La diapositiva mancante

Era usanza fino a qualche anno fa, quando ancora la tecnologia non ci spingeva alla condivisione in tempo reale delle esperienze con i vari selfie dal cellulare lanciati sui social senza più noncuranza delle dimensioni sproporzionate dei nostri visi e dei nostri nasi, che l’amico di turno ritornato da un qualsiasi viaggio sufficientemente oltre il Raccordo Anulare ti invitasse a guardare le famigerate “diapositive”! Ok, ora sapete già tutto del viaggio a Londra attraverso le foto tachioniche di mia moglie, in grado di essere pubblicate su FB ancor prima dello stesso scatto, ma, poiché invece il sottoscritto è un dinosauro analogico che ama le cose all’antica e poiché il viaggio in questione contiene una tappa specificatamente unitariana, vi annuncio che stasera “vi tocca”. Quindi, mettetevi comodi, che partono le diapositive.
Ma, ops, la proiezione purtroppo comincia dalla fine, dal primo giorno di lavoro di ritorno dalle ferie. Sì, perché questa prima diapositiva mi serve per spiegare le altre. Sono allo sportello (per i lettori non addentro alla nostra vita comunitaria, spiego che i pastori UU in Italia devono sostenersi con un proprio lavoro, ed il mio è, ahivoi, presso un ufficio pubblico), di rinforzo a smaltire le code, e mi viene una signora che chiede di poter effettuare delle operazioni per conto della figlia, che non può venire perché… si è fatta suora. Al pensiero di questa difficile scelta di vita della figlia la signora, sommessamente, comincia a piangere. Eccola lì, mi tocca fare il pastore anche qui. E le dico, per rincuorarla, che capisco la vocazione della figlia perché anch’io ne seguo una, quella di pastore protestante, benché certo molto meno rigida e distaccata dal mondo. E’ un bisogno di autenticità che ci porta a sfrondare la vita dal “troppo” che il mondo ci chiede di avere, per poi donarci con uno slancio diverso agli altri. “E’ una scelta difficile, ma di cui”, dico alla signora “deve essere orgogliosa”. Non so quanto io abbia convinto la signora, so solo che mi ha ringraziato della cortesia. Ma so anche che, per un breve momento, ho ammirato anch’io quella ragazza, che non conoscevo, ma di cui ho immaginato il coraggio di scelte radicali, un coraggio che forse io non ho mai avuto. E sentivo come in quella scelta di vita fosse presente un “amore oltre l’umano”, nel sostegno di una presenza come nello slancio verso la trascendenza dalle dimensioni più superficiali del mondo e del nostro essere nel mondo.
Torniamo indietro alla domenica precedente: siamo ad Hampsted, quartiere residenziale piuttosto “in” a nord di Londra. Qui si trova la cappella unitariana di Rosslyn Hill, in cui “ci siamo invitati” a partecipare alla funzione domenicale e, grazie alla disponibilità della Rev. Kate Dean, ho modo di intervenire per un saluto ed una preghiera per l’accensione del calice. Kate mi avverte che si tratterà di una funzione particolare, sperimentale, in cui ci si disporrà in semicerchi di 4 o 5 persone per alcune attività che richiedono l’interazione di piccoli gruppi. La giornata ha una sua particolarità: il giorno precedente si è tenuto a Londra un enorme raduno per il Gay Pride, a cui anche Kate ed altri unitariani hanno partecipato. Il tema del giorno sarà, quindi, quello dell’orgoglio, inteso come stima per ciò che ciascuno di noi sa essere al meglio.
Ma per il mio saluto e la preghiera di accensione del calice ho scelto di parlare di noi unitariani italiani e della sintesi feconda con cui abbiamo trasformato le nostre differenze in una ricchezza, trovando un faticoso, ma fertile terreno comune. In fondo è proprio questo di cui, perlomeno come pastore attivo in questo processo, sono orgoglioso! Vi riporto, in italiano, il mio breve discorso:
“Buon giorno, sono Alessandro e sono un pastore per la Comunione Unitariana italiana. Sono molto lieto ed emozionato di essere con voi oggi: ci sono molte cose che vorrei imparare da voi e ringrazio la Reverenda Kate Dean per l’opportunità di incontrarvi. Vorrei ripagarvi della ricchezza che state per darmi condividendo almeno un po’ dell’esperienza della nostra comunità italiana. Avete già incontrato Roberto e Lawrence nell’ultimo anno, per cui mi limiterò a poche parole. La nostra storia, come Comunità Unitariana Italiana, ha avuto inizio da due gruppi molto differenti: una congregazione cristiana unitariana, con una visione teistica ispirata all’Unitarianesimo transilvano, ed un gruppo universalista unitariano, con persone perlopiù ispirate dalle filosofie orientali, ma in conflitto con l’idea tradizionale di Dio. Ci univano già l’amicizia ed un approccio liberale alla religione, all’etica ed alla società, ma sentivamo che questo non era abbastanza per creare una chiesa insieme. Tuttavia eravamo costretti dai nostri piccoli numeri ad accettare la sfida. Con difficoltà, ma con tenacia, abbia trovato un terreno comune dove stare insieme. Da un lato, abbiamo scoperto che la nostra missione non era affermare un Unico Dio, ma servire l’Essere Umano, supportare la costruzione della persona umana e la realizzazione della dignità e del valore umani. Allo stesso tempo, d’altro canto, abbiamo scoperto che al centro di ogni essere umano c’è un bisogno di “essere uno” con qualcosa di più grande di noi stessi, senza il quale non potremmo essere completi nella nostra stessa umanità. Abbiamo ritrovato anche una via più ricca e più ampia di vivere questo bisogno essenziale proprio nella nostra storia universalista ed unitariana: in un’apertura alla nostra origine comune così come al nostro destino condiviso, e alle connessioni così come alle differenze tra di noi. Questo è il motivo per cui voglio dirvi, rammentando una frase dalla Genesi, “Naase Adam”, “facciamo l’essere umano”: perché divenire persone autentiche e complete è la nostra comune direzione. La cooperazione tra le nostre risorse interiori di esseri umani e l’apertura ad una Vita più grande di noi è la nostra via comune.”
Ho lanciato il mio sasso nello stagno e vedremo che effetto farà. Intanto leggo la preghiera di accensione del calice, mentre Kate lo accende. La funzione si svolge, poi, con alcuni elementi che caratterizzano anche le nostre, come l’accensione del calice, gli inni, la meditazione silenziosa, la meditazione rivolta al pensiero di qualcuno che soffre. Altre cose differiscono ed attengono la forma particolare che la congregazione ha deciso di dare alla funzione della seconda domenica del mese: così ciascun gruppo è invitato a leggere un pezzettino, tratto da un libro per bambini, che inizia con “It’s ok to be …” e prosegue con situazioni che rimarcano il valore della differenza o di un comportamento differente rispetto alla norma o alla convenzione; oppure ognuno è invitato ad esprimere un motivo per cui è orgoglioso e ad appendere il proprio foglietto su un alberello al centro della sala. Il sermone di Kate tratta della marcia del giorno precedente e del tema dell’orgoglio, inteso, come spiegavamo, in senso positivo, di esaltazione di un valore e non piuttosto di un atteggiamento di superbia. La testimonianza di due ragazze americane venute a Londra per il Pride completa un po’ il quadro. E poi il caffè, che non può mai mancare dopo le funzioni (e, infatti, ho presentato mia moglie con una battuta dicendo che non è unitariana, ma è sulla buona strada perché adora il caffè). L’atmosfera è accogliente, le persone cordiali, c’è un senso della comunità molto intenso. Eppure sento mancare qualcosa e provo a capire cosa sia. Ecco, è tutto troppo … umano! Non che non debba esserlo, ma è come se in quel percorso, che come unitariani italiani abbiamo immaginato, ci si fosse fermati al primo passo, al valore della persona umana nella sua percezione immediata e, forse, superficiale. Scorro mentalmente la funzione a cui ho assistito e mi accorgo che non c’è stato, eccezion fatta per l’Accensione del Calice, un momento di preghiera. Meditazione sì, riflessione sì, ma preghiera niente. E cosa ne è di quell’apertura ad una realtà più grande, in cui dovremmo trasformarci e completarci? Intorno tutte bravissime persone, persone che si mettono anche in gioco nel loro piccolo per aiutare, ma non riesco ad immaginarmi in questo contesto la stessa forza travolgente e la stessa risposta radicale che sottende alla scelta della figlia suora della nostra prima diapositiva. Voi mi direte: ma no, non serve mica, mica possiamo diventare tutti suore, monaci o asceti. Certo, ma è anche vero che senza un qualcosa che ci protenda oltre i nostri limiti e le nostre insufficienze, esse si fanno fardello alla nostra percezione dell’altro. Senza qualcosa che ci trasformi in prima persona, non potremo trasformare la realtà. Ecco, cos’è questo elemento che manca? E’ forse il Nome di Dio? O sono forse io che, come la cerva presso il fiume, ho troppa sete di trascendenza da non vedere che “it’s ok to be …” anche così, senza un riferimento spirituale profondo nelle nostre vite (e nelle nostre chiese)?
Facciamo ora avanzare il nostro proiettore: siamo nell’Abbazia di Westminster. Luogo imponente e maestoso, per l’architettura gotica, la ricchezza delle decorazioni, la forza della sua storia. Ma, passeggiandovi dentro, mi rendo conto di come sia anche povero di spiritualità. Non un’immagine di Gesù, ma tombe di personaggi famosi e soprattutto effigi, statue, insegne di reali e nobili: un enorme celebrazione della Corona Inglese e della sua potenza, della storia inglese e della sua gloria. Quando ad un tratto gli altoparlanti invitano al silenzio per la preghiera, sgorgano dalle casse parole stupende, probabilmente dal Book of Common Prayer, ma a quel punto sembra anche questo posticcio, quasi un’aggiunta per salvare l’apparenza. Anche qui, dove il nome di Dio viene pronunciato senza tema, la potenza trasformatrice dello Spirito sembra non esserci. La verità è, allora, che il problema non è il nome di Dio, l’assenza o la presenza della sua celebrazione. Vi sono chiese in cui Dio è proclamato ad alta voce e che, eppure, sono spiritualmente vuote.
D’altronde lo abbiamo detto: il nostro obiettivo non è affermare l’Unico Dio, non è proclamare Dio neppure giocando con il suo nome con vari infingimenti che lo rendano digeribile ai nostri diversi dubbi. Ma non possiamo negarci a quella sola esperienza che profondamente ci trasforma. Possiamo e dobbiamo, come UU, riconoscere il Mistero che lo avvolge. Ma di fronte a questo Mistero dobbiamo porci, per scoprire la nostra umiltà (“possa la vostra mente mostrarsi umile di fronte a questo mistero” dice Williams), per lasciare entrare nelle nostre vite la sorpresa (“possiate conoscere, nella vostra vita, il sacro senso, il mistero che irrompe in qualsiasi momento”, aggiunge De Wolfe), per sentirci sostenuti e trasformati (“è un potere creativo, che sostiene e trasforma e noi possiamo confidare in questo potere nelle nostre vite”, afferma Schade). Poco importa se dall’altra parte della soglia vi sia un Dio personale da incontrare, un Divino impersonale in cui immergersi o magari solo la meraviglia della creatività che gemma da umanità e natura, a dispetto della fragilità dell’una e della fallacia dell’altra. Poco conta la forma o il nome, poco conta lo stesso “essere Dio” di Dio. Conta tenere aperta la porta e lasciare che questo Oltre, benché in quanto tale sfugga alle nostre definizioni e alle nostre certezze, possa nondimeno venirci ad incontrare. Senza questo legame, senza questa ricerca dell’ “essere uno” con qualcosa che ci attraversa e ci oltrepassa e per questo ci trasforma, non saremo completi nella nostra stessa umanità.
L’ultima diapositiva che voglio proporvi è un’immagine che ho trovato molto toccante: lungo la Strand, non lontano da Trafalgar Square, da un pulmino nero scendono un uomo con un turbante e delle giovani dai tratti indiani, che si dispongono in alcune file perfettamente parallele ed elevano un canto. Allora una lunga coda di persone malvestite e sporche, molte delle quali avevano l’aria di essere inglesi caduti in disperazione, si forma dinanzi al furgone. Capiamo allora che si tratta di una sorta di “caritas” della comunità sikh (una minoranza immagino non particolarmente ricca) in aiuto di senza tetto e disperati di tutte le etnie. Di fronte a questo ribaltamento del luogo comune, potremmo sottolineare che l’albero si giudica dai frutti ed è senz’altro vero. Ma, se il tipo di albero non conta, conta che l’albero questi frutti li sappia produrre. E quello che penso di fronte a questa immagine non si limita ad un apprezzamento per il valore morale di una bella azione, ma si chiede anche quanto la fede stessa abbia rappresentato la forza di una convinzione personale e di una trasformazione sociale. Continuare a testimoniare la fede significa riempire il nostro racconto di quella diapositiva troppo spesso mancante, di quel rapporto con il Mistero che ci attraversa ed oltrepassa. Ma nella percezione che ne abbiamo come universalisti questa stessa apertura ci indica la direzione e la responsabilità di costruire una realtà inclusiva. Attraverso la fede questa direzione diventa ben più di un obbligo della coscienza, diviene consapevolezza di un senso scritto nel bisogno dell’Universo stesso e nella natura profonda del nostro cuore. Ed è qui che possiamo capire il senso di quella scelta radicale della “figlia suora” di cui abbiamo parlato prima come un voler abbracciare quel potere che “opera attraverso le nostre mani, ma non è fatto dalle nostre mani”, affinché ci trasformi e ci renda suoi operatori.
Per questo vi dico: non lasciate il vostro album di foto incompleto. Non lo sappiamo se ci sia un’Antica Madre che ci sta cercando o un Dio che chiede di rispondere con responsabilità ai suoi doni o piuttosto soltanto una realtà incompleta e protesa verso una sua realizzazione. Quello che sappiamo è che la direzione a cui tutto questo ci spinge, lo si chiami Regno o Terra Pura, Grande Pace o Universale Armonia, ci richiede di lasciarci trasformare dall’esperienza di un Mistero inesprimibile, ma di cui non dobbiamo rimuovere il segno nella nostra vita religiosa.
Nella Sacra Avventura,
Alessandro

Prendere al povero per dare al ricco

Hanno detto: “Da ogni parte c’è la luce di Dio”.
Ma gridano gli uomini tutti :”Dov’è quella luce?”
L’ignaro guarda a ogni parte, a destra, a sinistra;ma dice una Voce:
Guarda soltanto, senza destra e sinistra!”.

Jalal Ad-Din Rumi

Vorrei spiegare il significato della compassione, che è spesso mal compreso. La vera compassione non si basa sulle nostre proiezioni e aspettative, ma, piuttosto, sui diritti dell’altro: indipendentemente dal fatto che l’altra persona sia un amico intimo o un nemico, nella misura in cui detta persona vuole pace e felicità e vuole evitare la sofferenza, su questa base possiamo sviluppare una genuina preoccupazione per i suoi problemi.

S.S. Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama

19 «C’era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; 20 e c’era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, 21 e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. 22 Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. 23 E nell’Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; 24 ed esclamò: “Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell’acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma”. 25 Ma Abraamo disse: “Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. 26 Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi”.

Vangelo di Luca, 16:19-26

Cari Fratelli,

alla faccia di chi è convinto che una crescita spirituale si possa avere solo all’interno di un regime di uniformità di pensiero, devo ammettere che una delle fortune più grandi che mi siano capitate negli ultimi anni sia stata quella di avere come collega e amico una persona che è, dal punto di vista del modo di pensare, l’esatto opposto di me in praticamente qualsiasi campo: pur essendo accomunati da una certa propensione al rifiuto degli ascetismi masochisticamente esasperati e da un totale disamore per le logiche materialiste e utilitariste della società capitalista, tanto io sono tendenzialmente anarchico, ultraliberale e internazionalista quanto lui è rigidamente dirigista, protezionista e ultranazionalista, tanto io sono progressista quanto lui è ultraconservatore, tanto io sono, dal punto di vista religioso, contrario alle forme e nemico di ogni dogmatismo, quanto lui è un cattolico tradizionalista di stampo tridentino che vorrebbe vedere tornare i Papi assisi sulla “sedia gestatoria”.

É facile immaginare come gran parte del nostro rapporto di amicizia sia caratterizzato da discussioni continue su pressoché qualunque cosa senza che, in ogni caso, nessuno dei due abbia la convinzione di poter convincere l’altra parte né che le notevoli divergenze di opinioni che ci contraddistinguano mettano a repentaglio il reciproco rispetto.

Quello che mi spinge ad affermare che la nostra amicizia sia per me una grande fortuna è il fatto che, partendo da ottiche così lontane, spesso i nostri ragionamenti mi permettono di osservare aspetti delle questioni che affrontiamo che, altrimenti, difficilmente percepirei ed è esattamente quello che mi è accaduto di recente.

Situazione: i giovani virgulti della scuola piuttosto elitaria in cui insegno affrontano l’esame finale del loro corso di studi e molti lo fanno con una leggerezza, una disattenzione e una superficialità che trovo disarmanti. Come da mia natura, mi arrabbio tantissimo e affermo che il loro problema è di non aver ricevuto abbastanza calci dove non batte il sole e che, da parte nostra, sarebbe molto più produttivo non dimostrare loro tutto l’amore e l’attenzione che profondiamo nei loro confronti ma, adottando un atteggiamento unicamente asetticamente professionale, abituarli alla vita reale in cui avranno a che fare con un mondo di persone a cui di loro non interessa nulla e che non regaleranno loro nulla e in cui dovranno capire che starà a loro essere artefici dei loro successi o insuccessi. Mi viene contestato da un altro collega che è nostro compito non solo educarli ma anche amarli e io, piuttosto inviperito, rispondo che il mio amore preferisco spenderlo per chi ne ha davvero bisogno perché si trova costantemente in difficoltà in un mondo che crea continuamente classificazioni tra esseri umani di serie A pieni di possibilità ed esseri umani di serie B a cui nessuna possibilità viene concessa per questioni socio-economiche. Dal mio punto di vista, questo rientra perfettamente in quella “opzione per i più poveri e i più deboli” che, costantemente, pressoché tutte le religioni ci ricordano essere il cuore della pratica spirituale. É a questo punto che interviene il mio amico, che mi ricorda, giustamente (gliene do atto), che l’amore non può avere mai logiche classiste ma che, soprattutto, aggiunge una frase che mi ha fatto a lungo pensare: “non pensi che, in realtà, sia insopportabile al povero la compassione del ricco che ritiene che i suoi simili non debbano ricevere un uguale trattamento rispetto ai poveri?”

Al di là delle risposte possibili a tutte queste obiezioni, che, nello specifico, si condensano nel fatto che il vero amore non si esprime in uno standardizzato e sdolcinato effluvio mieloso di sorrisi, aiuti e pacche sulle spalle indistinte ma si concretizza in atti di amore personali e cuciti secondo le necessità del singolo che, alla bisogna, possono anche sostanziarsi in una poderosa pedata sul didietro a chi si crogiola nella facilità della propria esistenza, la frase del mio amico mi ha portato ad interrogarmi soprattutto sulle motivazioni del nostro agire con opzione preferenziale nei confronti dei più poveri e dei più deboli.

Ok, probabilmente state pensando: “Già sarebbe un miracolo che questo agire ci fosse, senza stare tanto a guardare il pelo nell’uovo e analizzare le motivazioni!”. Giusto! Nulla da eccepire: all’atto pratico le motivazioni contano poco e ciò che conta è l’effetto e l’incisività dell’agire nei confronti di chi riceve … Solo all’atto pratico, però, perché per noi, per noi stessi, quando stiamo dall’altra parte, quando siamo attori e destinatori di quell’agire, quelle motivazioni assumono una valenza fondamentale che può cambiare il senso stesso delle nostre azioni.

Una parola della domanda del mio amico mi ha colpito profondamente: “compassione”. Su di me ha lo stesso effetto di un’altra parola che viene comunemente usata nelle nostre comunità (e non solo nelle nostre): “carità”. So che entrambi i termini hanno, in sé, etimologicamente, una valenza positiva, un fondamento d’amore per il prossimo, di gratuità, di apertura; so che “compassione” viene dal termine greco che significa “condividere un sentimento” e che “carità” vuol dire, sempre in greco, “amore disinteressato” ma… Ma, nel loro uso comune, non posso nascondere di trovare entrambi i termini assolutamente repellenti. Perché? Semplicemente perché mi sanno di accondiscendenza, di paternalismo, in ultima analisi di superbia. Mi fanno venire in mente il ricco che si sente superiore al povero, che prova a immedesimarsi per 30 millisecondi in una situazione che, comunque, non vivrà mai (almeno sperabilmente) per poi tornare alla sua vita agiata, mi viene in mente il gesto di una moneta (e poco conta, in termini di atteggiamento, che la moneta sia una o le monete siano mille) che cade dall’alto perché così ci sentiamo così buoni, ci mettiamo l’animo in pace …. Soprattutto, mi viene in mente l’umiliazione del dover ricevere, del sentirsi dipendenti dal “buon cuore” di qualcuno che dà e che si sente così fortunato e superiore a chi riceve da poter “elargire a titolo gratuito” perché pensa, così facendo, di “compartecipare dello stesso sentire” del povero quando questo è e sarà comunque falso.

Sto dicendo che, allora, non dobbiamo sentire nessuna urgenza di dare, che ce ne possiamo fregare, che possiamo tenere i borsellini e i portafogli chiusi per non rischiare di “offendere” o “umiliare” chi riceve? Naturalmente assolutamente no!

Ancora una volta ripeto che qui non si sta parlando di azioni ma di attitudini nell’azione ed è in questo senso che un paio di elementi basilari nel nostro sentire spirituale mi saltano subito alla mente: il più che ovvio “Primo Principio” che indica Il valore e la dignità intrinseca di ogni persona, da un lato, e, dall’altro, il “Secondo Principio” che ci chiede giustizia, equità e compassione nei rapporti umani.

Tra i due, il Primo Principio è, per certi versi, il background generale su cui ogni nostra azione deve svilupparsi e, nello specifico, ci indica come solo in una società capitalisticamente economicizzata fino all’estremo la disparità economica possa tradursi in una umiliazione per la parte debole, nel momento in cui ricchezza e povertà diventano l’unico metro non solo di giudizio (e già di per sé l’atto del giudicare il valore di una persona umana mi ripugna notevolmente) ma, soprattutto, di classificazione della potenzialità umana (e, qui, arrivo proprio a sentire brividi lungo la schiena). Chi mi dice che la persona a cui dono sia più povera di me se non in senso economico? Forse, quella stessa persona è mille volte più ricca di me e potrebbe essere lei a provare compassione per me e a caritatevolmente donarmi qualcos’altro, dalla saggezza alla pazienza, dalla forza alla capacità di resistenza, dalla cultura alla profondità di pensiero, che io non ho, se solo avessi il tempo, la libertà mentale e la forza morale di non giudicarlo un “perdente” o un “fallito” solo su mere basi economiche e, conseguentemente, di considerare me così infinitamente superiore a lui perché posso concedermi il lusso di far cadere una monetina nelle sue mani o un assegno di sostentamento minimo nel suo conto in banca.

Come al solito, parlo di utopia? Naturalmente sì e ne sono felice ma … pensate per un attimo ad un mondo in cui quella monetina o quell’assegno diventassero non la statuizione di un’arroganza vincente che si fa tronfia nell’ostentazione di una finta condivisione ma fossero una parte di uno scambio globale in cui tutti potessero essere oggetto di “carità”, in un senso o nell’altro, da parte di tutti gli altri! Allora sì che potremmo parlare “etimologicamente” di vera compassione, una compassione che starebbe alla base del nostro vivere sociale e che farebbe perdere di senso alla possibilità che quel ricevere senza poter dare rischiasse di essere “insopportabilmente vissuto” da parte della parte economicamente debole.

Al di là di questa considerazione di base, sicuramente, lo ripeto, utopistica, almeno fino al momento in cui non ci mettiamo, quantomeno, in gioco ben al di là di un portafoglio che si apre casualmente e per una “compassione” che tragicamente diventa sinonimo di “pena” e fino all’apertura reale dei nostri cuori e delle nostre menti all’ascolto di chiunque e all’apprendimento da chiunque, il Secondo Principio ci riporta un po’ più saldamente alla realtà pratica.

Forse ho troppa fiducia negli U*U ma sono propenso a credere che le migliori menti della spiritualità liberal, quando si sono riunite per pensare i Sette Principi, li abbiano meditati a fondo, anche dal punto di vista formale e, allora, mi chiedo se vi sia un senso nel fatto di unire il famigerato (per me) termine “compassione” con i termini “equità” e “giustizia” nello stesso assunto. Ebbene, credo di sì e credo che il senso ultimo di questa unione (soprattutto se, poi, la riferiamo anche al Sesto Principio che la riprende) stia nel riportare quella “compassione” nel suo giusto alveo naturale. In che cosa consiste? Per tentare di spiegare quello che penso, estremizzerò un po’ (ma giusto solo un po’) i termini e vi dirò che l’unione di quei tre termini mi fa pensare ad un radicale cambiamento del verbo servile unito al termine dare: di fronte al bisogno non è che “possiamo” dare, come se fosse una nostra iniziativa privata frutto di “un cuoricino così dolce e buono che si commuove davanti al bisogno” ma “dobbiamo dare” perché è un imperativo morale impellente per tutti gli esseri umani, anche se molti esseri umani non se ne rendono conto. Perché? Semplicemente per una questione di equità e di giustizia: perché siamo tutti esseri umani con le stesse necessità, con la medesima origine, con la stessa ricerca della felicità (ma già basterebbe un minimo di serenità) e, semplicemente, è “giusto” che tutti abbiamo “equamente” le stesse possibilità per soddisfare i nostri bisogni e per vivere con un certo grado almeno minimale di serenità e con la speranza di poter ottenere attimi di felicità. Allora, dare quello che possiamo dare a qualcuno che ne è, per ragioni che non sta a noi indagare, carente diventa solo il compimento di quello che siamo tenuti a fare in quanto membri del genere umano. Certo, possiamo evitare di farlo, possiamo evitare di condividere ciò di cui siamo in possesso (che, come si diceva, non riguarda solo il denaro) e che possiamo offrire a chi ci circonda ma il punto che cambia la prospettiva è proprio questo: non siamo “buoni” se lo facciamo ma siamo “ingiusti” se non lo facciamo. E lo siamo indipendentemente dalla reciprocità del nostro agire e, forse, il nostro primo dono è proprio insegnare questa reciprocità del dono a chiunque, prima di tutto a noi stessi, aprendoci alla possibilità di ricevere da chiunque, anche da coloro che possono ottenere da noi in termini materiali e restituirci anche molto di più di quanto ricevono in termini diversi ma non meno preziosi.

Ecco, allora, che, in questi termini, la risposta che mi sento di dare alla domanda del mio amico “non pensi che, in realtà, sia insopportabile al povero la compassione del ricco che ritiene che i suoi simili non debbano ricevere un uguale trattamento rispetto ai poveri?” è “no!”. Penso, piuttosto, che sarebbe insopportabile per me la mancanza di compassione reale da parte di chiunque verso chiunque, la non comprensione di ciò che posso dare e posso ricevere da chiunque e di come ciò che posso dare cambi da persona a persona e non sia relativo solo a mere questioni economiche: se non ho denaro posso dare almeno attenzione e amore a chi non viene considerato, posso dare almeno forza e capacità di maturare a chi viene considerato troppo, il tutto perché è doveroso, perché a questo sono chiamato come uomo così come, sempre come uomo, sono chiamato a ricevere da tutti e da chiunque quello che mi può mancare, senza che in questo scambio vi sia nulla di non naturale, di non ovvio e, dunque, di insopportabile.

Quello per cui prego con voi e per noi tutti, allora, non è tanto che sappiamo dare comprendendo il senso di una opzione preferenziale per i bisognosi ma che sappiamo imparare a superare ogni barriera pregiudiziale e che impariamo a chiedere e ricevere da tutti, “poveri” compresi, perché solo se impareremo a chiedere e ricevere senza imbarazzo per noi impareremo a dare a ciascuno ciò che possiamo e che riteniamo giusto senza imbarazzo per nessuno, in un mondo più compassionevole, più giusto e più equo che, a volte, osiamo chiamare Regno.

Adonai echad,

Amen

Di chi è questa Chiesa?

Le nostre vite iniziano a finire il giorno in cui stiamo fermi a guardare in silenzio davanti alle cose che davvero importano: alziamoci e impegnamoci davvero per quello che riteniamo giusto!

(Rev. Martin Luther King)

Oltre alla visione comune di impegno come l’essere pronto a morire per quello in cui credi, fai un passo in più e comincia a pensare che il vero impegno è vivere e donare un po’ del tuo tempo e dei tuoi sforzi per quella stessa cosa in cui credi.

(Rev. Maurice Williamson)

45 «Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; 46 e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l’ha comperata.

(Vangelo di Matteo, cap.13)

Cari fratelli,

questa sera vorrei proporvi un piccolo test psicologico: giusto un paio di domande a cui, naturalmente, nessuno è tenuto a rispondere ma che, forse, possono servire a fare un po’ il punto della situazione.

Per la prima domanda, vi chiedo di chiudere gli occhi e di immaginare una situazione molto piacevole: avete appena scoperto di aver vinto una macchina nuova ad una lotteria a cui avete partecipato proprio perché volevate quella macchina, la desideravate con tutto il cuore. Non è che, per forza debba essere una macchina super-lusso ma, se dobbiamo sognare, perché non farlo in grande? Diciamo, allora, che avete appena vinto una Ferrari, bellissima, rosso fuoco ma, se preferite qualcosa di più maneggevole, possiamo pensare ad un Mercedes Classe A o a qualunque altra macchina vi piaccia.

L’unico particolare è che a questa macchina, per una qualche ragione commerciale dello sponsor che l’ha messa in palio, mancano alcune parti minori: non ha i tappetini, non ha gli specchietti retrovisori e non ha le lampadine delle luci.

Perché? Chi lo sa: magari lo sponsor vuole lasciare che scegliate voi come personalizzare il modello, magari erano proprio quei particolari che lo facevano uscire fuori budget o, magari, si tratta di una qualche segreta strategia di marketing ma, a noi, del perché di questa strana evenienza interessa relativamente poco.

La domanda che vorrei porvi è la seguente: voi che cosa fate dopo aver ricevuto a casa la macchina che tanto sognavate? Andate di corsa a comprare per 150 euro le cose che mancano o lasciate l’auto in garage perché senza luci e specchietti non può circolare?

Domanda stupida? Beh, forse sì. Ma, magari, potreste pensare che quei 150 euro non li avete perché a malapena riuscite ad arrivare a fine mese e proprio non ve la sentite di fare gli straordinari per due settimane, sottraendo tempo al vostro riposo, ai vostri hobby o alla famiglia … Ok, assolutamente lecito: lasciate, allora, la macchina ferma sul marciapiedi davanti a casa fino a che non si arrugginisce o non la porta via il carro attrezzi … La scelta è vostra e, comunque, potete poi sempre raccontare a voi stessi che, a conti fatti, il motore della vostra auto non vi convinceva fino in fondo.

Seconda domanda, questa volta in uno scenario meno positivo, anzi, proprio terribile. Siete reduci da una guerra atomica che ha ridotto drasticamente la quantità di acqua potabile nella vostra area e avete davvero sete. Un paio di vostri vicini di casa cercano di scavare un pozzo e trovano un po’ d’acqua e sono anche contenti di darvene una parte, però vi dicono che, secondo le mappe geologiche che hanno consultato, proprio sotto il vostro giardino c’è una grande falda che potrebbe dissetare voi e tutto il quartiere e che, se volete scavare con loro, forse si può davvero risolvere il problema della scarsità idrica nella zona.

Voi cosa fate? Qui gli scenari sono, direi, almeno tre:

1) decidete di condividere la loro fatica, vi mettete a progettare con loro il nuovo pozzo, rinunciando alla pennichella pomeridiana o aiutando gli scavi quando tornate a casa dal lavoro anche se siete stanchi o preferireste giocare con i nipotini, parlare con il marito o guardare la tv;

2) dite ai due “ok, scavate pure nel mio giardino ma io sto a guardare e se trovate qualcosa, poi mi date un bel po’ di quell’acqua e il resto potete distribuirlo come volete”;

3) preferite lasciar perdere e bere quel po’ d’acqua che il piccolo pozzo dei due riesce a produrre e che loro vi danno.

Non sta a me giudicare le scelte di ciascuno ma tutta la situazione mi fa pensare a quando ero più giovane e avevo il tempo di vedere qualche film in più. Li scaricavo dalla rete con un programma che non so neppure più se esiste e che si chiamava “torrent”: in sostanza, qualcuno metteva il film su qualche server e la banda di scaricamento, cioè la velocità con cui si poteva scaricare, dipendeva da quanti stavano in rete connessi a quel certo film. Alcuni rimanevano connessi anche dopo aver finito di scaricare per permettere anche ad altri di completare il download, venivano chiamati “seeders” e, di solito, erano persone che credevano veramente che alla base di tutto ci fosse una questione etica di libera circolazione artistica e di possibilità di visione per tutti, anche per chi non si poteva permettere di comprarsi i dvd resi supercostosi dalla volontà delle case produttrici di guadagnare il 500% rispetto all’investimento iniziale, giusto o sbagliato che questo fosse; altri, chiamati leechers, si sconnettevano appena finito il download e non avete idea di quante maledizioni ho tirato loro quando un download mi si bloccava al 92% senza possibilità di completarlo.

Vi sembra che questo discorso non abbia un gran filo logico? Forse è vero ma, per cercare di spiegare quello che sto provando a dirvi, proverò a partire da un altro punto, con un’altra domanda, molto meno metaforica: secondo voi di chi è la nostra Comunione?

Magari qualcuno pensa che sia una specie di corpus metafisico che si crea e si mantiene da solo, per volontà divina. Magari un po’ lo spero anch’io che qualche zampino della volontà divina da qualche parte ci sia ma vi posso garantire che, anche in quel caso, quello zampino non basta a mantenere questa pur piccolissima organizzazione in movimento e la morte delle precedenti missioni unitariane universaliste in Italia è la riprova piuttosto evidente di quello che sto dicendo.

O magari qualcuno pensa che la CUI sia dei suoi ministri. In fondo, di essere ministri ce lo siamo scelti noi ed è giusto che facciamo andare avanti noi la baracca, no? Magari anche in questo c’è qualcosa di vero, non fosse per il fatto che mi pare che questo atteggiamento riveli due aspetti leggermente problematici:

a) che mostra un atteggiamento piuttosto chiaramente episcopaliano che implica una gerarchizzazione delle funzioni che nessuno dei ministri della CUI certamente desidererebbe, vivendola, piuttosto, come un grande fallimento rispetto ai Sette Principi. Qualche tempo fa, in una libreria evangelica, ho sentito una signora, penso pentecostale, sudamericana dire al libraio che avrebbe letto volentieri quel tal libro ma che, prima di acquistarlo, voleva sentire il parere del suo pastore. Sono convinto che se succedesse una cosa del genere nella nostra comunità, la malcapitata si prenderebbe, a scelta e a seconda del pastore di riferimento, una teorizzazione dialettica biblico-hegeliana, un pistolotto di 40 minuti sulla libertà spirituale o direttamente uno sputo in fronte (a voi capire cosa verrebbe da chi) …;

b) questo atteggiamento, per quanto pur sempre sbagliato, potrebbe essere un po’ più comprensibile in altre realtà in cui i pastori possono definirsi dei professionisti a tutto tondo (non nel senso di preparazione tecnico-teologica, per la quale, conoscendo un po’ la realtà internazionale, posso sinceramente dire che in Italia non dobbiamo invidiare nessuno, ma nel senso di percepire uno stipendio). Di fatto, però, la constatazione che, proprio in realtà di questo genere, i pastori si occupino pressoché esclusivamente di questioni spirituali e di pastoral care lasciando le iniziative organizzative ai comitati parrocchiali ci dice che, in ogni caso, pensare che il funzionamento della chiesa debba riposare unicamente sulle forze dei ministri è, semplicemente, un modo non U*U di vedere il concetto di comunità. E se questo è vero in assoluto, tanto più lo è qui, dove ogni ministro lavora per vivere, dove ciascuno di noi strappa il tempo alla propria vita, ai propri studi, alla propria famiglia e alle proprie incombenze per cercare di tenere in piedi qualcosa in cui crediamo, così come, speriamo, dovrebbero crederci tutti gli altri componenti della comunità.

O magari, infine, qualcuno può pensare che la CUI viva grazie al movimento Unitariano Universalista internazionale. Beh, se le cose stanno così, lasciatevi dire che nulla potrebbe essere più fuori strada. Nel congregazionalismo, semplicemente, le cose non funzionano così: ogni comunità è completamente indipendente, sia in termini organizzativi che economici o pastorali. Se mai, è vero il contrario: gli organismi internazionali vivono grazie ai contributi delle singole comunità nazionali, noi compresi e, se anche è vero che alcune comunità nazionali stanno piuttosto bene, è altrettanto vero che l’organizzazione ombrello che tiene uniti tutti gli U*U del mondo non avrebbe neppure le possibilità di aiutarci economicamente né, d’altra parte e giustamente, non si azzarderebbe mai a imporci qualcosa organizzativamente.

Il fatto è, fratelli, che la Comunione Unitariana Italiana è di tutti noi, in egual modo ed egual misura. Ciascuno di noi può darle un significato diverso, come è giusto e come è costitutivo di una spiritualità che non pone dogmi e vie predefinite, ma ciascuno di noi è la CUI, ciascuno di noi è “proprietario” di questa chiesa che proclama per noi e per tutti il senso di una fede libera e liberale, di una fede di uomini e donne che credono in alcuni principi trascendenti di dignità, uguaglianza, fratellanza, di ragione non disgiunta dallo spirito, di amore per l’essere umano e per la terra che lo nutre, di ricerca di un oltre rispetto ad una esistenza unicamente edonistica.

E, fratelli, se la CUI è di ciascuno di noi perché rappresenta, al di là di qualsiasi differenza di ottica, di qualsiasi onanismo teologico, di qualsiasi legittima discussione interna, qualcosa in cui crediamo, che riteniamo importante per noi e per tutti, allora questo implica delle conseguenze.

Probabilmente state pensando che io sia il rompiscatole del gruppo, quello che si lamenta sempre e che tira bordate. Probabilmente è vero, ma voglio spiegarvi da dove nasce una certa amarezza di cui voglio farvi partecipi. Nell’ultimo mese ho avuto modo di notare come due persone di tutt’altra fede si siano prodigate, sinceramente con rinunce e sforzi personali, per aiutare la comunità a svolgere le sue funzioni pastorali. Queste due persone sono le compagne di due dei ministri e vi devo dire che la domanda che mi sono posto è stata sul perché lo facessero. E la risposta credo sia piuttosto evidente: per amore. Non solo per amore verso le persone con cui stanno ma anche per quello in cui quelle persone credono, perché hanno capito che, per quanto la loro fede sia differente, i principi che ci muovono sono realmente universali, sono realmente rivolti alla creazione di un mondo migliore, più libero, più rispettoso, più giusto per tutti.

Amore è la parola chiave! E l’amore non è un atteggiamento passivo, non lo è mai! Se amo davvero non aspetto che la persona che amo mi chieda qualcosa perché io cerchi di farla star bene, non aspetto che lei mi dica che mi ama per dirglielo, non mi siedo a guardare dalla finestra se sta arrivando ma mi alzo e vado da lei.

Allora, fratelli, è questo il senso dell’intero discorso: se si ama una idea, una visione della vita e della fede, se si vuole che questa idea cresca e si diffonda, allora ha poco senso sostenere una chiesa che la proclama solo a parole. Una chiesa che è di ciascuno necessita l’iniziativa di ciascuno, necessita che ciascuno di noi s’impegni praticamente, non solo con proposte che altri devono portare avanti, ma non iniziative concrete, portate avanti in prima persona per la chiesa, per la sua diffusione, per la sua vita organizzativa e quotidiana.

E non perché vogliamo avere 2000 fedeli nuovi, non perché ogni giorno dobbiamo essere online o da qualche parte ma perché ciascuno di noi deve sentire che questa comunità è sua ed esprime le sue idee sulla fede in questa società.

Lo so, fratelli, che nessuno di noi vuole essere un leecher e che tutti vogliamo essere seeder ma essere seeder significa mettersi in gioco davvero, non chiedendo agli altri di scavare quel pozzo che disseta noi e gli altri, non pensando che dire di essere di una comunità in cui si passa due volte al mese sia una specie di favore che si fa a chissà chi, non mettendo due like e tre commentini su Facebook pensando che questo basti, non facendo seimila distinguo sui capelli degli angeli su questioni sulle quali solo chi è in malafede può pensare di avere le risposte definitive, usando le conseguenti risposte soggettive e forse incomplete come alibi.

E so anche che per molti di noi fare gli straordinari per mettere i tappetini e gli specchietti costa … ma costa per tutti e costa anche tanto, però è quel costo il segno dell’amore, il segno di sentire davvero un’appartenenza, di sentire la forza della spiritualità che sentiamo.

E’ questo che vi chiedo: fare, in prima persona, proponendo e realizzando, attivamente!

C’è chi lo fa ma a questo tutti siamo chiamati: essere seeders e non leechers della Comunione, lavorare con tutti noi stessi perché non vogliano lasciare la nostra splendida Ferrari ad arrugginirsi al lato di una strada!

Adonai echad. Amen