Semplice

Cari Fratelli,

sappiamo tutti che, a volte, anche esperienze molto negative possono darci insegnamenti importanti per la nostra vita ed è quello che è recentemente accaduto a me.

Come potete immaginare, il mio ultimo mese è stato, dal punto di vista personale, piuttosto difficile sia dal punto di vista emotivo che dal punto di vista fisico. Devo dire che lo è stato anche dal punto di vista spirituale: passare ore e ore in ospedale mette quotidianamente a contatto con il dolore, l’angoscia e la sofferenza altrui e propria e, inevitabilmente, pone interrogativi che si riverberano naturalmente sulla fede e le convinzioni personali.

In qualche modo, tutto questo diventa una cartina tornasole per mettere a nudo la valenza pratica di tutta una serie di opinioni e percorsi che, fino a quel momento, avevano avuto un sapore più astratto, una genesi forse più libresca, sviluppatasi attraverso meditazioni e letture teologiche più che sul campo.

Ogni anno, per consuetudine, ogni pastore dovrebbe presentare, secondo le regole dell’Unitarianesimo Universalista nazionale e internazionale, un piano pastorale in cui esprime le linee guida che daranno direzione alla sua predicazione. È una pratica che non ho mai particolarmente amato, pur comprendendone l’utilità: sono profondamente convinto che ogni essere umano sia una entità dinamica, continuamente in divenire, soprattutto dal punto di vista spirituale e che fissare punti fermi, teoricamente inamovibili, all’interno di tale evoluzione sia, in sostanza, equivalente, seppure in misura minore e per periodi ben più limitati, a quello stendere binari da cui non si può deragliare che è rappresentato da ogni chiusura dogmatica.

È, però, altrettanto vero che questa pratica presenta due aspetti positivi, uno in ambito personale e uno in ambito pastorale: prima di tutto permette di fare il punto della propria situazione spirituale e, conseguentemente, permette ai fedeli di esercitare quel diritto di accettazione o meno di una predicazione sancito in modo sacrosanto dall’Editto di Torda.

Ebbene, indubitabilmente il mio piano pastorale di quest’anno, che intendo esprimere in questo sermone, è stato fortemente segnato dalle mie recenti esperienze personali e da quanto esse mi hanno permesso di comprendere.

Il primo, fondamentale punto che, focalizzandomi sulla mia fede e la conseguente predicazione pastorale che ne deriva, molto chiaramente emerge nella mia mente è che, dentro di me il lungo processo di progressivo dissolvimento di una figura del Divino personale e immanente si è completamente compiuto. Con totale certezza personale posso ora dire di non credere minimamente nell’esistenza di una entità comunemente definita come Dio: una Persona con una identità definita e una volontà definita, capace di agire sul mondo, sugli esseri umani, sugli eventi. Le ragioni di questa visione sono molte ma, per certi versi, si possono condensare in una frase un po’ sibillina che mi disse un collega canadese qualche tempo fa e che mi ci sono voluti anni per comprendere: “Amo troppo Dio per credere che esista”, che sta a significare che non posso venerare se non un Dio giusto, buono, un padre amorevole di cui non vedo, persino tenendo conto di ogni discorso sul libero arbitrio, nessuna traccia e nessun intervento nella realtà effettuale.

E, per certi versi, il discorso potrebbe finire qui e, quasi certamente, al di là di ogni possibile ipocrisia personale, finirebbe se fossi un pastore di gran parte delle altre forme di spiritualità esterne allo U*Uismo: un consacrato a Dio che non crede all’esistenza di un Dio personale immanente da pregare e venerare e, anzi, che considera l’idea stessa dell’esistenza di una tale forma di divinità, fatta salva la chiara soggettività dei percorsi e la volontà di non assolutizzare mai nessuna posizione, come un feticcio psicologico umano, sarebbe, in pressoché qualunque altra Denominazione, semplicemente una persona che, a un certo punto della sua esistenza, si rende contro di aver sbagliato strada e di dover cambiare il suo percorso.

Eppure, questa sera sono qui a predicare davanti a voi, ben sapendo che gran parte di voi ha una visione diversa dalla mia, e vi assicuro che questo non deriva né dall’attaccamento a un ruolo che vedo sempre più come un carico di oneri e non di onori né da alcuna volontà di uno squallido protagonismo che, oltre che totalmente alieno dalla mia natura, se mai esistesse, dovrebbe esplicarsi in tutt’altro ambito. Essere qui stasera, è, piuttosto il frutto di un parto a tratti doloroso, pieno di dubbi che mi hanno tenuto lontano anche dalla comunità.

Perché, vedete, non credere in un cosiddetto Dio personale e immanente non significa necessariamente negare ogni forma di trascendenza ma, piuttosto, cambiare la focalizzazione della propria ricerca. Credo in Dio? Sì! Credo in un Dio che è qui, ora, in tutti noi, in ogni entità vivente e che per molti credenti in un Dio personale è il primo frutto del Divino ma che, per me, è il Divino stesso: credo in un Dio che è la forza, l’energia della Vita, che è la vita stessa.

È un Dio della cui esistenza non possiamo dubitare perché è evidentemente presente in noi e intorno a noi, è un Dio che è pura forza impregnata non di volontà propria ma del libero arbitrio del singolo di indirizzare tale forza verso il bene o verso il male …

Basta questo per giustificare la volontà di un pastorato? Questo è stato il punto centrale della mia meditazione. In fondo, l’esistenza di una energia vitale, della vita, è un dato autoevidente, oggettivo, impersonale, che non necessità, di per sé, di grandi spiegazioni né, ovviamente, di nessuna reale liturgia di ringraziamento perché il nostro stesso esistere è, di per sé, la quotidiana e continua liturgia con cui si rende merito al Divino visto in quest’ottica …

Ma qui entra in gioco di nuovo l’insegnamento di questi ultimi giorni. Perché, vedete, è in fondo facile parlare d’amore dall’alto della torre d’avorio della teologia. Anzi, mi correggo, non è affatto facile scavare nei meandri di astruse teologia, di acuti pensieri filosofici, di definizioni il più possibile precise … non è affatto facile … ma, dal mio punto di vista, è assolutamente inutile, sterile, autoreferenziale. In ogni caso, sia che si voglia considerare, come il sottoscritto, qualsiasi presunta “rivelazione” come l’atto singolare di un uomo che cerca di sviluppare un senso nel direzionamento di quell’energia vitale di cui parlavo, sia che si voglia considerare una rivelazione o illuminazione come un suggerimento di Dio a un singolo che sia messaggero per l’intera umanità, è evidente che il contesto e le personalità dell’illuminato di turno giocano già un ruolo fondamentale nel sistema valoriale teologico che ne scaturisce e che, a maggior ragione, ogni commento, chiosa o corollario a tale sistema sia altrettanto influenzato da tempo, luogo e personalità del commentatore: insomma, ogni costrutto teologico altro non è, conseguentemente, che una ridicola asserzione di pensieri umani che assume una pretesa di comando divino.

Ebbene, spero che tutti voi abbiate ben presente il differente valore spirituale di fare l’amore (e non intendo una semplice ginnastica sessuale) con chi si ama e di dedicarsi all’onanismo. Ma se il basarsi su tonnellate di pagine di teologia scritta e di presunti “testi sacri” è, nella sua autoreferenzialità, paragonabile, secondo me, ad un atto onanistico, cosa è spiritualmente paragonabile all’amore vero?

Io credo che la risposta sia imparare ad amare, a vivere in un’ottica in cui l’amore pratico, concreto, la capacità di formare un corpo unico, una Anima Mundi che sappia unire tutte le vite (del passato e del presente, direbbe Capitini) in un grande inno alla Vita e al nostro viverla come umanità, superando l’apparente dualismo legato alla singolarità individualistica. Lo credo proprio perché l’ho sperimentato nell’ultimo mese, notando come, di fronte alla difficoltà di un soggetto la volontà di aiuto, di presenza, di sostegno, di donare affetto per “occuparsi dell’altro” anche per pochi minuti, per dare una mano, potesse superare ogni barriera di ruolo, ogni barriera geografica, caratteriale, culturale, ogni livello di conoscenza e venisse da chi meno lo si sarebbe aspettato.

In fondo, credo che questa sia la sola “teologia” che conta: una teologia semplice in realtà, una teologia che è pratica del quotidiano, senza tanti paroloni, senza tante astratte concezioni, senza neppure uno sforzo così enorme … Perché sono convinto che questa capacità di amare, di donare anche un minimo di affetto, una mano che si tende, anche solo una presenza silenziosa che sappia ascoltare ci sia in tutti …

E credo che sia l’emersione di questa capacità che “crea” il Divino, qui e ora, che crea l’Anima Mundi in un processo che è l’esatto inverso di quello proclamato dalle religioni classiche, ad avere ancora bisogno di una spiritualità, di una predicazione, di un continuo incitamento comunitario.

Ci guardiamo intorno e ciò che vediamo è una costante proclamazione dell’”homo homini lupus”, della paura dell’alterità, della divisione, della lotta per un po’ di successo, di potere, di celebrità o anche, banalmente, per “avere ragione” … Tutto questo è strumentale, tutto questo significa indirizzare la forza della vita verso mete che sono distruttive e non costruttive, non solo per la collettività, non solo per l’Anima Mundi, ma per il singolo stesso, per la sua vera natura che è, di fondo, una natura sociale, in una rete interdipendente in cui ciascuno è un tassello di un grande puzzle e dovrebbe avere l’enorme piacere di sentire tutta la grandezza e la responsabilità di essere tassello unico, irripetibile e insostituibile della grande cattedrale dell’umanità.

Ecco, è questo divino così terreste, così comune eppure così eccelso, questo divino delle piccole cose, dei piccoli gesti, del quotidiano dono d’amore che credo sia mia dovere pastorale scoprire, mostrare, predicare.

E assumersi questo ruolo, nelle parole e prima ancora nella vita concreta, nell’esempio, credo che sia compito di tutti noi, di chi si riconosce in uno U*Uismo umanista, il cui senso ho finalmente compreso pienamente fino a riconoscermici, così come in uno U*Uismo religioso e, forse, in qualunque spiritualità e, magari a maggior ragione, di chi ha liberamente deciso di assumere su di sé il “dolce giogo” e dovrebbe fare di questo l’elemento più centrale e caratterizzante della propria esistenza e non solo una professione o, ancor peggio, come spesso succede, un hobby tra gli altri a cui dedicare scampoli di tempo quando si hanno, una volta portate a termine tutte le altre incombenze.

Ma se il senso del Divino è un abbraccio, uno sguardo, un atteggiamento, un dono anche di una piccola parte di sé, di un’attenzione, di cinque minuti per dare una mano anche quando non ce ne viene nulla in tasca e non il fissarsi per ore sulla minuziosa disamina di una parola e del suo significato, sul commento pedante di un versetto di questo o quel testo sacro scritto da un uomo come noi e commentato da altri uomini come noi, di cui è interessante conoscere l’opinione perché è importante restare aperti ad ogni apporto per la propria crescita personale ma che non hanno alcuna valenza superiore d’insegnamento rispetto a quanto posso apprendere magari da un contadino analfabeta che può essere molto più saggio di mille filosofi cattedratici, se il senso del divino è sporcarsi le mani in un abbraccio, in una opera concreta d’amore e non qualche vuota ritualità, qualche parola mormorata distrattamente come un mantra, qualche paludata affermazione paradottrinaria per mostrare quanto sono figo e colto, beh, allora lasciatemi dire che, così come vedo la grandezza dello U*Uismo nel proclamare che anche questa spiritualità umanista è pur sempre grande spiritualità, allo stesso modo vedo un limite dello U*Uismo, in particolare nostrano e continentale. E questo limite, che, per quanto mi riguarda cercherò in ogni modo di superare, è l’intellettualismo dei parolai. Parliamo, parliamo, predichiamo dall’alto delle conoscenze teologiche con alti termini filosofici e rischiamo di diventare un club di discussione ecumenica, una élite intellettuale che magari tocca la mente di chi ha interesse per la cultura o ha avuto la fortuna di studiare ma troppo spesso non arriva al cuore, soprattutto di chi ha più fame di concretezza, di chi ha fame d’amore indipendentemente dal livello culturale.

Come sempre, allora, fratelli, termino questo mio sermone con una preghiera per tutti noi. La mia preghiera, stasera, è che ogni giorno possiamo imparare a ringraziare per la grande forza della Vita che ci unisce tutti. È semplice: un sorriso a chi ci sta intorno vale già più di mille formule prefabbricate!

A gloria della rete interdipendente della Vita,

Amen

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Liturgia del 25 agosto 2019

Lett: Ho bisogno di pace,

ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,

ho bisogno di umiltà,

Preghiamo insieme

perché da solo ciascuno di noi

non è abbastanza

ed è troppo.

Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,

esprimiamo la nostra unicità

nel grande quadro dell’umanità

e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Lett: : L’amore accetta senza dubbi…Come nella storia raccontata da mio nonno. La storia che dice: Una persona uccide la serpe solo perché pensa che l’avrebbe morso, mentre si potrebbe essere nascosta dalla persona per evitare di essere uccisa. Così se la serpe vede la persona la morde; e se la persona vede la serpe la uccide. Il ciclo dell’inimicizia tra umano e serpe continuerà fino a quando o a meno che entrambi possono cacciare via la loro paura l’una dell’altro; come uno yoghi che tiene e ama le serpe, e nessuno morde ma piuttosto hanno cura; la cura che porta la Pace invece della violenza!!!

Mrs. Shaheen Bhatti.

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,

ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra

e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,

del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,

dei loro poteri e della loro compassione

perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) Siamo fatti per amare

nonostante noi

siamo due braccia

con un cuore

solo questo avrai da me

(Nek: “Fatti avanti amore”)

II) E molto più facile saper fare una cosa piuttosto che farla

(Detto popolare calabrese)

III) Non tutti quelli che dicono: ‘Signore, Signore!’ entreranno nel regno di Dio.

Vi entreranno soltanto quelli che fanno la volontà del Padre mio che è in cielo.

(Mt 7:21)

Min: sermone (Semplice)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore

sii con noi in questi tempi difficili,

quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.

Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,

quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.

Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,

perché entrambi sono legati dal vincolo umano,

anche se spesso lo dimentichiamo.

Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,

aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,

il successo anche nella sconfitta,

il bene anche in mezzo al male.

Aiutaci a essere migliori,

a lavorare per migliorare le cose

e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Pieno e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Pieno e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.

Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.

Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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La Torre dell’Esperienza Spirituale

Lc 14:25: Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». 33Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. 

Cari amici,

La pericope scelta da Ilia per oggi è molto impegnativa. Piccolo consiglio per Alessandro: se non sai cosa dire, chiedi ad Ilia ed hai risolto.

Paragonando l’esperienza spirituale alla costruzione di una torre, il Maestro vuole metterci in guardia da due tipi di pericoli: intrinseci e contestuali. Ma andiamo con ordine. Iniziamo dai pericoli intrinseci. Anzitutto il costruire una torre significa, fuor di metafora, usare i mattoni dell’esperienza di vita per creare un legame sempre più stretto tra sé e il Principio Trascendente.

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La prima cosa dunque è sapere come costruire: la tecnica delle costruzioni è complicata e necessita di acquisire una certa perizia nel costruire, e quindi ci vuole l’umiltà di imparare, e imparare vuol dire anche disporsi ad ascoltare ed apprendere lezioni che ci sembrino noiose e inutili. Spesso invece ci capita di sentire di persone che si siano svegliate una mattina convinte di poter costruire una torre senza esperienza, senza preparazione, senza una idea precisa di come dovesse essere, senza la preventiva accettazione delle difficoltà che si pongano sul cammino. E la torre si ferma al quarto mattone, più che una torre somiglia ad un inciampo…

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Poi ci vuole una idea il più possibile precisa. Per quanto larga facciate la base, essa dovrà avere qualcosa che non contiene. Più largo vorrete fare il perimetro, più difficile sarà che la torre sia sufficientemente alta da assolvere il proprio compito di collegamento col Principio Trascendente. Il rischio che corriamo in questo caso è l’idea, comprensibile ma inefficace di voler tenere dentro tutto, col mal celato rischio di creare al massimo una aiuola a semicerchio che manco riesca a chiudersi. Non si sta dicendo che ogni esperienza, presa di per sé non possa condurre al Principio Trascendente, ma che questa conduzione non può avvenire attraverso la mera giustapposizione rapsodica e disordinata di mattoni messi a caso

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Poi ci vuole pazienza e costanza. Perfino il Principale non ha fatto tutto in un secondo, ma c’ha messo 7 giorni, dal suo punto di vista una eternità. Quante volte abbiamo visto ottimi progetti naufragare perché non si è avuto la pazienza di aspettare e di mettere su mattone dopo mattone? Attorno abbiamo un sacco di torri diroccate e abbandonate da chi nel frattempo abbia iniziato altri progetti, senza mai concluderne uno. Ogni mattone della nostra vita, per poter essere incastonato correttamente nella nostra torre merita tempo e pazienza, bisogna osservarlo, viverlo fino in fondo, accettarlo e infine incastonarlo. Senza questa pazienza, questa attenzione e questa costanza non andremo da nessuna parte.

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Poi ci vuole coerenza. Se pensiamo che pezzi di forma diversa possano naturalmente essere posati l’uno sull’altro. Se abbiamo fatto delle scelte dobbiamo essere coerenti con esse. Più saremo incoerenti, più rischieremo che la torre crolli. Essere coerenti non è facile, ma è un requisito indispensabile per crescere.

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Ora passiamo alle questioni contestuali. Anzitutto non dobbiamo mai smettere di interrogare le ragioni biografiche e personali che ci spingono nel cammino. L’episodio della Torre di Babele è emblematico nel dirci che qualora le ragioni che ci muovano non siano quelle che vedano al centro il Principio Trascendente e il Regno, il benessere collettivo dei fratelli, allora potrà essere difficile progredire insieme. Il fatto condivisibile che ognuno debba essere sacerdote di se stesso, non significa che ciascuno debba essere un fondatore di religione. Nemmeno il Maestro in fondo intese fondare qualcosa di davvero nuovo, ma semplicemente portare a compimento, secondo i principi in cui credeva, il materiale tradizionale in cui viveva. Negli anni abbiamo visto passare tra di noi diverse meteore, fondatori di movimenti esistenti solo nella loro testa e che sono durati lo spazio di un batter ciglio. La CUI rappresenta una tradizione precisa, costruita in almeno 5 secoli di storia: è non solo lecito, ma addirittura doveroso pretendere che chiunque voglia essere dei nostri, faccia i conti, sappia, sia informato della nostra storia, secondo quanto riesce certamente, ma palesando un impegno preciso di essere parte di quella storia. Aggiungere mattoni senza disporsi a collaborare al processo collettivo, ma solo per il gusto di farlo, fa crollare la torre di tutti e non solo il progetto dei singoli

 

 

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Poi c’è una questione di priorità. Se la CUI viene dopo una qualunque sagra di paese, un qualunque programma tv o il minimo impegno familiare, non possiamo poi lamentarci se la torre non cresca. Se in ciascuno di noi non c’è il minimo impegno a dedicare tempo ed energie per la CUI, è inutile che si facciano programmi. Qualunque programma necessita di energie e di disponibilità ad essere vissuto e portato a compimento. Se non c’è la disponibilità a far salire l’esperienza spirituale nella scala di priorità di ciascuno, allora perdiamo solo tutti tempo, e la torre non sale.  Molti pensano che lo UUismo sia una scorciatoia per sentirsi in qualche modo coinvolti in qualche cosa di variamente spirituale, senza che sta cosa rubi troppo tempo o sia troppo esigente, un paio di like sui social, un articolo condiviso e ce la siamo sfangata. Non è questo, e finchè non sarà chiaro a tutti che non è questo, finchè tollereremo, e mi ci metto io per primo, questo tipo di atteggiamento e sotto sotto lo incoraggeremo, allora non andremo da nessuna parte. La prima cosa che dobbiamo chiedere e chiederci Martedi credo sia il rispetto reciproco e la volontà reciproca di creare una esperienza che metta davvero la Comunione e il Principio Trascendente al centro delle nostre vite. Finchè le risposte a questo unico fondamentale punto non saranno chiare e forti, i risultati che avremo ne risentiranno

*)

Poi c’è il buon senso e la lungimiranza. Viviamo in un contesto in cui l’odio e il pressapochismo sono diventati di moda, in cui terribili e ingiustificabili insulti al papa cattolico sono all’ordine del giorno, in cui a Frosinone si predica razzismo e odio dai pulpiti, in cui varie correnti dell’ebraismo italiano litigano e si insultano pesantemente a mezzo stampa, dicendosi pubblicamente cose che fanno inorridire, e in cui diversi sociologi e teologi cattolici, tra cui Marco Guzzi, dell’Università Lateranense, dicono senza mezzi termini che, considerando il seguito esiguo e ridicolo, con numeri da schedina, che hanno mediamente i servizi liturgici cristiani, senza una vera scossa la spiritualità cristiana è destinata ad estinguersi. Quando Martedì dovremo giudicare il percorso della CUI e proporre delle attività, non dimentichiamoci che la cornice in cui operiamo non è esattamente favorevole

 

Allora continuiamo insieme a costruirla questa torre, senza farci distrarre da personalismi e diversità di lingua

 

Nasè Adam

Amen

Rob

 

 

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