Mio padre era juventino

Es: 20: 12 Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà.

Cari Amici,

questo comandamento sembra oscillare tra l’ovvietà e l’assurdità. Iniziamo dalle cose ovvie: in una prospettiva come la nostra in cui io sono invitato ad amare il mio prossimo come tale, che senso ha specificare la parentela? In che modo l’onorare dovrebbe essere più dell’amare?

Inizierei col dire che il padre e la madre sono per ogni individuo la prima forma di società, una società in miniatura come direbbe Aristotele. Onorare il padre e la madre è dunque il primo passo per tutto il resto, se ci riesce questo, il resto viene da sé.  In più, il padre e la madre sono le persone di cui meglio conosciamo le debolezze, che spesso vediamo nei loro momenti più bassi, intimi e fragili, e a cui dobbiamo riconoscenza nonostante tutto, attraverso la focalizzazione dell’immagine profonda di amore autentico che riusciamo a intravedere nonostante, le rughe, le bassezze e le cavolate che la nascondano. Onorare vuol dire ricostruire l’esperienza di una persona profondamente autentica e degna nonostante gli scivoloni e le debolezze. Ma se mio padre fosse delinquente, o, come nel mio caso juventino sfegatato? Non sto affatto dicendo di misconoscerne gli errori, di mentire sulle debolezze e di far finta di niente. Sto dicendo che, per quanto delinquente possa essere, al genitore io sono debitore della vita e di tutte le possibilità che essa mi offre. Il nichilismo metafisico che pur mi affascina teoreticamente si è trasformato in un nichilismo di significati, in un  pressapochismo di approccio alla vita che è molto preoccupante.  L’escalation di patologie depressive dell’ultimo secolo è chiaro sintomo di come la capacità dell’uomo di trovare un senso alla propria esistenza stia pericolosamente regredendo. Nuovamente, l’esercizio di riuscire a recuperare dalle macerie della relazione biograficamente esperita, la  dignità e la gratitudine per la relazione genitoriale è il primo passo di questa ricerca di senso di cui abbiamo detto.

Una curiosità: qual è il fine di tutto questo? Qui c’è un dato interessante per un cristiano unitariano. Il testo ebraico dice chiaramente che l’oggetto del contendere è la terra promessa, Israele. E a noi? Che può importare a noi oggi la presenza in un Paese, che occhio e croce mai abiteremo? L’interpretazione letterale ci sta stretta, ma francamente anche l’interpretazione che vuole vedere nella terra il pianeta, l’esperienza di vita mi lascia un po’ freddo, la trovo un po’ troppo ovvia e omnicomprensiva.  Allora quale è la terra che ci viene data? Io credo che tutti noi abitiamo la terra promessa tutte le volte in cui riusciamo a trovare un giusto equilibrio tra la dimensione materiale e quella spirituale: in quel momento abitiamo l’esperienza di vita al massimo della nostra possibilità, nel modo in cui il Divino l’ha pensato.

Proseguendo su questa linea, la madre non è solo un essere biologico, ma nella cultura occidentale rappresenta anche la dimensione ricettiva, creativa, emotiva e fragile di un soggetto. Onorare la madre significa anche onorare la dimensione fragile e ricettiva della nostra esperienza di vita, non che la nostra eredita famigliare e culturale, fatta di qualche luce e molte ombre che col nostro agire dobbiamo sapere onorare rettificandola. Tutto questo è ben rappresentato dalla coppa del calice ardente nel simbolismo UU. Sempre proseguendo su questa linea, il padre rappresenta la nostra dimensione attiva, fatta di rispetto di regole ma anche di ideali da realizzare. Rispettare il padre vuol dunque dire onorare la nostra lotta quotidiana per essere persone migliori, senza darci per vinti, ammettendo e amando anche i nostri scivoloni e rialzandoci ogni volta, con ritrovata motivazione.

Ma come fare a trovare quotidianamente l’energia spirituale per andare oltre le noie quotidiane, la rabbia e gli insuccessi? E’ qui che deve intervenire la pratica spirituale quotidiana, Una buona pratica è quel time out dalla vita che vi permette di ricaricare le pile per avere costantemente la forza di impegnarvi in quel processo di trasformazione sottilmente implicato nell’invito ad onorare l’altro. Noi siamo piante spirituali in grado costantemente di filtrare le schifezze dell’esperienza sensibile per trasformarle in qualcosa dotato di senso e motivazione.  Prima di di essere agenti attivi spostando cose o intessendo relazioni con l’Altro, siamo agenti per la potenzialità costante che abbiamo di valutare, integrare, orientare e giudicare le nostre percezioni. Agire contrastando la schifezza del mondo non significa solo eliminare ciò che è sporco dal nostro animo, ma anche e direi soprattutto di fare attenzione a ciò che entra nel nostro campo percettivo. In questo, lungi da me contraddire il Maestro, è proprio per l’attenzione che pongo a ciò che esce dalla bocca dell’uomo che invito a controllare ciò che vi entra.

L’equilibrio orizzontale nelle prime relazioni sociali si traduce dunque in un equilibrio trasversale tra la mia dimensione ricettiva e quella propositiva e infine in quello verticale tra lo spirituale e il terreno.

C’è poi la questione del prolungati. Si potrebbe certamente dire che vivere nel modo che abbiamo descritto fa vivere meglio e che vivere meglio fa vivere più a lungo, ma non credo sia questo. Non credo personalmente che la dimensione spirituale misuri il tempo in senso cronologico. Se si vive male, vivere più a lungo è una condanna, non un dono.Credo sia più sensato pensare a come siano questi giorni. Infatti, nell’originale ebraico arak troviamo la presenza della alef, che, come sappiamo, è la silente manifestazione della presenza di Dio nel mondo. Ci dunque si comporta nel modo in cui abbiamo detto e resta il più possibile in quello stato di consapevolezza spirituale sopra citato, a prescindere dalla lunghezza cronologica dei giorni, vivrà un tempo più pieno, poiché avrà l’opportunità di sentire, più forte e più spesso, la presenza del Divino nel mondo.

Oggi mi sento di chiudere con la famosa frase di Lao Tze: il grande viaggio che inizia da un piccolo passo trova proprio nella relazione con i genitori una prima applicazione Occidentale. La qualità della relazione coi genitori, a prescindere dal loro essere sfortunatamente bianconeri, dice molto della nostra capacità di affrontare spiritualmente la nostra esperienza di vita.

 

Allora facciamolo quest’uomo, capace di filtrare le brutture quotidiane che riceve e di restituire quotidianamente amore e speranza.

 

Nasè Adam

 

Amen

Rob

 

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