Non rimanere con la pala in mano

  Lc 6:48 Assomiglia a un uomo il quale, costruendo una casa, ha scavato e scavato profondamente, e ha posto il fondamento sulla roccia; e, venuta un’alluvione, la fiumana ha investito quella casa e non ha potuto smuoverla perché era stata costruita bene.

 

Cari amici,

recentemente mi è stato fatto notare da voi, in una proficua discussione che abbiamo avuto in settimana, l’importanza del gesto dello scavare. Vorrei oggi ragionare su di esso, esplicitando dapprima le implicazioni che una metafora agricola porta con sé sul piano spirituale, e in seguito quelle di una prospettiva ecologica.

Da un punto di vista agricolo lo scavare ha questa utilità?

Fase 1: Preparare il terrreno

bisogna innanzitutto preparare il terreno, renderlo accogliente, creare le condizioni affinché il seme possa avere più probabilità di crescere. Mi sono fatto spiegare da un amico agronomo le ragioni di questa attività preliminare, e ho scoperto alcune cose interessanti, che magari per Ian saranno ovvie, ma per il resto del mondo potrebbero avere un qualche interesse: anzitutto si scava per rendere il terreno più friabile, più leggero, meno compatto, per creare degli spazi all’interno dei quali le nascenti radici del seme possano attecchire e crescere. Fuor di metafora questo terreno che non deve essere troppo duro, può avere alcune implicazioni degne di nota. Dal punto di vista fondamentalista dogmatico l’invito è quello di non essere troppo duri, di lasciarsi coltivare dalla vita, dall’esperienza della vita, lasciare che queste nuove esperienze possano trovare radici e farci  crescere spiritualmente. Certo, rispetto alla compattezza monolitica, questa apertura rappresenta un rischio, ogni semina è anche un potenziale mancato raccolto; tuttavia non può esistere crescita, consapevolezza, senza apertura, senza rischio. Le ragioni per cui siamo stati mandati sulla terra dal mio punto di vista sono quelle di fare esperienza di crescere in consapevolezza, di rischiare, di giocarsi tutto in nome di alcuni ideali improbabili, nella consapevolezza di fede che tanto ne abbiamo già vinto, e la nostra radice divina ci riporterà all’Origine: sta a noi vivere appieno questo tempo, sta a noi non sprecarlo in baggianate.

Ma c’è anche un altro errore possibile, tipico di alcune forme deteriori di UUismo, quello di non aver voglia o tempo di scavare, quello di accontentarsi di un odore di superficie, che si disperde alla prima folata di vento. Non aver tempo di scavare o non aver voglia di scavare significa non lasciare posto al seme per poter crescere. Un tipo di esperienza simile non ha le caratteristiche per durare nel tempo e verrà spazzata via alla prima folata di vento della vita. Alcuni UU rischiano di rimanere con la pala in mano e girovagare per il campo senza realmente cercare un posto dove piantare il proprio seme. Questo deve farci riflettere: essere dalla mente aperta non significa fare le cicale e cantare mentre altri zappavano, significa piuttosto interpretare in modo nuovo l’atto di zappare e forse, auspicabilmente, zappare più di tanti altri.

Fase 2: Nutrire il terreno

dopo aver dissodato dobbiamo nutrire il terreno: ci sono un sacco di elementi (acqua, Sali minerali, che predispongono il terreno ad accogliere il seme. Nostro compito è dunque creare le condizioni di contorno affinché l’esperienza spirituale possa crescere in consapevolezza nella maniera più efficace. Il pericolo può essere quello di non trovare la giusta armonia nel nutrire il terreno: troppo o troppo poco. Spesso ci sono UU molto impegnati socialmente ed encomiabili per questo, la cui vita spirituale si riduce però qualche cantilena che certamente non è sufficiente, a nutrire percorso di crescita; molti altri invece si comportano come bambini in una pasticceria, arruffando a caso con entusiasmo leccornie di ogni tipo, incapaci di scegliere, e vittime di un gran mal di pancia. Questi estremi sono da evitare, dobbiamo trovare i miei stessi il giusto mezzo, dobbiamo imparare ad ascoltarci nel nostro percorso di crescita

 

Fase 3: Coprire il terreno

Infine bisogna coprire il terreno e avere la pazienza di aspettare. Un seme giovane come può essere la pratica spirituale di molti di noi, ha bisogno di tempo e di cura, deve essere accudito difeso prima di poter dar frutto. In questa fase i fondamentalisti rischiano di mettere troppa terra sopra il seme, di richiudere il terreno in maniera troppo compatta, rendendo impossibile al seme di germogliare. Il possibile errore UU, cui dobbiamo star più attenti, è invece quello opposto, il non coprire affatto il terreno, il non aver pazienza, il non sapere dare il tempo al seme di crescere, continuando a chiudere e richiudere la buca. E’ come se in un compito in classe di storia, mentre gli altri spendono le due ore proficuamente a svolgere ciò che è stato assegnato, noi lasciassimo il foglio quasi bianco per non aver saputo scegliere se usare un quinterno a righe o uno a quadretti.

 

La prospettiva ecologica

Questi sono tutti elementi della metafora della semina più volte utilizzata dal Maestro: nel caso specifico tuttavia egli ne aggiunge uno ricordandoci come per poter costruire occorre poggiarci su un terreno solido. L’atto di scavare si configura qui quindi come un atto quotidiano e progressivo per riscoprire ogni giorno le ragioni fondanti della nostra fede, per riportarcele ogni volta alla mente, impedendo che l’abitudine, la noia, le difficoltà della vita minino e corrodano la nostra esperienza spirituale. L’uomo è costitutivamente tarato per avere delle risorse di memoria ed attenzione limitate. Pensateci: anche lui un punto di vista fisico noi abbiamo bisogno di ripetere costantemente gli stessi gesti, abbiamo bisogno di nutrirci di bere periodicamente cose che, seppur diverse al palato si riducono pur sempre ad acqua carboidrati proteine e fibre; in più abbiamo costitutivamente bisogno di eliminare l’eccesso, che periodicamente si accumula. Se questo è vero da un punto di vista biologico, lo è a maggior ragione da un punto di vista spirituale: anche spiritualmente abbiamo infatti bisogno di nutrirci periodicamente, di ristabilire i nostri livelli di serenità intima di rinforzare le nostre conoscenze del percorso abbiamo scelto, impedendo che si indeboliscano degradando nel tempo, e infine abbiamo bisogno di eliminare la spazzatura al superfluo, ristabilendo la qualità dell’esperienza spirituale che la vita tende ad intaccare.

Allora facciamolo quest’uomo capace di prendere la pala e di decidersi a scavare, coltivando e accudendo quel seme spirituale che è dono per ciascuno di noi

Nasè Adam

נַֽעֲשֶׂ֥ה  אָדָ֛ם

Amen

Rob

 

Purché faccia 12

cari amici,

recentemente mentre ero sul bus, come molti di voi già sapranno, mi sono imbattuto in un ragazzino che consigliava ad una suora un uso volgare e improprio del crocifisso. Mi sono interrogato molto perché ho sentito il dovere di intervenire, anche se poi non c’è stata occasione, ma la cornice razionale di questo mio istinto mi ha creato non pochi problemi. Perché in sintesi io sarei dovuto intervenire? Mi sono dato molte risposte, ma ho faticato a capire quale fosse la reale ragione del mio sdegno.

Si trattava certamente di un insulto e come sapete noi siamo per una libertà di espressione che non sia libertà di insulto. Ma c’è di più. Mi sono chiesto cosa spinge una persona evidentemente priva di attributi a dover insultare simboli religiosi in cui evidentemente non crede per poter sentirsi qualcuno? Quale pochezza d’animo è all’origine  di un simile atteggiamento che ritroviamo nelle bestemmie, in alcuni spettacoli che di satirico hanno ben poco, e in molti comportamenti che aspirano ad essere arroganti, come in questo caso, anche in realtà rivelano una fragilità su cui voglio riflettere. Quello cui ho assistito è una palese violazione di un po’ tutti i nostri principi in particolar il modo il primo e il settimo, nel non rispettare la dignità dell’altro che si concreta nell’espressione religiosa, si dimostra di non avere il minimo rispetto nemmeno per la rete interdipendente. Il settimo principio ci dice che devo avere rispetto dell’altro in quanto entrambi facciamo parte di una rete, in quanto entrambi offriamo un contributo alla crescita spirituale di ciascuno. È questo dunque che mi ha fatto inalberare: non tanto l’insulto in sé gravissimo, quanto il vedere violato un principio di collaborazione spirituale per cui quel ragazzo avrebbe potuto e dovuto spendere quella possibilità di interazione in ben altro modo.  penso sia dunque la violazione del terzo principio che mi ha causato più sdegno di tutto il resto: -l’accettazione reciproca ed l’incoraggiamento alla crescita spirituale nelle nostre congregazioni; fino ad ora mi ero spiegato questi atteggiamenti sconvenienti di buona parte della popolazione mondiale come un contributo, mi ero detto: è questo il contributo del ragazzo alla ricerca comune, egli collabora facendoci capire quanto sia facile cedere alla tentazione di comportarsi da deficienti per ottenere il consenso di qualche bulletto di periferia. Ma il terzo principio ci dice ben altro: l’accettazione di chiunque senza se e senza ma, non può prescindere dall’incoraggiamento alla crescita spirituale che deve essere per noi percepita come discriminante al pari di quanto sentiamo importante l’accoglienza di ogni essere vivente. L’incoraggiamento non è un dato che possiamo constatare in una logica di acceso spento che separi i deficienti da una parte e quelli che ci provano dall’altra. Incoraggiamento è un darsi, farsi, un impegno reciproco al comune miglioramento spirituale, non è un atto subito passivamente da un soggetto che cooperi suo malgrado alla storia del mondo. In nome del rispetto delle opinioni altrui non posso sottrarmi al dovere profondamente morale ed educativo di recuperare una giovane vita a un’esperienza più alta. Non posso dire chi se ne frega, non sono cavoli miei, è un pirla, taccio per rispetto, ci penserà il Principale, non posso lasciare che qualcuno sotterri il talento senza dir nulla, non posso lavarmene le mani, come fece Pilato. Io devo intervenire, devo reagire proponendo valori in cui credo in un mondo che sta andando a scatafascio. Attenzione però a due importanti distinguo: il mio intervento non sarebbe tanto  improntato la difesa del crocifisso o alla difesa di Dio. Dio si difende da solo, non ha bisogno del mio intervento né di quello di zelanti apologeti che con la Bibbia in mano si ergono a soldati della fede.  Il mio intervento non deve servire a difendere qualcuno dal ragazzo, forse nemmeno la suora, la cui fede credo possa difenderla da sola dagli attacchi di queste anime piccole e inconsistenti. Io devo intervenire per difendere il ragazzo da stesso, così come farei aiutando un ubriaco a ritrovare la strada di casa. Qui c’è un altro punto importante. Io devo poter giudicare l’altro, non per dirmi quanto sono figo o quanto lui sia pirla, ma per poter valutare un percorso in termini di processo e di prodotto. Lo riconoscerete dai frutti diceva Gesù, questo significa poter dire  e poter dirsi che alcuni frutti sono marci, che è condizione indispensabile per poter  aiutare un contadino in difficoltà. Ho recentemente fatto fare agli amici un giochino: date le quattro operazioni e tre fattori inventatevi delle operazioni diverse che diano tutte uno stesso numero, convenzionalmente scelgo 12. Esempi: 4 + 4+ 4 = 4 x 3 x 1; 4×10 -28 = 12. gli  un numero dicono che le possibilità di ottenere un numero stabilito a partire dall’interazione arbitraria di alcuni fattori sono infinite. Il rispetto per la ricerca spirituale differente dalla mia deriva proprio questa consapevolezza, che ci siano infiniti modi  di ottenere come risultato 12. Però se il risultato non fa 12 io devo poterlo verificare e devo poterlo dire. Da qualcuno che proponga usi impropri del crocifisso non credo possa venir fuori vie spirituali degne di rispetto. Credo piuttosto che il ragazzo stia sbagliano i calcoli, che proceda come un ubriaco vagando per strada. Nel non intervenire io violerei i principi perché mancherei di rispetto a ciò che di più buono c’è in quella persona e di mancherei di rispetto se lo vedessi depauperare quest’enorme tesoro senza far nulla. Intervenire con un ubriaco non significa portarlo a casa mia, ma a casa sua. Fuor di metafora io non ho nessun particolare interesse a che il ragazzo impari a memoria il Vangelo,  interessa invece che impari valore di un’autentica via spirituale, e la smetta di rinunciare a cercare una propria.

 

Di solito chiudo i miei interventi con Nasè Adam, facciamo l’uomo, come un auspicio che animi ciascuno di noi. Ebbene, tacere e guardare un uomo disfarsi e volontariamente autodistruggersi, senza aver fatto almeno un tentativo di aiutarlo nella ricerca di una propria via spirituale, non credo sia il modo migliore per vivere questo imperativo che mi è tanto caro.

E allora non abbiamo paura di farlo quest’uomo, anche quando il farlo significa intervenire ed educare con pazienza, senza nascondersi dietro formule comode e deresponsabilizzanti di rispetto.

 

Nasè Adam

נַֽעֲשֶׂ֥ה  אָדָ֛ם

Amen

Rob

 

Siate imperfetti … Siate vivi!!! (Rev. Lawrence Sudbury)

Cari amici,

ho sempre pensato che uno dei compiti più importanti di un pastore fosse quello di indicare alla comunità mete alte, difficili, lontane e pungolarla per incitarla al raggiungimento di quelle mete.

Corollariamente, mi era stato insegnato, in vari ambiti della mia formazione, che nulla poteva essere più convincente e spronante dell’esempio personale: Seneca, con il suo “fate quello che dico ma non fate quello che faccio” era disgustoso quanto un generale che mandasse truppe a farsi macellare in battaglia stando comodamente seduto su una collina ben riparata dal campo di battaglia. E, dunque, chiunque volesse porsi come vera guida, nel campo pratico come nella spiritualità, doveva aspirare ad una sorta di “perfezione” ottenuta attraverso un lavoro più duro di quello degli altri, attraverso uno studio forsennato, attraverso notti insonni passate a meditare e scrivere, attraverso un uso meticoloso della logica, della proiezione e della pianificazione di ogni azione.

Purtroppo, o forse fortunatamente, la vita è una maestra più grande di qualsiasi testo, manuale o insegnamento tramandato ed è, soprattutto, una maestra che ci sorprende con illuminazioni a volte improvvise e capaci di stravolgere totalmente le nostre ottiche.

Ebbene, devo confessarvi che, forse, lo stravolgimento più grande che abbia subito ultimamente riguarda proprio il concetto di “ricerca della perfezione” e, ipotizzando che possa essere utile anche per altri, è di questo concetto che vorrei parlarvi questa sera.

La prima cosa che vorrei dirvi può, da subito, risultare un po’ scioccante: la “ricerca della perfezione” è sterile! Lo è non solo perché, come afferma una frase fatta che tutti conosciamo, “la perfezione non è di questo mondo” e dunque, anche, se vogliamo, teologicamente, il tentativo di raggiungere una sorta di perfezione spirituale diventa solo frustrante perché qualunque sforzo volto a quell’obiettivo non può che ricondurci alla mortificante constatazione della nostra limitatezza e finitezza ma anche e soprattutto perché sposta l’obiettivo sempre un po’ più in là. Non dovremmo, dunque, cercare di elevarci? Certo che sì, se sentiamo che questa è una necessità che urge dentro di noi e nei limiti che ciascuno di noi onestamente sa di avere. Ma senza nessuna ricerca spasmodica di elevazione a tutti i costi. Perché? Perché se fissiamo il nostro sguardo solo su quell’asticella irraggiungibile, semplicemente proiettiamo noi stessi fuori da noi, fuori dalla nostra vita e finiamo solo per non vivere il qui e ora, per sognare l’irraggiungibile dimenticandoci di quello che ci circonda, di chi ci circonda, di essere vivi adesso e delle cose che contano adesso. Non so chi ci abbia creati, non so se siamo frutto della volontà di Dio o della casualità della natura e del suo Spirito ma di una cosa mi sto rendendo conto: nessuna istanza creatrice ci può chiede di vivere in vista di un obiettivo lontano, vago e remoto ma qualunque istanza creatrice ci chiede di vivere. E vivere significa gustare a pieno ogni attimo, provare a rendere migliore la nostra esistenza ogni istante, dare piena grazia accettando con gratitudine ogni gesto, ogni persona, ogni esperienza che viviamo ora, non rimandando questa pienezza esperienziale a quando “saremo perfetti” perché non lo saremo mai, non sottraendo tempo alla pienezza della vita in una continua rincorsa verso un ideale.

Ma lasciatemi dire che la ricerca della perfezione è anche inconcludente. Vogliamo la definizione perfetta di religione o di spiritualità? Vogliamo una pratica perfetta e una comunità perfetta? Vogliamo una logica perfetta che si sposi perfettamente con una mistica perfetta? Cosa otterremo cercando queste cose? Il nulla! Nessun percorso sarà mai completamente perfetto perché nessun percorso è stato creato da esseri perfetti e anche se così fosse, a non essere perfetti siamo noi e, dunque, non troveremo mai una piena consonanza, un risuonare perfetto dentro di noi e, ancor meno, dentro molti cuori diversi; nessuna comunità sarà mai perfetta perché se lo fosse, la comunità stessa non avrebbe senso, non avrebbe senso lavorare costantemente per aiutarci gli uni gli altri, per gioire di una passo successivo che venga capito, interiorizzato naturalmente; nessuna logica sarà perfetta se potrà sposarsi con una fede che è, forse prima di ogni altra cosa, una fiducia in un sentire profondo e irrazionale e nessuna mistica sarà perfetta e innalzerà realmente il nostro spirito se potrà essere imbrigliabile in una gabbia di nessi formali, di collegamenti causa-effetto, di spiegazioni eleganti che non lascino respiro al mistero che percepiamo in fondo ai nostri cuori.

Forse ancor peggio, la ricerca della perfezione è escludente e isolante. Il tormento della continua elevazione, del passo più in là, del dovere di innalzarsi implica uno sforzo immane ma è uno sforzo che finisce per farci sentire un gradino sopra gli altri, sopra quelli che non vivono questa continua tensione, che ci chiude in una monade autoreferenziale, in un isolamento doloroso e giudicante, in un orgoglio vuoto che ci fa insegnare ciò che assorbiamo dalle nostre elucubrazioni libresche smettendo d’imparare da ciò che ci circonda, da tutti coloro che ci circondano e da quella tremenda e meravigliosa avventura che è ogni nostro respiro in quel mondo che, in fin dei conti, arriviamo a chiudere fuori dalla porta per meditare da soli nel nostro piccolo bozzolo.

E, dunque, la ricerca della perfezione è anche masochistica e, ancor peggio, è compiacentemente masochistica: eccoci soli, disconessi dalla vita vera e dal suo fluire di eventi, nella continua tensione di cercare di essere quello che non possiamo essere, pronti al giudizio su tutto e tutti ma sempre insoddisfatti di noi e del nostro presente, alla ricerca di disumanizzare la nostra umanità perché “è giusto”, perché “così ci è richiesto”, perché “il premio sarà cento volte più grande”. Ma quando e, soprattutto, perché?

Qualche anno fa ho letto “Elogio dell’imperfezione” di Rita Levi Montalcini e, a quel tempo, credo di non aver capito a fondo il senso ultimo di quello che leggevo. Trovavo curioso che la grande neuroscienziata Premio Nobel affermasse che, dal punto di vista della simmetria celebrale (o qualcosa di simile) alcuni insetti o scarafaggi fossero assolutamente perfetti mentre il nostro sistema neurale era un casino pazzesco. Ma la “perfezione” aveva creato esseri assolutamente banali e il casino aveva creato la Cappella Sistina. Quello che non avevo compreso era l’assunto filosofico del messaggio, riassumibile, in fin dei conti, il quella frase che abbiamo sentito tante volte: è dalle crepe che passa la luce”.

La nostra vita, ogni vita, così come ogni teoria umana e ogni strutturazione spirituale singolare e collettiva, è un cumulo di contraddizioni, di errori da cui imparare e da cui, magari, non impareremo, di misteri inspiegabili, di intrecci illogici, di sentimenti discordanti, di pieni improvvisi di gioia e di vuoti a perdere di dolore, di sentimenti che vorremmo non provare e proviamo e che vorremmo provare e non proviamo, di cose che vorremmo capire e non capiamo e di cose che vorremmo non capire e capiamo … in una parola, di imperfezioni …

Ed è questo il punto, fratelli: possiamo pensare che tutto questo è stupido, che è superabile, che possiamo transumanare, che possiamo proiettarci oltre, cercando, pur vanamente, di perfezionarci, di superare le contraddizioni, di stabilirci in un empireo in cui tutta questa massa confusa d’imperfezioni possa essere guardata dall’alto. Ma quello che ogni giorno di più mi sembra di capire è che questa “massa confusa d’imperfezioni” è la vita stessa e cercare di “superare la vita” significa solo due cose: bestemmiare contro la vita e chi l’ha creata e morire.

“Ma, allora, Law, ci stai dicendo che pensi che dovremmo “lasciarci vivere”, non sforzarci mai di migliorarci? E dove vanno a finire il ‘fatti non foste per viver come bruti’ e il senso stesso di una comunità che vuole essere uno strumento di elevazione?”

Sto dicendo che, prima di tutto e soprattutto, siamo chiamati a vivere e ad ascoltare la vita, ad essere pienamente noi stessi nel flusso della vita per quello che siamo e ad ascoltare noi stessi in questo flusso, mettendoci in gioco, ora, qui, con i difetti nostri, altrui e del mondo, gioendo per quanto possiamo di questa vita imperfetta fatta di esseri imperfetti che nessuno di noi può cambiare con la bacchetta magica o i poteri da Superman, cercando quei fiori che, come scrisse De Andrè, nascono nel letame e non sui diamanti. Questa è, io credo, il primo passo per ringraziare e dare lode alla creazione, alla vita e a chi, Dio o chi o cosa per Lui, ce ne ha fatto dono.

“Ma … Ma il Maestro di chi di noi è cristiano, Yeshua, dice proprio il contrario, dice di essere perfetti!”, potreste obiettare.

Sì, è vero! Dice di essere perfetti. Ma, al di là dell’uso iperbolico tipico di Rabbi Yeshua, perfetti in che senso? Rileggiamo la terza lettura che ho proposto per questa sera. La perfezione che ci chiede è la perfezione nell’amore, quella perfezione che nasce, poco a poco, dall’eliminare la rabbia e l’odio dai nostri cuori. A questo siamo esortati. E, fratelli, non è dalla ricerca di una perfezione ossessivamente inseguita dall’alto di una torre d’avorio di maceranti meditazioni o di perfette concatenazioni teoretiche che nasce e si sviluppa quell’amore che supera rabbia e odio ma da una ottica che cerca naturalmente, anche solo per stanchezza, la pace e la bellezza abbracciando questa vita imperfetta, questa umanità imperfetta, questo nostro essere imperfetti.

Allora, questa sera quello che vorrei lasciarvi con questo sermone che, lo confesso, ho scritto prima di tutto per me stesso, è un messaggio che è una indicazione apparentemente semplice da seguire: amiamo noi stessi, nella nostra imperfezione e contraddizione, viviamo questa vita imperfetta stingendo a pieno ogni attimo, anche quello che sembra più amaro, più difficile e contraddittorio, più illogico o più banale, viviamo seguendo il nostro cuore e lasciandoci cullare e sballottare dall’esistenza, nuotando come delfini in questo oceano salato e scuro, non pensando a nessuna sponda irraggiungibile, a nessuna meta che, una bracciata dopo l’altra, estenui il nostro sforzo fino a farci perdere la gioia di sentire l’acqua sulla pelle e il vento sulla faccia, qui e ora.

Solo se impereremo ad amare e vivere davvero la nostra vita imperfetta di esseri imperfetti, forse impareremo davvero ad amare ogni vita e chi ce l’ha donata.

E mi rendo conto che, probabilmente, l’indicazione che sto dandovi questa sera è la più difficile che vi abbia mai dato.

Adonai echad,

Amen.