Mente quieta, cuore aperto – Rev. Samuel A. Trumbore

La questione che vorrei considerare questa mattina è: Che cos’è esattamente che motiva gli Unitariani Universalisti a partecipare positivamente nel cambiamento sociale e nel servizio sociale, e a fare campagne per la giustizia sociale? Tradizionalmente la nostra motivazione è venuta dal nostro patrimonio cristiano unitariano ed universalista. Questo sta cambiando oggi. Poiché abbiamo cercato di identificarci come una religione che abbraccia un’ampia diversità teologica, abbiamo gradualmente allargato la nostra auto-definizione, così oggi una fede in Dio e/o Gesù non è più richiesta per diventare membri. Mentre diventare non-credale è stato beneficiale nello sviluppo di un nuovo tipo di religione con un alto grado di libertà individuale, ha avuto alcune conseguenze. Credo che abbia indebolito la nostra disponibilità ad accettare l’autorità della Bibbia come motivazione per la nostra azione sociale. Dato che oggi la maggioranza degli UU sono non-cristiani e molti sono umanisti, credo che dobbiamo trovare un nuovo modo di ispirare l’azione sociale compatibile con la Bibbia ma che sorga da una radice diversa non-teista più compatibile con l’umanesimo scientifico che è comune tra i nostri membri. Questa nuova radice per la nostra azione sociale che sosterrò oggi è il Buddismo.

Questo suggerimento tipicamente incontra un po’ di resistenza. A causa della concentrazione interiore della pratica primaria buddista della meditazione e del ritiro dal mondo per l’esplorazione interiore, alcuni hanno provato ad etichettare il Buddismo come una religione individualistica con poca attenzione alle questioni sociali e a fare giustizia. Alcuni sentono delle intuizioni del Buddha sull’impermanenza e sulla natura insoddisfacente dell’esistenza e si chiedono perché i buddisti sarebbero disposti ad essere attivi nel cambiamento sociale se credono che i problemi del mondo non possono essere risolti. Alcuni potrebbero aver incontrato diversi americani assorbiti da se stessi che sperimentano il buddismo e vogliono generalizzare che il buddismo porta le persone a non preoccuparsi dei problemi del mondo.

Questa critica viene particolarmente forte da coloro che abbracciano un idealismo ispirato dai profeti biblici. Si potrebbe sintetizzare quel idealismo così: Dio ha una visione del modo in cui dovremo vivere ed essere fedeli. A causa delle tendenze maligne nella natura umana di seguire i desideri personali e di trascurare la legge di Dio e il bene degli altri, la sofferenza entra nel mondo. Dio vuole che noi mettiamo a posto il mondo attraverso una trasformazione religiosa liberamente scelta del nostro impegno più alto dall’interesse per noi stessi alla Volontà di Dio. Le persone religiose che decidono di impegnarsi per lo scopo più alto di Dio devono stare attivamente in opposizione ai poteri che colludono con l’indulgenza del desiderio personale alla spesa dell’insieme sociale.

Quest’idealismo ispirato dai profeti ha forza con coloro che guardano alla Bibbia come una guida nella vita. Ogni ebreo è compreso nel patto che Mosè ha fatto con Dio sul Monte Sinai e ha un obbligo religioso di seguirlo. I buoni cristiani fedeli alla loro religione dovrebbero diventare discepoli di Gesù ed occuparsi del lavoro missionario diffondendo la fede. Sia il cristiano che l’ebreo che abbracciano la Bibbia come autorevole oggi, devono anche abbracciare i profeti e lavorare per servire la visione di Dio di come dovremo camminare insieme. Mentre l’umanesimo rimuove Dio dalla sopraddetta formula, l’agenda sociale dell’umanesimo è ancorata nella tradizione e pensiero della Bibbia – ma con una torsione.

L’imperativo profetico di Michea “praticare la giustizia, amare la clemenza e camminare umilmente col tuo Dio” (6:8) potrebbe ispirare il credente, ma potrebbe non essere convincente per il tipico Unitariano Universalista. Molti di noi leggiamo la Bibbia come letteratura ispiratrice ma non come un piano per costruire la nostra vita e per salvare il mondo. Gli UU che abbracciano gli insegnamenti dei Profeti probabilmente vorranno incorporarli come parte di una filosofia personale piuttosto che come un impegno religioso più alto. E coloro che abbracciano i profeti come filosofia personale potrebbero incontrare problemi.

Il pericolo nell’abbracciare i profeti senza un alto grado di impegno religioso che va oltre il personale è l’attivismo senza seguito. Il tipico ciclo di vita di un’attivista sociale, specialmente tra gli UU e forse alcuni qui oggi, potrebbero suonare così: Un’attivista sociale in erba nasce quando acquista conoscenza sociale nella sua adolescenza e scopre che il mondo non è giusto. Non solo non è giusto ma il mondo è pieno di ingiustizia, disuguaglianza sociale e cattiveria. Le persone buone vengono schiacciati sotto il tacco di istituzioni insensibili. I cattivi evitano le punizioni e perfino prosperano. E il dover guardare tutto il casino sul telegiornale della sera è doloroso.

Il pensiero sorge nella sua mente che si deve fare qualcosa. Il suo idealismo giovanile la porta a rispondere al male che vede e di coinvolgersi nel sostenere un cambiamento sociale. Gli ideali profetici biblici insiti nei movimenti sociali di oggi suggeriscono al giovane attivista sociale che questo non è come Dio (o la Dea, o la forza, or l’evoluzione, o la natura, ecc.) vuole che il mondo sia e ha bisogno di persone buone come lei per mettere le cose a posto. E’ ispirata dagli ideali, prende sulle sue spalle il giogo e si immerge nel compito di salvare il mondo.

Dopo che tanta energia è stata spesa, più spesso con successo vario e molto fallimento, i cambiamenti raggiunti non soddisfano i suoi ideali. Comincia a vedere l’umanità dei cambiatori del mondo intorno a lei e coloro che lei sta aiutando. Pochi sono così puri nei loro sforzi, motivazione e cuore come lei si aspettava. Il suo sacrificio per la causa diventa sempre più difficile mano mano che le realtà strappano i suoi ideali. Come vediamo in alcuni libri pubblicati recentemente da attivisti liberali che sono diventati conservatori e cinici, lei diventa esausta e comincia a perdere la fiducia che possa cambiare la cose.

Dove la nostra ipotetica attivista sociale casca dalla sua trave ha a che fare con il suo centro di motivazione e aspettativa. Gli attivisti sono spesso inconsapevole del ruolo delle loro emozioni nel motivare i loro ideali. Molti, spero tutti, di coloro che si occupano di azione sociale sono motivati dal dolore che sentono vedendo il male nel mondo. Vedono un atto di ingiustizia o dominazione, sentono per la vittima e cresce la rabbia verso l’aggressore. Guardare qualcun altro che soffre fa male anche a noi perché siamo animali sociali con risposte simpatetiche.

Una parte della motivazione per alcuni di occuparsi dell’azione sociale è di cambiare il mondo così che non dovremo, in un certo tempo futuro, sentire questi spiacevoli sensazioni. Quando si comincia ad intuire che la sofferenza umana non può essere eliminata facilmente – forse perfino per niente – poi si deve affrontare la realtà che non si può fuggire da questo tipo di dolore. E il modo in cui l’organismo umana reagisce al dolore cronico è di desensibilizzarsi e di difendersi contro esso. La mente dice a sé stessa, “Se non posso fermare questo dolore, al meno posso isolarmi e proteggermi da esso. Se non posso mettere a posto il mondo alloro mi nasconderò e spero di attraversare la vita fuggendo da troppo tristezza.” Se hai tanti soldi e la pelle bianca, hai la possibilità di questo tipo di fuga. Se sei di colore e povero, non puoi.

L’idealismo sociale come una filosofia personale fallisce per molti perché credo che richieda un impegno più profondo per funzionare con successo rispetto a ciò che è possibile attraverso una scelta personale. Un cambiamento sociale trasformativo e sostenibile richiede un impegno religioso che trascende il sé. E la filosofia e pratica buddista può aiutarci ad ottenere quel tipo di impegno.

A differenza dalla terra promessa di Mosè o la previsione di Gesù della venuta del Regno di Dio, il buddismo non offre nessuna speranza che le cose miglioreranno. Ma neanche che le cose necessariamente peggioreranno. Il buddismo chiaramente vede il mondo e la natura umana come sono e delinea ciò che è possibile. Fortunatamente il buddismo è abbastanza ottimista circa ciò che è possibile per tutti noi. Possiamo tutti essere liberati dalla natura insoddisfacente e dalla sofferenza quotidiana della vita seguendo l’Ottuplice Sentiero delineato dal Buddha.

A differenza dalle religioni centrate teisticamente, il buddismo non comincia con una confessione di fede o entrando in un rapporto con una divinità. Quando il Buddha incontrava coloro che mettevano in dubbio le credenze che erano alla base del suo insegnamento, non discuteva sul punto. Piuttosto, li incoraggiava a scoprire per se stessi attraverso la loro esperienza diretta usando le tecniche che lui insegnava. L’insegnamento centrale del Buddha non contiene nessuna verità rivelata inaccessibile allo studente disposto a dedicarsi alla pratica della meditazione e alla disciplina di osservare direttamente il funzionamento dell’organismo umano nel suo rapporto con il mondo. Poiché non si richiede nessuna fede al praticante, salvo qualche grado di fiducia nella pratica stessa e nel Buddha che ha scoperto la pratica, il buddismo è molto attraente per il tipo di individualista autosufficiente che si trova nelle congregazioni UU. Scavalca l’idealismo di cercare di conformare le credenze, i comportamenti e la comprensione umana ad una verità rivelata e ci porta a conoscere noi stessi come siamo piuttosto che chi vorremo far finta di essere. E chi siamo è molto, molto più grande di quanto possiamo immaginare.

Una delle mie introduzioni all’azione sociale buddista è avvenuta partecipando ad un discorso di Steven Levine. Lui aveva istituito uno dei primi centri per ciò che chiamava il “morire consapevolmente.” Come il movimento per gli Ospizi di oggi, il suo centro era per le persone nelle ultime fasi del morire con solo pochi mesi da vivere. Ispirato dal lavoro di Elizabeth Kubler Ross e la propria esperienza profonda della meditazione buddista, aiutava le persone come meglio poteva per avere quella che lui chiamava “una buona morte.”

Da una prospettiva questo è un lavoro piuttosto deprimente. Durante gli anni 80 conoscevo diverse persone che lavoravano come volontari nell’area della Baia di San Francisco con i malati di AIDS. A quell’epoca, si moriva abbastanza velocemente di AIDS. Mi ricordo questi volontari che lottavano con i loro sensi di perdita e ciò che chiamavano “la stanchezza della compassione.” Così aspettavo di sentire storie simili da Levine nel suo discorso.

Ciò che Levine ci ha offerto, però, era qualcosa di completamente diversa. Non c’era dubbio che anche lui sentiva la propria sofferenza mentre vedeva i suoi pazienti morire proprio come i lavoratori con l’AIDS che conoscevo. Ma non resisteva al dolore né si aggrappava a coloro che stavano morendo. Usava la sua pratica della meditazione buddista per liberare questi attaccamenti e avversioni così che poteva essere presente con ogni persona morente. E in questa presenza, senza aspettative, erano capaci di amarsi fino alla morte. Levine non parlò troppo della stanchezza delle compassione né disse che si stava sacrificando per questo lavoro. Piuttosto parlò del modo in cui coltivava, faceva crescere il suo amore – lasciando andare.

Un’altra area in cui ho visto il buddismo ispirare l’azione sociale è stato il campo dell’ambientalismo. Questi ambientalisti buddisti rifiutano di plasmare il mondo in una forma ideale o per conformarsi a bisogni esclusivamente umani. Piuttosto di rendere il mondo comodo per noi, la filosofia buddista ci incoraggia ad imparare a conoscere piuttosto di dominare i sistemi naturali e come possiamo partecipare in essi senza fargli del male. Non ci sono animali e uccelli buoni, e pidocchi e serpenti cattivi ma piuttosto una rete interdipendente che lavora insieme in una specie di armonia creativa. Non possiamo separarci da questa rete e stare da una parte come esseri infusi di anima differenti dal resto della creazione. Il buddismo rifiuta l’idea dell’anima separata individuale che sopravvive al corpo. Facciamo parte del continuum della evoluzione e siamo una sola cosa con il resto della vita su questo pianeta. Questa è una notizia veramente buona! Se non siamo separati dall’ecosistema, che gioia! Siamo una parte di tutto ciò, profondamente parte di tutto ciò, e profondamente cuciti nel tessuto dell’esistenza. Non siamo soli.

Il buddismo energizza e sostiene l’azione sociale perché opera da una fondazione forte sia nella realtà del mondo che nel ciò che è possibile per gli esseri umani. Il processo meditativo di osservare direttamente il funzionamento del corpo, dei sensi, dei sentimenti, delle emozioni e della mente ci dà delle intuizioni incredibilmente importanti sulla natura della realtà che hanno enormi implicazioni sociali.

Sì, c’è molta ingiustizia, disuguaglianza, tristezza e sofferenza in questo mondo. Sì, questi problemi non possono essere rimossi dall’esistenza. Sì, tutto cambia e niente dura per sempre. I semi dei problemi futuri sono programmati nei nostri geni. Le cattive notizie sono riconosciute chiaramente nel buddismo quindi le persone non vengono intrappolate in speranze ed ideali falsi. Non c’è nessun tempo futuro quando le cose saranno meravigliose per sempre.

La buona notizia è che quella non è tutta la storia. La vita contiene anche momenti di grande meraviglia, gioia, amore e celebrazione. Questi momenti non solo esistono ma possono essere coltivati nel modo in cui viviamo la nostra vita sia individualmente che collettivamente. E come ciascuno di noi vive la nostra vita individualmente ha un grande impatto sull’accesso di altre persone a queste esperienze di pace e serenità. L’esperienza di questa cessazione della sofferenza è profondamente energizzante e tende a connetterci con gli altri piuttosto che separarci. L’esperienza coltivata nella meditazione è proprio l’esperienza che diventa la fonte del desiderio di aiutare gli altri.

Questo è precisamente ciò che mi succede quando vado a fare un ritiro di meditazione. Mentre il mio corpo e la mia mente si stabiliscono e faccio la pace con vari livelli di attaccamenti e avversioni fisici, emotivi e mentali, trovo che quando la mia mente è quieta, il mio cuore si apre e si riempie di amore. Questo non è il tipo di amore che la maggior parte di noi conosce come il desiderio per una coniuge, l’amore per un figlio o figlia o una sedia, animale o posto sulla spiaggia preferito. E’ un amore che si apre a tutto e a tutti e celebra nello stesso tempo sia ciò che è sia ciò che non è. E’ una specie di equanimità aperta, pacifica pronta ad occuparsi della vita e non trattenendo nulla. E’ in questo senso solido di interconnessione che sorge facilmente la spinta di aiutare un altro. E da questo tipo di purezza dell’intento, grande cose possono succedere.

Credo che l’attivismo sociale che sorge dalla propria esperienza personale della natura della realtà sia potenzialmente più forte e più potente che cercare di seguire una visione ideale di come dovrebbe essere il mondo. Affinando la propria esperienza diretta della realtà, si diventa molto più capace di fare cambiamenti positivi che quando si è diretto dai fini. Non c’è la tentazione di fare del male per il bene maggiore dell’ideale. Non c’è bisogno di costringere altri di accettare una religione or sistema di credenze alieno per salvare le loro anime o cambiare le loro opinioni politiche. Non c’è nessun desiderio di sacrificare i figli di oggi per un domani più glorioso. Non c’è nessun rifiuto del mondo come peccaminoso e bisognoso di redenzione. Poco nella vita è più soddisfacente del coltivare la capacità di lavorare positivamente e creativamente con qualsiasi realtà che incontriamo ogni mattina. L’individuo che si impegna in questo tipo di azione sociale non guarda ad una metà brillante ed irraggiungibile ma piuttosto ad un problema o opportunità che si presenta oggi.

Il buddismo insegna una via orientata ai mezzi per fare l’azione sociale che è in un rapporto costante con il presente. Credo che questo abbia un vantaggio rispetto al sentiero idealistico orientato ai fini all’azione sociale per gli UU perché non rimanda la soddisfazione individuale al futuro né richiede un impegno basato sulla fede. Piuttosto che tentare di bandire il dolore dal mondo, la natura insoddisfacente della realtà viene confrontata direttamente e trascesa attraverso un evoluzione della coscienza. L’attivista sociale cresce e matura che il mondo sia salvato o meno, scoprendo sé stesso attraverso un azione sociale che trasforma reciprocamente. Non c’è bisogno di nessuna rivelazione speciale. Non è richiesta di credere. Solo la disponibilità e l’impegno di coinvolgersi attivamente nella vita com’è ed essere pronto ad imparare e a rispondere.

Che finisce ad essere anche la stessa destinazione dell’attivista sociale ebreo o cristiano. Anche loro alla fine devono lasciare andare i loro ideali. Ma invece di accettare la realtà, loro la riconoscono come arrendersi alla volontà di Dio. Questo è un modo ugualmente buono per impegnarsi nell’azione sociale — se sei un credente. Ma se sei come molti UU agnostici o ateisti, l’ispirazione migliore per l’attivismo sociale si trova attraverso il sentiero insegnato dal Buddha.

Copyright (c) 1997 del Rev. Samuel A. Trumbore. Tutti i diritti riservati.
Translated by permission: Ian McCarthy

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