sola tendenza e nella demonizzazione dell’altra, ma nella ricerca di un giusto mezzo, di una armonia tra le parti che sola può essere sostenibile sul lungo periodo. Saggio non è chi è senza macchia, ma chi sappia riconoscere le proprie debolezze e tenerle a freno quando serva.
Intanto ho finito il mio cuoppo di patatine, non so bene se la signora mi avesse seguito e ascoltato ancora, comunque ho salutato e me ne sono andato.
Amen
Rob

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Basta un piccolo granello… esercizio di matematica spirituale

Lc 2: 22 Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore,
Cari amici,
Detto degli aspetti tecnici e dogmatici dell’episodio in altre occasioni, cui rimando i lettori, e detto dell’identificazione mistico simbolica di Maria con l’anima di ciascun credente, oggi vorrei parlare del concetto di purificazione nella tradizione unitariana, poichè esso, sebbene totalmente frainteso e penalizzato dall’esperienza dogmatica, ha dei risvolti antropologici che dobbiamo considerare.Anzitutto cominciamo col dire che il fatto che noi consideriamo l’uomo dotato di una scintilla divina tendente al bene, non significa che non vediamo il fatto ovvio e banale che questo processo possa essere perturbato da alcuni nostri accadimenti fortuiti, da una nostra mancanza di impegno, da una scelta deliberata od anche da una mancanza temporanea di controllo o eccesso di confidenza.Pur constatando l’indiscussa difficoltà di portare a termine una condotta di vita spiritualmente ineccepibile, questa difficoltà, può e deve essere ascrivibile a categorie un poco più fini di quelle che prevedano la più o meno irrimediabile corruzione dell’animo umano o, peggio, la presunta impossibilità di mettere in campo un comportamento spiritualmente rilevante.Vediamo dunque una prima carrellata di motivazioni per cui una persona possa in qualche modo perdersi nel suo viaggio verso il bene.Come prima cosa direi qualche accadimento fortuito, un lutto, una disabilità, un tradimento, che possono certamente macchiare di fango la nostra anima e ferirla anche piuttosto gravemente soprattutto in assenza di un processo di pulizia e recupero.E’ qui è la parte discriminante: la pratica quotidiana. In assenza di una pratica quotidiana e periodica che ci permetta di affrontare le macchie che quotidianamente possano sorgere nell’anima e pulirle, noi saremo sempre comunque destinati al fallimento. Come sempre non ne faccio una questione di contenuti, non posso scegliere per voi questa o quella preghiera o meditazione o esercizio. Posso però indicare due caratteristiche che essa debba avere: la prima è costituire per me un buon viatico che mi conduca all’esperienza spirituale ottimale, come abbiamo sempre detto; la seconda è che attraverso la ripetizione quotidiana e la pratica costante, mi aiuti a piantare dei punti fermi che possano essere riferimento ed ancora nei momenti più bui.

Ma fango sulla nostra anima può derivare anche da una nostra inerzia e pigrizia, che, ancora una volta può derivare o da una scelta deliberata del tipo preferisco televotare in tv piuttosto che occuparmi della mia anima, scelta sulla quale non ho niente da dire, oppure da una presunta incapacità di mettere in pratica una corretta pratica spirituale, ove per corretta intendo orientata allo scopo di cui abbiamo detto prima. Credo che a questo punto utile possa essere l’analogia con un esercizio di matematica.
Ammettiamo infatti che io debba farne uno ma non sappia farlo, cosa faccio? Mi documento, sia chiedendo a persone (siano esse professori, compagni o parenti), sia ripassando libri cartacei, sia, ed è novità di questi anni, cercando sul web. In ambito spirituale dovrebbe avvenire la stessa ricerca preliminare, al fine di arrivare ad una esperienza spirituale significativa, dovrei poter confrontare la mia pratica con ministri e confratelli, leggere breviari di altre persone in cammino ed essere cosciente di alcune esperienze che il web metta a disposizione. Questo avviene? In scarsissima parte. Proprio come il ragazzino di fronte alla matematica, anche il fedele di fronte alla pratica trova più comodo rifugiarsi in un laconico “ non lo so fare”.
Ma ammettiamo pure che l’esercizio sebbene svolto correttamente, non riesca. A cosa penseremmo? Prima di pensare alla necessità di innovare le leggi della matematica, ad un errore nelle tabelline che noi soli dopo 27 secoli abbiamo rilevato, dovremmo con maggiore giudizio, ripetere i vari passaggi, pensando a quali ci abbiano visti distratti o troppo superficiali al punto di non portare al risultato sperato. Allo stesso modo, in ambito spirituale, se contingentemente, non sentissimo in ciò che facciamo l’appeal necessario per condurci all’esperienza ottimale, prima di inventare nuove religioni, dovremmo pensare se la consuetudine alla pratica non ci abbia portato a dare a tal punto per scontati alcuni passaggi. E’ certamente difficile, implica la volontà di mettersi in gioco e tirarsi sulle maniche, ma è anche l’unico modo che io conosca.

Uno dei maggiori pericoli per la nostra anima è quello di dare troppo per scontato il risultato di una azione finendo cosi con l’imporre una nostra idea su come debbano andare le cose alla realtà stessa, con lo scomodo corollario che, se le cose non dovessero andare come noi abbiamo deciso ad arbitrio che debbano fare, abbandoniamo stizziti ogni pratica, accusando il Principale di non essere equo e giusto, basandoci solo sul nostro giudizio. Le cose sono un po’ più complicate della nostra semplice volontà di volerne essere padroni prevedendole. In questa presunta delusione nel vedere che le cose non vadano nel verso da noi auspicato, dobbiamo anche saper riconoscere un principio egoistico che impone ad altro il proprio giudizio e un atto di paura di fronte all’ignoto, che ci invita a cercare sicurezza nella prevedibilità.
Una prospettiva differente in merito deve invece poterci derivare dalla pratica stessa: non è l’invarianza dogmatica della realtà a dover essere per noi fonte di certezza e di stabilità, ma la costante possibilità, in qualunque contesto ci si trovi, di una esperienza spirituale ottimale raggiunta attraverso la pratica. La preghiera, la meditazione, l’esercizio, sono e debbono essere quelle esperienze rifugio possibili cui ciascun credente dovrebbe poter tornare anche in assenza di condizioni fenomenologicamente favorevoli. Non possiamo vivere in balia di una percezione.
Dobbiamo pensare piuttosto che il nostro agire spirituale sia quell’atto trasformativo in grado di tirar fuori dal nostro vivere contingente il carburante per l’esperienza spirituale. La vita sarà agrodolce, come sempre è la vita. Nostro compito è quello di imparare a ricondurre la variabilità della buona e della cattiva sorte alla costanza spirituale. Non esiste un solo segno e una sola via che possano darci esperienze spiritualmente degne, ma sono molteplici, e noi dobbiamo saper tornare all’Altro/Oltre, qualunque sia il segno che contingentemente stiamo vivendo

Se ci pensate però il Vangelo ci porta a riflettere sulla necessità di purificazione proprio quando tutto sembra andare per il meglio, quando il bambino sia già stato partorito. Sembra paradossale, ma uno dei problemi nel rapporto con la fede è proprio la crisi e l’abbandono dopo un momento di piena comprensione e partecipazione. Ogni ministro di ogni denominazione, ogni Maestro di ogni Tradizione, può dirvi di quante persone, forse la maggior parte, abbia visto accostarsi al cammino con le migliori intenzioni e applicarsi con una dedizione quasi insostenibile, salvo poi abbandonare dopo i primi risultati. E’ nel momento in cui le cose sembrano andare per il meglio che bisogna essere più guardinghi. Da un lato l’essere umano è soggetto strutturalmente, antropologicamente all’assuefazione, dall’altro si abbassa la soglia di attenzione, convinti di poter recuperare quanto prima.
Solo che non è così. Questo piccolo, insignificante granello di scollamento si fa valanga e la persona si perde, magari sempre convinta che il ritorno sia ad un passo, prima o poi… solo che non accade. E’ in questo momento che l’esigenza di purificazione deve poterci venire in aiuto, nei due sensi in cui è stata storicamente intesa. Da un lato si tratta di pensare che ogni processo di pratica spirituale portata a termine con successo, porti con se qualche minimo residuo, tipo polvere od usura negli ingranaggi, e quindi ad un annesso momento di pulizia spirituale quotidiana, che dia per scontata l’usura e la polvere e sappia di conseguenza snidarla e pulirla; dall’altro purificazione come esperienza del fuoco, (pur in greco è fuoco), che ci renda pronti come agenti spirituali a far passare la nostra esperienza di fede attraverso il fuoco delle esperienze di vita.
Senza questo duplice impegno nella maratona dell’esperienza di fede saremo tutti portati ad arrancare prima o poi.
Nasè Adam
Amen
Rev Rob

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