Di chi è questa Chiesa?

Le nostre vite iniziano a finire il giorno in cui stiamo fermi a guardare in silenzio davanti alle cose che davvero importano: alziamoci e impegnamoci davvero per quello che riteniamo giusto!

(Rev. Martin Luther King)

Oltre alla visione comune di impegno come l’essere pronto a morire per quello in cui credi, fai un passo in più e comincia a pensare che il vero impegno è vivere e donare un po’ del tuo tempo e dei tuoi sforzi per quella stessa cosa in cui credi.

(Rev. Maurice Williamson)

45 «Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; 46 e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l’ha comperata.

(Vangelo di Matteo, cap.13)

Cari fratelli,

questa sera vorrei proporvi un piccolo test psicologico: giusto un paio di domande a cui, naturalmente, nessuno è tenuto a rispondere ma che, forse, possono servire a fare un po’ il punto della situazione.

Per la prima domanda, vi chiedo di chiudere gli occhi e di immaginare una situazione molto piacevole: avete appena scoperto di aver vinto una macchina nuova ad una lotteria a cui avete partecipato proprio perché volevate quella macchina, la desideravate con tutto il cuore. Non è che, per forza debba essere una macchina super-lusso ma, se dobbiamo sognare, perché non farlo in grande? Diciamo, allora, che avete appena vinto una Ferrari, bellissima, rosso fuoco ma, se preferite qualcosa di più maneggevole, possiamo pensare ad un Mercedes Classe A o a qualunque altra macchina vi piaccia.

L’unico particolare è che a questa macchina, per una qualche ragione commerciale dello sponsor che l’ha messa in palio, mancano alcune parti minori: non ha i tappetini, non ha gli specchietti retrovisori e non ha le lampadine delle luci.

Perché? Chi lo sa: magari lo sponsor vuole lasciare che scegliate voi come personalizzare il modello, magari erano proprio quei particolari che lo facevano uscire fuori budget o, magari, si tratta di una qualche segreta strategia di marketing ma, a noi, del perché di questa strana evenienza interessa relativamente poco.

La domanda che vorrei porvi è la seguente: voi che cosa fate dopo aver ricevuto a casa la macchina che tanto sognavate? Andate di corsa a comprare per 150 euro le cose che mancano o lasciate l’auto in garage perché senza luci e specchietti non può circolare?

Domanda stupida? Beh, forse sì. Ma, magari, potreste pensare che quei 150 euro non li avete perché a malapena riuscite ad arrivare a fine mese e proprio non ve la sentite di fare gli straordinari per due settimane, sottraendo tempo al vostro riposo, ai vostri hobby o alla famiglia … Ok, assolutamente lecito: lasciate, allora, la macchina ferma sul marciapiedi davanti a casa fino a che non si arrugginisce o non la porta via il carro attrezzi … La scelta è vostra e, comunque, potete poi sempre raccontare a voi stessi che, a conti fatti, il motore della vostra auto non vi convinceva fino in fondo.

Seconda domanda, questa volta in uno scenario meno positivo, anzi, proprio terribile. Siete reduci da una guerra atomica che ha ridotto drasticamente la quantità di acqua potabile nella vostra area e avete davvero sete. Un paio di vostri vicini di casa cercano di scavare un pozzo e trovano un po’ d’acqua e sono anche contenti di darvene una parte, però vi dicono che, secondo le mappe geologiche che hanno consultato, proprio sotto il vostro giardino c’è una grande falda che potrebbe dissetare voi e tutto il quartiere e che, se volete scavare con loro, forse si può davvero risolvere il problema della scarsità idrica nella zona.

Voi cosa fate? Qui gli scenari sono, direi, almeno tre:

1) decidete di condividere la loro fatica, vi mettete a progettare con loro il nuovo pozzo, rinunciando alla pennichella pomeridiana o aiutando gli scavi quando tornate a casa dal lavoro anche se siete stanchi o preferireste giocare con i nipotini, parlare con il marito o guardare la tv;

2) dite ai due “ok, scavate pure nel mio giardino ma io sto a guardare e se trovate qualcosa, poi mi date un bel po’ di quell’acqua e il resto potete distribuirlo come volete”;

3) preferite lasciar perdere e bere quel po’ d’acqua che il piccolo pozzo dei due riesce a produrre e che loro vi danno.

Non sta a me giudicare le scelte di ciascuno ma tutta la situazione mi fa pensare a quando ero più giovane e avevo il tempo di vedere qualche film in più. Li scaricavo dalla rete con un programma che non so neppure più se esiste e che si chiamava “torrent”: in sostanza, qualcuno metteva il film su qualche server e la banda di scaricamento, cioè la velocità con cui si poteva scaricare, dipendeva da quanti stavano in rete connessi a quel certo film. Alcuni rimanevano connessi anche dopo aver finito di scaricare per permettere anche ad altri di completare il download, venivano chiamati “seeders” e, di solito, erano persone che credevano veramente che alla base di tutto ci fosse una questione etica di libera circolazione artistica e di possibilità di visione per tutti, anche per chi non si poteva permettere di comprarsi i dvd resi supercostosi dalla volontà delle case produttrici di guadagnare il 500% rispetto all’investimento iniziale, giusto o sbagliato che questo fosse; altri, chiamati leechers, si sconnettevano appena finito il download e non avete idea di quante maledizioni ho tirato loro quando un download mi si bloccava al 92% senza possibilità di completarlo.

Vi sembra che questo discorso non abbia un gran filo logico? Forse è vero ma, per cercare di spiegare quello che sto provando a dirvi, proverò a partire da un altro punto, con un’altra domanda, molto meno metaforica: secondo voi di chi è la nostra Comunione?

Magari qualcuno pensa che sia una specie di corpus metafisico che si crea e si mantiene da solo, per volontà divina. Magari un po’ lo spero anch’io che qualche zampino della volontà divina da qualche parte ci sia ma vi posso garantire che, anche in quel caso, quello zampino non basta a mantenere questa pur piccolissima organizzazione in movimento e la morte delle precedenti missioni unitariane universaliste in Italia è la riprova piuttosto evidente di quello che sto dicendo.

O magari qualcuno pensa che la CUI sia dei suoi ministri. In fondo, di essere ministri ce lo siamo scelti noi ed è giusto che facciamo andare avanti noi la baracca, no? Magari anche in questo c’è qualcosa di vero, non fosse per il fatto che mi pare che questo atteggiamento riveli due aspetti leggermente problematici:

a) che mostra un atteggiamento piuttosto chiaramente episcopaliano che implica una gerarchizzazione delle funzioni che nessuno dei ministri della CUI certamente desidererebbe, vivendola, piuttosto, come un grande fallimento rispetto ai Sette Principi. Qualche tempo fa, in una libreria evangelica, ho sentito una signora, penso pentecostale, sudamericana dire al libraio che avrebbe letto volentieri quel tal libro ma che, prima di acquistarlo, voleva sentire il parere del suo pastore. Sono convinto che se succedesse una cosa del genere nella nostra comunità, la malcapitata si prenderebbe, a scelta e a seconda del pastore di riferimento, una teorizzazione dialettica biblico-hegeliana, un pistolotto di 40 minuti sulla libertà spirituale o direttamente uno sputo in fronte (a voi capire cosa verrebbe da chi) …;

b) questo atteggiamento, per quanto pur sempre sbagliato, potrebbe essere un po’ più comprensibile in altre realtà in cui i pastori possono definirsi dei professionisti a tutto tondo (non nel senso di preparazione tecnico-teologica, per la quale, conoscendo un po’ la realtà internazionale, posso sinceramente dire che in Italia non dobbiamo invidiare nessuno, ma nel senso di percepire uno stipendio). Di fatto, però, la constatazione che, proprio in realtà di questo genere, i pastori si occupino pressoché esclusivamente di questioni spirituali e di pastoral care lasciando le iniziative organizzative ai comitati parrocchiali ci dice che, in ogni caso, pensare che il funzionamento della chiesa debba riposare unicamente sulle forze dei ministri è, semplicemente, un modo non U*U di vedere il concetto di comunità. E se questo è vero in assoluto, tanto più lo è qui, dove ogni ministro lavora per vivere, dove ciascuno di noi strappa il tempo alla propria vita, ai propri studi, alla propria famiglia e alle proprie incombenze per cercare di tenere in piedi qualcosa in cui crediamo, così come, speriamo, dovrebbero crederci tutti gli altri componenti della comunità.

O magari, infine, qualcuno può pensare che la CUI viva grazie al movimento Unitariano Universalista internazionale. Beh, se le cose stanno così, lasciatevi dire che nulla potrebbe essere più fuori strada. Nel congregazionalismo, semplicemente, le cose non funzionano così: ogni comunità è completamente indipendente, sia in termini organizzativi che economici o pastorali. Se mai, è vero il contrario: gli organismi internazionali vivono grazie ai contributi delle singole comunità nazionali, noi compresi e, se anche è vero che alcune comunità nazionali stanno piuttosto bene, è altrettanto vero che l’organizzazione ombrello che tiene uniti tutti gli U*U del mondo non avrebbe neppure le possibilità di aiutarci economicamente né, d’altra parte e giustamente, non si azzarderebbe mai a imporci qualcosa organizzativamente.

Il fatto è, fratelli, che la Comunione Unitariana Italiana è di tutti noi, in egual modo ed egual misura. Ciascuno di noi può darle un significato diverso, come è giusto e come è costitutivo di una spiritualità che non pone dogmi e vie predefinite, ma ciascuno di noi è la CUI, ciascuno di noi è “proprietario” di questa chiesa che proclama per noi e per tutti il senso di una fede libera e liberale, di una fede di uomini e donne che credono in alcuni principi trascendenti di dignità, uguaglianza, fratellanza, di ragione non disgiunta dallo spirito, di amore per l’essere umano e per la terra che lo nutre, di ricerca di un oltre rispetto ad una esistenza unicamente edonistica.

E, fratelli, se la CUI è di ciascuno di noi perché rappresenta, al di là di qualsiasi differenza di ottica, di qualsiasi onanismo teologico, di qualsiasi legittima discussione interna, qualcosa in cui crediamo, che riteniamo importante per noi e per tutti, allora questo implica delle conseguenze.

Probabilmente state pensando che io sia il rompiscatole del gruppo, quello che si lamenta sempre e che tira bordate. Probabilmente è vero, ma voglio spiegarvi da dove nasce una certa amarezza di cui voglio farvi partecipi. Nell’ultimo mese ho avuto modo di notare come due persone di tutt’altra fede si siano prodigate, sinceramente con rinunce e sforzi personali, per aiutare la comunità a svolgere le sue funzioni pastorali. Queste due persone sono le compagne di due dei ministri e vi devo dire che la domanda che mi sono posto è stata sul perché lo facessero. E la risposta credo sia piuttosto evidente: per amore. Non solo per amore verso le persone con cui stanno ma anche per quello in cui quelle persone credono, perché hanno capito che, per quanto la loro fede sia differente, i principi che ci muovono sono realmente universali, sono realmente rivolti alla creazione di un mondo migliore, più libero, più rispettoso, più giusto per tutti.

Amore è la parola chiave! E l’amore non è un atteggiamento passivo, non lo è mai! Se amo davvero non aspetto che la persona che amo mi chieda qualcosa perché io cerchi di farla star bene, non aspetto che lei mi dica che mi ama per dirglielo, non mi siedo a guardare dalla finestra se sta arrivando ma mi alzo e vado da lei.

Allora, fratelli, è questo il senso dell’intero discorso: se si ama una idea, una visione della vita e della fede, se si vuole che questa idea cresca e si diffonda, allora ha poco senso sostenere una chiesa che la proclama solo a parole. Una chiesa che è di ciascuno necessita l’iniziativa di ciascuno, necessita che ciascuno di noi s’impegni praticamente, non solo con proposte che altri devono portare avanti, ma non iniziative concrete, portate avanti in prima persona per la chiesa, per la sua diffusione, per la sua vita organizzativa e quotidiana.

E non perché vogliamo avere 2000 fedeli nuovi, non perché ogni giorno dobbiamo essere online o da qualche parte ma perché ciascuno di noi deve sentire che questa comunità è sua ed esprime le sue idee sulla fede in questa società.

Lo so, fratelli, che nessuno di noi vuole essere un leecher e che tutti vogliamo essere seeder ma essere seeder significa mettersi in gioco davvero, non chiedendo agli altri di scavare quel pozzo che disseta noi e gli altri, non pensando che dire di essere di una comunità in cui si passa due volte al mese sia una specie di favore che si fa a chissà chi, non mettendo due like e tre commentini su Facebook pensando che questo basti, non facendo seimila distinguo sui capelli degli angeli su questioni sulle quali solo chi è in malafede può pensare di avere le risposte definitive, usando le conseguenti risposte soggettive e forse incomplete come alibi.

E so anche che per molti di noi fare gli straordinari per mettere i tappetini e gli specchietti costa … ma costa per tutti e costa anche tanto, però è quel costo il segno dell’amore, il segno di sentire davvero un’appartenenza, di sentire la forza della spiritualità che sentiamo.

E’ questo che vi chiedo: fare, in prima persona, proponendo e realizzando, attivamente!

C’è chi lo fa ma a questo tutti siamo chiamati: essere seeders e non leechers della Comunione, lavorare con tutti noi stessi perché non vogliano lasciare la nostra splendida Ferrari ad arrugginirsi al lato di una strada!

Adonai echad. Amen

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Idolatria

Anni fa, durante una tavola rotonda, fu chiesto al cardinale Tonini e al rabbino Toaff di sintetizzare in una frase l’ essenza del cristianesimo e dell’ebraismo. Il primo rispose «Ama il prossimo tuo come te stesso», il secondo «Non ti farai idoli». C’ è un nesso profondo fra questi due comandamenti. Se si è idolatri, superstiziosamente e feticisticamente succubi di falsi e oscuri ordini, divieti, poteri, convenzioni e fantasmi che si proclamano assoluti, non si è capaci di amare, perché non si è liberi.

(C. Magris, 2005)

L’idolatria è un segmento di realtà strappato via dal contesto dell’universalità, una astrazione erronea gonfiata fino a farne un assoluto.

(James Luther Adams, 1983)

15 Allora Mosè si voltò e scese dal monte con le due tavole della testimonianza nelle mani, tavole scritte su entrambi i lati, davanti e di dietro. 16 Le tavole erano opera di DIO e la scrittura era scrittura di DIO, incisa sulle tavole. 17 Or Giosuè, udendo il clamore del popolo che gridava, disse a Mosè: «C’è un rumore di guerra nell’accampamento». 18 Ma egli rispose: «Questo non è né un grido di vittoria, né un grido di sconfitta; il clamore che io odo è di gente che canta». 19 Come fu vicino all’accampamento, vide il vitello e le danze; allora l’ira di Mosè si accese ed egli gettò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi del monte. 20 Poi prese il vitello che essi avevano fatto, lo bruciò col fuoco e lo ridusse in polvere; e sparse la polvere sull’acqua e la fece bere ai figli d’Israele. 21 Quindi Mosè disse ad Aaronne: «Che ti ha fatto questo popolo, che gli hai tirato addosso un così grande peccato?». 22 Aaronne rispose: «L’ira del mio signore non si accenda, tu stesso conosci questo popolo e sai che è inclinato al male. 23 Essi mi hanno detto: “Facci un dio che vada davanti a noi, perché Mosè, l’uomo che ci ha fatto uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia avvenuto di lui”.

(Esodo 32)

Cari Fratelli,

vorrei iniziare il sermone di oggi raccontandovi di un episodio occorsomi qualche giorno fa.

Per ragioni personali mi trovavo nel reparto di neurochirurgia del San Raffaele di Milano ed, entrando nella sala d’aspetto, mi sono immediatamente imbattuto in una immagine che ha colpito in negativo la mia sensibilità protestante a tal punto da farmi venir voglia di scattare la fotografia che campeggia sulla locandina della funzione odierna: in tutta la sala d’aspetto di un ospedale fondato da un sacerdote cattolico (lasciamo qui stare di che tipo e con quali manie di grandezza che hanno portato a note vicende finanziare), non c’era una sola croce ma, in compenso, su un tavolino campeggiavano due statue, una di Maria e una di Padre Pio, letteralmente coperte di rosari, braccialetti votivi (o, almeno, immagino tali siano quegli obbrobri in legno di stile ortodosso con microicone sacre che andavano di moda qualche tempo fa) e collanine con crocifissi di varia fattura.

Prima di dirvi che cosa mi abbia disturbato tanto in quella blasfema scenetta votiva, credo sia importante fare alcune premesse:

1) mi rendo perfettamente conto che l’ambientazione sia particolare e che, di fronte al rischio della vita, molti non si peritino minimamente di votarsi a qualsiasi forma superstiziosa e legata al più becero sciamanesimo pur di avere qualche speranza (nella mia vita ho incontrato anche chi era convinto che portare una immaginetta di tale San Gaspare nel retro delle mutande potesse guarirlo dal mal di schiena e, forse, in questo caso, l’idolatria era, nella situazione generale, persino più ridicola e meno comprensibile);

2) mi rendo, altresì, conto che ognuno sia libero di credere in ciò che più desidera e che le istanze miracolistiche legate alle convinzioni di alcune denominazioni siano di tale portata e tale forza da indurre a quelle che non esiterei a definire pericolose perversioni della fede che possono essere deleterie non solo per il cammino spirituale ma persino, come nel caso del rifiuto di trasfusioni e trapianti dei Testimoni di Geova, per la propria sopravvivenza;

3) infine, vorrei specificare che ciò che mi ha disturbato esula completamente dall’oggetto specifico di quegli atti idolatri: come, credo, gran parte di noi, ho una notevole ammirazione per la pazienza e, immagino, la capacità di sopportazione della madre di un figlio notevolmente ribelle come Rabbi Yeshua e, in fin dei conti, il vecchio fraticello visionario e incazzoso che ha subito l’onta (almeno tale io la considero) di doversi far esporre mummificato per mezza Italia, non mi pare abbia fatto nulla di male se non dare libero sfogo a sue psicosi personali delle quali, direi, era molto poco colpevole.

Che cosa, allora, mi ha turbato a tal punto da farmi prendere la briga di fotografare quelle due statue in una situazione in cui ben altre preoccupazioni avrebbero dovuto attirare la mia attenzione?

Beh, in primo luogo la constatazione della perversione della fede che percepivo in tutta la scena.

Rileggiamo il passo veterotestamentario che ho proposto per questa funzione: “[Mosè] … Come fu vicino all’accampamento, vide il vitello e le danze; allora l’ira di Mosè si accese ed egli gettò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi del monte. 20 Poi prese il vitello che essi avevano fatto, lo bruciò col fuoco e lo ridusse in polvere“. La prima domanda che subito mi viene in mente è: perché Mosè spezza le tavole della Legge prima di distruggere l’idolo? Insomma, a pensarci bene, non sembra una mossa molto furba: già gli Ebrei si sono lasciati traviare dalla paura, già hanno infranto il più importante comandamento della religione monoteista e, per di più, Mosè che fa? Distrugge la Legge scritta personalmente da Dio. In realtà, il significato simbolico è chiarissimo: dove esiste l’idolatria non può sussistere la Legge divina perché le due cose sono assolutamente incompatibili. Ma, allora, da dove deriva tale incompatibilità? Sono le altre due letture a dircelo: l’idolatria consiste nell’assolutizzazione di un particolare, nel gonfiare il significato di un accessorio fino a renderlo un feticcio, un oggetto di amore perverso e monodirezionale che esclude ogni apertura a tutte le altre tipologie d’amore, sia esso l’amore universale orizzontale o l’amore trascendente verticale. E se tutta la spiritualità di qualsiasi religione, cristianesimo incluso, si fonda proprio su queste aperture d’amore, allora nulla vi può essere di più perverso e contrario a qualsiasi religione che crearsi idoli verso cui rivolgere il proprio culto, rendendoli come spugne che assorbono assurdamente e inutilmente il nostro amore.

Eppure … eppure i feticci fanno parte del nostro modo di essere in quanto uomini.

Probabilmente, forse quasi maniacalmente, la mia visione è persino eccessiva e, spinto da un monoteismo di stampo mediorientale e da una spiritualità non molto lontana dal quaccherismo, vedo costantemente idolatria intorno a me, in troppi ambiti, non escluso quello religioso.

Allora, idolatria diventa il culto del denaro, del potere, del lusso, dell’agiatezza, della bellezza, persino di quella ricerca di tranquillità che troppo spesso tocca l’ignavia; idolatria diventa ogni simbolismo, ogni ritualità, ogni senso di appartenenza denominazionale, ogni ricerca identitaria comunitaria che rischi di diventare fine a se stessa, che assolutizzi qualunque forma a scapito dello Spirito universale e informale; idolatria è qualunque gerarchizzazione umana, qualunque culto d’uomo, qualunque visione di una scala sociale in cui un essere di carne e ossa si ponga, per qualsiasi ragione, un gradino sopra chiunque altro, etc.

Probabilmente, se dovessi pensare alla religione perfetta secondo la mia visione, questa sarebbe una religione senza forme, in cui ogni essere umano è una chiesa vivente, in cui esiste un dialogo incessante tra me e Dio in me, un dialogo che è meditazione silenziosa, senza formule, senza immagini di un Trascendente che è puro spirito d’amore senza volto, che non necessita simboli perché Egli è ogni simbolo, che non necessita denominazioni perché l’umanità stessa è l’unica denominazione in cui quel Dio s’incarna in ogni rappresentante, che non necessità parole perché Dio è l’origine di ogni parola e pensiero e non c’è nessun bisogno di esprimere ciò che Egli già sa perfettamente, in cui c’è solo bisogno di azione concreta d’amore verso gli altri perché ogni mio simile è l’altare davanti a cui inginocchiarmi, non per questo o quel potere transeunte ma perché ogni persona, non una, tre, dodici, trenta o trecento ma sei miliardi oggi e mille miliardi nella storia, ogni persona è tabernacolo e avatar del Divino, persino quando quel Divino è nascosto, è sopito, è schiacciato dentro il singolo fino a sembrare lontanissimo.

Ma, lo so, io esagero e, come una volta mi ha detto Alessandro, noi abbiamo bisogno di simboli e riti. È vero! Noi abbiamo bisogno di simboli e riti perché viviamo nel mondo materiale, tangibile e simboli e riti sono il mezzo con cui comunichiamo il Sacro e non siamo per nulla dissimili dagli Ebrei nel deserto o dagli Apostoli prima della Pentecoste: quando colui che percepiamo come guida è lontano, finiamo per cadere preda della paura, dello sconforto e del sentimento di solitudine e ci costruiamo feticci che siano memoria e comunicazione, eggregoro e appiglio psico-fisico per l’elevazione e che ci diano forza e coraggio.

E se questo è vero in campo spirituale, lo è altrettanto in ogni altro campo dell’esistenza: cerchiamo feticci che ci esaltino, che ci indirizzino, che esprimano una identità collettiva di cui sentirci parte, che ci diano sensazioni di forza, di coraggio, di piacere, di appartenenza.

E, allora, come posso rispondere a Luca che, due settimane fa, ha giustamente osservato che tutti abbiamo i nostri idoli?

Direi in due modi.

Il primo modo è distinguendo tra feticci relativi e idoli assoluti: abbiamo memorie, ricordi, simboli che sono oggetti d’amore, di piacere, di costruzione identitaria e di rappresentazione dei nostri gusti e del nostro pensiero, che ci aiutano, ma nessuno di loro deve diventare l’elemento assorbente totale del nostro sentire che ci distolga dal cammino verso l’universalizzazione del nostro amore in senso verticale e orizzontale. Posso avere un genere musicale preferito, una ideologia preferita, un hobby preferito, uno stile di vita preferito o, persino, una forma di spiritualità preferita: ciascuno di questi elementi può essere espresso da forme, persone e simboli che, in fin dei conti, sono feticci e idoli ma feticci e idoli relativi, innocui, in molti casi persino utili come mezzi espressivi di ciò che io sono. Il problema, la vera idolatria nasce quando assolutizzo quell’idolo: allora nasceranno i fanatismi, i dogmatismi, i fondamentalismi, l’essere pronto a qualsiasi cosa per sfamare quel vitello che sarà anche d’oro, ma diventerà ogni giorno più famelico.

Il secondo modo, legato ovviamente al primo, è distinguendo tra mezzo e fine. Un feticcio può essere un mezzo per avvicinarci ad un assoluto (direi che molti simboli e riti rientrino in questa categoria) o può essere vissuto come assoluto esso stesso: nel primo caso, attribuirò al feticcio un valore strumentale relativo, nel secondo caso ne farò un idolo oggetto di culto, appunto assolutizzandolo e, conseguentemente, sbagliando perché esiste un solo Assoluto: il Trascendente sopra di me e in me e in ogni altro essere umano.

Probabilmente questo è l’elemento che mi ha dato più fastidio in quella sala d’attesa: non sicuramente il possibile valore strumentale di quelle immagini, ma il culto superstizioso, feticistico, idolatra che era da esse reso in forma assoluta, con tutto quello che di miracolistico e sovrannaturale poteva essere attribuito a pezzi di legno intagliati e a ciò che rappresentavano. Non disgiunto al disgusto, forse colpevole nel giudicare ciò che, in fondo, non dovrebbe interessarmi, per religioni che permettono e promuovono che feticci, siano essi santi e madonne, reliquie o luoghi di presunte apparizioni o presunti miracoli, vengano assolutizzati per farne, sì, strumenti, ma solo strumenti di un potere che è, a sua volta, una forma di idolatria ai massimi livelli.

Allora, fratelli, il messaggio che vorrei lasciarvi con questo mio discorso è soprattutto uno: tenete sempre in mente, nel vostro cammino, che esiste un solo assoluto, origine di tutto e di ciascuno, che non sta in nessuna formula, in nessun feticcio e in nessun luogo se non dentro di noi e di ciascun essere umano: a lui solo sia culto in eterno.

Adonai echad. Amen

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