Santi e Profeti di una creazione continua

Cari fratelli,

negli ormai molti anni in cui ho fatto parte della Comunità unitariana, uno dei problemi più importanti che ci siamo trovati ad affrontare è sempre stato quello di cercare di spiegare la nostra fede in termini facili da comprendere per chiunque. Avrebbe poco significato, ormai, all’interno di gran parte del mondo unitariano universalista, dire semplicemente che siamo quelli che non credono nella Trinità o quelli che non credono all’inferno: la nostra spiritualità si è evoluta molto da quando queste spiegazioni avrebbero avuto senso ma, allo stesso tempo, non credo che elencare e spiegare tutti e Sette i Principi e lanciarsi in astruse spiegazioni teologiche sul liberalismo religioso possa essere il sistema migliore per far capire ciò in cui crediamo.

Il problema di una definizione rapida e semplice mi si è posto anche nel mio recente viaggio in Turchia, paese a prevalenza musulmana in cui la distinzione tra una forma di cristianità e l’altra (e, in realtà, tra qualsiasi forma di religiosità che non riguardi l’Islam) fatica ad essere compresa (e, d’altra parte, mi chiedo quanti in Occidente saprebbero distinguere tra Sciiti e Sunniti, per non parlare di Alawiti, Kharigiti o Wahabiti …)

Come spesso accade anche qua, l’idea di unitariano universalista che i miei amici Dervisci, peraltro ottimamente disposti verso qualunque forma di religiosità, costruivano nelle loro menti sentendomi definirmi tale variava, al massimo, tra un generico Protestantesimo e addirittura un Cristianesimo messianico.

Da qua la necessità di formulare rapidamente una definizione che avesse un minimo di rispondenza con la realtà effettuale del nostro credo. Ho optato, allora, per una definizione, forse, come ogni definizione, un po’ generica, che da tempo mi frullava in mente e che, in termini pratici, ho trovato essere piuttosto rispondente con ciò che la maggior parte degli unitariani universalisti potrebbero considerare corretto: “noi crediamo che tutti gli esseri umani siano affratellati dalla medesima origine e dal medesimo orizzonte e che i diversi percorsi religiosi non siano altro che vie culturalmente codificate, in luoghi e tempi differenti, per esprimere la stessa idea di Trascendente e lo stesso cammino verso quell’orizzonte”.

Se, a livello di “semplici” fedeli questa definizione ha subito suscitato un certo grado di successo, vuoi per il notorio ecumenismo derviscio, vuoi perché, in ambito più strettamente islamico (esistono ali un po’ più rigide anche tra i Mevlevi), sottintendeva che potevano considerarmi tanto un loro fratello musulmano quanto un cristiano o un buddhista o qualsiasi altra cosa, la grande fortuna che ho avuto è stata quella di utilizzare questa definizione con una delle persone più profonde che abbia mai conosciuto: uno Sheik Sufi Mevlevi con il quale è cominciata una lunga e appagante discussione filosofico-teologica, al termine della quale ho avuto ancora più la certezza (se mai ce ne fosse bisogno) di come non esista nessuna contraddizione tra il mio essere ministro U*U e il mio essere studente del sufismo dervish.

“Dio”, mi ha detto tra le molte altre cose, “è inconoscibile agli uomini. Le religioni non sono che balbettio d’uomo per esprimere l’inesprimibile. Per questo il Sufismo riconosce oltre 40.000 profeti noti e persino molti più santi, in luoghi e tempi diversi. Costoro hanno lasciato filtrare un po’ di luce nel nostro buio di conoscenza e quella luce veniva dal loro cuore perché, come dice Rumi, neppure tutto l’universo può contenere Dio ma Dio si adagia comodamente nel cuore degli uomini. Ma come esprimere, poi, un sentimento se non nella lingua della cultura in cui si vive? La mente non può che agire da filtro!”

Scusate se esprimo un parere personale ma, sinceramente, mi sembra una affermazione di una logica ineccepibile!

Eppure … eppure mi sono bastati due giorni in Italia per sentirmi dire, per altro da un amico cristiano che rispetto molto per le sue visioni aperte, che questo è “indifferentismo situazionalista che, in ultima analisi, rischia di sfociare in ingenuo qualunquismo e nihilismo”.

Non metto in dubbio che, come ogni posizione, anche questa presti il fianco a rischi e in particolare, giusto per evitare paroloni da teologi, a quello del “ma credete e fate un po’ come vi pare!” ma questo rischio nulla toglie, secondo me alla bellezza e sistematicità del percorso che ne scaturisce.

So che sto per affrontare discorsi piuttosto complessi ma proprio della sistematicità per nulla qualunquista del quadro da cui l’affermazione del mio amico sheik si sviluppa vorrei parlarvi questa sera, cercando di procedere per punti.

1) Partiamo dalla creazione. Alzi la mano (si fa per dire) chi crede che la creazione sia un fatto concluso, una tantum, magari avvenuto in meno di una settimana, magari avvenuto perché dei “vasi” si sono rotti o perché una enorme nube ha generato la vita senza fine. Voglio dirvi che, piuttosto che alzare la mano ad una affermazione simile io me la taglierei (anche qua si fa per dire). Perché? Lasciando anche da parte ogni risultato scientifico che ci parla di un universo in continua espansione, lasciando anche da parte ogni evidenza cognitiva che ci parla di una ininterrotta alternanza di cicli di “morte” e “rinascita” e “ridefinizione” nella natura, è dal punto di vista morale che l’idea di una creazione conclusa risulta inaccettabile: una creazione conclusa significherebbe un mondo statico, di strade già segnate, di cammini predefiniti, in cui lo spazio per la nostra crescita umana, per la nostra iniziativa personale, sarebbe nullo, racchiuso entro confini predefiniti, costretto su binari già decisi. Solo una creazione in continuo sviluppo può renderci veramente co-attori del processo di sviluppo del reale, può lasciare il nostro spazio di corresponsabilità nel compimento di un processo continuo di modellamento e rimodellamento del mondo e, così, dare senso ad una etica e morale umana di cui accogliamo a pieno il peso del nostro dovere di co-costruttori di un progetto aperto. Se ogni cosa, ogni atomo, ogni energia sono in continuo movimento, in continuo fluire (e, lo so, qui gioco in casa perché questo è uno dei sensi principali del simbolo della rotazione su un asse cosmico durante la “sema” dervish), allora il movimento di tale fluire creativo ci rende protagonisti nella scelta di un direzionamento per tale fluire, ci rende davvero attanti responsabili di quella creazione divina che deriva dalla presenza del Divino in ciascuno di noi (e prima o poi cercherò di parlarvi di come lo sviluppo della volontà divina non sia in contrapposizione con lo sviluppo della volontà personale, argomento che, in questo ambito, ci porterebbe un po’ troppo fuori strada).

2) Ma se la creazione è un processo continuamente in atto, allo stesso modo anche la “rivelazione”, se così vogliamo definirla, deve essere un processo dinamico: in uno scenario in costante evoluzione e in costante mutamento, poco senso avrebbe pensare ad una trasmissione “una volta per tutte” della volontà e della progettualità trascendente da svilupparsi attraverso la singolarità di ciascuno di noi e con la nostra collaborazione, ad una trasmissione che si attuasse in un punto del tempo e dello spazio e lì si congelasse in eterno. Con una immagine esemplificante e, in quanto tale, forse fin troppo semplicistica (come è difficile esprimere l’intuizione del Trascendente con parole umane!), possiamo pensare a viandanti lungo carovaniere nel deserto che chiedano indicazioni per il proprio cammino: a che servirebbe una indicazione fornita a mille miglia di distanza di fronte a bivi che continuamente si presentano? Con ogni probabilità, dovremo costantemente chiedere nuove indicazioni, ridisegnare percorsi che ci conducano verso una meta che abbiamo sì scelto e prestabilito, ma il cui raggiungimento implica regolarmente riaggiustamenti in un paesaggio variabile. Dunque, se la creazione è in costante evoluzione, ancora e ancora avremo bisogno di trovare chi ci indichi la direzione in una lingua che possiamo comprendere, per non doverci basare solo su vaghe informazioni ricevute, magari in una lingua straniera da tradurre, a troppa distanza da dove ci troviamo.

Proviamo a partire da un altro punto per comprendere meglio questo concetto. Da molte parti, non sempre giustificatamente e spesso solo basandosi su esempi tanto eclatanti quanto piuttosto distorti in senso salafita, si sente parlare in Occidente di arretratezza di quei pochi paesi islamici in cui la shari’ia viene applicata integralmente. Proviamo a chiederci la ragione ultima di tale arretratezza e difficilmente potremo non concludere che una grande civiltà come quella islamica ci appaia oggi giuridicamente ferma a secoli fa (e, lo ripeto, solo in pochi esempi particolari) a causa di una decisione improvvida: in un momento non ben preciso tra il X e il XII secolo d.C. si scelse, per varie ragioni, di avere la “chiusura dello sforzo”, cioè la fine di ogni evoluzione delle interpretazioni etico-morali del dettato del Profeta nel Corano e nelle Hadith e, da quel momento, le soluzioni già elaborate dagli interpreti (i “fuqaha”) divennero incontestabili. Questo significa che, per certi versi, chi accoglie tale “chiusura” è rimasto fermo a visioni di giustizia ed equità che non possiamo che considerare medievali, che tali sono perché sviluppate appunto nel medioevo e, in fondo, assolutamente non dissimili da quelle praticate nel nostro medioevo occidentale. Vi siete mai chiesti perché alcuni passi della Torah, della Bibbia o di qualsiasi altro testo sacro risultino irricevibili all’orecchio dei contemporanei? Esattamente per la stessa ragione: sono interpretazioni umane di ispirazioni che possono anche essere divine ma che sono legate, con buona pace dei vari letteralisti e tradizionalisti, a momenti dell’evoluzione umana all’interno della creazione continua irrimediabilmente passati e lontani dalle nostre sensibilità contemporanee.

3) Ma se una creazione costantemente dinamica necessita di continue indicazioni, da chi provengono tali indicazioni, situate nel tempo e nello spazio? La tradizione sufi, che mi sembra perfettamente ricevibile in ottica U*U, distingue due tipologie di fonti, a cui ho già accennato in precedenza: i “profeti” e i “santi”. Dobbiamo fare attenzione alla diversa interpretazione data a questi due termini nel mondo occidentale e nel mondo mediorientale. Nel Sufismo, soprattutto in quello Dervish, un “profeta” è colui che è “Mahdi wa Hadi”, “ben informato e ben informante”: una persona che ha studiato e meditato a lungo, che è entrato in consonanza con la volontà divina, se ne è fatto ricettacolo e terreno di coltura ed è in grado di trasmetterla agli altri in forma adatta ai tempi e ai luoghi (intesi in senso culturale) in cui vive, mentre un “santo” è colui che è “innamorato di Dio”, che brucia di amore ed estasi mistica per il Creatore, che sente, indipendentemente dal suo grado di cultura, preparazione, conoscenza, persino intelligenza, il fuoco sacro dello Spirito danzare gioiosamente dentro di sé e non può fare a meno di esprimere tale sentire nella sua vita quotidiana, nel suo approccio verso il prossimo, nel suo agire fattuale. In alcuni rari casi le due figure si sovrappongono creando il “santo profeta”, “Mahdi wa Hadi” e “innamorato di Dio”. Chi sono costoro? Spesso, anche se non necessariamente, quelli che definiamo i creatori delle religioni o delle correnti spirituali: Zarathustra, Siddharta Gautama, Lao Tze, Moshé, Yeshua, Muhammad, Jalal ad-Din Rumi e molti altri con loro, alcuni dei quali oggi a noi sconosciuti. Ciascuno di loro è stato parte del processo di rivelazione, considerando con questo termine il tentativo di disvelamento di un percorso che porta ad un orizzonte comune e trascendente.

Ciascuno di essi, preso singolarmente, ha dato un suo contributo, interpretando il sentire dell’amore divino secondo codici propri del suo tempo, secondo il suo essere uomo che tenta di tradurre un messaggio divino attraverso il filtro della sua finitezza umana. Parlare di unicità, di Buddha, di Messia, di Sigillo dei Profeti, ha senso solo in relazione all’”hic et nunc” del tempo e luogo della loro “rivelazione” e credo che non a caso l’insinuarsi della comprensione di tale limitazione abbia sviluppato, in gran parte delle religioni, il senso di una “parusia” futura che completasse il quadro da essi tracciato.

Il che non significa, fratelli, che ciascuno di essi vada superato completamente: per mille ragioni, sociologiche, cronologiche, psicologiche, culturali, uno di essi può “risuonare” meglio nel nostro animo, può aiutarci più di altri a scoprire qualcosa in più di quel Dio (o Spirito, o Creatore, o Trascendente, chiamatelo come preferite) che, con le parole di Rumi, non troveremo a Gerusalemme, né su una croce, né alla Mecca, ma solo nel nostro cuore in cui “si adagia comodamente”. Ogni essere umano può avere, se lo desidera e realmente è capace di accoglierlo, un Maestro, un “santo profeta” (o anche più di uno) da seguire, una via preferenziale da percorrere: se il Trascendente, nella sua incommensurabile grandezza, è incomprensibile e inconoscibile all’uomo, l’orizzonte che delinea, i tratti della sua volontà che permette di intuire conducono, per chi sappia comprendere il permanente oltre il transeunte, tutti nella stessa direzione.

4) Ed è qui, io credo, che il mio amico che parla di “indifferentismo situazionalista” sbaglia completamente: credere che in una realtà in continua creazione la rivelazione sia altrettanto in fieri attraverso l’opera di “santi profeti” non significa abdicare alla scelta di un percorso e di una guida (anzi, nel Sufismo Dervish, tale guida non è data solo da un Maestro spirituale di riferimento ma, persino, dalla presenza costante e reale di un maestro, di uno sheik mevlevi che sappia consigliarci e aiutarci con una valenza sicuramente più stringente di quella dei ministri di culto U*U) ma unicamente capire che tale Maestro ci può indicare solo una delle molte vie che conducono tutte all’Uno, una via che sta al singolo vivere con pienezza, verità e amore. E, ancora di più, non significa scegliere a caso o credere in chiunque si definisca profeta ma adoperare la nostra capacità critica nel comprendere come, in una interpretazione corretta, ogni vera via spirituale, per quanto diversa nel suo tracciato, ci muova, nel corso della storia e in ogni luogo, verso il medesimo orizzonte e lungo le medesime coordinate morali caratterizzate da amore per il prossimo, giustizia e rispetto e compassione universale.

Ecco, allora, che al termine di questo lungo sermone, in cui, tra l’altro, ho voluto cercare di esprimere come, anche dal punto di vista teologico, nessuna contraddizione debba essere rinvenuta nell’aderire, come molti di noi fanno, allo UUismo e, allo stesso tempo, nel seguire strade diverse che convergano verso un orizzonte comune, voglio lasciarvi, come di consueto, con una preghiera: se è vero che solo pochissimi sono destinati ad essere Maestri e “Santi Profeti”, se è vero che il percorso per diventare “Mahdi wa Hadi” è lungo e tortuoso e adatto solo a chi, forse uno su un miliardo, sceglie specificamente di addentrarvisi e ha la capacità e la volontà di aprire completamente il proprio essere alla consonanza con il Divino, la mia preghiera per tutti noi è non solo che non cessiamo mai di cercare i profeti nel nostro mondo contemporaneo ma, soprattutto, che possiamo innamorarci del Trascendente al punto da informare di Lui l’intera nostra esistenza, perché ognuno di noi è chiamato, se lo vuole davvero, a provare, ognuno con i suoi mezzi e lungo cammini diversi, ad essere Santo.

Adonai echad,

Amen

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Liturgia del 19 agosto 2018

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Min: Benvenuti Fratelli. Iniziamo con uno degli elementi che più caratterizza la nostra Comunione. Come sapete, è tradizione unitariana e universalista che a turno ogni Chiesa del mondo trasmetta a tutte le altre un pensiero su cui meditare all’accensione del Calice, che è simbolo del nostro accogliere e partecipare al Mistero della vita, coltivando quella scintilla di Infinito che ci spinge ad elevarci spiritualmente.

Lett: Molte luci possono splendere nel buio. Alcune portano fuori strada e lasciano il viandante ancora più profondamente nel buio quando si spengono. Possa questa luce che accendiamo insieme portarci alle nostre giuste, proprie vie in connessione gli uni con gli altri e con tutti quelli intorno a noi. Possa questa fiamma rimanere e diffondersi intorno a noi come un riflesso della nostra compassione fino a quando non vediamo la stessa luce di tolleranza e sensibilità nell’amore rispecchiata nel mondo come nei nostri cuori. (Päivi Helena Kesti leader della Unitarian Church in Finlandia.)

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) “Ogni profeta e ogni santo ha una via, ma essa conduce a Dio: tutte le vie in realtà sono una sola(Jalal ad-Din “Rumi”, Masnawi)

II)”Adorare coloro che sono saggi è molto più semplice che cercare di apprendere dalla loro saggezza(Rev. Clinton Lee Scott, U*U)

III)Giovanni gli disse: «Maestro, noi abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo vietate, perché non c’è nessuno che faccia qualche opera potente nel mio nome, e subito dopo possa parlar male di me. Chi non è contro di noi, è per noi“. (Vangelo di Marco, cap. 9)

Min: sermone (Santi e Profeti di una creazione continua)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura.Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Pieno e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Pieno e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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