Esserci come agenti spirituali

Es: 20:15 Non rubare
Cari amici,

Il comandamento di oggi è ormai diventata legge in pressochè tutti gli Stati che io conosca, in un ambito che oggi diremmo laico. Ma, se c’è una cosa che un comandamento come questo può insegnarci è l’insensatezza di una divisione tra laicismo e spiritualità. Le azioni dell’essere umano possono essere lette in molti modi ma egli resta uno nella sua intima essenza. In più, la spiritualità è indubitabilmente una esperienza profonda e qualificante di ogni essere umano. Come se fosse un braccio. Uno può decidere legittimamente di non usare mai la mano sinistra. Che gli si può dire… è un suo diritto… ma certo è anche una limitazione autoinflitta che penalizza l’essere umano senza un reale motivo o ritorno. Coll’ateismo nihilistico è lo stesso: liberi di negare la spiritualità, ma quello che viene fuori da questa visione è un uomo inutilmente dimezzato.

In ogni caso l’autoconsapevolezza dell’essere umano ha compreso nei secoli che un simile invito non ha etichette ma riguarda l’antropologia profonda di ogni essere in quanto tale. Si dovrebbe nel tempo riuscire a slegare questa saggezza profonda da etichette e connotazioni culturali per coglierne gli aspetti antropologicamente rilevanti per ogni uomo sulla Terra.

In questo lo UUismo, quando non si lascia colpevolmente sedurre dal qualunquismo dell’indifferenza, rappresenta un deciso passo avanti nel progresso spirituale del genere umano. Esso è costantemente a un bivio valoriale e oscilla tra l’essere la migliore esperienza possibile nell’approccio spirituale di un credente, in grado di cogliere l’essenza ultima dell’universale scintilla divina, all’esserne l’esperienza deteriore, che mischia pigramente elementi di superficie, senza avere il coraggio, la forza e la voglia di approfondire.

Ma non c’è solo questo: ogni testo sacro è naturalmente multivoco, e dunque questa semplice indicazione, oltre agli aspetti sociali e antropologici, da un punto di vista spirituale cosa può dirci? L’oggetto del contendere spirituale è il talento o la scintilla divina che ciascuno di noi deve riconoscere in sé e coltivare al meglio. Che senso ha il non rubare rispetto a quella scintilla. Mi vengono in mente due significati convergenti.

Il primo. Noi stessi siamo tutti, ciascuno l’un per l’altro agenti spirituali, in grado di vedere nell’altro il potenziale talento spirituale e di aiutarlo a far si che emerga, a non sotterrarlo, possiamo essere da esempio da guida e da sprone facendo si che la consapevolezza spirituale intorno a noi aumenti. Ebbene, se da un punto divista umano questa è una possibilità, in una prospettiva spirituale si tratta di un vero e proprio dovere. Le vite del genere umano sono cosi profondamente intrecciate che parte delle possibilità della vita spirituale dell’altro dipendono anche da me. Cosa succede allora se per la mia incuria l’altro non riesca a raggiungere il livello spirituale che gli competerebbe? La mia trascuratezza ha avuto un impatto negativo sulla vita dell’altro privandolo di possibilità che avrebbe avuto. Ebbene è questa la privazione, la ruberia di cui voglio parlarvi oggi: quando tu vedi delle potenzialità spirituali nell’altro aiutalo a farle fruttare non gliele rubare, non lo privare di esse. Quando in coscienza ci disponiamo davvero a mettere in pratica questo? Quante volte ci siam davvero spesi per la crescita del potenziale spirituale di chi ci sta intorno? Molto poco, molto meno di quanto avremmo potuto, io per primo che ho pure l’aggravante di essere un ministro. Cosa sappiamo della volontà di crescita spirituale di chi ci sta attorno? Azzarderei molto poco, non pare essere argomento di quelli di tendenza da intavolare con qualcuno. Alcuni potrebbero trincerarsi dietro l’invito a non evangelizzare, giustificando un po’ superficialmente il proprio colpevole disinteresse con la volontà e il rispetto nel non intervenire nella vita dell’altro. Ma è solo un grave errore concettuale: nella sua forma deteriore evangelizzare vuol dire convincere qualcuno delle mie idee, portandolo a professarle. Qui non stiamo parlando di fare dell’altro una copia di noi stessi, ma di aiutare l’altro a coltivare il proprio potenziale, che sarà certamente molto diverso dal nostro, la bellezza del giardino spirituale in cui per dirla con Falasca anche io sono un fiore, è lavorare affinchè armonicamente conviva la maggior diversità possibile. Nell’ interessarmi alla vita spirituale dell’altro ho in mente di accompagnarlo alla sua destinazione, non alla mia.

C’è anche un aspetto squisitamente individuale: quante volte nella storia della nostra vita ci siamo auto sabotati, rubandoci un futuro spiritualmente migliore per pigrizia, insicurezza e incertezze. Quanto del nostro talento spirituale abbiamo sotterrato? Quanto abbiamo rubato al piccolo che c’è dentro ognuno di noi del luminoso futuro che gli sarebbe spettato? Sono domande semplici, ma di una importanza disarmante.

Si tratta quindi in conclusione di riconoscere che spiritualmente l’oggetto del non rubare ha poco a che vedere con la merenda nella cartella del compagno di banco, e molto con l’ultima, l’intima essenza del nostro essere. Una volta che ci sia chiaro questo, una volta che intercettiamo e comprendiamo noi stessi come esseri inseriti in un processo emancipazione spirituale, interrompere o ritardare questo percorso difficilmente può essere visto come un atto di libertà verso noi stessi. Si tratta piuttosto di un ostacolo che noi stessi ci poniamo e che dobbiamo imparare a rimuovere.

La Comunione Unitariana, e in special modo la Comunione dei Fiori, dovrebbe essere, in misura ancora maggiore di quanto non sia ora, il momento in cui ciascuno di noi possa riflettere sugli ostacoli che incontra nel proprio percorso di emancipazione spirituale, e possa offrire aiuto concreto agli altri per la rimozione dei loro. Si tratta di uno spazio, di un momento sulle cui potenzialità dovremmo essere tutti più consapevoli di quanto ora non sia. Non si tratta di dire qualcosa, ma di esserci come agenti spirituali

Facciamolo quest’uomo, capace di rendersi degno del futuro che gli spetta.

Nasè Adam,
Rob

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Liturgia del 13 settembre 2020

Memorandum

Per il Pastore

Il pastore deve:
1.preparare la liturgia e il sermone in formato doc in modo che siano facilmente condivisibili
2.nominare un Cantor, un moderatore e un lettore
3.distribuire le letture

Per il Moderatore:

Il moderatore deve
1. tenere aperti solo i microfoni funzionali allo svolgimento del servizio
2. fare attenzione ad operare il più possibile per eliminare il rumore in sottofondo
3.dare la parola durante la CdF e intervenire in caso di interventi fiume invitando alla moderazione
4.segnarsi coloro che intendano partecipare alla CdF e chiamare solo quelli

Per il Cantor:

il cantor deve
1. avere a portata di mano i canti da proporre

Per i Partecipanti:

I Partecipanti devono:
1. Spegnere la suoneria dei cellulari
2. Impegnarsi per ridurre al minimo i rumori in sottofondo
3. Spegnere i microfoni quando non si intenda intervenire
4. Intervenire via chat o vocalmente solo per contributi attinenti alla funzione. Eventuali saluti, commenti, battute, scuse o simili verranno fatte alla fine della stessa
5. limitare il proprio intervento nella CdF ad un paio di minuti, sforzandosi di renderlo attinente al tema proposto
6. per la serata immergersi nella meditazione eliminando ogni fonte di distrazione (ad esempio, musica o tv accese)
7. Evitare ogni comportamento che possa distrarre gli altri dalla tranquilla fruizione del servizio (non mostrare foto, oggetti o fare gesti o balli)

Lettura introduttiva

Lett: Entriamo in questo spazio, entriamo in questo momento. Lasciamo che questo momento sacro ci prenda e ci abbracci. Sentiamo la terra sotto di noi, sentiamo lo spazio intorno a noi,abbracciarci nella fiducia e nella cura. Sentiamo la presenza di fratelli e sorelle nella fede che ci circonda, viaggiatori spirituali con aspirazioni simili alle nostre. Condividiamo il tempo, condividiamo uno scopo, ci riuniamo per rinnovare la nostra speranza, per sentire la forza del nostro scopo,nell’aria intorno a noi. Qui e ora, apriamo il nostro cuore a questo momento. Sappiamo che ciò che possiamo trovare qui è apprendimento, crescita e amore. Troviamo dentro di noi quel luogo del possibile quel luogo del sogno che anela a un respiro libero, che anela a costruire un futuro più audace e migliore per noi stessi e per gli altri.

Verso il tuo tempio

Accensione del Calice

Gentile e forte Respiro dell’Universo,
ravviva la fiamma delle nostre anime resilienti. Soffia nuova vita nei cuori desolati, prigionieri del dolore e della paura del futuro. Torna ad aleggiare sulle acque tumultuose della nostra storia e dai loro una direzione. Come luce del mattino, scaccia le tenebre dai nostri occhi e ispira la mente di ogni essere umano, perchè comprenda la follia delle barriere, dettate dall’ignoranza e dall’egoismo. Aiutaci a sentirci liberi per collaborare meglio nella costruzione del senso, a cui lavoriamo insieme.
Comunione Unitariana Italiana

 

Affermazione Dei Princìpi

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

Liturgia della meditazione

Min: Fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Quando e dove può Il viandante dello Spirito trovare casa ? Dov’è quel posto Dove vi è sicurezza, rifugio, pace? Il ritorno a casa per me è un istante, un isola di grazia, e di luce interiore, una pace senza tempo anche se vissuta all’interno di tempo. Il ritorno a casa è incandescenza, consonanza, fusione con la verità, è l’esperienza dell’ Uno, e del Divino, è luce, vita e amore, è pane e respiro. Nella notte oscura, il terrore ci attanaglia, le paure ci tallonano, si apre per noi un abisso senza speranze e soli nel buio abbiamo nostalgia della luce. Spirito della Vita, infondi in noi saggezza, illumina il nostro cammino. Guidaci, con la fiaccola della speranza, con il calore dell’amore, verso il faro del senso della nostra esistenza. Tutti noi abbiamo paura del buio ma Tu donaci la luce.

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante. [tutti pregano in silenzio per circa un minuto] Min: Amen Tutti: Amen

Liturgia della Riconciliazione

Min. La nostra eredità universalista consegna alle nostre riflessioni una parola ricca di sfumature e significati per la nostra vita: riconciliazione. Riconciliazione è essere consapevoli che, come cantava Leonard Cohen, che “in ogni cosa c’è una frattura, ma è da lì che passa la luce”. E’ ricomporre le divisioni con la vita e tra le vite senza annullare la bellezza drammatica della loro storia. E’ su questo che la meditazione che seguirà ci invita a lavorare.

Mi riconcilio con il Mistero, ieri della mia angoscia, oggi della mia speranza. Min. Chi vuole può accendere il microfono ed esprimere un proprio motivo di angoscia o speranza, gli altri ascoltino in rispettoso silenzio [non più di tre parole a testa] (Al Termine Tutti) Oggi mi riconcilio

Min. Mi riconcilio con la Natura, ieri fatta di cose, oggi fatta di vite. Min. Chi vuole può dire il nome una persona cara, che si trovi attualmente in difficoltà o che sia recentemente scomparsa [non più di tre parole a testa] (Al Termine Tutti) Oggi mi riconcilio

Mi riconcilio con il Fratello, ieri delle lotte contro, oggi delle lotte insieme. (Tutti) Oggi mi riconcilio

Mi riconcilio con la mia Identità, ieri corpo, oggi vita, ieri ruolo, oggi persona, ieri mente, oggi coscienza. (Tutti) Oggi mi riconcilio

Aperta è la porta della Riconciliazione, qualunque sia il luogo o la cultura, la storia di vita o la natura personale: nell’Amore Divino la Riconciliazione è universale. (A. Falasca in La vita è già un miracolo, EdizioniE.U.M.)

Liturgia della Parola

(I)
O più glorioso degli immortali, sotto mille nomi sempre onnipotente,
Zeus, signore della natura, che con la legge governi ogni cosa,
Salve; perché sei tu che i mortali han diritto d’invocare.
Da te infatti siam nati, provvisti dell’imitazione che esercita la parola,
Soli tra tutti gli esseri che vivono e si muovono sulla terra;
Così io ti celebrerò e senza sosta canterò la tua potenza.
É a te che tutto il nostro universo, girando attorno alla terra,
Obbedisce ovunque lo conduci, e volentieri subisce la tua forza;
Così grande é lo strumento che tieni tra le tue mani invitte,
Il fulmine a due punte, fiammeggiante, eterno.
Sotto i suoi colpi, tutto si rafferma;
Per suo mezzo reggi la Ragione universale, che attraverso tutte le cose
Circola, mista al grande astro e ai piccoli;
Grazie ad esso sei diventato così grande ed eccoti re sovrano attraverso i tempi.
Senza di te, o Dio, non si fa niente sulla terra,
Né nel divino etere del cielo, né nel mare,
Tranne che quel che ordiscono i malvagi nella loro follia.

(II)
Ma tu sai riportare gli estremi alla misura,
Ordinare quel che é senz’ordine, e i tuoi nemici ti divengono amici.
Perché tu hai armonizzato così bene insieme il bene e il male
Che vi é per ogni cosa una sola Ragione eterna,
Quella che fuggono e abbandonano i perversi tra i mortali,
Disgraziati, che desiderano senza sosta il possesso dei (pretesi) beni,
E non badano alla legge universale di Dio, né l’ascoltano,
Mentre, se le obbedissero con intelligenza avrebbero una nobile vita;
Da se stessi si gettano, insensati, da un male all’altro;
Questi, spinti dall’ambizione, alla passione delle contese;
Quelli, volti al guadagno, senza alcun principio;
Altri, sfrenati nella licenza e nei piaceri del corpo,
(Insaziabili) vanno da un male all’altro
E fan di tutto perché succeda loro proprio il contrario di quel che desiderano.
Ah! Zeus, benefattore universale, dai cupi nembi, signore della folgore,

(III)
Salva gli uomini dalla loro funesta ignoranza;
Dissipa questa, o padre, lungi dalle loro anime; e concedi loro di scorgere
Il pensiero che ti guida per governare tutto con giustizia,
Affinché, onorati da te, ti rendiamo anche noi grande onore,
Cantando continuamente le tue opere, come si conviene
Ad un mortale, poiché né per gli uomini é più grande privilegio
Né per gli dèi, di cantare per sempre, nella giustizia, la legge universale.

Da http://www.montesion.it/_montesion/Montesion.html”

Canto Mediano

Rinnovo Dell’impegno comune

Min: Sorelle e Fratelli, meditiamo ancora insieme su quanto abbiamo condiviso questa sera:

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sue facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni. Tutti:Amen

Comunione dei Fiori

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore. Min: Amen

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti, alzando una mano e attendendo di essere chiamato dal moderatore]

Benedizione Mediana

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

Liturgia della Testimonianza

Testimonianza Umanista e Trascendentalista

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre Lett: La vita stessa è la mia guida. Non mi potrà mai essere negata la forza del suo sostegno. La terra verde mi fornisce un ricco nutrimento; pozze di acqua fresca rinfrescano il mio spirito. Una profonda intuizione mi porta lungo un percorso che è vero per il fatto stesso di esistere. Anche se dovessi camminare in una valle dove ombre oscure mi impediscono di sapere dove la vita infine terminerà in ultima analisi, non avrò paura, perché l’energia dell’universo è dentro di me. Tutto ciò che conosco mi impedisce di lasciarmi prendere dalla disperazione e ogni vita è un conforto per me. Anche di fronte a minacce al mio benessere e alla mia stessa esistenza, lo spirito della vita mi nutre, mi onora della sua presenza, e mi ricorda che ho davvero più di quanto ho bisogno. Felicità e grazia si irradiano su di me costantemente e so che mi soffermerò in questo universo con i suoi processi di trasformazione, per sempre. Tutti: Per ogni nuovo mattino con la sua luce, per il riposo e il riparo della notte, per la salute e il cibo, per l’amore e gli amici, per tutto quello che la bontà infinita ci dona, grazie (R.W. Emerson)

Testimonianza Cristiana

Min: Apriamo la liturgia cristiana accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico. Tutti: Amen

Shemà Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min: Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Esortazione Conclusiva

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

Canto di uscita

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Non pensate al Marshmallow!

Cari Amici,

Siamo arrivati al Secondo Comandamento, che rispetto al precedente mostra una palese contraddizione: questo comandamento infatti non ci dice di non farci immagine della divinità, perché in realtà la considera un’impossibilità logica, talmente forte da non dover essere nemmeno nominata.

Dio non può essere rappresentato, perché qualunque sia la rappresentazione del divino, sarebbe in ogni caso una limitazione della sua forma: per quanto io possa essere un bravo disegnatore o un pregevole scultore, qualunque tratto della mia matita o del mio scalpello limiterebbe alla fine un concetto così alto. Quindi è impossibile proprio in quanto trascende ogni tentativo di ingabbiarlo in una qualche logica.
Questo monito – proprio della Teologia – di ricordarsi di questa impossibilità logica però ha una controparte piuttosto interessante, e cioè il concetto di Elohim, volutamente plurale. Ossia, tutti noi abbiamo un’immagine della divinità, sostanzialmente; tutti noi alla fine, ogni tanto, guardiamo questo o quello, o pensiamo (perché no) a un crocefisso o alle immagini della Cappella Sistina… un vecchio con la barba… È quello che Dostoevskij chiama ‘il pensiero dell’orso bianco’: nel momento cioè in cui ci viene detto di non pensare a qualcosa, noi invece lo pensiamo subito. Questo fenomeno viene ripreso dalla psicologia e sembra derivare da alcuni antichi testi alchemici, dove compariva a un certo punto la frase “Non pensare all’orso bianco” e subito induce a pensarlo. E, volendo, potrei citare anche fonti più recenti, dove nel primo film della serie “Ghostbuster” c’era una formulazione di questo tipo, quando viene chiesto a uno dei quattro protagonisti di non pensare a nessuna forma, ma la forma viene pensata (sotto le sembianze di un marshmallow, provocando tutti i guai che ricordiamo….).
Tutto questo per dire che in realtà l’uomo ha veramente bisogno di oggettivarsi, di porsi davanti agli occhi qualcosa, di correre incontro al proprio pensiero. E difficile che noi possiamo pensare a qualcosa senza nominarlo, senza dargli una forma; ne abbiamo bisogno anche da un punto di vista affettivo, emotivo perché non siamo solo razionalità: abbiamo bisogno di un oggetto per poter instaurare una relazione che ci permetta di provare qualcosa di forte e intenso. Quindi l’Elohim inteso come incarnazione temporanea e soggettiva della presenza divina, diviene proprio quest’oggetto.
Ma c’è un però: l’Elohim – pur essendo tutto quello che abbiamo enunciato – non deve rientrare in un ‘Vitello d’Oro’ e in questa dialettica – un po’ complessa se si vuole, ma molto interessante – c’è tutto il significato di questo comandamento. Ossia, la differenza tra Vitello d’oro ed Elohim si articola in diversi punti di vista: il primo punto è l’oggettivazione – che abbiamo visto finora – cioè la nostra necessità di porci davanti agli occhi qualcosa per poter avere un affetto, per poter sentire qualcosa, l’idea di una presenza concreta, quella che serve anche antropologicamente all’uomo per poter far nascere un sentimento forte che lo colleghi alla spiritualità; per contro, l’idea di una selezione: ammettiamo pure che io stabilisca, visto che amo il romanico e il neoclassico, che una data chiesa appartenente a una di queste due correnti artistiche sia il posto migliore dove io possa trovare la presenza di Dio. Da un certo punto di vista questo è normale, è umano: amo il neoclassico e cerco cattedrali neoclassiche perché sono quelle che più mi permettono di esplorare la mia spiritualità, di sentirla e di viverla più pienamente. Però se io pensassi che la presenza divina fosse solo qui, allora sbaglierei di grosso. Quella particolare chiesa diverrebbe un feticcio e io non vedrei quell’esperienza, quella chiesa, quell’oggetto come un tramite, un trampolino di lancio verso qualcosa di trascendente, ma si tramuterebbe in un’esperienza fine a se stessa, qualcosa che arresta nel percorso di rilevazione del divino e diverrebbe quindi un dogma, un atto d’idolatria perché io penserei che la presenza del divino sia solo lì. Quindi una cosa è  avere come idea ricorrente il “crocefisso di Don Camillo”, ossia recarsi in una chiesa e trovare un crocefisso attraverso il quale parlare con il Principale: nessun tipo di problema, purché quello non sia visto come il terminale del discorso, ma semplicemente come un medium, un tramite per qualcosa di altro, il trampolino di cui si parlava. Non si devono dunque attribuire poteri particolari a quel singolo oggetto, e non si pensi mai che quell’oggetto sia il terminale della preghiera e quindi non ci si inchini all’oggetto e non ci si illuda che sia l’oggetto a manifestare la presenza del divino, così come nel Medio Evo si pensava che toccando la veste di un dato santo si riuscisse a ottenere qualcosa.
Ben vengano la chiesa o il crocefisso di un certo tipo, ben vengano l’esperienza o un luogo particolari perché mi fanno provare un certo tipo d’esperienza, ma quello non dev’essere un arresto.

Siamo al secondo punto: non ci dev’essere l’adorazione dell’oggetto, l’idolatria, ma la considerazione dell’oggetto (si torna all’orso bianco) come qualcosa di indispensabile per farmi crescere, per farmi andare oltre, per farmi superare uno scalino e andare più in alto. E allora anche l’oggetto alla fine viene considerato, ma nel momento in cui incarna temporaneamente e soggettivamente la presenza divina e mi permette di andare oltre non diventa più un vitello d’oro, ma diviene Elohim
Quindi, non è una condanna dell’arte perché nessuno dice di non rappresentare di per sé, purché queste rappresentazioni non siano il punto d’arresto del percorso, ma un trampolino per il percorso stesso. In effetti, il verso 5 che abbiamo considerato dice “non ti prostrar davanti a loro, non li servire”. ‘Prostrarti’ e ‘servirli’ implicano il fatto che per me quelli siano terminali del percorso, mentre invece non dev’essere assolutamente così.
Qui poi c’è un altro punto, un’altra contraddizione: Il fatto che se io decidessi di considerarli come terminali del discorso, come feticci, come idoli, avrei un’idea strumentale della divinità, che sarebbe una specie di “primus inter pares”, che io colloco spazialmente e temporalmente, e inoltre considero come qualcosa che io posso in qualche modo condizionare, usare. Diventa insomma per me un ‘oggetto tra gli oggetti’ e quindi posso ragionare in termini di ‘utilità’ con l’oggetto stesso: questo è una bestemmia, perché tendenzialmente il divino diventa una sorta di mio servitore e ne ho un’idea piuttosto strumentale. Diventa parte di un progetto che ha me come fine (“Cosa devo fare per convincere Dio a farmi ottenere quello che desidero?”)

È evidente che in questo caso la logica del discorso venga completamente rovesciata. Quello che abbiamo appena spiegato, è evidente che non possa funzionare mentre invece funziona l’agenticità: quest’oggetto, questo contesto, questa situazione mi permette di riscoprire la presenza del divino in me, permettendomi a sua volta di riscoprirmi parte di un progetto complessivo e di scoprire anche la mia parte di azione in esso. Io non rappresento un cliente, un avventore che si metta al tavolo e scelga la bevanda (dimmi quante Ave Maria vuoi per ottenere quello che chiedo…): non è certo questo, ma è invece rendersi conto di essere un agente all’interno del disegno divino, e quindi come agente scelgo quale delle azioni possibili sia quella più efficace per vivere a pieno la presenza del divino.

Oltre ad assolvere l’arte, questa prospettiva è un monito alla scienza perché nel momento in cui io dico che mi creo un’immagine del divino e mi arresto all’immagine, sbaglio perché in realtà sto dicendo che qualunque immagine che causi un arresto è un’immagine fallace, perché la realtà è irriducibile.
Quand’anche io facessi a uno stesso soggetto cinquecentocinquanta foto da altrettante angolazioni diverse, non riuscirei mai a renderne completamente la complessità e le sfumature. Per quanto sia un bravo fotografo io perdo comunque all’intero della mia opera, ma non tanto perché sia insito nell’arte, quanto perché la realtà essendo profondamente radicata nella presenza divina è irriducibile rispetto a qualunque soggettivazione umana, a qualunque tentativo umano di circoscriverla.
Quindi anche quando noi pensiamo di avere scoperto tutto, quando pensiamo di poter dimostrare che Dio esista oppure no, o che tutto deve andare secondo una logica, in realtà dobbiamo avere un atto di umiltà, dire che qualunque sia il nostro concetto globale esso è frutto di un processo di selezione, di frammentazione della realtà e questo processo – per quanto inevitabile – è in sé profondamente sbagliato: perché nel momento in cui io fraziono l’intero, in qualche modo sbaglio.
Un altro elemento strutturale dell’antropologia è quello della necessità dell’abitudine, della ripetizione: perché ci tranquillizza, ci fa sentire a posto, ci rassicura e ci rende ben chiaro quale sia il nostro ruolo nel mondo. Però appunto questa necessità, quest’abitudine ha anche un lato negativo, perché dopo un po’ le cose che sono ripetitive stancano e quindi qual è il discrimine tra buona e cattiva abitudine? È quello che io chiamo esperienza ottimale spirituale, ossia se io attraverso quello che sto facendo sento di trascendere la realtà, di andare davvero oltre e quindi di sentire veramente la presenza del Principale dentro di me, allora tutto funziona anche se facessi cinquecento volte la stessa cosa. Quando invece mi rendessi conto che ciò che sto facendo non mi fa più sentire la stessa intensità perché probabilmente ho raggiunto un grado di assuefazione, allora quello è il momento in cui devo ricordarmi di questa lezione, di questo comandamento cercando di introdurre qualche elemento di novità nel mio approccio spirituale, nella mia pratica, che mi permetta sostanzialmente di tornare a trascendere.

Allora facciamolo quest’uomo, impegnandoci tutti, con tutte le nostre forze, a non pensare all’orso bianco

Nasè Adam,

Amen

Rob

 

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