Scegliete la forbice o la colla?

Mt 1:2 Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, 3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar
Cari Amici,
questa coppia discussa e rocambolesca è data tra gli avi sia di Davide che di Gesù, che la tradizione vuole appartenenti alla medesima linea dinastica. Come vedete, la nascita rocambolesca ed i parenti chiacchierati erano fatto tutt’altro che unico nella tradizione biblica, ed è anche motivo per cui ne parliamo nella settimana in cui parliamo della genealogia di Gesù. Io ho fatto questo approfondimento per uno solo dei nodi dinastici di Gesù, ma la Bibbia ci offrirebbe materiale per molti altri anche se non per tutti. Esplicitare queste presunte parentele significherebbe renderci edotti di una storia molto più complessa di quella che conosciamo, e che gli evangelisti dettero per scontata, o lasciarono alla cura dei più volonterosi.
Esiste questa volontà oggi? Pensiamoci
Come forse sapete sono uno che si ostina controcorrente, anacronisticamente e forse inutilmente, a impiegare il proprio tempo ad approfondire lo studio della Tradizione che ho scelto, come unico vero precetto della mia giornata. Non importa il mio umore, non importa il mio pensiero, non importa il tempo, non importa nulla, ma quel rapporto tra me stesso, la mia parte più intima e la Trascendenza, va nutrito di buone esperienze e santificato, difeso dai bellissimi sofismi con cui una parte di noi stessi rema contro mostrandoci che ci sarebbe sempre un qualcosa di meglio da fare. Non occorre pensare al maligno, basta riconoscere che la nostra ragione può avere un uso negativo quando è interpellata a sproposito. Si tratta di demonizzare la ragione? Tutt’altro, sono unitariano e mai lo farei, si tratta piuttosto di riconoscere che ci sono esperienze, pratiche e attività che trascendono la ragione stessa. Si tratta di riconoscere che l’uomo nelle sue esperienze e valori più alti e mistici è qualcosa di ultra razionale in senso wilberiano….
Ieri con la mia Bibbia leggevo questo capitolo 38 del Genesi in cui compaiono Giuda e Tamar, e mi è subito balzato all’occhio di quanto e come esso sia una frattura bella e buona rispetto alla storia precedente, una carta scompagnata, e la cosa mi ha fatto riflettere. La ragione mi ha subito proposto di derubricare questo come uno dei segni che dimostrano come Il Pentateuco sia un libro anch’esso raffazzonato e pure male, e quindi come quella frattura sia una volta di più segno del fatto che avrei fatto meglio a tornare a mangiare zeppole invece che proseguire. Poi è successa una curiosa coincidenza. Un social mi manda un avviso dicendomi “forse potresti esserti perso questo video” e caso strano era proprio un video di un amico rabbino che settimane prima discuteva di questa apparente frattura nel capitolo 38. Alcuni penseranno che possa essere una azione dei social, che studiano i nostri comportamenti per proporci ciò che ci interessa, ma in questo caso è piuttosto impossibile perchè la lettura io l ho fatta su cartaceo, riguardava diversi capitoli con centinaia di approfondimenti possibili…, e anche tra i video, dello stesso rabbino o di altri o di altre cose. E’ stata proprio una pura coincidenza
di cui però io ringrazio il mio amato Principale
Occupiamoci dell’antefatto: Giuseppe ha fatto un po’ lo sborone con i fratelli raccontando sogni e facendo il saputello. Questo ha fatto salire la carogna ai fratelli (fine della puntata odierna de la Bibbia spiegata ai quindicenni  ). Allora i fratelli decisero di ucciderlo, ma interviene, tra gli altri Giuda, proponendo di non ucciderlo, primo segno che il seme divino in Giuda funziona. Perchè Giuda e non altri? Una delle risposte è che Giuda in ebraico vuol dire colui che riconosce, che giudica, che rivela. Quindi in Giuda dobbiamo aspettarci un percorso di riconoscimento e rivelazione. Tuttavia sto povero seme, che ha dato il suo primo vagito, ne ha da fare di strada soprattutto ci sono almeno due elementi che ritengo sia importante esplicitare: il primo è il fatto che un danno al povero Giuseppe viene arrecato comunque, l’allontanamento e la schiavitù, e poi il fatto che le motivazioni per non compiere l’atto, la paura della pena, non sono condizioni moralmente accettabili (un atto, per essere moralmente rilevante, deve essere voluto e riconosciuto opportuno come tale e non in vista di un male peggiore). Poi, due fatti interessanti per il parallelismo che viene dopo. Il primo è che vengono mostrati a Giacobbe degli oggetti affinchè li riconosca come appartenenti al figlio; il secondo che, proprio in ragione di questo riconoscimento egli inizi una ideale discesa agli inferi, in consonanza con la sorte del figlio. Ciò che è mancata, da parte dei fratelli, di Giuda, e, in fondo, di ogni uomo è la capacità di riconoscere correttamente il segnale della Trascendenza e di essere conseguenti ad esso. Ognuno degli attori in gioco ha ricevuto un segno (i sogni per Giuseppe, il racconto di essi per i fratelli, le vesti per Giacobbe) che non interpretano con una scala di valori spirituale, ma con una concezione probabilistica mondana… e sbagliano. Non è un caso che i greci distinguessero il nous dalla dianoia come due funzioni diverse della mente. La dianoia, in italiano ragione, è la capacità della mente di vedere i particolari, le parti, e di vederle sempre più piccole. Più frazioniamo l’esperienza in parti, in particolari, più essa sarà priva di senso. Pensiamo ad esempio alla Gioconda di Leonardo, uno dei capolavori della pittura mondiale. Se la guardiamo solo razionalmente essa sarà un semplice quadro, anche un po’ piccolino. Andando oltre nella frazione in parti essa sarà un agglomerato di colori e pennellate, stratificate l’una sull’altra. Ancora oltre, una sequenza di composti chimici, di ritrovati dell’epoca anche piuttosto banali: bacche, uova, spezie e vegetali del tempo. Oltre: una sequenza di altomi.Oltre: nucleo ed elettroni. Oltre: il 70% di vuoto e il 30% di materia ed energia.
Procedendo in questo senso abbiamo perso di vista l’insieme e frazionato sempre di più le parti, fino a ritrovarci col nulla.
Con questo non si tratta di demonizzare la ragione, ma dell’essere coscienti che quel tipo di movimento, molto utile nel quotidiano, ha delle controindicazioni, soprattutto quando si tratta del grande pericolo a cui ci espone: dopo aver banalizzato la nostra esperienza riducendola in una serie minuscola di parti e costringendoci a guardare una sola di esse, pretende che noi estendiamo questo esercizio ad ogni aspetto della nostra vita, distruggendo ogni senso possibile.
Fortunatamente però, la mente umana è dotata anche di un’altra facoltà, l’intelletto, che ci permette di passare dal particolare all’universale, di trascendere la piccolezza del dato, prendendone le distanze per guardare il disegno di insieme e godere di questo disegno.
Questa facoltà è quella che ci permette di aprire la nostra mente ad esperienze più complesse della realtà, che abbiano anche componenti di piacere, d’amore, d’emozione. In essere l’uomo può sentirsi parte viva e attiva di un tutto vivente, che cresce e sperimenta, ed essere parte di questo processo.
L’atto di riconoscere e di riaccogliere compiuto da Giuda fa indubbiamente parte di questo processo, che è in fondo anche nostro: sta a noi decidere, se e quando usare le forbici, riducendo la realtà a una poltiglia minuscola e inutile, o quando usare la colla, trascendendo il dato particolare per concentrarci sull’Esperienza Universale del nostro essere in relazione tra noi e con l’Uno

Il pane non cresce sugli alberi

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Cari Amici,
Spesso si è accostato il Natale alle metafore della luce, considerando anche la quasi concomitanza con Hannukkah e, soprattutto, con il solstizio di inverno. Oggi invece vorrei parlare della metafora del cibo: la dottrina deve poter essere nutrimento spirituale per l’animo di chi vi si accosta.
Per questo il Cristo non poteva che nascere a Betlemme, in ebraico la casa del pane, la stessa da cui nacque Davide. Questo fatto è importante per sottolineare come le due dottrine, giudaica e cristiana, traggono origine dalla stessa fonte, sono pani di una stessa farina. Tuttavia nel guardare il pane come prodotto, fatichiamo a vederlo come processo. Il pane non nasce sugli alberi, ma è frutto di un lento e difficile processo che richiede impegno, pazienza e costanza. Se ci pensate, nel Vangelo esiste una parabola per pressoché ognuna delle fasi di produzione del pane: semina, mietitura, trebbiatura, vaglio… Essere credenti non significa solamente essere consumatori di un prodotto, ma anche, e forse soprattutto, essere sintetizzatori di esso. La Trascendenza ci ha messo a disposizione un seme, la possibilità di imparare a produrre pane spirituale da questo seme, ma anche la libertà di mandare tutto a pallino. La Torah ci ricorda magistralmente questo, nel verso Gen 3:19 mangerai il pane con il sudore del tuo volto. Senza la nostra disposizione a diventare abili nel processo, non ci può essere alcun prodotto. Non c’è nessuna Betlemme, nessun Natale, senza il nostro impegno.
Ma impegno per cosa? Ce lo racconta un’altra metafora sul cibo, quella che vuole che Gesù nasca in una mangiatoia. La mangiatoia pensata per esseri viventi che spesso agiscono per istinto, pensando solo alla pura soddisfazione egoistica dei bisogni primari. L’uomo può (ma non è detto che lo faccia) elevarsi da questo stato ferale e istintuale per far nascere qualcosa di diverso di più completo, il bambino appunto. La dottrina di Gesù è nutrimento, è ragion seminale, che fa scaturire una luce nuova, che apre a una vita nuova. Purché ci si disponga a mangiare e a sudare. Nell’immagine di Gesù nella mangiatoia noi vediamo l’inizio e la fine di un processo che spesso viene dimenticato.Essere cristiani non significa venerare il bambino, come spesso accade in quanto semplice scelta di comodo, significa invece impegnarci ad incarnarlo incarnarlo, a partorirlo ogni giorno quel bambino. Natale non è un dato ma un darsi, non un fatto ma un farsi, che chiede la nostra viva e attiva partecipazione al processo, la nostra volontaria sottomissione ad una disciplina che ci allerti dei pericoli, ci dia buoni consigli e ci aiuti a moderare i nostri istinti egoistici al fine di subordinarli al felice esito del parto, al corretto gusto del pane. Nel Natale non festeggiamo tanto l’evento biografico dell’uomo Gesù, ma l’idea che sia la natura, col solstizio, che la cultura (in fondo universale) col bambino ci dicono di una elevazione possibile dal mero egoismo istintuale di un pane possibile, di un pane possibile con il nostro impegno. Ora davanti a voi avete due strade: rifiutare questa possibilità, riducendola ad una inutile sequenza di proclami su Gesù, oppure pensarvi anche voi a Betlemme e imparare a farlo quel pane, con fatica e sudore
La scelta di fede, in fondo, è solo questa.
Buon Natale
Rev. Rob

 

Non trascuriamo le ricette di cucina

Lc 2:1 In quel tempo uscì un decreto (dogma) da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l’impero.

Cari Amici,
Il Vangelo questa settimana ci mostra l’uso corretto della parola dogma e ci permette di fare alcune considerazioni fondamentali per chiarire la nostra posizione teologica in merito Il fatto che il decreto (dogma in greco) di Cesare sia un dogma ci permettere di riflettere sul significato di questa parola che ha almeno due sensi contrapposti che come unitariani siamo impegnati a conoscere ed approfondire.Iniziamo dal primo senso, Ossia

DOGMA COME DECRETO ISTITUZIONALE

Anzitutto il dogma è un decreto, un prodotto sancito dall’autorità di una istituzione, politica o ecclesiastica (Cesare nel testo evangelico) Questo decreto è indiscutibile e tutti coloro che riconoscano tale istituzione devono crederlo per forza
.Il dogma è inteso come immutabile nel tempo fin quando l’istituzione che l’ha stabilito non interviene a modificarlo
.Il dogma è imposto ai nuovi aderenti l’istituzione e non c’è possibilità di aderire all’istituzione senza accettarne acriticamente i dogmi. L’autorità centrale può decidere se accettare o espellere qualcuno in ragione del suo rispetto dei dogmi. Le idee sono omologative o ti adegui o sei fuori In questo senso gli unitariani non hanno dogmi e non possono averne semplicemente perchè non esiste alcuna istituzione unitariana cui siano conferiti i poteri di stabilire dogmi (non esiste un Cesare unitariano). Gli unitariani incoraggiano sempre ad essere responsabili delle proprie scelte e non accettare mai un credo imposto con la forza da altri Quindi vedete che c’è un senso ben preciso per cui noi non siamo dogmatici, Manca una istituzione in grado di stabilire tali decreti .Non si vuole che ciò che ciascuno di noi pensi sia stabilito da altri, si vuole cioè togliere alla religione quell’atteggiamento oppioide e deresponsabilizzante giustamente criticato nel Novecento
. Rispetto ad un atteggiamento top-down di un dogma-secchiello,che tenta faticosamente di inglobare l’oceano di una realtà magmatica e impetuosa, preferiamo quello bottom-up di proprietà emergenti dell’Essere che non hanno bisogno di essere stabilite da qualcuno, ma più semplicemente esperite da tutti

DOGMA COME OPINIONE

dobbiamo però essere consapevoli che in greco la parola dogma vuol dire anche semplicemente opinione.
In questo senso chiunque ha una opinione, anche gli unitariani, ed alcune sono più care agli unitariani di altre perchè sono quelle che derivano dalle idee che qualificano la nostra tradizione (i sette principi e le sei fonti, ma parleremo meglio di questo domani quando introdurremo il concetto di proprietà emergente) e i nostri percorsi (per quello cristiano:l’unicità di Dio, l’umanità di Gesù, l’assenza dell’inferno)
In questo senso i nostri dogmi non sono immutabili e si chiariscono e si precisano nel corso degli anni, delle società e dei tempi In forza di ciò noi non chiediamo adesioni a priori a dogmi precisi. E’ ovvio che chi non condividesse le idee che portiamo avanti si troverà male con noi, ma sarà sempre e solo il singolo a decidere se aderire o no alle nostre iniziative
Gli unitariani sono pieni di idee e di dogmi che discutono, confrontano elaborano. La prospettiva non è omologativa ma riflessiva, ognuno cioè precisa la propria idea dal confronto con quelle degli altri. Il confronto è il reale motore attraverso cui l’idea di ciascuno si precisa e si sostanzia, l’obiettivo non è avere dei replicanti informi, ma avere delle persone che abbiano maturato la propria sensibilità religiosa e fatto tesoro della ricchezza della propria intima diversità
Noi insistiamo su valori come dialogo, la formazione diffusa, l’approfondimento delle idee… tutte esperienze chesono parte di un percorso di crescita comune.
Riassumendo: alla domanda gli unitariani hanno dei dogmi (?) dobbiamo rispondere così:
– se per dogma intendiamo un decreto stabilito da una autorità terza cui i membri debbano aderire, gli unitariani non hanno dogmi perchè non esiste autorità (Cesare, Pietro) deputata a stabilirli
– se per dogma intendiamo l’opinione personale di ciascuno, gli unitariani hanno dogmi come qualunque essere umano e lavorano costantemente per confrontarli, precisarli e approfondirli.

LE PROPRIETA’EMERGENTI DELL’ESSERE
Allora gli unitariani, non avendo dogmi, non credono che la verità sia possibile o universalmente condivisibile? Non diciamo questo, piuttosto contestiamo il processo generalmente utilizzato per arrivare a definire la verità. Contestiamo che essa sia una specie etichetta che si applichi alle cose e che si poggi solo su due elementi finali: o l’autorità dell’istitutore, o il largo consenso dei contraenti in un processo dall’alto (etichetta) verso il basso (cosa). Entrambe le strade sono fallibili: ogni istitutore, per quanto saggio possa essere, è sempre un essere umano e dunque intrinsecamente fallibile, e per quanto largo il consenso possa essere su alcune proposizioni, queste possono essere comunque errate, si pensi al caso dell’odio seriale perpetrato sui social da analfabeti funzionali che fanno comunella sostenendoci l’un l’altro
Noi sosteniamo invece che esistano alcune proprietà dell’Essere che si possono far strada nella mente di chiunque vi si ponga armonicamente in ascolto. La cosa curiosa di questa prospettiva é che essa pur costituendo una proprietá emergente data dell’ Essere, non ci invita alla semplice presa d’atto, ma ci chiama a un impegno per far essere ció che deve essere. Vista in questo modo l emergere della veritá dell essere é un evento che non puó prescindere da un nostro preciso ruolo nel processo.
Quindi la veritá in questo senso non é un dato da un darsi, non é un ingenuo essere semplicemente ma un invito all essere che richieda il nostro impegno per essere completamente. Questa intrinseca incompletezza, questo versante caotico dell’Essere é intrinsecamente reso.possibile dal passo di lato effettuato dalla Trascendenza, che, ad un tempo é origine sia della componente caotica della realtá sia della libertá degli individui, sia della loro crescita di consapevolezza spirituale e del loro impegno alla cura del mondo e alla costituzione del Regno.

LE VERITA’ LOCALI
abbiamo parlato di decreti, opinioni, proprietà emergenti dell’essere, vorrei concludere questo excursus proponendo un nuovo elemento tra il credente e la Verità spirituale, quello di verità locale.Tra la semplice opinione (mi piace un certo luogo) e la verità emergente dell’Essere ( non uccidere, la pari dignità dei viventi, rispetta le diversità incastonate in una prospettiva di concorde armonia) esistono delle verità che sono spesso condivise e che sono il prodotto di una certa Tradizione (Gesù è un uomo, i miracoli (intesi in senso convenzionale) non esistono, scienza e fede sono solo linguaggi diversi per raccontare la medesima realtà, ognuno con potenzialità proprie).
Perchè sono necessarie le Tradizioni? Direi per 3 motivi:
a) Tra l’Essere immutabile e la/le sue Verità da un lato e, la cultura storiograficamente e geograficamente mutevole, occorre un filtro paradossale, che sia da un lato sufficientemente stabile da poter costituire un’ancora e un punto di riferimento per quanti lo seguano, e di poter essere successivamente mutevole, tanto da capire l’evoluzione umana ed adeguarsi ad essa.
b) Occorre per ogni epoca una mappa delle vie di accesso all’Essere fondata sull’esperienza di quanti ci abbiano preceduto. E’ un po’ come una ricetta di cucina. Certo posso anche far da solo, mescolare gli ingredienti a caso e sperare in una botta di fortuna, ma forse è meglio che io non chieda troppo alla fortuna e mi faccia dare la ricetta da quanti abbiano già cucinato prima di me, e la segua pur potendo personalizzarla in qualche piccola parte.
c) Le tradizioni ci presentano ognuna una idea di uomo, come essere compiuto e come esperienza da compiersi, ognuna con un proprio modo di affrontare esperienze e problemi. A noi sta il compito di avere una buona conoscenza preliminare delle varie Tradizioni, di scegliere quella che a noi sia più congeniale e lasciare che su di noi agisca il suo potere trasformativo. Quindi il consiglio è quello di far tesoro della diversità che incontrate nell’altro, non tanto perchè dobbiate imitare l’altro, quanto perchè, con la sua stessa presenza, l’altro mi aiuta a precisare la mia posizione, a renderla più forte col confronto Diffidate dunque di quanti si ergano a giudici e vi dicano cosa pensare, e maturate un vostro senso critico in cui ogni confronto, quello con me come quello con altri, sia vagliato dalla vostra ragione, sia soppesato e di esso sia preso solo ciò che ritenete davvero utile
Nutrite la vostra diversità
Amate i vostri doni peculiari
Perseguite la vostra intima consapevolezza

Amen

Rob