Attenzione alle guardie arrabbiate, ma anche ai bambini capricciosi

 
(I)
Nessuno è libero se non è padrone di se stesso – Epitteto
 
(II)
Il dizionario è l’unico posto dove “successo” viene prima di “sudore” – Vince Lombardi
 
(III) Mt 19
[Gesù disse] va’, vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». 22 Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni. 34 Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, Gesù disse loro: « E che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima sua? Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35 Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà.
Cari amici,
Vi scrivo dopo aver avuto una settimana particolare: tre amici mi hanno chiesto aiuto per dei problemi molto diversi, ma anche molto simili. Un amico ha problemi col cibo, un’amica con con le serie tv, e un’altra col vermut. Il primo dice: quando non so cosa fare mangio, mangiare mi gratifica, riempie un vuoto. La seconda: più penso alle cose da fare, più mi assale la noia… e non ce la faccio, mi dico che mi concedo 5 min di tv e passano 4 ore, e più il tempo passa più mi sento in colpa, più guardo la tv. La terza: Ho paura di non essere all’altezza, di non piacere, di non essere adeguata, di deludere e ho scoperto che qualche sorso mi dava quella spinta dolce che mi faceva sentire simpatica, attiva e coraggiosa… solo che ora comincia a diventare qualcosa di più di qualche sorso e ho paura.
Poi mi è capitato per caso di seguire le lezioni di Michael Sugrue, un professore di Storia all’Università di Ave Maria in Florida [Che bello, che potenziale potrebbe avere internet se fosse usato con raziocinio… un disabile malconcio può seguire dal letto delle lezioni di un professore in Florida… fico!] e in una di queste diceva [E’ una mia sintesi] che la nostra società non è più educata al disagio, il nostro atteggiamento verso momenti di noia, di disagio, di disappunto, non è più quello di affrontarli con coraggio, di conviverci, di pensarli come un brutto temporale ovviamente sperando che passino, ma è quello di evitarli ad ogni costo, e a furia di evitarli per principio noi non siamo più in grado di affrontarli, di guardarli in faccia, di portarli con dignità.
Uno degli orientamenti psicologici più interessanti in fatto di cibo ad esempio interpreta il fatto che l’obesità stia dilagando come il fatto che non sappiamo più cosa sia la fame, spesso non mangiamo perchè abbiamo fame, ma per abitudine, o per dare una faccia ad emozioni che altrimenti non sapremmo come vivere, ansia, rabbia e compagnia.
Ma perchè vi dico questo? Perchè penso che la spiritualità sia nata per educare al disagio, per imparare ad affrontare anche quei momenti come noia, paura e ansia che paiono sopraffarci. La spiritualità dovrebbe insegnare a star davanti a questo fardello negativo senza avene paura, senza fuggirlo. E tutte le grandi figure spirituali che tanto ammiriamo hanno con – vissuto, vissuto con questo disagio, lo hanno saputo affrontare e contenere. Poi però è arrivato il dogma. Invece di metter di fronte l’uomo ai propri lati oscuri la dogmatica si è imposta come un’isola di sola luce in cui tutto debba essere in un certo modo e non altrimenti, perdendo così progressivamente la funzione per cui era nata.
L’approccio dogmatico chiude il discorso, presentando una situazione che o sta bene così com’è o non ammette repliche. Ai dubbiosi è lasciata o la via dell’allontanamento o quella dell’ipocrisia, affermando pubblicamente ciò che non si pensa o non si pratica intimamente.
Non a caso, curiosamente, tutte e tre le persone che vi ho presentato sono molto religiose. Così facendo, la religione diventa quella favola di cui dice Nietzsche, quel farmaco di cui parla Epicuro, o quell’oppio di cui ci racconta Marx. Una delle ragioni per cui la spiritualità in Occidente sta perdendo consenso è che offre una antropologia totalmente errata, una idea di vita con solo luci che non è quella che ciascuno di noi viva poi quotidianamente. Veniamo alle letture.
Epitteto ci parla molto opportunamente della padronanza di Sè, senza il dominio sulla propria anima, gli fa eco Gesù, non avrebbe senso possedere tutte le cose del mondo perchè saremmo comunque infelici. E per poter guadagnare quella padronanza bisogna essere allenati  a sopportare il disagio, il disappunto, la fatica, il sudore come dice Lombardi. Con questo voglio proporvi una vita di ombre? Lungi da me, voglio solo avvisarvi che per un banale principio fisico alla luce corrisponde anche l’ombra e che non potrete mai essere davvero sereni se vivrete ogni istante con l’incubo di evitare le i momenti no ad ogni costo. Gesù ci dice infatti che solo chi si sia davvero disposto all’esperienza della perdita nella propria vita sarà aperto a vederla in una prospettiva autentica, in cui qualora ci fosse qualche momento no, lo si affronti con coraggio e giusta attitudine.
E gli UU in tutto questo? Sono come sempre un passo avanti non avendo per lo più dogmi narcotizzanti eccetto uno dal quale dobbiamo guardarci tutti con un vivo sospetto. Sembra che sia in voga presso i più una certa visione dello UUismo per cui esso significhi tu hai sempre ragione, per cui fai sempre e solo quello che vuoi. Ed è un dogma bell’e buono anche quello. Dobbiamo fare attenzione a non sostituire alla dogmatica della guardia arrabbiata, propria delle religioni tradizionali, quella dei bambini capricciosi, che spesso serpeggia nel nostro universo. Dire che ci siano diversi modi per promuovere una educazione alle luci ed alle ombre della vita, e che ognuno può scegliere la propria strada, non vuol dire che neghiamo l’esistenza dell’ombra.
Sapete che paragono spesso la congregazione a una palestra in cui ci si allena alla padronanza di se stessi, come direbbe Epitteto. Certo lo si può fare in molti modi, ma il fatto che lo si faccia non deve essere messo in discussione. L’esperienza spirituale è fatta di regole e percorsi precisi, non ne ammettiamo infiniti, e ciascuno può legittimamente trovare un sistema di regole che gli sia più consono, ma attenzione al caso in cui ogni regola non vada bene, perchè allora si configura quell’idea di mancanza di padronanza di Sè di cui dicevano Gesù ed Epitteto.
Allora facciamolo quest’uomo, capace di essere padrone di Sè, convivendo con la noia, la paura e l’insicurezza
Nasè Adam,
Amen
Rob
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Una sfida per il nostro potenziale

(I)
Gen 1: 26 Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza,
(II)
Mc 10:18  Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio.
(III)
Mt 25
14 «Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni.
15 A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì.
18 Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone.
24 Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo, e disse: “Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso;
25 ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo”.
Cari Amici,
Oggi vorrei ripassare il Primo principio e la Seconda Fonte.
*)
Il primo principio sancisce:
 L’inerente valore e la dignità di ogni persona
Vediamo subito che, così come fu per l’immagine e somiglianza biblici, qui viene distinta l’immagine dal valore. Vediamo perchè:
*) La dignità è il controcanto del riferimento biblico all’immagine, e rappresenta una qualità intrinseca di ogni persona, è un dato (e un dono) che prescinde dal comportamento e dall’intendimento di ciascuno. Anche il peggior criminale in quanto vivente è degno, e, sebbene, come vedremo, gli debba essere limitata la libertà personale, in forza di questa sua intrinseca dignità non possa essergli negata una possibilità potenziale di recupero. Vanno intesi in questo senso l’impegno unitariano contro la pena di morte, che esclude la possibilità di recupero, e quello a favore delle condizioni di vita carceraria, che negli ultimi 3 secoli ha visto impegnati molti di noi.
*) Ma proprio l’esempio delle teste di quiz ci dice che la dignità da sola non basta, bisogna anche valutare l’esercizio di questo dono, il suo utilizzo in un contesto libero. Se la dignità è il talento prima di essere messo in gioco, il valore ne è l’estrinsecazione la valutazione di ciò che abbiamo fatto di questo potenziale. Stando al dizionario di etimologia il valore infatti è una  disposizione dell’animo che permette di affrontare e vincere una prova. Due elementi sono interessanti: da un lato l’idea che sia una disposizione, in ultima analisi un atto di volontà libera, dall’altro l’idea che sia legata ad una sfida ad una difficoltà; La seconda fonte infatti si richiama al:
le parole e le azioni di uomini e donne profetici che ci sfidano a confrontare le potenze e le strutture del male con la giustizia, la compassione, e il potere trasformatore dell’amore.
Esiste dunque una dimensione sfidante, una difficoltà connaturata all’esercizio del valore che ci permette di mostrarne il possesso. Potremmo discutere a lungo di questa dimensione della vita come sfida contro le strutture del male e sull’impegno alla trasformazione di questo carburante grezzo in amore e compassione, ma esso è piuttosto chiaramente nella parabola dei talenti ed in tutte le parabole naturalistiche dell’Evangelo.
Tutto ciò considerato il Maestro ci dice che nessuno è in grado di sfruttare appieno tutti i propri talenti, nemmeno Gesù, che noi consideriamo tra gli uomini dotati di maggiore carisma specifico e forse eccezionale in assoluto. La radice del male morale e del male sociale per come lo consideriamo sta tutta qui.  Questo spiega anche come sia troppo semplicistico ritenere che gli UU non considerono l’uomo buono a prescindere, anzi. Un uomo è buono in ragione di quanto esprima al meglio il proprio talento o valore. Gli unitariani dicono che tutti hanno un talento potenziale considerevole, ma l’opportunità di metterlo in mostra è lasciata alla libertà di ciascuno, che va il più possibile educata, nel far comprendere le ragioni ed i benefici di un certo comportamento, va rispettata, nel momento in cui esprima un comportamento legittimo ma non condivisibile, ma va anche negata, sebbene temporaneamente, quando si palesa da parte di terzi l’intenzione di porre in essere un comportamento lesivo per sè e per l’altro. Il male morale e sociale è dunque la più alta patologia della libertà, che, non a caso, è il più alto dono concesso all’uomo.
Anche qui dunque ritorna l’importanza dell’educazione in quanto responsabilità soggettiva e anche collettiva. E – ducare, se ci pensate, vuol proprio dire trarre fuori, lasciar palesare qualcosa che si suppone già dentro. In questa prospettiva la responsabilità educativa viene equamente condivisa: da una parte abbiamo la società che deve essere sufficientemente aperta e poliedrica affichè possano venire offerte opportunità a ciascuno secondo il proprio talento; dall’altro l’individuo, che pur avendo ogni minuto la libertà di mandar tutto a pallino, deve scegliere di mantenere la propria rotta nella direzione dello sviluppo del potenziale, per I male educati sono coloro che sprecano tale potenziale. Come sancirà perfettamente il nostro settimo principio tra società e singolo c’è una dialettica di influenza: i singoli formano la società la cui cultura diffusa influisce sui singoli. E qui è anche la grande responsabilità UU. E’ molto bello l’insistere sulla libertà di affermazione di sè, sull’allargamento dei diritti, purchè non si declini un altrettanto fondamentale discorso sui doveri. Il diritto a una vita dedita ai piaceri, universale e sacrosanto, va conciliato anche con una assunzione di responsabilità verso il prossimo e verso la società; un marito che lasci senza cena moglie e figli per andar per bordelli ha dimenticato un lato importante della medaglia, che implica il rispetto dei propri congiunti; il diritto all’espressione della propria opinione, sacrosanto, va conciliato anche con il dovere di tolleranza verso il prossimo e con l’esclusione di ogni intolleranza, come abbiamo recentemente visto, nel caso di Voltaire.
Proverò ad aggiungere un piccolo tassello ad una questione per molti già nota: anche alla luce del settimo principio sull’interdipendenza degli esseri viventi. ogni volta che la dignità non si trasforma in valore, che l’immagine non diviene somiglianza, che il talento resta inespresso, non solo l’individuo, ma l’umanità tutta perde un valore, che potrebbe essere inestimabile per il progresso ed il benessere collettivi. Se il signor Pino che trascorre la sua giornata tra alcool e bordelli avesse condotto diversamente la propria esistenza forse avrebbe aggiunto un tassello utile al benessere collettivo. E’ interesse di tutti, in altri termini, quello che ciascuno sviluppi al meglio il potenziale di cui è dotato.
Anche i famosi temi di aborto e fine vita, connessi a questo principio, sono abbastanza chiariti da questo impianto interpretativo. Ogni aborto e ogni suicidio sono uno spreco di potenziale umano e sociale. Fermo restando che gli UU difendono la libertà di scelta della madre e del potenziale suicida, la società non dovrebbe lasciar soli nella scelta questi soggetti e dovrebbe poter mettere in campo delle risorse che favoriscano la salvaguardia di un capitale umano che in entrambi i casi potrebbe essere importante. Invece, sempre più spesso si assiste a uno squallido teatrino per cui chi debba decidere su questioni cosi importanti spesso sia solo. Questo è un errore comunque la si pensi
Allora facciamolo quest’uomo, capace di affiancare alla sacrosanta lotta per i diritti, anche un profondo rispetto per i propri doveri, personali e collettivi
Nasè Adam
Amen Rob
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Mente quieta, cuore aperto – Rev. Samuel A. Trumbore

La questione che vorrei considerare questa mattina è: Che cos’è esattamente che motiva gli Unitariani Universalisti a partecipare positivamente nel cambiamento sociale e nel servizio sociale, e a fare campagne per la giustizia sociale? Tradizionalmente la nostra motivazione è venuta dal nostro patrimonio cristiano unitariano ed universalista. Questo sta cambiando oggi. Poiché abbiamo cercato di identificarci come una religione che abbraccia un’ampia diversità teologica, abbiamo gradualmente allargato la nostra auto-definizione, così oggi una fede in Dio e/o Gesù non è più richiesta per diventare membri. Mentre diventare non-credale è stato beneficiale nello sviluppo di un nuovo tipo di religione con un alto grado di libertà individuale, ha avuto alcune conseguenze. Credo che abbia indebolito la nostra disponibilità ad accettare l’autorità della Bibbia come motivazione per la nostra azione sociale. Dato che oggi la maggioranza degli UU sono non-cristiani e molti sono umanisti, credo che dobbiamo trovare un nuovo modo di ispirare l’azione sociale compatibile con la Bibbia ma che sorga da una radice diversa non-teista più compatibile con l’umanesimo scientifico che è comune tra i nostri membri. Questa nuova radice per la nostra azione sociale che sosterrò oggi è il Buddismo.

Questo suggerimento tipicamente incontra un po’ di resistenza. A causa della concentrazione interiore della pratica primaria buddista della meditazione e del ritiro dal mondo per l’esplorazione interiore, alcuni hanno provato ad etichettare il Buddismo come una religione individualistica con poca attenzione alle questioni sociali e a fare giustizia. Alcuni sentono delle intuizioni del Buddha sull’impermanenza e sulla natura insoddisfacente dell’esistenza e si chiedono perché i buddisti sarebbero disposti ad essere attivi nel cambiamento sociale se credono che i problemi del mondo non possono essere risolti. Alcuni potrebbero aver incontrato diversi americani assorbiti da se stessi che sperimentano il buddismo e vogliono generalizzare che il buddismo porta le persone a non preoccuparsi dei problemi del mondo.

Questa critica viene particolarmente forte da coloro che abbracciano un idealismo ispirato dai profeti biblici. Si potrebbe sintetizzare quel idealismo così: Dio ha una visione del modo in cui dovremo vivere ed essere fedeli. A causa delle tendenze maligne nella natura umana di seguire i desideri personali e di trascurare la legge di Dio e il bene degli altri, la sofferenza entra nel mondo. Dio vuole che noi mettiamo a posto il mondo attraverso una trasformazione religiosa liberamente scelta del nostro impegno più alto dall’interesse per noi stessi alla Volontà di Dio. Le persone religiose che decidono di impegnarsi per lo scopo più alto di Dio devono stare attivamente in opposizione ai poteri che colludono con l’indulgenza del desiderio personale alla spesa dell’insieme sociale.

Quest’idealismo ispirato dai profeti ha forza con coloro che guardano alla Bibbia come una guida nella vita. Ogni ebreo è compreso nel patto che Mosè ha fatto con Dio sul Monte Sinai e ha un obbligo religioso di seguirlo. I buoni cristiani fedeli alla loro religione dovrebbero diventare discepoli di Gesù ed occuparsi del lavoro missionario diffondendo la fede. Sia il cristiano che l’ebreo che abbracciano la Bibbia come autorevole oggi, devono anche abbracciare i profeti e lavorare per servire la visione di Dio di come dovremo camminare insieme. Mentre l’umanesimo rimuove Dio dalla sopraddetta formula, l’agenda sociale dell’umanesimo è ancorata nella tradizione e pensiero della Bibbia – ma con una torsione.

L’imperativo profetico di Michea “praticare la giustizia, amare la clemenza e camminare umilmente col tuo Dio” (6:8) potrebbe ispirare il credente, ma potrebbe non essere convincente per il tipico Unitariano Universalista. Molti di noi leggiamo la Bibbia come letteratura ispiratrice ma non come un piano per costruire la nostra vita e per salvare il mondo. Gli UU che abbracciano gli insegnamenti dei Profeti probabilmente vorranno incorporarli come parte di una filosofia personale piuttosto che come un impegno religioso più alto. E coloro che abbracciano i profeti come filosofia personale potrebbero incontrare problemi.

Il pericolo nell’abbracciare i profeti senza un alto grado di impegno religioso che va oltre il personale è l’attivismo senza seguito. Il tipico ciclo di vita di un’attivista sociale, specialmente tra gli UU e forse alcuni qui oggi, potrebbero suonare così: Un’attivista sociale in erba nasce quando acquista conoscenza sociale nella sua adolescenza e scopre che il mondo non è giusto. Non solo non è giusto ma il mondo è pieno di ingiustizia, disuguaglianza sociale e cattiveria. Le persone buone vengono schiacciati sotto il tacco di istituzioni insensibili. I cattivi evitano le punizioni e perfino prosperano. E il dover guardare tutto il casino sul telegiornale della sera è doloroso.

Il pensiero sorge nella sua mente che si deve fare qualcosa. Il suo idealismo giovanile la porta a rispondere al male che vede e di coinvolgersi nel sostenere un cambiamento sociale. Gli ideali profetici biblici insiti nei movimenti sociali di oggi suggeriscono al giovane attivista sociale che questo non è come Dio (o la Dea, o la forza, or l’evoluzione, o la natura, ecc.) vuole che il mondo sia e ha bisogno di persone buone come lei per mettere le cose a posto. E’ ispirata dagli ideali, prende sulle sue spalle il giogo e si immerge nel compito di salvare il mondo.

Dopo che tanta energia è stata spesa, più spesso con successo vario e molto fallimento, i cambiamenti raggiunti non soddisfano i suoi ideali. Comincia a vedere l’umanità dei cambiatori del mondo intorno a lei e coloro che lei sta aiutando. Pochi sono così puri nei loro sforzi, motivazione e cuore come lei si aspettava. Il suo sacrificio per la causa diventa sempre più difficile mano mano che le realtà strappano i suoi ideali. Come vediamo in alcuni libri pubblicati recentemente da attivisti liberali che sono diventati conservatori e cinici, lei diventa esausta e comincia a perdere la fiducia che possa cambiare la cose.

Dove la nostra ipotetica attivista sociale casca dalla sua trave ha a che fare con il suo centro di motivazione e aspettativa. Gli attivisti sono spesso inconsapevole del ruolo delle loro emozioni nel motivare i loro ideali. Molti, spero tutti, di coloro che si occupano di azione sociale sono motivati dal dolore che sentono vedendo il male nel mondo. Vedono un atto di ingiustizia o dominazione, sentono per la vittima e cresce la rabbia verso l’aggressore. Guardare qualcun altro che soffre fa male anche a noi perché siamo animali sociali con risposte simpatetiche.

Una parte della motivazione per alcuni di occuparsi dell’azione sociale è di cambiare il mondo così che non dovremo, in un certo tempo futuro, sentire questi spiacevoli sensazioni. Quando si comincia ad intuire che la sofferenza umana non può essere eliminata facilmente – forse perfino per niente – poi si deve affrontare la realtà che non si può fuggire da questo tipo di dolore. E il modo in cui l’organismo umana reagisce al dolore cronico è di desensibilizzarsi e di difendersi contro esso. La mente dice a sé stessa, “Se non posso fermare questo dolore, al meno posso isolarmi e proteggermi da esso. Se non posso mettere a posto il mondo alloro mi nasconderò e spero di attraversare la vita fuggendo da troppo tristezza.” Se hai tanti soldi e la pelle bianca, hai la possibilità di questo tipo di fuga. Se sei di colore e povero, non puoi.

L’idealismo sociale come una filosofia personale fallisce per molti perché credo che richieda un impegno più profondo per funzionare con successo rispetto a ciò che è possibile attraverso una scelta personale. Un cambiamento sociale trasformativo e sostenibile richiede un impegno religioso che trascende il sé. E la filosofia e pratica buddista può aiutarci ad ottenere quel tipo di impegno.

A differenza dalla terra promessa di Mosè o la previsione di Gesù della venuta del Regno di Dio, il buddismo non offre nessuna speranza che le cose miglioreranno. Ma neanche che le cose necessariamente peggioreranno. Il buddismo chiaramente vede il mondo e la natura umana come sono e delinea ciò che è possibile. Fortunatamente il buddismo è abbastanza ottimista circa ciò che è possibile per tutti noi. Possiamo tutti essere liberati dalla natura insoddisfacente e dalla sofferenza quotidiana della vita seguendo l’Ottuplice Sentiero delineato dal Buddha.

A differenza dalle religioni centrate teisticamente, il buddismo non comincia con una confessione di fede o entrando in un rapporto con una divinità. Quando il Buddha incontrava coloro che mettevano in dubbio le credenze che erano alla base del suo insegnamento, non discuteva sul punto. Piuttosto, li incoraggiava a scoprire per se stessi attraverso la loro esperienza diretta usando le tecniche che lui insegnava. L’insegnamento centrale del Buddha non contiene nessuna verità rivelata inaccessibile allo studente disposto a dedicarsi alla pratica della meditazione e alla disciplina di osservare direttamente il funzionamento dell’organismo umano nel suo rapporto con il mondo. Poiché non si richiede nessuna fede al praticante, salvo qualche grado di fiducia nella pratica stessa e nel Buddha che ha scoperto la pratica, il buddismo è molto attraente per il tipo di individualista autosufficiente che si trova nelle congregazioni UU. Scavalca l’idealismo di cercare di conformare le credenze, i comportamenti e la comprensione umana ad una verità rivelata e ci porta a conoscere noi stessi come siamo piuttosto che chi vorremo far finta di essere. E chi siamo è molto, molto più grande di quanto possiamo immaginare.

Una delle mie introduzioni all’azione sociale buddista è avvenuta partecipando ad un discorso di Steven Levine. Lui aveva istituito uno dei primi centri per ciò che chiamava il “morire consapevolmente.” Come il movimento per gli Ospizi di oggi, il suo centro era per le persone nelle ultime fasi del morire con solo pochi mesi da vivere. Ispirato dal lavoro di Elizabeth Kubler Ross e la propria esperienza profonda della meditazione buddista, aiutava le persone come meglio poteva per avere quella che lui chiamava “una buona morte.”

Da una prospettiva questo è un lavoro piuttosto deprimente. Durante gli anni 80 conoscevo diverse persone che lavoravano come volontari nell’area della Baia di San Francisco con i malati di AIDS. A quell’epoca, si moriva abbastanza velocemente di AIDS. Mi ricordo questi volontari che lottavano con i loro sensi di perdita e ciò che chiamavano “la stanchezza della compassione.” Così aspettavo di sentire storie simili da Levine nel suo discorso.

Ciò che Levine ci ha offerto, però, era qualcosa di completamente diversa. Non c’era dubbio che anche lui sentiva la propria sofferenza mentre vedeva i suoi pazienti morire proprio come i lavoratori con l’AIDS che conoscevo. Ma non resisteva al dolore né si aggrappava a coloro che stavano morendo. Usava la sua pratica della meditazione buddista per liberare questi attaccamenti e avversioni così che poteva essere presente con ogni persona morente. E in questa presenza, senza aspettative, erano capaci di amarsi fino alla morte. Levine non parlò troppo della stanchezza delle compassione né disse che si stava sacrificando per questo lavoro. Piuttosto parlò del modo in cui coltivava, faceva crescere il suo amore – lasciando andare.

Un’altra area in cui ho visto il buddismo ispirare l’azione sociale è stato il campo dell’ambientalismo. Questi ambientalisti buddisti rifiutano di plasmare il mondo in una forma ideale o per conformarsi a bisogni esclusivamente umani. Piuttosto di rendere il mondo comodo per noi, la filosofia buddista ci incoraggia ad imparare a conoscere piuttosto di dominare i sistemi naturali e come possiamo partecipare in essi senza fargli del male. Non ci sono animali e uccelli buoni, e pidocchi e serpenti cattivi ma piuttosto una rete interdipendente che lavora insieme in una specie di armonia creativa. Non possiamo separarci da questa rete e stare da una parte come esseri infusi di anima differenti dal resto della creazione. Il buddismo rifiuta l’idea dell’anima separata individuale che sopravvive al corpo. Facciamo parte del continuum della evoluzione e siamo una sola cosa con il resto della vita su questo pianeta. Questa è una notizia veramente buona! Se non siamo separati dall’ecosistema, che gioia! Siamo una parte di tutto ciò, profondamente parte di tutto ciò, e profondamente cuciti nel tessuto dell’esistenza. Non siamo soli.

Il buddismo energizza e sostiene l’azione sociale perché opera da una fondazione forte sia nella realtà del mondo che nel ciò che è possibile per gli esseri umani. Il processo meditativo di osservare direttamente il funzionamento del corpo, dei sensi, dei sentimenti, delle emozioni e della mente ci dà delle intuizioni incredibilmente importanti sulla natura della realtà che hanno enormi implicazioni sociali.

Sì, c’è molta ingiustizia, disuguaglianza, tristezza e sofferenza in questo mondo. Sì, questi problemi non possono essere rimossi dall’esistenza. Sì, tutto cambia e niente dura per sempre. I semi dei problemi futuri sono programmati nei nostri geni. Le cattive notizie sono riconosciute chiaramente nel buddismo quindi le persone non vengono intrappolate in speranze ed ideali falsi. Non c’è nessun tempo futuro quando le cose saranno meravigliose per sempre.

La buona notizia è che quella non è tutta la storia. La vita contiene anche momenti di grande meraviglia, gioia, amore e celebrazione. Questi momenti non solo esistono ma possono essere coltivati nel modo in cui viviamo la nostra vita sia individualmente che collettivamente. E come ciascuno di noi vive la nostra vita individualmente ha un grande impatto sull’accesso di altre persone a queste esperienze di pace e serenità. L’esperienza di questa cessazione della sofferenza è profondamente energizzante e tende a connetterci con gli altri piuttosto che separarci. L’esperienza coltivata nella meditazione è proprio l’esperienza che diventa la fonte del desiderio di aiutare gli altri.

Questo è precisamente ciò che mi succede quando vado a fare un ritiro di meditazione. Mentre il mio corpo e la mia mente si stabiliscono e faccio la pace con vari livelli di attaccamenti e avversioni fisici, emotivi e mentali, trovo che quando la mia mente è quieta, il mio cuore si apre e si riempie di amore. Questo non è il tipo di amore che la maggior parte di noi conosce come il desiderio per una coniuge, l’amore per un figlio o figlia o una sedia, animale o posto sulla spiaggia preferito. E’ un amore che si apre a tutto e a tutti e celebra nello stesso tempo sia ciò che è sia ciò che non è. E’ una specie di equanimità aperta, pacifica pronta ad occuparsi della vita e non trattenendo nulla. E’ in questo senso solido di interconnessione che sorge facilmente la spinta di aiutare un altro. E da questo tipo di purezza dell’intento, grande cose possono succedere.

Credo che l’attivismo sociale che sorge dalla propria esperienza personale della natura della realtà sia potenzialmente più forte e più potente che cercare di seguire una visione ideale di come dovrebbe essere il mondo. Affinando la propria esperienza diretta della realtà, si diventa molto più capace di fare cambiamenti positivi che quando si è diretto dai fini. Non c’è la tentazione di fare del male per il bene maggiore dell’ideale. Non c’è bisogno di costringere altri di accettare una religione or sistema di credenze alieno per salvare le loro anime o cambiare le loro opinioni politiche. Non c’è nessun desiderio di sacrificare i figli di oggi per un domani più glorioso. Non c’è nessun rifiuto del mondo come peccaminoso e bisognoso di redenzione. Poco nella vita è più soddisfacente del coltivare la capacità di lavorare positivamente e creativamente con qualsiasi realtà che incontriamo ogni mattina. L’individuo che si impegna in questo tipo di azione sociale non guarda ad una metà brillante ed irraggiungibile ma piuttosto ad un problema o opportunità che si presenta oggi.

Il buddismo insegna una via orientata ai mezzi per fare l’azione sociale che è in un rapporto costante con il presente. Credo che questo abbia un vantaggio rispetto al sentiero idealistico orientato ai fini all’azione sociale per gli UU perché non rimanda la soddisfazione individuale al futuro né richiede un impegno basato sulla fede. Piuttosto che tentare di bandire il dolore dal mondo, la natura insoddisfacente della realtà viene confrontata direttamente e trascesa attraverso un evoluzione della coscienza. L’attivista sociale cresce e matura che il mondo sia salvato o meno, scoprendo sé stesso attraverso un azione sociale che trasforma reciprocamente. Non c’è bisogno di nessuna rivelazione speciale. Non è richiesta di credere. Solo la disponibilità e l’impegno di coinvolgersi attivamente nella vita com’è ed essere pronto ad imparare e a rispondere.

Che finisce ad essere anche la stessa destinazione dell’attivista sociale ebreo o cristiano. Anche loro alla fine devono lasciare andare i loro ideali. Ma invece di accettare la realtà, loro la riconoscono come arrendersi alla volontà di Dio. Questo è un modo ugualmente buono per impegnarsi nell’azione sociale — se sei un credente. Ma se sei come molti UU agnostici o ateisti, l’ispirazione migliore per l’attivismo sociale si trova attraverso il sentiero insegnato dal Buddha.

Copyright (c) 1997 del Rev. Samuel A. Trumbore. Tutti i diritti riservati.
Translated by permission: Ian McCarthy

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