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I: Non avrai altro Dio all’infuori di me

Lo scopo ultimo è oltre persino l’intimità dell’ “Io e Te”: è l’Unità oltre la dualità, poiché Egli è il tutto nel tutto. Questo è il significato di “Lã ilâha ill’Allah”: “Non c’è alcun Dio all’infuori di Dio”. Fintanto che rimaniamo ancorati alla separatezza della nostra esistenza fisica noi siamo lontani dal nostro scopo ((Abu Yazîd al Bistâmi)

C’è una dimensione della religione che è “sempre la stessa cosa e non cambia mai”. Parker chiama questa dimensione “Religione Assoluta”. Oltre a descrivere la Religione Assoluta come astorica e immutabile (e quindi di valore assoluto), la caratterizza come “esistente nei fatti della natura umana e nelle idee di un Dio infinito “, così come “nel sentimento profondo dell’amore verso l’uomo e dell’amore verso Dio “. Inoltre, egli afferma che la Religione Assoluta è vera “come gli assiomi della geometria”. La relazione tra la religione assoluta e le forme transitorie religiose è complessa e problematica. In primo luogo, il transitorio dipende dal permanente. In secondo luogo, il transitorio è inesistente rispetto al permanente. In terzo luogo, il transitorio può essere confuso con il permanente e quindi portare alla perversione della vita religiosa e all’ansia.(Rev. A. Makar, “Commento a ‘il Transeunte e il permanente nella religione” di Theodore Parker)

E Dio pronunciò tutte queste parole dicendo così: Io sono il Signore tuo Dio, che ti fece uscire dal paese d’Egitto, dalla casa del faraone dove eravate schiavi. Non avrai altri dei al mio cospetto. Non dovrai farti alcuna figura scolpita, né immagine alcuna delle cose che sono in alto nel cielo o in basso sulla terra o nelle acque al di sotto della terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li adorare, perché io, il Signore tuo Dio, sono un Dio scrupoloso nell’esigere la punizione per l’idolatria. (Esodo, 20:1-4)

 

Cari fratelli,

il Primo Comandamento riveste una certa importanza per la Tradizione cristiana dello UUismo e penso che questo sia chiaro per tutti.

Rileggiamolo un istante, sebbene penso che tutti già lo conosciamo: “Io sono il Signore Dio tuo. Non avrai altro Dio all’infuori di me”. A pensarci bene, questa è la pietra angolare di tutto il monoteismo e, insomma, il monoteismo direi che è piuttosto basilare per quello che noi crediamo, anche se con il tempo la nostra concezione si è un po’ evoluta rispetto al senso inziale che i nostri progenitori gli davano.

Proviamo ad analizzare la questione un po’ più da vicino.

In primo luogo, come intendevano il monoteismo i nostri Padri e come lo intendiamo noi?

La risposta alla prima domanda è piuttosto facile: basandosi sul testo deuteronomico che statuisce inequivocabilmente che il Signore è Uno, nel senso assoluto che ha la parola ebraica “echad”, il cui significato è, incontestabilmente, “uno solo”, “unico”, contro ogni interpretazione posteriore, contro ogni aggiustamento trinitario, contro ogni, a tratti risibile (se non fosse per le conseguenze derivatene in termini di caccia all’eretico e roghi) giochetto mentale (tipo i noti “tre corni della stessa fiamma” o “tre petali dello stesso trifoglio”) utilizzato per validare l’invalidabile assurdità in termini di identità parmenidea che “uno” sia uguale a “tre”, i nostri progenitori si sono erti a difensori della logica e della tradizione dottrinaria millenaria ebraica, ribadendo e rivendicando l’assoluto monoteismo di una fede di cui Gesù, o meglio Rabbi Yeshua (e mai come in questo caso è d’uopo precisarlo) aveva affermato che non sarebbe cambiato “uno iota o un apice” fino alla fine dei tempi.

Ok, tutto chiaro fino a questo punto ma come la mettiamo con l’interpretazione contemporanea?

Fortunatamente, con l’andare degli anni, la visione, perfettamente comprensibile in relazione ai tempi in cui si è sviluppata, di un’unica fede di riferimento come canale espressivo della spiritualità umana si è andata sciogliendo in un’apertura a qualunque percorso di religiosità naturale che si configuri come cammino di avvicinamento all’irraggiungibile orizzonte di una migliore comprensione del nostro rapporto con la Trascendenza.

Possiamo, allora, ancora parlare di un granitico monoteismo? Personalmente la mia risposta è ancora sì, anche se il senso di quel monoteismo si è allargato. Oggi il nostro monoteismo si esprime come obiettivo comune per tutta l’umanità, come unica meta raggiungibile per vie diverse, personali, anche singolarmente elaborate ma poi comunitariamente condivise, si esprime come paternità, sia essa intesa realmente, simbolicamente o metaforicamente, comune della istanza trascendente nei confronti di ciascun essere umano e, corollariamente, nel senso di fratellanza universale (con tutto ciò che questo implica in termini pratici e comportamentali) di tutti gli uomini.

In sostanza, se una e una sola è l’istanza primaria che siede a monte di ogni esistenza individuale, conseguentemente ogni istanza individuale risulta logicamente paritetica sotto ogni punto di vista.

Poco importa, allora, se i miei tratti culturali di riferimento mi fanno intendere l’essenza, di per sé inconoscibile, di ciò che considero trascendere l’esperienza individuale materiale come “persona” nel senso etimologico etrusco di individuo  (per altro, non casualmente, a logica di etimo stretto, individuo “mascherato”), come spirito della vita che ci anima tutti in un vincolo inscindibile di collegamenti globali che trascende spazio e tempo, come unione del tutto come corpo stesso del Trascendente o intriso della sua essenza o come istanza morale verso un agire eticamente corretto che anima, almeno “in nuce”, ogni essere umano.

Dal mio punto di vista, queste distinzioni personali, culturali, sono  esattamente quel “transeunte” che Theodore Parker aveva individuato come sovrastruttura del “permanente” all’interno del Cristianesimo, con un concetto che non esito ad affermare sia estensibile ad ogni forma di approccio religioso nella misura in cui ogni religione non rappresenta che una fotografia cristallizzata nell’”hic et nunc” di una spiritualità al contrario dinamica nel suo evolversi attraverso rivelazioni continue e successive vissute sia singolarmente che comunitariamente.

Il “permanente”, allora, è altro: è la meta impossibile del cammino e, ugualmente, la spinta interiore che induce nel cammino nonostante la sua interminabilità, è il vivere dentro di sé il senso di un “oltre” che ci supera, di un mistero che ci trascende e, nello stesso tempo, si incarna in ciascuno, è l’insieme di corollari che derivano da una posizione di sacralizzazione dell’esistenza e di ogni esistenza.

Forse, persino più fortemente dell’origine, in fondo incerta, che disegna il concetto di monoteismo, il vero “permanente” è l’insieme di sviluppi che derivano dal concetto stesso: l’uguale dignità formale e, soprattutto, sostanziale di ogni vita, l’uguale possibilità di ogni manifestazione del sacro di essere percorso plausibile, l’uguale centralità di ogni uomo rispetto a qualunque elemento incidentale quali etnia, fede, orientamento sessuale, etc.

Tra questi elementi corollariali, però, uno può essere più complesso da individuale ed è di questo che vorrei brevemente dirvi qualche parola.

Se ci pensiamo bene, forse un po’ paradossalmente, l’esistenza di un solo assoluto inconoscibile relativizza ogni altra concezione teologica. Cosa significa questo?

Partirò da un esempio concreto. Pochi giorni fa, parlando con un amico assolutamente e graniticamente cattolico, discutevo su una questione marginale quale il celibato ecclesiastico e l’ho sentito affermare: “Questa è la “traditio fidei” e, in quanto tale, se tanti padri della chiesa non hanno messo in dubbio la cosa, significa che questa è la volontà di Dio e chi non segue tale volontà, erra”… Non voglio entrare minimamente né sulla questione dal punto di vista teologico, né dal punto di vista della correttezza logica del ragionamento: certamente da entrambi i punti di vista il ragionamento presenta qualche lacuna discutibile. Devo, però, dire che quello che mi ha colpito di più è stata la mancanza di quello che definirei l’inciso magico, di una frasettina tipo “secondo me”: la sua assoluta certezza di essere possessore della Verità mi ha, francamente, inquietato.

Ecco, io credo che, nel momento in cui proclamiamo l’unicità dell’origine comune ma ammetiamo di non poter umanamente definire l’essenza di tale origine, qualunque affermazione in materia spirituale non può che risultare relativizzata, opinabile, frutto di una visione parziale umana.

Relativismo totale, dunque? No, anzi: nel momento in cui non avessimo alcun riferimento assoluto  potremmo effettivamente parlare di relativismo ma proprio la presenza di un assoluto, congiuntamente alla sua inconoscibilità, nega il relativismo in nome di visioni tendenzialmente convergenti ma aperte alla possibilità di percorsi differenziati.

E non è cosa da poco, fratelli: relativizzare la propria opinione comprendendo che nessun assoluto è possibile all’infuori dell’Uno  significa prendere atto con umiltà della propria finitudine, della opinabilità di qualunque conclusione, dell’assurdità di qualsiasi dogmatismo ma anche, parallelamente, della pari dignità di qualsiasi considerazione sulla Trascendenza e della possibilità infinita di apprendimento dalla differenza.

Io credo che sia questo dubbio sistematico, questo nostro essere in un cammino senza sentieri predefiniti, non come girovaghi sperduti nel deserto ma come tracciatori di nuovi percorsi che ci conducano verso la stessa meta ciò che rende questa nostra fede così ricca, così capace di rimetterci sempre, costantemente in discussione senza perdere, comunque, mai di vista l’obiettivo finale e ultimativo del nostro viaggio.

Ebbene, quello stesso dubbio, quello stesso cammino erratico altro non sarebbe che un volo d’ape di fiore in fiore, che una corsa nel vuoto senza quel riferimento assoluto, quell’unica origine a cui tendiamo, quell’Eterno Uno che ci chiama tutti a sé, che informa la nostra intera esistenza: questo è, secondo me, il senso più alto del monoteismo che proclamiamo, un monoteismo che diventa segno di consapevolezza, di umiltà, di unità nella differenza per ciascuno di noi.

E, allora, in nome di tale consapevolezza, di tale umiltà, di tale indissolubile unità del genere umano nella singolarità di ogni singolo suo componente, permettetemi che, ancora una volta, come sempre e più di sempre, proclami l’unica verità di cui ho certezza assoluta: Adonai echad. Amen.