Purché faccia 12

cari amici,

recentemente mentre ero sul bus, come molti di voi già sapranno, mi sono imbattuto in un ragazzino che consigliava ad una suora un uso volgare e improprio del crocifisso. Mi sono interrogato molto perché ho sentito il dovere di intervenire, anche se poi non c’è stata occasione, ma la cornice razionale di questo mio istinto mi ha creato non pochi problemi. Perché in sintesi io sarei dovuto intervenire? Mi sono dato molte risposte, ma ho faticato a capire quale fosse la reale ragione del mio sdegno.

Si trattava certamente di un insulto e come sapete noi siamo per una libertà di espressione che non sia libertà di insulto. Ma c’è di più. Mi sono chiesto cosa spinge una persona evidentemente priva di attributi a dover insultare simboli religiosi in cui evidentemente non crede per poter sentirsi qualcuno? Quale pochezza d’animo è all’origine  di un simile atteggiamento che ritroviamo nelle bestemmie, in alcuni spettacoli che di satirico hanno ben poco, e in molti comportamenti che aspirano ad essere arroganti, come in questo caso, anche in realtà rivelano una fragilità su cui voglio riflettere. Quello cui ho assistito è una palese violazione di un po’ tutti i nostri principi in particolar il modo il primo e il settimo, nel non rispettare la dignità dell’altro che si concreta nell’espressione religiosa, si dimostra di non avere il minimo rispetto nemmeno per la rete interdipendente. Il settimo principio ci dice che devo avere rispetto dell’altro in quanto entrambi facciamo parte di una rete, in quanto entrambi offriamo un contributo alla crescita spirituale di ciascuno. È questo dunque che mi ha fatto inalberare: non tanto l’insulto in sé gravissimo, quanto il vedere violato un principio di collaborazione spirituale per cui quel ragazzo avrebbe potuto e dovuto spendere quella possibilità di interazione in ben altro modo.  penso sia dunque la violazione del terzo principio che mi ha causato più sdegno di tutto il resto: -l’accettazione reciproca ed l’incoraggiamento alla crescita spirituale nelle nostre congregazioni; fino ad ora mi ero spiegato questi atteggiamenti sconvenienti di buona parte della popolazione mondiale come un contributo, mi ero detto: è questo il contributo del ragazzo alla ricerca comune, egli collabora facendoci capire quanto sia facile cedere alla tentazione di comportarsi da deficienti per ottenere il consenso di qualche bulletto di periferia. Ma il terzo principio ci dice ben altro: l’accettazione di chiunque senza se e senza ma, non può prescindere dall’incoraggiamento alla crescita spirituale che deve essere per noi percepita come discriminante al pari di quanto sentiamo importante l’accoglienza di ogni essere vivente. L’incoraggiamento non è un dato che possiamo constatare in una logica di acceso spento che separi i deficienti da una parte e quelli che ci provano dall’altra. Incoraggiamento è un darsi, farsi, un impegno reciproco al comune miglioramento spirituale, non è un atto subito passivamente da un soggetto che cooperi suo malgrado alla storia del mondo. In nome del rispetto delle opinioni altrui non posso sottrarmi al dovere profondamente morale ed educativo di recuperare una giovane vita a un’esperienza più alta. Non posso dire chi se ne frega, non sono cavoli miei, è un pirla, taccio per rispetto, ci penserà il Principale, non posso lasciare che qualcuno sotterri il talento senza dir nulla, non posso lavarmene le mani, come fece Pilato. Io devo intervenire, devo reagire proponendo valori in cui credo in un mondo che sta andando a scatafascio. Attenzione però a due importanti distinguo: il mio intervento non sarebbe tanto  improntato la difesa del crocifisso o alla difesa di Dio. Dio si difende da solo, non ha bisogno del mio intervento né di quello di zelanti apologeti che con la Bibbia in mano si ergono a soldati della fede.  Il mio intervento non deve servire a difendere qualcuno dal ragazzo, forse nemmeno la suora, la cui fede credo possa difenderla da sola dagli attacchi di queste anime piccole e inconsistenti. Io devo intervenire per difendere il ragazzo da stesso, così come farei aiutando un ubriaco a ritrovare la strada di casa. Qui c’è un altro punto importante. Io devo poter giudicare l’altro, non per dirmi quanto sono figo o quanto lui sia pirla, ma per poter valutare un percorso in termini di processo e di prodotto. Lo riconoscerete dai frutti diceva Gesù, questo significa poter dire  e poter dirsi che alcuni frutti sono marci, che è condizione indispensabile per poter  aiutare un contadino in difficoltà. Ho recentemente fatto fare agli amici un giochino: date le quattro operazioni e tre fattori inventatevi delle operazioni diverse che diano tutte uno stesso numero, convenzionalmente scelgo 12. Esempi: 4 + 4+ 4 = 4 x 3 x 1; 4×10 -28 = 12. gli  un numero dicono che le possibilità di ottenere un numero stabilito a partire dall’interazione arbitraria di alcuni fattori sono infinite. Il rispetto per la ricerca spirituale differente dalla mia deriva proprio questa consapevolezza, che ci siano infiniti modi  di ottenere come risultato 12. Però se il risultato non fa 12 io devo poterlo verificare e devo poterlo dire. Da qualcuno che proponga usi impropri del crocifisso non credo possa venir fuori vie spirituali degne di rispetto. Credo piuttosto che il ragazzo stia sbagliano i calcoli, che proceda come un ubriaco vagando per strada. Nel non intervenire io violerei i principi perché mancherei di rispetto a ciò che di più buono c’è in quella persona e di mancherei di rispetto se lo vedessi depauperare quest’enorme tesoro senza far nulla. Intervenire con un ubriaco non significa portarlo a casa mia, ma a casa sua. Fuor di metafora io non ho nessun particolare interesse a che il ragazzo impari a memoria il Vangelo,  interessa invece che impari valore di un’autentica via spirituale, e la smetta di rinunciare a cercare una propria.

 

Di solito chiudo i miei interventi con Nasè Adam, facciamo l’uomo, come un auspicio che animi ciascuno di noi. Ebbene, tacere e guardare un uomo disfarsi e volontariamente autodistruggersi, senza aver fatto almeno un tentativo di aiutarlo nella ricerca di una propria via spirituale, non credo sia il modo migliore per vivere questo imperativo che mi è tanto caro.

E allora non abbiamo paura di farlo quest’uomo, anche quando il farlo significa intervenire ed educare con pazienza, senza nascondersi dietro formule comode e deresponsabilizzanti di rispetto.

 

Nasè Adam

נַֽעֲשֶׂ֥ה  אָדָ֛ם

Amen

Rob

 

Siate imperfetti … Siate vivi!!! (Rev. Lawrence Sudbury)

Cari amici,

ho sempre pensato che uno dei compiti più importanti di un pastore fosse quello di indicare alla comunità mete alte, difficili, lontane e pungolarla per incitarla al raggiungimento di quelle mete.

Corollariamente, mi era stato insegnato, in vari ambiti della mia formazione, che nulla poteva essere più convincente e spronante dell’esempio personale: Seneca, con il suo “fate quello che dico ma non fate quello che faccio” era disgustoso quanto un generale che mandasse truppe a farsi macellare in battaglia stando comodamente seduto su una collina ben riparata dal campo di battaglia. E, dunque, chiunque volesse porsi come vera guida, nel campo pratico come nella spiritualità, doveva aspirare ad una sorta di “perfezione” ottenuta attraverso un lavoro più duro di quello degli altri, attraverso uno studio forsennato, attraverso notti insonni passate a meditare e scrivere, attraverso un uso meticoloso della logica, della proiezione e della pianificazione di ogni azione.

Purtroppo, o forse fortunatamente, la vita è una maestra più grande di qualsiasi testo, manuale o insegnamento tramandato ed è, soprattutto, una maestra che ci sorprende con illuminazioni a volte improvvise e capaci di stravolgere totalmente le nostre ottiche.

Ebbene, devo confessarvi che, forse, lo stravolgimento più grande che abbia subito ultimamente riguarda proprio il concetto di “ricerca della perfezione” e, ipotizzando che possa essere utile anche per altri, è di questo concetto che vorrei parlarvi questa sera.

La prima cosa che vorrei dirvi può, da subito, risultare un po’ scioccante: la “ricerca della perfezione” è sterile! Lo è non solo perché, come afferma una frase fatta che tutti conosciamo, “la perfezione non è di questo mondo” e dunque, anche, se vogliamo, teologicamente, il tentativo di raggiungere una sorta di perfezione spirituale diventa solo frustrante perché qualunque sforzo volto a quell’obiettivo non può che ricondurci alla mortificante constatazione della nostra limitatezza e finitezza ma anche e soprattutto perché sposta l’obiettivo sempre un po’ più in là. Non dovremmo, dunque, cercare di elevarci? Certo che sì, se sentiamo che questa è una necessità che urge dentro di noi e nei limiti che ciascuno di noi onestamente sa di avere. Ma senza nessuna ricerca spasmodica di elevazione a tutti i costi. Perché? Perché se fissiamo il nostro sguardo solo su quell’asticella irraggiungibile, semplicemente proiettiamo noi stessi fuori da noi, fuori dalla nostra vita e finiamo solo per non vivere il qui e ora, per sognare l’irraggiungibile dimenticandoci di quello che ci circonda, di chi ci circonda, di essere vivi adesso e delle cose che contano adesso. Non so chi ci abbia creati, non so se siamo frutto della volontà di Dio o della casualità della natura e del suo Spirito ma di una cosa mi sto rendendo conto: nessuna istanza creatrice ci può chiede di vivere in vista di un obiettivo lontano, vago e remoto ma qualunque istanza creatrice ci chiede di vivere. E vivere significa gustare a pieno ogni attimo, provare a rendere migliore la nostra esistenza ogni istante, dare piena grazia accettando con gratitudine ogni gesto, ogni persona, ogni esperienza che viviamo ora, non rimandando questa pienezza esperienziale a quando “saremo perfetti” perché non lo saremo mai, non sottraendo tempo alla pienezza della vita in una continua rincorsa verso un ideale.

Ma lasciatemi dire che la ricerca della perfezione è anche inconcludente. Vogliamo la definizione perfetta di religione o di spiritualità? Vogliamo una pratica perfetta e una comunità perfetta? Vogliamo una logica perfetta che si sposi perfettamente con una mistica perfetta? Cosa otterremo cercando queste cose? Il nulla! Nessun percorso sarà mai completamente perfetto perché nessun percorso è stato creato da esseri perfetti e anche se così fosse, a non essere perfetti siamo noi e, dunque, non troveremo mai una piena consonanza, un risuonare perfetto dentro di noi e, ancor meno, dentro molti cuori diversi; nessuna comunità sarà mai perfetta perché se lo fosse, la comunità stessa non avrebbe senso, non avrebbe senso lavorare costantemente per aiutarci gli uni gli altri, per gioire di una passo successivo che venga capito, interiorizzato naturalmente; nessuna logica sarà perfetta se potrà sposarsi con una fede che è, forse prima di ogni altra cosa, una fiducia in un sentire profondo e irrazionale e nessuna mistica sarà perfetta e innalzerà realmente il nostro spirito se potrà essere imbrigliabile in una gabbia di nessi formali, di collegamenti causa-effetto, di spiegazioni eleganti che non lascino respiro al mistero che percepiamo in fondo ai nostri cuori.

Forse ancor peggio, la ricerca della perfezione è escludente e isolante. Il tormento della continua elevazione, del passo più in là, del dovere di innalzarsi implica uno sforzo immane ma è uno sforzo che finisce per farci sentire un gradino sopra gli altri, sopra quelli che non vivono questa continua tensione, che ci chiude in una monade autoreferenziale, in un isolamento doloroso e giudicante, in un orgoglio vuoto che ci fa insegnare ciò che assorbiamo dalle nostre elucubrazioni libresche smettendo d’imparare da ciò che ci circonda, da tutti coloro che ci circondano e da quella tremenda e meravigliosa avventura che è ogni nostro respiro in quel mondo che, in fin dei conti, arriviamo a chiudere fuori dalla porta per meditare da soli nel nostro piccolo bozzolo.

E, dunque, la ricerca della perfezione è anche masochistica e, ancor peggio, è compiacentemente masochistica: eccoci soli, disconessi dalla vita vera e dal suo fluire di eventi, nella continua tensione di cercare di essere quello che non possiamo essere, pronti al giudizio su tutto e tutti ma sempre insoddisfatti di noi e del nostro presente, alla ricerca di disumanizzare la nostra umanità perché “è giusto”, perché “così ci è richiesto”, perché “il premio sarà cento volte più grande”. Ma quando e, soprattutto, perché?

Qualche anno fa ho letto “Elogio dell’imperfezione” di Rita Levi Montalcini e, a quel tempo, credo di non aver capito a fondo il senso ultimo di quello che leggevo. Trovavo curioso che la grande neuroscienziata Premio Nobel affermasse che, dal punto di vista della simmetria celebrale (o qualcosa di simile) alcuni insetti o scarafaggi fossero assolutamente perfetti mentre il nostro sistema neurale era un casino pazzesco. Ma la “perfezione” aveva creato esseri assolutamente banali e il casino aveva creato la Cappella Sistina. Quello che non avevo compreso era l’assunto filosofico del messaggio, riassumibile, in fin dei conti, il quella frase che abbiamo sentito tante volte: è dalle crepe che passa la luce”.

La nostra vita, ogni vita, così come ogni teoria umana e ogni strutturazione spirituale singolare e collettiva, è un cumulo di contraddizioni, di errori da cui imparare e da cui, magari, non impareremo, di misteri inspiegabili, di intrecci illogici, di sentimenti discordanti, di pieni improvvisi di gioia e di vuoti a perdere di dolore, di sentimenti che vorremmo non provare e proviamo e che vorremmo provare e non proviamo, di cose che vorremmo capire e non capiamo e di cose che vorremmo non capire e capiamo … in una parola, di imperfezioni …

Ed è questo il punto, fratelli: possiamo pensare che tutto questo è stupido, che è superabile, che possiamo transumanare, che possiamo proiettarci oltre, cercando, pur vanamente, di perfezionarci, di superare le contraddizioni, di stabilirci in un empireo in cui tutta questa massa confusa d’imperfezioni possa essere guardata dall’alto. Ma quello che ogni giorno di più mi sembra di capire è che questa “massa confusa d’imperfezioni” è la vita stessa e cercare di “superare la vita” significa solo due cose: bestemmiare contro la vita e chi l’ha creata e morire.

“Ma, allora, Law, ci stai dicendo che pensi che dovremmo “lasciarci vivere”, non sforzarci mai di migliorarci? E dove vanno a finire il ‘fatti non foste per viver come bruti’ e il senso stesso di una comunità che vuole essere uno strumento di elevazione?”

Sto dicendo che, prima di tutto e soprattutto, siamo chiamati a vivere e ad ascoltare la vita, ad essere pienamente noi stessi nel flusso della vita per quello che siamo e ad ascoltare noi stessi in questo flusso, mettendoci in gioco, ora, qui, con i difetti nostri, altrui e del mondo, gioendo per quanto possiamo di questa vita imperfetta fatta di esseri imperfetti che nessuno di noi può cambiare con la bacchetta magica o i poteri da Superman, cercando quei fiori che, come scrisse De Andrè, nascono nel letame e non sui diamanti. Questa è, io credo, il primo passo per ringraziare e dare lode alla creazione, alla vita e a chi, Dio o chi o cosa per Lui, ce ne ha fatto dono.

“Ma … Ma il Maestro di chi di noi è cristiano, Yeshua, dice proprio il contrario, dice di essere perfetti!”, potreste obiettare.

Sì, è vero! Dice di essere perfetti. Ma, al di là dell’uso iperbolico tipico di Rabbi Yeshua, perfetti in che senso? Rileggiamo la terza lettura che ho proposto per questa sera. La perfezione che ci chiede è la perfezione nell’amore, quella perfezione che nasce, poco a poco, dall’eliminare la rabbia e l’odio dai nostri cuori. A questo siamo esortati. E, fratelli, non è dalla ricerca di una perfezione ossessivamente inseguita dall’alto di una torre d’avorio di maceranti meditazioni o di perfette concatenazioni teoretiche che nasce e si sviluppa quell’amore che supera rabbia e odio ma da una ottica che cerca naturalmente, anche solo per stanchezza, la pace e la bellezza abbracciando questa vita imperfetta, questa umanità imperfetta, questo nostro essere imperfetti.

Allora, questa sera quello che vorrei lasciarvi con questo sermone che, lo confesso, ho scritto prima di tutto per me stesso, è un messaggio che è una indicazione apparentemente semplice da seguire: amiamo noi stessi, nella nostra imperfezione e contraddizione, viviamo questa vita imperfetta stingendo a pieno ogni attimo, anche quello che sembra più amaro, più difficile e contraddittorio, più illogico o più banale, viviamo seguendo il nostro cuore e lasciandoci cullare e sballottare dall’esistenza, nuotando come delfini in questo oceano salato e scuro, non pensando a nessuna sponda irraggiungibile, a nessuna meta che, una bracciata dopo l’altra, estenui il nostro sforzo fino a farci perdere la gioia di sentire l’acqua sulla pelle e il vento sulla faccia, qui e ora.

Solo se impereremo ad amare e vivere davvero la nostra vita imperfetta di esseri imperfetti, forse impareremo davvero ad amare ogni vita e chi ce l’ha donata.

E mi rendo conto che, probabilmente, l’indicazione che sto dandovi questa sera è la più difficile che vi abbia mai dato.

Adonai echad,

Amen.

Liturgia del 24 settembre 2017

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Min: Iniziamo la nostra celebrazione con uno degli elementi che più caratterizza la nostra Comunione. Come sapete, è tradizione unitariana e universalista che a turno ogni Chiesa del mondo trasmetta a tutte le altre un pensiero su cui meditare all’accensione del Calice, che è simbolo del nostro accogliere e partecipare al Mistero della vita, coltivando quella scintilla di Infinito che ci spinge ad elevarci spiritualmente.

Lett: Noi siamo una generazione che si trova in mezzo ai fuochi
Dietro di noi la fiamma e il fumo che sale da Auschwitz e da Hiroshima,
Davanti a noi l’incubo di un Diluvio di Fuoco
di fiamme e fumo che consumano tutta la terra
Il nostro compito è quello di non lasciare che il fuoco diventi una
fiamma che distrugga,
ma possa essere una luce attraverso cui possiamo vederci l’un l’altro
pienamente, tutti differenti, ciascuno portatore di Una Scintilla
Noi accendiamo questi fuochi per vedere più chiaramente che la terra e
tutti quanti vivano in essa non sono fatti per essere bruciati
Noi accendiamo questi fuochi per vedere più chiaramente l’arcobaleno
nelle nostre facce di molti colori
Sia benedetto l’Uno nei molti, siano benedetti i Molti che fanno uno (Arthur Waskow, Unitarian Universalist Service Committee)

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni casa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) Né il grado di intelligenza né la capacità di eseguire e portare a termine con esattezza il compito intrapreso sono i fattori essenziali per la riuscita e la soddisfazione personale. ”

(Rita Levi Montalcini, Elogio dell’Imperfezione)

II) “Nella nostra cultura e nella nostra società ci viene spesso insegnata dalla pressione dei pari, dalle aspettative assorbite nella scuola e dalle norme proclamate sul lavoro, che è poco soddisfacente per noi essere meno che perfetti. Dovremmo sempre essere nel top 10% in ogni prova, prendere tutti 10, essere più produttivi rispetto ai nostri coetanei e avere ragione almeno il 99,4 per cento del tempo. Ci troviamo di fronte ad aspettative molto alte e costanti verso la perfezione, mentre, in realtà, tutto ciò che ciascuno di noi può davvero sperare è di essere un essere umano buono.

Noi unitariani universalisti abbiamo abbandonato il concetto di peccato originale dei nostri predecessori calvinisti: l’umanità, secondo loro, è naturalmente difettosa e incapace di muoversi verso il bene. Questo abbandono è stato un passo positivo per lo sviluppo di una comprensione religiosa che lasciasse spazio allo sviluppo delle aspirazioni umane o alla ragione. Ma lungo il cammino sembra che molti Universalisti Unitariani, così come molti altri nella nostra cultura, si siano spinti ad ipotizzare la possibilità della perfezione umana che, a suo modo, è un obiettivo altrettanto irrealistico e dannoso di quanto fosse, immagino, il concetto di peccato originale.”.

(Rev. David Hubner, UUA)

III) “Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, poiché egli fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Perché, se amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli.”

(Vangelo di Matteo, capitolo 5)

Min: sermone (SIATE IMPERFETTI … SIATE VIVI!)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura.Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Vita e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Vita e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: Che tutti gli esseri,

che in ogni luogo sono afflitti da sofferenze del corpo e della mente,

guariscano presto dalle loro malattie;

che tutti gli esseri spaventati siano sollevati dalla paura

e coloro che sono prigionieri siano liberati.

Che gli impotenti possano ritrovare forza e

che tutte le genti possano essere in rapporti amichevoli le une con le altre.

Che tutti coloro che si trovano in luoghi selvaggi, sperduti e spaventosi,

i bambini, i vecchi, gli indifesi,

siano protetti dagli esseri celestiali benigni

e possano raggiungere rapidamente il pieno risveglio.

(Preghiera Buddhista)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

INNO CONCLUSIVO