Vedere e Guardare

 

Cari amici,

Ora, lavorando, ho molta più difficoltà a vedere gente, che si assomma alla cronica difficoltà di movimento.  Per incontrare qualche amico, che vedo poco spesso, devo così dare degli appuntamenti dopo il lavoro e, guarda caso, mi piace dare appuntamenti in un fast food. Mi piace quel fast food perché, almeno alle ore in cui lo frequento io, è totalmente deserto, e adoro andare in posti deserti.

Un giorno, per caso, arrivai un poco prima, ordinai un piatto di patatine e mi misi a leggere la mia Bibbia preferita (non ho mai capito perché io abbia un amore cosi viscerale per quel particolare formato).

Quando la cameriera, forse sorpresa dall’unico avventore che ordina patate alle quattro del pomeriggio, leggendo il Vangelo, mi ebbe servito, mi chiese, un po’ imbarazzata: ma lei ci crede ancòra? … rimasi sorpreso. Sorpreso per la domanda e sorpreso per quell’ancòra, tanto da chiedergliene ragione. Lei mi disse con tutto quello che oggi succede in giro, non ha più senso credere. La mia sorpresa francamente aumentò: le feci presente che la storia dell’umanità ha vissuto epoche ben peggiori, carestie, pestilenze, stermini di interi continenti, e affermo che non mi sembra che oggi, dopo 50 anni di pace sostanziale in Europa, possiamo tanto lamentarci. Se ciò che accade nel mondo dovesse essere un indice di speranza, avrebbe avuto molto meno senso sperare allora di quanto ne abbia oggi, invece pare che sia il contrario. Lei mi disse che una volta c’erano degli ideali forti e chiari…. Oggi non si sa più cosa fare. Risposi che cose da fare ce ne sono anche oggi, faccio presente che una signora in un tavolo vicino l’aveva chiamata diverse volte, quasi certamente bisognosa di compagnia, faccio notare sull’uscio un barbone, che conta a fatica gli spicci e che potrebbe venir fatto entrare, integrando il costo di un hamburger con una moneta che magari lei non si ricorda nemmeno di avere in tasca, segnalo un turista asiatico disorientato davanti alla vetrina con una cartina al contrario che, in una situazione in cui lei praticamente non ha lavoro, meriterebbe un po’ di aiuto… Ma queste sono cavolate, protestò, non hanno nulla di spirituale, non sono mattoni con cui io posso sentire di costruire qualcosa… Eccepii che quelli invece mattoncini lo erano davvero, solo che le mancava la colla per tenerli insieme, e, su richiesta identificai la colla in 10 parole: Il Signore è il nostro Dio, Il Signore è Uno.

Rassicurata sul fatto che fosse Vangelo e che l’avesse detto Gesù (l’affermazione “che roba è?” fu in effetti una bella prova al mio spirito di diplomazia). Le spiegai che lei ora era come uno smartphone con la modalità aereo inserita, incapace di collegarsi alla cella e dare alle proprie azioni un respiro più ampio… Bisogna dunque disattivare la modalità aereo, e quelle parole non sono altro che la password per farlo… (il Principale mi perdonerà per l’ardita metafora, immaginavo Martin Buber, uno dei miei miti, inorridire per come io maltratti lo Shemà)… ho anche aggiunto che ripetere spesso mentalmente 10 parole non è così complicato e si può fare sempre, senza atti teatrali che in fondo al buon Gesù sarebbero pure dispiaciuti. Aggiunsi anche che non c’era limite alle volte in cui avrebbe potuto farlo, ma che una trentina al giorno sarebbe stato un buon banco di prova Per quel giorno la conversazione finì lì, mi lasciò con un sorriso poco convinto ed io tornai alle mie amate patatine con una salsina spettacolare che spiacerebbe però al mio medico.

Io sono un abitudinario e la settimana dopo ripetei esattamente la stessa prassi, più per amore delle patatine che non per l’amico… E la cameriera mi accolse entusiasta, dicendo che stava facendo l’esercizio, che l’aveva consigliato anche ad una amica e sentiva effettivamente essere cambiato qualche cosa, ma non capiva cosa e mi chiese spiegazione.

Azzardai dicendo che quelle parole non erano in sé magiche

[Nota per noi: hanno senso nel contesto dei popoli del libro, ma possono essere sostituite da qualunque altra formula che pertenga ad altre tradizioni o che sia vissuta in senso spirituale]

ma permettevano un cambio di atteggiamento nei confronti della realtà: reclamavano una forma di attenzione maggiore nei confronti di ciò che altrimenti sarebbe un continuum indistinto e permettevano di isolare un frammento di realtà, conferendo ad essa un senso, che altrimenti sarebbe stato perduto nel dimenticatoio. Vedendo che le mie parole erano giunte alla mia interlocutrice come una moderna supercazzola, aggiunsi che era un po’ come la differenza tra vedere e guardare: i nostri occhi sono attivi in media 15 ore al giorno e vedono un sacco di cose di cui noi spesso manco ci accorgiamo perché distratti da altro. Noi guardiamo davvero solo quando prestiamo attenzione a ciò che vediamo, conferendo a ciò che vediamo valore e significato. Quelle dieci parole eran dunque il pretesto per assicurarci che, almeno una trentina di volte al giorno, noi prestiamo attenzione spirituale a qualche piccolo atto, considerandolo non solo in senso orizzontale, cosa sempre meritoria, ma anche in senso verticale, come un nostro atto nella relazione fondamentale coll’Altro/Oltre, che per brevità alcuni tra noi chiamano Dio. La ragazza sembrò aver capito. Quanto a noi, pensate a ciascuno di questi atti spirituali preceduti da brevi parole come a uno di quegli interventi ecologisti che piccoli gruppi di appassionati ogni tanto organizzano: c’è un giardino pieno di erbacce, cartacce e schifezze varie ci si mette li con pazienza e lo si ripulisce. Non si avrà risolto il problema dell’inquinamento, o, fuor di metafora, del male con quel piccolo atto, ma sarà certamente un gesto meritorio di cui andar fieri, un atto attraverso il quale abbiamo restituito bellezza all’esperienza di vita che viviamo, speranza e dignità al prossimo con cui interagiamo e credibilità al Principio Divino ispiratore in nome di cui noi agiamo. Se fatta bene, se sensata, se profonda, se faticosa, come supponiamo debba essere, non è una cosa che noi possiamo fare costantemente: mettere in campo un comportamento abitudinario di un certo tipo, non è la stessa cosa che impegnarsi per ripulire le schifezze altrui, ma se tutti ci impegnassimo per farlo almeno una trentina di volte al giorno, sarebbe un buon punto di partenza.

 

Allora facciamolo quest’uomo, che non si limiti solo a vedere ma sia anche capace di guardare negli occhi dell’Altro.

 

 

Nasè Adam  

נַֽעֲשֶׂ֥ה  אָדָ֛ם

Amen

Rob

 

 

In tre minuti – 10 Ottobre 2017

Lc 10: 40 Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.

Un aspetto importante di questo verso è quello dell’esser distolta Se si è distolti, l’aspetto pratico può essere la naturale persecuzione, l’incarnazione di quello spirituale , ma un qualche principio antagonista, un idolo chedistrae E questo è il punto vero del contendere: qui non si sta affatto demonizzando la vita pratica, mettendola in contrapposizione con quella spirituale, si sta però invitando i fedeli ad impegnarsi affinché la vita pratica sia espressione e non antitesi di quella spirituale . Se viene vissuta in contrapposizione invece, svilisce e banalizza l’esperienza spirituale, rendendola cosa tra cose. L’insistenza biblica sulla condanna all’idolatria verte proprio su questo punto: l’idolo sottrae tempo e spazio ad un’autentica esperienza di fede.

E lo si vede anche nel sintagma molti servizi: anche Maria avrà dovuto fare dei servizi,  ma pensandoli come condizione necessaria all’equilibrio tra materiale e spirituale. Quando invece i servizi sono molti, risulta quasi impossibile viverli in un corretto equilibrio.  Bisogna quindi ripensare alla nostra vita che ci porta addirittura alla malattia per il troppo stress. Da ricordare una citazione del Dalai  Lama che dice “Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi. perdono i soldi per recuperare la salute. 

Bisogna quindi uscire da questo schema malato ed immergerci in una prospettiva in cui la Vita pratica  possa essere una espressione della vita spirituale e non sua antagonista

Rev. Rob

Trascritto da Vittorio Cosimo Rosso

Adesso! (Sermone Rev. Sudbury)

Cari fratelli,

a volte, anzi, piuttosto spesso, negli ambiti ecclesiastici di pressoché tutte le denominazioni e tutte le religioni, si sentono lamentele riguardo alla “laicizzazione” della vita, dell’etica e della morale, al materialismo che sta sgretolando ogni fondamento spirituale dell’esistenza e ci sta, globalmente e soprattutto in occidente, indirizzando verso un edonismo senza regole e misure, verso una mercificazione dell’esistente e verso una pura valenza economica della vita.

OK. Probabilmente è tutto vero e non vi nascondo che, più di una volta, mi capita di riflettere malinconicamente sul fatto che “vivere come se Dio non fosse”, giusto o sbagliato che sia, dipendentemente dal fatto di ritenere Dio come entità, simbolo o feticcio, in ogni caso non sta indirizzandoci verso una elevazione della nostra dignità umana come elemento a cui rendere culto ma sta impoverendoci fino a tramutarci in rotelline di un meccanismo di compravendita di surrogati di felicità e sogni prefabbricati, pagati a suon di vite contabilizzate dedicate all’accumulo e di rabbie e odi etero-diretti.

C’è, però, una cosa che sento troppo poco chiedersi all’interno di quegli stessi circoli ecclesiastici così propensi ad accusare tutto e tutti, dai mass media all’economia, dalla scuola alle famiglie, dalla società alla rete, per la perdita di presa della spiritualità sugli esseri umani: quello che sento troppo poco chiedersi è “e se qualche colpa ce l’avessimo anche noi?”

Ovviamente, questo è esattamente quello che nessuno si può chiedere in una chiesa perché, per definizione, praticamente qualunque chiesa si pone come “via verso Dio” e nessuna “via verso Dio” può essere erronea nel suo cammino.

Se, allora, a qualcosa può servire essere un ministro dubbioso di una spiritualità eretica rispetto a qualunque forma canonica di religiosità, forse quel qualcosa è avere la possibilità di rispondere un po’ più liberamente ad una domanda tanto scomoda.

E, in tutta sincerità, la mia risposta è: “sì, abbiamo tutti delle colpe!”, per una serie di ragioni!

La prima di queste ragioni è che troppo spesso le religioni danno una visione tristissima di Dio e della fede.

Se, nel mio grande disamore per il finto e auto-nominato apostolo Saulo, dovessi dire quale tra le sue decine di affermazioni in contraddizione con il messaggio di Yeshua, assurdamente misogene e stupidamente masochistiche, risulta prima nella mia personale “top ten” delle cose da brivido da lui suppostamente scritte o dette (così come ci vengono riferite), credo che sceglierei quel versetto 22 di Atti 14 in cui afferma che: “attraverso molte afflizioni dobbiamo entrare nel regno di Dio”. Magari, nel contesto delle persecuzioni proto-cristiane, una constatazione di questo genere ci poteva anche stare ma … il fatto è che la Chiesa successiva sembra aver fatto di questa frase, così come di molte altre discutibili uscite paoline, una specie di motto morale su cui improntare la propria vita. E, allora, giù di contrizioni, digiuni, autoflagellazioni, castrazioni mentali, rivisitazioni spirituali e fisiche di una passione che, ricordiamolo una volta per tutte, non è che lo stesso Yeshua proprio gradisse, tanto da pregare Dio di “allontanare da lui” quel “calice amaro”, di focus puntato sul “prendere la propria croce” (che, tra parentesi, pare proprio sia uno dei tanti elementi spuri dei Vangeli), di “mea culpa” per qualsiasi istinto umano. E parlo di religione cristiana solo perché è quella che conosco meglio ma, francamente, non mi pare che altrove le cose vadano un granché meglio tra fughe dal dolore buddiste, attese soteriologico-messianiche ebraiche e similari …

E, parlando di Ebraismo, un altro elemento che non può che creare lontananza tra società e religioni è il continuo, pedissequo legalismo che caratterizza gran parte delle vie religiose. Ora, siamo tutti d’accordo che, giustamente, una via spirituale di ascesa debba anche segnalare un percorso da seguire segnando alcune pietre miliari ma tra il tratteggio di una possibile via e la stesura di un binario fisso e immutabile, ne corre eccome … E, dunque, ecco i Levitici e le Sha’arie, ecco la religione (che, ricordiamolo, dovrebbe essere l’esposizione di una via spirituale verso la percezione dell’Assoluto) che si arroga il diritto di spiegarci chi e come amare, cosa e quando mangiare o non mangiare, come e quando pregare, etc. e arriva addirittura, è caso recentissimo, a contraddirsi e ad accendere faide interne se una sua parte resiste a pur minimi tentativi di umana modernizzazione da parte di un Pontefice su questioni così ridicole come la possibilità di accedere ai sacramenti da parte di chi desidera ricostruirsi una vita normale anche dal punto di vista liturgico dopo una esperienza così devastante come la fine di un matrimonio, in nome di una “Tradizione della fede” che, di fatto, è solo sedimentazione di pensiero umano nel corso dei secoli.

Ma quale pensiero umano? Rispondendo a questa domanda andiamo a toccare un altro grande fossato che si apre tra sentire comune e visione religiosa standard perché quando parliamo di pensiero umano come costitutivo della “Tradizione” non parliamo praticamente mai di un pensiero collettivo, di un sentire democraticamente condiviso da tutti i fedeli (teoricamente tutti uguali davanti a Dio e tutti figli dello stesso Padre o derivanti dalla stessa Istanza) ma, piuttosto, del pensiero di una gerarchia auto-nominata o cooptata come “tramite divino” sulla base proprio della conoscenza pedissequa di quella stessa Tradizione che viene chiamata a custodire. E, diciamocelo francamente, tutto questo suona troppo come semplice e comoda riproposizione di uno status quo per non suscitare più che qualche dubbio sulla liceità e sulla sensatezza dell’intera costruzione. Troppi legami con i poteri politici, troppa ostentazione di un potere e di una ricchezza che avrebbero dovuto far posto alla massima umiltà e al servizio per tutti, troppa autoreferenzialità in dispute teologiche tra tradizioni che pretendono di far luce su qualcosa che, comunque possiamo intendere il Divino, sarà sempre mille anni luce lontano da ogni nostra possibilità di comprensione, troppa complessità inutile, creata come cavillosità burocratico-intellettuale fine a se stessa e puro esercizio di onanismo mentale, non possono che creare distanza, oscurità, mancanza d’interesse, se non addirittura disgusto in chi volesse anche solo tentare di approcciarsi ad una vita spirituale che non fosse povera routine ereditata culturalmente come lascito famigliare.

Ma non basta! Ne abbiamo già, in parte, parlato nello scorso sermone ma vale la pena di sottolineare ancora una volta come troppe volte le religioni tendano a proiettarci fuori dalla nostra stessa vita, tendano, con un gusto e una comprensione in stile altomedievale, a svilire la vita umana presente in nome di un’altra vita potenziale, di cui nulla sappiamo e troppo presumiamo, di un premio incerto che è, probabilmente, l’unica leva possibile per indurci a quella “sofferenza salvifica” che, come abbiamo visto, viene così pubblicizzata come elemento di “salvezza”.

Ma salvezza da cosa? Salvezza da un inferno variamente dipinto, così pieno di dolore che fa impressione e rabbia pensare che possa essere stato creato da quell’Entità o da quell’Istanza che definiamo “Divino”?

Ma, insomma, mi chiedo come sia possibile pensare che qualcuno possa anche solo avvicinarsi ad una costruzione spirituale che sia imposizione di pochi eletti, normalmente vissuti nel lusso di palazzi sontuosi (e poco importa che essi siano a Roma, a Dharamsala, a Gerusalemme, alla Mecca o in qualsiasi altra parte del mondo) e di corti di serventi ossequiosi, che con astruse elucubrazioni su Qualcosa o Qualcuno di cui non possono sapere nulla più di noi, cercano di convincerci che dobbiamo soffrire, martoriarci (psicologicamente o, persino, fisicamente) e negare la nostra umanità, per loro così schifosamente peccaminosa da essere disgustosa, per ottenere chissà quale premio futuro sconosciuto ed evitare la terribile punizione architettata da un Dio evidentemente patologicamente sadico!

Seriamente, se avessi mai anche solo lontanamente avuto questa simpatica immagine del Divino, così ampiamente propagandata in ambito ecclesiastico, altro che consacrazione: probabilmente sarei stato un grande sostenitore dell’ateismo di stato sul modello vetero-comunista albanese!

Con un riferimento che, probabilmente, farebbe storcere il naso a tanti intellettuali professionisti della teologia, abituati a spaccare il capello in 4 su affermazioni di Bultmann o di Pannenberg, lasciatemi dire che “la vita è adesso”!

E se la vita, secondo alcuni la sola vita che abbiamo, è adesso, allora è adesso che dobbiamo viverla a pieno, viverla in ogni sua sfaccettatura e, soprattutto, viverla come un dono, cogliendone la bellezza, la forza, la potente imprevedibilità, la impetuosità nei suoi momenti contrastanti, nelle risacche dei momenti difficili e nei cavalloni delle gioie improvvise su cui scivola il surf della nostra esistenza.

Ma per vivere la vita a pieno, in ogni suo attimo, per viverla davvero come un dono, come quella scatola di cioccolatini di Forrest Gump in cui non sai mai cosa puoi trovare dentro, allora un pre-requisito mi sembra assolutamente essenziale: amare noi stessi!

Sinceramente, non ho mai conosciuto nessuno che odiasse se stesso, che si struggesse in feroci meditazioni, in strazianti quanto false imitazioni di Cristo e riproposizioni della sua passione, in auto-flagellazioni assetate di martirio, che poi amasse la vita, che ne gustasse davvero l’enorme grandezza, la dolcezza condita da punte di amaro, la speranza quotidiana. E, fratelli, mi chiedo come possa, chi non ama se stesso e la propria vita al punto da rinchiudersi in una carcerazione volontaria, da escludersi dal mondo e da autoinfliggersi torture assurde e masochiste, dire di amare chi o cosa ci ha donato questa vita e, più o meno conseguentemente, tutti coloro che compartecipano di essa, quelli che, di solito, chiamiamo “il nostro prossimo”.

Allo stesso modo, per quanto possa vedere nella speranza inestinguibile una caratteristica positiva, addirittura un atto di fede, mi sembra che vivere con una ottica presbite che guarda solo ad obiettivi futuri, per quanto buoni essi possano essere o apparire, significhi, in fin dei conti, perdersi l’oggi e con esso il senso del proprio esistere e che questo sia tanto più vero se tali obiettivi sono, per di più, incerti, evanescenti, addirittura legati ad una “vera vita dopo la vita” di cui nessuno può dire alcunché!

“Adesso” è la nostra vita, “adesso” dobbiamo viverla, “adesso” dobbiamo esercitare quell’amore verso noi stessi, verso chiunque e, qualora ne riconosciamo l’esistenza, verso l’Origine creatrice comune di tutto e di tutti, quell’amore che nasce dall’assunzione di un’ottica di accettazione della realtà, di focalizzazione sulla bellezza che circonda ciascuno di noi, sulle gioie piccole e grandi che ciascuno di noi vive come vera fonte di energia per combattere ciò che possiamo, onestamente e anche umilmente, ritenere di poter combattere per migliorare l’esistenza nostra e di tutti.

Ecco, fratelli, personalmente io vedo in questa bellezza presente nelle nostre vite nonostante tutto, in questa gioia che potenzialmente tutti, anche per cose piccole, banali, possiamo provare e, insieme ad esse, nello stupore quotidiano di questa esistenza che ci sorprende, la vera Grazia del Divino nelle nostre vite e, conseguentemente, non posso che pensare che la vera fede non possa che consistere nella capacità di riconoscere questa presenza in un “carpe diem” che sia atto voluto, cercato, nato dalla volontà di leggere i nostri giorni in chiave di ricerca del bello, del vero, del sorprendentemente piacevole e non del tormento e della tensione continua.

Lasciatemi dire che solo se riusciremo, ciascuno di noi, a scoprire la bellezza e la sorpresa quotidiana della vita senza lasciarci catturare da strane spirali depressive, da fosche visioni teleologiche o da ristrette visioni legalistiche giudicanti, allora ciascuno di noi potrà essere un freno al materialismo utilitaristico dilagante mostrando come la spiritualità, ogni vera spiritualità, al di là di qualsiasi arbitraria distinzione teologica, sia un abbraccio d’amore verso l’intera esistenza, sia la gioia di quell’abbraccio e sia una speranza nell’oggi che si rinnova ad ogni risveglio.

Amiamoci, allora, amiamo noi stessi, pur imperfetti, amiamo la nostra vita, amiamo ciò che siamo e che facciamo, amiamo questa umanità stupefacente nonostante tutto: solo attraverso la gioia dell’amore reale, adesso, mostreremo la nostra fede e il nostro amore verso quel Qualcuno o Qualcosa che, a volte, qualcuno di noi osa chiamare Dio!

Adonai echad,

Amen.