Scienza e Fede

 

Cari amici,
E’ stato recentemente diffuso un terribile ragionamento che potrebbe costare caro in termini di vite umane e rispetto al quale riteniamo doveroso e urgente dissociarci a chiare lettere sia come Comunione che come singoli credenti. Il ragionamento è più o meno questo:

“La scienza da sola non basta, bisogna riaprire le chiese”

Quanti errori in una decina di Parole, ma del resto se la massima aspirazione di chi dovrebbe occuparsi di pastorale è quella di esporre reliquie e di incolpare i gay per la presenza del Covid, non c’è da stupirsi che la qualità teologica media dei sedicenti credenti sia questa. In un momento del genere anche la pastorale di ogni denominazione dovrebbe fare la sua parte, diffondendo speranza tra le coscienze ed infondendo serenità indipendentemente da logiche di parte o di razza e lontano da biechi tornaconti di carattere particolare. Evidentemente così non è e mi tocca fare opera pastorale per conto di terzi. Obbedisco.
Anzitutto non esiste, non è mai esistita, né mai potrà esistere alcuna antitesi. Scienza e fede sono due modi di leggere la medesima realtà con finalità diverse e complementari.
Che la scienza da sola non basti, può essere una grande ovvietà o una grande cavolata, a seconda di come si voglia leggerla. E’ assolutamente ovvio che la scienza da sola non basti: per dirla con Wittgenstein: quand’anche avessimo risposto a tutte le domande che la scienza si pone, i veri interrogativi dell’umana esistenza non verrebbero neppure scalfiti: non dobbiamo ridurre a scientismo il significato ultimo della vita, perché il significato di un sorriso, di un abbraccio e di uno sguardo non può essere riassunto in una formula, e lo capiamo ancor meglio ora che queste cose ci sono temporaneamente precluse. Però non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore opposto, dare alla fede compiti che non le sono propri. La fede non può servirci per salvarci da un virus, così come non può servirci per sopravvivere se cadiamo dal decimo piano di un palazzo in fiamme. Ogni contrapposizione, ogni bisticcio tra le due è privo di senso. Entrambe devono collaborare per far star meglio l’uomo, ciascuna per il suo ambito di competenza. La scienza deve imparare la lezione, facendo un bagno di umiltà e trovando una cura. La fede deve educare l’uomo al pensiero positivo, all’impegno solidale e alla speranza necessaria ai tempi in cui viviamo. Non può esistere situazione che non venga beneficata dall’azione equilibrata e temporanea di entrambe. Diverso è il discorso delle chiese, degli edifici di culto. La fede, quando è autentica non ha bisogno di mattoni, prova ne sia il fatto che uno dei paesaggi più frequenti, nell’Antico come nel Nuovo Testamento è il deserto. Dio e il popolo si sono incontrati nel deserto, Gesù si ritirava a pregare nel deserto. In entrambe le versioni della nostra Tradizione si ammonisce aspramente chi si affezioni tanto a un luogo a una cosa o a una reliquia tanto da confinarne la presenza del Divino solo in quel luogo. Il Divino è ovunque lo si cerchi con animo puro e disinteressato. Non c’è bisogno di alcun edificio di culto per trovarlo, ma solo della corretta disposizione del cuore, e ciascuno di noi dovrebbe approfittare del tempo di quarantena per cercarla, e auspicabilmente trovarla.
Ma perché allora si vogliono riaprire gli edifici di culto, col solo risultato che si metterebbero a rischio la vita di milioni di persone, nonché il piccolo ma significativo sforzo di ciascuno di noi che dopo un mese che ce ne stiamo tappati in casa e proprio quando iniziamo a vedere i primi spiragli flebili di via d’uscita, siamo costretti a sorbirci le quotidiane sparate a caso di demagoghi in crisi di popolarità? Una delle possibili risposte, che peraltro collega il deserto alla quarantena, è che disporci all’ascolto implica fare i conti con le macchie del proprio animo, che è attività scomoda, che tutti preferiamo non fare. Il deserto e la quarantena ci lasciano soli con le nostre ombre, con le cupe nubi che albergano in qualche anfratto dell’animo di ciascuno di noi.
Tuttavia, se proprio volete trovare il Divino, e se volete una esperienza che vi sia davvero utile in questo momento dovete dissipare quelle ombre e quei malumori attraverso una pratica costante e paziente, e allora sì che non solo troverete in voi la presenza di una Parola vivente, ma avrete anche guadagnato la giusta serenità che vi permetta di affrontare questo momento di sacrificio. Siamo infatti alla Domenica delle Palme, preludio di un momento di grande sacrificio, ma anche, auspicabilmente di una grande vittoria. Sacrifici si presenteranno ancora davanti a noi, e saranno simbolo di momenti duri in cui sole compagne possono esserci la certezza della fede e l’indomita ricerca della scienza. Momenti in che potranno essere meno duri se e solo se recuperiamo quella serenità d’animo che può contraddistinguerci, e quella capacità di collaborare che ci ha reso la specie più efficace in tutto il pianeta. Solo se sapremo agire uniti, senza ascoltare le sirene complottiste ed autolesioniste dei demagoghi di turno, potremo superare questo momento con il minimo possibile di sofferenza. Ma poi, per quelli di noi che ci saranno, arriverà un secondo momento, quello della ricostruzione ed allora sarà nostro compito, e solo nostro compito, quello di mostrare quanto abbiamo saputo far tesoro della lezione appena appresa, ripensando un sistema mondiale di prevenzione più efficace, delle forme di solidarietà diffusa per uscire tutti dal pantano, delle forme di governo che sappiano prendere il buono dal processo democratico, senza esaltarne gli aspetti più distruttivi e una classe dirigente che sappia fare della competenza un prerequisito e non vantarsi dell’ignoranza. Quanto agli aspetti più squisitamente spirituali, spererei che questo uso diffuso della tecnologia, di cui gli UU italiani sono stati indiscussi pionieri, anche da parte delle denominazioni mainstream, possa non disperdersi ed essere davvero un veicolo che permetta alla Parola spirituale di esserci compagna in ogni momento della nostra vita quotidiana.
Lavoriamo dunque per una società che sappia guardare la realtà da più punti di vista ed osservare una realtà complessa, senza volerla per forza semplificare

Facciamolo quest’uomo, capace di resistere a questo momento buio e di rialzarsi

Nasè Adam

Amen
Rob

 

Il Paesaggio Interiore

 In questi giorni in cui le regole per il contenimento dell’epidemia da Covid 19 impone a tutti rigide norme di distanziamento sociale, l’uscire per una corsa o una passeggiata è diventato estremamente difficile, nonché oggetto di acceso dibattito. Sui social è allora circolato l’invito riassumibile nello slogan “If you can’t go outside, go inside”, ovvero, di fronte all’impossibilità di andare fuori, perché non esplorare la nostra interiorità attraverso attività quali la meditazione, la lettura, l’introspezione, la preghiera o la contemplazione, certo favorite da un ritmo di vita meno frenetico del solito?

Mi è ritornata inevitabilmente alla mente un importante immagine taoista, quella del “paesaggio interiore”. Per il Taoismo, infatti, il corpo è un microcosmo abitato da innumerevoli volti del Divino. Tale microcosmo è rappresentato come una geografia interiore, alla cui sommità, tra gli occhi che rappresentano il Sole e la Luna, si situa la Stella Polare, simbolo supremo dell’Uno, e che si dipana poi in palazzi, case, montagne, vallate, grotte, ciascun luogo abitato da segni della presenza del Divino. Ma in ogni cultura spirituale e religiosa la geografia esteriore può rappresentare una metafora del viaggio spirituale che avviene nell’intimo della persona. Così è, ad esempio, nei Vangeli, dove la contrapposizione tra l’aspro Sud della Giudea e l’ameno Nord della Galilea è attraversata da Gesù come viatico di formazione e chiarificazione della propria predicazione.

Anche nella vita ordinaria in qualche modo attraversiamo il nostro paesaggio interiore, perché ciò che siamo dentro lo portiamo ovviamente con noi in ogni paesaggio che attraversiamo, ma la facciamo come seduti sul vagone veloce di una mente troppo presa dalla corsa del pensare e di un corpo troppo preso dalla corsa del fare. Allora perché non sfruttare questo momento in cui quella corsa è forzatamente rallentata per attraversare con più calma il paesaggio che abbiam dentro e riscoprirne la meraviglia o il mistero?

La realtà, però, è che nel farlo ci accorgiamo di come tutto questo sia tutt’altro che facile. Non lo è perché in realtà per molti c’è ancora molto da fare, responsabilità che ancora ci riguardano e che anzi richiedono modi nuovi per essere adempiute. Non lo è per la nostra disabitudine a concentrarci nella quiete. Non lo è perché ci sono i nostri limiti, i nostri errori, i nostri sensi di colpa che ancora ci disturbano. In qualche modo siamo come l’indaffarata e corrotta Gerusalemme, dimentica della presenza dello Spirito. C’è però un paesaggio che si staglia vicino alla città e sembra richiamarlo a quella quiete che è apertura alla presenza dello Spirito: il monte.

Di fronte alla mia casa si stagliano direttamente dalla valle, con un’imponenza ben più che proporzionale alla loro effettiva altezza, le cime dei Monti Lucretili, il cui nome è dovuto a Lucrezio, che da essi trasse inspirazione per il “De Rerum Natura”. Il solo guardarli uscendo da casa o sul balcone, come ho espresso in una mia canzone, rappresenta un richiamo alla ricerca di una vita autentica, mi rasserena, mi eleva e mi apre ad una comunione con l’alto. Chi non ha la fortuna di avere un tale correlativo oggettivo di fronte alla propria casa, nondimeno deve ritrovare la propria “montagna interiore”, figurarsi in uno stato d’animo in cui lentamente si abbandona la confusione che è la città che portiamo dentro, per incamminarsi nella quiete della natura e nella direzione del Cielo.

Ma zittire la confusione della città dei nostri pensieri occupati e delle nostre azioni indaffarate può non bastare. A volte questo silenzio è spoliazione che ci lascia nel disagio di una aridità, di un deserto in cui nulla appare, se non i fantasmi di ciò che siamo. E’ il nostro deserto della Giudea, in cui Gesù soggiorna per quaranta giorni. Forse è per timore di imbatterci in questo deserto interiore che riempiamo la vita di rumori, di cose da fare o a cui pensare, perché temiamo che guardarci dentro non ci ponga di fronte a ciò che immaginiamo di essere, ma al nessuno che temiamo da sempre di diventare. Forse potrà esservi di aiuto la mia piccola testimonianza di pastore: perché questo deserto mi si para di fronte ogni volta in cui, interrompendo la routine della mia indaffarata “vita confuciana”, mi accingo a cercare di offrirvi nel sermone degli spunti che vengano dal profondo di un’esperienza spirituale. Vorrei dirvi che sono un rigoroso asceta che compie ogni giorno i suoi esercizi spirituale all’alba e al vespro, ma così non è. Ogni volta venire fuori dalla nube confusa dei pensieri, del dover essere e del dover fare, è una fatica, che mi conduce spesso alla sensazione di un’aridità interiore, in cui sento di non avere più nulla da dirvi e da dire.

Per uscire da questo empasse, mi aggrappo ai segni che lo Spirito ha disseminato nella mia esistenza, nelle novità che mi pone di fronte come nelle tradizioni, nelle letture, nei momenti che ho sperimentato. Mi concentro su di esso come fossero luoghi in cui ho vissuto delle esperienze e a cui tornare con una memoria quasi auto-ipnotica, cercando un’immedesimazione tale da poter cogliere sensazioni e indizi, che magari avevo trascurato e che oggi possono avere un senso più profondo e compiuto. Scrivere un sermone è, dunque, per me già un esercizio di meditazione, in cui a mio modo attraverso i luoghi del mio paesaggio interiore.

Può darsi che voi abbiate un’altra strada, un vostro sentiero per raggiungere la montagna del vostro spirito. Qui percepiamo senz’altro di aver trovato il nostro centro, riacquisiamo quella pace che ci permette di riconquistare ciò che siamo, quella padronanza spirituale in cui sensibilità e ragione trovano finalmente un equilibrio fecondo nell’osservare il mondo nella sua “realtà completa”, per usare un termine taoista, in cui la sfera materiale e la sfera sociale sono finalmente illuminate dalla dimensione spirituale. E’ quella “cittadella interiore” di cui parla Marco Aurelio come realizzazione dell’intelligenza nel principio direttivo interiore che la guida.

Per molti il viaggio dovrebbe concludersi qui: non per il taoista, dalla cui immagine del paesaggio interiore siamo partiti. Il viaggio interiore del taoista è, infatti, un processo alchemico in cui le sfere divise dell’essere (concezione che non mancò di affascinare psicologi del profondo come Jung) si riuniscono per ricostituire sì l’unità della persona, ma anche la sua unità mistica con il Tao. Giunto alla sua “cittadella”, o, come dicono gli antichi testi taoisti, al Palazzo delle Luci, lo sguardo si rivolge alla luce dell’Uno, alla Stella Polare che rappresenta la mente luminosa che alberga dietro la nostra mente possessiva. Contemplando questa luce, il seguace della Via si trova trasportato, in un’esperienza sciamanica, nell’unione mistica con l’Uno, trascendendo i limiti della sua stessa esistenza corporale.

Era il 24 maggio 2004 quando ebbi modo di vivere questa esperienza meravigliosa e sconvolgente, ma oggi ho modo di rinnovare in me il ricordo anche di quel luogo estremo del mio paesaggio interiore nella pratica I Kuan Tao dei Tre Tesori, che certo mi aiutano a centrarmi sul me stesso più autentico, ma anche di sentire la comunione con quell’Uno che guida i passi del mio cammino.

Ma quest’ultimo, forse, è un luogo che appartiene solo al mio di viaggio, perché legato alla specificità della mia fede e delle mie esperienze. Perciò è qui che mi fermerò in questo itinerario, sorelle e fratelli miei. Qui mi siederò per ascoltare il racconto del vostro paesaggio interiore.

Nella Via verso l’Uno

Alessandro

I 7 Principi ai tempi del virus

Cari amici,

Mi sono chiesto: in che modo i 7 principi possono farci da guida in un momento come questo? Come possono aiutarci a leggere ciò che accade? Che futuro ci prospettano. Analizziamo dunque l’impatto di alcuni di essi, secondo la mia opinione. Durante la comunione dei fiori potremo approfondire il discorso insieme.

I – Il valore e la dignità intrinseca di ogni persona

Credo che la prima buona notizia sia che il mondo si sia fermato, accettando un danno senza precedenti, per salvare il maggior numero di vite possibile. Fino a non molto tempo fa sarebbe stato il contrario, questo dobbiamo riconoscerlo ed apprezzarlo, ma questo non basta: corriamo il rischio concreto di dover mettere i medici in condizione di scegliere chi curare: questa è una eventualità che dobbiamo impegnarci tutti a scongiurare, educando alla prevenzione per quanto possibile e facendo donazioni per quanto possibile

II – La giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani

E’ una sfida che senza compassione, senza solidarietà, senza un fare squadra perdiamo

III – L’accettazione reciproca ed l’incoraggiamento alla crescita spirituale nelle nostre congregazioni

Vi ho detto di quanto noi UU italiani possiamo insegnare al mondo spirituale, unitariano e non, sull’essere Chiesa, sull’essere gruppo in un’era digitale, sul fatto che si possa essere insieme, pregare insieme essere uniti, anche senza mettere a repentaglio la vita dei fedeli. E il modello del saluto serale, che abbiamo sperimentato da poco, si sta, per fortuna, affermando anche altrove.

IV – La libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita

Cosa significa vivere in un momento in cui il nostro naturale diritto alla socialità ci viene negato? In un momento in cui, senza un vero campanello d’allarme preventivo, la nostra vita e/o quella dei nostri cari può essere messa in pericolo? La spiritualità può aiutarci a dar significato a questo tempo di angosciante attesa, offrendoci prospettive e sensi nuovi per guardare la realtà, una opportunità di fare emergere e curare le ferite che il tempo e la consuetudine ha causato, di lenire la legittima paura che tutti abbiamo Occorre che la stesa razionalità che abbiamo nei secoli usato contro dogmatici e baciapile, ora impariamo anche a utilizzarla contro quanti, in nome di un discutibile concetto di libertà, insegnano cattivi comportamenti, che possono mettere a repentaglio la vita di molte persone; occorre che ci impegniamo ad insegnare ai più ad un uso virtuoso dei social e ad una verifica più critica delle fonti, in modo che dal nostro impegno nasca una decisa affermazione della verità, rispetto alle fandonie, spacciate troppo spesso per libertà di opinione, che troppo spesso inducono persone ignare in errore. Occorre che lottiamo per dare nuova linfa e nuovo valore al concetto di competenza, che da troppi anni è caduto in disuso e della cui palese assenza oggi paghiamo conseguenze a livello mondiale

V – Il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico nelle nostre congregazioni e nella società in generale

Interessante anche il tema della democrazia, che ha dovuto subire qualche colpo data la situazione contingente. Una delle patologie al processo democratico è il suo carattere lungo e frammentato che la rende difficilmente adeguata a rispondere efficacemente a minacce importanti e urgenti. Occorre ripensare il processo, sempre su base democratica, in modo che sappia, quando serve, agire ad una sola voce.

VI – L’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti

Quanto ci stiamo dimostrando comunità globale? Beh, ci siamo mossi e ragioniamo in ordine sparso: cinesi, italiani inglesi, ma anche lombardi, romani, piemontesi, qui una cosa di là un’altra. Il virus ci ha trovato scoordinati e impreparati. Medici e istituzioni senza una linea comune, chi banalizza(va), chi prefigura scenari non certo rosei.  E’ mancato e manca un piano globale per la gestione delle emergenze, un fondo economico preventivo sostenuto da tutti gli stati, un protocollo d’azione congiunta, e una dotazione minima per le emergenze, pronta prima e non durante il caos. Un piano medico di intervento coordinato in cui tutti i Paesi insieme e contemporaneamente trovino una soluzione, lontano da logiche che poco c’entrano con l’emergenza Utopia? Qui mi inalbero molto. E’ più utopico quello, o è più improbabile pensare che il mondo intero sia chiuso in casa? E’ più logico costruire qualcosa per la salute, sul modello di ciò che già si fa per la guerra o chiedere al mondo intero di snaturare per mesi l’intrinseca socialità dell’essere umano?

VII – Il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte

Ma ci sono anche degli aspetti positivi: stiamo cominciando, tardi e piano quanto volete, a ragionare da squadra in un unico Regno la Terra, molti di quelli che hanno di più stanno donando a favore di quelli che hanno di meno, alcuni farmaci vengono offerti gratuitamente, aiuti arrivano da tutto il mondo, c’è una rete mondiale che, seppur non molto coordinata, e sebbene non manchi qualche testa di quiz, si sta creando e sta trepitando per trovare insieme una soluzione

 

In generale dunque i Principi, come sempre, nella interpretazione che noi italiani dobbiamo al Falasca, più che indicarci dei dati di fatto, ci propongono delle sfide e le sfide sono chiare: imparare a ragionare come specie e non come singoli, avere degli organismi mondiali che possano far sentire in maniera forte e agevole la propria presenza in ogni parte del mondo, avere dei protocolli di intervento chiari coerenti e facilmente applicabili, superare, attraverso il principio d’Amore, gli egoismi degli uomini piccoli che urlavano prima questi o prima quelli, poichè, di fronte a un virus, non ci sono nazionalismi che tengano

 

Insomma, non tutto il male è venuto per nuocere, ci ha anche indicato una strada chiara e precisa da seguire

Facciamolo quest’uomo, in grado di seguirla e di far fare un salto di qualità, nuovo e imminente, alla nuova umanità

Nasè Adam

Amen

Rob