A cosa serviamo?

Cari fratelli,

scrivo questo sermone poco dopo essere tornato dall’ennesima tornata elettorale, della quale, al momento, non so ancora ovviamente l’esito. Quello che so è che, nei giorni immediatamente precedenti al voto ho sentito, ancora una volta, tanti, forse troppi, ripetere l’antica litania di “evitare di disperdere il voto” … che, francamente, è una delle frasi più curiose che ricorrono in questa ininterrotta campagna elettorale urlata che è diventata la politica del nostro paese. Spesso mi è capitato di meditare sul senso che quell’esortazione può avere … Tipo: “vota per quello anche se ti fa schifo perché fa meno schifo di quell’altro” o “vota turandoti il naso” o, ancora “vota per quel partito che è già forte anche se non credi nelle sue posizioni, facendo in modo che, se tutti faranno come te, quell’altro partito, in cui magari credi, se è piccolo continuerà ad essere piccolo”, il che mi pare sfiori più che abbondantemente il paradosso …

Devo, però, dire che, assuefatto a questi pensieri dalla frequenza mirabolante delle votazioni in Italia, questa volta la mia riflessione si è diretta verso altri lidi, in particolare sulle possibilità di applicazione della frase sull’utilità all’ambito spirituale.

Insomma, a rigor di comparazione, in termini numerici noi risultiamo essere, sul piano spirituale, quello che una lista civica di un paesino spopolato del Molise o della Val d’Aosta può rappresentare di fronte ai grandi partiti nazionali e, immagino, nessuno metterebbe in dubbio che il rischio semplicemente di sparire di fronte alle grandi correnti spirituali nazionali, quelle, per intenderci, dell’8×1000, esiste. E, in tutta sincerità, la prima cosa che mi è venuta in mente è proprio che quelle 8 o 9 caselle dell’8×1000 sul 740 forse dovrebbero essere almeno 40 o 50, se non venisse applicata, in realtà, una regola simile a quella del “voto utile” … ma non è di questo che voglio parlarvi questa sera, lanciandomi in una sfilza di inutili lamentele.

La domanda più importante che sono arrivato a farmi è stata un’altra: a che cosa siamo utili noi? A che cosa serviamo, in fin dei conti, noi, piccola denominazione U*U in un paese che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sa neppure che esistiamo, in cui l’arcivescovo cattolico di Milano, incontrandomi a un meeting ecumenico, dopo che mi ero presentato, mi ha chiesto: “Allora, come andate voi Luterani?”, in cui i miei studenti, in uno dei rari momenti di serietà, mi hanno chiesto come mai, se sono un prete “qualcosa-riano”, non porti i dread come Bob Marley, in cui, e non mi dite che non è capitato anche a voi, dire “sono unitariano*universalista” non basta mai e bisogna sempre essere preparati a spiegare per dieci minuti che cosa significhi?

Certo, non siamo una forza spirituale degna di nota, che possa avere una qualsiasi incidenza sulla vita etico-morale del Paese, non siamo neppure un landmark culturale, visto che, francamente, a parte qualche fuggitivo rinascimentale, la storia U*U si è svolta tutta da altre parti e che, non dico cattedrali e monumenti, ma manco una cappelletta da 10 persone abbiamo qui …

Ma, poi, in fin dei conti, salendo a livelli un po’ più alti, anche fossimo 200.000 e non 200, questa incidenza potremmo mai davvero averla? Perché, onestamente, dal punto di vista dottrinale non è che sia così semplice definirci … Insomma, se prendiamo 10 U*U, qui da noi come in tutto il mondo, e chiediamo cosa significhi essere U*U, è probabile che otteniamo almeno 7 o 8 risposte piuttosto differenti e se anche solo penso ai tre pastori in Italia, credo che, al di là del rispetto reciproco, dell’amicizia e della prossimità su alcuni temi, nessuno potrebbe considerare le nostre reciproche predicazioni e le loro relative fonti d’ispirazione come teologicamente monoliticamente omogenee …

E noi diciamo che è proprio questa la nostra unica vera forza e ne sono più che convinto ma … ma la domanda sull’utilità resta perché troppe volte mi sembra che passi un po’ l’idea che siamo una denominazione dove ognuno pensa un po’ quello che gli pare e chi se ne frega … Basta che cerchi d’elevarti … Che poi, come ti elevi sono cavoli tuoi e anche credere o no all’esistenza di una Trascendenza sono solo affari che riguardano te …

Ricordo ancora come rimasi, neofita del pastorato U*U e pur proveniente dalla più liberale tradizione calvinista, quella remostrante, quando, ad un incontro a New York, un mio collega con anni di esperienza reverendale mi disse, letteralmente: “Io sinceramente non so se Dio esista o non esista ma, guardandomi intorno, il massimo dell’amore che posso dimostrare nei suoi confronti è sperare che non esista perché ci fa più bella figura …” Oggi, dopo anni di studio e meditazione, comprendo quasi pienamente la sua posizione e, forse, anche se solo parzialmente, la condivido ma, allora, mi sono domandato dove fossi capitato, se fossi ad un sinodo internazionale o ad una riunione di un club agnostico.

E, insomma, in fin dei conti, il domandarsi a che serva una denominazione in cui ciascuno ha la sua via spirituale, ciascuno può credere o non credere quello che vuole dal punto di vista teologico e nessuna guida ha una valenza magistrale … un po’ ci sta … Perché dovrebbe esistere una comunità dove bastano i singoli? Per condividere esperienze? Ma c’è proprio bisogno di una Chiesa per questo?

No, fratelli, non c’è, teoricamente, bisogno di nessuna Chiesa ma solo di un po’ di comunicazione e, se mai dovessi pensare a che cosa può essere utile una denominazione come la nostra, qui e ora, non parlerei certo di teologia ma di didattica e testimonianza: noi, sparuto gruppetto di liberali diversi, probabilmente irriducibili all’unità, abbiamo senso se insegniamo e testimoniamo qualcosa, se siamo marca di rimando verso un possibile …

Ma cosa dovremmo testimoniare?

Io credo che la risposta a questa domanda sia: la possibilità di sperare in un’ottica differente.

Vorrei chiarire, ancora una volta, un assunto che ho già più volte enunciato: indubbiamente non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Personalmente, anzi, credo che questo “mondo migliore”, questa “età dell’oro” non sia finita ma, ben più radicalmente, non sia mai iniziata e, probabilmente, non inizierà mai, né con un Regno di giustizia, né con una, dal mio punto di vista risibile, parusia, né, tanto meno, con una apocalisse che ponga termine al Kali Yuga … Ma … Certamente non viviamo neppure nel peggiore dei mondi possibili e vi prego di meditare su questo: non viviamo sotto lo spettro di quella guerra globale che hanno vissuto i nostri nonni anche se alcuni governanti fanno di tutto per crearsi scazzi commerciali reciproci e anche se gruppi fanatici continuano a credere nelle versioni più grette, ignoranti e stupide di interpretazioni religiose ormai condannate dalla storia; non viviamo, nonostante quello che cercano di farci credere, sotto l’incubo di migrazioni di massa epocali che, allo stato dei fatti, non sono di proporzioni tali da non far pensare ad una normale dinamica ciclica di spostamenti umani; non viviamo nell’incubo della fame che ha dilaniato centinaia di generazioni nel passato anche se crisi provocate da miserabili in doppiopetto ci hanno tolto un po’ di quel super-welfare a cui ci eravamo troppo abituati …

Detto questo, direi che indubitabilmente stiamo vivendo una sola grande crisi: una crisi valoriale, certamente acuita dalla sensazione di vivere nell’oscurità più profonda …

E’ la prima crisi valoriale dell’umanità? Ma certamente no! La storia intera del pensiero umano ha, dal punto di vista di alcuni valori, avuto un andamento sinusoidale … Eppure … eppure ad ogni picco negativo rischiamo un po’ di più, perché quei valori che non vengono testimoniati, che non vengono vissuti, cessano rapidamente di esistere, escono dall’orizzonte umano, magari per non tornare mai più …

E quella che stiamo vivendo oggi è una crisi valoriale profonda perché ha come risultato l’eliminazione del valore intrinseco dell’essere umano, un valore che, faticosamente, ci eravamo conquistati in decenni di lotte e sforzi di pensiero …

Ma per analizzare questa perdita abbiamo tutti gli elementi: abbiamo un ambiente di coltura, abbiamo una causa scatenante, abbiamo un agente …

L’ambiente di coltura è, credo, il pensiero capitalista occidentale. “Oddio, adesso parte il pippone politico!”, state pensando. No, ve lo assicuro: indipendentemente da quello che posso pensare io personalmente del capitalismo e che so che alcuni di voi non condividono, quello che vedo come terreno di coltura della crisi valoriale non è il pensiero filosofico capitalista in sé, quanto la sua dinamica estrema rappresentata dalla ricerca spasmodica del profitto. Se il profitto diventa la chiave di lettura di tutto, allora tutto vale solo e soltanto se rappresenta un profitto, se genera profitto e, conseguentemente, anche l’essere umano vale solo in relazione a questo parametro.

Per quanto riguarda la causa scatenante, direi che è evidente per tutti: la paura! La paura è il grande serpente che costantemente ci morde il calcagno: paura di perdere uno status, una piccola certezza, una certa sicurezza, un determinato livello di benessere, anche solo per doverli compartire un po’ di più, per dover rinunciare a una piccolissima quota di quel livello di profitto che ci determina, che ci connota, che è diventato ciò che fa di noi noi. E, infine, c’è un agente di questa paura, dato da tutti coloro che soffiano sul fuoco, che ci mostrano scenari apocalittici, che ci parlano di un domani senza speranza …. E perché lo fanno? Perché questo genera profitto per loro, genera consenso, potere e benessere…

Io credo che questa sia esattamente la dinamica che stiamo vivendo ed è contro questa dinamica che svilisce l’uomo, che lo strumentalizza, che ne disgrega l’intoccabile dignità, l’intoccabile valore intrinseco, che dobbiamo insegnare e dare testimonianza.

Ciò che dobbiamo insegnare è a non avere paura e che la forza di avere speranza, quella forza che costa, che ci mette in gioco, a volte che ci dilania nei dubbi, è l’arma più forte che abbiamo per non soccombere al gioco di chi distrugge l’uomo giocando sui suoi terrori più intimi; dobbiamo insegnare che il senso vero del vivere non è avere un po’ di più per comandare un po’ di più e mostrare un po’ di più di ricchezza esteriore per nascondere la propria povertà interiore ma è amare un po’ di più, guardare un po’ di più, ascoltare un po’ di più, sfiorare un po’ di più, meditare un po’ di più, stringere un po’ di più una mano, capire un po’ di più uno sguardo, vivere un po’ di più questa vita che è solo qui, solo adesso …

Ma, certo, siamo pochi, sconosciuti, senza voce e allora il nostro solo modo per insegnare è testimoniare con l’essere, con il vivere questa realtà differente qui e ora, come singoli ma, e qui credo stia davvero la nostra utilità come denominazione, anche come Chiesa.

Sì, come Chiesa per almeno due ordini di motivi collegati.

In primo luogo, perché per riuscire ad astrarsi dal contingente, a porci fuori dalle dinamiche che stanno imbrigliando la nostra società, dobbiamo assumere una prospettiva diversa, dobbiamo guardare la vita stessa, per certi versi, dall’alto, da un quadro più ampio che è il quadro di una trascendenza di senso.

Ma, attenzione, ammettere la possibilità di trascendenza non significa assolutamente dover necessariamente ammettere il divino, soprattutto nella sua forma tradizionale. Vi voglio onestamente dire che, in realtà, io questo presunto divino, che magari vogliamo vedere in forma personale, non ho la più pallida idea se esista o no e, ancora più onestamente, voglio dirvi che sono giunto alla conclusione che che esista o no non me ne frega assolutamente niente e, nel dirvelo non mi sento minimamente sminuito nel mio essere pastore. Perché?

Perché proprio in questo vedo la seconda e più grande utilità di una Chiesa come la nostra. Teologicamente possiamo pensare quello che vogliamo su Dio o chi per lui ma su una cosa non possiamo transigere, come U*U di questa o di qualsiasi altra parte del mondo, qualsiasi siano le nostre convinzioni: sulla centralità dell’uomo, sulla sua inviolabile dignità, sul valore di ogni singola vita, di ogni singolo pensiero, di ogni singola esperienzialità. Ed è proprio questo che ci rende unici: il nostro compito di essere testimonianza del possibile non avviene per mandato divino, non avviene perché siamo uniti in un culto e in una sola via ma avviene perché proclamiamo la centralità della vita di ognuno e la proclamiamo come Chiesa, la proclamiamo come elemento sacrale, come elemento che unisce ogni vita nel mondo e che, forse più che ogni altra denominazione, porta la trascendenza nel nostro quotidiano, nel nostro agire, nel nostro essere, nel nostro lottare, noi, piccoli mattoncini, senza potere su nulla se non su noi stessi e sul nostro testimoniare il nostro servizio alla vita e alla dignità umana.

A questo serviamo, questo è il nostro essere utili: a dimostrare ogni giorno che, nonostante tutto quello che cercano di farci credere, ogni uomo può davvero essere Dio per noi!

Adonai echad,

Amen

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Liturgia del 2 giugno 2019

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Lett: : ‘Luci Sacre’ Onoriamo il tempo del buio in cui scendiamo che sia della stagione o dell’anima. Che possiamo trovare il tempo per la riflessione in silenzio e per la celebrazione gioiosa. Portiamo con noi storie, tradizioni e rituali dalle nostre vite diverse. Siamo persone di fede con molti credi. Riempiamo il buio con le luci di molte fedi. Queste luci ci scaldano, illuminano la notte e diventano simboli di speranza per il futuro. Celebriamo le luci che sono accese nel buio. Ci fermiamo nel buio per celebrare la luce in tutte le nostre tradizioni. Ci riuniamo per gioire gli uni con gli altri come famiglia, amici e comunità. E’ portando la luce nel buio che siamo uniti e troviamo la compagnia. Che la luce che condividiamo sia con noi nei giorni di buio. Che le candele che accendiamo ci ricordino che non siamo soli. Che illuminino la nostra via di ritorno alla luce e che scaldino i nostri cuori con speranza per domani e gratitudine per oggi. (UUA)

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) Apparve Atlantide. Immenso, isole e montagne, canali simili ad orbite celesti.

Il suo re Atlante conosceva la dottrina della sfera, gli astri la geometria, la cabala e l’alchimia. In alto il tempio. Sei cavalli alati, le statue d’oro, d’avorio e oricalco.

Per generazioni la legge dimorò nei principi divini, i re mai ebbri delle immense ricchezze

e il carattere umano s’insinuò e non sopportarono la felicità, neppure le felicità

(F. Battiato, Atlantide)

II) L’esperienza religiosa non include il dare il proprio consenso ad alcun fatto: quello è il ruolo della scienza. Piuttosto, è l’attitudine che ciascuno assume verso ogni esperienza e l’effetto che essa produce che rende tale esperienza religiosa. Il modo in cui ogni esperienza opera e la sua funzione la rendono religiosa.

(AA.VV., Becoming more fully human)

III) Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica? Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine. Ho concluso che non c’è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita. ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio.

(Ecclesiaste, 3)

Min: sermone (A cosa serviamo?)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•
2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;
3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;
4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;
5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;
6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;
7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;
8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;
9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;
10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni dogma che divide
da ogni dottrina che discrimina.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni concetto che chiude
da ogni ideologia che ingabbia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni impeto di arroganza
da ogni sentimento di superbia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni certezza che esclude
da ogni sicurezza che scaccia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni tentazione umana
da ogni schiavitù materiale.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni turbamento emotivo
da ogni depressione mentale.
Ma vieni o Pieno e riempici
di una luce senza tenebre
di un calore senza confini.
E vieni o Pieno e riempici
di compassione il cuore
di fede, di speranza, di amore.
(Ian McCarthy)

Lett.2: “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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Bellezza e libertà

Cari fratelli,

qualche giorno fa mi è capitato di ascoltare una interessante conferenza del famoso professor Barbero su Santa Caterina da Siena. Quello che amo di più nella storia è che, quantomeno sulla lunga distanza, riesce quasi sempre, in prospettiva, a darci un quadro abbastanza chiaro di quello che, vissuto nell’oggi, quando siamo ancora coinvolti, fatichiamo ad osservare. Ebbene, parlando della cosiddetta “patrona d’Italia”, il professore Barbero ne ha tracciato un quadro interessante da cui qualunque psichiatra avrebbe potuto facilmente trarre una diagnosi piuttosto chiara: la “santa” era a) una maniaca religiosa con tratti masochistici (difficile definire altrimenti una donna che si è lasciata morire di fame per penitenza, si frustava con catene tre volte al giorno e si obbligava a non dormire per giorni interi per scontare i peccati dell’umanità), b) una psicotica egocentrica (arrivò a scrivere alla regina di Napoli che il papa non tornava a Roma da Avignone perché Dio voleva che lei, Caterina, pagasse per i suoi peccati, per altro probabilmente inesistenti visto che non usciva dalla sua cella), c) una persona che odiava la bellezza (a parte essere universalmente considerata dai cronachisti una donna piuttosto brutta, non aveva la minima cura della propria persona, si lavava pochissimo e redarguiva aspramente chi si comportasse diversamente).

In quest’ultimo aspetto, era pienamente una donna del suo tempo: tutto il medioevo era un continuo richiamo alla “vanitas vanitatis” dell’apparente e, in buona parte, come retaggio della gnosi, allo sdegno della forma esteriore, della materia, prigione dell’anima.

Mi è capitato spesso di notare come questo atteggiamento non sia cambiato molto nel tempo all’interno di numerose spiritualità. Qualche esempio, per quanto banale, credo che ne sia riprova: dalla prescrizione di utilizzo di lugubri vestimenti neri o scuri per il clero e dalla tonsura monacale al divieto di cosmetici per molti ordini di suore che, per altro, ottengono spesso l’ordinazione, significativamente, con il taglio dei capelli, dalla rasatura femminile per le donne sposate nell’Ebraismo ortodosso al divieto di rasatura per gli uomini nell’Islam fondamentalista, dalla rasatura perenne e la prescrizione di abiti minimali nel monachesimo buddista al rifiuto di ogni interesse materiale (fino alla nudità) per i guru indù.

Insomma, pare che bellezza e spiritualità siano elementi antitetici, lo siano per antica tradizione e la dicotomia rimanga, in un modo o nell’altro, presente anche ai giorni nostri.

Probabilmente state pensando che questa domenica stiamo affrontando un tema lieve, persino superfluo, che ben poco ha a che fare con le tematiche morali che normalmente ci troviamo a trattare.

Non credo sia così.

Sentendo parlare di Caterina e riflettendo su questa perdurante visione gnostica, mi sono chiesto la ragione di questa ottica dicotomica che chiede una scelta per me insensata: lo Spirito o la bellezza estetica (e non sto parlando della bellezza di Bred Pitt o di Jessica Alba ma della “normale” cura di se stessi, del proprio aspetto e, ancora più in generale, della bellezza in tutte le sue forme).

Credo che la separazione sia in buona parte dovuta al cannocchiale con cui molte fedi vedono la vita: la vita in sé ha un valore molto relativo perché il suo valore, la sua reale valenza, è posticipata al post-mortem. Insomma, come dire: “ok, quello che vale davvero è l’aldilà e, quindi, tanto vale giocarsi l’‘aldiquà’ snobbandolo, mostrando che non ce ne importa niente di questo ‘intermezzo di prova’ con tutte le sue vanità”.

Ecco, io credo che snobbare la vita con i suoi piaceri, inclusa la bellezza, sia la più grande bestemmia che possiamo pronunciare.

Non mi piace assolutizzare quelle che possono essere unicamente mie convinzioni personali: come ho già avuto spesso modo di dire, io sono convinto che Dio e vita siano sinonimi nel momento in cui ciò che consideriamo il Trascendente è, secondo me, dato dall’insieme di tutte le vite (presenti e passate, direbbe Aldo Capitini, e io aggiungerei anche future) che vanno a formare la grande Anima Mundi che ci sostiene. Ma anche se così non fosse, se io avessi torto e avessero ragione i miei fratelli cristiani o di tutte quelle fedi che credono in un Dio personale, penso che tutti concordiamo sul fatto che la vita sia la prima e più evidente espressione del divino.

E la vita non è un concetto astratto: la vita è qui e ora, in questo momento, che è la sola cosa che esista realmente. Il passato è solo un ricordo, una costruzione mentale, il futuro è solo una speranza, una costruzione mentale: ora è ciò che vivo, la mia vita è adesso.

E se questa vita è davvero Dio o l’espressione di Dio, negarla in qualunque forma significa, fratelli miei, sputare su Dio, bestemmiarlo, farne un feticcio, un idolo mentre, al contrario, amare Dio significa amare la vita in tutte le sue forme.

Io non lo so se Dio è buono o no e sospetto che applicare le categorie totalmente umane di buono o cattivo a una entità completamente altra da noi come il divino sia una contraddizione in termini. Quello che so è che la vita non è né buona né cattiva: semplicemente è, con tutti gli aspetti della realtà, che sono a volte positivi, altre volte negativi e spesso questo loro essere positivi o negativi dipende molto dall’occhio che osserva. Mi chiedo che senso abbia, allora, biasimare quegli aspetti che rendono la vita positiva, fino a negarli. Mi chiedo che senso abbia negare i piaceri che rendono bella la vita, dai piaceri estetici a quelli fisici, da quelli spirituali (che, diciamocelo francamente, nascono più da un bell’uomo o una bella donna, da un bel tramonto, da un bel quadro o da una bella poesia d’amore che dalla contemplazione delle piaghe di Cristo o dalla meditazione sulle Otto Vie di fuga dal dolore del Buddha) a quelli dell’autostima, del piacersi, dell’amarsi (perché, come ho spesso avuto modo di ricordare, noi siamo i primi prossimi di noi stessi).

Qualche tempo fa ho avuto modo di riportare una bella frase di Bonhoeffer che scrisse che “vivere è pregare” nel senso che la vita è in sé una preghiera. Ma se la vita è una preghiera, perché la nostra preghiera deve essere solo mesta, triste, lugubre? La spiritualità dovrebbe essere gioia, la gioia di una sensazione d’incontro con un piano più alto che avviene “nella vita”, al suo interno: svilire la vita, renderla solo “una valle di lacrime” togliendoci quei piaceri che essa offre (o che, secondo un’altra visione possibile, sono un dono di Dio), significa svilire anche quell’incontro, il suo senso.

Qualche anno fa, un collega americano che era stato per qualche anno cappellano militare mi raccontò che a Natale, nella enorme base in cui prestava servizio, arrivavano alle varie cappellanie gli approvvigionamenti per festeggiare che ciascun cappellano aveva richiesto e, naturalmente, alla cappellania U*U arrivavano più bottiglie di birra e più dolci che ad ogni altra confessione. Un cappellano riformato, incontrando il mio collega, gli chiese scandalizzato se fosse il caso di indulgere al vizio nel giorno della nascita del Salvatore. Il cappellano U*U (che, se ben ricordo, non era neppure cristiano), finse di pensarci un po’ su, poi gli rispose: “ma se noi siamo più allegri, non sarà più allegro anche il Dio che vive in noi?”. Devo dire che amo gli U*U e per quanto pensi che la risposta arguta del mio collega fosse più che altro un escamotage per mettere a tacere il bacchettone, non posso fare a meno di credere che, in qualche modo, avesse ragione.

Il fatto è che, qualunque sensibilità religiosa si possa avere, “rinunciare al mondo”, rinunciare ai piaceri, rinunciare alla bellezza significa, in fin dei conti rinunciare anche al divino e a tutto ciò che di bello e piacevole ci offre. Perché?

Già, perché? Perché un romano ginofobico caduto da cavallo ci ha detto che il sesso fa schifo, perché una serie di cardinali, per lo più grassi come maiali, ci hanno detto che mangiare bene è male, perché una serie di beghine puritane invidiose ci hanno detto che curare il proprio aspetto è disdicevole, perché una serie di maniaci religiosi autoflagellanti ci hanno insegnato che tutto è dolore?

O c’è dell’altro? Io temo di sì. Perché, vedete, una religione triste, una vita triste, che escluda i piaceri e la bellezza, è anche una grande arma: “se tutto è brutto di qui”, ci insegnano, “è perché il bello sarà dopo, quando arriveremo dall’altra parte!”. Ok! Ma come ci dovremmo arrivare dall’altra parte? Beh, chiedetevi chi ha “le chiavi del Regno” e già avrete la risposta e non una risposta che vale solo per i cattolici ma per tutte o quasi le fedi: la via di fuga dalla tristezza presente passa attraverso l’obbedienza alle leggi imposte dalle Chiese, dalle religioni, dai chierici, una obbedienza a qualcosa che ci è imposto, una obbedienza che è un grande strumento di controllo sociale.

Invece, la bellezza è libera, la bellezza, ci insegna Goethe, è personale, è soggettiva, persino un po’ anarchica, la bellezza, ci dice Kant, non obbedisce a logiche altre ma solo a se stessa e, anzi, la bellezza presuppone la libertà perché senza libertà non esiste gusto personale e senza gusto personale, ogni bellezza è solo “manierismo”, imposizione, esclusione di ogni piacere.

Attenzione fratelli, non vi sto dicendo che da domani è giusto che vi gettiate in orge e bagordi, che passiate la vita davanti allo specchio, in palestra, al solarium o nei bar: la bellezza è anche rispetto per se stessi, per la propria dignità e per il senso che diamo alla nostra esistenza che non deve essere nullificata “solo” nel piacere, sia esso estetico o di qualunque altro tipo. Quello che vi sto dicendo è che proprio la nostra dignità intrinseca va alimentata nel nostro essere liberi “anche” di godere a pieno della bellezza della vita, dei suoi piaceri, della stupenda grandezza di ogni singolo momento in cui i nostri sensi si esaltano. Quello che vi sto dicendo è che anche l’esaltazione dei sensi è un modo per rendere grazia alla vita, al divino, che esso sia in noi o sopra di noi.

Ecco allora che, questa sera, la mia preghiera per tutti noi è proprio questa: che possiamo sempre essere liberi da catene superstiziose, eteroimposte e deprimenti, che possiamo godere a pieno dei piaceri della vita e di quella bellezza che “salverà il mondo”. E che possiamo ricordare sempre, in ogni momento, quella splendida frase del poeta sufi Abd El Rezaj che recita: “solo se io sono capace di gioire, Dio gioisce con me; solo se io sono capace di ridere, Dio ride con me!”.

Adonai echad,

Amen

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