Islam

Cari Fratelli,

vi avverto preventivamente: per qualche misteriosa ragione sulla quale preferisco non indagare troppo, ultimamente passo molto del mio pochissimo tempo libero interrogandomi sul senso dei vari ruoli che, in ambiti diversi, rivesto e, quasi sempre, arrivando a conclusioni differenti rispetto a quelle considerate socialmente consolidate.

Come insegnante, ad esempio, davanti alla sconcertante ammissione di troppi studenti prossimi al diritto di voto di sentirsi così liberi e comodi in questa società da non avere nessuna necessità di ribellarsi verso alcun aspetto dello status quo e davanti alla evidente mancanza di volontà di risvegliare ed esercitare la propria ragion critica sopita che una tale affermazione implica, alla luce del disastro politico, sociale e morale che un tale atteggiamento sottende, sempre più mi vien fatto di pensare che il mio vero ruolo come insegnante non dovrebbe essere tanto quello di fornire risposte culturalmente efficaci ma, preventivamente, quello, a tratti ben più impegnativo, di instillare domande disturbanti su parole arcane, desuete e ormai considerate utopistiche come giustizia, dignità umana, fratellanza universale, democrazia liberale e rivoluzione etica nelle menti e nei cuori dei giovani che ogni mattina mi ritrovo davanti, accasciati sui banchi dopo notti insonni spese ad arricchire i rumoroso e inconcludente chiacchiericcio paramediatico di fondo che, con involontaria impudenza, qualcuno ha ancora il coraggio di definire “comunicazione” sui social network e il cui unico scopo mi pare sempre più essere l’onanismo autoreferenziale e l’assopimento di ogni velleità espressiva nell’indigestione di una abbuffata di finta possibilità declamatoria del niente.

Come istruttore in palestra, poi, piuttosto che essere un riferimento per il mantenimento di un certo grado di tonicità fisica o un dimostratore della corretta esecuzione di esercizi atti a tale mantenimento, o, al limite, un motivatore a compiere sforzi volti a quel fine insistendo sul legame tra mantenersi in forma e mantenersi sani, mi pare che, persino a discapito del lucro della proprietà dei centri sportivi, il mio ruolo dovrebbe diventare quello, a tratti opposto, di consolatore e consigliere dell’ozio senechiano, cercando di dimostrare ai miei corsisti e alle mie corsiste che, per quanto possa essere gratificante esibire seni tonici, addominali scolpiti e culi marmorei, la loro autostima, che cercano faticosamente di ricostruire sfiancandosi al suono dei miei comandi paramilitari, dovrebbe fondarsi su altri elementi e dicendo loro che si può essere persone bellissime anche con un dito di pancetta in più o con un po’ di naturale caduta epiteliale su braccia e cosce o di dimostrazione della forza di gravità sulle parti prominenti del corpo.

Ma … lo ammetto, purtroppo anche i sognatori con tendenze alle elucubrazioni socio-teologiche hanno l’increscioso vizio di mangiare un paio di volte al giorno, possibilmente con un tetto sopra la testa e, conseguentemente, hanno l’ancora più incresciosa necessità di guadagnarsi il salario necessario al proprio mantenimento, cosa che, oggettivamente, diventerebbe poco probabile se esortassi i miei studenti adolescenti a fottersene allegramente dell’anno della battaglia di Waterloo o del nome dei Quadrumviri della Marcia su Roma per, piuttosto, andare a fare un bel sit-in di protesta davanti a Palazzo Chigi o all’ambasciata americana, meditando su come urlare in faccia ai potenti di turno che stanno scippando loro il futuro, se suggerissi ai miei corsisti che, invece che massacrarsi ad allenarsi come legionari prima della battaglia di Dien-Bien-Phu, si sentirebbero molto meglio stando sdraiati sul loro divano a leggersi un bel libro sull’autostima o i discorsi di Martin Luther King o, giusto per toccare un altro ambito della mia sfaccettata epopea lavorativa quotidiana, se incoraggiassi molti dei miei studenti serali a studiare la differenza tra condizionale e congiuntivo nella loro lingua madre prima di addentrarsi nella grammatica dell’astruso idioma di Albione. E, dunque, lo ammetto … con un po’ di codardia, per quanto giustificata dalla necessità, mi taccio, continuo a spiegare la pazzia di re Giorgio pensando alla pazzia di chi ha scelto un suo emulo come uomo più potente al mondo, continuo a sbraitare comandi per far indurire bicipiti e deltoidi sognando di ammorbidire animi e cuori e ripeto per la settantesima volta la differenza tra simple present e present continous a gente che mi chiede, e vi assicuro che non sto scherzando, se “Egli andrà” sia futuro o condizionale.

Ma, mi dico, non mi devo vergognare: alla fine, come essere umano, devo fare di necessità virtù, chi più chi meno così devono far tutti ed esiste un confine piuttosto netto tra fantasia utopica e senso della realtà.

C’è, però, un ambito in cui i dubbi sul mio ruolo abbondano persino più che negli altri e in cui, quantomeno per evidenti ragioni salariali, se non per più profonde motivazioni legate a giuramenti fatti, mi sento più libero di esternare le mie personali paranoie. Naturalmente mi riferisco all’ambito pastorale.

Tra le molte, moltissime perplessità che, quotidianamente, mi tormentano riguardo al mio ruolo in seno alla Chiesa, una in particolare si affaccia, negli ultimi tempi, con particolare frequenza. Vedete, per quanto all’interno dello U*Uismo il pastorato assuma aspetti che si differenziano notevolmente rispetto a quelli di ruoli analoghi in altre Denominazioni, vuoi per il divieto di proselitismo che ci viene inculcato sin dai primi passi del cammino religioso, vuoi per la, in fondo giusta per quanto non particolarmente gratificante, prospettiva del pastorato universale di ogni membro della comunità, direi che, in quanto più o meno emuli dei famosi “pescatori di uomini”, una richiesta ai consacrati risulta, nelle nostre comunità, uguale a quella di ogni altra comunità religiosa del mondo: un predicatore che si rispetti dovrebbe cercare di avvicinare chi lo ascolta alle basi della fede e non, al contrario, allontanarlo cercando di fargli assumere una prospettiva critica. Ecco, è proprio su questo che mi interrogo perché non sono così sicuro che le cose debbano andare proprio così. Forse, mi dico, sarebbe più onesto mostrare oggettivamente i pro e i contro del cammino che qualcuno sta intraprendendo, non fosse altro che per onestà intellettuale, se non per una ben più importante onestà spirituale.

In questo quadro, probabilmente, nei cinque minuti in cui, ipoteticamente, mi lascerebbero rivestire quei ruoli, se fossi un prete cattolico credo che chiederei ai miei fedeli di rileggersi storia e contesto della nascita dei vari dogmi, se fossi un pope chiederei loro di farsi un paio di domande sulla sensatezza del pensare che una iconostasi possa essere un elemento di presenza salvifica e tangibile del Divino, se fossi un rabbino porrei domande sulla logica da parte di un Dio Padre universale di eleggere un popolo, se fossi un imam imporrei di meditare sulla gesta belliche di Maometto in relazione all’idea di religione della pace, se fossi un monaco buddista metterei in dubbio che una religione basata sulla fuga dalla sofferenza possa essere poi così gioiosa …. e così via.

Ma sono un reverendo unitariano universalista e, dunque, vi chiederete, quale è il mio problema?

Il mio problema si chiama “Islam”! Non vi preoccupate: non sono improvvisamente impazzito diventando un seguace dei troppi, assolutamente troppi leader razzisti, xenofobi, populisti e parafascisti che ammorbano il nostro continente e il mondo intero né, al contrario, questo mio problema è legato alle mie mai nascoste propensioni verso alcuni rami della religione musulmana in termini di un richiamo irresistibile che mi potrebbe portare a lasciare lo U*Uismo … No, assolutamente nulla di tutto questo!

Per capire quello che intendo, dobbiamo fare, innanzitutto, un po’ di chiarezza sul senso della parola “Islam”, non nella mia concezione ma nella interpretazione della Università coranica per eccellenza, quella di Al-Azhar, così lontana dalle ignoranti follie fanatiche e jihadiste di pseudo califfi e mujaheddin wahabiti e salafiti vari.

Lo sappiamo tutti: “islam”, per quanto vi sia chi lega il termine alla stessa radice di “pace”, significa “sottomissione”. “Ecco”, direbbe uno di quelli che vedono terroristi e stupratori seriali in ogni frequentatore di moschee, “un religione di servi sottomessi e sanguinari disposti a fare qualsiasi cosa per esaudire i comandi di una divinità persino più sanguinaria di loro!” No, direi di no: anche lasciando da parte che non sarebbero più o meno servi sanguinari dei vari crociati e neo-crociati di ogni epoca e che parliamo di una divinità, quella dei Popoli del Libro, che è la stessa di un miliardo di cristiani e di tutti gli ebrei del mondo, intendere il termine “islam” in questo modo significa leggerlo esattamente come Osama Bin Laden e Al-Baghdadi! Molto più logicamente e, forse, più semplicemente, quella “sottomissione” significa rendersi conto del fatto, direi ineccepibile da parte di qualsiasi religione del mondo, che esiste un divario incolmabile tra umano e Divino sotto qualsiasi punto di vista, farsi una ragione della incommensurabilità tra due entità, accettare che, comunque si intenda Dio (e sta parlando uno che, più di una volta, ha affermato di avere seri dubbi su attributi tradizionalmente divini quali onniscienza e onnipotenza!) o chi per Esso, l’Essere umano non sarà mai in grado di comprendere la vastità del potere trascendente, di raggiungere la piena chiarezza sul quadro complessivo del Divino ma, semmai, solo di avere una fugace intuizione mistica, di percepire “l’ombra della Luce” attraverso la grazia del dono divino di adagiarsi nel nostro animo e di cercare di seguire, per quanto possibile e per quanto le circostanze lo permettano, l’ispirazione che da tale intuizione può sorgere senza per questo sviluppare ansie da martirio, fanatismi estemporanei o visioni fuori dal mondo da comunità hippy stile anni ’70 .

Ebbene, è esattamente questa concezione di “islam”, che non posso che condividere, a fare problema nella mia visione della predicazione U*U. Perché? Perché lo U*Uismo significa, persino nella statuizione di uno dei Sette Principi, ricerca costante, infinita, basata sullo studio, sulla logica, addirittura, direi, per alcuni sulla speranza di essere illuminati sul senso delle cose. Perché così deve essere nella sottolineatura orgogliosa della centralità e della dignità umana e del nostro “essere diversi” … Ma … ma anche la ricerca, anche l’orgoglio devono avere un limite, una confine, un “non plus ultra” e, troppo spesso ho l’impressione che gran parte dello U*Uismo internazionale se lo dimentichi. L’uomo è al centro della creazione ma … ma il Divino è la creazione stessa e tutta la creazione non potrà mai stare nella testa di un solo uomo né alcun uomo potrà vivere completamente secondo il progetto divino, almeno fino a che risiede in questo mondo!

Ecco, questo vorrei dirvi, questo vorrei dire a voi che seguite, ciascuno per il suo viottolo, il mio stesso cammino: ogni religione è creazione d’uomo e, in quanto tale, è imperfetta e se penso alla nostra religione, credo che troppo spesso la sua imperfezione risieda nella mancanza di umiltà intellettuale e spirituale, nella fredda esaltazione della ragione e dell’etica perfetta che ci fa sentire sempre liberi da “stupidi vincoli” e pronti a ridisegnarci ogni regola, a scapito dell’unico vero legame che possiamo avere con il Sacro e che è dato dalla meditazione mistica, dall’abbandono al caldo abbraccio dell’Inviolato, dal comprendere che non tutto può essere compreso, che fede è anche fiducia persino un po’ cieca, persino un po’ illogica (solo un po’!), che non risolveremo ogni problema del mondo predicando ciò che è logicamente e filosoficamente giusto e ovvio ma che, al massimo, questo ci aiuterà a piantare un pezzettino di prato nel deserto per poterci provare a stare il più possibile noi e chi amiamo, che esiste, forse, una verità oltre il velo dell’apparente ma non dobbiamo illuderci di strappare noi U*U quel velo che ci avviluppa tutti, perché anche questa certezza non sarebbe che un altro strato di velo che ci renderebbe solo dei sognatori fuori dal mondo, come già appariamo a molti. E questo non significa darla vinta a degli ipotetici “loro”, a degli ipotetici “poteri forti” o piegarci alla disperazione: significa un minimo di realismo che nasce dall’umiltà di riconoscere la nostra condizione di limitatezza e agire con obiettivi che, conseguentemente, sono limitati, lontani dai massimi sistemi troppo utopici ma, forse, proprio nella “sottomissione” ai nostri limiti umani, ai limiti della nostra ricerca, più vicini alla meta di quanto possiamo credere.

Adonai echad,

Amen

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La Palafitta Spirituale

Cari amici,

Permettetemi di mettervi a parte di un dialogo che ho avuto 10 giorni fa con un signore mentre aspettavamo il treno. Io stavo bellamente ascoltando Marlin quando un signore mi chiede se sapessi l’inglese, avendo probabilmente sentito una voce inglese nelle mie cuffie. La domanda è un pò stupida perchè uno non ascolterebbe qualcosa se non lo capisse, sarebbe un atto di puro masochismo, ma risposi di sì, e a successive domande, dopo aver scoperto che si trattava di un pastore protestante, mi disse di punto in bianco: io non ci credo più, nulla vale più la pena ormai. La cosa interessante dal mio punto di vista è che io non avevo fatto assolutamente nulla, e non avevo la minima idea o intenzione di mettermi a conversare/convertire sui binari. E’ probabile che il semplice accenno a qualcosa di spirituale costituisca per molti un evento a cui sono chiamati a dover rispondere. E’ quel “Dove sei” che leggiamo nella liturgia questa settimana e che causa sempre risposte spaventate, come quelle che leggiamo di Adamo e di Pietro. Azzardo a evidenziare una contraddizione ” Non sarà che nulla vale più la pena proprio perchè non si crede più? Che la rinuncia a una costruzione spirituale sia la causa di questo nulla?

P: Nulla mi soddisfa nella religione

R: Questa affermazione contiene un duplice errore che deriva dal considerare la religione come un blocco monolitico, pensarla come qualcosa di acceso/spento. Non lo é. É piuttosto qualcosa che, all’interno di alcuni elementi funzionali comuni, é ampiamente personalizzabile.  É come una palafitta le cui fondamenta devono essere saldissime per resistere alle maree della vita. Pensi alle palafitte. Da un certo punto di vista sono tutte uguali, dall’altro non ce n’é una che si somigli. Alle mie orecchie il tuo ragionamento suona un po’ cosí: siccome non mi piace quella casa li allora scelgo di dormire nel fango e nelle intemperie salvo poi lamentarmi se mi viene mal di gola.

Entra in casa arredala, per come puoi, lascia che ti ripari…

P: Ma tutte quelle regole sul sesso, sul cibo, sulla preghiera,non fanno per me…

R: io non le ho mai considerate regole ma problemi, nel senso greco del termine ossia “ elementi da sottoporre a valutazione collettiva e personale”. Se la palafitta é la costruzione cui noi costantemente lavoriamo, la tradizione che scegliamo come riferimento é un manuale di tecnica delle costruzioni, un testo che ti dica, guarda che se vuoi fare una cosa che stia in piedi questa deve rispondere a una serie di requisiti. Ciascuna delle regole pone un problema che sollecita delle risposte. La collezione,  auspicabilmente coerente alle sollecitazioni del testo sacro o della tradizione, costituisce la tua personale palafitta. Faccio due esempi che mi vengono in mente. Alcuni traggono dall’Esodo il divieto di risiedere in Egitto, io non avrei alcun problema ad accettare una bella villa sul Nilo, ma, avendo letto l Egitto interiore della De Souzenelle, penso che.l’Egitto sia la parte piú materiale e rinunciataria del nostro animo e che risiedervi sia l allegoria di una rinuncia autoassolutoria, quindi personalmente interpreto il non riesiedere in Egitto non come un consiglio immobiliare ma come una indicazione a non spaventarsi, arrendersi o assolversi all’atto di trovare dello scuro o dell’imperfetto dentro di noi, ma anzi disporci con pazienza a migliorare la situazione, non arrendendoci per eventuali insuccessi.

P: Sí, ma come fa uno a sapere tutte ste cose? Io non sono istruito e non c’ho tempo.

All inizio é normale che uno non sappia, e all’inizio ê anche normale che le questioni siano le piú semplici e macroscopiche, ma poi col tempo e la costanza diventeranno piú complete e pervasive. Quanto al tempo da dedicare a questa costruzione spirituale, non prendiamoci in giro, lo si trova volendolo, anche se questo volesse dire ridursi ad ascoltare pastori in inglese sui binari.

Questo implica peró un atteggiamento attivo nei confronti della pratica, un esame costante e consapevole di ció che si sta facendo, che faccia almeno due cose: da un lato selezioni le fonti di nutrimento spirituale che ritenga piú vicini a sé o, per restare nella metafora con cui abbiamo iniziato, i consulenti d’arredo migliori per le sue esigenze ed il suo gusto; dall’altro valuti costantemente l’efficacia della pratica sta avendo sul proprio progetto di arredo spirituale, pronto a piccole correzioni in corso d’opera che migliorino la resa.

P: Confesso di aver fatto qualcosa del genere in passato, ma poi, col tempo, mi sono un po’ perso…

R: Infatti, ritengo il tempo abbia una dimensione ambivalente, da un lato, se siamo perseveranti, puó essere un nostro alleato, dandoci modo di migliorare ogni giorno, dall’altro puó essere un nemico, cullandoci con l’abitudine e facendoci perdere di vista il nostro obiettivo. Proprio come nel caso delle palafitte ove il fatto che reggano bene all urto delle maree é dato da una manutenzione costante, cosí, sul piano spirituale, il fatto che noi possiamo avere accesso a una solida esperienza ultramondana é dato dalla pratica quotidiana costante, che ci rammenta i principi cui abbiamo deciso di votare la nostra vita, in tutte le principali esperienze che ci capita di vivere durante una nostra giornata.

 

Il treno poi é arrivato e ho perso questo signore nell’andirivieni di gente, ma questa esperienza mi ha fatto riflettere su quanto sia importante per noi U*U insistere su questioni di metodo, fermo restando che il merito debba essere lasciato all’arbitrio di ciascuno. Altre tradizioni, per autolegittimarsi, confondono spesso il metodo col merito e questa ritengo sia una delle ragioni per cui l’esperienza spirituale sia cosí in ribasso nel nostro tempo.

Tra poco, nella Comunione dei Fiori, vorrei mi diceste in quali momenti della vostra giornata o esperienze della vostra vita ritenete piú importante e utile sentire vicino a voi la rassicurante presenza del vostro seme spirituale, con cui costruire una persona spirituale capace di opporre una ricchezza e una stabilitá profonda laddove altri vedono solo una marea di non senso.

Nasé Adam

Rob

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Il Valore Universale del Ringraziamento

 

Cari amici,

Come avrete capito, ho deciso di dedicare l’intero servizio alla preghiera sull’assunzione di cibo, brevemente detta grace per due motivi: da un lato fornirci di uno strumento semplice e utile che possa accompagnarci più volte durante la giornata; dall’altro mostrare, antropologicamente, come quella di una preghiera di fronte al cibo, sia una esigenza sentita in tutte le culture, e che ciascuna cultura fa parte di un patrimonio di esperienza, dalla quale tutti possiamo e per certi versi dobbiamo imparare: come spero di riuscire a mostrare in queste poche righe, ognuna sottolinea un aspetto particolare e l’opportunità di averne molte sott’occhio, spero possa farci imparare molto.

Inizierei dal riferimento alla manna della versione wesleyana, che ci permette di mettere in chiaro molte cose del nostro rapporto col cibo. La preghiera implica una ritualizzazione dell”atto, quindi almeno due elementi. Per prima cosa la frapposizione di un elemento di attenzione in un processo che altre specie, compresi molti esemplari della nostra, portano avanti in maniera istintuale. Attenzione significa anzitutto possibilitá di moderazione, dar valore a ció che mangiamo, senza ingurgitare acriticamente cose a caso, ma é anche un momento in cui fermarsi a pensare a quanto di superfluo ci sia sulla tavola che potrebbe e dovrebbe imbandire le tavole dei piú bisognosi, a quanto cibo sprechiamo e agire di conseguenza. Ma Wesley ci ricorda anche che, attraverso la dimensione ritualizzante della preghiera l atto di cibarsi puó diventare segno esteriore di un lavoro interiore, il pane mondano che mangio puó diventare segno esteriore di un pane celeste, la manna, di cui dichiaro la volontá e manifesto l’ impegno affinché diventi nutrimento quotidiano e costante della mia anima.

Se ci pensate la stessa eucarestia é un termine greco che significa appunto ringraziamento, e se pensate che le nostre piccole preoccupazioni ci inducano a non aver nulla da ringraziare, pensate peró anche che il Maestro ha voluto insegnarci il precetto di ringraziare proprio nel momento in cui aveva intuito che sarebbe stato consegnato e tradito, e non ci vogliono super poteri per capire quando la situazione sta volgendo al peggio. Solo la prospettiva unitariana che vede in Gesú un uomo senza assi nella manica é in grado di restituirci.la drammaticitá e il coraggio di quest’ultimo insegnamento. Ringraziare di fronte all’esperienza più orribile possibile, la morte per disprezzo e tradimento. O si è fuori di testa, oppure si è guadagnato nel tempo uno sguardo verso la vita che la rende degna comunque di essere vissuta, anche all’ultimo secondo, anche nell’ora più buia, ed è questo sguardo che, come cristiani o come cercatori spirituali, ci impegniamo ad acquisire ogni giorno, con la pratica e la preghiera/meditazione. E, se ci pensate, quest’ultimo insegnamento, che come cristiani riteniamo il vertice della predicazione del Maestro, é un atto legato ad una preghiera di ringraziamento legato all’assunzione di cibo, che siamo invitati a replicare in memoria del Maestro. Durante il servizio liturgico, durante la Sacra Cena, noi replichiamo in realtá le condizioni di una assunzione di cibo e di una preghiera di ringraziamento che dovremmo ripetere ogni giorno, ogni volta, di fronte al.cibo. Come vi dicevo, la cosa che mi ha colpito, e che traggo dalla versione della “Church of England”, è che l’idea di ringraziare per il cibo, non deve essere intesa come fine a se stessa, ma è un pretesto, comodo per la sua necessità e frequenza, per ringraziare di ogni cosa ci capiti. E qui casca l’asino: siamo davvero capaci di ringraziare di ogni singola cosa che ci capiti, scudetti bianconeri compresi? Come sapete io non ho mai preteso da alcuno di voi gesti eclatanti, ma coerenza sì. Ebbene se permettiamo alla nostra lingua di dire che siamo grati, il nostro cuore è davvero d’accordo? Non  lo fosse, sarebbe un puro esercizio di ipocrisia, che vi pregherei, quello sì di evitare. Forse potrebbe aiutarci l’idea che ci viene dalla versione scozzese, ossia che il nostro gesto, per quanto insignificante possa sembrarci, costituisce un sogno per buona parte delle persone del pianeta, che hanno difficoltà ad avere cibo ed acqua. Od anche l’idea, comune a molte denominazioni di invitare il Maestro al nostro tavolo, dove per maestro ciascuno di vuoi può vedere una figura importante della propria linea di ricerca spirituale: se noi ad ogni pasto riuscissimo a pensare di invitare qualcuno che stimiamo, qualcuno cui raccontare la giornata nel suo svolgersi e qualcuno con cui e per cui provare ad essere migliori, se noi usassimo pochi secondi di ogni pasto per rammentarci le gesta di persone esemplari, allora sará piú facile essere credibile per ringraziare.

Ma se davvero abbiamo capito cosa sto dicendo, allora ha ragione la versione Bahai nell interrogarsi su quali parole potremmo usare per esprimere coerentemente la nostra consapevolezza di quale dono sia la vita, di quale combinazione irripetibile di esperienze emozionanti, belle e brutte, essa sia e di quanta parte noi abbiamo nell essere artefici delle nostre fortune, costruendo al meglio, col materiale a disposizione, la nostra esperienza di vita. Molti obietteranno che manca loro questo o quello, ma la disabilitá in questo caso mi offre un background credibile per poter dire: non vi torturate con ció che non avete, concentratevi su ció che avete e fate della vostra esperienza qualcosa di degno e unico,biograficamente,  spiritualmente e moralmente. Per far questo occorre peró umiltà, altro aspetto, che colgo esplicitamente dalla versione giapponese, ma in fondo in molte altre. Umiltà non vuol dire un esercizio retorico di masochismo ad alta voce spesso fine a se stesso, vuol dire fermarsi un attimo per riconoscere che il pezzettino di pane sul tavolo, che spesso sprechiamo, non è scontato che l’abitudine che noi abbiamo e la facilità che noi abbiamo nell’averlo a disposizione, è una specie di torpore dell’abitudine, che ci fa dimenticare quanto dobbiamo essere grati per ogni singolo boccone.

Qui finisce la mia carrellata tra le preghiere legate al cibo nelle diverse tradizioni. Vorrei che in questi minuti le leggeste, ci pensaste e mi diceste quali incontrano il vostro gusto, quali utilizzate e per quale motivo, considerando il fine comune di far crescere in noi una persona spirituale salda e consapevole.

Nasé Adam

Amen

Rob

 

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