Ecce Homo – Il coraggio di essere fragili

Cari Amici,

Questo comandamento ci comunica alcuni concetti piuttosto interessanti. In primis, è evidente che lo Shabbat non sia inteso come un giorno della settimana quanto come un momento dello spirito, dunque è irrilevante che si tratti di sabato piuttosto che di un qualsiasi altro giorno della settimana. Ai Cristiani, per esempio, la scelta della domenica quale giorno per la preghiera serviva proprio per distinguersi in qualche modo dal mondo ebraico. Tuttavia, il fatto che quel particolare giorno possa non essere sabato ha aperto  una frattura ‘pratica’: concedendo all’uomo una flessibilità adulta e non dogmatica, gli si cede la responsabilità di scelta e alla fine quel giorno che può non essere un Sabato diviene un “mai”. Dovendo ritagliare un momento per la spiritualità, alla fine si rischio di procrastinare continuamente.Il perché di questo continuo rimandare l’idea di dedicare un po’ di spazio al Principale e al proprio lato spirituale, è dato dal fatto che ‘santificare’ significhi proprio ‘ritagliare’, creare uno spazio isolato, privilegiato rispetto al resto del mondo, e del resto ‘santo’ è proprio colui che vive un’esperienza ‘altra’ rispetto a quella comune.
Perché abbiamo difficoltà a fare questo? Proprio il verbo con cui inizia il comandamento che ce lo sottolinea: “ricordare”, che rimanda a tutta la nostra fragilità creaturale, è un ricordo dell’Eden post peccato, è un ricordo del deserto, è un ricordo della solitudine della passione, in una parola  della nostra fragilità di creature, che ci spiazza, che ci fa male. Per cui piuttosto che santificare il Sabato, faremmo qualunque cosa ci vengono in mente un sacco di faccende urgenti che dobbiamo fare: prendersi cura dei figli, i parenti a cena, la partita, qualunque attività… Antropologicamente abbiamo un’assoluta difficoltà a pensare in maniera verticale. La verticalità ci fornisce una vertigine, un senso d’inadeguatezza, di disagio che ci fa preferire rimanere sul piano orizzontale, anche perché – come abbiamo visto la scorsa volta – noi abbiamo difficoltà a trovare la giusta dimensione di un rapporto adulto con il Principale, nel senso che riusciamo a essere sudditi e riusciamo pure a fregarcene, ma non riusciamo invece a trovare una giusta via di mezzo. Una dimensione cioè che da adulti ci metta in relazione con l’Altro, il Principale, in una maniera che non può comunque prescindere da una certa dose di responsabilità anche da parte nostra. Ci relazioniamo a un nostro Superiore, ma con un nostro background, una nostra credibilità, una nostra responsabilità: tutte cose che per la verità sentiamo di non avere, e questa consapevolezza ci disturba profondamente al punto di tendere a evitare. In più queste sono esperienze di di ascolto di quella parte scomoda del sé, dell’altro, della Natura, della vita. Molto spesso tutto questo vuol dire ascoltare cose che noi non vogliamo affatto – o non siamo in grado di – comprendere.Questo ci mette dinanzi a situazioni scomode che preferiamo evitare.

Tutto accade soprattutto perché in questa dimensione del Sabato noi dobbiamo ‘affidarci’, perché in teoria non possiamo lavorare, né manifestare un controllo sulla Natura di qualunque tipo: questo concetto si è un po’ perso nella parte Cristiana e francamente recuperarlo è un po’ complicato, ma quello che interessa qui è che tale dimensione non può prescindere dal fatto che noi facciamo esperienza di affidarci a qualcuno, alla Natura, alla vita, al caso e questo ci fa sentire ancora fragili. Ci invita a trovare un rapporto con la nostra fragilità che non sia dettato dal dogma, dal dominio o dal controllo, ma che sia un’accettazione di un equilibrio in cui una parte di noi stessi è fragile e ha ragione di esserlo. Di più: ha diritto di esserlo.

Quindi, proseguendo nell’analizzare questo comandamento, proprio per questo aspetto di connaturata fragilità in senso antropologico, tutte le differenze di status sociale, geografico, di genere vengono annullate perché tutti, dal più ricco al più povero, dal più bianco al più nero, davvero tutti noi possiamo – dobbiamo, anzi – fare esperienza di questa fragilità, e trovare attraverso essa un senso di equilibrio.
Per motivi che non spiegherò in questa sede, ‘pace’ nella lingua ebraica implica un’idea di equilibrio, dunque noi non potremo mai trovare pace con noi stessi se non troviamo un equilibrio. Per cui la festa, il Sabato, è indubbiamente un giorno di pace proprio perché è un giorno nel quale noi cerchiamo un equilibrio tra la parte di controllo e la parte di fiducia, di affidamento a Dio. Nel momento in cui vediamo questo livellamento, noi vediamo – nel senso etimologico di “avere davanti agli occhi”- la fragilità delle differenze culturali umane e questa fragilità umana ed esteriore ci ricorda esattamente quella interiore.

Si tratta in sintesi di riconoscere che molti dei feticci che la logica mondana ci invita quotidianamente a costruire sono posticci e fallaci, che la nostra costruzione dell’immagine che abbiamo di noi stessi, è posticcia e contraddittoria, che non possiamo più fuggire dall’affrontare quella parte della nostra anima che solitamente preferiamo non sentire, dimenticare, tralasciare.

Come reagire a tutto questo? Attraverso la spiritualità, la ricerca dell’equilibrio, un approfondimento della dimensione spirituale che sappia non nascondere dogmaticamente questa fragilità, ma orientarla al contrario a una dimensione equilibrata. Tutto questo è dato da esperienze spirituali significative che possono anche non essere cristiane, ma che comunque fanno sentire l’individuo nutrito, equilibrato, risolto, completo, autentico permettendogli di crescere spiritualmente. Non è un essere senza macchia che possa insegnare all’uomo ad essere davvero la creatura che può essere, ma un Maestro che abbia il coraggio di stare davanti alle proprie asperità, mostrandole ed offrendole con dignità. Non è la perfezione ad essere di questa vita, ma il coraggio dell’imperfezione. L’ Hecce Homo ci mostra il Maestro nel momento del suo insegnamento più alto e più fragile.Una crescita ovviamente che non annulla la fragilità, ma la ricomprende in una dimensione di equilibrio.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di guardarsi davvero allo specchio spirituale senza aver paura e fuggire. Un uomo, che non abbia davanti a sé un idolo senza rughe, ma che sappia amare e offrire le proprie rughe, le proprie macchie, mostrando con coraggio il vero sé stesso.
Nasè Adam,
Amen Rob

Liturgia del 28 Giugno 2020

Memorandum

Per il Pastore

Il pastore deve:
1.preparare la liturgia e il sermone in formato doc in modo che siano facilmente condivisibili
2.nominare un Cantor, un moderatore e un lettore
3.distribuire le letture

Per il Moderatore:

Il moderatore deve
1. tenere aperti solo i microfoni funzionali allo svolgimento del servizio
2. fare attenzione ad operare il più possibile per eliminare il rumore in sottofondo
3.dare la parola durante la CdF e intervenire in caso di interventi fiume invitando alla moderazione
4.segnarsi coloro che intendano partecipare alla CdF e chiamare solo quelli

Per il Cantor:

il cantor deve
1. avere a portata di mano i canti da proporre

Per i Partecipanti:

I Partecipanti devono:
1. Spegnere la suoneria dei cellulari
2. Impegnarsi per ridurre al minimo i rumori in sottofondo
3. Spegnere i microfoni quando non si intenda intervenire
4. Intervenire via chat o vocalmente solo per contributi attinenti alla funzione. Eventuali saluti, commenti, battute, scuse o simili verranno fatte alla fine della stessa
5. limitare il proprio intervento nella CdF ad un paio di minuti, sforzandosi di renderlo attinente al tema proposto
6. per la serata immergersi nella meditazione eliminando ogni fonte di distrazione (ad esempio, musica o tv accese)
7. Evitare ogni comportamento che possa distrarre gli altri dalla tranquilla fruizione del servizio (non mostrare foto, oggetti o fare gesti o balli)

Lettura introduttiva

Lett: Entriamo in questo spazio, entriamo in questo momento. Lasciamo che questo momento sacro ci prenda e ci abbracci. Sentiamo la terra sotto di noi, sentiamo lo spazio intorno a noi,abbracciarci nella fiducia e nella cura. Sentiamo la presenza di fratelli e sorelle nella fede che ci circonda, viaggiatori spirituali con aspirazioni simili alle nostre. Condividiamo il tempo, condividiamo uno scopo, ci riuniamo per rinnovare la nostra speranza, per sentire la forza del nostro scopo,nell’aria intorno a noi. Qui e ora, apriamo il nostro cuore a questo momento. Sappiamo che ciò che possiamo trovare qui è apprendimento, crescita e amore. Troviamo dentro di noi quel luogo del possibile quel luogo del sogno che anela a un respiro libero, che anela a costruire un futuro più audace e migliore per noi stessi e per gli altri.

Verso il tuo tempio

Accensione del Calice

Gentile e forte Respiro dell’Universo,
ravviva la fiamma delle nostre anime resilienti. Soffia nuova vita nei cuori desolati, prigionieri del dolore e della paura del futuro. Torna ad aleggiare sulle acque tumultuose della nostra storia e dai loro una direzione. Come luce del mattino, scaccia le tenebre dai nostri occhi e ispira la mente di ogni essere umano, perchè comprenda la follia delle barriere, dettate dall’ignoranza e dall’egoismo. Aiutaci a sentirci liberi per collaborare meglio nella costruzione del senso, a cui lavoriamo insieme.
Comunione Unitariana Italiana

 

Affermazione Dei Princìpi

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

Liturgia della meditazione

Min: Fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Quando e dove può Il viandante dello Spirito trovare casa ? Dov’è quel posto Dove vi è sicurezza, rifugio, pace? Il ritorno a casa per me è un istante, un isola di grazia, e di luce interiore, una pace senza tempo anche se vissuta all’interno di tempo. Il ritorno a casa è incandescenza, consonanza, fusione con la verità, è l’esperienza dell’ Uno, e del Divino, è luce, vita e amore, è pane e respiro. Nella notte oscura, il terrore ci attanaglia, le paure ci tallonano, si apre per noi un abisso senza speranze e soli nel buio abbiamo nostalgia della luce. Spirito della Vita, infondi in noi saggezza, illumina il nostro cammino. Guidaci, con la fiaccola della speranza, con il calore dell’amore, verso il faro del senso della nostra esistenza. Tutti noi abbiamo paura del buio ma Tu donaci la luce.

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante. [tutti pregano in silenzio per circa un minuto] Min: Amen Tutti: Amen

Liturgia della Riconciliazione

Min. La nostra eredità universalista consegna alle nostre riflessioni una parola ricca di sfumature e significati per la nostra vita: riconciliazione. Riconciliazione è essere consapevoli che, come cantava Leonard Cohen, che “in ogni cosa c’è una frattura, ma è da lì che passa la luce”. E’ ricomporre le divisioni con la vita e tra le vite senza annullare la bellezza drammatica della loro storia. E’ su questo che la meditazione che seguirà ci invita a lavorare.

Mi riconcilio con il Mistero, ieri della mia angoscia, oggi della mia speranza. Min. Chi vuole può accendere il microfono ed esprimere un proprio motivo di angoscia o speranza, gli altri ascoltino in rispettoso silenzio [non più di tre parole a testa] (Al Termine Tutti) Oggi mi riconcilio

Min. Mi riconcilio con la Natura, ieri fatta di cose, oggi fatta di vite. Min. Chi vuole può dire il nome una persona cara, che si trovi attualmente in difficoltà o che sia recentemente scomparsa [non più di tre parole a testa] (Al Termine Tutti) Oggi mi riconcilio

Mi riconcilio con il Fratello, ieri delle lotte contro, oggi delle lotte insieme. (Tutti) Oggi mi riconcilio

Mi riconcilio con la mia Identità, ieri corpo, oggi vita, ieri ruolo, oggi persona, ieri mente, oggi coscienza. (Tutti) Oggi mi riconcilio

Aperta è la porta della Riconciliazione, qualunque sia il luogo o la cultura, la storia di vita o la natura personale: nell’Amore Divino la Riconciliazione è universale. (A. Falasca in La vita è già un miracolo, EdizioniE.U.M.)

Liturgia della Parola

(I)
“Solo io posso giudicarmi. Io so il mio passato, io so il motivo delle mie scelte, io so quello che ho dentro. Io so quanto ho sofferto, io so quanto posso essere forte e fragile, io e nessun altro.” Oscar Wilde

(II)
Desti a me quest’anima divina e poi la imprigionasti in un corpo debole e fragile, com’è triste viverci dentro. Michelangelo Buonarroti

(III) Es Cap. 20
8 Ricòrdati del giorno del riposo per santificarlo. 9 Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, 10 ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al SIGNORE Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città.

Sermone

Canto Mediano

Rinnovo Dell’impegno comune

Min: Sorelle e Fratelli, meditiamo ancora insieme su quanto abbiamo condiviso questa sera:

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sue facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni. Tutti:Amen

Comunione dei Fiori

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore. Min: Amen

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti, alzando una mano e attendendo di essere chiamato dal moderatore]

Benedizione Mediana

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

Liturgia della Testimonianza

Testimonianza Umanista e Trascendentalista

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre Lett: La vita stessa è la mia guida. Non mi potrà mai essere negata la forza del suo sostegno. La terra verde mi fornisce un ricco nutrimento; pozze di acqua fresca rinfrescano il mio spirito. Una profonda intuizione mi porta lungo un percorso che è vero per il fatto stesso di esistere. Anche se dovessi camminare in una valle dove ombre oscure mi impediscono di sapere dove la vita infine terminerà in ultima analisi, non avrò paura, perché l’energia dell’universo è dentro di me. Tutto ciò che conosco mi impedisce di lasciarmi prendere dalla disperazione e ogni vita è un conforto per me. Anche di fronte a minacce al mio benessere e alla mia stessa esistenza, lo spirito della vita mi nutre, mi onora della sua presenza, e mi ricorda che ho davvero più di quanto ho bisogno. Felicità e grazia si irradiano su di me costantemente e so che mi soffermerò in questo universo con i suoi processi di trasformazione, per sempre. Tutti: Per ogni nuovo mattino con la sua luce, per il riposo e il riparo della notte, per la salute e il cibo, per l’amore e gli amici, per tutto quello che la bontà infinita ci dona, grazie (R.W. Emerson)

Testimonianza Cristiana

Min: Apriamo la liturgia cristiana accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico. Tutti: Amen

Shemà Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min: Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Esortazione Conclusiva

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

Canto di uscita

Un’ipotesi non necessaria

Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio. (Es 20:7)

Cari amici,

Dio è una ipotesi di cui non ho bisogno ci diceva Laplace nel 1796, presentando la propria teoria cosmogonica. Questa affermazione è diventata una sorta di bandiera per alcuni non credenti, fortunatamente non tutti, e viene spesso spacciata come summa di atteggiamento razionale e maturo verso la religione, anche se, personalmente, ho i miei dubbi, e una riflessione attenta e non dogmatica sul terzo comandamento potrebbe aiutarci a far chiarezza sulla questione.
Anzitutto Dio non è un cameriere che risponda a un bisogno dell’uomo. Questa prospettiva raffigura l’uomo come un signorotto molle e pigro che fa i capricci, e il Principale come un servo che esiste solo fino al momento in cui soddisfa i capricci. Non è questa la visione unitariana, e non è questo che ci dice il Terzo Comandamento. L’esperienza umana in questa dimensione è pensata proprio per far si che l’uomo diventi adulto impari a cavarsela da solo, acquisisca autonomia e responsabilità sul creato, senza fare i capricci e senza avere bisogno di un cameriere divino che venga a pulire dove sporca.
Nel comando di non nominarlo nemmeno, in fondo haShem già sul Sinai ci invita lui stesso a fare come se lui non ci fosse, perché dobbiamo imparare a cavarcela da soli, dobbiamo maturare una spiritualità adulta e categorica secondo cui si fa i bravi anche se il papà non ci compra il gelato stasera.
Ma allora a cosa serve Dio? A niente non deve servire a niente.
Il concetto viene ripreso da Kant quasi nello stesso periodo, parallelamente alle teorie di Laplace: la morale non dev’essere subordinata a un imperativo ipotetico, ossia non dovremmo comportarci bene solo perché abbiamo paura dell’inferno (o per raggiungere le vergini che ci aspettano in paradiso…). Non deve implicare un secondo fine, il comportarsi bene, ma dev’essere perseguito perché quello è il modo, è il momento, è lo stile con cui bisogna comportarsi. La morale dev’essere fondata su una situazione categorica, dice Kant, e non ipotetica: per cui tu devi compiere alcune azioni perché ritieni vadano fatte e non perché le consideri strumentali per un secondo fine, visto che in quest’ultimo caso non sarebbe morale.
Perché quest’attenzione al pronunciare invano il nome di Dio? Prima di tutto per renderci edotti di un’impossibilità logica, come in realtà abbiamo già visto per altri comandamenti: ossia l’idea che non si possa nominare il divino, perché qualunque tentativo di nominarlo sarebbe un tentativo di costringerlo dentro qualcosa di ristretto come una parola, una frase, una locuzione. Dio per definizione non può essere ristretto, limitato, quindi la norma morale non fa che riflettere un’impossibilità logica.
Questo è fondamentale per noi, perché tutta questa attenzione, le bestemmie, l’uso improprio del nome da un punto di vista logico è un non senso, perché Dio non può semplicemente essere nominato.
Ma c’è anche una rilevanza propedeutica e maieutica in questo paradosso logico: l’idea di abituare l’uomo al fatto che Dio sfugga al suo controllo. Questo è fondamentale, perché l’uomo ha bisogno di collocare Dio in una casella per averne un’immagine rassicurante, qualcosa che resta lì, incasellato. Il dogma qui è molto apprezzato perché permette alle cose di stare ferme: ma Dio è per contro qualcosa che esula dalle logiche umane e questo tiene sulla corda, riporta l’uomo a un’insicurezza originaria, un’originaria esperienza di relazione che tende a evitare perché mostra all’uomo le sue più profonde incertezze, le sue più forti fragilità. L’uomo non può sopportare questo genere di cose e dunque tende a sostituire l’immagine del divino come esso è – ossia qualcosa di completamente sfuggente – con un’immagine molto rassicurante quale è il dogma, fondamentalmente il Crocefisso che appare appunto ‘fisso’.
Quando dunque noi facciamo esperienza di queste condizioni di precarietà, incertezza, fragilità veniamo indotti ad assumerci le nostre responsabilità.
La responsabilità vera ha a che fare con l’idea di ‘rischio’: un momento cioè in cui devi dire “Eccomi” e dicendo questo ti assumi dei rischi, vai avanti, progredisci. Un’azione fondamentale, sotto questo punto di vista.
Quello per cui siamo chiamati a vivere è proprio la scelta volontaria della responsabilità, della Croce: devo scegliere di essere agente di speranza, collaboratore di una creazione del Principale in modo volontario, dunque per essere davvero quel tipo di operatore devo assumermi necessariamente delle responsabilità e dei rischi. Ed è questo che ci dice il ‘Terzo Comandamento: nel non chiamare in causa il Principale troppo spesso, in realtà noi sappiamo di dover decidere per conto nostro, senza nasconderci dietro “le gonne del Capo”. Quante volte un impiegato insicuro chiamerebbe il proprio responsabile per decidere su questa o quella questione, mentre converrebbe invece che decidesse per proprio conto, che fosse autonomo perché il lavoro possa proseguire senza intoppi… Il discorso è più o meno questo.
C’è poi un’altra questione: il segno della vita, la fortuna – buona o cattiva, intesa come avrebbero fatto i pensatori classici – è irrilevante nella relazione tra me e il Principale. La vita trascorre con i suoi momenti buoni e meno buoni, e il compito del credente è quello di prendere il momento che ha di fronte e di usarlo come pretesto per essere il migliore credente (cristiano, nel nostro caso) possibile. Se il momento è buono, allora dovrà essere magnanimo, solidale, generoso e attento a quanti hanno meno; se il momento è invece di difficoltà dovrà cercare, attraverso la fede, la perseveranza, la costanza, nonché attraverso il controllo di sé e la preghiera, di far passare quel momento sfavorevole e di cogliere anche i segnali di vicinanza del Principale, attraverso qualcuno, qualche situazione, qualche intervento che certamente esiste in particolari periodi difficili.
In realtà – io faccio sempre l’esempio di una partita di tennis – l’importante è come noi tiriamo dall’altra parte la pallina, nel senso che alla fine ci saranno palle più facili e altre meno, colpi che ci riusciranno bene mentre altri no, ma il compito è sempre lo stesso: quello cioè di cercare di tirare di là la palla nella maniera migliore possibile. Questo è fondamentale, perché se tu comprendi effettivamente questa prospettiva, alla fine non è importante cosa succeda: qualunque situazione ti si prospetti, il tuo compito è sempre lo stesso, hai sempre una situazione in cui devi saperti comportare come il miglior crednte possibile. Qui avviene quella che Nietzsche chiamerebbe “la trasvalutazione dei valori”: la vita non la giudico da quanti eventi positivi o negativi mi capitino, ma da come io so dimostrare di essere credente indipendentemente dagli accadimenti.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di rapportarsi al Divino in maniera adulta, senza doverlo per forza pensare come un despota o un cameriere.

Nasè Adam,
Amen
Rob