Non pensate al Marshmallow!

Cari Amici,

Siamo arrivati al Secondo Comandamento, che rispetto al precedente mostra una palese contraddizione: questo comandamento infatti non ci dice di non farci immagine della divinità, perché in realtà la considera un’impossibilità logica, talmente forte da non dover essere nemmeno nominata.

Dio non può essere rappresentato, perché qualunque sia la rappresentazione del divino, sarebbe in ogni caso una limitazione della sua forma: per quanto io possa essere un bravo disegnatore o un pregevole scultore, qualunque tratto della mia matita o del mio scalpello limiterebbe alla fine un concetto così alto. Quindi è impossibile proprio in quanto trascende ogni tentativo di ingabbiarlo in una qualche logica.
Questo monito – proprio della Teologia – di ricordarsi di questa impossibilità logica però ha una controparte piuttosto interessante, e cioè il concetto di Elohim, volutamente plurale. Ossia, tutti noi abbiamo un’immagine della divinità, sostanzialmente; tutti noi alla fine, ogni tanto, guardiamo questo o quello, o pensiamo (perché no) a un crocefisso o alle immagini della Cappella Sistina… un vecchio con la barba… È quello che Dostoevskij chiama ‘il pensiero dell’orso bianco’: nel momento cioè in cui ci viene detto di non pensare a qualcosa, noi invece lo pensiamo subito. Questo fenomeno viene ripreso dalla psicologia e sembra derivare da alcuni antichi testi alchemici, dove compariva a un certo punto la frase “Non pensare all’orso bianco” e subito induce a pensarlo. E, volendo, potrei citare anche fonti più recenti, dove nel primo film della serie “Ghostbuster” c’era una formulazione di questo tipo, quando viene chiesto a uno dei quattro protagonisti di non pensare a nessuna forma, ma la forma viene pensata (sotto le sembianze di un marshmallow, provocando tutti i guai che ricordiamo….).
Tutto questo per dire che in realtà l’uomo ha veramente bisogno di oggettivarsi, di porsi davanti agli occhi qualcosa, di correre incontro al proprio pensiero. E difficile che noi possiamo pensare a qualcosa senza nominarlo, senza dargli una forma; ne abbiamo bisogno anche da un punto di vista affettivo, emotivo perché non siamo solo razionalità: abbiamo bisogno di un oggetto per poter instaurare una relazione che ci permetta di provare qualcosa di forte e intenso. Quindi l’Elohim inteso come incarnazione temporanea e soggettiva della presenza divina, diviene proprio quest’oggetto.
Ma c’è un però: l’Elohim – pur essendo tutto quello che abbiamo enunciato – non deve rientrare in un ‘Vitello d’Oro’ e in questa dialettica – un po’ complessa se si vuole, ma molto interessante – c’è tutto il significato di questo comandamento. Ossia, la differenza tra Vitello d’oro ed Elohim si articola in diversi punti di vista: il primo punto è l’oggettivazione – che abbiamo visto finora – cioè la nostra necessità di porci davanti agli occhi qualcosa per poter avere un affetto, per poter sentire qualcosa, l’idea di una presenza concreta, quella che serve anche antropologicamente all’uomo per poter far nascere un sentimento forte che lo colleghi alla spiritualità; per contro, l’idea di una selezione: ammettiamo pure che io stabilisca, visto che amo il romanico e il neoclassico, che una data chiesa appartenente a una di queste due correnti artistiche sia il posto migliore dove io possa trovare la presenza di Dio. Da un certo punto di vista questo è normale, è umano: amo il neoclassico e cerco cattedrali neoclassiche perché sono quelle che più mi permettono di esplorare la mia spiritualità, di sentirla e di viverla più pienamente. Però se io pensassi che la presenza divina fosse solo qui, allora sbaglierei di grosso. Quella particolare chiesa diverrebbe un feticcio e io non vedrei quell’esperienza, quella chiesa, quell’oggetto come un tramite, un trampolino di lancio verso qualcosa di trascendente, ma si tramuterebbe in un’esperienza fine a se stessa, qualcosa che arresta nel percorso di rilevazione del divino e diverrebbe quindi un dogma, un atto d’idolatria perché io penserei che la presenza del divino sia solo lì. Quindi una cosa è  avere come idea ricorrente il “crocefisso di Don Camillo”, ossia recarsi in una chiesa e trovare un crocefisso attraverso il quale parlare con il Principale: nessun tipo di problema, purché quello non sia visto come il terminale del discorso, ma semplicemente come un medium, un tramite per qualcosa di altro, il trampolino di cui si parlava. Non si devono dunque attribuire poteri particolari a quel singolo oggetto, e non si pensi mai che quell’oggetto sia il terminale della preghiera e quindi non ci si inchini all’oggetto e non ci si illuda che sia l’oggetto a manifestare la presenza del divino, così come nel Medio Evo si pensava che toccando la veste di un dato santo si riuscisse a ottenere qualcosa.
Ben vengano la chiesa o il crocefisso di un certo tipo, ben vengano l’esperienza o un luogo particolari perché mi fanno provare un certo tipo d’esperienza, ma quello non dev’essere un arresto.

Siamo al secondo punto: non ci dev’essere l’adorazione dell’oggetto, l’idolatria, ma la considerazione dell’oggetto (si torna all’orso bianco) come qualcosa di indispensabile per farmi crescere, per farmi andare oltre, per farmi superare uno scalino e andare più in alto. E allora anche l’oggetto alla fine viene considerato, ma nel momento in cui incarna temporaneamente e soggettivamente la presenza divina e mi permette di andare oltre non diventa più un vitello d’oro, ma diviene Elohim
Quindi, non è una condanna dell’arte perché nessuno dice di non rappresentare di per sé, purché queste rappresentazioni non siano il punto d’arresto del percorso, ma un trampolino per il percorso stesso. In effetti, il verso 5 che abbiamo considerato dice “non ti prostrar davanti a loro, non li servire”. ‘Prostrarti’ e ‘servirli’ implicano il fatto che per me quelli siano terminali del percorso, mentre invece non dev’essere assolutamente così.
Qui poi c’è un altro punto, un’altra contraddizione: Il fatto che se io decidessi di considerarli come terminali del discorso, come feticci, come idoli, avrei un’idea strumentale della divinità, che sarebbe una specie di “primus inter pares”, che io colloco spazialmente e temporalmente, e inoltre considero come qualcosa che io posso in qualche modo condizionare, usare. Diventa insomma per me un ‘oggetto tra gli oggetti’ e quindi posso ragionare in termini di ‘utilità’ con l’oggetto stesso: questo è una bestemmia, perché tendenzialmente il divino diventa una sorta di mio servitore e ne ho un’idea piuttosto strumentale. Diventa parte di un progetto che ha me come fine (“Cosa devo fare per convincere Dio a farmi ottenere quello che desidero?”)

È evidente che in questo caso la logica del discorso venga completamente rovesciata. Quello che abbiamo appena spiegato, è evidente che non possa funzionare mentre invece funziona l’agenticità: quest’oggetto, questo contesto, questa situazione mi permette di riscoprire la presenza del divino in me, permettendomi a sua volta di riscoprirmi parte di un progetto complessivo e di scoprire anche la mia parte di azione in esso. Io non rappresento un cliente, un avventore che si metta al tavolo e scelga la bevanda (dimmi quante Ave Maria vuoi per ottenere quello che chiedo…): non è certo questo, ma è invece rendersi conto di essere un agente all’interno del disegno divino, e quindi come agente scelgo quale delle azioni possibili sia quella più efficace per vivere a pieno la presenza del divino.

Oltre ad assolvere l’arte, questa prospettiva è un monito alla scienza perché nel momento in cui io dico che mi creo un’immagine del divino e mi arresto all’immagine, sbaglio perché in realtà sto dicendo che qualunque immagine che causi un arresto è un’immagine fallace, perché la realtà è irriducibile.
Quand’anche io facessi a uno stesso soggetto cinquecentocinquanta foto da altrettante angolazioni diverse, non riuscirei mai a renderne completamente la complessità e le sfumature. Per quanto sia un bravo fotografo io perdo comunque all’intero della mia opera, ma non tanto perché sia insito nell’arte, quanto perché la realtà essendo profondamente radicata nella presenza divina è irriducibile rispetto a qualunque soggettivazione umana, a qualunque tentativo umano di circoscriverla.
Quindi anche quando noi pensiamo di avere scoperto tutto, quando pensiamo di poter dimostrare che Dio esista oppure no, o che tutto deve andare secondo una logica, in realtà dobbiamo avere un atto di umiltà, dire che qualunque sia il nostro concetto globale esso è frutto di un processo di selezione, di frammentazione della realtà e questo processo – per quanto inevitabile – è in sé profondamente sbagliato: perché nel momento in cui io fraziono l’intero, in qualche modo sbaglio.
Un altro elemento strutturale dell’antropologia è quello della necessità dell’abitudine, della ripetizione: perché ci tranquillizza, ci fa sentire a posto, ci rassicura e ci rende ben chiaro quale sia il nostro ruolo nel mondo. Però appunto questa necessità, quest’abitudine ha anche un lato negativo, perché dopo un po’ le cose che sono ripetitive stancano e quindi qual è il discrimine tra buona e cattiva abitudine? È quello che io chiamo esperienza ottimale spirituale, ossia se io attraverso quello che sto facendo sento di trascendere la realtà, di andare davvero oltre e quindi di sentire veramente la presenza del Principale dentro di me, allora tutto funziona anche se facessi cinquecento volte la stessa cosa. Quando invece mi rendessi conto che ciò che sto facendo non mi fa più sentire la stessa intensità perché probabilmente ho raggiunto un grado di assuefazione, allora quello è il momento in cui devo ricordarmi di questa lezione, di questo comandamento cercando di introdurre qualche elemento di novità nel mio approccio spirituale, nella mia pratica, che mi permetta sostanzialmente di tornare a trascendere.

Allora facciamolo quest’uomo, impegnandoci tutti, con tutte le nostre forze, a non pensare all’orso bianco

Nasè Adam,

Amen

Rob

 

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