La Torre dell’Esperienza Spirituale

Lc 14:25: Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». 33Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. 

Cari amici,

La pericope scelta da Ilia per oggi è molto impegnativa. Piccolo consiglio per Alessandro: se non sai cosa dire, chiedi ad Ilia ed hai risolto.

Paragonando l’esperienza spirituale alla costruzione di una torre, il Maestro vuole metterci in guardia da due tipi di pericoli: intrinseci e contestuali. Ma andiamo con ordine. Iniziamo dai pericoli intrinseci. Anzitutto il costruire una torre significa, fuor di metafora, usare i mattoni dell’esperienza di vita per creare un legame sempre più stretto tra sé e il Principio Trascendente.

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La prima cosa dunque è sapere come costruire: la tecnica delle costruzioni è complicata e necessita di acquisire una certa perizia nel costruire, e quindi ci vuole l’umiltà di imparare, e imparare vuol dire anche disporsi ad ascoltare ed apprendere lezioni che ci sembrino noiose e inutili. Spesso invece ci capita di sentire di persone che si siano svegliate una mattina convinte di poter costruire una torre senza esperienza, senza preparazione, senza una idea precisa di come dovesse essere, senza la preventiva accettazione delle difficoltà che si pongano sul cammino. E la torre si ferma al quarto mattone, più che una torre somiglia ad un inciampo…

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Poi ci vuole una idea il più possibile precisa. Per quanto larga facciate la base, essa dovrà avere qualcosa che non contiene. Più largo vorrete fare il perimetro, più difficile sarà che la torre sia sufficientemente alta da assolvere il proprio compito di collegamento col Principio Trascendente. Il rischio che corriamo in questo caso è l’idea, comprensibile ma inefficace di voler tenere dentro tutto, col mal celato rischio di creare al massimo una aiuola a semicerchio che manco riesca a chiudersi. Non si sta dicendo che ogni esperienza, presa di per sé non possa condurre al Principio Trascendente, ma che questa conduzione non può avvenire attraverso la mera giustapposizione rapsodica e disordinata di mattoni messi a caso

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Poi ci vuole pazienza e costanza. Perfino il Principale non ha fatto tutto in un secondo, ma c’ha messo 7 giorni, dal suo punto di vista una eternità. Quante volte abbiamo visto ottimi progetti naufragare perché non si è avuto la pazienza di aspettare e di mettere su mattone dopo mattone? Attorno abbiamo un sacco di torri diroccate e abbandonate da chi nel frattempo abbia iniziato altri progetti, senza mai concluderne uno. Ogni mattone della nostra vita, per poter essere incastonato correttamente nella nostra torre merita tempo e pazienza, bisogna osservarlo, viverlo fino in fondo, accettarlo e infine incastonarlo. Senza questa pazienza, questa attenzione e questa costanza non andremo da nessuna parte.

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Poi ci vuole coerenza. Se pensiamo che pezzi di forma diversa possano naturalmente essere posati l’uno sull’altro. Se abbiamo fatto delle scelte dobbiamo essere coerenti con esse. Più saremo incoerenti, più rischieremo che la torre crolli. Essere coerenti non è facile, ma è un requisito indispensabile per crescere.

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Ora passiamo alle questioni contestuali. Anzitutto non dobbiamo mai smettere di interrogare le ragioni biografiche e personali che ci spingono nel cammino. L’episodio della Torre di Babele è emblematico nel dirci che qualora le ragioni che ci muovano non siano quelle che vedano al centro il Principio Trascendente e il Regno, il benessere collettivo dei fratelli, allora potrà essere difficile progredire insieme. Il fatto condivisibile che ognuno debba essere sacerdote di se stesso, non significa che ciascuno debba essere un fondatore di religione. Nemmeno il Maestro in fondo intese fondare qualcosa di davvero nuovo, ma semplicemente portare a compimento, secondo i principi in cui credeva, il materiale tradizionale in cui viveva. Negli anni abbiamo visto passare tra di noi diverse meteore, fondatori di movimenti esistenti solo nella loro testa e che sono durati lo spazio di un batter ciglio. La CUI rappresenta una tradizione precisa, costruita in almeno 5 secoli di storia: è non solo lecito, ma addirittura doveroso pretendere che chiunque voglia essere dei nostri, faccia i conti, sappia, sia informato della nostra storia, secondo quanto riesce certamente, ma palesando un impegno preciso di essere parte di quella storia. Aggiungere mattoni senza disporsi a collaborare al processo collettivo, ma solo per il gusto di farlo, fa crollare la torre di tutti e non solo il progetto dei singoli

 

 

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Poi c’è una questione di priorità. Se la CUI viene dopo una qualunque sagra di paese, un qualunque programma tv o il minimo impegno familiare, non possiamo poi lamentarci se la torre non cresca. Se in ciascuno di noi non c’è il minimo impegno a dedicare tempo ed energie per la CUI, è inutile che si facciano programmi. Qualunque programma necessita di energie e di disponibilità ad essere vissuto e portato a compimento. Se non c’è la disponibilità a far salire l’esperienza spirituale nella scala di priorità di ciascuno, allora perdiamo solo tutti tempo, e la torre non sale.  Molti pensano che lo UUismo sia una scorciatoia per sentirsi in qualche modo coinvolti in qualche cosa di variamente spirituale, senza che sta cosa rubi troppo tempo o sia troppo esigente, un paio di like sui social, un articolo condiviso e ce la siamo sfangata. Non è questo, e finchè non sarà chiaro a tutti che non è questo, finchè tollereremo, e mi ci metto io per primo, questo tipo di atteggiamento e sotto sotto lo incoraggeremo, allora non andremo da nessuna parte. La prima cosa che dobbiamo chiedere e chiederci Martedi credo sia il rispetto reciproco e la volontà reciproca di creare una esperienza che metta davvero la Comunione e il Principio Trascendente al centro delle nostre vite. Finchè le risposte a questo unico fondamentale punto non saranno chiare e forti, i risultati che avremo ne risentiranno

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Poi c’è il buon senso e la lungimiranza. Viviamo in un contesto in cui l’odio e il pressapochismo sono diventati di moda, in cui terribili e ingiustificabili insulti al papa cattolico sono all’ordine del giorno, in cui a Frosinone si predica razzismo e odio dai pulpiti, in cui varie correnti dell’ebraismo italiano litigano e si insultano pesantemente a mezzo stampa, dicendosi pubblicamente cose che fanno inorridire, e in cui diversi sociologi e teologi cattolici, tra cui Marco Guzzi, dell’Università Lateranense, dicono senza mezzi termini che, considerando il seguito esiguo e ridicolo, con numeri da schedina, che hanno mediamente i servizi liturgici cristiani, senza una vera scossa la spiritualità cristiana è destinata ad estinguersi. Quando Martedì dovremo giudicare il percorso della CUI e proporre delle attività, non dimentichiamoci che la cornice in cui operiamo non è esattamente favorevole

 

Allora continuiamo insieme a costruirla questa torre, senza farci distrarre da personalismi e diversità di lingua

 

Nasè Adam

Amen

Rob

 

 

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Quando ci sentiamo abbandonati e inariditi

La Connessione Spirituale

1 Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi: 

2 «In una certa città vi era un giudice, che non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno; 

3 e in quella città vi era una vedova, la quale andava da lui e diceva: “Rendimi giustizia sul mio avversario”. 

4 Egli per qualche tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: “Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, 

5 pure, poiché questa vedova continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa”». 

6 Il Signore disse: «Ascoltate quel che dice il giudice ingiusto. 

7 Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti? 

8 Io vi dico che renderà giustizia con prontezza. Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?»

 

Cari amici

sono molto grato a Ilia per avermi dato l’occasione di riflettere su questa parabola.Per comprenderne il significato, a mio giudizio, dobbiamo partire da quello che credo ne sia la corretta antropologia spirituale.  Come ho già avuto modo di dire credo che la realtà sia uno medio tra due poli, da un lato abbiamo l’uomo dall’altro il Principio Trascendente: ciò che accade è un esperienza in grado di mettere in contatto l’uomo con il Principio Trascendente. Compito dell’uomo dunque è quello di setacciare l’esperienza contingente per trovare in essa un indizio che possa ricondurlo al Principale, o se preferite la realtà è come una matassa ingarbugliata, In cui solo pochi fili conducano alla soluzione del groviglio. il nostro compito sarà quello di trovare i fili giusti in ogni situazione. A complicare il tutto c’è l’idea platonica che noi, nascendo ci dimentichiamo dell’intero fondamento metafisico del reale e, non contenti, veniamo russeauianamente diseducati da una subcultura superficiale orientata alla rabbia e all’odio. Ebbene, ogni volta che noi riusciamo a collegare la realtà di ciò che ci accade realizziamo, inveriamo, mettiamo in atto lo sposo, il Cristo; ogni volta invece che per mille motivi non riusciamo a ricollegare correttamente ciò che ci accade con il Principio Trascendente l’anima dell’uomo è vedova.

L’anima può trovarsi vedova per mille motivi: i più superficiali pensano che il problema possa risolversi semplicemente recitando o meno un credo scritto da altri, invece la situazione è un po’ più complicata: ogni credo, ogni dogma, sono misure statiche, i tre attori di cui abbiam parlato, l’uomo, l’esperienza e lo Spirito sono elementi dinamici. Pensare che qualcosa di statico e immutabile possa essere la soluzione di una situazione dinamica è puro non senso. La realtà richiede una ricerca continua, un continuo sforzo di perfezionamento della propria sintonia spirituale. Ogni volta che ci si siede, ogni volta che ci si sente arrivati, lo sposo muore e l’anima torna vedova. Parafrasando Giovanni Crisostomo potremmo dire che il compito di un buon cristiano è cercare di far rinascere il Cristo ogni giorno, ogni secondo attraverso l’esercizio costante. E cosa succede quando noi questo sforzo non lo facciamo o lo facciamo male? Attraverso una serie di risoluzioni altrettanto dogmatiche creiamo un’ombra, un avversario che nutriamo delle nostre paure e delle nostre fragilità, del panico suscitato dall’aver perso il contatto col Principio Trascendente. Questo idolo autocreato inizia a insegnarci il culto di sé e a sviarci in una terribile antropolatria, che invece di insegnarci ad amare l’uomo come tale, ci insegna ad odiare il diverso e a far guerra al diverso.  E’ finita qui? Tutt’altro! L’infinita misericordia del Principale fa sì che la realtà vedova continui a sollecitarci, punzecchiarci, disturbarci, per darci sempre e comunque, unitarianamente una opportunità di crescita spirituale, nel bene o nel male. La vita ci insegna due grandi cose: la prima è che siamo noi a dover scegliere cosa fare, se rendere giustizia alla vedova o nutrire l’avversario; la seconda è che prima o poi qualunque anima la giustizia la trovi, è solo una questione di tempo. E allora gli autori di pesanti crimini? Al netto di patologie mentali, io credo che tutti prima o poi possano trovare il contatto col Principio Trascendente, solo che questo contatto è esigente e sta all’uomo cercare in sé la forza per aprirsi ad esso. La parabola si chiude lasciando intendere una cosa: più si è prossimi all’esperienza della trascendenza, più è semplice ritrovarla anche sotto le nubi più fitte; più si è lontani, più è complicato ritrovarla: l’abitudine a nutrire l’avversario è un brutto vizio, difficile da estirpare, difficile ma non impossibile.

E come si rende giustizia alla vedova? Anzitutto questo non è un processo che si compia per interposta persona, ma un esercizio fondamentale di ogni anima, attraverso un processo di apprendimento e affinamento continuo, che una volta a casa mia si chiamava catechismo, ma che oggi è passato un po’ di moda, in ragione dell’abitudine molto di tendenza a spargere odio sui social. Vediamone comunque due delle tappe principali: la prima consta nel non demonizzare l’avversario. L’avversario è la proiezione di una parte di noi, la vera giustizia passa per il riconoscere, comprendere e abbracciare le nostre fragilità da un lato, e dal concedere che anche il nostro peggior nemico, seppur limitatamente e sotto certi aspetti, abbia delle ragioni. L’altra tappa è non smettere mai di cercare. Ma dobbiamo essere ben chiari su cosa voglia dire cercare. Cercare non significa chiedere ed aspettare ostinatamente che la realtà vada come vogliamo noi, perché il Principale non è un nostro cameriere, e udite udite, non significa nemmeno accettare acriticamente ciò che succede in nome di un presunto amore dogmatico per il Principale, perché non siamo automi.

Cercare significa sforzarsi di vedere in ogni tipo di esperienza, anche la più terrificante, un’occasione di crescita, un momento attraverso cui trascendere per ritrovare lo Spirito in noi stessi. Certo non è sempre facile, nessuno pretende che lo sia, ma è il compito ultimo di tutti noi cercatori dello Spirito. La preghiera, la meditazione, la pratica spirituale, devono poter essere i vostri strumenti in questa ricerca e la tenacia e la costanza le vostre compagne. Lo spirito comunitario tra noi può e deve far di più, la Comunione dei Fiori può essere sfruttata meglio in questo senso: sfruttate quel momento per confidarci quando e come avete sentito la vostra anima vedova del Principio Trascendente, e di come avete trovato conforto, e di come infine siate riusciti a consolare amici che si trovassero loro stessi in una situazione difficile.

Disponiamoci dunque insieme a farlo quest’uomo, capace di disporsi all’ascolto, e cercare in sé la buona Voce Trascendente, anche nei momenti più bui

Nasè Adam

Rob

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Gesù non seguiva il tennis

Cari amici,
Eccoci infine a parlare in maniera puntuale della parabola su cui riflettiamo da settimane, quella del seminatore. E’ una parabola che fonda in maniera abbastanza profonda l’altropologia spirituale unitariana. Vediamo perchè.
Anzitutto il seminatore semina ovunque e comunque. Non solo in noi stessi, fondando la nostra capacità di trascendere, non solo nel prossimo, albergando in ogni essere vivente, ma anche in ogni esperienza contingente che ci capiti, positiva o negativa che sia.
E allora le teste di quiz? Ma non vedete che il mondo è pieno di mentecatti? Come fate a parlare di scintilla divina in madri di famiglia che augurano buon appetito ai pesci che inghiottiscono i naufraghi in mare? Come fare a vedere del buono laddove regna ignoranza pressapochismo e odio gratuito? Come spiegare la vita di chi sembra votato solamente all’odio, alla miopia e all’egoismo?
Semplicemente perchè il seme da solo non basta. Se bastasse tutta l’esperienza di vita che il Principale ha pensato non avrebbe senso, sarebbe come un carillon che, una volta caricato, dia sempre lo stesso esito, sempre la stessa noiosa musichetta, e soprattutto contravverrebbe a quello che credo sia il fine ultimo del Principale, e di quella sfida che, nella notte dei tempi, l’uomo accettò. Io credo che il Principale voglia essere amato liberamente e incondizionatamente, voglia essere scelto anche in presenza di altre attrattive che risultino contingentemente più interessanti, siano esse una partita di calcio, un tea con le amiche, o un programma tv. L’uomo accettò la sfida, accettò di vivere in un corpo strutturalmente creato per distrarsi e annoiarsi e di tentare di riportare questo corpo all’esperienza d’amore originaria. 
Intorno a me in questo momento parlano di tennis, ecco penso sia come una partita di tennis: il talento è la pallina, sta a noi rimandarla al di là della rete e cercare di fare il punto. Essere cristiani significa accettare di giocare questa partita, essere Cristo significa far punto. Certo la vita ci mette davanti palle più facili e palle più difficili, sta a noi allenarci in modo da riuscire a far punto nella maggior parte dei casi. Da cristiano penso che Gesù abbia avuto la più alta percentuale palle toccate/punti fatti, una percentuale pari quasi al 100% (al quasi io tengo molto) e che noi invece gravitiamo su percentuali moooolto più basse. Sta a noi lavorare per migliorare le nostre percentuali, tenendo in forma il nostro corpo, e questo è un impegno solo nostro, e migliorando il nostro tennis, la nostra sensibilità spirituale, per cui possiamo farci aiutare dalla tradizione che ci sembra più confacente al nostro sentire e da un ministro adeguato.
Gesù, che probabilmente non seguiva il tennis, ed era una persona molto più seria di me, ha usato un altra metafora per spiegare il concetto: quella della semina. Il seme da solo non basta: un buon raccolto dipende anche moltissimo dal terreno in cui cade e il terreno è compito nostro prepararlo. Se il seme cade in un terreno di me…lma, non è colpa del Principale se non cresce nulla di buono. Se uno, fisicamente un po’ appesantito e totalmente digiuno delle regole del tennis, usa la racchetta per darla in testa al raccattapalle non è colpa del Principale. Noi siamo liberi di utilizzare il nostro terreno e prepararlo come meglio crediamo e questa libertà è un’arma a doppio taglio, perchè senza il buon esempio, senza una società che investa davvero su di una cultura spirituale di tolleranza al di là delle casacche dogmatiche, sarà sempre più difficile imparare a faredel buon raccolto. L’uomo pur troppo funziona per imitazione, se all’imitatio Christi sostituiamo l’imitatio-imbecillis non possiamo pensare di ottenere grandi cose.
Eco era stato triste profeta nel temere cosa sarebbe successo se si fosse dato in mano uno strumento di diffusione di massa in mano ad imbecilli…. 
E il Maestro cita quattro fasi, che potremmo vedere come quattro livelli di una nostra crescita spirituale: 
  • la prima è quella più comune, gli uccelli rappresentano altre sollecitazioni della nostra vita cui noi non sappiamo dir di no, siano essi la tv, la cena con gli amici, social media. Essi letteralmente rubano o inghiottono il nostro talento
  • Facciamo uno scalino e arriviamo a quelli che si impongono un percorso spirituale, sono presenti al servizio, ma considerino la semplice presenza come il fine ultimo del servizio stesso, “caro prete, io ti concedo mezz’ora del mio tempo a settimana, ma poi non rompere le scatole che c’ho da fare”. Queste persone prima o poi abbandoneranno, perchè prima o poi arriverà un momento più difficile, una palla più difficile da respingere e quell’esperienza spirituale, confinata come un compartimento stagno all’interno della vita, cesserà di esistere
  • Facciamo un ulteriore gradino e troviamo un’esperienza ulteriore molto comune: quelli che si lascino pervadere dall’esperienza spirituale in molti ambiti della loro vita,  ma che nel loro animo trovino qualche spina difficile da estirpare e trovino più conveniente lasciarla lì, non toccarla. Direi che mentre i primi due gradini sono molto comuni tra i sedicenti non credenti, o anche tra i curiosissimi credenti non praticanti (due contraddizioni su cui non ho tempo di soffermarmi), il terzo scalino è comune a più o meno tutti noi credenti, mi ci metto anche io ovviamente: ognuno di noi ha qualche spina che impedisca al frutto di crescere e quindi al raccolto di essere copioso come potrebbe. Compito nostro dovrebbe essere quello di lavorare sulle spine per permettere al seme di crescere e invece ci esponiamo al pericolo, non avendo il coraggio di sopportare il dolore dell’estrazione, di volere una denominazione o un ministro che legittimi le nostre spine, permettendoci di lasciarle al loro posto. 
  • Siamo all’ultimo gradino, cui tutti accediamo nel momento in cui sentiamo il seme che lavora in  noi stessi e gli diamo buona terra, ma da cui tutti retrocediamo ogni volta che una esperienza complicata ci renda meno saldi e determinati nella fede. Esperienze e titubanze umanamente comprensibili, ma da cui dobbiamo imparare a guardarci rendendo il nostro animo saldo anche di fronte alle esperienze poco piacevoli. E’ una risoluzione certamente non semplice, ma non impossibile, a fronte di un costante e significativo esercizio spirituale
 
Allora facciamolo quest’uomo, capace di rendere fecondo il proprio terreno per il seme divino e di trasformare i casi della vita come concime utile e non come impedimento alla crescita del seme
 
 
Nasè Adam
Amen
Rob
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