Siate imperfetti … Siate vivi!!! (Rev. Lawrence Sudbury)

Cari amici,

ho sempre pensato che uno dei compiti più importanti di un pastore fosse quello di indicare alla comunità mete alte, difficili, lontane e pungolarla per incitarla al raggiungimento di quelle mete.

Corollariamente, mi era stato insegnato, in vari ambiti della mia formazione, che nulla poteva essere più convincente e spronante dell’esempio personale: Seneca, con il suo “fate quello che dico ma non fate quello che faccio” era disgustoso quanto un generale che mandasse truppe a farsi macellare in battaglia stando comodamente seduto su una collina ben riparata dal campo di battaglia. E, dunque, chiunque volesse porsi come vera guida, nel campo pratico come nella spiritualità, doveva aspirare ad una sorta di “perfezione” ottenuta attraverso un lavoro più duro di quello degli altri, attraverso uno studio forsennato, attraverso notti insonni passate a meditare e scrivere, attraverso un uso meticoloso della logica, della proiezione e della pianificazione di ogni azione.

Purtroppo, o forse fortunatamente, la vita è una maestra più grande di qualsiasi testo, manuale o insegnamento tramandato ed è, soprattutto, una maestra che ci sorprende con illuminazioni a volte improvvise e capaci di stravolgere totalmente le nostre ottiche.

Ebbene, devo confessarvi che, forse, lo stravolgimento più grande che abbia subito ultimamente riguarda proprio il concetto di “ricerca della perfezione” e, ipotizzando che possa essere utile anche per altri, è di questo concetto che vorrei parlarvi questa sera.

La prima cosa che vorrei dirvi può, da subito, risultare un po’ scioccante: la “ricerca della perfezione” è sterile! Lo è non solo perché, come afferma una frase fatta che tutti conosciamo, “la perfezione non è di questo mondo” e dunque, anche, se vogliamo, teologicamente, il tentativo di raggiungere una sorta di perfezione spirituale diventa solo frustrante perché qualunque sforzo volto a quell’obiettivo non può che ricondurci alla mortificante constatazione della nostra limitatezza e finitezza ma anche e soprattutto perché sposta l’obiettivo sempre un po’ più in là. Non dovremmo, dunque, cercare di elevarci? Certo che sì, se sentiamo che questa è una necessità che urge dentro di noi e nei limiti che ciascuno di noi onestamente sa di avere. Ma senza nessuna ricerca spasmodica di elevazione a tutti i costi. Perché? Perché se fissiamo il nostro sguardo solo su quell’asticella irraggiungibile, semplicemente proiettiamo noi stessi fuori da noi, fuori dalla nostra vita e finiamo solo per non vivere il qui e ora, per sognare l’irraggiungibile dimenticandoci di quello che ci circonda, di chi ci circonda, di essere vivi adesso e delle cose che contano adesso. Non so chi ci abbia creati, non so se siamo frutto della volontà di Dio o della casualità della natura e del suo Spirito ma di una cosa mi sto rendendo conto: nessuna istanza creatrice ci può chiede di vivere in vista di un obiettivo lontano, vago e remoto ma qualunque istanza creatrice ci chiede di vivere. E vivere significa gustare a pieno ogni attimo, provare a rendere migliore la nostra esistenza ogni istante, dare piena grazia accettando con gratitudine ogni gesto, ogni persona, ogni esperienza che viviamo ora, non rimandando questa pienezza esperienziale a quando “saremo perfetti” perché non lo saremo mai, non sottraendo tempo alla pienezza della vita in una continua rincorsa verso un ideale.

Ma lasciatemi dire che la ricerca della perfezione è anche inconcludente. Vogliamo la definizione perfetta di religione o di spiritualità? Vogliamo una pratica perfetta e una comunità perfetta? Vogliamo una logica perfetta che si sposi perfettamente con una mistica perfetta? Cosa otterremo cercando queste cose? Il nulla! Nessun percorso sarà mai completamente perfetto perché nessun percorso è stato creato da esseri perfetti e anche se così fosse, a non essere perfetti siamo noi e, dunque, non troveremo mai una piena consonanza, un risuonare perfetto dentro di noi e, ancor meno, dentro molti cuori diversi; nessuna comunità sarà mai perfetta perché se lo fosse, la comunità stessa non avrebbe senso, non avrebbe senso lavorare costantemente per aiutarci gli uni gli altri, per gioire di una passo successivo che venga capito, interiorizzato naturalmente; nessuna logica sarà perfetta se potrà sposarsi con una fede che è, forse prima di ogni altra cosa, una fiducia in un sentire profondo e irrazionale e nessuna mistica sarà perfetta e innalzerà realmente il nostro spirito se potrà essere imbrigliabile in una gabbia di nessi formali, di collegamenti causa-effetto, di spiegazioni eleganti che non lascino respiro al mistero che percepiamo in fondo ai nostri cuori.

Forse ancor peggio, la ricerca della perfezione è escludente e isolante. Il tormento della continua elevazione, del passo più in là, del dovere di innalzarsi implica uno sforzo immane ma è uno sforzo che finisce per farci sentire un gradino sopra gli altri, sopra quelli che non vivono questa continua tensione, che ci chiude in una monade autoreferenziale, in un isolamento doloroso e giudicante, in un orgoglio vuoto che ci fa insegnare ciò che assorbiamo dalle nostre elucubrazioni libresche smettendo d’imparare da ciò che ci circonda, da tutti coloro che ci circondano e da quella tremenda e meravigliosa avventura che è ogni nostro respiro in quel mondo che, in fin dei conti, arriviamo a chiudere fuori dalla porta per meditare da soli nel nostro piccolo bozzolo.

E, dunque, la ricerca della perfezione è anche masochistica e, ancor peggio, è compiacentemente masochistica: eccoci soli, disconessi dalla vita vera e dal suo fluire di eventi, nella continua tensione di cercare di essere quello che non possiamo essere, pronti al giudizio su tutto e tutti ma sempre insoddisfatti di noi e del nostro presente, alla ricerca di disumanizzare la nostra umanità perché “è giusto”, perché “così ci è richiesto”, perché “il premio sarà cento volte più grande”. Ma quando e, soprattutto, perché?

Qualche anno fa ho letto “Elogio dell’imperfezione” di Rita Levi Montalcini e, a quel tempo, credo di non aver capito a fondo il senso ultimo di quello che leggevo. Trovavo curioso che la grande neuroscienziata Premio Nobel affermasse che, dal punto di vista della simmetria celebrale (o qualcosa di simile) alcuni insetti o scarafaggi fossero assolutamente perfetti mentre il nostro sistema neurale era un casino pazzesco. Ma la “perfezione” aveva creato esseri assolutamente banali e il casino aveva creato la Cappella Sistina. Quello che non avevo compreso era l’assunto filosofico del messaggio, riassumibile, in fin dei conti, il quella frase che abbiamo sentito tante volte: è dalle crepe che passa la luce”.

La nostra vita, ogni vita, così come ogni teoria umana e ogni strutturazione spirituale singolare e collettiva, è un cumulo di contraddizioni, di errori da cui imparare e da cui, magari, non impareremo, di misteri inspiegabili, di intrecci illogici, di sentimenti discordanti, di pieni improvvisi di gioia e di vuoti a perdere di dolore, di sentimenti che vorremmo non provare e proviamo e che vorremmo provare e non proviamo, di cose che vorremmo capire e non capiamo e di cose che vorremmo non capire e capiamo … in una parola, di imperfezioni …

Ed è questo il punto, fratelli: possiamo pensare che tutto questo è stupido, che è superabile, che possiamo transumanare, che possiamo proiettarci oltre, cercando, pur vanamente, di perfezionarci, di superare le contraddizioni, di stabilirci in un empireo in cui tutta questa massa confusa d’imperfezioni possa essere guardata dall’alto. Ma quello che ogni giorno di più mi sembra di capire è che questa “massa confusa d’imperfezioni” è la vita stessa e cercare di “superare la vita” significa solo due cose: bestemmiare contro la vita e chi l’ha creata e morire.

“Ma, allora, Law, ci stai dicendo che pensi che dovremmo “lasciarci vivere”, non sforzarci mai di migliorarci? E dove vanno a finire il ‘fatti non foste per viver come bruti’ e il senso stesso di una comunità che vuole essere uno strumento di elevazione?”

Sto dicendo che, prima di tutto e soprattutto, siamo chiamati a vivere e ad ascoltare la vita, ad essere pienamente noi stessi nel flusso della vita per quello che siamo e ad ascoltare noi stessi in questo flusso, mettendoci in gioco, ora, qui, con i difetti nostri, altrui e del mondo, gioendo per quanto possiamo di questa vita imperfetta fatta di esseri imperfetti che nessuno di noi può cambiare con la bacchetta magica o i poteri da Superman, cercando quei fiori che, come scrisse De Andrè, nascono nel letame e non sui diamanti. Questa è, io credo, il primo passo per ringraziare e dare lode alla creazione, alla vita e a chi, Dio o chi o cosa per Lui, ce ne ha fatto dono.

“Ma … Ma il Maestro di chi di noi è cristiano, Yeshua, dice proprio il contrario, dice di essere perfetti!”, potreste obiettare.

Sì, è vero! Dice di essere perfetti. Ma, al di là dell’uso iperbolico tipico di Rabbi Yeshua, perfetti in che senso? Rileggiamo la terza lettura che ho proposto per questa sera. La perfezione che ci chiede è la perfezione nell’amore, quella perfezione che nasce, poco a poco, dall’eliminare la rabbia e l’odio dai nostri cuori. A questo siamo esortati. E, fratelli, non è dalla ricerca di una perfezione ossessivamente inseguita dall’alto di una torre d’avorio di maceranti meditazioni o di perfette concatenazioni teoretiche che nasce e si sviluppa quell’amore che supera rabbia e odio ma da una ottica che cerca naturalmente, anche solo per stanchezza, la pace e la bellezza abbracciando questa vita imperfetta, questa umanità imperfetta, questo nostro essere imperfetti.

Allora, questa sera quello che vorrei lasciarvi con questo sermone che, lo confesso, ho scritto prima di tutto per me stesso, è un messaggio che è una indicazione apparentemente semplice da seguire: amiamo noi stessi, nella nostra imperfezione e contraddizione, viviamo questa vita imperfetta stingendo a pieno ogni attimo, anche quello che sembra più amaro, più difficile e contraddittorio, più illogico o più banale, viviamo seguendo il nostro cuore e lasciandoci cullare e sballottare dall’esistenza, nuotando come delfini in questo oceano salato e scuro, non pensando a nessuna sponda irraggiungibile, a nessuna meta che, una bracciata dopo l’altra, estenui il nostro sforzo fino a farci perdere la gioia di sentire l’acqua sulla pelle e il vento sulla faccia, qui e ora.

Solo se impereremo ad amare e vivere davvero la nostra vita imperfetta di esseri imperfetti, forse impareremo davvero ad amare ogni vita e chi ce l’ha donata.

E mi rendo conto che, probabilmente, l’indicazione che sto dandovi questa sera è la più difficile che vi abbia mai dato.

Adonai echad,

Amen.

Liturgia del 24 settembre 2017

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Min: Iniziamo la nostra celebrazione con uno degli elementi che più caratterizza la nostra Comunione. Come sapete, è tradizione unitariana e universalista che a turno ogni Chiesa del mondo trasmetta a tutte le altre un pensiero su cui meditare all’accensione del Calice, che è simbolo del nostro accogliere e partecipare al Mistero della vita, coltivando quella scintilla di Infinito che ci spinge ad elevarci spiritualmente.

Lett: Noi siamo una generazione che si trova in mezzo ai fuochi
Dietro di noi la fiamma e il fumo che sale da Auschwitz e da Hiroshima,
Davanti a noi l’incubo di un Diluvio di Fuoco
di fiamme e fumo che consumano tutta la terra
Il nostro compito è quello di non lasciare che il fuoco diventi una
fiamma che distrugga,
ma possa essere una luce attraverso cui possiamo vederci l’un l’altro
pienamente, tutti differenti, ciascuno portatore di Una Scintilla
Noi accendiamo questi fuochi per vedere più chiaramente che la terra e
tutti quanti vivano in essa non sono fatti per essere bruciati
Noi accendiamo questi fuochi per vedere più chiaramente l’arcobaleno
nelle nostre facce di molti colori
Sia benedetto l’Uno nei molti, siano benedetti i Molti che fanno uno (Arthur Waskow, Unitarian Universalist Service Committee)

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni casa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) Né il grado di intelligenza né la capacità di eseguire e portare a termine con esattezza il compito intrapreso sono i fattori essenziali per la riuscita e la soddisfazione personale. ”

(Rita Levi Montalcini, Elogio dell’Imperfezione)

II) “Nella nostra cultura e nella nostra società ci viene spesso insegnata dalla pressione dei pari, dalle aspettative assorbite nella scuola e dalle norme proclamate sul lavoro, che è poco soddisfacente per noi essere meno che perfetti. Dovremmo sempre essere nel top 10% in ogni prova, prendere tutti 10, essere più produttivi rispetto ai nostri coetanei e avere ragione almeno il 99,4 per cento del tempo. Ci troviamo di fronte ad aspettative molto alte e costanti verso la perfezione, mentre, in realtà, tutto ciò che ciascuno di noi può davvero sperare è di essere un essere umano buono.

Noi unitariani universalisti abbiamo abbandonato il concetto di peccato originale dei nostri predecessori calvinisti: l’umanità, secondo loro, è naturalmente difettosa e incapace di muoversi verso il bene. Questo abbandono è stato un passo positivo per lo sviluppo di una comprensione religiosa che lasciasse spazio allo sviluppo delle aspirazioni umane o alla ragione. Ma lungo il cammino sembra che molti Universalisti Unitariani, così come molti altri nella nostra cultura, si siano spinti ad ipotizzare la possibilità della perfezione umana che, a suo modo, è un obiettivo altrettanto irrealistico e dannoso di quanto fosse, immagino, il concetto di peccato originale.”.

(Rev. David Hubner, UUA)

III) “Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, poiché egli fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Perché, se amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli.”

(Vangelo di Matteo, capitolo 5)

Min: sermone (SIATE IMPERFETTI … SIATE VIVI!)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura.Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Vita e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Vita e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: Che tutti gli esseri,

che in ogni luogo sono afflitti da sofferenze del corpo e della mente,

guariscano presto dalle loro malattie;

che tutti gli esseri spaventati siano sollevati dalla paura

e coloro che sono prigionieri siano liberati.

Che gli impotenti possano ritrovare forza e

che tutte le genti possano essere in rapporti amichevoli le une con le altre.

Che tutti coloro che si trovano in luoghi selvaggi, sperduti e spaventosi,

i bambini, i vecchi, gli indifesi,

siano protetti dagli esseri celestiali benigni

e possano raggiungere rapidamente il pieno risveglio.

(Preghiera Buddhista)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

INNO CONCLUSIVO

Ho perso la fede. Poi, forse, l’ho ritrovata …

Cari fratelli,

vi devo confessare che scrivere questo sermone è, per me, un compito difficile, forse più di quanto possa esserlo stato in qualsiasi altro momento ma, come ritengo giusto che un pastore debba fungere da “allenatore” spirituale, così, allo stesso modo, penso sia doveroso che chi si è assunto volontariamente questo ruolo sia in grado di confrontarsi con la sua comunità nei momenti più difficili del suo percorso.

Le mie vacanze estive sono state, come probabilmente per molti di noi, una occasione di ripensamento, di meditazione e di bilancio.

In particolare, la mia attenzione si è soffermata sul motore del mio agire pastorale. Sinceramente, non credo che nessuno di noi abbia avuto una esperienza mistica paolina e sia rimasto “folgorato” sulla via di Damasco prima di scegliere di assumere volontariamente il cosiddetto “dolce giogo”: suppongo che per tutti (o quasi) i pastori, preti o monaci del mondo la scelta sia venuta dopo un lungo percorso chi li ha condotti ad una fede più o meno certa e alla gioia di viverla così intensamente da non poter fare a meno di proclamare la bellezza di ciò che avevano incontrato, scoperto e imparato ad amare.

Per me le cose non sono andate diversamente: ho trovato la fede in Dio nel modo più consueto, attraverso la frequentazione di persone che quella fede sentivano di averla e di volerla trasmettere, mi sono innamorato di quella “verità” che li sentivo proclamare e ho deciso che avrei voluto anche io dedicare la mia vita non ad arricchire me stesso con beni materiali che, in ogni caso, prima o poi avrei dovuto lasciare ma ad arricchire gli altri con quella verità che, certamente avrebbe reso migliore l’umanità.

Ma che cos’era quella verità? Molti di voi già conoscono il mio percorso, per cui sintetizzerò il tutto in pochissime parole: era la verità di un Dio che ci amava, che ci aveva dato la vita, di un male primigenio di origine satanica che ci aveva impedito di accettare la “luce divina” e di un Padre pietoso che non solo ci aveva perdonato ma che aveva mandato il suo figlio unigenito a morire come capro espiatorio per i nostri peccati.

Cliché standard, insomma.

E, così, mi sono imbarcato in questa impresa un po’ folle di studiare per poter spiegare al meglio, a me stesso e agli altri, il senso e la profondità di questo messaggio e, mentre lo facevo, mi immaginavo, un po’ ingenuamente, un futuro molto sereno: più avrei studiato e più sarei stato certo della verità di ciò che proclamavo, sarei stato circondato da confratelli che, avendo scelto lo stesso percorso, sarebbero stati di grande aiuto nella mia missione e avrei potuto portare il sollievo della fede ad un popolo di fedeli che sarebbero stati trasformati dalla luce della fede per formare una comunità coesa e tesa nell’adorazione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo i quali, a loro volta, ci avrebbero benedetto e ricolmati di doni spirituali.

Una visione piuttosto idillica, in definitiva, che aveva un solo difetto: non teneva conto delle possibili interpretazioni di una frasetta un po’ oscura di Rabbi Yeshua, cioè quel “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada.”

Così, ben presto, finito il seminario, ho scoperto che le cose stavano un po’ diversamente: all’interno della mia denominazione di allora c’era ben poca unità tra pastori, tutti tesi ad accaparrarsi le parrocchie migliori (e più redditizie), i parrocchiani erano più interessati a calmare le proprie nevrosi da “salvezza” e a giudicarsi reciprocamente che a lavorare su se stessi e sul mondo che li circondava e, soprattutto, ho ben presto dovuto comprendere quanto fosse vera la frase del Qohelet (1, 18)chi più sa, più soffre”. Sì, perché, studiando e riflettendo, troppe cose hanno cominciato non solo a non chiarirsi, ma, purtroppo, a complicarsi. Cosa si sia complicato lo potete tutti immaginare: dalla “divinità del Cristo” al sacrificio vicario, dal male come frutto diabolico all’immanenza divina.

Il problema è che l’esercizio critico non è un fattore occasionale, una evenienza una tantum: è una droga, una spirale che trascina un gradino dopo l’altro e che fa cadere le certezze come tessere del domino.

È stato a questo punto che ho incontrato l’Unitarianesimo Universalista e mi è parso perfetto: una denominazione, una fede che non chiedeva di seguire dogmi precostituiti ma indicava come via preferenziale verso la spiritualità l’esercizio di quella ragion critica il cui utilizzo mi aveva, fino a quel momento, provocato sensi di colpa su sensi di colpa.

E qui, credo, è nato il problema, o meglio, si è reso più acuto.

Perché, vedete, come dicevo, la ragion critica è una droga che ti fa sentire bene, ti fa sentire intelligente e acuto, ti muove sempre un passo più in là e se non c’è neppure più il senso di colpa ma, anzi, ad ogni tessera di domino che cade ti senti più vicino alla verità e a Dio, allora non ci sono più freni.

E così, una per volta, le tessere sono cadute: Gesù non è più stato un uomo, sì, ma un uomo speciale, miracoloso, scelto ab initio come tramite di Dio, ma uno come tutti che si è saputo coltivare un po’ di più; non c’è più stato il Male, ma solo il velamento psicologico del bene, non ci sono più stati il premio e la punizione ultraterreni ma l’agire bene o male come premi e punizioni di se stessi, non c’è più stato un Dio “primo motore immobile”, Persona vivente in eterno ma un Dio senza volto, senza nome, senza possibilità di essere conosciuto attraverso Scritture che, al vaglio critico, sono diventate racconti simbolici di una esperienza interiore del Sacro e … e molto altro ancora.

Certo, ci sono state resistenze da parte mia e tutti siete a conoscenza del mio, diciamo, “anno sabbatico” che, a conti fatti e a posteriori, mi sembra oggi un tentativo goffo di frenare una valanga con un muretto di sassi … Ma una valanga, quando inizia a scendere, difficilmente non arriva a valle e, un giorno, mi sono accorto che ci era arrivata.

Ma, prima di raccontarvi della mia “valle”, voglio essere ben chiaro su un elemento: nonostante tutto il dolore che ne è venuto, non mi pento per un solo istante di aver esercitato il mio pensiero critico, di continuare ad esercitarlo. Preferisco contemplare il vuoto che adorare idoli e menzogne, preferisco smuovere macerie che predicare il falso e far passare per divino quello che è solo prodotto d’uomo.

Vorrei, però, dire una sola cosa a riguardo. A volte ci stupiamo di quanto sia difficile per tanti accettare posizioni che ci paiono così logiche, persino così scientificamente filologiche e documentate come quelle che predichiamo ma, più ci rifletto, più mi rendo conto che è già un miracolo (per modo di dire) che anche solo pochi accettino di seguire il nostro cammino: forse, per alcuni, per chi ha già terminato il suo processo di coventrizzazione della fede che ha appreso o una fede non l’ha mai avuta e vuole farsi sorgere almeno un dubbio, trovarsi almeno un appiglio alla sacralità, il processo può risultare, per certi versi, più facile (o forse, semplicemente, con altri tipi di problemi) ma per chi, come molti di noi, in particolare in un’area come quella mediterranea così intrisa culturalmente di fede dogmatica, di una visione in fondo semplice del credere, il nostro famoso, bellissimo “vaglio di ragione” risulta così pericoloso, così destabilizzante da provocare dolore, da indurre molti, consciamente o inconsciamente a resistere e a tenersene lontani per vivere più serenamente nelle proprie certezze, vere o false che siano.

Ma vi accennavo alla mia valle. Una cosa mi era rimasta della mia fede originaria e, probabilmente, con gli occhi di oggi, un po’ infantile: la certezza che Dio, chiunque fosse, qualunque cosa fosse, comunque lo potessimo intendere, era amore, l’essenza stessa dell’amore, una certezza così forte da farmi volgere verso quelle spiritualità che, più di tutte le altre, avevano proclamato questa divina ontologia.

L’ultima tessera del domino è caduta riflettendo sul senso della teologia e sull’assurdità delle infinite dispute a cui, per volontà o per funzione, mi è capitato di partecipare. In fin dei conti, mi sono detto, stiamo solo parlando di aria, di nulla, di proiezioni di noi stessi. Parlare di Dio è, per gli esseri umani, come parlare della gastronomia degli abitanti del terzo pianeta della costellazione di Aldebaran e litigare su quale sia il piatto più consumato in quelle lande: posso dire che la maggioranza si nutre di crostacei di 8 metri quadri e un altro può eccepire che i vermi giganti della sabbia sono molto più graditi. E allora? Non sapremo mai non solo la risposta, ma neppure se ci sono crostacei e vermoni su quel pianeta … Parliamo del nulla, di ciò che non conosciamo, che non potremo mai conoscere … senza senso.

E, dunque, mi sono chiesto, per quale ragione dovrei pensare a Dio come ad un Padre amorevole? Ho studiato per vent’anni teologia ma non so assolutamente nulla di Dio, nessuno ne sa nulla.

Perché ci ha creati? Non saprei … Ci ha davvero creati Lui o siamo il prodotto di una casualità chimica? E se anche ci ha creati Lui, perché questo dovrebbe farci presumere che ci ami? A darsi una occhiata in giro, non direi che l’amore divino sia esattamente la più lampante delle evidenze, anzi … viene piuttosto da chiedersi da dove i fautori dell’immanenza divina o della divina provvidenza possano aver tratto ispirazione!

Non si tratta, piuttosto, di una proiezione delle nostre volontà, della nostra voglia di una Entità creatrice che si prenda cura di noi, che ci accudisca, almeno spiritualmente, come l’angelo custode delle favolette per bambini?

Ma se nulla possiamo affermare di Dio, perché dovremmo affermare la Sua stessa esistenza? Su che basi della nostra bellissima “luce di ragione”? Non sarebbe forse una contravvenzione al rasoio di Occam?

E così, fratelli, in questo orgasmo di logica, tessera dopo tessera, sottrazione dopo sottrazione, mi sono ritrovato nudo a contemplare il nulla e a vivere a pieno il senso della frase di Nietzsche che afferma che “se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”, domandandomi che senso avesse essere un pastore che non crede più a niente. Che cosa avrei potuto predicare di sensato, di onesto, di coerente? Forse i nostri splendidi ma umanissimi Sette Principi? Forse sì e, nella temperie culturale in cui ci troviamo a vivere, probabilmente non avrei fatto nulla di male e molto di bene ma … in uno slancio filantropico non avrebbe più senso smettere di parlare da “maestrina del libro Cuore” e mettermi a spendere il tempo prestando servizio nella Croce Rossa che, almeno, qualcosa di concreto per due tossici, tre vecchiette e quattro reduci da incidenti stradali potrei anche farlo, mettendo i pratica e non solo proclamando in teoria quei Principi?

Poi, un piccolo, insignificante episodio al mare mi ha dato una diversa prospettiva: cinque o sei ragazzi toscani in spiaggia, musica a palla, classico proibitissimo pallone, bestemmioni da far arrossire anche un ex animale da caserma come me e, tra loro, un ragazzo down. Scherzavano con lui, così come scherzavano tra di loro, tirandosi frecciate e apostrofandosi con termini che non ripeterò in questa sede. “Ecco …”, hanno pensato l’insegnante sfiduciato e il prete svuotato dentro di me, “lo tirano in mezzo per prenderlo in giro, come se fosse lo scemo del villaggio! Questa umanità fa davvero schifo!”. Passano cinque minuti, non di più, e il ragazzo down dice faticosamente “devo scrivere a casa ma non funzionano i messaggi”. Ed è successo quello che, purtroppo per me, non mi sarei mai aspettato: cinque adolescenti che, all’unisono, hanno smesso di giocare a pallone, si sono seduti in cerchio intorno a lui e, pur continuando la loro curiosa litania propiziatoria di invocazioni a una divinità evidentemente per loro zoomorfa, per venti minuti si sono dati da fare fino a che uno di loro, evidentemente informaticamente più dotato, ha trovato il modo per risolvere il problema e permettere al ragazzo di scrivere a casa.

Che cosa significa? Razionalmente parlando, francamente nulla! Nel senso che non prova niente di quello che sto per dire.

Ma, per quanto mi riguarda, ha rappresentato una speranza. Un gruppo di ragazzi al mare, che si divertono e lasciano il divertimento per aiutare una persona in difficoltà per me sono stati Dio, quel Dio che voglio credere sia presente in ogni uomo, quel Dio che a volte emerge e ci fa fare cose che sono contro il nostro interesse solo perché qualcosa ci dice che è giusto farlo.

Fratelli, io non lo so più se questo Dio è il Padre nostro che sta nei cieli, se è la natura nostra che sta sulla terra o se è una reazione chimica nostra che sta nel cervello. Ho visto che da qualche tempo esiste un dibattito sull’ateismo nella nostra comunità e non sono intervenuto semplicemente perché, in materia, vi confesso che ho solo domande e nessuna risposta.

A questo punto, se fossi un buon ministro, dovrei trarre da tutto questo troppo lungo discorso una conclusione generale un po’ sensata e didascalica ma non sono capace. Tutto quello che posso dirvi è che credo di aver intuito che in un approccio critico alla fede ci debba essere una pars destruens che possiamo tranquillamente affidare alla logica, alla filologia, alla scienza ma che, poi, o forse contemporaneamente, debba rimanere quella pars constuens che io personalmente ho forse non adeguatamente curato e che, temo, non può essere affidata ad Aristotele ma sia fatta di irrazionalità, di speranza, di volontà di vedere ciò che si vuole vedere, di amore per quel Dio che non sono più tanto sicuro ci ricambi … in una parola di fede anche un po’ acritica, di pancia e non solo di testa.

Visto che siamo prossimi ai piani pastorali, quello che ho appena scritto può suonare un po’ così: “io credo che ci sia un Dio, di cui non so niente, in ogni uomo, lo credo acriticamente, perché voglio crederci e avere qualcosa in cui sperare ed è sulla voglia di far emergere quel Dio in noi che la mia azione pastorale può ancora basarsi.”

Il resto, lo lascio a voi, perché più di questo, a oggi, io non so e solo di questo posso onestamente testimoniare.

Adonai echad,

Amen.