Non pensate al Marshmallow!

Cari Amici,

Siamo arrivati al Secondo Comandamento, che rispetto al precedente mostra una palese contraddizione: questo comandamento infatti non ci dice di non farci immagine della divinità, perché in realtà la considera un’impossibilità logica, talmente forte da non dover essere nemmeno nominata.

Dio non può essere rappresentato, perché qualunque sia la rappresentazione del divino, sarebbe in ogni caso una limitazione della sua forma: per quanto io possa essere un bravo disegnatore o un pregevole scultore, qualunque tratto della mia matita o del mio scalpello limiterebbe alla fine un concetto così alto. Quindi è impossibile proprio in quanto trascende ogni tentativo di ingabbiarlo in una qualche logica.
Questo monito – proprio della Teologia – di ricordarsi di questa impossibilità logica però ha una controparte piuttosto interessante, e cioè il concetto di Elohim, volutamente plurale. Ossia, tutti noi abbiamo un’immagine della divinità, sostanzialmente; tutti noi alla fine, ogni tanto, guardiamo questo o quello, o pensiamo (perché no) a un crocefisso o alle immagini della Cappella Sistina… un vecchio con la barba… È quello che Dostoevskij chiama ‘il pensiero dell’orso bianco’: nel momento cioè in cui ci viene detto di non pensare a qualcosa, noi invece lo pensiamo subito. Questo fenomeno viene ripreso dalla psicologia e sembra derivare da alcuni antichi testi alchemici, dove compariva a un certo punto la frase “Non pensare all’orso bianco” e subito induce a pensarlo. E, volendo, potrei citare anche fonti più recenti, dove nel primo film della serie “Ghostbuster” c’era una formulazione di questo tipo, quando viene chiesto a uno dei quattro protagonisti di non pensare a nessuna forma, ma la forma viene pensata (sotto le sembianze di un marshmallow, provocando tutti i guai che ricordiamo….).
Tutto questo per dire che in realtà l’uomo ha veramente bisogno di oggettivarsi, di porsi davanti agli occhi qualcosa, di correre incontro al proprio pensiero. E difficile che noi possiamo pensare a qualcosa senza nominarlo, senza dargli una forma; ne abbiamo bisogno anche da un punto di vista affettivo, emotivo perché non siamo solo razionalità: abbiamo bisogno di un oggetto per poter instaurare una relazione che ci permetta di provare qualcosa di forte e intenso. Quindi l’Elohim inteso come incarnazione temporanea e soggettiva della presenza divina, diviene proprio quest’oggetto.
Ma c’è un però: l’Elohim – pur essendo tutto quello che abbiamo enunciato – non deve rientrare in un ‘Vitello d’Oro’ e in questa dialettica – un po’ complessa se si vuole, ma molto interessante – c’è tutto il significato di questo comandamento. Ossia, la differenza tra Vitello d’oro ed Elohim si articola in diversi punti di vista: il primo punto è l’oggettivazione – che abbiamo visto finora – cioè la nostra necessità di porci davanti agli occhi qualcosa per poter avere un affetto, per poter sentire qualcosa, l’idea di una presenza concreta, quella che serve anche antropologicamente all’uomo per poter far nascere un sentimento forte che lo colleghi alla spiritualità; per contro, l’idea di una selezione: ammettiamo pure che io stabilisca, visto che amo il romanico e il neoclassico, che una data chiesa appartenente a una di queste due correnti artistiche sia il posto migliore dove io possa trovare la presenza di Dio. Da un certo punto di vista questo è normale, è umano: amo il neoclassico e cerco cattedrali neoclassiche perché sono quelle che più mi permettono di esplorare la mia spiritualità, di sentirla e di viverla più pienamente. Però se io pensassi che la presenza divina fosse solo qui, allora sbaglierei di grosso. Quella particolare chiesa diverrebbe un feticcio e io non vedrei quell’esperienza, quella chiesa, quell’oggetto come un tramite, un trampolino di lancio verso qualcosa di trascendente, ma si tramuterebbe in un’esperienza fine a se stessa, qualcosa che arresta nel percorso di rilevazione del divino e diverrebbe quindi un dogma, un atto d’idolatria perché io penserei che la presenza del divino sia solo lì. Quindi una cosa è  avere come idea ricorrente il “crocefisso di Don Camillo”, ossia recarsi in una chiesa e trovare un crocefisso attraverso il quale parlare con il Principale: nessun tipo di problema, purché quello non sia visto come il terminale del discorso, ma semplicemente come un medium, un tramite per qualcosa di altro, il trampolino di cui si parlava. Non si devono dunque attribuire poteri particolari a quel singolo oggetto, e non si pensi mai che quell’oggetto sia il terminale della preghiera e quindi non ci si inchini all’oggetto e non ci si illuda che sia l’oggetto a manifestare la presenza del divino, così come nel Medio Evo si pensava che toccando la veste di un dato santo si riuscisse a ottenere qualcosa.
Ben vengano la chiesa o il crocefisso di un certo tipo, ben vengano l’esperienza o un luogo particolari perché mi fanno provare un certo tipo d’esperienza, ma quello non dev’essere un arresto.

Siamo al secondo punto: non ci dev’essere l’adorazione dell’oggetto, l’idolatria, ma la considerazione dell’oggetto (si torna all’orso bianco) come qualcosa di indispensabile per farmi crescere, per farmi andare oltre, per farmi superare uno scalino e andare più in alto. E allora anche l’oggetto alla fine viene considerato, ma nel momento in cui incarna temporaneamente e soggettivamente la presenza divina e mi permette di andare oltre non diventa più un vitello d’oro, ma diviene Elohim
Quindi, non è una condanna dell’arte perché nessuno dice di non rappresentare di per sé, purché queste rappresentazioni non siano il punto d’arresto del percorso, ma un trampolino per il percorso stesso. In effetti, il verso 5 che abbiamo considerato dice “non ti prostrar davanti a loro, non li servire”. ‘Prostrarti’ e ‘servirli’ implicano il fatto che per me quelli siano terminali del percorso, mentre invece non dev’essere assolutamente così.
Qui poi c’è un altro punto, un’altra contraddizione: Il fatto che se io decidessi di considerarli come terminali del discorso, come feticci, come idoli, avrei un’idea strumentale della divinità, che sarebbe una specie di “primus inter pares”, che io colloco spazialmente e temporalmente, e inoltre considero come qualcosa che io posso in qualche modo condizionare, usare. Diventa insomma per me un ‘oggetto tra gli oggetti’ e quindi posso ragionare in termini di ‘utilità’ con l’oggetto stesso: questo è una bestemmia, perché tendenzialmente il divino diventa una sorta di mio servitore e ne ho un’idea piuttosto strumentale. Diventa parte di un progetto che ha me come fine (“Cosa devo fare per convincere Dio a farmi ottenere quello che desidero?”)

È evidente che in questo caso la logica del discorso venga completamente rovesciata. Quello che abbiamo appena spiegato, è evidente che non possa funzionare mentre invece funziona l’agenticità: quest’oggetto, questo contesto, questa situazione mi permette di riscoprire la presenza del divino in me, permettendomi a sua volta di riscoprirmi parte di un progetto complessivo e di scoprire anche la mia parte di azione in esso. Io non rappresento un cliente, un avventore che si metta al tavolo e scelga la bevanda (dimmi quante Ave Maria vuoi per ottenere quello che chiedo…): non è certo questo, ma è invece rendersi conto di essere un agente all’interno del disegno divino, e quindi come agente scelgo quale delle azioni possibili sia quella più efficace per vivere a pieno la presenza del divino.

Oltre ad assolvere l’arte, questa prospettiva è un monito alla scienza perché nel momento in cui io dico che mi creo un’immagine del divino e mi arresto all’immagine, sbaglio perché in realtà sto dicendo che qualunque immagine che causi un arresto è un’immagine fallace, perché la realtà è irriducibile.
Quand’anche io facessi a uno stesso soggetto cinquecentocinquanta foto da altrettante angolazioni diverse, non riuscirei mai a renderne completamente la complessità e le sfumature. Per quanto sia un bravo fotografo io perdo comunque all’intero della mia opera, ma non tanto perché sia insito nell’arte, quanto perché la realtà essendo profondamente radicata nella presenza divina è irriducibile rispetto a qualunque soggettivazione umana, a qualunque tentativo umano di circoscriverla.
Quindi anche quando noi pensiamo di avere scoperto tutto, quando pensiamo di poter dimostrare che Dio esista oppure no, o che tutto deve andare secondo una logica, in realtà dobbiamo avere un atto di umiltà, dire che qualunque sia il nostro concetto globale esso è frutto di un processo di selezione, di frammentazione della realtà e questo processo – per quanto inevitabile – è in sé profondamente sbagliato: perché nel momento in cui io fraziono l’intero, in qualche modo sbaglio.
Un altro elemento strutturale dell’antropologia è quello della necessità dell’abitudine, della ripetizione: perché ci tranquillizza, ci fa sentire a posto, ci rassicura e ci rende ben chiaro quale sia il nostro ruolo nel mondo. Però appunto questa necessità, quest’abitudine ha anche un lato negativo, perché dopo un po’ le cose che sono ripetitive stancano e quindi qual è il discrimine tra buona e cattiva abitudine? È quello che io chiamo esperienza ottimale spirituale, ossia se io attraverso quello che sto facendo sento di trascendere la realtà, di andare davvero oltre e quindi di sentire veramente la presenza del Principale dentro di me, allora tutto funziona anche se facessi cinquecento volte la stessa cosa. Quando invece mi rendessi conto che ciò che sto facendo non mi fa più sentire la stessa intensità perché probabilmente ho raggiunto un grado di assuefazione, allora quello è il momento in cui devo ricordarmi di questa lezione, di questo comandamento cercando di introdurre qualche elemento di novità nel mio approccio spirituale, nella mia pratica, che mi permetta sostanzialmente di tornare a trascendere.

Allora facciamolo quest’uomo, impegnandoci tutti, con tutte le nostre forze, a non pensare all’orso bianco

Nasè Adam,

Amen

Rob

 

Curtis Williford Reese

Curtis Williford Reese (3 Settembre 1887-5 Giugno 1961) fu un insegnante, amministratore, attivista sociale, giornalista, e ministro unitariano. E’ stato fondatore e presidente della Associazione Umanista Americano, Segretario della Conferenza Unitariana dell’Ovest (Western Unitarian Conference – WUC), e Direttore del Centro Abraham Lincoln, un’organizzazione comunitaria integrata sociale ed educativa a Chicago. Un redattore di Unity, scrisse libri molto influenti sull’umanesimo religioso e aiutò a preparare il Manifesto Umanista del 1933.
Curtis è nato nella Contea di Madison, Carolina del Nord, a Rachel Elizabeth (Buckner) and Patterson Reese, quest’ultimo un agricoltore e commerciante. E’ stato educato nelle scuole pubbliche ed allevato nella fede dei suoi genitori, i Battisti del Sud. Suo padre era un diacono. Alcuni dei suoi avi erano stati o erano pastori. Quando aveva nove anni, dopo aver pubblicamente accettato Cristo come il suo salvatore personale, è stato battezzato. Alcuni anni dopo si è sentito chiamato a diventare un predicatore.
L’istruzione teologica preparatoria di Reese è stata al Baptist College, Mars Hill, North Carolina, dal quale si è matricolato nel 1908. Ordinato nel ministero dei Battisti del Sud dalla Chiesa Battista di Mars Hill, andò a Geneva, Alabama dove suo fratello, il Pastore T. O. Reese, l’ha fatto diventare predicatore temporaneo estivo alla vicina parrocchia rurale di Bellwood. Poi si è arruolato nel Seminario Teologico dei Battisti del Sud a Louisville, Kentucky. Per pagare le spese serviva a tempo parziale due piccole chiese, a Gratz e Pleasant Home, Kentucky.
Nel 1910 Reese si è matricolato dal Seminario e diventò Evangelista dello Stato per le cinquecento chiese che componevano l’Associazione Battista dello Stato di Illinois. Allo stesso tempo fece ulteriori studi all’Ewing College, a Ewing, Illinois, ricevendo nel 1911 una laurea Ph.B.. “Durante gli anni che ero Evangelista dello Stato,” scrisse nella sua autobiografia mai pubblicata, “le mie eresie, che erano cominciate perfino durante i miei giorni al seminario, a causa dell’impatto della Critica Superiore, cominciarono a crescere vistosamente.”
Lo stesso anno Reese accettò una chiamata alla Prima Chiesa Battista di Tiffin, Ohio, credendo che fosse un gruppo liberale dei Battisti del Nord. Lì trovò che mentre poteva predicare ciò che credeva non poteva “dire ciò che non credevo.” Gli divenne chiaro che se dovesse rimanere nel ministero avrebbe dovuto unirsi ad una denominazione il cui credo era compatibile con il suo.
Reese valutò gli Universalisti e i Cristiani [Riformati?], ma alla fine decise per l’Unitarianesimo. Mentre era al seminario aveva studiato alcuni dei loro trattati e aveva conosciuto i scritti sul vangelo sociale di Francis Greenwood Peabody. Fece visita al ministro della Chiesa Unitariana di Toledo, George E. MacIllwan, e poi parlò con Ernest C. Smith, il Segretario della Conferenza Unitariana dell’Ovest (WUC). Come conseguenza divenne ministro della Chiesa Unitariana di Alton, Illinois, 1913-15.
Nel 1913 sposò Fay Rowlett Walker, che aveva conosciuto mentre stava alla Chiesa di Pleasant Home cinque anni prima. Hanno avuto tre bambini.
In questo periodo Reese descriveva il suo credo religioso come “(1) un Padre Universale, Dio (2) una Fratellanza universale, l’umanità, (3) un Diritto universale, la libertà, (4) un Motivo universale, l’amore, e (5) uno Scopo universale, il progresso.” Per implementare questa fede, sviluppò un impegno forte ed attivo all’idea della giustizia sociale per tutti. Durante i suoi due anni a Alton spinse i suoi confratelli religiosi ad eliminare le case di gioco e i bordelli dalla loro comunità. Il risultato fu l’elezione di un nuovo sindaco con una “piattaforma di pulizia.”
Poi Reese ha servito la Prima Chiesa Unitariana di Des Moines, Iowa, 1915-19. Anche lì dette enfasi al vangelo sociale. La chiesa organizzava balli sorvegliati per il personale militare della vicina Fort Hood. Cercava anche di migliore le case inadeguate. Con l’appoggio dei politici locali, ed infine anche del governatore, Reese ha fatto campagna per l’approvazione di una legge statale sulle case. Quando diventò legge, lui è stato nominato il primo Commissario delle Case dello Stato. Intraprese questo ruolo in aggiunta alle sue responsabilità parrocchiali.
Nel 1919 Reese lasciò il ministero parrocchiale per servire come Segretario della Conferenza Unitariana dell’Ovest, 1919-30. La Conferenza, che era stata fondata nel 1852, aveva la sua sede centrale a Chicago. Il suo principale compito amministrativo era di fornire alle chiese ministri appropriati per le loro opinioni ed esigenze. Come Segretario ha potuto anche svolgere un ruolo di aiuto in diverse altre organizzazioni unitariani del Centro-Ovest. E’ stato un fiduciario della Scuola Teologica di Meadville, 1920-33 (e più tardi 1940-44 e 1947-61). La scuola, che allora stava a Meadville, Pennsylvania, stava pensando di trasferirsi ad un grande centro urbano. Reese organizzò i fondi per la sua trasferta a Chicago nel 1926 e lanciò un rapporto di lavoro congiunto con la Facoltà di Teologia dell’Università di Chicago. Successivamente persuase Morton D. Hull, che aveva già fatto un donazione a Meadville, di finanziare la costruzione della Prima Chiesa Unitariana di Chicago, dall’altra parte della via dalla scuola. Meadville lo onorò con la laurea in teologia nel 1927.
Durante il 1928-29 Reese accettò la presidenza temporanea della Lombard College in Galesburg, Illinois, che era stata fondata da universalisti e che si trovava in difficoltà finanziarie. Anche se ha fatto uso dei suoi collegamenti unitariani, la Grande Depressione ha messo fine alla sopravvivenza indipendente della scuola. Alla fine Lombard è stata assorbita dalla Knox College. Il suo Scuola di Teologia Ryder, dal 1912 basata a Chicago, e il suo statuto di scuola, furono trasferiti a Meadville, che ora è la Scuola di Teologia Meadville/Lombard.
Durante questo periodo Reese ha servito come fiduciario dell’Associazione Unitariana Americana (AUA), 1919-30 (ha servito di nuovo 1947-50), è stato presidente esecutivo della Federazione Nazionale dei Liberali Religiosi, ed è stato un delegato ufficiale dalla WUC alla celebrazione a Londra nel 1925 del 100esimo anniversario della Associazione Unitariana Britannica. Nel 1929, mentre stava facendo un giro del mondo, rappresentò la AUA alla celebrazione centennale del Brahmo Samaj e fece diversi discorsi molto graditi all’Università di Calcutta.
Durante i 1920 Reese è emerso come un leader del umanesimo religioso. Predicò il suo primo sermone strettamente umanista nel 1916 ed esplorò la materia con il ministro di Minneapolis John Dietrich agli incontri dell’anno dopo della WUC. Nel suo discorso del 1920 all Scuola Estiva per i Ministri a Harvard, “Il Contenuto del Liberalismo Religioso di Oggi” (poco dopo pubblicato da Unity e The Christian Register), egli mise in questione “la tradizione giudea-cristiana” e “la base teista della religione.” Molti a questo raduno si sono arrabbiati. Da questo punto in avanti il tema cominciò a dominare la discussione religiosa nei cerchi unitariani.
Nel 1925 Reese divenne membro del Comitato della Unity Publishing Company a Chicago e divenne uno dei redattori associati del suo periodico Unity. Questo periodico, dedicato alla riforma radicale e a correggere i mali sociali, portava sulla sua testata il motto: Libertà, Fratellanza e Carattere nella Religione. Più tardi era redattore esecutivo, 1933-44, e caporedattore, 1945-1961. Nei decenni Unity ha pubblicato molti dei suoi articoli sul umanesimo. I suoi scritti erano pubblicato regolarmente anche nel The Christian Register, The Humanist, The New Humanist, e Open Court.
Nel The Meaning of Humanism (Il Significato dell’Umanesimo), 1931, scrisse: “La tendenza nei sviluppi religiosi moderni porta via dalla trascendente, dall’autorevole, dal dogmatico, e verso l’umano, lo sperimentale, il tentativo; via dall’anormale, dal formale, dal ritualistico; e verso il normale, l’informale, il solito; via dall’espressione mistica straordinaria, dall’umore esaltato, dall’ultraterreno; e verso l’etico, il sociale e il terreno; via dalla religione concepita come uno delle preoccupazioni dell’uomo, e verso la religione concepita come unica preoccupazione dell’uomo.”
Nel 1933 il pensiero umanista è stato riassunto nel Manifesto Umanista , firmato da diversi ministri unitariani insieme a studiosi e filosofi preminenti. Reese contribuì alla sua composizione. Il manifesto affermò che il teismo è “passato”, che l’universo è “auto-creante e non creato,” che il “dualismo tradizionale di mente e corpo deve essere rifiutato”, e che la religione “deve formulare le sue speranze e progetti alla luce dello spirito e del metodo scientifico.”
Nel 1930 Reese si dimette da Segretario della WUC per dedicarsi a tempo pieno al lavoro di Dean (direttore) del Centro Abraham Lincoln, 1930-57. Era stato chiamato Dean dal 1926 ma prima questo rapporto era stato solo nominale. Il Centro, fondato nel 1905 da Jenkin Lloyd Jones, era stato uno sviluppo della parrocchia di Jones a Chicago, la Chiesa di Tutti i Santi, All Souls. Aveva in proprietà un edificio a sei piani che includeva un palestra, una appartamento per il direttore, aule didattiche, uffici per il giornale Unity, e una filiale locale della Biblioteca Pubblica. Un’organizzazione integrata razzialmente dall’inizio, promuoveva una serie di programmi compresi corsi, un forum, musica, arte, scuola di teatro, una clinica per la pianificazione familiare, un consultorio, e un campeggio estivo per i giovani a Clear Lake, Wisconsin. Nel 1951 serviva le esigenze di 140.000 bambini e adulti. Reese descrisse il Centro ne The Christian Register come “un centro sociale al cui cuore c’era un messaggio e un programma spirituale. Un ‘raggruppamento’ sociale è un gruppo di persone che vivono in un luogo che sperano di migliorare attraverso la loro vita e i loro abitudini esemplari. Lincoln Centre mirava ad essere incarnazione vivente dei migliori ideali delle persone che vivevano nel luogo — uno sperimento cooperativo di vita giusta.”
In tutta la sua vita professionale Reese era attivo in molte cause sociali ed educative. Ha servito su un Comitato del Tribunale dei Minori della sezione di Chicago dell’Associazione Americana degli Assistenti Sociali, ha insegnato nei dipartimenti di educazione della George Williams College e della scuola centrale della Y.M.C.A., è stato nel consiglio del Comitato per l’Educazione degli Adulti di Chicago e presidente del consiglio di redazione del giornale Religious Education (Educazione Religiosa), 1932-34. E’ stato uno dei redattori dell’innario congiunto Unitariano ed Universalista del 1937, Hymns of the Spirit, Inni dello Spirito; vice-presidente regionale della AUA, 1940-45; presidente della WUC, 1939-53; membro del consiglio del Comitato Unitariano del Servizio; e membro del Consiglio delle Chiese Liberali, 1955-59. Nel 1941 lui contribuì a costituire l’Associazione Umanista Americana e fu il suo primo presidente, 1941-54. Nel 1959 la AUA lo onorò con il suo premio annuale per servizio eccezionale alla causa della religione liberale.
Reese si ritirò dopo un infarto nel 1957. Lui e sua moglie andarono ad abitare a Kissimmee, Florida. Morì nel 1961 mentre stava a Chicago per un incontro del consiglio dei fiduciari della Scuola di Teologia Meadville/Lombard. Una funzione commemorativa è stata tenuta alla Prima Chiesa Unitariana di Chicago.

Tradotto e redatto da Ian Mc Carthy, referente 2020 per il percorso umanista

Manifesto Umanista I

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Il Manifesto è un prodotto di molte menti. E’ stato progettato per rappresentare un punto di vista in sviluppo, non un nuovo credo. Gli individui le cui firme appaiono, se avessero scritti affermazioni individuali, avrebbero espresso le proposizioni in termini differenti tra di loro. L’importanza del documento è che più di trenta uomini sono arrivati ad un accordo generale su questioni di ultimo interesse e che questi uomini sono senza dubbio rappresentativi di un gran numero che stanno forgiando una nuova filosofia dai materiali del mondo moderno.
– Raymond B. Bragg (1933)

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L’ora è arrivata per un largo riconoscimento dei cambiamenti radicali nelle credenze religiose attraverso tutto il mondo moderno. Il tempo è passato per un mera revisione degli atteggiamenti tradizionali. La scienza ed i cambiamenti economici hanno turbato le vecchie credenze. Le religioni in tutto il mondo si trovano nella necessità di venire a patti con le nuove condizioni create dalla grandemente aumentata conoscenza ed esperienza. In ogni campo dell’attività umana, il movimento vitale è ora nella direzione di un umanesimo candido ed esplicito. Per far sì che l’umanesimo religioso possa essere compresa meglio, noi, i sottoscritti, desideriamo fare certe affermazioni che crediamo che i fatti della nostra vita contemporanea dimostrino.
C’è un grande pericolo di un finale, e noi crediamo fatale, identificazione della parola religione con dottrine e metodi che hanno perso il loro significato e che sono incapace di risolvere il problema della vita umana nel ventesimo secolo. Le religioni sono sempre state mezzi per realizzare i valori più alti della vita. Il loro fine è stato raggiunto attraverso l’interpretazione della totale situazione circondante (teologia o visione del mondo), il senso dei valori risultanti da ciò (meta o ideale), e la tecnica (culto), stabilita per realizzare una vita soddisfacente. Un cambiamento in una qualsiasi di questi fattori porta ad un’alterazione delle forme esteriori della religione. Questo fatto spiega la mutevolezza delle religioni attraverso i secoli. Ma attraverso tutti i cambiamenti la religione stessa rimane costante nella sua ricerca per valori durevoli, una caratteristica inseparabile della vita umana.
La comprensione maggiore dell’universo dell’uomo di oggi, le sue conquiste scientifiche, e una più profonda apprezzamento della fratellanza, hanno creato una situazione che richiede una nuova affermazione dei mezzi e i scopi della religione. Una tale religione, vitale, senza paura, e franca capace di fornire adeguate obbiettivi sociali e soddisfazioni personali potrebbe sembrare a molte persone una rottura completa con il passato. Mentre è vero che questa epoca ha un debito vasto verso le religioni tradizionali, è nonostante ovvio che qualsiasi religione che possa sperare ad essere una forza sintetizzante e dinamica per oggi deve essere plasmata per le esigenze di questa epoca. Di stabilire una tale religione è una grande necessità del presente. E’ una responsabilità che resta su questa generazione. Noi quindi affermiamo ciò che segue:
PRIMO: Gli umanisti religiosi vedono l’universo come autoesistente e non creato.
SECONDO: L’umanesimo crede che l’uomo faccia parte della natura e che egli sia emerso come risultato di un processo continuo.
TERZO: Mantenendo una visione organica della vita, gli umanisti trovano che il dualismo tradizionale di mente e corpo deve essere rifiutato.
QUARTO: L’umanesimo riconosce che la cultura religiosa e la civiltà dell’uomo, come chiaramente dipinte dall’antropologia e dalla storia, sono il prodotto di uno sviluppo graduale dovuto alla sua interazione con il suo ambiente naturale e con il suo eredità sociale. L’individuo nato in una cultura particolare è per la maggior parte plasmato da quella cultura.
QUINTO: L’umanesimo asserisce che la natura dell’universo dipinto dalla scienza moderna rende inaccettabile qualsiasi garanzia sopranaturale o cosmica dei valori umani. Ovviamente l’umanesimo non nega la possibilità di realtà non ancora scoperte, ma insiste che il modo per determinare l’esistenza e il valore di ciascun e ogni realtà e tramite investigazioni intelligenti e la valutazione dei loro rapporti con le esigenze umane. La religione deve formulare le sue speranze e i suoi piani alla luce dello spirito e del metodo scientifici.
SESTO: Siamo convinti che il tempo per il teismo, deismo, modernismo, e le diverse varietà del “pensiero nuovo” è passato.
SETTIMO: La religione consiste di quelle azioni, scopi ed esperienze che sono significativi umanamente. Niente di umano è alieno per i religiosi. Comprende il lavoro, l’arte, la scienza, la filosofia, l’amore, l’amicizia, la ricreazione — tutto ciò che è nel suo modo espressivo di una vita umana intelligentemente soddisfacente. La distinzione tra il sacro e il secolare non può essere più mantenuta.
OTTAVO: L’Umanesimo Religioso considera che la completa realizzazione della personalità umana sia il fine della vita dell’uomo e cerca il suo sviluppo e soddisfacimento nel qui e ora. Questa è la spiegazione della passione sociale dell’umanista.
NONO: Al posto dei vecchi atteggiamenti relativi al culto e alla preghiera l’umanista trova le sue emozioni religiosi espresse in un elevato senso di vita personale e in uno sforzo cooperativo a promuovere il benessere sociale.
DECIMO: Segue che non ci sarà nessun emozione o atteggiamento unicamente religioso del tipo fino ad ora associato con il credere nel sopranaturale.
UNDICESIMO: L’uomo imparerà ad affrontare le crisi delle vita in termini della sua conoscenza della loro naturalezza e probabilità. Atteggiamenti ragionevoli e coraggiosi saranno favoriti dall’educazione e sostenuti dal costume. Presumiamo che l’umanesimo prenderà la via dell’igiene sociale e mentale e scoraggerà le speranze sentimentali ed irreali e i pii desideri.
DODICESIMO: Credendo che la religione deve lavorare sempre di più per la gioia nella vita, gli umanisti religiosi mirano a favorire la creatività nell’uomo e ad incoraggiare conquiste che aumentano le soddisfazioni della vita.
TREDICESIMO: L’umanesimo religioso sostiene che tutte le associazioni e le istituzioni esistono per il soddisfacimento della vita umana. L’intelligente valutazione, trasformazione, controllo, e direzione di tali associazioni e le istituzioni con un occhio alla valorizzazione della vita umana è lo scopo e programma dell’umanesimo. Certamente le istituzioni religiosi, le loro forme ritualistiche, metodi ecclesiastici ed attività comunali devono essere ricostituiti il più rapidamente che l’esperienza permette, per poter funzionare effettivamente nel mondo moderno.
QUATTORDICESIMO: Gli umanisti sono fermamente convinti che l’attuale società acquisitiva e motivata dal profitto si sia rilevata essere inadeguata e che deve essere istituito un cambiamento radicale in metodi, controlli e motivi. Un ordine economico socializzato e cooperativo deve essere stabilito così che la distribuzione equa dei mezzi per vivere sarà possibile. Lo scopo dell’umanesimo è una società libera e universale in cui le persone cooperano volontariamente ed intelligentemente per il bene comune. Gli umanisti richiedono una vita condivisa in un mondo condiviso.
QUINDICESIMO ED ULTIMO: Noi asseriamo che l’umanesimo: (a) affermerà la vita piuttosto che negarla; (b) cercherà di suscitare le possibilità della vita, non di scappare da esse; e (c) tenterà di stabilire le condizioni per una vita soddisfacente per tutti, non solamente per i pochi. Da questa morale e intenzione positiva umanesimo sarà guidato, e da questa prospettiva e allineamento le tecniche e gli sforzi dell’umanesimo fluiranno.
Queste sono le tesi del umanesimo religioso. Anche se consideriamo le forme e le idee religiose dei nostri padri non più adeguate, la ricerca della vita buona è ancora il compito centrale dell’umanità. L’uomo finalmente sta diventando cosciente che egli solo è responsabile per la realizzazione del mondo dei suoi sogni, che ha dentro di sé il potere per il suo raggiungimento. Deve mettere l’intelligenza e la volontà a servizio del compito.
(Firmato)
J.A.C. Fagginger Auer—Parkman Professore di Storia della Chiesa e Teologia, Università di Harvard; Professore di Storia della Chiesa, Tufts College.
E. Burdette Backus—Ministro Unitariano.
Harry Elmer Barnes—Dipartimento Generale della Redazione, Giornali ScrippsHoward.
L.M. Birkhead—Il Centro Liberale, Kansas City, Missouri.
Raymond B. Bragg—Segretario, Conferenza Unitariana dell’Ovest.
Edwin Arthur Burtt—Professore di Filosofia, Scuola Sage di Filosofia, Università di Cornell.
Ernest Caldecott—Ministro, Prima Chiesa Unitariana di Los Angeles, California.
A.J. Carlson—Professore di Fisiologia, Università di Chicago.
John Dewey—Università della Columbia.
Albert C. Dieffenbach—Ex Caporedattore de The Christian Register.
John H. Dietrich—Ministro, Prima Associazione Unitariana, Minneapolis.
Bernard Fantus—Professore di Terapeutica, Scuola di Medicina, Università di Illinois.
William Floyd—Caporedattore de The Arbitrator, Città di New York.
F.H. Hankins—Professore di Economia e Sociologia, Smith College.
A. Eustace Haydon—Professore di Storia delle Religioni, Università di Chicago.
Llewellyn Jones—Critico letterario ed autore.
Robert Morss Lovett—Caporedattore, The New Republic; Professore di Inglese, Università di Chicago.
Harold P Marley—Ministro, Fratellanza della Religione Liberale, Ann Arbor, Michigan.
R. Lester Mondale—Ministro, Chiesa Unitariana, Evanston, Illinois.
Charles Francis Potter—Leader e Fondatore, Prima Associazione Umanista di New York, Inc.
John Herman Randall, Jr.—Dipartimento di Filosofia, Università della Columbia.
Curtis W. Reese—Direttore, Centro Abraham Lincoln, Chicago.
Oliver L. Reiser—Professore Associato di Filosofia, Università di Pittsburgh.
Roy Wood Sellars—Professore di Filosofia, Università di Michigan.
Clinton Lee Scott—Ministro, Chiesa Universalista, Peoria, Illinois.
Maynard Shipley—Presidente, Lega della Scienza dell’America.
W. Frank Swift—Direttore, Associazione Etica di Boston.
V.T. Thayer—Direttore dell’Educazione, Scuole di Cultura Etica.
Eldred C. Vanderlaan—Leader della Fratellanza Libera, Berkeley, California.
Joseph Walker—Avvocato, Boston, Massachusetts.
Jacob J. Weinstein—Rabbi; Consulente ai Studenti Ebrei, Università della Columbia.
Frank S.C. Wicks—Chiesa Unitariana di All Souls, Indianapolis.
David Rhys Williams—Ministro, Chiesa Unitariana, Rochester, New York.
Edwin H. Wilson—Caporedattore, The New Humanist, Chicago, Illinois; Ministro, Terza Chiesa Unitariana, Chicago, Illinois.

Tradotto e redatto da Ian Mc Carthy, referente 2020 per il percorso umanista
Copyright © 1933 di The New Humanist e 1973 della Associazione Umanista Americana