E’ ora di comportarci da persone spiritualmente adulte

Gv 1:12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio[…] Che Dio c’è, Yossl lo prova con una forza nuova, sotto un cielo vuoto…Perché se l’uomo esiste nella sua assoluta solitudine è per sentire sulle proprie spalle tutte le responsabilità di Dio.Sulla strada che porta al Dio unico c’è una stazione senza Dio…Il vero monoteismo ha il dovere di rispondere alle esigenze dell’ateismo. Un Dio per adulti si manifesta appunto con il vuoto del cielo infantile… Momento nel quale Dio si ritira dal mondo e nasconde il volto..Egli ha consegnato gli uomini ai loro istinti selvaggi…Dio che nasconde il volto… è l’ora in cui il giusto non trova alcuna risorsa esterna, in cui nessuna istituzione lo protegge, in cui vien meno anche la consolazione della presenza divina nel sentimento religioso infantile, in cui l’individuo non può trionfare se non nella propria coscienza. [Levinas, Amare la Torah più di Dio, in: Difficile Libertà (1963)]

Cari amici,

Il sermone che ho pensato questa settimana si basa su almeno tre nuclei concettuali distinti che proverò a mettere in relazione: l’Avvento (non solo di un uomo, ma anche e soprattutto di una dottrina di consapevolezza), una scelta data all’uomo tra la condivisione di alcune responsabilità e l’abbandono all’istinto e il raggiungimento di una relazione adulta con la spiritualità e col Divino.Iniziamo dal primo punto: cos’è che “avviene” esattamente nell’Avvento? La Tradizione cristiana, ha voluto posteriormente legare questo momento importante dell’anno alla nascita di Gesù, selezionando racconti edificanti sulla sua nascita, ma se perdessimo l’antico significato di questo avvento, perderemmo molto, forse troppo. L’Avvento è il momento dell’anno in cui, appena dopo il Solstizio di inverno, la Luce torna finalmente a vincere sulle tenebre, qualcosa e qualcuno rinascono, un bambino, una intera vita di possibilità davanti, una dottrina spirituale che guida ad orientare lo sguardo verso l’Altro/Oltre, trascendendo il dato per incastonarlo in una prospettiva di crescita in consapevolezza e responsabilità. Ma, in fondo, ad essere consapevoli che il la Luce del Principale vinca le tenebre del Caos e le ricomprenda in un tutto armonico, lo eravamo anche prima, nell’esperienza premondana che la nostra anima ha fatto. Ciò che caratterizza il nostro vivere, non è tanto il sapere che questa vittoria è possibile, ma il reclamare una parte in questo processo, come un giocatore della panchina che veda per la sua squadra una possibile vittoria e reclami un ruolo nella partita. Ma questo implica 2 cose, le stesse che sono a fondamento dell’esperienza mondana stessa, una scelta continua orientata all’Origine e la responsabilità di avere un ruolo attivo e concreto. Responsabilità significa sopportare un peso, essere credenti significa volere questo peso perchè si è capito quale debba essere il proprio ruolo nella ricostituzione armonica della realtà originaria che i cristiani chiamano Regno. Molti hanno verso il credere un atteggiamento che Platone definirebbe “culinario” : credo cio che “mi piace”, ” mi gratifica”, non rendendosi conto di quanto questo atteggiamento abbia al centro il proprio egoismo e non una volontà di responsabilità e servizio. Accadde che la prima volta che lessi il saggio di Levinas da cui ho tratto la lettura, Amare la Torah più di Dio, ( è un saggio corto, bello e facilmente reperibile, se potete leggetelo) io avessi 20 anni, e fossi convinto che riguardasse un’aspra critica di quanti fosse così bigotti e feticisti di un testo o di una pratica da perdere di vista la visione di insieme, ed in effetti nelle prime pagine di questo si tratta, poi però mi accadde di scoprire che Levinas fosse schierato anche contro un’altra categoria di persone, situata all’estremo opposto: quanti si trincerino dietro i gonnelloni di Dio Padre e della sua misericordia, dimostrandosi allergici ad ogni regola e ad ogni responsabilità. Si può pensare che, mentre per educare i primi, il Principale li metta di fronte all’esperienza di ciò che sia oltre la regola, di persone che abbiano altre regole, dei diversi di ogni sorta, per educare questi ultimi Dio si nasconda, lasci il credente da solo di fronte ai propri sentimenti e al mondo e gli chieda di comportarsi da adulto, dandosi delle regole. il bambino diventa dunque adulto quando non inizia a non fare ciò che fa perchè gliel ha detto il Babbo, ma perchè ci creda fermamente, indipendentemente dalla presenza o dalla assenza del Babbo (Principale). Come ci ricorda magistralmente Levinas in una revisione dell’imperativo morale kantiano: la strada adulta verso Dio passa per una stazione atea, in cui noi dimostriamo di sapere essere degni credenti, responsabili di noi stessi e della casa, a prescindere dalla presenza o meno del Padrone di casa. In un rapporto adulto con Dio l’esistenza di Dio non deve essere necessaria per l’uomo, ma deve essere fondata su una scelta volontaria orientata ad una relazione tra adulti. Dobbiamo dunque poter dimostrare al Padre che Egli potrebbe anche andarsene per mesi o per anni ma che al suo ritorno troverebbe comunque noi stessi in buona salute e la casa in ordine, perchè noi stessi nel frattempo abbiam saputo comportarci come si deve, Ci sono due elementi che vorrei esplicitare, poi magari ne discutiamo insieme. Il primo è che sbaglieremmo a pensare che si tratti solo di un fatto etico: si tratta della consapevolezza metafisica del fine dell’esperienza di vita e del ruolo che noi esseri umani possiamo avere in essa se ci disponiamo liberamente alla scelta più difficile (la difficile libertà del saggio di Levinas) ossia quella di orientare il dato reale verso una pacifica consapevole e autentica consapevolezza spirituale. Per far questo però, e siamo al secondo punto, dobbiamo dimostrare di saper controllare, anche in assenza del Babbo, i nostri istinti selvaggi, trovando un nostro modo di trasformare continuamente il caos nell’ordine. Quello che vediamo periodicamente, invece, oggi come 70 anni fa, è che l’uomo, non appena il Babbo giri l’angolo, la butta in caciara, lasciandosi dominare dagli istinti più bassi, e facendo di disordine e sporcizia.Come uscirne? Tutto dipende da una scelta come ci ricorda il Vangelo, e dalla volontà di educarci e disciplinarci ad essa, facendo di una noiosa legge spirituale esteriore, qualcosa che rappresenti davvero noi stessi e la nostra visione del mondo. Non importa che la nostra scelta abbia il cappello cristiano o musulmano, buddista o altro, importa che ci aiuti ad essere un credente spiritualmente adulto, che sappia dominare se stesso e tenere la casa in ordine, snche in assenza di presenze deresponsabilizzanti o dell’oppio dogmatico. Questo significa essere credenti nel mondo di oggi, ed è l’avvento di questa consapevolezza la luce che vince sulle tenebre ed un bambino che nasca in un contesto che lo renda capace di scegliere ciò che lo renda spiritualmente consapevole e degno.

Dimostriamoci degni della scelta che diciamo di voler fare e teniamo la nostra persona e la casa in ordine a prescindere dalle sgridate del Babbo.

Almeno proviamoci

Amen

Rev Rob

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Ricordando Ferenc David

Cari Amici,

vorrei tornare su questa storiella zen che ho scovato qualche giorno fa, per riflettere ancora con voi sull’importanza di trascendere il dato e incastonarlo in una prospettiva di crescita. Possiamo immaginare la vita come il susseguirsi di due movimenti, uno intrinseco all’intera realtà, l’altro proprio della natura umana. Il movimento intrinseco alla realtà porta la nostra esperienza a non essere mai uguale giorno dopo giorno, ad essere qualcosa che costantemente si rinnova nei toni e nei significati e inesorabilmente ci chiama a una risposta altrettanto nuova e mai banale. Il secondo movimento invece è proprio dell’uomo che è chiamato non solo a rispondere sempre in maniera nuova alle sollecitazioni del reale, ma anche incastonarle in un percorso spirituale di cui possa scoprire ogni giorno porzioni di significato sempre nuove ed appaganti.
Ebbene, questo percorso, che per brevità chiamerò vita, è complesso e difficile e fa tanta paura. Il rimedio che l’uomo ha trovato alla paura si chiama dogma. Esistono 2 tipi di dogma: quelli per affermazione (Maria è stata assunta in cielo anima e corpo) e quelli per negazione (Dio non esiste, ateismo). Essi sembrano diversi, ma in realtà fanno parte dello stesso medesimo errore logico, quello di non resistere all’insana tentazione di far pipì fuori dal vasino. E il dogma si autoafferma grazie a due processi spesso compresenti: o la ricerca di una autorità, o la ricerca di un consenso che sia il più largo possibile. Entrambi questi pericoli sono molto lontani dagli UU
In ogni caso credere significa invece cercare un equilibrio dinamico con l’instabilità intrinseca del reale, in un’armonia che, per rimanere stabile deve cambiare spesso. Ciò che mi spaventa dei dogmatici (siano essi atei o teisti) è la volontà di rinchiudere la bellezza di uno scenario di migliaia di colori sempre cangianti, in poche semplici affermazioni immutabili. E’ un impoverimento della vita e delle potenzialità dell’uomo dal quale dobbiamo guardarci.

Liberarci dai dogmi vuol dire anche però esporci, e lo stiamo vedendo, a un grosso virus infettivo, l’odio facile. Nel disporci al memoriale di Ferenc David dobbiamo dunque comprendere che cosa sia questo odio e parlare di esso. Il dogma era una specie di farmaco che ci permetteva di assorbire e non guardare.
In fondo il dogma è frutto di una scelta: di fronte ad un male di etiologia incerta come l’odio meglio un farmaco che ti permetta in parte di placarlo, in parte di orientarlo lontano, piuttosto che guardare in faccia questo schifo e cercare di curarlo pur non sapendo come fare. E’ una scelta che funziona e che è efficace sul breve e medio periodo, ma che si sgretola sulla via, diventando sempre più inefficace. La scelta unitariana è profondamente diversa, per certi versi temeraria. Gli unitariani non vogliono maschere o farmaci che creino una patina di ipocrisia, essi vogliono poterlo vedere questo male, e vogliono fare un tentativo per affrontarlo. Ma, in ordine a ciò, ci vuole una piena consapevolezza dell’origine di quest’odio. L’odio arriva dalla nostra energia vitale, che in assenza di dogmi non riesce a trovare nulla attorno a cui coagularsi e crescere. Il dogma catalizza una produzione di esperienze socialmente accettabili, che altrimenti lascerebbero l’uomo fragile e disorientato. Questa fragilità risulta insopportabile per l’uomo, che la butta fuori cercando di allontanarla da sè. Compito degli unitariani, se vogliono riuscire ad offrire una risposta seria al problema, è il mostrare che esista un altro modo per incanalare questa energia, che si rintraccia nell’esperienza spirituale ottimale, nella pratica e nel supporto della congregazione (su cui torneremo domani
Così al prossimo tamarrino che insulterà qualcuno di un po’ diverso da sè, non parlate di politica, poichè alimentereste il virus; portatelo piuttosto all’origine di questo odio, portatelo a parlare di sè delle proprie fragilità, della propria pochezza di vita personale e familiare e delle pesanti responsabilità che egli sente nel non riuscire a far fronte alla situazione. Offrite comprensione, rassicurazione, supporto in questa intima fragilità e vedrete che inizierà ad urlare meno, fate una prova poi ditemi.

Se dunque noi lasciassimo le parole di Ferenc David come una massima di buoni sentimenti che aleggia nell’aria, come un proposito (alla stregua di perdere qualche chilo e mangiare meno cioccolata, faremmo ben poca strada. Il nostro obiettivo è collegare la massima di David con il discorso sull’odio che andiamo facendo, ragionando sul fatto che, come dicono le massime strappalacrime da cioccolatini, amore ed odio sono le due facce di un vincolo tra esseri viventi di cui già parlava Giordano Bruno, e che è parte del nostro Settimo Principio, Esiste un movimento basico che ci spinge gli uni verso gli altri, una sorta di fluido grezzo che se viene lasciato raggrumare diventa odio, mentre se viene raffinato diventa amore. E qual è l’elemento di discrimine? Una dottrina spirituale che ci insegni che non bisogna pensare allo stesso modo per amare allo stesso modo. Come insegna l’episodio del serpente in Mosè e in Gesù il testo deve essere una impalcatura che consenta alle energie umani ancestrali di essere rettificate e ricomprese in un percorso spirituale. Il Vangelo deve essere quel catalizzatore che permetta di separare la pula d’odio dal seme d’amore. Non è un caso dunque che tempi come questi di odio dilagante vadano di pari passo con una ignoranza media delle storie del Vangelo che ha pochi precedenti nella storia recente. La catechesi degli ultimi secoli ha fallito perchè ha anteposto gli interessi denominazionali, la salvaguardia di parte, a quello che invece avrebbe dovuto essere il suo scopo: promuovere l’esperienza spirituale ottimale. Si sarebbero dovuti fare gli interessi del singolo e non della denominazione, si sarebbe dovuto portare il singolo ad amare, non importa per quale strada, come ci ricorda David, e non limitarsi a ripetere formule vuote. Speriamo in una repentina inversione di rotta Pensiamoci
Un pensiero di sincera gratitudine al nostro fondatore

Amen Rob

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Uno scimmione da ammaestrare

Mt 9:32: … gli fu presentato un uomo muto e indemoniato. 33 Scacciato che fu il demonio, il muto parlò. E la folla si meravigliava dicendo: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele». 34 Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni con l’aiuto del principe dei demòni».

Cari Amici,
Come primo elemento del passo riflettere sul duplice elemento di questo passo. Anzitutto nessuno è (spiritualmente) muto, se non per un fatto contingente che può dipendere o da una sua libera scelta ( atto volontario e ineccepibile di non interessarsi della propria parte spirituale) e/o da come questa parola venga presentata (pesanti sono le responsabilità delle catechesi dogmatiche in questo senso). La Parola é per tutti ed é di tutti, ciò che rende muti è l’incapacità, volontaria o indotta, di aprirsi ad essa.Il Maestro ha il merito di reinterpretare i concetti della Tradizione Universale rendendo più facile a chi davvero lo voglia, il riscoprire la Parola. Ma il testo ci dice, preliminarmente almeno altre 2 cose.
la prima é che la Parola in quanto parola, non é possesso esclusivo di qualche denominazione o di qualche cattedratico, ma deve essere possesso di tutti, fatto che comporta diritti e doveri. É diritto di tutti venire a conoscenza della Parola, essere istruito e instradato ad essa, ma é anche diritto di tutti quello di esprimere la propria opinione, nella certezza incrollabile che anche l opinione apparentemente piú banale possa essere molto utile a qualcuno. Ma questo comporta anche dei doveri, e su questo mi inalbero spesso: il fatto che la mia opinione conti comunque non mi autorizza a non lavorare su me stesso secondo le mie disponibilità per migliorare la mia apertura alla Parola stessa: infatti, e vale la pena ricordarlo, se é colpevole colui che per egoismo si renda muto alla Parola, lo é altrettanti, se non maggiormente, chi per pigrizia e lassismo banalizzi e svuoti di significato la Parola.
Infine c’ é un ultimo importante elemento: possedere la Parola significa poter dialogare ed il dialogo acquista maggior salienza tanto piú le parti affermino posizioni inizialmente distanti. La dottrina di Gesù, nella sua versione unitariana, rifiutando il dogma della priorità del popolo eletto ed aprendo la dottrina a coloro che erano ai margini della società, è stato un passo in questo senso.Ma il dialogo e l apertura al diverso da sé fece paura e subito si tornò a trincerarsi in nuovi dogmi. Come dimostriamo noi quotidianamente di non aver paura di dialogare col diverso?
La paura del diverso, riporta, alla fine, come mostra il passo, alla seduzione e ambiguità del male. Spesso il male è semplice, qualcuno l’ha definito banale, e in tempi come i nostri in cui usare il cervello è diventato un lusso, ma altrettanto spesso è molto complicato sia capire cosa sia male e cosa sia bene, sia capire se quel coacervo disordinato di emozioni, sensazioni e idee, che chiamiamo persona, sia buona o cattiva. Iniziamo col dire che soluzioni nette non ce ne sono, ognuno di noi ha luci ed ombre, si tratta solo di capire in quale rapporto. Il Maestro ci fornisce altrove una metafora semplice: bisogna sempre pensare ogni situazione e ogni persona come un composto di pula e grano, e noi in ogni situazione e in ogni relazione dobbiamo essere abili nel separare la pula (i lati negativi) dal grano, (i lati positivi). Ma è ovvio che per sapere cosa è pula e cos’è grano io debba avere un sistema di conoscenze (e valori) che mi permetta di decidere prontamente e facilmente cosa scartare e cosa tenere. La dottrina del Maestro dovrebbe servire a questo e non conoscerla significa dunque rischiare di rimanere invischiati in qualche situazione senza un adeguato criterio decisionale. I fessacchiotti d’oggi che si fanno belli della propria ignoranza spalleggiandosi e bestemmiando, mostrano di non avere alcun criterio di discriminazione, ma mostrano soprattutto che, se la pula cresce indisturbata, alla fine il seme divino ne soffre e il comportamento ne risente. Gesù di suo, non ha mai scacciato nessun demone, se non i propri personali ed intimi, che, unitarianamente, pensiamo abbia avuto, cosi come li abbiamo tutti.Gesù con la sua dottrina è causa finale e non d’agente rispetto a ciò che accade. Non pensiate che Gesù irrompa ad arbitrio nella vita di pochi eletti che passavano per fortuna di lì e decida, sua sponte, di cambiare le vicende altrui. Sarebbe una palese violazione sia della libertà del singolo, che si trovi ad arbitrio la vita stravolta, sia dei diritti di quanti per puro caso non abbiano incontrato Gesù perchè quella mattina c’era un ingorgo in tangenziale.
La Dottrina di Gesù invece rappresenta un punto fermo che si chiarisce sempre di più a quanti decidano di seguirla: se il progrediente fa qualche passo nella giusta direzione allontana i demoni, se invece rimane pigramente in attesa di un miracolo, prima che questo avvenga i demoni avranno imperversato. Ma consideriamo anche che il demone venne considerato come negativo solo da una certa parte della tradizione ebraica e solo per un certo breve periodo, che fu tuttavia il periodo in cui la vicenda del Maestro venne interpretata ed i Vangeli redatti. Tutta l’epopea teologica medievale sulla presenza di mondi e forze maligne, sconta dunque il fatto di aver preso i natali in un breve specifico periodo. Prima che cos’era dunque il demone? Era una forza oscura, certamente dirompente e difficilmente controllabile, cui al saggio era dato mandato di gestire e disciplinare. Un mio maestro cabalista faceva l’esempio di uno scimmione: il compito del saggio è quello di nutrirlo, accudirlo ed ammaestrarlo, tenendolo confinato in uno specifico recinto. Ecco un altro elemento di differenza sostanziale col cristianesimo trinitario, ne ho già parlato ma è meglio ribadirlo: nella tradizione trinitaria il santo è colui che è senza macchia, uno che se gioca a freccette fa sempre centro, nella tradizione precedente, greca ed ebraica, il santo non era qualcuno senza macchia, per carità, ma era qualcuno che riusciva a circoscrivere le proprie macchie, a portarle con dignità e, soprattutto, a fare di esse uno sprone, un punto di partenza per la felicità. Eudaimonia, felicità in greco, vuol dire proprio questo: la capacità di orientare al bene (eu) il proprio daimon. Santo non è chi non ha daimon, ma chi riesce ad orientarlo verso il bene. Cosi come santo nella tradizione unitariana non è chi stia lontano dalle tentazioni ma chi ci viva in mezzo e sappia trovare con esse un giusto equilibrio (armonia).
Questo povero scimmione che dobbiamo ammaestrare non è solo negativo, come i trinitari vogliono farci credere, non è da ammazzare poverino. Lo scimmione è anche colui che ci dà energia, ci dà emozione, e ci rende la vita divertente, incasinandola, proprio come una specie di animale domestico. Diciamo che è come un cane ex combattente che noi abbiamo scelto di accudire e che richieda un’attenzione maggiore. E’ vero che ci incasina, è vero che è difficile, ma ci rende la vita interessante, e, una volta ammaestrato, ci rende fieri di noi stessi e di lui.  Allora in che senso Gesù scacciava i demoni? Per comprendere,e utilizzare criteri interpretativi un po’ più fini dell’epica lotta un po’ splatter tra le forze del bene e quelle del male, tanto cara ai bigotti di ogni tempo, dobbiamo fare una metariflessione, che cerco di sintetizzare. Problemi psicologici e psichiatrici, venuti alla ribalta scientifica grazie alla meritoria opera di Freud, ci sono sempre stati, solo che non si avevano categorie analitiche tanto fini: il demone era variamente responsabile di una serie di problemi che oggi inscriviamo in una gamma che va dal neurologico (ad esempio, epilessia, e, come magari in questo caso, afasie), allo psicologico (ad es. traumi e fobie) allo psichiatrico (ad esempio schizofrenie e psicosi).
Può dunque Gesù essere stato un neuro-psi-chiatra ante litteram? Si e No. No perchè il Vangelo non è un testo scientifico, ma un manuale per accompagnare quotidianamente il fedele progrediente nel suo percorso spirituale. Guardare con occhi medico scientifici uno scritto spirituale è un fraintendimento di fini e un atto di miopia verso alcuni eventi. Ma c’è un senso, oggi scientificamente riconosciuto, per cui qualunque esperienza spirituale ottimale, indipendentemente dalla Tradizione da cui provenga, è un chiaro toccasana, che può contribuire efficacemente (sia chiaro, senza risolverli!!!) in moltissime neuropatie e psicopatologie.
Quindi potremmo dire, riprendendo l’esempio di ieri, che Gesù scaccia i demoni, non perchè ammazzi lo scimmione, ma perchè sia uno dei fattori, non l’unico, che aiuti a tenere lo scimmione in cortile, senza che disturbi troppo il sonno e la vita quotidiana nella casa del padrone, aiutando quest’ultimo a preservare una zona di tranquillità, autodeterminazione, autocontrollo e proattività, sulla base della quale egli possa essere giudicato moralmente. Quando dunque insisto per un vostro spazio di preghiera/meditazione/pratica quotidiana, non lo faccio, solo, perchè sono un rompiballe e adori esserlo, ma anche e soprattutto, perchè credo, come religioso e come studioso, che sia uno dei fattori che contribuisca, pur non essendo l’unico, a farvi stare meglio.
Allora facciamolo quest’uomo, capace di vivere le proprie luci e le proprie ombre in armonia
Amen
Rev Rob

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