Non commettere Adulterio

Es: 20:14 Non commettere adulterio
Cari amici,

Essendo quello di oggi un argomento piuttosto ancestrale e complesso, ho pensato fosse meglio una indicazione pastorale a più voci, e ho dunque chiesto al pastor Falasca un proprio commento su questa indicazione, in modo che la Comunione Unitariana potesse dar prova di un orientamento condiviso, al netto di particolari differenze che si possono ascrivere alla biografia e alla personalità del singolo ministro. Ecco dunque cosa scrive il pastor Falasca:

L’essere umano si trova sempre al bivio tra due prospettive temporali diverse: l’immediato, vivere l’esperienza del momento, sempre cangiante, e quella invece di proiettare sè stesso in una dimensione progettuale. Ebbene se ci immaginiamo in quest’ultima dimensione futura, da un lato gettiamo il cuore oltre l’ostacolo, rileggendo le questioni del momento come difficoltà in vista di un fine che riteniamo superiore e più edificante per la nostra persona, dall’altro però rischiamo di imporre alla realtà degli schemi che non le si confanno.Il Taoismo ci parla di ambedue queste prospettive: ci mostra la capacità dello Yi, dell’intenzione pura, di creare continuità tra il nostro spirito e la sua proiezione altrove nello spazio e nel tempo, ma ci insegna anche il “wei wu wei”, l’agire non forzando le cose agli schemi del nostro ego. In ogni sfera della vita e, quindi, anche nella relazione di coppia, siamo chiamati a cercare quel punto di congiunzione ed equilibrio tra queste due istanze. La relazione di coppia, formalizzata attraverso una promessa, è una forma di amore in cui ci si riconosce come persone che stanno costruendo qualche cosa insieme e, nel costruire costruiscono anche reciprocamente se stessi, cercando di diventare ogni giorno persone migliori, capaci di vivere ogni giorno le esperienze in maniera più matura. Ma nel momento in cui facciamo questa promessa, ci troviamo di fronte a quel bivio di cui ho detto all’inizio. E’ quindi normale che una relazione di coppia viva nel tempo il confronto con una realtà cangiante, con esperienze che possono essere diverse da quelle che attendiamo e in cui magari possiamo pensare di ritrovare qualcosa di positivo. Quindi non sono dell’idea di condannare a priori il tradimento, ma nel momento della possibilità di tradire dobbiamo chiederci quale delle due strade abbia più valore per noi, se la promessa fatta un tempo, e che non era di sottostare volontariamente a delle catene, ma di costruire qualcosa insieme, abbia ancora un senso o meno, perchè comunque dobbiamo sempre pensare che ciò che compiamo ha delle conseguenze su un’altra persona, sulle sue aspettative sul futuro. Al fondo di tutto c’è una parola da dover tenere in massima considerazione ed è rispetto. Non si tratta di chiudersi alla possibilità che la vita ci offra esperienze mai prima considerate, che possono incidentalmente avere, ma di agire avendo sempre in mente questo rispetto verso una persona con la quale abbiamo scelto di costruire qualcosa. In questo c’è un parallelo con tutte le tradizioni spirituali orientali. Buddismo e confucianesimo mettono al centro la fedeltà. In senso generale il primo specificatamente rispetto alla relazione tra marito e moglie, il secondo come esercizio propedeutico all’altro esercizio di fedeltà e costanza verso il Dharma, il Tao o Dio, ossia se non si è capaci di essere fedeli verso l’altro non si sarà nemmeno capaci di essere fedeli verso il dharma, il Tao o Dio.
Nella Sacra Avventura
Alessandro

E siamo invece al commento del Rev. Rosso:

quando leggo le riflessioni del pastor Falasca, considerando la diversità della tradizione culturale di riferimento, e anche la diversa biografia e personalità, mi sorprende sinceramente la sostanziale consonanza di vedute. Questi sermoncini secondo me potrebbero servire a dimostrare la profonda unità culturale di vedute pur partendo dalla massima diversità delle tradizioni. Quanto alla mia idea, come vedrete non credo di aggiungere qualcosa di nuovo a quanto detto da Alessandro, semplicemente lo rileggo o lo ridico alla mia maniera, certo che la diversità di prospettive possa fornire spunti ulteriori a chi legge.
Inizierei da un punto preliminare: si configura una situazione in cui io, pieno d’amore e di zelo, ho fatto una promessa ad un’altra persona, che avrei potuto anche non fare, e che non è indissolubile, di usarle fedeltà e coerenza nel tentativo di porre l’esperienza di comunione spirituale e di vita come fine del rapporto.
Ci sono dunque tre elementi preliminari da chiarire: stiamo parlando di un impegno che puoi anche non prendere, di una promessa che puoi anche non fare in un rapporto che puoi terminare in qualunque momento, se reputi non ci siano le condizioni affinché sia portato avanti.
Stente queste premesse, perché concorrere nell’adulterare il tentativo di far vivere lo Spirito in mezzo ad una coppia? Si tratta della violazione contemporanea dei tre propositi etici che abbiamo da sempre posto alla base delle nostre discussioni.
Vediamo meglio. Principio di Moderazione. Se non hai la capacità di moderare i tuoi impulsi sessuali, e di anteporre una costruzione spirituale comune con l’altro ai tuoi particolari bollori; se non riesci a calmarti con i mille modi possibili con cui ci si può calmare, perché aggiungere la menzogna alla tua incontinenza? Sii sincero con te e con l’altro, io non sono in grado di intraprendere un impegno di tal sorta perché non so trattenermi. Se sorvoliamo sul fatto che questo tipo di incontinenza può poi riguardare anche altri aspetti della vita, e che sarebbe comunque una cosa su cui lavorare non ho davvero nulla da dire. Riprendendo quanto diceva Alessandro, anche Aristotele considerava fondamentale la coerenza nei confronti della famiglia, poiché, essendo la famiglia il primo livello di società, chi non riesca ad essere coerente in famiglia non lo sarà nemmeno altrove. Tornando a noi, una vita di coppia fedele e spirituale non fa per te, lo dichiari e non aggiungi menzogne e ipocrisia alla tua connaturata incontinenza. Se possibile, è peggio qualora tu sia terzo rispetto alla coppia. E’ possibile che tu non possa orientare altrove il tuo tzumani ormonale, ma debba per forza contribuire a sfasciare l’opera faticosamente messa in piedi da due persone? Principio di dedicazione. Nel momento in cui abbiamo chiarito che ci riferiamo a quelle unioni che abbiano una crescita verso lo Spirito e verso la Vita come causa finale dell’unione stessa, se tu anteponi a questo Principio spirituale i capricci estemporanei dei tuoi pantaloni e delle tue gonnelle non stai certo mettendo lo Spirito al primo posto, evita dunque ipocrisie di qualche tipo e sii chiaro intimamente. Principio di Carità. Mettiamoci dal punto di vista del tradito. Qual bell’atto di carità! Spesso si sommano le bugie ai tradimenti ai disagi di ogni tipo. Vi domando: non è possibile usare lo stesso coraggio e la stessa spavalderia con cui siamo pronti a ferire qualcuno per essere coerenti e interrompere gli impegni presi prima dei nostri improrogabili momenti di prurito? E, nei panni del terzo in comodo, è così che si esprime la carità per una coppia in crisi? Soffiando benzina sul fuoco?
Facciamolo dunque quest’uomo, capace di essere coerente agli impegni presi

Nasè Adam,
Rob

La scimmia e il saggio

Es: 20: 13 Non uccidere
Cari Amici,

potrei NON stupirvi con effetti speciali e usare questo comandamento per parlare di tematiche quali aborto e fine vita, ma non ne ho tanta voglia, soprattutto perché credo tutti conosciate l’atteggiamento UU piuttosto libero su questi temi, cosi come le mie perplessità sul fatto che quelle citate non debbano essere pratiche portate avanti a cuor leggero o che l’individuo non debba essere lasciato solo nel processo decisionale, ma debba essere accompagnato dall’azione amorevole e supportiva della comunità tutta. Ecco, siccome certe cose le ho già dette e scritte cento volte, risparmiatemi la centounesima, che fa caldo.
Vorrei piuttosto fornirvi una lettura mistico – qabalistica di questo verso e presentarvi ogni individuo come una via di mezzo tra due estremi: una bestia e un saggio (Cristo nella tradizione cristiana) come si applica questo comandamento in questa prospettiva?

Anzitutto troviamo l’anima dell’uomo impegnata secondo i primi Padri spirituali a dover partorire Cristo, a dover utilizzare il bagaglio di esperienze e relazioni che il caso, o il Principale (vedetela come volete) come carburante, come fertilizzante per dar vita a un essere spirituale compiuto, che non sia, attenzione a questo punto, qualcosa di alieno o separato rispetto alle difficoltà della vita, ma che maturi la saggezza spirituale attraverso esse. Nella nostra concezione santo non è chi si sia ritirato in solitudine sul cucuzzolo del monte, rinchiuso in qualche cella per non far sporcare la veste bianca; santo piuttosto è chi sia vissuto in mezzo al casino e alla caciara, chi abbia sbagliato, sia caduto, si sia rialzato e, attraverso queste vicende abbia faticosamente maturato un essere spirituale sempre e comunque perfettibile.

Il bello di tutto questo però è che l’uomo possa legittimamente rinunciare, possa sinceramente dire che in un mondo tanto schifoso credere ancora nella legittimità di alcuni valori sia ridicolo, che una fatica simile e un po’ ipocrita non vale il premio incerto che la spiritualità promette. L’uomo può quindi decidere autonomamente di sotterrare il proprio talento e di uccidere la propria parte spirituale e votarsi totalmente a tutti quei piaceri momentanei li sembrino più sensati e a portata.

In questo caso dunque il non uccidere è una prima affermazione antropologica che ci avvisa che l’uomo è molto di più di un compulsivo autore di zapping da divano, che è davvero possessore di un talento spirituale che deve imparare progressivamente a vivere in consapevolezza. Forse questo talento non viene capito ed aiutato dal rigido dogmatismo dei percorsi spirituali ufficiali, che sbandierano un inutile rigore solo per legittimare se stessi, che fraintendono e abdicano al loro primo e unico dovere di servizio per le anime e non per la gerarchia.; ma ciò non vuol dire che una scomoda domanda che non trovi una immediata risposta debba essere dimenticata.

Gli UU hanno un impianto e una duttilità tali che possono permettere ad ogni cercatore spirituale di trovare la propria strada, di partorire il proprio saggio, sempre che non si lascino prendere dalla tentazione, purtroppo piuttosto comune, di legittimare e incoraggiare qualunque astrusità o risoluzione venga in mente. La nostra giovane comunità deve ancora imparare bene quanto assenza di dogmatismo, duttilità e disponibilità non vogliano dire lassismo e accoglienza indiscriminata. Il nostro deve essere anch’esso un percorso che miri alla crescita spirituale dell’individuo, senza rendere il televoto sul divano una opzione credibile, nella ricerca di un consenso che poi, di fatto non arriva comunque.

Ma tra i doppi con cui l’uomo convive non c’è solo il saggio da non uccidere, c’è anche una bestia, una scimmia nella tradizione cabalistica. Ognuno di noi deve convivere con una parte caciarona, fancazzista e casinista, che, potendo ,manderebbe tutto a pallino. Non uccidere significa quindi non tentare di eliminare questa scimmia ma trovare con essa un rapporto equilibrato. Il saggio, il Cristo, non è colui che abbia ucciso la propria scimmia, tutt’altro. Saggio è chi abbia trovato con essa un rapporto pacifico e stabile e che sappia contenerne l’esuberanza all’interno di confini accettabili, tanto da non solo non impedire la crescita della consapevolezza spirituale, ma addirittura esserne motore, fornendo ad essa l’energia necessaria.

A volte sorrido pensando a quanti cessino di intraprendere un percorso spirituale chiamando subdolamente in causa la propria indegnità rispetto al Divino. L’indegnità diventa così una scusa di comodo, deresponsabilizzante, attraverso cui legittimare la propria cattiva volontà. Tutt’altro, se c’è qualcosa di davvero genuino che l’uomo possa offrire al Divino, è questa indegnità, questa imperfezione portata con coraggio e non legittimata, ma fieramente combattuta in ogni momento della nostra vicenda terrena.

Questo gli UU l’han capito da tempo.Si tratta dunque di cercare equilibrio tra queste due istanze. Non uccidere significa dunque nutrire e convivere con il saggio e la bestia, lasciandosi accompagnare nel percorso.

Torna l’idea profondamente cabalistica di pace come equilibrio, armonia tra esperienze contrapposte. Sembra facile, sembra ovvio, ma se ci pensate è la cosa più difficile. Risulta molto più semplice, più immediato e popolare educare agli estremi che non educare all’armonia tra gli opposti. Il discorso noi siamo tutti buoni e gli altri sono tutti cattivi è quello che permette alla mente di adagiarsi e di pensare poco, cosa che noi in fondo non vogliamo.

L’educazione a vivere in armonia esperienze intime che paiano contraddittorie è uno degli insegnamenti più alti reperibili in ciascuna Tradizione, ed è anche uno degli obiettivi più difficili da raggiungere, soprattutto se consideriamo che il sistema educativo di oggi non sembra avere questo come obiettivo primario.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di crescere spiritualmente in un contesto di costante equilibrio in cui possa trovare la sua intima pace in ogni momento del percorso

Nasè Adam

Amen
Rob

Mio padre era juventino

Es: 20: 12 Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà.

Cari Amici,

questo comandamento sembra oscillare tra l’ovvietà e l’assurdità. Iniziamo dalle cose ovvie: in una prospettiva come la nostra in cui io sono invitato ad amare il mio prossimo come tale, che senso ha specificare la parentela? In che modo l’onorare dovrebbe essere più dell’amare?

Inizierei col dire che il padre e la madre sono per ogni individuo la prima forma di società, una società in miniatura come direbbe Aristotele. Onorare il padre e la madre è dunque il primo passo per tutto il resto, se ci riesce questo, il resto viene da sé.  In più, il padre e la madre sono le persone di cui meglio conosciamo le debolezze, che spesso vediamo nei loro momenti più bassi, intimi e fragili, e a cui dobbiamo riconoscenza nonostante tutto, attraverso la focalizzazione dell’immagine profonda di amore autentico che riusciamo a intravedere nonostante, le rughe, le bassezze e le cavolate che la nascondano. Onorare vuol dire ricostruire l’esperienza di una persona profondamente autentica e degna nonostante gli scivoloni e le debolezze. Ma se mio padre fosse delinquente, o, come nel mio caso juventino sfegatato? Non sto affatto dicendo di misconoscerne gli errori, di mentire sulle debolezze e di far finta di niente. Sto dicendo che, per quanto delinquente possa essere, al genitore io sono debitore della vita e di tutte le possibilità che essa mi offre. Il nichilismo metafisico che pur mi affascina teoreticamente si è trasformato in un nichilismo di significati, in un  pressapochismo di approccio alla vita che è molto preoccupante.  L’escalation di patologie depressive dell’ultimo secolo è chiaro sintomo di come la capacità dell’uomo di trovare un senso alla propria esistenza stia pericolosamente regredendo. Nuovamente, l’esercizio di riuscire a recuperare dalle macerie della relazione biograficamente esperita, la  dignità e la gratitudine per la relazione genitoriale è il primo passo di questa ricerca di senso di cui abbiamo detto.

Una curiosità: qual è il fine di tutto questo? Qui c’è un dato interessante per un cristiano unitariano. Il testo ebraico dice chiaramente che l’oggetto del contendere è la terra promessa, Israele. E a noi? Che può importare a noi oggi la presenza in un Paese, che occhio e croce mai abiteremo? L’interpretazione letterale ci sta stretta, ma francamente anche l’interpretazione che vuole vedere nella terra il pianeta, l’esperienza di vita mi lascia un po’ freddo, la trovo un po’ troppo ovvia e omnicomprensiva.  Allora quale è la terra che ci viene data? Io credo che tutti noi abitiamo la terra promessa tutte le volte in cui riusciamo a trovare un giusto equilibrio tra la dimensione materiale e quella spirituale: in quel momento abitiamo l’esperienza di vita al massimo della nostra possibilità, nel modo in cui il Divino l’ha pensato.

Proseguendo su questa linea, la madre non è solo un essere biologico, ma nella cultura occidentale rappresenta anche la dimensione ricettiva, creativa, emotiva e fragile di un soggetto. Onorare la madre significa anche onorare la dimensione fragile e ricettiva della nostra esperienza di vita, non che la nostra eredita famigliare e culturale, fatta di qualche luce e molte ombre che col nostro agire dobbiamo sapere onorare rettificandola. Tutto questo è ben rappresentato dalla coppa del calice ardente nel simbolismo UU. Sempre proseguendo su questa linea, il padre rappresenta la nostra dimensione attiva, fatta di rispetto di regole ma anche di ideali da realizzare. Rispettare il padre vuol dunque dire onorare la nostra lotta quotidiana per essere persone migliori, senza darci per vinti, ammettendo e amando anche i nostri scivoloni e rialzandoci ogni volta, con ritrovata motivazione.

Ma come fare a trovare quotidianamente l’energia spirituale per andare oltre le noie quotidiane, la rabbia e gli insuccessi? E’ qui che deve intervenire la pratica spirituale quotidiana, Una buona pratica è quel time out dalla vita che vi permette di ricaricare le pile per avere costantemente la forza di impegnarvi in quel processo di trasformazione sottilmente implicato nell’invito ad onorare l’altro. Noi siamo piante spirituali in grado costantemente di filtrare le schifezze dell’esperienza sensibile per trasformarle in qualcosa dotato di senso e motivazione.  Prima di di essere agenti attivi spostando cose o intessendo relazioni con l’Altro, siamo agenti per la potenzialità costante che abbiamo di valutare, integrare, orientare e giudicare le nostre percezioni. Agire contrastando la schifezza del mondo non significa solo eliminare ciò che è sporco dal nostro animo, ma anche e direi soprattutto di fare attenzione a ciò che entra nel nostro campo percettivo. In questo, lungi da me contraddire il Maestro, è proprio per l’attenzione che pongo a ciò che esce dalla bocca dell’uomo che invito a controllare ciò che vi entra.

L’equilibrio orizzontale nelle prime relazioni sociali si traduce dunque in un equilibrio trasversale tra la mia dimensione ricettiva e quella propositiva e infine in quello verticale tra lo spirituale e il terreno.

C’è poi la questione del prolungati. Si potrebbe certamente dire che vivere nel modo che abbiamo descritto fa vivere meglio e che vivere meglio fa vivere più a lungo, ma non credo sia questo. Non credo personalmente che la dimensione spirituale misuri il tempo in senso cronologico. Se si vive male, vivere più a lungo è una condanna, non un dono.Credo sia più sensato pensare a come siano questi giorni. Infatti, nell’originale ebraico arak troviamo la presenza della alef, che, come sappiamo, è la silente manifestazione della presenza di Dio nel mondo. Ci dunque si comporta nel modo in cui abbiamo detto e resta il più possibile in quello stato di consapevolezza spirituale sopra citato, a prescindere dalla lunghezza cronologica dei giorni, vivrà un tempo più pieno, poiché avrà l’opportunità di sentire, più forte e più spesso, la presenza del Divino nel mondo.

Oggi mi sento di chiudere con la famosa frase di Lao Tze: il grande viaggio che inizia da un piccolo passo trova proprio nella relazione con i genitori una prima applicazione Occidentale. La qualità della relazione coi genitori, a prescindere dal loro essere sfortunatamente bianconeri, dice molto della nostra capacità di affrontare spiritualmente la nostra esperienza di vita.

 

Allora facciamolo quest’uomo, capace di filtrare le brutture quotidiane che riceve e di restituire quotidianamente amore e speranza.

 

Nasè Adam

 

Amen

Rob