Resurrezione (Sermone Pasqua 2019)

Cari fratelli,

non vi nascondo che quando, la settimana scorsa, Roberto mi ha chiesto di presiedere alla celebrazione pasquale mi sono sentito molto in difficoltà.

Molti anni fa, quando ho ricevuto la mia prima consacrazione ministeriale, ho promesso a me stesso che mai avrei proclamato da un pulpito, fosse esso fisico o, come nel nostro caso, virtuale, verità di cui non fossi stato intimamente persuaso.

Ora, tutti sappiamo che la Pasqua celebra, in praticamente tutto l’ambito cristiano, la resurrezione di un uomo-Dio dalla morte e, con quello che non posso fare a meno di ritenere un certo grado di funambolismo spirituale, la sua conseguente vittoria sul peccato per la redenzione dell’umanità. Ebbene, se, in passato, mi era possibile annunciare il senso della resurrezione anche a prescindere dalla mia convinzione che quell’uomo non fosse neppure minimamente più divino di me e di ciascuno di noi ma, forse, unicamente più saggio e capace di ascoltare la volontà trascendente, il mio progressivo percorso di allontanamento da una concezione personalistica della Divinità in favore di una concezione collettivistica e umanamente condivisa del Sacro come Anima Mundi e forza vitale mi rende oggi problematico persino definirmi formalmente cristiano e, conseguentemente, interpretare la storia pasquale in chiave simbolica.

Insomma, francamente non ho nessuna certezza in quel meccanismo redentivo esplicato, propriamente o simbolicamente, attraverso l’insorgenza di un evento nella storia dell’umanità che statuisca un “prima” e un “dopo” e che valga la pena di celebrare. Dunque, se ho, pur nel pieno rispetto delle credenze dei mie fratelli cristiani (e, ci tengo a sottolinearlo, fratelli continuo a considerarli, siano essi trinitari o no, al di là di qualsiasi differenza teologica), se ho, dicevo, la piena consapevolezza spirituale della impossibilità per chiunque di risorgere dalla morte e la piena consapevolezza storico-filologica che gli eventi narrati nei Vangeli siano stati ideologicamente manipolati e falsificati, probabilmente non potrei affermare di essere in possesso di alcuna motivazione per guidare un’assemblea di fedeli in una celebrazione che fosse qualcosa di diverso da una normale liturgia domenicale settimanale.

Eppure, questa sera, al termine della parte comune, celebrerò la Cena del Signore e, vi assicuro, lo farò non venendo meno al mio antico proposito di coerenza e sincerità.

Come è possibile?

In realtà, è possibile grazie a due ragionamenti, entrambi di fonte, per così dire, “laica” e solo uno di tema spirituale, che ho avuto recentemente modo di ascoltare e rimeditare.

Entrambi sono andati a formare le letture che vi ho proposto questa sera.

Il primo nasce da una intervista ad Alejandro Jodorowski, uno di quei personaggi di cui non sentirete mai parlare in nessuna chiesa e davanti a cui molti mie colleghi si farebbero il segno della croce per scacciare “il maligno”. Jodorowski, del quale, forse, alcuni di voi hanno già sentito parlare, è uno scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta cileno ora naturalizzato francese, da sempre propugnatore di una spiritualità a- (e a volte anti-) religiosa, cosa questa, che, in tutta onestà, me lo fa sentire, allo stato dei fatti, vicinissimo.

Ebbene, ad una domanda sulla esistenza di Dio da parte di Franco Battiato per il programma “Bitte keine reklame” (che, molto probabilmente, ha avuto una audience tra le più basse della storia della televisione), Jodorowski, come abbiamo letto, ha risposto, con molta semplicità, che Dio o il diavolo sono la stessa energia vitale la cui natura benigna o maligna dipende dall’utilizzo che noi ne facciamo con il nostro libero arbitrio. Lasciate che vi dica che, personalmente, trovo questa intuizione assolutamente geniale e perfettamente consonante con quello che provo ma, fino a qui, non posso dire nulla più di questo, che è, semplicemente, un mio sentire, come detto, completamente personale.

Proviamo, però, ad accostare questo pensiero ad una affermazione di uno scrittore che, ancora una volta personalmente, stimo moltissimo, direi con una perfetta proporzionalità inversa con la stima che provo per i suoi detrattori: Roberto Saviano.

La citazione riportata nelle letture, estrapolata dall’intervento dello scrittore partenopeo all’ultima edizione dell’International Journalism Festival di Perugia, è molto lunga ma possiamo condensarla in poche battute: esistono realtà oggettive, che non hanno bisogno di essere testimoniate perché la loro verità esiste “di per sé” ed esistono altre realtà, quelle legate all’uomo e alla sua interiorità, che devono essere testimoniate per esistere, per non morire.

Ebbene, provando a coniugare queste due affermazioni, cosa possiamo ottenere? Se intendiamo Dio come forza vitale (e direi che, pur con accezioni diverse, qualunque religione può tranquillamente concordare su questo punto), l’esistenza di tale forza vitale è un dato auto-evidente anche solo per il fatto che siamo qui, parliamo e respiriamo e, quindi, l’esistenza di Dio (o, se vogliamo, di una Entità trascendente non individuata) lo è pariteticamente. Ma, attenzione, nel momento in cui entra in gioco il libero arbitrio nel rendere quella forza vitale uno strumento del bene o del male, Dio o il diavolo, allora entrano in gioco anche quelle verità legate all’uomo e alla sua interiorità di cui parlavamo. Ed è qui che, come dice Saviano, ci viene chiesto di scegliere da che parte stare, è qui che decidiamo se Dio muore e il diavolo sopravvive o viceversa.

Fratelli, ce lo siamo già detti tante volte: viviamo in tempi oscuri … non certo per la prima volta nella storia … ma sicuramente questi sono tempi oscuri.

Sono tempi oscuri quelli in cui l’essere umano e la sua dignità possono essere venduti e comprati per un pugno di denari.

Sono tempi oscuri quelli in cui l’egoismo, la rabbia e l’ottusità regnano e c’è chi mette se stesso, il proprio gruppo, la propria nazione, il proprio interesse “prima di ogni altra cosa”, in cui tutta la nostra vita ruota intorno a soldi, potere, prestigio, agiatezza, sicurezza mentre a un passo da noi si muore di fame, si muore di guerra, si muore di ricerca di un futuro almeno accettabile, si muore d’indifferenza e di disprezzo.

Sono tempi oscuri quelli in cui si cerca di fuggire dal dolore, dalla distruzione, dalla violenza, dalla paura, persino dalla noia e ogni mezzo vale per scappare dalla vita, da questo momento, dall’oggi che, in realtà, è tutto ciò che esiste veramente.

Sono tempi oscuri quelli in cui ci si deve rifugiare in mondi virtuali, ci si parla attraverso slogan e pollici alzati ma si è ormai incapaci di comunicare guardandosi negli occhi, cercando di capirsi e rispettarsi senza doversi ululare contro come cani rabbiosi …

Sono tempi oscuri, che ci interpellano nel profondo e nel quotidiano.

E sta a noi rispondere: possiamo rinchiuderci nella nostra torre d’avorio, possiamo narcotizzarci o possiamo reagire, almeno dal punto di vista morale, o almeno provandoci.

Sapete che amo fare paragoni tra vita morale e ring, quantomeno perché, nel mio persino eccessivo amore per il pugilato, trovo grandi affinità tra i due ambiti. Vorrei farvi un piccolo esempio personale. Da un periodo precedente della mia vita ho avuto in eredità una dislocazione della spalla per una semi-distruzione della cartilagine. Indubbiamente boxare è quanto di meno produttivo per la guarigione e mi si sono presentate tre possibilità: non farlo e guardarmi gli incontri in televisione sdraiato sul divano, diventando solo un passivo spettatore senza nessun impegno, boxare imbottendomi di analgesici o farmi curare da un buon ortopedico. Da stupido e con estrema leggerezza ho deciso di optare per la seconda possibilità, adducendo scuse banali: non ho tempo per curarmi, non ne ho voglia, ho di meglio da fare, ce la faccio lo stesso. E, per un po’, tutto è andato bene, fino a quando gli allenamenti sono stati blandi. Ma quando ho cominciato ad allenarmi costantemente e duramente, è capitato che una mattina mi svegliassi e quasi non riuscissi a muovere il braccio per il dolore insopportabile anche solo a sfiorare un’articolazione che, nel tempo, si era ancora più usurata fino a rendere impossibile anche le attività più semplici.

Le cose non vanno così diversamente nella vita morale e spirituale, davanti all’oscurità. Possiamo starcene in disparte, sdraiati sul divano della nostra anima addormentata, fingendo di avere una esistenza che non abbiamo e che tutto vada per il meglio. Ci togliamo il problema, non rischiamo nulla, chiusi nella nostra zona di comfort ma … A che prezzo? Oppure possiamo far finta di niente, far finta che l’oscurità che, pure, vediamo chiaramente, non ci possa toccare, narcotizzandoci con questa o quella bella favoletta, dicendoci che “è sempre stato così”, “che non ci possiamo fare niente”, “che siamo troppo piccoli per opporci” o, semplicemente, raccontandoci che “non abbiamo tempo, non abbiamo voglia, abbiamo di meglio da fare, ce la facciamo lo stesso”. Certo, è un’opzione ma lasciate che vi dica una cosa: forse un giorno la vostra coscienza morale vi farà troppo male o, forse, rischierete la sua paralisi perché non la si può narcotizzare per sempre. Soprattutto, fratelli, per la mia spalla basta un buon osteopata ma cosa basta per chi sta a guardare mentre Dio muore di fianco a lui?

Non resta, allora, che la terza soluzione: affrontare la situazione, rianimare quel Dio morente, forse, per molti, già morto.

Ma cosa significa? Come spesso vi ho detto, non ho grandi ricette ma credo che affrontare la situazione non debba per forza dire lanciarsi a spada tratta contro i mulini a vento perché ben pochi ne hanno la forza. Credo, piuttosto, che significhi tenere la posizione e non arretrare di un passo, giorno per giorno: non cercare facili vie d’uscita quando ci troviamo ad affrontare il diavolo di Jodorowski, non voltare le spalle, non abbassare la guardia. Credo che significhi applicare ogni giorno quei principi in cui crediamo e che abbiamo promesso di difendere, senza cedimenti, anche davanti alle piccole malvagità che, perdonatemi la citazione rubata, “in pensieri, parole, opere e omissioni” di troviamo, persino quotidianamente, ad osservare o magari noi stessi ci troviamo a compiere. Credo che significhi, in ogni istante della nostra vita, con il nostro agire, essere come le donne che “con grande spavento”, sì, ma anche “con grande gioia” annunciano la loro verità, una verità che, forse, per molti può apparire una bestemmia ma che può anche essere il primo passo di ogni nostro cammino: non serve poi molto perché Dio resusciti!

Adonai echad,

Amen

Please follow and like us:

Liturgia di Pasqua 2019

Lett: Ho bisogno di pace,
ho bisogno di esprimere la mia gratitudine,
ho bisogno di umiltà,
Preghiamo insieme
perché da solo ciascuno di noi
non è abbastanza
ed è troppo.
Esprimiamo la nostra gratitudine per il dono della vita,
esprimiamo la nostra unicità
nel grande quadro dell’umanità
e di tutto il creato.

INNO DI APERTURA

ACCENSIONE DEL CALICE

Lett: : Accediamo questo calice per tutti coloro che cercano la pace, la speranza, la comprensione, e la fede. Accediamo questo calice per guidare tutti sul sentiero della nostra fede e della nostra comunità globale. Accediamo questo calice per creare insieme un mondo nuovo, per dare speranza per il progresso nei rapporti umani. Accediamo questo calice per celebrare la vita in tutti i suoi aspetti, sia l’amaro che il dolce. Accediamo questo calice per tutti coloro che che ci hanno preceduti cercando la verità e una connessione con la natura. Accediamo questo calice per tutti coloro che si preoccupano della gentilezza nei discorsi. Accediamo questo calice per il calore dell’amicizia dello stare bene insieme e per tutti coloro che serviamo. Accediamo questo calice per esprimere la nostra fede nell’Unico Dio, fonte di tutta la luce nella nostra anima; per esprimere la nostra speranza che l’oscurità nel mondo sarà sempre sopraffatta dalla luce della verità e della bontà; per esprimere il nostro amore che condivideremo benedizioni e felicità con i nostri vicini. (Comitato Esecutivo ICUU)

AFFERMAZIONE DEI PRINCIPI

Min: Veniamo da strade diverse, liberi cercatori del sacro, senza dogmi e senza costrizioni, ma uniti da alcuni principi che danno forma alla nostra fede comune e che si radicano poi nel percorso del singolo e nella specificità della sua fede:

Lett.: Ascolta: prova a sentire la voce di chi pensa di non avere valore e fa che ti chiami ad un impegno per “il valore e la dignità propria di ogni persona”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente escluso e fa che ti chiami ad un impegno per “la giustizia, l’equità e la compassione nei rapporti umani”.

Ascolta: prova a sentire la voce della tua e dell’altrui debolezza e fa che ti chiami ad un impegno per “l’accettazione reciproca e l’incoraggiamento alla crescita spirituale”.

Ascolta: prova a sentire la voce di una nuova verità nascosta nel Mistero e fa che ti chiami ad un impegno per “la libera e responsabile ricerca della verità e del significato della vita”.

Ascolta: prova a sentire la voce delle opinioni inascoltate, di chi non ha voce in capitolo, e fa che ti chiami ad un impegno per “il diritto della coscienza e l’utilizzo del processo democratico”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi non ha pace o riposo e fa che ti chiami ad un impegno per “l’obiettivo di una comunità globale con pace, libertà, e giustizia per tutti”.

Ascolta: prova a sentire la voce di chi si sente separato dagli altri e dalla Terra e fa che ti chiami ad un impegno per “il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte.”

LITURGIA DELLA MEDITAZIONE

Min: Sorelle e fratelli, il male è il rifiuto di riconoscere come ogni cosa sulla terra sia legata allo Spirito in una grande rete interdipendente d’amore. Preghiamo, dunque, nella consapevolezza della nostra interdipendenza, chiedendo perdono e ispirazione.

Lett: Uno inconoscibile, Uno senza nome e dai mille nomi,
ti preghiamo di mostrare la tua benevolenza a tutte le creature della terra
e che gli esseri umani sappiano usare con saggezza dei loro doni,
del loro libero arbitrio e della loro immaginazione, della loro conoscenza,
dei loro poteri e della loro compassione
perché ogni cosa sia riflesso della Tua immagine

Min: Dopo aver confessato la nostra umana debolezza, ascoltiamo la nostra sacra voce interiore meditando in silenzio per qualche istante.

[tutti pregano in silenzio per circa un minuto]

Min: Amen

Tutti: Amen

LITURGIA DELLA PAROLA

LETTURE

I) Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.
(Henry David Thoreau, Walden)

II) Non pretendo di capire l’universo morale; l’arco è lungo, il mio occhio raggiunge solo piccoli spazi; non riesco a calcolare la curva e completare la figura con l’esperienza della vista, posso divinarla per coscienza.
(Theodore Parker)

III) Gesù disse, “Se i vostri capi vi diranno, ‘Vedete, il Regno è nei cieli’, allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, ‘È nei mari’, allora i pesci vi precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete sarete riconosciuti, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora vivrete in miseria, e sarete la miseria stessa.”
(Vangelo di Tommaso, Loghion 3)

Min: sermone (La caccia)

Al termine del sermone

Tutti: Amen

INNO MEDIANO

RINNOVO DELL’IMPEGNO COMUNE

Lett: Siamo qui per celebrare ed onorare con il nostro impegno i doni della vita, della coscienza e della libertà dell’essere umano

1) attraverso l’amore per il prossimo e per la profondità della vita animata dallo slancio verso la trascendenza, che essa sia il frutto dell’ispirazione di un Dio d’amore, di un impulso alla totalità insito nella natura o dell’idealità di un’umanità in cerca del proprio cammino;•
2) attraverso il riconoscimento della nostra unità e dignità di creature preziose in un mondo interconnesso;
3) attraverso l’impegno per una riconciliazione degli animi umani con ogni altro del mondo in una società più inclusiva;
4) attraverso un approccio adulto alla vita religiosa basato sull’autonomia nelle scelte, l’esperienza diretta, un’etica che non ha bisogno di premi presenti o futuri, l’apertura al rivelarsi del Sacro ed il dialogo nella comunità;
5) attraverso la pratica delle virtù della fede, della speranza e della carità, intese come apertura al mistero, alla possibilità ed al volto dell’altro;
6) attraverso il confronto, qualunque sia la fede personale, con il mistero della nostra creazione e con il messaggio e l’esempio di Gesù, Maestro del Cuore;
7) attraverso l’apertura, qualunque sia la fede personale, ai processi di creazione, rinnovamento e trasformazione della natura;
8) attraverso il servizio, qualunque sia la fede personale, verso la crescita dell’essere umano, il suo spirito critico e l’esercizio autonomo delle sua facoltà;
9) attraverso la testimonianza dell’inesauribile speranza che deriva da questa apertura al Sacro, da questa fede nella vita e da questo impegno per la dignità umana;
10) attraverso l’apertura all’universale ispirazione dello Spirito negli animi delle persone, espressa nei più nobili insegnamenti di tutte le religioni.

Tutti:Amen

COMUNIONE DEI FIORI

Min: Sorelle e fratelli, secondo la tradizione che ci accomuna ogni animo umano ha in sé una scintilla Infinito. Per questo, nella nostra denominazione, riserviamo un momento specifico, che definiamo “Comunione dei Fiori” perché chiunque lo desideri possa condividere un pensiero con tutti i presenti. Immergiamoci, dunque nella meditazione, dichiarando la nostra disponibilità al dialogo e all’apertura. Prego, dunque, chiunque lo desideri di farci dono di quello che lo Spirito, qualunque sia il nome che ciascuno di noi vuole dargli, ispira nel suo cuore.

[Chi lo desidera, condivide un pensiero con i presenti]

PREGHIERA CONCLUSIVA

Lett: Spirito della Vita e dell’Amore
sii con noi in questi tempi difficili,
quando la gente soffre, i genitori piangono, la violenza cresce.
Sii con noi quando sentiamo il peso di una perdita,
quando sentiamo la rabbia per l’ingiustizia.
Stai dalla parte dell’oppresso e cambia il cuore dell’oppressore,
perché entrambi sono legati dal vincolo umano,
anche se spesso lo dimentichiamo.
Aiutaci a ricordare la speranza che avevamo, abbiamo e avremo,
aiutaci a ricordare la gioia anche nella tristezza,
il successo anche nella sconfitta,
il bene anche in mezzo al male.
Aiutaci a essere migliori,
a lavorare per migliorare le cose
e a creare un mondo migliore.

BENEDIZIONE FINALE

Min: Fratelli, disponiamoci alla benedizione.

Lo Spirito dai mille nomi e dalla inconoscibile essenza, che ci ha creato e accompagna i nostri passi, conceda a tutti noi il discernimento per comprendere quali vie conducano alla costruzione di un regno di pace e di giustizia per tutti e la forza per costruire tale regno.

Possa la Sua benedizione scendere su di noi e rimanere nei nostri cuori ogni giorno.

Tutti: Amen

TESTIMONIANZA UMANISTA E DALLE RELIGIONI ORIENTALI

Min: Fratelli, preghiamo insieme rendendo grazia alla vita che ci preserva e ci nutre.

Lett: Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni dogma che divide
da ogni dottrina che discrimina.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni concetto che chiude
da ogni ideologia che ingabbia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni impeto di arroganza
da ogni sentimento di superbia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni certezza che esclude
da ogni sicurezza che scaccia.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni tentazione umana
da ogni schiavitù materiale.
Vieni o vuoto e svuotaci
da ogni turbamento emotivo
da ogni depressione mentale.
Ma vieni o Pieno e riempici
di una luce senza tenebre
di un calore senza confini.
E vieni o Pieno e riempici
di compassione il cuore
di fede, di speranza, di amore.
(Ian McCarthy)

Lett.2: “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.”

(Lao Tse)

TESTIMONIANZA CRISTIANA

Min: Apriamo la liturgia cristiana accogliendo la preghiera di quanti si sentano di dare testimonianza della loro intima relazione con la Trascendenza attraverso le metafora del Padre, tanto cara alla pratica spirituale di molti di noi. Per questo, a ricordo della matrice biblica che è stata culla della nostra fede e che è linea guida per molti di noi, invito [… ] a recitare la prima stanza dello Shemà ebraico. Tutti: Amen

Lett: Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io ti comando oggi, nel tuo cuore, e le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi. E le legherai al tuo braccio, e le userai come “segno” tra i tuoi occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

Sacra Cena

Min: La nostra Comunione affonda le sue radici nel messaggio cristiano e distende i suoi molteplici rami verso il mistero di ogni fede. Ma tutti noi riconosciamo il valore morale e spirituale del messaggio e dell’esempio di Gesù. Nella Sacra Cena commemoriamo la figura di Gesù e ci immergiamo, nei simboli del pane e del vino, nel centro della relazione con il Sacro di cui Egli fu esempio.

Quando fu sera e si mise a tavola con i dodici discepoli, e mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo che è dato per voi»

Poi, allo stesso modo, prese il calice del vino, lo benedisse e lo diede ai suoi discepoli dicendo: “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi. Fate questo in memoria di me”.

[Chiunque lo desideri può accostarsi alla Sacra Cena nelle due specie]

Canto alla Sacra Cena

Min: Infine, come fiore cristiano della Comunione dei fiori, accogliamo l’offerta del Padre Nostro, proposta da quanti tra noi ritengano possa essere fertile rappresentazione di quel legame verso la Trascendenza che è stato oggetto del nostro servizio

Padre Nostro

ESORTAZIONE CONCLUSIVA

Min: Andiamo in pace, ricordando in ogni istante il compito di essere sale della terra che ci è stato affidato.

Please follow and like us:

La caccia

Cari fratelli,

molti anni fa, ai tempi del seminario, un uomo che reputavo molto saggio mi disse una frase che, per molti versi, continuo a ritenere piuttosto intelligente: “nella vita è come andare a caccia. Puoi decidere di cacciare conigli e sarai sicuro di tornare a casa con il carniere pieno anche dopo un paio d’ore, oppure puoi decidere di cacciare cervi e allora può accadere che, dopo giorni interi di appostamenti , non ne incontri uno solo e torni a casa a mani vuote. Ma quanta soddisfazione in più avrai nel catturare un cervo rispetto ad un semplice coniglio?”.

Al di là dell’immagine venatoria della metafora, che probabilmente offenderà molti animalisti e che sinceramente neppure io apprezzo molto, suppongo che il significato espresso contenga molti elementi di verità sia in relazione a quanto la possibilità di fallimento in qualsiasi impresa della vita sia sempre relativo agli obiettivi che ci si pone, sia riguardo alla soddisfazione di porsi traguardi elevati e non banali anche a rischio di non raggiungerli.

Per certi versi, in alcuni periodi della mia vita ho ritenuto che questa metafora avesse senso anche in campo spirituale. Mi è capitato spesso di pensare che, in fin dei conti, seguire pedissequamente dettami comportamentali eterostabiliti , conformarsi a immagini del Divino eterocostruite e piegarsi, per quanto faticosamente, a regole morali eteroimposte, non fosse, di per sé, sbagliato ma fosse un po’ come cacciare conigli: probabile possibilità di ottenere risultati almeno accettabili anche solo limitandosi ad una passiva accettazione, territorio di ricerca ben delimitato e segnalato, aiuto costante da parte di tutta una serie di “battitori” rappresentati da istituzioni forti o, quantomeno, dal pieno consenso sociale. Insomma, in definitiva, un po’ come dire “caccia in una riserva”. Al contrario, una ricerca libera da vincoli, totalmente personale, basata sui dettami della propria coscienza, sulla continua volontà di chiedersi il senso ultimo delle cose, di inseguire un volto della Trascendenza che risuonasse completamente nel nostro animo fino a farsi essenza della nostra vita, che esplorasse qualsiasi territorio indipendentemente da quanto poco battuto e selvaggio potesse essere …. ecco, questo doveva essere la vera caccia al cervo in campo spirituale: un’attesa paziente con lunghi periodi di silenzio e solitudine senza traccia dell’obiettivo, un cammino faticoso in quella intricata jungla rappresentata dai meandri della nostra coscienza ma, alla fine, forse il premio dell’abbraccio di un Trascendente che non sarebbe stato immagine d’immagine, letto di Procuste a cui adattarsi volente o nolente ma che sarebbe stato contatto reale, diretto, con l’Assoluto e comprensione della volontà globale che governa l’esistente.

Bene, lasciate che vi dica che no, non è così: questa metafora, per quanto allettante, per quanto potenzialmente inorgogliente per uno U*U, non ha davvero praticamente nessun senso in campo spirituale al di là della sua capacità seduttiva.

Perché?

Per almeno due ordini di ragioni (e molti di più, di cui per mancanza di tempo evito di far menzione, se ne potrebbero toccare).

In primo luogo, banalmente, perché, in campo spirituale, non abbiamo la minima idea della differenza tra un coniglio e un cervo. Proviamo a rifletterci un istante: quale è il nostro obiettivo nel nostro percorso di ricerca metafisica? Probabilmente la maggior parte di noi risponderebbe: “comprendere il senso della vita così come pianificato da una Entità Trascendente!”. Ottimo! Ma c’è un problemino: come possiamo comprendere la volontà di una Entità che ci trascende completamente? Come possiamo capire quale senso ha voluto attribuire al nostro percorso una istanza di cui ignoriamo completamente le fattezze, il pensiero, gli obiettivi e, addirittura, persino più radicalmente, la stessa condizione primaria di esistenza?

Ma, mi si potrebbe ribattere, esiste la rivelazione divina, il piegarsi del Creatore verso la Creatura in una comunicazione che è avvenuta tramite Profeti, Saggi, Guru o, nelle visioni più estreme, tramite l’incarnazione del Verbo in un singolo essere umano e che ci ha fornito le linee guida del nostro percorso indicandoci obiettivi piuttosto concreti.

Sinceramente, nonostante abbia, come credo tutti, le mie opinioni in materia, non ho nessuna intenzione di esprimere qui quella che, in ogni caso, sarebbe comunque un’ottica personale. Mi limiterò, dunque, a solo un paio di considerazioni che posso ritenere piuttosto oggettive.

In primo luogo, esiste, filologicamente parlando, un problema delle fonti: qualsiasi testo possiamo recepire come sacro strumento della rivelazione è, in ogni caso, comprovatamente, un testo manipolato nel corso della storia, un susseguirsi di interpolazioni e manipolazioni stratificate nei secoli. E non importa se parliamo della Torah, variamente costruita da un mescolamento di fonti differenti al punto da risultare piena di contraddizioni anche solo linguistiche, dei Vangeli di cui stiamo ancora cercando d’ipotizzare una fonte comune e il cui testo è così pieno di interpolazioni da dar luogo a miriadi di varianti, del Corano, che, in fin dei conti, per quanto testualmente congelato, è una reinterpretazione dei testi precedenti o, per quanto in ambiti differenti, dei Rig Veda di cui esistono persino canoni diversi regionali e di quel canone buddista che dipende dalla scuole di riferimento: in ogni caso i testi di qualunque presunta rivelazione non sono che manipolazione di manipolazioni.

Ma, anche ammesso che così non fosse … tra le tante rivelazioni quale è quella giusta, quella vera? Una sola? Ma come determinarla? Più di una o magari tutte nonostante la loro contraddittorietà? Magari sì, magari tutte nei loro elementi comuni …. ma come spiegare i loro punti di discrepanza se non ammettendo che, in fondo, qualunque rivelazione non è che filtraggio culturale e psicologico umano di un sentire vago, in realtà presente in tutti gli esseri umani e particolarmente in alcuni capaci di focalizzare la loro attenzione su tale sentire ma umanamente impossibilitati ad esprimerlo prescindendo dal loro background esistenziale.

E, dunque, quando le cose stessero così, non dovremmo ritenere che tutti quegli elementi socio-culturali altro non fossero che il transeunte di Parkeriana memoria rispetto ad un permanente che è puro sentire potenzialmente comune a tutta l’umanità ma la cui origine rimane, in ultima analisi, indeterminata?

E, dunque, se di vago sentire ammantato da sovrastrutture temporalizzate e localizzate dobbiamo parlare, allora qualunque di queste scorie di umanizzazione di istanze in sé imperscrutabili e indeterminabili risulta, quantomeno dal punto di vista teologico (sebbene, ma è parere soggettivo, forse non dal punto di vista logico), paritetica.

Cosa significa ciò? Significa, in soldoni, che nulla cambia se affermo che Dio è uno, che Dio è trino, che Dio è una nuvola, che Dio è una montagna, un tuono o il sole, che Dio siamo noi tutti che formiamo l’Anima Mundi, che Dio ci svolazza vicino tramite l’angioletto custode e se ne fotte bellamente delle sue creature, che Dio era un rabbino con i capelli lunghi, un principe indiano o un punto infinitamente grande che ci racchiude: in ogni caso tutte queste altro non sono che categorie umane transeunti atte solo ad esprimere rozzamente una visione umanizzata dell’insorgenza di un fenomeno non categorizzabile, sempre ammesso che tale fenomeno non sia solo una induzione mentale, un feticcio autocostruito nella nostra ricerca di senso. Significa che ogni tentativo di categorizzazione teologica, di tassonomizzazione e, in ultima analisi, persino di sistematizzazione e discussione di istanze variabili, fondamentalmente fantasmatiche nei loro assunti germinali, non è che goffo tentativo di imbrigliare in termini sempre personalmente e solo in seconda battuta collettivamente umani una insorgenza sacrale, una esperienza che è, in ogni caso, sempre “altro da noi” e strutturalmente indefinibile, di appiccicare etichette fittizie a questo o quel “sistema di caccia” che è solo proiezione interiore, castello di carte che poggia sul vuoto di una alterità assoluta, di una distanza ineliminabile.

Ma, se l’obiettivo della nostra “caccia” resta radicalmente sconosciuto e inconoscibile, la domanda che immediatamente deriva dall’assunto riguarda il senso stesso della caccia o, fuori dalla metafora, il senso stesso dell’attività religiosa.

Ed è a questo punto che arriviamo al secondo motivo che rende inefficace qualunque parallelo tra diverse forme di caccia e diverse forme di ricerca spirituale. Il fatto è che le due attività differiscono essenzialmente per i loro diversi obiettivi: mentre nella nostra caccia (e in tutto ciò che, metaforicamente, viene da essa rappresentato) l’intero processo è orientato all’obiettivo, alla conquista della preda, del risultato sperato, nell’atto di ricerca spirituale tutto s’incardina sul processo stesso che è mezzo e fine a sé medesimo.

In altre parole, nel momento stesso in cui ci troviamo per natura costretti a negare la possibilità di stabilire un obiettivo, una meta finale del nostro percorso nel quadro della assoluta impossibilità di “rapportarci con” e “indirizzarci verso” una Trascendenza così totalmente “altra da noi” da essere imperscrutabile in termini di volontà ed essenza, allora ciò che assume senso nel non appiattirsi sul più nudo ed estremo piano materiale è l’atto stesso della ricerca, della elaborazione spirituale che ci fa uscire dalla nostra zona di comfort e ci sfida a tentare di individuare quel “confuso sentire” di cui parlavamo in precedenza come dell’unico elemento “permanente”, dell’unica molla che ci guida verso un “ulteriore”.

Per tornare alla nostra immagine di partenza, sarebbe un po’ come se decidessimo di andare a caccia in una foresta in cui non sappiamo che preda ci possa essere (ammesso e non concesso che ve ne sia una) ma sappiamo che, qualunque cosa essa sia, è talmente ben nascosta che non la troveremo mai e, se anche, ipoteticamente, potessimo trovarla, non la riconosceremmo. Ha senso farlo?

Sì, fratelli, io credo che abbia pienamente senso. Ha senso perché in questo processo di ricerca impareremo a confrontarci con la foresta stessa, impareremo, come di ha insegnato Thoreau, ad ascoltarla affinando i nostri sensi, impareremo a conoscerla e, così facendo, a conoscere noi stessi, le nostre potenzialità, la nostra essenza più profonda, impareremo a sentirci uno con essa, parte di quel grande legame cosmico naturale che ci unisce all’esistente tutto, impareremo ad amare ogni singola foglia, ogni singolo sussurro, ogni singolo alito di vento. Ed è solo questo, secondo me, il senso possibile di una spiritualità: cogliere, pur senza la possibilità di afferrarlo, il permanente evanescente, forse appena percepibile, che alberga nelle nostre vite non solo intese come vite singolari ma come insieme di tutte le vite, sentirci, in questo processo di costante attenzione, uniti tutti insieme in quell’anima mundi divina che contribuiamo a formare e comportarci conseguentemente, protenderci verso l’Oltre il cui orizzonte è l’altro, è l’insieme del Tutto di cui ogni esistenza è componente essenziale e imprescindibile.

Così, fratelli, non esiste coniglio o cervo, non esiste, se non come pura apparenza, dibattito sull’essere questo o quello, sull’essere unitariano o trinitario, cattolico, protestante, musulmano, ebreo o buddista, un po’ più unitariano o un po’ più universalista o un po’ più cristiano unitariano inglese o ungherese o un po’ più U*U americano!

Esiste un processo infinito di ricerca che da personale si fa comunitario e si allarga sempre di più fino a farci sentire, nell’attenzione a cogliere un sussurro di trascendenza in ogni istanza della vita, uno nel tutto. Esiste un processo infinito di ricerca in cui, forse un po’ paradossalmente, il soggetto che ricerca conta più dell’oggetto della ricerca stessa. Esiste un processo di ricerca il cui scopo non potrà mai essere dire: “io ho trovato la verità di Dio” ma potrà essere affermare costantemente: “io sono un uomo, io sono una parte di Dio!”

Adonai echad,

Amen

Please follow and like us: