Esserci come agenti spirituali

Es: 20:15 Non rubare
Cari amici,

Il comandamento di oggi è ormai diventata legge in pressochè tutti gli Stati che io conosca, in un ambito che oggi diremmo laico. Ma, se c’è una cosa che un comandamento come questo può insegnarci è l’insensatezza di una divisione tra laicismo e spiritualità. Le azioni dell’essere umano possono essere lette in molti modi ma egli resta uno nella sua intima essenza. In più, la spiritualità è indubitabilmente una esperienza profonda e qualificante di ogni essere umano. Come se fosse un braccio. Uno può decidere legittimamente di non usare mai la mano sinistra. Che gli si può dire… è un suo diritto… ma certo è anche una limitazione autoinflitta che penalizza l’essere umano senza un reale motivo o ritorno. Coll’ateismo nihilistico è lo stesso: liberi di negare la spiritualità, ma quello che viene fuori da questa visione è un uomo inutilmente dimezzato.

In ogni caso l’autoconsapevolezza dell’essere umano ha compreso nei secoli che un simile invito non ha etichette ma riguarda l’antropologia profonda di ogni essere in quanto tale. Si dovrebbe nel tempo riuscire a slegare questa saggezza profonda da etichette e connotazioni culturali per coglierne gli aspetti antropologicamente rilevanti per ogni uomo sulla Terra.

In questo lo UUismo, quando non si lascia colpevolmente sedurre dal qualunquismo dell’indifferenza, rappresenta un deciso passo avanti nel progresso spirituale del genere umano. Esso è costantemente a un bivio valoriale e oscilla tra l’essere la migliore esperienza possibile nell’approccio spirituale di un credente, in grado di cogliere l’essenza ultima dell’universale scintilla divina, all’esserne l’esperienza deteriore, che mischia pigramente elementi di superficie, senza avere il coraggio, la forza e la voglia di approfondire.

Ma non c’è solo questo: ogni testo sacro è naturalmente multivoco, e dunque questa semplice indicazione, oltre agli aspetti sociali e antropologici, da un punto di vista spirituale cosa può dirci? L’oggetto del contendere spirituale è il talento o la scintilla divina che ciascuno di noi deve riconoscere in sé e coltivare al meglio. Che senso ha il non rubare rispetto a quella scintilla. Mi vengono in mente due significati convergenti.

Il primo. Noi stessi siamo tutti, ciascuno l’un per l’altro agenti spirituali, in grado di vedere nell’altro il potenziale talento spirituale e di aiutarlo a far si che emerga, a non sotterrarlo, possiamo essere da esempio da guida e da sprone facendo si che la consapevolezza spirituale intorno a noi aumenti. Ebbene, se da un punto divista umano questa è una possibilità, in una prospettiva spirituale si tratta di un vero e proprio dovere. Le vite del genere umano sono cosi profondamente intrecciate che parte delle possibilità della vita spirituale dell’altro dipendono anche da me. Cosa succede allora se per la mia incuria l’altro non riesca a raggiungere il livello spirituale che gli competerebbe? La mia trascuratezza ha avuto un impatto negativo sulla vita dell’altro privandolo di possibilità che avrebbe avuto. Ebbene è questa la privazione, la ruberia di cui voglio parlarvi oggi: quando tu vedi delle potenzialità spirituali nell’altro aiutalo a farle fruttare non gliele rubare, non lo privare di esse. Quando in coscienza ci disponiamo davvero a mettere in pratica questo? Quante volte ci siam davvero spesi per la crescita del potenziale spirituale di chi ci sta intorno? Molto poco, molto meno di quanto avremmo potuto, io per primo che ho pure l’aggravante di essere un ministro. Cosa sappiamo della volontà di crescita spirituale di chi ci sta attorno? Azzarderei molto poco, non pare essere argomento di quelli di tendenza da intavolare con qualcuno. Alcuni potrebbero trincerarsi dietro l’invito a non evangelizzare, giustificando un po’ superficialmente il proprio colpevole disinteresse con la volontà e il rispetto nel non intervenire nella vita dell’altro. Ma è solo un grave errore concettuale: nella sua forma deteriore evangelizzare vuol dire convincere qualcuno delle mie idee, portandolo a professarle. Qui non stiamo parlando di fare dell’altro una copia di noi stessi, ma di aiutare l’altro a coltivare il proprio potenziale, che sarà certamente molto diverso dal nostro, la bellezza del giardino spirituale in cui per dirla con Falasca anche io sono un fiore, è lavorare affinchè armonicamente conviva la maggior diversità possibile. Nell’ interessarmi alla vita spirituale dell’altro ho in mente di accompagnarlo alla sua destinazione, non alla mia.

C’è anche un aspetto squisitamente individuale: quante volte nella storia della nostra vita ci siamo auto sabotati, rubandoci un futuro spiritualmente migliore per pigrizia, insicurezza e incertezze. Quanto del nostro talento spirituale abbiamo sotterrato? Quanto abbiamo rubato al piccolo che c’è dentro ognuno di noi del luminoso futuro che gli sarebbe spettato? Sono domande semplici, ma di una importanza disarmante.

Si tratta quindi in conclusione di riconoscere che spiritualmente l’oggetto del non rubare ha poco a che vedere con la merenda nella cartella del compagno di banco, e molto con l’ultima, l’intima essenza del nostro essere. Una volta che ci sia chiaro questo, una volta che intercettiamo e comprendiamo noi stessi come esseri inseriti in un processo emancipazione spirituale, interrompere o ritardare questo percorso difficilmente può essere visto come un atto di libertà verso noi stessi. Si tratta piuttosto di un ostacolo che noi stessi ci poniamo e che dobbiamo imparare a rimuovere.

La Comunione Unitariana, e in special modo la Comunione dei Fiori, dovrebbe essere, in misura ancora maggiore di quanto non sia ora, il momento in cui ciascuno di noi possa riflettere sugli ostacoli che incontra nel proprio percorso di emancipazione spirituale, e possa offrire aiuto concreto agli altri per la rimozione dei loro. Si tratta di uno spazio, di un momento sulle cui potenzialità dovremmo essere tutti più consapevoli di quanto ora non sia. Non si tratta di dire qualcosa, ma di esserci come agenti spirituali

Facciamolo quest’uomo, capace di rendersi degno del futuro che gli spetta.

Nasè Adam,
Rob

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