Semi di consapevolezza

Altre parti caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe,
e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno».

Cari Amici,

Nella frase considerata Sparks ci invita a riflettere su un aspetto fondamentale: l’importanza del dialogo e dell’ascolto. Il dialogo è fondamentale per sentire l’altro. Noi siamo miliardi di pezzi unici, capaci di un tesoro irripetibile. Il dialogo serve appunto per arricchire la comunità di un tesoro che altrimenti rimarrebbe inespresso non goduto. Pensate cosa avrebbe perso la collettività se Leonardo, se Newton, se Pasteur, avessero tenuto per se i propri doni….
Se dovessi giudicare i miei terdici anni di ministero da un punto di vista trinitario sarebbero una specie di fallimento: pur avendomi ascoltato per anni, nessuno di voi la pensa come me, e nessuno di voi vede in me una minima autorità, eppure da un punto di vista unitariano io sono molto soddisfatto: ciascuno di voi sta maturando un proprio senso critico, sta facendo un proprio percorso, condividendone l’esperienza complessiva con altri.
E poi pensate alla comunione dei fiori:trovatemi un’altra chiesa in cui non solo non ci siano pulpiti e sedie gestatorie, tanto care a una fitta nuova serie di nostalgici, ma addirittura qualunque fedele possa alzare la mano e dare il proprio contributo, discutendo con il ministro. Questo è un pregio che rende la nostra esperienza qualitativamente unica e non paragonabile a nessuna altra.
Solo che non è cosi semplice… nel piccolo antipasto di Regno che è la congregazione, dobbiamo tutti rispettare alcune regole che sono fondamentali per una corretta riuscita dell’ascolto.

  1. La prima è non parlarsi addosso, o non parlare solo per sentire quant’è bella la propria voce o per fare il pavone… altrimenti più che un dialogo diventa una rappresentazione teatrale, e non mi sembra sia il luogo giusto
  2. Bisogna avere qualcosa di sensato da dire, non basta aprire bocca a caso.

Qui c’è un punto su cui Sparks riflettè molto, sebbene la prassi liturgica che utilizzava non fosse simile alla nostra, se è vero che ogni contributo è un dono, è anche vero che alcune baggianate sugli alieni, le scie chimiche, gli immigrati, i gay e i disabili, si possono benissimo non sentire. Occorre insomma che il contributo sia animato dallo stesso spirito di ricerca ed inclusività, come propriamente ammoniscono i Sette Principi.
Ci sono due modi di risolvere il problema: o si crea una commissione che salvaguardi le orecchie della collettività dalle baggianate, e non è nostro costume…. Oppure si promuove un approccio virtuoso alla ricerca spirituale, invitando i membri a documentarsi, insegnando loro a cercare testi e notizie ed aiutandoli a maturare un senso critico sulle fonti.
Sparks arrivò a creare un gruppo la Baltimore Unitarian Book Society, il cui 157esimo anniversario ricorre proprio oggi, che aveva delle precise finalità. L’obiettivo di Sparks era quello di migliorare la cultura spirituale dei contemporanei, ma si rese ben conto che non aveva senso regalare Bibbie in giro se l’approccio alla lettura era sbagliato, se si falliva il principio di carità e di concordia che deve unire invece che dividere. Promosse allora la stampa autonoma e un impegno alla diffusione di opuscoli che, pur essendo nominalmente unitariani, proponevano in realtà una educazione a priori su principi quali la tolleranza, il rispetto caritatevole del prossimo, soprattutto del povero e del diverso, il rifiuto del bigottismo dogmatico. Il progetto ebbe un successo insperato e contribuì decisamente alla diffusione dell’unitarianesimo nella zona di Baltimora (300 Km a sud di New York, quel noioso di Law ci sarà pure stato).
Come si può notare leggendo i report dell’iniziativa che sono su Google, essa ebbe anche un banalissimo ma importantissimo ritorno sull’alfabetizzazione delle classi meno abbienti e sulla cultura spirituale del popolo lavoratore, che si sentì toccato, coinvolto, chiamato ad alzare la testa usando le armi della ragione e della discussione. Come spesso accade di questo approccio non beneficiarono solo unitariani e il ritorno meritorio dell’iniziativa andrebbe calcolato sull’intero e non solo sugli unitariani. In ogni caso, è un gesto che oggi possiamo replicare? Per rispondere dobbiamo porci alcune questioni di merito e di metodo. Come merito, in questi cento anni abbiamo maturato maggiore chiarezza su quale parte del messaggio unitariano lo identifichi come messaggio tra molti, la cui scelta spetta solo all’estetica spirituale del singolo, dal messaggio relativo a quella che già la volta scorsa ho chiamato igiene spirituale, dedotta dai Sette Principi e fondata su valori quali tolleranza rispetto carità e dignità di ogni essere vivente. Se l’umana volontà di diffusione del primo aspetto e l’invito ad essa, benchè comprensibile, sia da parte mia che da parte vostra, non ci renderebbe di fatto diversi da tutti gli altri, l’impegno per la diffusione dell’igiene spirituale è un compito che sento precipuamente nostro e a cui vi invito senza indugio e senza timore
Quanto al metodo… i tempi sono cambiati, e francamente sono allergico agli opuscoli di contenuto spirituale. Abbiamo però altri strumenti, accessibili a ciascuno di noi, che vanno dal generico passa parola, tra le persone che conosciamo, al cambiare canale quando è il caso, al controbattere affermazioni razziste di cui gli uomini piccoli nostri contemporanei amano riempirsi la bocca per ottenere il plauso di uomini ancora più piccoli. Dobbiamo contrastare questo progressivo inaridimento, questa atrofia culturale in ogni modo che vi possa venire in mente, e se nel farlo citate anche gli UU, bene, se no chissenefrega. Ricordatevi che anche i social media possono essere un moderno spazio di impegno, e sta anchea  ciascuno di voi essere seminatore costante, e contrastare il buio culturale di un nuovo medioevo alle porte, e non si offendano i medievali, che furono capaci di una cultura per certi versi anche maggiore della nostra

Vi lascio con un curioso compito. Una delle iniziative contemporanee in qualche modo figlie dell’idea di Sparks è quella del Book Crossing. Per i meno esperti lo posso riassumere come uno scaffale sito in un luogo pubblico che ospita dei libri, di non importa quale pregio o natura. Ogni persona che vi si accosti è autorizzato a prendere uno o più libri presenti sullo scaffale, purchè ne porti uno dei propri, facendo così rimanere inalterato, o addirittura incrementando il numero dei libri presenti. Ebbene, il compito è quello di addocchiare uno dei posti di book crossing più vicino a voi ed impegnarvi affinchè in esso non manchi mai qualche testo che possa favorire una riflessione spirituale, sia esso la Bibbia, il Tao, il Corano o cosa volete.
Se proprio non doveste trovarne, non preoccupatevi: potete sempre iniziarne uno mettendovi d’accordo con un bar di zona, che a ciò dedichi una semplice mensola. Su internet ci sono istruzioni più dettagliate e su facebook gruppi e consigli su come cominciare, in privato posso darvi i link… io sono già legato ai miei due a Torino e a Sesto (nota per Law: nel sottopassaggio della ferrovia).
E’ una piccola cosa, una volta cominciata non vi porta via tempo, ma può essere un gran contributo alla circolazione della cultura mondana e spirituale in un momento di crisi di valori come il nostro.
Allora facciamolo quest’uomo, capace di leggere ed affinare un senso critico che lo difenda dalle panzane ignoranti da cui veniamo bombardati negli ultimi anni

Nasè Adam  

נַֽעֲשֶׂ֥ה  אָדָ֛ם

Amen

Rob





UNO (Sermone XII Incontro Nazionale C.U.I. a Milano)

Cari fratelli e cari amici,

innanzitutto, vi voglio ringraziare tutti per essere qui, oggi, in occasione del nostro XII raduno nazionale C.U.I. e per aver voluto partecipare alla gioia di incontrarci.

Oggi vorrei condividere con voi qualche breve riflessione su una parola di uso comune, che, come sapete, tanto peso ha avuto nella storia della nostra fede: la parola “uno”.

Se andiamo a cercare la definizione del termine su un qualunque dizionario troviamo qualcosa come “Numero naturale che è successore di zero e rappresenta l’unità” che, pur nella sua semplicità, già sottolinea due cose piuttosto fondamentali: che “uno” rappresenta la prima “realtà” dopo il vuoto dello “zero” e che “uno” è simbolo dell’unità.

Affronteremo il primo punto più avanti: per ora vorrei soffermarmi un istante sull’“uno” come simbolo dell’unità. Perché, vedete, è strano come molte vie spirituali concordino nel sottolineare l’importanza dell’unità come espressione divina, sia per quanto riguarda ciò che è sopra di noi (si pensi alle varie religioni monoteiste), che per quanto riguarda il nostro modo ideale di esistere come genere umano, anche al di là delle declinazioni dei vari “ut unum sint” culturalmente codificati, quantomeno nella “regola aurea” presente in ogni spiritualità ma, allo stesso tempo, tanti loro rappresentanti concordino nel fare davvero di tutto per trovare distinguo e costruire muri.

Ricordo ancora quanto rimasi turbato quando, parlando con il pro-vescovo Siro-monofisita di Gerusalemme, lo sentii spiegarmi che, in verità, tra la loro visione teologica e quella della Chiesa romana, dal punto di vista teologico non ci sono praticamente differenze ma, a causa di una traduzione sbagliata di un documento, secoli prima, si erano separati e, ormai, tanto valeva rimanere separati, ciascuno con i propri usi e le proprie ritualità … “Non ci sono praticamente differenze …”, “tanto vale rimanere separati” … Ma … Perché? Perché ciascuna chiesa ha il suo sistema di potere? Perché l’idea di “unità”, in fondo, lede troppi interessi o è troppo faticoso aprirsi alla differenza dopo tanti secoli di chiusura?

E, ancora … Qualche tempo fa, per puro caso, un mio studente mi chiese che differenze ci fossero tra Cattolici e Ortodossi. Gli spiegai che, in realtà, il Grande Scisma del 1054 era nato per motivazioni politiche e di potere ma era stato giustificato teologicamente con la disputa su una semplice parola, “Filioque”, dal momento che i Cattolici ritenevano che lo Spirito Santo procedesse dal Padre e dal Figlio, mentre gli Ortodossi solo dal Padre. Mi echeggia ancora nelle orecchie il commento dello studente, non certo “Magister Theologiae” ma sicuramente persona di buon senso: “Ma sono scemi? Teoricamente i preti dovrebbero cercare tutto meno che il potere e, per di più, che ne sappiamo noi da dove viene lo Spirito?”. Non credo che servano altri commenti!

Non mi metterò, poi, neppure a menzionare le cause di divisione nel mondo protestante perché, sinceramente, neppure dopo anni di seminario e studi sull’ecumenismo, sono convinto di aver capito molte di quelle motivazioni. Che, poi, se vogliamo ben vedere, non è che questi, in realtà goffi, tentativi di trovare punti di distanza più che punti d’unione siano una questione solo intra-cristiana: Sunniti e Sciti si sono massacrati per ben più di 1000 anni per decidere se il primo successore del Profeta dovesse essere scelto dal clero o dovesse essere suo genero (che, per molti versi, è poi la stessa storia del Concilio di Gerusalemme) e non hanno smesso neppure quando quel genero, Ali, è diventato il quarto successore mentre tra i Buddisti si sono divisi tra chi voleva una salvezza per tutti e chi solo per gli illuminati prima e poi, anche recentemente, per questioni di soldi e potere tra monaci e laici.

Insomma, questa unità che, a parole, tutti cercano, questo “uno” che dovremmo tutti formare, nella pratica sembra piacere davvero a pochi. Perché?

A Groninga, al corso di “peace-making” della Facoltà Remostrante, mi hanno insegnato che dietro ogni guerra e ogni disputa religiosa ci sono sempre interessi di altra natura che usano la spiritualità come una maschera e uno scudo. Non ho motivi per non concordare con questa analisi che mi sembra non solo frutto di studi di pensatori ben più profondi di me, ma anche sensata e storicamente comprovabile. Però, per ogni divisione, per ogni rottura dell’unità, si sono sempre dovute trovare motivazioni teologiche, tanto risibili nel momento stesso in cui si appellano a conoscenze del Divino che esulano dalle possibilità umane, quanto terribili nelle loro conseguenze. E le teologie si sono prestate: si sono prestate a farsi armi per la divisione, per la ghettizzazione, per il puntare il dito. In nome di cosa?

Certo, come si accennava, in nome di una fetta più o meno consistente di potere, in nome di uno status quo intangibile o di una civiltà troppo spesso scambiata per la spiritualità che ne era frutto ma … non credo che si tratti solo di questo … C’è una parola che s’incontra quasi sempre quando si analizzano tutti gli inciampi verso l’ecumenismo perfetto: la parola “identità”: io voglio una religione identitaria, che delimiti ben chiaramente il “noi buoni” dal “loro cattivi, falsi, in errore, eretici”. Che paletti possiamo mettere, dunque, per delimitare molto evidentemente questo confine “noi – loro”? Facile: i dogmi. I dogmi sono facili da ricordare se te li martellano in testa fin dall’infanzia e sono anche elementi ben connotativi: “tu fai il segno della croce trinitario? Buono!”, “Tu non lo fai? Cattivo!”, “Tu mangi un agnello sgozzato lentamente rivolto ad oriente? Buono!”, “Tu, invece mangi una costina di maiale? Cattivo!”, “Tu credi ad un Dio personale? Buono!”, “Tu hai dubbi? Cattivo!” e così via …

Purtroppo, nella mia vita laica io mi occupo di insegnamento storico e questo mi ha messo di fronte a centinaia di migliaia di morti la cui colpa era stata rispondere ad una domanda fuori da ogni dogma e subire le conseguenze di ciò. Ma i dogmi ci danno identità … Identità? Ma che cosa significa questa identità religiosa? Io una identità ce l’ho già ed è anche una identità religiosa: io sono un uomo, figlio di uomini, fratello di uomini, logicamente legato per sangue e destino ad ogni altro uomo e ad ogni altra entità vivente della natura, non così pazzo da pensare di venire dal nulla, non così incosciente dal confondere scienze e fede, non così superbo da negare la catena logica che porta da un Primo Motore immobile. E se questa è la mia identità, allora ogni altra identità religiosa ben venga se mi aiuterà a scavare fondamenta più profonde nella mia identità ma stia dov’è se andrà ad intaccare i principi fondanti del mio essere uomo. So che non tutti sarebbero d’accordo su questo.

Una identità collettiva come “appartenenti” ad una religione o identità singolare di ciascuno che, seguendo il proprio percorso, si trova in accordo con altri nell’essere tutti “aderenti” di una stessa spiritualità in cui mantenere la propria identità? Mi sembra assolutamente chiaro che l’Unitarianesimo Universalista abbia scelto questa seconda ipotesi, un po’ come tante altre spiritualità liberali. Un percorso semplice? No, anzi. Quante volte ciascuno di noi si è trovato in difficoltà a spiegare in due parole cosa sia lo UUismo? Tante, vero? E, per semplicità, magari ci siamo limitati a spiegare un paio di dati storici, la nostra esperienza di solo uno dei rami di questo grande delta di fiume o a elencare i 7 Principi, sentendo, però che tutto questo non bastava? Perché? Perché il costo di una scelta di percorso spirituale libero, senza dogmi, senza paletti prestabiliti è proprio questo: non avere una identità singolare da poter comunicare in tre minuti ma avere 100, 1000 identità convergenti che si possono scoprire solo vivendole dall’interno. Il problema, lo sappiamo tutti, è quello che percepiamo quotidianamente: pochi si prendono la briga di vivere il senso del dialogo senza uno scudo identitario e, in fin dei conti, una religione monolitica dà infinite più sicurezze che una spiritualità plurale ma, personalmente, vi garantisco che preferirei essere anche da solo ma non delegare mai la mia identità a scelte altrui.

Però, se torniamo al nostro “uno”, mi sembra evidente che, rispetto ad esso, il nostro pluralismo teologico può rappresentare un problema. Si tratta, comunque, solo di un problema apparente se ben si vuol guardare. In realtà, nessuna unità super-imposta o monolitica può essere realmente tale: sia laddove stabilisca un criterio di dentro/fuori, sia nel caso in cui cerchi una totale omogeneità di fede al suo interno che, inevitabilmente, si andrà a scontrare con l’individualità dei singoli. Al contrario, mi sembra di poter dire che la sola unità possibile sia una “unità nella diversità” (ebbene sì, è finalmente il caso di dire la verità e che il copyright del motto dell’Unione Europea ce l’abbiamo noi da secoli e, al massimo, ci possiamo giocare le royalties con i Baha’i!). Perché, vedete, fratelli, solo chi prenda atto del cammino spirituale individuale come patrimonio unico, irripetibile, inalienabile e utile per il cammino di ogni altro può superare la barriera del dogma o del nome da dare a Dio o del modo in cui ognuno disegna Dio nella propria testa o non lo vuole disegnare, per andare al cuore dell’unità, a quei minimi comun denominatori che cancellano ogni barriera, a quell’essere tutti esseri umani, nati qui, con mille domande e poche risposte, che cercano di darsi una direzione tutti insieme, con tutti i nostri limiti e le nostre miopie e comprendere che, chiunque o qualunque cosa sia quell’entità che chiamiamo Dio o non chiamiamo affatto, è per tutti e a tutti indica una stessa direzione d’amore per la rete di tutto l’esistente, che è vera rete che connette ogni vita, che ci fa tutti uno, atomi uniti della stessa Anima Mundi.

Ecco perché, se un tempo ci chiamavamo unitariani perché credevamo nell’unicità di Dio contro le interpretazioni trinitarie, se un tempo ci chiamavamo universalisti perché credevamo nella salvezza universale concessa da un Dio pietoso, oggi ci chiamiamo unitariani universalisti perché crediamo nell’Uno, nella sola origine comune, nella sola destinazione comune, nell’unità della direzione del nostro cammino pur lungo sentieri differenti, nella universalità dei questo messaggio e nella universalità della rete d’amore che unisce tutti i viventi, nell’immanenza come nella trascendenza.

Ecco perché oggi possiamo chiamare fratello e sorella chiunque, perché in questa sala so di almeno quattro o cinque religioni e denominazioni diverse e a nessuno voglio e posso dire “tu no” se vorrà, in totale condivisione eucaristica, accostarsi alla Cena del Signore

E, fratelli, allora questa unità diventa davvero centrale per la vita del singolo, diventa tratto distintivo che segna il suo intero modo d’essere, la sua intera esistenza.

Ecco, io credo che questo sia il senso ultimo del nostro essere qui oggi, del nostro voler simboleggiare, con questa nostra presenza fisica ad una funzione, il nostro saperci in connessione con tutti gli Unitariani Universalisti del mondo, con tutti i credenti del mondo, con tutti i ricercatori del mondo, con tutti gli esseri umani del mondo e con tutti gli esseri viventi del mondo, il nostro essere uno.

E, tornando alla definizione iniziale, davvero è così fondamentale per la nostra fede ricordare che quell’essere “uno” significa vivere nel numero naturale che precede lo “zero” di una vita dagli orizzonti limitati, dalle piccole ed effimere gioie materialistiche, dallo sguardo che si blocca alla siepe di casa propria, ma viene prima del molteplice che è dualità, che è caos, che è dispersione se dalla ricchezza delle nostre molteplici identità non riusciamo a trarre una unità che vada al di là di ogni differenza apparente.

Adonai echad,

Amen.

Liturgia del 12 novembre 2017 . XII Incontro Nazionale a Milano

Lett: Ho bisogno di pace, ho bisogno di esprimere la mia gratitudine, ho bisogno di umiltà.
Preghiamo insieme perché da solo ciascuno di noi non è abbastanza ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita, esprimiamo la nostra unicità nel grande quadro dell’umanità e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Min: Iniziamo la nostra celebrazione con uno degli elementi che più caratterizza la nostra Comunione. Come sapete, è tradizione unitariana e universalista che a turno ogni Chiesa del mondo trasmetta a tutte le altre un pensiero su cui meditare all’accensione del Calice, che è simbolo del nostro accogliere e partecipare al Mistero della vita, coltivando quella scintilla di Infinito che ci spinge ad elevarci spiritualmente.

Lett: Qualche volta c’è certezza, qualche volta meraviglia, qualche volta qualcosa incombe, e qualche volta c’è una perdita. Qualche volta c’è un inizio, qualche volta un fine, qualche volta c’è riposo e non bisogna far niente. Ma saremmo sempre parte del mondo che gira, anche nella vita o nella morte, anche se fossimo polvere galleggiante sull’acqua, o respiro o ceneri nel vento dopo che siamo stati consumati dalle fiamme. Ciò che è importante è questo minuto, questo momento insieme, dove noi rimarremo come se non finisse mai. (Rev. Tet Gallardo ministro della Chiesa Unitariana Universalista delle Filippine)

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”. Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”. Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”. Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”. Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”. Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”. Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi, ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni, del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza, dei loro poteri e della loro compassione perché ogni casa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante. [tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

1) Un uomo arrivò alla porta di un amico e bussò. “Chi c’è?” “Sono io” L’amico rispose “Vai via,non c’è posto per mangiare a questo povero tavolo”. Quell’uomo se ne andò vagabondo per un anno. Nulla come una bruciante separazione può vincere l’ipocrisia e l’egoismo. L’uomo ritornò provato e sfinito, camminò incerto davanti alla casa dell’amico e timidamente bussò. “Chi è?” “Io sono te…” “Per favore, vieni dentro. Non c’è posto per due persone in questa casa, ma tu sei parte di me” (Jalal ad-Din “Rumi”)

2) Come fede non dogmatica, l’Unitarianesimo Universalista onora i diversi cammini che ciascuno di noi percorre. Noi celebriamo, sosteniamo e ci arricchiamo l’un l’altro mentre continuiamo in questi viaggi (Manifesto UUA).

3) Allora Giovanni, prendendo la parola, gli disse: «Maestro, noi abbiamo visto un tale che non ci segue scacciare demoni nel tuo nome e glielo abbiamo proibito, perché non ci segue». Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché nessuno può fare un’opera potente nel nome mio, e subito dopo dire male di me. Poiché chi non è contro di noi, è per noi. Chiunque infatti vi dà da bere un bicchiere d’acqua nel nome mio, perché siete di Cristo, io vi dico in verità che non perderà affatto la sua ricompensa» (Vangelo di Marco, 9)

Min: sermone (UNO)

Al termine del sermone, tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino; 2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso; 3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva; 4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro; 6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore; 7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura; 8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà; 9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana; 10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore. [Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore sii con noi in questi tempi difficili, quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce. Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita, quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia. Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore, perché entrambi sono legati dal vincolo umano, anche se spesso lo dimentichiamo. Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo, aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza, il successo anche nella sconfitta, il bene anche in mezzo al male. Aiutaci a essere migliori, a lavorare per migliorare le cose e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione. Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno. Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci da ogni dogma che divide, da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci da ogni concetto che chiude, da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci da ogni impeto di arroganza, da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci da ogni certezza che esclude, da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci da ogni tentazione umana, da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci da ogni turbamento emotivo, da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Pieno e riempici di una luce senza tenebre, di un calore senza confini.

E vieni o Pieno e riempici di compassione il cuore, di fede, di speranza, di amore. (Ian McCarthy)

Lett.2: La Via del Cielo come è simile all’armar l’arco! Quel ch’è alto viene abbassato, quel ch’è basso viene innalzato, quello che eccede viene ridotto, quel che difetta viene accresciuto. La Via del Cielo è di diminuire a chi ha in eccedenza e di aggiungere a chi non ha a sufficienza. Non è così la Via dell’uomo: ei diminuisce a chi non ha a sufficienza per donare a chi ha in eccedenza. Chi è capace di donare al mondo ciò che ha in eccedenza? Solo colui che pratica il Tao. Per questo il santo opera ma nulla s’aspetta, compiuta l’opera non rimane, non vuole mostrare di eccellere. (Daodejing, cap. 77)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso. Di’: “Egli Allah è Unico, Allah è l’Assoluto. Non ha generato, non è stato generato e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Min: La nostra Comunione affonda le sue radici nel messaggio cristiano e distende i suoi molteplici rami verso il mistero di ogni fede. Ma tutti noi riconosciamo il valore morale e spirituale del messaggio e dell’esempio di Gesù. Nella Sacra Cena commemoriamo la figura di Gesù e ci immergiamo, nei simboli del pane e del vino, nel centro della relazione con il Sacro di cui Egli fu esempio.

Quando fu sera e si mise a tavola con i dodici discepoli, e mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo che è dato per voi»

Poi, allo stesso modo, prese il calice del vino, lo benedisse e lo diede ai suoi discepoli dicendo: “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi. Fate questo in memoria di me”.

[Chiunque lo desideri può accostarsi alla Sacra Cena nelle due specie]

CANTO ALLA SACRA CENA

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio. Padre Nostro …

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

INNO CONCLUSIVO