Un’ipotesi non necessaria

Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio. (Es 20:7)

Cari amici,

Dio è una ipotesi di cui non ho bisogno ci diceva Laplace nel 1796, presentando la propria teoria cosmogonica. Questa affermazione è diventata una sorta di bandiera per alcuni non credenti, fortunatamente non tutti, e viene spesso spacciata come summa di atteggiamento razionale e maturo verso la religione, anche se, personalmente, ho i miei dubbi, e una riflessione attenta e non dogmatica sul terzo comandamento potrebbe aiutarci a far chiarezza sulla questione.
Anzitutto Dio non è un cameriere che risponda a un bisogno dell’uomo. Questa prospettiva raffigura l’uomo come un signorotto molle e pigro che fa i capricci, e il Principale come un servo che esiste solo fino al momento in cui soddisfa i capricci. Non è questa la visione unitariana, e non è questo che ci dice il Terzo Comandamento. L’esperienza umana in questa dimensione è pensata proprio per far si che l’uomo diventi adulto impari a cavarsela da solo, acquisisca autonomia e responsabilità sul creato, senza fare i capricci e senza avere bisogno di un cameriere divino che venga a pulire dove sporca.
Nel comando di non nominarlo nemmeno, in fondo haShem già sul Sinai ci invita lui stesso a fare come se lui non ci fosse, perché dobbiamo imparare a cavarcela da soli, dobbiamo maturare una spiritualità adulta e categorica secondo cui si fa i bravi anche se il papà non ci compra il gelato stasera.
Ma allora a cosa serve Dio? A niente non deve servire a niente.
Il concetto viene ripreso da Kant quasi nello stesso periodo, parallelamente alle teorie di Laplace: la morale non dev’essere subordinata a un imperativo ipotetico, ossia non dovremmo comportarci bene solo perché abbiamo paura dell’inferno (o per raggiungere le vergini che ci aspettano in paradiso…). Non deve implicare un secondo fine, il comportarsi bene, ma dev’essere perseguito perché quello è il modo, è il momento, è lo stile con cui bisogna comportarsi. La morale dev’essere fondata su una situazione categorica, dice Kant, e non ipotetica: per cui tu devi compiere alcune azioni perché ritieni vadano fatte e non perché le consideri strumentali per un secondo fine, visto che in quest’ultimo caso non sarebbe morale.
Perché quest’attenzione al pronunciare invano il nome di Dio? Prima di tutto per renderci edotti di un’impossibilità logica, come in realtà abbiamo già visto per altri comandamenti: ossia l’idea che non si possa nominare il divino, perché qualunque tentativo di nominarlo sarebbe un tentativo di costringerlo dentro qualcosa di ristretto come una parola, una frase, una locuzione. Dio per definizione non può essere ristretto, limitato, quindi la norma morale non fa che riflettere un’impossibilità logica.
Questo è fondamentale per noi, perché tutta questa attenzione, le bestemmie, l’uso improprio del nome da un punto di vista logico è un non senso, perché Dio non può semplicemente essere nominato.
Ma c’è anche una rilevanza propedeutica e maieutica in questo paradosso logico: l’idea di abituare l’uomo al fatto che Dio sfugga al suo controllo. Questo è fondamentale, perché l’uomo ha bisogno di collocare Dio in una casella per averne un’immagine rassicurante, qualcosa che resta lì, incasellato. Il dogma qui è molto apprezzato perché permette alle cose di stare ferme: ma Dio è per contro qualcosa che esula dalle logiche umane e questo tiene sulla corda, riporta l’uomo a un’insicurezza originaria, un’originaria esperienza di relazione che tende a evitare perché mostra all’uomo le sue più profonde incertezze, le sue più forti fragilità. L’uomo non può sopportare questo genere di cose e dunque tende a sostituire l’immagine del divino come esso è – ossia qualcosa di completamente sfuggente – con un’immagine molto rassicurante quale è il dogma, fondamentalmente il Crocefisso che appare appunto ‘fisso’.
Quando dunque noi facciamo esperienza di queste condizioni di precarietà, incertezza, fragilità veniamo indotti ad assumerci le nostre responsabilità.
La responsabilità vera ha a che fare con l’idea di ‘rischio’: un momento cioè in cui devi dire “Eccomi” e dicendo questo ti assumi dei rischi, vai avanti, progredisci. Un’azione fondamentale, sotto questo punto di vista.
Quello per cui siamo chiamati a vivere è proprio la scelta volontaria della responsabilità, della Croce: devo scegliere di essere agente di speranza, collaboratore di una creazione del Principale in modo volontario, dunque per essere davvero quel tipo di operatore devo assumermi necessariamente delle responsabilità e dei rischi. Ed è questo che ci dice il ‘Terzo Comandamento: nel non chiamare in causa il Principale troppo spesso, in realtà noi sappiamo di dover decidere per conto nostro, senza nasconderci dietro “le gonne del Capo”. Quante volte un impiegato insicuro chiamerebbe il proprio responsabile per decidere su questa o quella questione, mentre converrebbe invece che decidesse per proprio conto, che fosse autonomo perché il lavoro possa proseguire senza intoppi… Il discorso è più o meno questo.
C’è poi un’altra questione: il segno della vita, la fortuna – buona o cattiva, intesa come avrebbero fatto i pensatori classici – è irrilevante nella relazione tra me e il Principale. La vita trascorre con i suoi momenti buoni e meno buoni, e il compito del credente è quello di prendere il momento che ha di fronte e di usarlo come pretesto per essere il migliore credente (cristiano, nel nostro caso) possibile. Se il momento è buono, allora dovrà essere magnanimo, solidale, generoso e attento a quanti hanno meno; se il momento è invece di difficoltà dovrà cercare, attraverso la fede, la perseveranza, la costanza, nonché attraverso il controllo di sé e la preghiera, di far passare quel momento sfavorevole e di cogliere anche i segnali di vicinanza del Principale, attraverso qualcuno, qualche situazione, qualche intervento che certamente esiste in particolari periodi difficili.
In realtà – io faccio sempre l’esempio di una partita di tennis – l’importante è come noi tiriamo dall’altra parte la pallina, nel senso che alla fine ci saranno palle più facili e altre meno, colpi che ci riusciranno bene mentre altri no, ma il compito è sempre lo stesso: quello cioè di cercare di tirare di là la palla nella maniera migliore possibile. Questo è fondamentale, perché se tu comprendi effettivamente questa prospettiva, alla fine non è importante cosa succeda: qualunque situazione ti si prospetti, il tuo compito è sempre lo stesso, hai sempre una situazione in cui devi saperti comportare come il miglior crednte possibile. Qui avviene quella che Nietzsche chiamerebbe “la trasvalutazione dei valori”: la vita non la giudico da quanti eventi positivi o negativi mi capitino, ma da come io so dimostrare di essere credente indipendentemente dagli accadimenti.

Allora facciamolo quest’uomo, capace di rapportarsi al Divino in maniera adulta, senza doverlo per forza pensare come un despota o un cameriere.

Nasè Adam,
Amen
Rob

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