Semplice

Cari Fratelli,

sappiamo tutti che, a volte, anche esperienze molto negative possono darci insegnamenti importanti per la nostra vita ed è quello che è recentemente accaduto a me.

Come potete immaginare, il mio ultimo mese è stato, dal punto di vista personale, piuttosto difficile sia dal punto di vista emotivo che dal punto di vista fisico. Devo dire che lo è stato anche dal punto di vista spirituale: passare ore e ore in ospedale mette quotidianamente a contatto con il dolore, l’angoscia e la sofferenza altrui e propria e, inevitabilmente, pone interrogativi che si riverberano naturalmente sulla fede e le convinzioni personali.

In qualche modo, tutto questo diventa una cartina tornasole per mettere a nudo la valenza pratica di tutta una serie di opinioni e percorsi che, fino a quel momento, avevano avuto un sapore più astratto, una genesi forse più libresca, sviluppatasi attraverso meditazioni e letture teologiche più che sul campo.

Ogni anno, per consuetudine, ogni pastore dovrebbe presentare, secondo le regole dell’Unitarianesimo Universalista nazionale e internazionale, un piano pastorale in cui esprime le linee guida che daranno direzione alla sua predicazione. È una pratica che non ho mai particolarmente amato, pur comprendendone l’utilità: sono profondamente convinto che ogni essere umano sia una entità dinamica, continuamente in divenire, soprattutto dal punto di vista spirituale e che fissare punti fermi, teoricamente inamovibili, all’interno di tale evoluzione sia, in sostanza, equivalente, seppure in misura minore e per periodi ben più limitati, a quello stendere binari da cui non si può deragliare che è rappresentato da ogni chiusura dogmatica.

È, però, altrettanto vero che questa pratica presenta due aspetti positivi, uno in ambito personale e uno in ambito pastorale: prima di tutto permette di fare il punto della propria situazione spirituale e, conseguentemente, permette ai fedeli di esercitare quel diritto di accettazione o meno di una predicazione sancito in modo sacrosanto dall’Editto di Torda.

Ebbene, indubitabilmente il mio piano pastorale di quest’anno, che intendo esprimere in questo sermone, è stato fortemente segnato dalle mie recenti esperienze personali e da quanto esse mi hanno permesso di comprendere.

Il primo, fondamentale punto che, focalizzandomi sulla mia fede e la conseguente predicazione pastorale che ne deriva, molto chiaramente emerge nella mia mente è che, dentro di me il lungo processo di progressivo dissolvimento di una figura del Divino personale e immanente si è completamente compiuto. Con totale certezza personale posso ora dire di non credere minimamente nell’esistenza di una entità comunemente definita come Dio: una Persona con una identità definita e una volontà definita, capace di agire sul mondo, sugli esseri umani, sugli eventi. Le ragioni di questa visione sono molte ma, per certi versi, si possono condensare in una frase un po’ sibillina che mi disse un collega canadese qualche tempo fa e che mi ci sono voluti anni per comprendere: “Amo troppo Dio per credere che esista”, che sta a significare che non posso venerare se non un Dio giusto, buono, un padre amorevole di cui non vedo, persino tenendo conto di ogni discorso sul libero arbitrio, nessuna traccia e nessun intervento nella realtà effettuale.

E, per certi versi, il discorso potrebbe finire qui e, quasi certamente, al di là di ogni possibile ipocrisia personale, finirebbe se fossi un pastore di gran parte delle altre forme di spiritualità esterne allo U*Uismo: un consacrato a Dio che non crede all’esistenza di un Dio personale immanente da pregare e venerare e, anzi, che considera l’idea stessa dell’esistenza di una tale forma di divinità, fatta salva la chiara soggettività dei percorsi e la volontà di non assolutizzare mai nessuna posizione, come un feticcio psicologico umano, sarebbe, in pressoché qualunque altra Denominazione, semplicemente una persona che, a un certo punto della sua esistenza, si rende contro di aver sbagliato strada e di dover cambiare il suo percorso.

Eppure, questa sera sono qui a predicare davanti a voi, ben sapendo che gran parte di voi ha una visione diversa dalla mia, e vi assicuro che questo non deriva né dall’attaccamento a un ruolo che vedo sempre più come un carico di oneri e non di onori né da alcuna volontà di uno squallido protagonismo che, oltre che totalmente alieno dalla mia natura, se mai esistesse, dovrebbe esplicarsi in tutt’altro ambito. Essere qui stasera, è, piuttosto il frutto di un parto a tratti doloroso, pieno di dubbi che mi hanno tenuto lontano anche dalla comunità.

Perché, vedete, non credere in un cosiddetto Dio personale e immanente non significa necessariamente negare ogni forma di trascendenza ma, piuttosto, cambiare la focalizzazione della propria ricerca. Credo in Dio? Sì! Credo in un Dio che è qui, ora, in tutti noi, in ogni entità vivente e che per molti credenti in un Dio personale è il primo frutto del Divino ma che, per me, è il Divino stesso: credo in un Dio che è la forza, l’energia della Vita, che è la vita stessa.

È un Dio della cui esistenza non possiamo dubitare perché è evidentemente presente in noi e intorno a noi, è un Dio che è pura forza impregnata non di volontà propria ma del libero arbitrio del singolo di indirizzare tale forza verso il bene o verso il male …

Basta questo per giustificare la volontà di un pastorato? Questo è stato il punto centrale della mia meditazione. In fondo, l’esistenza di una energia vitale, della vita, è un dato autoevidente, oggettivo, impersonale, che non necessità, di per sé, di grandi spiegazioni né, ovviamente, di nessuna reale liturgia di ringraziamento perché il nostro stesso esistere è, di per sé, la quotidiana e continua liturgia con cui si rende merito al Divino visto in quest’ottica …

Ma qui entra in gioco di nuovo l’insegnamento di questi ultimi giorni. Perché, vedete, è in fondo facile parlare d’amore dall’alto della torre d’avorio della teologia. Anzi, mi correggo, non è affatto facile scavare nei meandri di astruse teologia, di acuti pensieri filosofici, di definizioni il più possibile precise … non è affatto facile … ma, dal mio punto di vista, è assolutamente inutile, sterile, autoreferenziale. In ogni caso, sia che si voglia considerare, come il sottoscritto, qualsiasi presunta “rivelazione” come l’atto singolare di un uomo che cerca di sviluppare un senso nel direzionamento di quell’energia vitale di cui parlavo, sia che si voglia considerare una rivelazione o illuminazione come un suggerimento di Dio a un singolo che sia messaggero per l’intera umanità, è evidente che il contesto e le personalità dell’illuminato di turno giocano già un ruolo fondamentale nel sistema valoriale teologico che ne scaturisce e che, a maggior ragione, ogni commento, chiosa o corollario a tale sistema sia altrettanto influenzato da tempo, luogo e personalità del commentatore: insomma, ogni costrutto teologico altro non è, conseguentemente, che una ridicola asserzione di pensieri umani che assume una pretesa di comando divino.

Ebbene, spero che tutti voi abbiate ben presente il differente valore spirituale di fare l’amore (e non intendo una semplice ginnastica sessuale) con chi si ama e di dedicarsi all’onanismo. Ma se il basarsi su tonnellate di pagine di teologia scritta e di presunti “testi sacri” è, nella sua autoreferenzialità, paragonabile, secondo me, ad un atto onanistico, cosa è spiritualmente paragonabile all’amore vero?

Io credo che la risposta sia imparare ad amare, a vivere in un’ottica in cui l’amore pratico, concreto, la capacità di formare un corpo unico, una Anima Mundi che sappia unire tutte le vite (del passato e del presente, direbbe Capitini) in un grande inno alla Vita e al nostro viverla come umanità, superando l’apparente dualismo legato alla singolarità individualistica. Lo credo proprio perché l’ho sperimentato nell’ultimo mese, notando come, di fronte alla difficoltà di un soggetto la volontà di aiuto, di presenza, di sostegno, di donare affetto per “occuparsi dell’altro” anche per pochi minuti, per dare una mano, potesse superare ogni barriera di ruolo, ogni barriera geografica, caratteriale, culturale, ogni livello di conoscenza e venisse da chi meno lo si sarebbe aspettato.

In fondo, credo che questa sia la sola “teologia” che conta: una teologia semplice in realtà, una teologia che è pratica del quotidiano, senza tanti paroloni, senza tante astratte concezioni, senza neppure uno sforzo così enorme … Perché sono convinto che questa capacità di amare, di donare anche un minimo di affetto, una mano che si tende, anche solo una presenza silenziosa che sappia ascoltare ci sia in tutti …

E credo che sia l’emersione di questa capacità che “crea” il Divino, qui e ora, che crea l’Anima Mundi in un processo che è l’esatto inverso di quello proclamato dalle religioni classiche, ad avere ancora bisogno di una spiritualità, di una predicazione, di un continuo incitamento comunitario.

Ci guardiamo intorno e ciò che vediamo è una costante proclamazione dell’”homo homini lupus”, della paura dell’alterità, della divisione, della lotta per un po’ di successo, di potere, di celebrità o anche, banalmente, per “avere ragione” … Tutto questo è strumentale, tutto questo significa indirizzare la forza della vita verso mete che sono distruttive e non costruttive, non solo per la collettività, non solo per l’Anima Mundi, ma per il singolo stesso, per la sua vera natura che è, di fondo, una natura sociale, in una rete interdipendente in cui ciascuno è un tassello di un grande puzzle e dovrebbe avere l’enorme piacere di sentire tutta la grandezza e la responsabilità di essere tassello unico, irripetibile e insostituibile della grande cattedrale dell’umanità.

Ecco, è questo divino così terreste, così comune eppure così eccelso, questo divino delle piccole cose, dei piccoli gesti, del quotidiano dono d’amore che credo sia mia dovere pastorale scoprire, mostrare, predicare.

E assumersi questo ruolo, nelle parole e prima ancora nella vita concreta, nell’esempio, credo che sia compito di tutti noi, di chi si riconosce in uno U*Uismo umanista, il cui senso ho finalmente compreso pienamente fino a riconoscermici, così come in uno U*Uismo religioso e, forse, in qualunque spiritualità e, magari a maggior ragione, di chi ha liberamente deciso di assumere su di sé il “dolce giogo” e dovrebbe fare di questo l’elemento più centrale e caratterizzante della propria esistenza e non solo una professione o, ancor peggio, come spesso succede, un hobby tra gli altri a cui dedicare scampoli di tempo quando si hanno, una volta portate a termine tutte le altre incombenze.

Ma se il senso del Divino è un abbraccio, uno sguardo, un atteggiamento, un dono anche di una piccola parte di sé, di un’attenzione, di cinque minuti per dare una mano anche quando non ce ne viene nulla in tasca e non il fissarsi per ore sulla minuziosa disamina di una parola e del suo significato, sul commento pedante di un versetto di questo o quel testo sacro scritto da un uomo come noi e commentato da altri uomini come noi, di cui è interessante conoscere l’opinione perché è importante restare aperti ad ogni apporto per la propria crescita personale ma che non hanno alcuna valenza superiore d’insegnamento rispetto a quanto posso apprendere magari da un contadino analfabeta che può essere molto più saggio di mille filosofi cattedratici, se il senso del divino è sporcarsi le mani in un abbraccio, in una opera concreta d’amore e non qualche vuota ritualità, qualche parola mormorata distrattamente come un mantra, qualche paludata affermazione paradottrinaria per mostrare quanto sono figo e colto, beh, allora lasciatemi dire che, così come vedo la grandezza dello U*Uismo nel proclamare che anche questa spiritualità umanista è pur sempre grande spiritualità, allo stesso modo vedo un limite dello U*Uismo, in particolare nostrano e continentale. E questo limite, che, per quanto mi riguarda cercherò in ogni modo di superare, è l’intellettualismo dei parolai. Parliamo, parliamo, predichiamo dall’alto delle conoscenze teologiche con alti termini filosofici e rischiamo di diventare un club di discussione ecumenica, una élite intellettuale che magari tocca la mente di chi ha interesse per la cultura o ha avuto la fortuna di studiare ma troppo spesso non arriva al cuore, soprattutto di chi ha più fame di concretezza, di chi ha fame d’amore indipendentemente dal livello culturale.

Come sempre, allora, fratelli, termino questo mio sermone con una preghiera per tutti noi. La mia preghiera, stasera, è che ogni giorno possiamo imparare a ringraziare per la grande forza della Vita che ci unisce tutti. È semplice: un sorriso a chi ci sta intorno vale già più di mille formule prefabbricate!

A gloria della rete interdipendente della Vita,

Amen

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Liturgia del 25 agosto 2019

Lett: Ho bisogno di pace,

ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,

ho bisogno di umiltà,

Preghiamo insieme

perché da solo ciascuno di noi

non è abbastanza

ed è troppo.

Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,

esprimiamo la nostra unicità

nel grande quadro dell’umanità

e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Lett: : L’amore accetta senza dubbi…Come nella storia raccontata da mio nonno. La storia che dice: Una persona uccide la serpe solo perché pensa che l’avrebbe morso, mentre si potrebbe essere nascosta dalla persona per evitare di essere uccisa. Così se la serpe vede la persona la morde; e se la persona vede la serpe la uccide. Il ciclo dell’inimicizia tra umano e serpe continuerà fino a quando o a meno che entrambi possono cacciare via la loro paura l’una dell’altro; come uno yoghi che tiene e ama le serpe, e nessuno morde ma piuttosto hanno cura; la cura che porta la Pace invece della violenza!!!

Mrs. Shaheen Bhatti.

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,

ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra

e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,

del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,

dei loro poteri e della loro compassione

perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) Siamo fatti per amare

nonostante noi

siamo due braccia

con un cuore

solo questo avrai da me

(Nek: “Fatti avanti amore”)

II) E molto più facile saper fare una cosa piuttosto che farla

(Detto popolare calabrese)

III) Non tutti quelli che dicono: ‘Signore, Signore!’ entreranno nel regno di Dio.

Vi entreranno soltanto quelli che fanno la volontà del Padre mio che è in cielo.

(Mt 7:21)

Min: sermone (Semplice)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•

2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;

3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;

4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;

5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;

6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;

7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;

8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;

9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;

10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore

sii con noi in questi tempi difficili,

quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.

Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,

quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.

Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,

perché entrambi sono legati dal vincolo umano,

anche se spesso lo dimentichiamo.

Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,

aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,

il successo anche nella sconfitta,

il bene anche in mezzo al male.

Aiutaci a essere migliori,

a lavorare per migliorare le cose

e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni dogma che divide

da ogni dottrina che discrimina.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni concetto che chiude

da ogni ideologia che ingabbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni impeto di arroganza

da ogni sentimento di superbia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni certezza che esclude

da ogni sicurezza che scaccia.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni tentazione umana

da ogni schiavitù materiale.

Vieni o vuoto e svuotaci

da ogni turbamento emotivo

da ogni depressione mentale.

Ma vieni o Pieno e riempici

di una luce senza tenebre

di un calore senza confini.

E vieni o Pieno e riempici

di compassione il cuore

di fede, di speranza, di amore.

(Ian McCarthy)

Lett.2: “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.

Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.

Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA DAI POPOLI DEL LIBRO

Min: Concludiamo la liturgia accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico.

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Min.: Anche la Sapienza islamica da sempre proclama l’Origine Unica della vita in cui anche noi crediamo. Ricordiamo, dunque, questa nostra fede attraverso le parole del Sacro Corano:

Lett: “In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Di’: “Egli Allah è Unico,

Allah è l’Assoluto.

Non ha generato, non è stato generato

e nessuno è eguale a Lui”. (Surat al-Ikhlas)

Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

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Non per dovere ma per piacere

Cari Fratelli,

sarà sicuramente capitato anche a voi di sentire amici che, in momenti ormai sempre più rari di impeti morali, affermavano di dover fare qualcosa “perché la loro coscienza glielo imponeva”.

Al di là della frase fatta, se ci pensate bene questo richiamo alla coscienza ha, volenti o nolenti, un chiaro richiamo ad elementi spirituali e all’idea che, in qualche modo, ciò che è morale pertenga alla sfera legata ad un sistema valoriale che, nell’immaginario collettivo, viene vissuto come prodotto diretto del Divino (e, probabilmente, aveva ragione Benedetto Croce nell’affermare che, qualunque sia il nostro orizzonte ideologico, comunque non possiamo, almeno culturalmente, non dirci cristiani).

A prescindere dalla discutibile validità effettuale di un collegamento di questo tipo, su cui potremmo discutere per ore sviscerando la questione a suon di cavilli teologici, ciò che, personalmente, trovo ben più interessante è quel verbo servile messo in gioco in queste occasioni: “dovere”. Qualcosa di morale che mi riguarda accade non perché è in mio “potere” che accada, non perché è in mio “volere” che accada, ma perché è mio “dovere” agire in un certo modo.

Intendiamoci, nel quadro di una visione classica della religione, si tratta di qualcosa che non stupisce minimamente: qualunque religiosità che sia basata su un sistema di tipo “rivelatorio” comporta forzatamente un rimando ad un sistema valoriale rigido e normativo. E, dal punto di vista logico, tutto questo non fa una grinza: se la rivelazione è “verbum dei”, magari letteralmente dettata dallo Spirito parola per parola, conseguentemente tale rivelazione deve esprimere una verità che, provenendo dal Divino, deve essere eterna, universale e inviolabile e, dunque, corollariamente, le leggi morali che ne derivano direttamente devono esserlo pariteticamente. Insomma, per farla breve: Dio comanda e l’uomo ubbidisce!

Personalmente, pur nel pieno rispetto di questo genere di atteggiamento, mi pongo due problemi di fondo riguardo ad una simile posizione.

Il primo, assolutamente fondamentale è che il meccanismo delle cosiddette “Rivelazioni”, come ho avuto modo di dire in molte altre occasioni, non mi convince per nulla: troppe contraddizioni, troppi problemi logico-filosofici, troppa autoreferenzialita e scarsissima attenzione a quei dati ovvi di attingimento dal background culturale nelle singole azioni rivelatorie di ogni “profeta”, “messia” o consimile mi fanno apprezzare ogni giorno di più il discorso parkeriano del transeunte e del permanente nella religione e mi fanno rifiutare ogni pur vaga tentazione letteralistica e ogni convincimento di un intervento diretto e non ampiamente umanamente mediato e filtrato del Divino nella stesura di qualsiasi cosiddetto “testo sacro”.

Fin qui, diciamocelo pure apertamente, siamo nell’ambito delle mirabolanti capacità circonvolutorie dell’onanismo mentale di chi si occupa di teologia fino all’ossessione …

Ma il secondo punto no, il secondo punto mi pare molto più generale, molto più diffuso e, per certi versi, molto più dirimente del precedente. “E se”, mi chiedo, “per una qualunque ragione il mio sentire personale, la mia personale sensibilità mi indica un percorso che si discosta o addirittura si divarica dalla linea definitoria ufficiale …?”

Prendiamo un paio di esempi chiarificatori, giusto per scendere dall’empireo teologico a quella teologia pratica che è, forse, l’unica che ha davvero senso di esistere …

Poniamo, ad esempio, che, in un determinato periodo del mio percorso spirituale, io desideri vivere il mio contatto con ciò che sento come Trascendente in modo personale, in un dialogo muto che non coinvolga formule liturgiche prestabilite o, per ragioni mie, non desideri partecipare ad una funzione pubblica.

Oppure, con una situazione che ha luogo probabilmente con maggior frequenza, poniamo che, nel mio rapporto di copia, io senta il bisogno di un completamento del rapporto che implichi un dono reciproco anche fisico (che è cosa ben diversa da una semplice “ginnastica ormonale”) ma non mi senta spiritualmente pronto al matrimonio.

Ebbene, in entrambi i casi, sulla scorta di una tradizione “rivelata”, in un gran numero di Denominazioni dar corso ad una volontà che, di base, non mi sembra presenti, a livello di “giusto o sbagliato” (se mai, in campo spirituale, un tale livello fosse applicabile), alcun lato di malevolenza, mi sarebbe virtualmente impossibile perché in contraddizione con due comandamenti, anzi, con due “interpretazioni stratificate” di comandamenti come quello di “santificare le feste” (quasi che quattro canti e due preghiere comuni significassero tale “santificazione”) e quello di “non commettere atti impuri” (quasi che un atto sessuale tra due persone che si amano realmente fosse meno puro di quello tra persone che, magari, hanno finito per detestarsi cordialmente e unicamente “usarsi” ma all’interno del “sacro vincolo matrimoniale”).

E allora? E allora i casi sono tre.

Il primo è che mando a monte tutto, comincio a pensare che quella denominazione, o quella religione, o addirittura la spiritualità in generale non fa per me, mi creo duemila barriere mentali (in alcuni casi tipo “la volpe e l’uva”) e finisco per buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Il secondo, comunissimo, è che mi creo le mie “deroghe mentali” del tipo “sì, io mi sento di questa o quest’altra fede … però, in questo ambito specifico, non sono d’accordo e, dunque, mi comporto come dico io …”, che di può anche stare, anzi, da certi punti di vista è sacrosanta affermazione del libero arbitrio e della personalità e sensibilità singolare ma che, tecnicamente, diciamolo una volta per tutte, semplicemente pone al di fuori di una determinata denominazione che richiede di accettare “il pacchetto completo”, “o tutto o niente”.

Infine, il terzo caso è quello di chi si piega, di chi affida il proprio cammino al sistema valoriale denominazionale, di chi è disposto a “tagliarsi la testa” su un “letto di Procuste” suppostamente divino. Alcuni questi la chiamano “fede” ma, fratelli, la mia personale convinzione è che questo sia l’atteggiamento più pericoloso tra tutti quelli elencati, il più deleterio e devastante: umanamente, ed è parere personalissimo, sia chiaro, è un sistema da servi nell’anima ma spiritualmente è molto peggio, è un sistema di autoinduzione in schiavitù ed è il modo migliore per fare della fede, di qualunque fede, un sistema di contrizione, di pesanti fardelli, un sistema cupo e libresco dove tutto rimane solo una lettera morta il cui cadavere viene faticosamente portato in spalla come se fosse la croce del Cireneo.

E, fratelli, una fede di lettera morta, per quanto voluta, per quanto accettata, per quanto accolta anche con la migliore buona volontà non può essere il fondamento di una vita intera, non può essere il motore che ci spinge ad essere ciò che siamo ogni mattina, con la gioia di essere ciò che siamo e di vivere con totale naturalezza il nostro modo di pensare e credere. Una fede di lettera morta potrà anche essere la nostra corazza davanti al mondo e la nostra zattera di salvataggio in mezzo al mare ma non sarà mai la nostra pelle e la felicità di nuotare in acque fresche per quanto increspate possano essere.

I cosiddetti Padri Fondatori americani, in quel breve brano della Dichiarazione d’Indipendenza che abbiamo letto, hanno dimostrato di aver compreso una verità fondamentale: il primo vero motore che muove ogni essere umano è sempre e comunque “la ricerca della felicità”.

Ora, forse, vi aspettereste che vi illustrassi un bel quadro di come la nostra fede, o magari ogni fede, dovrebbero portarci alla felicità.

Non lo farò. Non lo farò perché, così come i cammini dello Spirito sono innumerevoli al punto da risultare pressoché infiniti, così anche le vie in cui una fede vissuta realmente, quotidianamente e nella pratica, una fede che non sia uno strato di vernice sulla superficie del nostro corpo ma che sia il calcio delle nostra ossa e le fibre dei nostri tendini può donarci felicità o, almeno il piacere di essere creature dinamiche, in fieri consce del nostro cammino e soddisfatte di esso, sono innumerevoli.

Siamo U*U e, dunque, dello U*Uismo vi devo parlare e, allora, posso dirvi che per alcuni di noi questo piacere può nascere dal sentirsi parte di un corpo universale di cui ogni creatura fa parte, o può essere la gioia di poter in ogni momento decidere del destino della propria anima, o quella del riconoscere nella dignità di ogni uomo un fratello, o quella di poter discutere liberamente e senza giudizi di merito del proprio pensiero o quella di trovare una comunità in cui “ogni voce è una voce”, alla pari e senza gerarchie posticce, o, ancora, quella di dare un senso trascendente al proprio senso di ribellione allo status quo o di sentirsi una pietruzza nella costruzione di quello che possiamo chiamare regno e … e mille altri ancora …

E quale sia il piacere che nasce dal nostro percorso religioso, in fin dei conti, importa poco … Ciò che davvero conta è che questo piacere, almeno questo piccolo seme di felicità esista, sia elemento costitutivo, sia carburante della nostra spiritualità.

Perché?

In primo luogo perché il piacere è sempre vero, personale, non posticcio ed è qui e ora, non traslato in un futuro che viene raccontato e che nessuno può realmente conoscere. Il piacere è vissuto realmente, è qualcosa che ci penetra, che diviene parte di noi, che si fa molecola del nostro DNA.

Poi, perché una spiritualità reale è una spiritualità libera, scelta ogni giorno e ogni giorno noi scegliamo, a meno di particolari turbe mentali, di cercare il piacere, la costruzione, eros e non il dolore, la distruzione, thanatos.

E, infine, perché il piacere nasce dall’amore, dall’armonia, dalla pace interiore e che cosa ci può essere di più fondante di questo per una ricerca dell’Assoluto?

Dunque, fratelli, questa sera non vi lascerò, come sono solito fare con una preghiera per tutti noi, ma con una domanda: meditate, dentro di voi e chiedetevi che cosa vi dà veramente piacere nella vostra fede.

E se proprio volete una preghiera, la mia preghiera per tutti noi, questa sera, è che nessuno di noi possa rispondersi “non lo so” o, addirittura “nulla”.

Adonai Echad,

Amen

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