Carla e Bea

 

Mt 16;24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà

Cari amici,
Più che fare un sermone, oggi vorrei raccontarvi una vicenda di cui sono stato testimone e per certi versi ispiratore. Ho avuto una conversazione con una signora, che conosco di vista e chiamerò Carla, circa il suo lavoro come volontaria in ospedale in un reparto oncologico. Abbiamo parlato della mia visione della vita, del mio credere nonostante le grandi sfighe che mi son capitate, non ultima quella di essere interista, e di come questo mio approccio rischiasse di essere semplicistico e irrealista. Un po’ stufo delle solite critiche, le chiesi ragione di questo suo giudizio, e lei, con un tono un po’ polemico, mi interrogò su cosa ne sarebbe stato delle mie credenze se mi fossi trovato di fronte a Bea, una donna quarantenne, con un cancro piuttosto brutto, appena lasciata dal marito, che di fatto non ne voleva sapere, in costante litigio con parenti e amici per più o meno giustificate intromissioni nella sua vita, e con un lavoro traballante, anche in considerazione delle precarie condizioni di salute.
Dissi che non pensavo ci fosse molto da fare, se non alcune cose. La prima è “esserci”. Non si tratta di un fare, di un risolvere, ma di uno stare lì, di uno stare accanto, aiutando a portare la croce in qualche modo. Non servono parole, non servono gesti eclatanti, solo essere lì, essere accanto, a portata di mano, in silenzio. La seconda è aiutare Bea a tenere insieme i pezzi di una vita che ha subito uno scossone; usare il nostro distacco per aiutarla, quando possibile a vedere un ordine. La terza è quella di utilizzare un principio d’ordine e di valori che non sia legato alla contingente sorte dei corpi e delle cose, ma che sia separato da questo flusso, e aiuti a dare ad esso un senso.
Carla a questo punto mi chiese, forse con una ironia che non ho colto, se dovesse leggere la Bibbia nel suo tempo con Bea. Il punto non è cosa si debba fare, ma il perché, il fine. Il fine della pratica deve essere quello di rinsaldare, non la credenza, sia chiaro questo punto che è essenziale, ma l’esperienza di una realtà Trascendente, la sensazione viva e vissuta di una Presenza che trascenda il dato e lo iscriva in una esperienza dotata di senso. Questo può avvenire in molti modi, non è detto debba essere la Bibbia. Ognuno di noi ha il proprio modo di sentire che Qualcosa c’è, al di fuori del tritacarne delle esperienze e da quello dobbiamo partire. Nel caso specifico, ho detto a Carla che lei avrebbe dovuto testimoniare questo qualcosa per Bea, avrebbe dovuto incarnarlo lasciando che fosse Bea a dare a questo il nome che avrebbe voluto. E da questo si sarebbe dovuto partire: alla luce di questa Presenza Trascendente, come si dispongono le diverse esperienze della mia vita, quale bagaglio di consapevolezza ne ho tratto? Una vita può durare 40 60 80 anni, non sta a noi deciderlo. Una vita può essere più o meno sfigata, non sta a noi deciderlo. La nostra decisione è su come inquadro queste esperienze, quale valore do ad esse, cosa faccio delle mie possibilità effettive: a bestemmiare e a lamentarsi da un lato, e a pregare dall’altro, ci si impiega più o meno lo stesso tempo, ciò che cambia è una mia scelta di fondo. Ciò che consigliai a Cinzia è di lasciare sfogare la rabbia di Bea, senza permettere però che rimanesse fine a se stessa, e piano piano proporre una riflessione sul senso trascendente di ciò che stava accadendo.
Successivamente, Carla mi disse che era successo piu o meno quanto avevo previsto: Carla è stata semplicemente accanto a Bea, fino a quando, dopo una serie di urla insulti e bestemmie, lo sguardo della sofferente non si soffermò sul volto della Madonna, di una statuina di poco valore presente li in una sala d attesa. Disse che quel volto, quello sguardo, la commossero. le fecero sentire “Qualcosa” che non sapeva definire se non come amore, compassione, carità… Ma sapeva che questo qualcosa, intravisto in quel volto la appagava la nutriva e valeva da solo il prezzo di ogni sofferenza mondana. Disse che pianse di un pianto nuovo, liberatorio e rassicurante. Confidò di aver scattato diverse foto a quella statuina e che la sola idea di averle sul cellulare la faceva sentire meglio, anche se nessuna foto riusciva davvero a riprodurre quel Qualcosa che aveva sentito quel giorno. Tuttavia fu proprio grazie alla consapevolezza di questo qualcosa che i rapporti coi parenti si rasserenarono e che, a detta loro fu Bea a far loro coraggio e non viceversa. Persino al futuro ora lei sapeva guardare con tanta serenità mista ad un briciolo di speranza. Appena ascoltai il racconto di Carla, considerando la mia personale opinione delle statuine e del culto Mariano, mi venne da sorridere pensando a quanto godesse il mio amato Principale nel prendermi costantemente per il naso, e come cristiano unitariano faticavo a condividere, ma come UU ero certo che quel particolare modo fosse la via; genuina e rispettabile che aveva quella persona per sentire una esperienza di vita più piena e completa.Antropologicamente l uomo é molto piú di quanto il riduzionismo scientista voglia farci credere, le esperienze di vita sono molto più ricche e complesse di quanto possiamo ragionevolmente capire e raccontare. Le nostre vicende di vita servono come invito, come pungolo ad elevarci dalla semplice tirannia del dato presente, in ragione di una consapevolezza più alta e più ampia.
Riprendendo l’aspetto con cui abbiamo cominciato, come diceva il pastor Falasca qualche tempo fa, non si tratta di credere, semplicemente dando un assenso razionale ad una proposizione che può essere vera o falsa, e su cui noi scommettiamo ad arbitrio. Si tratta piuttosto di fare una esperienza, viva profonda e sentita, della presenza di Qualcosa d’Altro /Oltre ed agire in ragione di quella. Senza esperienza, prima o poi, anche le credenze puramente intellettuali più fini verranno sgretolate. Quando invece ci si accosti alla spiritualità sulla base di una disposizione all’esperienza allora si avranno 2 vantaggi: da un lato non ci sarà bisogno di altre prove che non siano l’assenso del vostro animo, dall’altro potrete comunicare paradossalmente con qualunque altro credente, poiché l’esperienza cui facciamo riferimento è universale, al di la delle culture e delle parole
Pensiamoci
Nasè Adam
Amen
Rob

 

 

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