Dal sacrificio alla misericordia, nè servi, nè padroni ma figli adulti

La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa? Gv 7:51[…] Misericordia io voglio e non sacrificio Os 6:6 Mt 9:13
Cari Amici,

il verso di Giovanni un punto fondamentale, che senza tema di smentita che solo una prospettiva realmente UU può essere conseguente a questo verso, che presenta alcuni aspetti peculiari, che è meglio esplicitare
1) Anzitutto, questo grande insegnamento, come poche altre volte, ma sempre tanto significative che conviene ricordarle, pur essendo del Vangelo non viene da Gesù, e non viene da Gesù proprio per dare una prima dimostrazione pratica di ciò che dice: una persona può essere un buon insegnate, e può insegnarci qualcosa anche se, e, a volte, proprio perchè non corrisponde alla nostra legge, ai nostri canoni, non si giudica una persona senza averne giudicati i frutti.
2) E la cosa importantissimissima è che questo insegnamento arriva proprio da uno che con esso ci fa a botte: altro insegnamento fondamentale, vero Maestro non è chi va in giro con un vestito pulito in mezzo alla melma, ma colui che in essa ci nuota, si sporca ne esce. Nicodemo può dire questo proprio perchè egli è il primo a sapere quanto coraggio ci voglia a valutare le persone e i loro frutti, al di là delle etichette, è il primo che ha una paura fottuta di ammettere il proprio interesse per Gesù nonostante tutto, nonostante il rischio di andar contro alle attese sociali e di deludere le aspettative familiari. E chi può dirci di questa difficoltà. se non uno che quotidianamente la sperimenti?
3) Il verso non dice di non giudicare, ma di farlo tenendo conto di due condizioni fondamentali, da un lato che non si giudica mai a priori, dall’altro che non si giudica mai la persona ma sempre l’atto.
Ancora una volta, vuol dire che agli UU va bene tutto e imbarcano tutti? Col piffero! Vuol dire che gli UU riconoscono che ciascuno di noi è in lotta per far diventare ciò che si dice con la bocca (come Nicodemo) qualcosa che pervada di fatto tutta la persona ed i suoi atti, e questa lotta nel mondo è un continuo farsi. Noi non siamo così ipocriti da voler pensare di accogliere solo i vincenti, perchè tutti rischiano di perdere all’ultimo minuto finchè sono in vita. Noi accogliamo persone in lotta, più bravi e meno bravi, purchè, ed è una condizione fondamentale e dirimente, riconoscano il nemico e non si diano mai per vinti.

In merito a questo, ieri ero alla fermata del bus e ho sentito il solito commento razzista di due signore tanto per bene.Tra le cavolate che si dicevano una mi è parsa particolarmente interessante, nel suo essere razionalmente e teologicamente,oltre che umanamente, assolutamente priva di senso: Non capisco perchè tanta attenzione per quei senza Dio
Questa cavolata nasconde 3 elementi concettuali che meritano attenzione

  1. i senza Dio A parte che nella maggioranza dei casi questa affermazione è falsa, sia poiché, a giudicare dall’onda nichilistica che ci pervade, è molto più senza-Dio l’Europa di quanto non lo sia l’Africa, sia perchè questa affermazione è per lo più falsa poiché ciascuno dei migranti ha mediamente una propria credenza spirituale che merita rispetto. Allora perchè parlo di questa gran cavolata? Perchè spesso gli errori nascondono una verità o poiché credo si possa imparare dagli errori. Il concetto di senza-Dio nasconde una debolezza fondamentale dell’antropologia umana, quella di reagire con paura alla diversità e all’incertezza, soprattutto riguardo a qualcosa che possa sopraffarci, come può Dio in fondo. La maniera più comoda che abbiamo per reagire a questa nostra paura del diverso e del cambiamento, è chiudere Dio in fotmule e regole, i nostri dogmi, relegando il Divino in recinti dai quali non possa uscire, i nostri dogmi, cosicchè ci si possa sentire rassicurati dalle mura del recinto. La paura ci fa pensare come se noi potessimo essere proprietari di Dio e potessimo stabilire in base alle nostre regole chi Dio lo possieda da chi no. Da Principio al quale decidiamo di subordinare le nostre azioni (Israele in ebraico vuol dire anche quello) il Divino è diventato un attributo in nostro possesso che noi possiamo attribuire a nostro piacimento. Da suddito del Divino l’uomo Occidentale ne è diventato proprietario, reggendo ad un quasi errore (ne parleremo poco oltre), con un grande errore. Ma Dio se ne frega dei nostri recinti e ci si ripresenta ogni volta in forma diversa, sempre scomoda, perchè vuole ricordarci che noi siamo qui, non solo per stare su un’amaca a prendere il sole, ma anche, e soprattutto per fare un esercizio spirituale che ci porti a sfruttare l’esperienza mondana nel senso dell’autoconsapevolezza spirituale.

  2. Attenzione ecco dunque che Dio rifiuta di essere un semplice possesso dell’uomo, di essere un comodo soprammobile ed usa la diversità per dirci che il modo in cui noi ricerchiamo la tranquillità, ossia relegando in soffitta tutto ciò che non ci piace, è un modo sbagliato.

  3. Non capisco ed ecco che l’uomo prova fastidio all’idea che quello che dovrebbe essere un suo possesso, la sua idea di Dio che vuole imporre al mondo e a Dio stesso, rifiuta di stare al suo posto, di essere un semplice elemento rassicurante ed autoassolvente

Uno dei rischi della libertà teologica dello Uuismo è quello di ergerci a padroni della nostra esperienza spirituale, dobbiamo stare attenti a non confondere la libertà col dominio

Abbiam parlato del fatto che siamo diventati talmente arroganti da voler essere padroni d(ell’idea d)i Dio e di come questo sia pericoloso e sbagliato, ma abbiamo detto che, per certi versi, anche l’opposto è sbagliato: non ho mai sopportato la retorica masochista di chi dipinga l’uomo come un servo, una pecora, un verme rispetto a Dio. Umiltà non vuol dire masochismo, e non è il masochismo che Dio vuole: se l’avesse voluto non avrebbe messo su tutto sto cine del mondo, non ci avrebbe dato la libertà solo per praticare esercizi di autoumiliazione. Spesso c’è gente che ragiona in questo modo: io faccio lo stronxx dalle 9 alle 17, e poi dalle 17 alle 9 mi umilio, mi insulto e mi sputo. Dal punto di vista di Dio questo comportamento è assolutamente deleterio perchè mentre il mondo non se ne fa nulla delle tue frustate, dei tuoi insulti e dei tuoi sputi, che solo solo un irritante atto narcisista, ciò che rimane sono le tue cattive azioni cui certamente non si rimedia sputando allo specchio. E allora Dio cosa vuole? vuole che noi impariamo a rispettare un Patto finalizzato al completamento, alla cura e alla valorizzazione di una Creazione di cui dobbiamo diventare responsabili, come fratelli maggiori, che vengano lasciati a casa da soli con dei fratellini (le altre creature) Dio vuole che noi passiamo da una idea sacrificio (che è l’atto di qualcuno che applichi una regola anche senza.capirla condividerla, anche se pensa che vada contro se stesso) ad una idea di misericordia in cui il contraente adulto del patto sappia inquadrare la regola nel contesto di cura e valorizzazione della creazione e, in ragione di ciò, agisca uscendo dalla dialettica servo padrone.

C’è un bellissimo verso di una canzone di Vecchioni che cito spesso, e che penso sia il vero gran comandamento dato da Dio all’uomo rispetto alla creazione:

Sogna, ragazzo, sogna

Ti ho lasciato un foglio

Sulla scrivania

Manca solo un verso

A quella poesia

Puoi finirla tu

Nasè Adam

Amen

Rob

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Attenti al palo!

 

Gv:7:5 Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. 6 Gesù allora disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto, il vostro invece è sempre pronto. 7 Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di lui io attesto che le sue opere sono cattive.  […] 16 Gesù rispose: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17 Chi vuol fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso. 18 Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato è veritiero, e in lui non c’è ingiustizia. 19 Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! Perché cercate di uccidermi?». 20 Rispose la folla: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?». 21 Rispose Gesù: «Un’opera sola ho compiuto, e tutti ne siete stupiti. 22 Mosè vi ha dato la circoncisione – non che essa venga da Mosè, ma dai patriarchi – e voi circoncidete un uomo anche di sabato. 23 Ora se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la Legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché ho guarito interamente un uomo di sabato? 24 Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio!». […] Mc 2:27 Poi disse loro: «Lo Shabbat è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per lo Shabbat […] Mt 5:17 «Non pensate che io sia venuto per abolire ma per portare a compimento.

Cari Amici,

Quello che mi piace di essere uno UU è che io possa tranquillamente storcere il naso rispetto ad alcune affermazioni del Maestro senza che mi si buchino le gomme. Perchè storco il naso? Perchè credo che la predicazione debba tener conto dell’uditorio, un concetto utile con ebrei ultraortodossi, come quelli con cui viveva Gesù, potrebbe rivelarsi deleterio in un contesto molto diverso, come un gruppo di UU. Lasciate che mi spieghi: secondo Gesù le regole e la liturgia comunitaria, nel loro carattere routinario e ripetitivo, vanno rispettate, proprio perchè da questo carattere routinario si può trarre quella stabilità, quella certezza, che è fondamentale affinchè il seme divino possa crescere in noi in maniera efficace e protetta, e noi abbiamo qualcosa di stabile e fisso nei momenti bui cui aggrapparci. Gesù dice che sono possibili alcuni casi eccezionali in cui in nome di una più alta esperienza spirituale ottimale, si possa derogare dalle regole per seguire l’estro del momento. Gesù ci insegna che il seme divino spesso funziona per sviluppi non progressivi, ma per “salti” che vanno assecondati. Ma sono appunto casi eccezionali, cosa ben chiara in una mentalità ultraortodossa. Il paradosso è che lo stesso discorso, fatto in ambiente UU, rischia di far diventare l’eccezione una regola e di ridurre il singolo credente ad un neonato spirituale che non cresca mai e che sia condannato ad un eterno e sterile girotondo spirituale, attratto qua e là, senza costrutto, dalle luci che casualmente incontra. Essere ministri UU è molto impegnativo perchè tu hai in mano una fuoriserie, ma devi cercare di convincere chiunque la voglia provare a non fare lo spaccone e ad avere l’umiltà di imparare come si guida un fuoriserie, altrimenti ci si schianta al primo palo. Ecco dunque che penso che il medico Gesù, se si fosse trovato davanti a degli UU avrebbe insistito molto di più sulla necessità di regole piuttosto che sulla possibilità di eccezioni. Allora iniziamo a imparare che lo UUismo non è solo ciò che legittima tutte le eccezioni che mi vengono in mente, ma anche ciò che mi richiede una regola da seguirsi per almeno un ciclo. Non esiste uno UUismo senza una disciplina che renda saliente la via spirituale. La disciplina è come un cartello stradale a più indicazioni che ci indichi un numero finito di direzioni possibili, quelle che possono aver significato nella nostra crescita. Muoversi senza cartelli, basandosi solo sull’estro del momento, ci espone troppo a girotondi privi di significato. Qui il Maestro sottolinea un aspetto fondamentale troppo spesso colpevolmente negletto dagli esegeti molto più bravi di me: il Vangelo vuole essere una ripresa, non del tutto fedele per limiti oggettivi, delle parole di Gesù e l’intento di quest’ultimo non è mai stato quello di fare un libro di epistemologia, di fisica o di metafisica, ma un manuale di pratica, spirituale e morale, che fosse utile per chi avesse la pratica come fine. Se io avessi in mano un libro di cucina, non mi chiederei se ciò che dice sia vero o falso, ma semplicemente se le ricette siano buone o no; se avessi in mano un manuale di funzionamento della tv, nemmeno questo sarebbe vero o falso, ma utile o inutile a seconda del fatto che le istruzioni che vi sono scritte si adattino o meno al mio telecomando. Così il Vangelo non è un libro di metafisica, non è vero o falso, ma un manuale di pratica, spirituale e morale, che si propone di essere utile per formare e consigliare chiunque voglia padroneggiare tale pratica. Le parole di Gesù vanno rilette alla luce del nostro intento di fare una esperienza spirituale ottimale. Se davvero ci disponessimo a trovare uno spazio per sentire appieno il seme spirituale che lavora dentro di noi, ci accorgeremo di avere progressivamente qualche difficoltà sugli spazi, sui modi, sui tempi, sui contenuti della nostra pratica. Il Vangelo vuole esserci d’aiuto in questo, seguire il fedele in formazione, consigliarlo passo dopo passo, esserci nelle difficoltà e presentare al progrediente difficoltà successive. Anche la Comunione dovrebbe essere questo, uno spazio per praticanti in cui confrontarsi e consigliarsi, ma spesso così non è: da teatro dei problemi di pratica spirituale diventa spazio di autoaffermazione fino al punto in cui persino questo strumento eccezionale venga snaturato e reso in efficace. Pensate ad un giochino: provate a disporvi a pregare/meditare. Che difficoltà incontrate? Ora aprite il Vangelo (o i vostri testi di riferimento) e scoprirete che per ciascuna di esse il Maestro ha consigli e ammonimenti.Nella Comunione dei Fiori Domenica proviamo a raccontarci le nostre difficoltà sul cammino. Siamo all’ultimo punto di questo passo: la questione della popolarità. Alzi la mano chi non vorrebbe essere popolare, amato seguito, stimato in ogni dove É umano. Ma é altrettanto umano che cosi non sia. Il Maestro sa che a volte, anzi direi piuttosto spesso,se si vuole rappresentare la via della crescita per un individuo o un gruppo di individui, bisogna non aver paura di essere impopolari e indicare la via dalla quale si è discostati. Pensiamo a un padre che sappia che il figlio si diverte ai videogames, ma glieli moderi facendolo studiare in nome di un bene futuro. Certamente sarà odiato dal ragazzino, certamenteil ragazzino dirà che studiare non serve,che è inutile, che è da bacchettoni, ma poi…col senno di poi,ciascun ragazzino ringrazia il padre per essere stato fermo su alcune posizioni, Così è nella CUI: ci sono momenti in cui ciascuno di noi ha letteralmente bisogno che l’altro otre l’abbraccio e il sorriso usi anche la fermezza nell’indicare l’orizzonte di crescita individuale e collettivo. Ognuno di noi affronterà periodicamente nella vita momenti in cui, per un verso o per l’altro sbagli ecceda derogando a uno dei nostri tre principi e abbandonandosi alla sregolatezza (moderazione) alla noncuranza (dedicazione) e all’egoismo (carità). Capita a tutti, anche e soprattutto a me. E a me piace pensare ad una comunità che possa avere anche per me la doppia funzione: da un lato l’abbraccio che dica “siamo con te”, dall’altro l’ammonimento che dica “piantala di fare il pirla”. Abbiamo un bel dire che i peccati siano relativi… Mica tanto, ciascuno di noi sa cosa sregolatezza, noncuranza ed egoismo causino in lui. Ora dunque chiudo chiedendovi di porvi due coppie di domande, di cui poi, se volete potremo discutere. 1a) In che modo la comunità mi fa sentire accolto? 1b) In che modo il mio comportamento risulta accogliente per altri nella comunità? 2a) In che modo la comunità è per me un pungolo, un esempio e uno sprone nel mio percorso spirituale? 2b) In che modo io, col mio comportamento in comunità, cerco di essere da sprone, e da esempio virtuoso per gli altri? Meditiamo su queste domande Nasè Adam, Amen Rev Rob

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Col dito scrisse per terra

Gv 8:4 gli dicono: « Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? ». 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. 7 E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: « Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei ». 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse: « Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? ». 11 Ed essa rispose: « Nessuno, Signore ». E Gesù le disse: « Neanche io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più ».

Uno degli aspetti importanti di questo passo è l’atto di scagliare pietre. Perchè siamo così solerti nel condannare qualcuno? Potremmo rispondere semplicemente deprecando una debolezza costitutiva della natura umana, ma secondo me scentreremmo la questione, il testo ci offre molti dati in più: è proprio sul gesto e sulla pietra che dovremmo riflettere. La pietra infatti rappresenta il peso del peccato. Il peso del peccato dunque è originariamente in chi tira, non in chi riceve la pietra. E il peccato è un peso intollerabile per ciascuno di noi: per quanto infatti facciamo gli splendidi, sia da un punto di vista nihilista nel dire che il peccato non abbia senso, sia da quello lassista nel dire che tutto va bene, il peccato è lì ed è un peso irriducibile, che ci si ripresenta ogni volta che abbiamo il coraggio di guardarci dentro. E allora di solito che facciamo? Ci rintontoniamo di sofismi, di rumori, di oppio reale o figurato per non sentire, come dei novelli Dorian Gray. Ma invano, prima o poi questo peso chiede il conto, e ci cuoce a fuoco lento. Gli UU non hanno bisogno dell’inferno perchè sono certi che la nostra coscienza da sola sappia indicarci ciò che bene e punirci prima o poi.Ecco dunque che l’atto di scagliare la pietra, se centrato sull’accusatore e non sull’accusato, acquisisce un nuovo importantissimo valore: nella pietra all’accusatore vien data la possibilità di visualizzare il proprio di peccato, che alberga al fondo dell’anima, di ogni anima, ed è una vista intollerabile che egli, nell’atto di lanciare, cerca di allontanare da sè. L’odio per l’accusato, che ricorda un po’ l’odio di certi italici virgulti per i migranti, è in realtà odio di sè, che non riesce a trovare altro modo per esprimersi. Le parole del Maestro dunque servono a questo, a ricordare che l’atto di accusa, pensato da Mosè, potesse essere un invito ad uno sguardo su di sè, al proprio di peccato, e non all’accusato. Gesù invece non condanna, rimane con noi. In che modo? Non certo attraverso qualche artificio metafisico, sapete che sono allergico a questi interventi miracolistici, egli rimane con noi unitarianamente in un modo solo, attraverso la memoria del suo esempio. [Sia detto incidentalmente, perchè insisto nel consigliarvi di pregare spesso Vangelo alla mano? non per sadismo, ma proprio per non perdere la memoria degli insegnamenti del Maestro e di sentirne la presenza costante vicino a voi] E quali sono i modi in cui il Maestro ci sta vicino?

Sono molteplici: oggi ne cito 3

Conforto Qualunque sia il casino che abbiamo fatto, sappiamo che lui comunque è vicino, se siamo a terra ci abbraccia e cerca con noi la forza di rialzarci. Non esiste essere umano, non esiste peccatore, che non possa avere un abbraccio e un conforto

Istruzione Noi dal Vangelo possiamo e dobbiamo imparare, sempre, ogni giorno. Una maggior efficacia negli atti passa per una miglior chiarezza nella testa, e questa chiarezza è soggetta all’umana dimenticanza e distrazione e quindi va periodicamente rinnovata e ripulita. Pensiamo a quel “col dito iniziò a scrivere per terra” Quanto mi piacciono gli enigmi! Questo verso rappresenta un vero enigma! Nessuno saprà mai nè perchè il Maestro abbia cominciato a scrivere per terra,atto che per la mentalità di oggi può sembrare strano, ridicolo o privo di significato nè che cosa abbia effettivamente abbia scritto. Sono enigmi per cui non c’è soluzione e lungi da me pensare che ciò che sto per dirvi sia indiscutibile [Si pensi che c’è anche chi sostiene che l’intero passo sia spurio, e non senza un qualche fondamento di ragione]. Però cosa fa il Maestro in un momento psicologicamente importante, in mezzo a un’orda di uomini piccoli impegnati a nascondere in rabbia verso l’altro la riprovazione verso sè stessi? Egli torna alla scrittura, come atto di mediazione e di riflessione e questa scrittura non può che essere Scrittura Sacra. Perchè insisto sulla necessità di una vostra consuetudine quotidiana col testo biblico? Perchè possiate, avendocelo sempre a portata di mano, tornare ad esso nei momenti emotivamente più difficili.

Anche perchè si scrive per terra, segno di impermanenza, segno di quanto fragile sia questo processo di chiarificazione spirituale e quanto spesso necessiti di essere ripreso e ribadito. Ma egli non legge solamente, egli scrive. Cosa vuol dire? L’atto di scrivere implica un atto di verifica di quanto si ricordi, e quest’atto è tanto più urgente, tanto più significativo, quando si pensi che esso viene compiuto in un momento in cui la nostra condotta rischia di essere turbata dalle emozioni, dalla rabbia

Se questo è vero, provino quanti tra voi si definiscono cristiani. Se io vi chiedessi se conosciate il Vangelo, molti di voi mi risponderebbero sinceramente e senza dubbio che ovviamente lo conoscono, e bene. Ma se io vi chiedessi di scrivere correttamente 5 versi del Vangelo sul tema della Carità, senza avere il testo sottomano, quanti tra voi riuscirebbero a scrivere i 5 versi correttamente? Allora, dato per scontato, come ho già detto, che una migliore e rinnovata chiarezza mentale sia foriera di una atto moralmente più efficace, soprattutto nei momenti di maggiore slancio di emozioni negative, cerchiamo di tornare alla nostra Lieta Novella, e chiediamoci sia cosa prescriverebbe per una situazione come quella, sia, magari provando a riscriverne dei versi importanti, quanto correttamente ricordiamo il dettato evangelico su un dato argomento

Sprone Gesù non è affatto uno che ci giustifichi o ci assolva. Il Vangelo è pieno di suoi cazziatoni, e quando gli pigliavano i 5 minuti era meglio starci lontano. Come un personal trainer spirituale Gesù vuole la nostra crescita morale e spirituale, e ci sprona ad essa. Come tutti i sovrappeso che vadano in palestra con scarsa voglia, siamo bravissimi a creare sofismi che giustifichino il nostro immobilismo. Ma con Gesù come personal trainer le chiacchiere stanno a zero. Noi possiamo avere in lui il massimo consolatore possibile se e solo se non lo prendiamo in giro. Molti si allontanano dal giudeocristianesimo proprio per la sua caratteristica di essere specchio della nostra anima, e di farci vedere spesso cose di cui sentiamo il peso della responsabilità e che non vorremmo vedere.

Ai più può sembrare che lo UUismo dimentichi il terzo punto, ma non è così, tutt’altro. Uno dei motivi per cui non siamo popolari è che spesso siamo contattati da gente che creda che attraverso noi possa autoesimersi dal proprio compito evolutivo spirituale, o trovare assoluzione sistematica a qualunque panzana morale venga in mente, ma non è così, e quando se ne rendono conto scappano, senza pensare che non stanno tanto scappando da noi, ma da se stessi, da quello che han visto di sè nello specchio che noi rappresentiamo.

Facciamolo dunque quest’uomo, capace di sentirsi accolto senza autoassolversi e di usare la forza della Comunione dei fratelli per essere ogni giorno una persona moralmente e spiritualmente migliore

 

Nasè Adam,

Amen Rob

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