Non abbiate paura di sognare

Mt 1:18 OR la nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, essendo stata sposata a Giuseppe, avanti che fossero venuti a stare insieme, si trovò gravida in grembo per virtù dello Spirito Santo. 19 E Giuseppe, suo marito, essendo uomo giusto, e non volendola pubblicamente infamare, voleva occultamente lasciarla.20 Ma, avendo queste cose nell’animo, ecco, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di ricever Maria, tua moglie; perchè, ciò che in essa è generato è dallo Spirito Santo. 21 Ed ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù; perchè egli salverà il suo popolo dai loro peccati. 22 Or tutto ciò avvenne, affinchè si adempiesse quello ch’era stato detto dal SIGNORE, per mezzo del profeta, dicendo: 23 Ecco, la giovane sarà gravida, e partorirà un figlio, il qual sarà chiamato Emmanuele; (Is 7:14il che, interpretato, vuol dire: Dio con noi. 24 E Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli avea comandato, e ricevette la sua moglie.

 

Cari amici,
perchè il sogno? Fin dall’antichità il sogno è sempre stato uno dei luoghi privilegiati di incontro con il divino. Fin dall’antichità nei templi si induceva il sogno del supplice, fidando nel fatto che la Divinità avrebbe rivelato elementi molto utili per la guarigione dello stesso. Perchè? La moderna neurofisiologia ci viene in aiuto in questo, sostenendo due cose molto legate l’un l’altra: a) da un lato infatti l’essere umano percepisce molto di più di quanto comprende: gli elementi della realtà che viviamo sono molto maggiori di quanti ne riusciamo a razionalizzare (razionalizzare ha infatti un costo in termini di energia mentale molto elevato, e lo dobbiamo usare con parsimonia; dall’altro il sogno è una delle esperienze (così come la meditazione, la preghiera, e alcune esperienze delle tradizioni mistiche che prevedano l’assunzione di sostanze (vedi il vino della Bibbia ad esempio) che permette di processare informazioni senza per forza razionalizzarle (pensate a quante volte vi siate disposti a raccontare un sogno e a come sia stato difficile rendere alcuni aspetti di esso che, seppur molto vividi nella vostra memoria, erano del tutto impossibili da verbalizzare).

Su questa scia, pensate ai primi comandamenti: pensate al fatto che il Principale non possa essere detto o rappresentato; essa non è un curioso vezzo del Divino o di qualche saggio burlone, e non è nemmeno un trucco cattivo che dimostri l’inesistenza della Trascendenza, come pensa qualche ateo superficialotto. Dio non può essere detto nè rappresentato perchè il dire e il rappresentare implicano una nostra razionalizzazione, e per definizione l’intima essenza di Dio eccede la nostra capacità di razionalizzare Quando dunque vi invito alla preghiera e alla meditazione, quando vi invito a esperienze di ascolto, silenzio e deserto, non lo faccio solo per rompere le scatole, ma anche perchè sono ben conscio, che, se il compito di queste righe è accompagnarvi alla ricerca del Divino, essa può avvenire solo quando la Ragione tace (alogia), pur senza dormire (dogmatismo) L’ansia dogmatica di far diventare lo Spirito Santo un indomito stallone, che è rispettabile e che non discuto, ci fa quindi perdere di vista il profondo valore sapienziale di questo passo, che in poche parole collega 1) la paura di fronte alla crescita spirituale (Giuseppe in ebraico significa: colui che Dio fa crescere) il nutrimento offerto dalla dottrina divina (una delle etimologie di Maria) e 3) l’azione dello Spirito Santo. Noi siamo infatti venuti al mondo per fare esperienza della crescita spirituale, siamo tutti Giuseppe in un certo senso. E tutti abbiamo paura della crescita spirituale, perchè ci destabilizza, ci mostra nella nostra precarietà e finitezza. Abbiamo paura in special modo che la dottrina con la quale ci viene chiesto di affrontare la realtà, Maria, non sia adeguata rispetto alla complessità alla magmaticità della realtà stessa: ci sembra una “goccia nel mare” (altro significato di Maria), una goccia chiara in un mare scuro ed impetuoso. Ma è proprio questa l’esperienza limite che distingue i credenti: è proprio in questa situazione paradossale che a chi crede viene chiesto di ricordarsi che ciò che accade è commisurato alla nostra capacità di risposta ad opera dello Spirito Santo. Non si tratta, badate bene, di credere che ogni cosa possa andare per il meglio, così non è e così non può essere. Si tratta però di sforzarci di applicare una trasmutazione di valori e giudicare ciò che accade non tanto dall’esito mondano, di cui spesso non siamo nemmeno totalmente padroni, quanto piuttosto dalla nostra capacità di leggere al di sotto degli eventi l’intervento dello spirito, di rispondere spiritualmente alla sua chiamata nella buona e nella cattiva sorte e di vivere di usare ogni esperienza come possibilità di apprendimento spirituale, buona o brutta che sia.
Questo significato del passo, penso sia molto più urgente all’uomo moderno, del narrare le scorribande amorose con cui si è tentato di grecizzare il Dio ebraico, conferendogli un carattere noto ai gentili presso cui la dottrina venne proposta, quello delle ripetute vicende amorose dello Zeus greco.

Come ci ricorda infatti il Maestro nella parabola del buon Pastore, il nostro ruolo di credenti è quello di cercare tracce e di discernere e avvalorare la giusta voce. E’ dunque possibile, che LUI risponda, che noi quella voce la sentiamo, tra mille altre, ma non siamo disposti a tenerla in considerazione, perchè ce ne sono mille altre più convenienti da ascoltare. Senza scomodare signori del male e eterna corruzione del genere umano, basta ammettere che la nostra ragione, essendo pigra e volendo risparmiare energie, ci offre sempre una scappatoia per non sentire, per derubricare quella che invece è, o sarebbe stata, la voce giusta. Pensate alla scelta che avrebbe potuto compiere Giuseppe. Antefatto: io sono talmente debole da conoscere la donna che amo anche prima del tempo consentito, però, per un cavillo di legge, mi è concesso di ripudiare la donna e il bambino, facendo ricadere la colpa di una debolezza, che è stata anche la mia, solo sulla donna. La ragione attraverso il cavillo ci offre una voce forte,plausibile ed efficace, ed il Principale ce ne offre un’altra debole, assurda e un po’ masochista. Quale delle due voci ascoltare è compito nostro. Spesso dunque, non è Lui che non risponda, siamo noi che non abbiamo il coraggio di ascoltare quella risposta.
Sarebbe infatti un atto di intollerabile miopia non vedere come la scelta di Giuseppe sia stato un atto di libertá nel duplice senso kantiano del termine: libertá da e libèrtá di, libertá positiva e negativa. Accogliere Maria ha infatti un senso in relazione al liberarsi delle convenzioni sociali, compiendo una scelta d amore e sposando una donna che é stata amata sin da giovanissima ed é rimasta incinta. Accogliere quel bambino significa fregarsene delle malelingue e della reputazione.
Ma in fondo accoglierlo significa anche un atto di libertà positiva, orientata all’amore assoluto, che richiede continua energia, forza e coraggio, è un atto di carità totale, uno spendersi per l’altro pieno e gratuito.
Qualche anno più tardi il Maestro dirà che condizione per seguirlo è lasciare tutto. Giuseppe, con questo atto d’amore, si è guadagnato i galloni di primo seguace della neonata via cristiana.
La libertà cristiana è alla base della responsabilità individuale ed è profondamente legata alla capacità di una scelta che deve essere rinnovata ogni ora, ogni giorno. La vicenda di Gesù inizia in una mangiatoia ma non si esaurisce in essa. Così come il compito di un Padre non finisce ma inizia in sala parto, il compito di noi credenti non si esaurisce in un tempo definito ma ci accompagna ogni giorno. Provate a pensare se aveste un bambino da accudire, provate a riscoprirvi genitori ogni giorno, e pensate alle acrobazie che come genitori fareste per mettere questo bambino nelle condizioni di vivere al meglio possibile. Ecco. Ora pensate alla vostra pratica spirituale come a quel bambino, e chiedetevi come mai, mediamente, non siate altrettanto disposti a sacrifici ed acrobazie per lasciare quel bambino nelle condizioni migliori possibili.Quanti sedicenti cristiani oggi si possono davvero dir tali non in ragione di una etichetta o di un flatus vocis, ma di un effettivo atto di volontà di mettere la dottrina di Cristo al centro della propria vita?
Infine pensiamo a quanto la nostra libertà personale impatti sulla libertà altrui, ricordando il nostro settimo principio sull’interconnessione di ogni essere vivente, e di quanto la scelta di Giuseppe abbia avuto un impatto su Gesù, Maria e, in fondo, ciascuno di noi cristiani

Allora disponiamoci ad accogliere anche noi questo bambino e ad accudirlo e a farlo crescere in un ambiente spiritualmente degno.

Nasè Adam
Amen
Rob

E’ ora di comportarci da persone spiritualmente adulte

Gv 1:12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio[…] Che Dio c’è, Yossl lo prova con una forza nuova, sotto un cielo vuoto…Perché se l’uomo esiste nella sua assoluta solitudine è per sentire sulle proprie spalle tutte le responsabilità di Dio.Sulla strada che porta al Dio unico c’è una stazione senza Dio…Il vero monoteismo ha il dovere di rispondere alle esigenze dell’ateismo. Un Dio per adulti si manifesta appunto con il vuoto del cielo infantile… Momento nel quale Dio si ritira dal mondo e nasconde il volto..Egli ha consegnato gli uomini ai loro istinti selvaggi…Dio che nasconde il volto… è l’ora in cui il giusto non trova alcuna risorsa esterna, in cui nessuna istituzione lo protegge, in cui vien meno anche la consolazione della presenza divina nel sentimento religioso infantile, in cui l’individuo non può trionfare se non nella propria coscienza. [Levinas, Amare la Torah più di Dio, in: Difficile Libertà (1963)]

Cari amici,

Il sermone che ho pensato questa settimana si basa su almeno tre nuclei concettuali distinti che proverò a mettere in relazione: l’Avvento (non solo di un uomo, ma anche e soprattutto di una dottrina di consapevolezza), una scelta data all’uomo tra la condivisione di alcune responsabilità e l’abbandono all’istinto e il raggiungimento di una relazione adulta con la spiritualità e col Divino.Iniziamo dal primo punto: cos’è che “avviene” esattamente nell’Avvento? La Tradizione cristiana, ha voluto posteriormente legare questo momento importante dell’anno alla nascita di Gesù, selezionando racconti edificanti sulla sua nascita, ma se perdessimo l’antico significato di questo avvento, perderemmo molto, forse troppo. L’Avvento è il momento dell’anno in cui, appena dopo il Solstizio di inverno, la Luce torna finalmente a vincere sulle tenebre, qualcosa e qualcuno rinascono, un bambino, una intera vita di possibilità davanti, una dottrina spirituale che guida ad orientare lo sguardo verso l’Altro/Oltre, trascendendo il dato per incastonarlo in una prospettiva di crescita in consapevolezza e responsabilità. Ma, in fondo, ad essere consapevoli che il la Luce del Principale vinca le tenebre del Caos e le ricomprenda in un tutto armonico, lo eravamo anche prima, nell’esperienza premondana che la nostra anima ha fatto. Ciò che caratterizza il nostro vivere, non è tanto il sapere che questa vittoria è possibile, ma il reclamare una parte in questo processo, come un giocatore della panchina che veda per la sua squadra una possibile vittoria e reclami un ruolo nella partita. Ma questo implica 2 cose, le stesse che sono a fondamento dell’esperienza mondana stessa, una scelta continua orientata all’Origine e la responsabilità di avere un ruolo attivo e concreto. Responsabilità significa sopportare un peso, essere credenti significa volere questo peso perchè si è capito quale debba essere il proprio ruolo nella ricostituzione armonica della realtà originaria che i cristiani chiamano Regno. Molti hanno verso il credere un atteggiamento che Platone definirebbe “culinario” : credo cio che “mi piace”, ” mi gratifica”, non rendendosi conto di quanto questo atteggiamento abbia al centro il proprio egoismo e non una volontà di responsabilità e servizio. Accadde che la prima volta che lessi il saggio di Levinas da cui ho tratto la lettura, Amare la Torah più di Dio, ( è un saggio corto, bello e facilmente reperibile, se potete leggetelo) io avessi 20 anni, e fossi convinto che riguardasse un’aspra critica di quanti fosse così bigotti e feticisti di un testo o di una pratica da perdere di vista la visione di insieme, ed in effetti nelle prime pagine di questo si tratta, poi però mi accadde di scoprire che Levinas fosse schierato anche contro un’altra categoria di persone, situata all’estremo opposto: quanti si trincerino dietro i gonnelloni di Dio Padre e della sua misericordia, dimostrandosi allergici ad ogni regola e ad ogni responsabilità. Si può pensare che, mentre per educare i primi, il Principale li metta di fronte all’esperienza di ciò che sia oltre la regola, di persone che abbiano altre regole, dei diversi di ogni sorta, per educare questi ultimi Dio si nasconda, lasci il credente da solo di fronte ai propri sentimenti e al mondo e gli chieda di comportarsi da adulto, dandosi delle regole. il bambino diventa dunque adulto quando non inizia a non fare ciò che fa perchè gliel ha detto il Babbo, ma perchè ci creda fermamente, indipendentemente dalla presenza o dalla assenza del Babbo (Principale). Come ci ricorda magistralmente Levinas in una revisione dell’imperativo morale kantiano: la strada adulta verso Dio passa per una stazione atea, in cui noi dimostriamo di sapere essere degni credenti, responsabili di noi stessi e della casa, a prescindere dalla presenza o meno del Padrone di casa. In un rapporto adulto con Dio l’esistenza di Dio non deve essere necessaria per l’uomo, ma deve essere fondata su una scelta volontaria orientata ad una relazione tra adulti. Dobbiamo dunque poter dimostrare al Padre che Egli potrebbe anche andarsene per mesi o per anni ma che al suo ritorno troverebbe comunque noi stessi in buona salute e la casa in ordine, perchè noi stessi nel frattempo abbiam saputo comportarci come si deve, Ci sono due elementi che vorrei esplicitare, poi magari ne discutiamo insieme. Il primo è che sbaglieremmo a pensare che si tratti solo di un fatto etico: si tratta della consapevolezza metafisica del fine dell’esperienza di vita e del ruolo che noi esseri umani possiamo avere in essa se ci disponiamo liberamente alla scelta più difficile (la difficile libertà del saggio di Levinas) ossia quella di orientare il dato reale verso una pacifica consapevole e autentica consapevolezza spirituale. Per far questo però, e siamo al secondo punto, dobbiamo dimostrare di saper controllare, anche in assenza del Babbo, i nostri istinti selvaggi, trovando un nostro modo di trasformare continuamente il caos nell’ordine. Quello che vediamo periodicamente, invece, oggi come 70 anni fa, è che l’uomo, non appena il Babbo giri l’angolo, la butta in caciara, lasciandosi dominare dagli istinti più bassi, e facendo di disordine e sporcizia.Come uscirne? Tutto dipende da una scelta come ci ricorda il Vangelo, e dalla volontà di educarci e disciplinarci ad essa, facendo di una noiosa legge spirituale esteriore, qualcosa che rappresenti davvero noi stessi e la nostra visione del mondo. Non importa che la nostra scelta abbia il cappello cristiano o musulmano, buddista o altro, importa che ci aiuti ad essere un credente spiritualmente adulto, che sappia dominare se stesso e tenere la casa in ordine, snche in assenza di presenze deresponsabilizzanti o dell’oppio dogmatico. Questo significa essere credenti nel mondo di oggi, ed è l’avvento di questa consapevolezza la luce che vince sulle tenebre ed un bambino che nasca in un contesto che lo renda capace di scegliere ciò che lo renda spiritualmente consapevole e degno.

Dimostriamoci degni della scelta che diciamo di voler fare e teniamo la nostra persona e la casa in ordine a prescindere dalle sgridate del Babbo.

Almeno proviamoci

Amen

Rev Rob

Dal bere un singolo bicchiere al coltivare la vite

Mt 20:1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale uscì di mattino presto per assumere dei lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito di nuovo verso l’ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: “Andate anche voi nella vigna e vi darò quello che è giusto”. Ed essi andarono. 5 Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. 6 Uscito verso l’undicesima, ne trovò degli altri che se ne stavano là e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?” 7 Essi gli dissero: “Perché nessuno ci ha assunti”. Egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. 8 Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi”. 9 Allora vennero quelli dell’undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. 10 Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch’essi un denaro per ciascuno. 11 Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: 12 “Questi ultimi hanno fatto un’ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo”. 13 Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te

Cari amici,
E’ curioso, se ci pensate, il ministero pubblico di Gesù inizia con la trasformazione di acqua in vino a Cana e finisce, almeno secondo il lezionario cristiano unitariano, visto che da domenica prossima resetteremo tutto e incominceremo a parlar d’Avvento, con l’invito a lavorare la vigna. E’ un cerchio che si chiude di cui vorrei dire due parole. Anzitutto dobbiamo dire qualcosa sull’agente: il Vangelo è un manuale di formazione della coscienza del buon credente e come tutti i Manuali prevede una prima fase in cui il Maestro mostra al discepolo come fare il compito, e quale debba essere il risultato (Cana), e una seconda fase in cui il discepolo viene invitato ad agire autonomamente lavorando la vigna. Perchè dunque il vino è cosi importante? Per la sua capacità, simbolica ovviamente, di permettere alla coscienza di trascendere la realtà, liberandosi dalla prigionia egoica e di accedere ad un piano ulteriore, in cui non contino SOLO logica e probabilità, ma anche volontà desideri e motivazione nel credere nell’intrinseco potere trasformativo della realtà e di agire in favore di esso. Senza questa volontà di aprirsi all’esperienza trascendente, senza la capacità di farlo, l’intero Vangelo non avrebbe senso.Quindi è ovvio che il Maestro prima indichi l’obiettivo del corso (il vino a Cana) e poi concluda con l’esame finale per testare quanto i discepoli abbiano imparato (lavorare la vigna).Ovviamente prodotto e processo rimandano all’Esperienza Spirituale Ottimale che è propria e unica per ciascuno di noi. L’obiettivo non è il vino in sè, lo dice un mezzo astemio. ma capire quale tipo di esperienza possa rappresentare una apertura verso la Trascendenza in questa fase della nostra vita, e come ci disponiamo ad accedervi: la tradizione UU individua con Grigg almeno 5 infatti accessi alla trascendenza (la promozione del valore del genere umano, la difesa della natura, l’espressione artistica, la promozione dell’equità sociale e l’apertura verso il Mistero dell’Origine Trascendente) attraverso lo studio, la preghiera, la meditazione e l’impegno congregazionale e sociale.
Questa parabola ci invita a parlare di un problema notevole, la presunta, ma voglio dir palese, ingiustizia divina. Quante volte vediamo gente meritevole vivere vite miserevoli, e grandissime teste di quiz ottenere enorme successo? Quante volte vediamo persone di talento morire giovani e rimasugli sociali moralmente abietti invece vivere e prosperare sull’onda di una fortuna inspiegabile? La parabola ce ne offre una interessantissima spiegazione. Iniziamo col dire che il fine del buon cristiano non è avere successo in questa vita; in questo, personalmente, sono decisamente lontano dal Calvinismo. Che il successo non sia un fine, intendiamoci, non vuol dire che uno debba per forza vivere da straccione, vuol dire che non è un dato rilevante nell’analisi spirituale di una situazione. Unitarianamente la ricompensa di una vita eterna l’abbiamo tutti, vivere non serve a questo. La possibilità che riceviamo, non sta nel successo terreno o ultraterreno, ma nella capacità di agire autonomamente, di scegliere autonomamente e quindi di scegliere spiritualmente, Quindi l’obiettivo di tutti resta sempre e comunque lo stesso, come posso rispondere alle sollecitazioni del quotidiano da buon credente, cosa mi sta insegnando oggi la vita in termini di consapevolezza? Nel momento in cui davvero riuscissimo ad agire cristianamente, le differenze individuali e sociali tenderebbero a zero, e si potrebbe davvero vivere in un regno di pace e di giustizia per tutti. Questa parabola fa il paio al dato della confusione delle lingue. Il Principale confuse le lingue affinchè non fosse scontato per l’uomo collaborare, ma necessitasse di consapevolezza e impegno nel tenere a freno i propri istinti. Questo dovremmo imparare: a non lamentarci delle differenze e/o a soffiare benzina sul fuoco di esse, ma impegnarci per annullare le condizioni di dolore ed indigenza dell’umanità tutta, ricomponendo le differenze in un tutto armonico che permetta loro di essere vissute come un valore che arricchisce e non come un ostacolo che limita.
Altro aspetto importante è quello del tempo di lavoro. Lavorare nella vigna significa trasformare costantemente un irriducibile elemento che il sistema percettivo umano reputa casuale o caotico, in qualcosa di ordinato secondo un sistema di valori spirituali, etici e caritatevoli. L’elemento casuale e caotico è stato lasciato volontariamente dal Principale nel suo volontario ritirarsi, facendo un passo di lato, (l’ebraico tzimtzum, la confusione post Babele) ha lasciato all’uomo una parte di realtà da rettificare, da trasformare secondo valori spirituali (il concetto di apocatastasi che ritroviamo negli Atti, il Re-enchant dello UU Grigg)
Ma analizziamo ancora il concetto delle ore, perchè qualcuno deve lavorare più tempo ed altri meno? Non è un concetto profondamente ingiusto? Ne siete sicuri? Io non credo. E la mia paradossale argomentazione si basa sull’idea che prima di dare giudizi vadano identificati i lavoratori. Chi è che lavora di più? Chi lavora di meno? La mia risposta è semplice, non è diacronica ma sincronica. Siamo tutti, a turno, che dobbiamo lavorare una volta di più e una di meno, a seconda dei giorni e delle situazioni. In fondo la parabola ci offre lo spaccato di una singola giornata, come ci invita a considerare il primo verso della parabola, e di un singolo lavoro. Nulla ci dice della giornata e del lavoro successivo, in cui potrebbe anche essere che la situazione si ribalti.
Buttiamola sul calcistico: ammettiamo che una squadra vinca e risulti che il terzino sinistro abbia corso più di tutti, In una squadra che funzioni, la Regno Football Club, quel terzino sarà felicissimo e si bullerà con gli amici di aver dato un contributo fondamentale in quella partita, ma sarà altrettanto ovvio che nella partita successiva, se non fosse qualcun altro a correre tanto, la squadra non vincerebbe. Fuor di metafora: ci saranno giorni e situazioni in cui sarò io a dovermi impegnare di più per mettere in campo un comportamento cristiano individuale e collettivo (Regno) e giorni e situazioni in cui lavorerò meno grazie all’impegno dei miei compagni di squadra (confratelli)
Siamo dunque a fine anno: chiediamoci, e parliamone stasera, se quest’anno di lavoro nella vigna della nostra esperienza di vita, sia stato proficuo, in che modo, e, come tutti gli studenti dopo un compito in classe, confrontiamo i risultati.

Allora impariamo a coltivarla questa vigna e auguriamoci tutti insieme di fare del buon vino
Amen
Rob