Non siamo piccioni

Cari Amici,
Scrivo queste righe a poche ore dall’anniversario della morte di Thoreau, e siccome nulla mai accade per caso, trovo ampiamente citato il nostro amatissimo predecessore in un bellissimo libro, Minimalismo Digitale, di un “filosofo dell’era internet”, Cal Newport, la cui frequentazione telematica mi sta cambiando la vita.
Di cosa discute Newport? Del fatto che noi tutti stiamo diventando sempre più dipendenti dalla tecnologia, al punto tale da non accorgercene nemmeno. Newport cita alcuni dati: in media un uomo tocca il proprio cellulare circa 85 volte, e in media regala almeno 1 ora del proprio tempo ai social media, fruendo di contenuti di cui non è nemmeno troppo consapevole.
Secondo Newport i social ci drogano in due modi. In questo riprendo un sermone di qualche anno fa del caro vecchio Lawrence, che aveva già avuto modo di parlarne e di metterci in guardia. Il primo è il rinforzo intermittente. I comportamentisti hanno infatti visto che ci tiene proporzionalmente più incollati allo schermo uno schema che ci offra un contenuto gradito ogni 4 o 5 rispetto a qualunque altra configurazione. L’esperimento è stato fatto per la prima volta sui piccioni, e poi esteso e confermato anche da un nutrito gruppo di umani, fornendo dati sorprendenti e anche un po’ deprimenti. Noi siamo dipendenti da uno schermo che secondo un algoritmo ci propone un contentino ogni tanto, siamo prevedibili e manipolabili.
Il secondo elemento che ci tiene incollati agli schermi è il bisogno di approvazione, la notifica di gradimento da parte del nostro gruppo di amici. Quante volte l’idea di una notifica ci strappa un sorriso? Quante volte abbiamo fatto una foto o pubblicato un contenuto solo per avere una notifica in più? Quante volte siamo stati delusi perché un nostro intervento non ha ricevuto il consenso che speravamo? Sono cose che chiedo ovviamente a me stesso prima di tutto, io per primo mi sto accorgendo di quanto sia (stato) dipendente da tutto questo e di quanto sia difficile uscirne. Siccome purtroppo non sono Carlo o Falasca e dopo 1000 parole mi taccio, nelle prossime 658 ho solo il tempo di affrontare due elementi legati a questo tema. Il primo è un ammonimento che ci viene urlato da Thoreau sin dalle prime pagine del Walden: quanta vita autentica stiamo perdendo a causa di questa nostra dipendenza? O anche, quanto siamo NOI a usare lo strumento e quanto invece non è LO STRUMENTO a usare noi? Non si tratta infatti di demonizzare la tecnologia e il suo aspetto social, che è utilissimo. Si tratta piuttosto di essere consapevoli dei rischi che il mezzo porta con sé, di essere attenti al fatto che possa creare dipendenza, di essere in grado di sfruttarlo per contenuti di qualità, di non sostituire la vita autentica con quella virtuale. Pensate agli ultimi tempi pre epidemia, quanta gente nei locali aveva gli occhi fissi sul proprio cellulare e non degnava di attenzione niente e nessuno? Su questo c’è un bellissimo libro della sociologa Sherry Turkle Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri che vi consiglio caldamente.
Un esperimento potrebbe aiutarvi a capire molte cose. Quanto siete in grado di stare senza internet? Newport lo propone in questo modo: acquistate una sim e un vecchio telefono solo GSM date il numero agli amici e ai parenti dite che per tutto un sabato sarete raggiungibili solo via voce ed sms. Poi staccate per un giorno da tutto, mail, social…tecnologia sareste in grado? Difficile… Sarebbe poi parte di uno Shabbath ortodosso…Provateci, e ditemi cosa riuscireste a fare: leggere, un libro, meditare, fare volontariato, andare a trovare amici e parenti, ma anche affrontare questioni difficili con me stesso e con i miei congiunti che la tecnologia ci permette invece di procrastinare…
C’è un’altra obiezione che viene fatta piuttosto spesso su questo punto… quella che il tempo perso su internet rilassi. Quante volte sentiamo persone che giustificano la propria dipendenza in termini di rilassamento? Per quanto possa sembrare strano, anche questa affermazione non è del tutto vera. Gli studiosi Baumeister e Tierney, che adoro, hanno dimostrato in un esperimento del loro saggio sulla forza di volontà che nulla rilassa e ristora mentalmente di più di una passeggiata in mezzo al verde, che tutto il resto, persino una passeggiata in città, ritempra di meno del contatto con la natura.
Concludendo, possiamo davvero renderci discepoli di Thoreau, se decidiamo per una giornata di fare un giretto nei boschi, senza rete, e porci in ascolto di quella ancestrale forma di bellezza che è la natura, lasciando che sia essa a donarci il riposo più pieno e ad ispirarci profondamente per quanto riguarda esperienze di vita, ma anche nell’indurci a riflettere sulla nostra vita spirituale con una preghiera, una lettura, qualche minuto di meditazione… Riuscireste a ritagliarvi qualche ora alla settimana per una esperienza simile, o sareste trattenuti da qualche buonissima ragione personale, lavorativa o familiare? Queste ragioni sono tutte validissime nel nostro sistema condizionato di valori, ma quanto agli occhi di Thoreau ci renderebbero simili ai piccioni degli esperimenti. Quanto, esattamente come coloro che abbiano sviluppato una qualunque forma di dipendenza verso qualcosa, siamo pronti a trovare mille scuse per non riconoscere il nostro problema?
Monique mi chiede di parlare della bellezza: in questo sermone ritengo di averne parlato in due sensi: il primo è la bellezza di riscoprirci padroni della nostra vita e non schiavi dello schermo, di scoprire quant’è bello aver la forza di spegnere per stare con noi stessi e per vivere momenti di qualità con le persone cui vogliamo bene. Il secondo è riscoprire la bellezza della natura, la sua capacità di rilassarci come poco altro al mondo, di nutrirci di forza e di ispirarci nuove esperienze utili sia mondanamente che spiritualmente. La bellezza dell’ascolto di noi stessi e del mondo, in un periodo in cui ci siamo disabituati a tutto questo e ci siamo rintontoniti con mille cose, tutto sommato davvero superflue.
Allora facciamolo quest’uomo, capace di dare un senso ai miliardi di neuroni in più che lo distinguono da un piccione.

Nasè Adam
Amen Rob

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