La scimmia e il saggio

Es: 20: 13 Non uccidere
Cari Amici,

potrei NON stupirvi con effetti speciali e usare questo comandamento per parlare di tematiche quali aborto e fine vita, ma non ne ho tanta voglia, soprattutto perché credo tutti conosciate l’atteggiamento UU piuttosto libero su questi temi, cosi come le mie perplessità sul fatto che quelle citate non debbano essere pratiche portate avanti a cuor leggero o che l’individuo non debba essere lasciato solo nel processo decisionale, ma debba essere accompagnato dall’azione amorevole e supportiva della comunità tutta. Ecco, siccome certe cose le ho già dette e scritte cento volte, risparmiatemi la centounesima, che fa caldo.
Vorrei piuttosto fornirvi una lettura mistico – qabalistica di questo verso e presentarvi ogni individuo come una via di mezzo tra due estremi: una bestia e un saggio (Cristo nella tradizione cristiana) come si applica questo comandamento in questa prospettiva?

Anzitutto troviamo l’anima dell’uomo impegnata secondo i primi Padri spirituali a dover partorire Cristo, a dover utilizzare il bagaglio di esperienze e relazioni che il caso, o il Principale (vedetela come volete) come carburante, come fertilizzante per dar vita a un essere spirituale compiuto, che non sia, attenzione a questo punto, qualcosa di alieno o separato rispetto alle difficoltà della vita, ma che maturi la saggezza spirituale attraverso esse. Nella nostra concezione santo non è chi si sia ritirato in solitudine sul cucuzzolo del monte, rinchiuso in qualche cella per non far sporcare la veste bianca; santo piuttosto è chi sia vissuto in mezzo al casino e alla caciara, chi abbia sbagliato, sia caduto, si sia rialzato e, attraverso queste vicende abbia faticosamente maturato un essere spirituale sempre e comunque perfettibile.

Il bello di tutto questo però è che l’uomo possa legittimamente rinunciare, possa sinceramente dire che in un mondo tanto schifoso credere ancora nella legittimità di alcuni valori sia ridicolo, che una fatica simile e un po’ ipocrita non vale il premio incerto che la spiritualità promette. L’uomo può quindi decidere autonomamente di sotterrare il proprio talento e di uccidere la propria parte spirituale e votarsi totalmente a tutti quei piaceri momentanei li sembrino più sensati e a portata.

In questo caso dunque il non uccidere è una prima affermazione antropologica che ci avvisa che l’uomo è molto di più di un compulsivo autore di zapping da divano, che è davvero possessore di un talento spirituale che deve imparare progressivamente a vivere in consapevolezza. Forse questo talento non viene capito ed aiutato dal rigido dogmatismo dei percorsi spirituali ufficiali, che sbandierano un inutile rigore solo per legittimare se stessi, che fraintendono e abdicano al loro primo e unico dovere di servizio per le anime e non per la gerarchia.; ma ciò non vuol dire che una scomoda domanda che non trovi una immediata risposta debba essere dimenticata.

Gli UU hanno un impianto e una duttilità tali che possono permettere ad ogni cercatore spirituale di trovare la propria strada, di partorire il proprio saggio, sempre che non si lascino prendere dalla tentazione, purtroppo piuttosto comune, di legittimare e incoraggiare qualunque astrusità o risoluzione venga in mente. La nostra giovane comunità deve ancora imparare bene quanto assenza di dogmatismo, duttilità e disponibilità non vogliano dire lassismo e accoglienza indiscriminata. Il nostro deve essere anch’esso un percorso che miri alla crescita spirituale dell’individuo, senza rendere il televoto sul divano una opzione credibile, nella ricerca di un consenso che poi, di fatto non arriva comunque.

Ma tra i doppi con cui l’uomo convive non c’è solo il saggio da non uccidere, c’è anche una bestia, una scimmia nella tradizione cabalistica. Ognuno di noi deve convivere con una parte caciarona, fancazzista e casinista, che, potendo ,manderebbe tutto a pallino. Non uccidere significa quindi non tentare di eliminare questa scimmia ma trovare con essa un rapporto equilibrato. Il saggio, il Cristo, non è colui che abbia ucciso la propria scimmia, tutt’altro. Saggio è chi abbia trovato con essa un rapporto pacifico e stabile e che sappia contenerne l’esuberanza all’interno di confini accettabili, tanto da non solo non impedire la crescita della consapevolezza spirituale, ma addirittura esserne motore, fornendo ad essa l’energia necessaria.

A volte sorrido pensando a quanti cessino di intraprendere un percorso spirituale chiamando subdolamente in causa la propria indegnità rispetto al Divino. L’indegnità diventa così una scusa di comodo, deresponsabilizzante, attraverso cui legittimare la propria cattiva volontà. Tutt’altro, se c’è qualcosa di davvero genuino che l’uomo possa offrire al Divino, è questa indegnità, questa imperfezione portata con coraggio e non legittimata, ma fieramente combattuta in ogni momento della nostra vicenda terrena.

Questo gli UU l’han capito da tempo.Si tratta dunque di cercare equilibrio tra queste due istanze. Non uccidere significa dunque nutrire e convivere con il saggio e la bestia, lasciandosi accompagnare nel percorso.

Torna l’idea profondamente cabalistica di pace come equilibrio, armonia tra esperienze contrapposte. Sembra facile, sembra ovvio, ma se ci pensate è la cosa più difficile. Risulta molto più semplice, più immediato e popolare educare agli estremi che non educare all’armonia tra gli opposti. Il discorso noi siamo tutti buoni e gli altri sono tutti cattivi è quello che permette alla mente di adagiarsi e di pensare poco, cosa che noi in fondo non vogliamo.

L’educazione a vivere in armonia esperienze intime che paiano contraddittorie è uno degli insegnamenti più alti reperibili in ciascuna Tradizione, ed è anche uno degli obiettivi più difficili da raggiungere, soprattutto se consideriamo che il sistema educativo di oggi non sembra avere questo come obiettivo primario.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di crescere spiritualmente in un contesto di costante equilibrio in cui possa trovare la sua intima pace in ogni momento del percorso

Nasè Adam

Amen
Rob

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