Basta un piccolo granello… esercizio di matematica spirituale

Lc 2: 22 Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore,
Cari amici,
Detto degli aspetti tecnici e dogmatici dell’episodio in altre occasioni, cui rimando i lettori, e detto dell’identificazione mistico simbolica di Maria con l’anima di ciascun credente, oggi vorrei parlare del concetto di purificazione nella tradizione unitariana, poichè esso, sebbene totalmente frainteso e penalizzato dall’esperienza dogmatica, ha dei risvolti antropologici che dobbiamo considerare.Anzitutto cominciamo col dire che il fatto che noi consideriamo l’uomo dotato di una scintilla divina tendente al bene, non significa che non vediamo il fatto ovvio e banale che questo processo possa essere perturbato da alcuni nostri accadimenti fortuiti, da una nostra mancanza di impegno, da una scelta deliberata od anche da una mancanza temporanea di controllo o eccesso di confidenza.Pur constatando l’indiscussa difficoltà di portare a termine una condotta di vita spiritualmente ineccepibile, questa difficoltà, può e deve essere ascrivibile a categorie un poco più fini di quelle che prevedano la più o meno irrimediabile corruzione dell’animo umano o, peggio, la presunta impossibilità di mettere in campo un comportamento spiritualmente rilevante.Vediamo dunque una prima carrellata di motivazioni per cui una persona possa in qualche modo perdersi nel suo viaggio verso il bene.Come prima cosa direi qualche accadimento fortuito, un lutto, una disabilità, un tradimento, che possono certamente macchiare di fango la nostra anima e ferirla anche piuttosto gravemente soprattutto in assenza di un processo di pulizia e recupero.E’ qui è la parte discriminante: la pratica quotidiana. In assenza di una pratica quotidiana e periodica che ci permetta di affrontare le macchie che quotidianamente possano sorgere nell’anima e pulirle, noi saremo sempre comunque destinati al fallimento. Come sempre non ne faccio una questione di contenuti, non posso scegliere per voi questa o quella preghiera o meditazione o esercizio. Posso però indicare due caratteristiche che essa debba avere: la prima è costituire per me un buon viatico che mi conduca all’esperienza spirituale ottimale, come abbiamo sempre detto; la seconda è che attraverso la ripetizione quotidiana e la pratica costante, mi aiuti a piantare dei punti fermi che possano essere riferimento ed ancora nei momenti più bui.

Ma fango sulla nostra anima può derivare anche da una nostra inerzia e pigrizia, che, ancora una volta può derivare o da una scelta deliberata del tipo preferisco televotare in tv piuttosto che occuparmi della mia anima, scelta sulla quale non ho niente da dire, oppure da una presunta incapacità di mettere in pratica una corretta pratica spirituale, ove per corretta intendo orientata allo scopo di cui abbiamo detto prima. Credo che a questo punto utile possa essere l’analogia con un esercizio di matematica.
Ammettiamo infatti che io debba farne uno ma non sappia farlo, cosa faccio? Mi documento, sia chiedendo a persone (siano esse professori, compagni o parenti), sia ripassando libri cartacei, sia, ed è novità di questi anni, cercando sul web. In ambito spirituale dovrebbe avvenire la stessa ricerca preliminare, al fine di arrivare ad una esperienza spirituale significativa, dovrei poter confrontare la mia pratica con ministri e confratelli, leggere breviari di altre persone in cammino ed essere cosciente di alcune esperienze che il web metta a disposizione. Questo avviene? In scarsissima parte. Proprio come il ragazzino di fronte alla matematica, anche il fedele di fronte alla pratica trova più comodo rifugiarsi in un laconico “ non lo so fare”.
Ma ammettiamo pure che l’esercizio sebbene svolto correttamente, non riesca. A cosa penseremmo? Prima di pensare alla necessità di innovare le leggi della matematica, ad un errore nelle tabelline che noi soli dopo 27 secoli abbiamo rilevato, dovremmo con maggiore giudizio, ripetere i vari passaggi, pensando a quali ci abbiano visti distratti o troppo superficiali al punto di non portare al risultato sperato. Allo stesso modo, in ambito spirituale, se contingentemente, non sentissimo in ciò che facciamo l’appeal necessario per condurci all’esperienza ottimale, prima di inventare nuove religioni, dovremmo pensare se la consuetudine alla pratica non ci abbia portato a dare a tal punto per scontati alcuni passaggi. E’ certamente difficile, implica la volontà di mettersi in gioco e tirarsi sulle maniche, ma è anche l’unico modo che io conosca.

Uno dei maggiori pericoli per la nostra anima è quello di dare troppo per scontato il risultato di una azione finendo cosi con l’imporre una nostra idea su come debbano andare le cose alla realtà stessa, con lo scomodo corollario che, se le cose non dovessero andare come noi abbiamo deciso ad arbitrio che debbano fare, abbandoniamo stizziti ogni pratica, accusando il Principale di non essere equo e giusto, basandoci solo sul nostro giudizio. Le cose sono un po’ più complicate della nostra semplice volontà di volerne essere padroni prevedendole. In questa presunta delusione nel vedere che le cose non vadano nel verso da noi auspicato, dobbiamo anche saper riconoscere un principio egoistico che impone ad altro il proprio giudizio e un atto di paura di fronte all’ignoto, che ci invita a cercare sicurezza nella prevedibilità.
Una prospettiva differente in merito deve invece poterci derivare dalla pratica stessa: non è l’invarianza dogmatica della realtà a dover essere per noi fonte di certezza e di stabilità, ma la costante possibilità, in qualunque contesto ci si trovi, di una esperienza spirituale ottimale raggiunta attraverso la pratica. La preghiera, la meditazione, l’esercizio, sono e debbono essere quelle esperienze rifugio possibili cui ciascun credente dovrebbe poter tornare anche in assenza di condizioni fenomenologicamente favorevoli. Non possiamo vivere in balia di una percezione.
Dobbiamo pensare piuttosto che il nostro agire spirituale sia quell’atto trasformativo in grado di tirar fuori dal nostro vivere contingente il carburante per l’esperienza spirituale. La vita sarà agrodolce, come sempre è la vita. Nostro compito è quello di imparare a ricondurre la variabilità della buona e della cattiva sorte alla costanza spirituale. Non esiste un solo segno e una sola via che possano darci esperienze spiritualmente degne, ma sono molteplici, e noi dobbiamo saper tornare all’Altro/Oltre, qualunque sia il segno che contingentemente stiamo vivendo

Se ci pensate però il Vangelo ci porta a riflettere sulla necessità di purificazione proprio quando tutto sembra andare per il meglio, quando il bambino sia già stato partorito. Sembra paradossale, ma uno dei problemi nel rapporto con la fede è proprio la crisi e l’abbandono dopo un momento di piena comprensione e partecipazione. Ogni ministro di ogni denominazione, ogni Maestro di ogni Tradizione, può dirvi di quante persone, forse la maggior parte, abbia visto accostarsi al cammino con le migliori intenzioni e applicarsi con una dedizione quasi insostenibile, salvo poi abbandonare dopo i primi risultati. E’ nel momento in cui le cose sembrano andare per il meglio che bisogna essere più guardinghi. Da un lato l’essere umano è soggetto strutturalmente, antropologicamente all’assuefazione, dall’altro si abbassa la soglia di attenzione, convinti di poter recuperare quanto prima.
Solo che non è così. Questo piccolo, insignificante granello di scollamento si fa valanga e la persona si perde, magari sempre convinta che il ritorno sia ad un passo, prima o poi… solo che non accade. E’ in questo momento che l’esigenza di purificazione deve poterci venire in aiuto, nei due sensi in cui è stata storicamente intesa. Da un lato si tratta di pensare che ogni processo di pratica spirituale portata a termine con successo, porti con se qualche minimo residuo, tipo polvere od usura negli ingranaggi, e quindi ad un annesso momento di pulizia spirituale quotidiana, che dia per scontata l’usura e la polvere e sappia di conseguenza snidarla e pulirla; dall’altro purificazione come esperienza del fuoco, (pur in greco è fuoco), che ci renda pronti come agenti spirituali a far passare la nostra esperienza di fede attraverso il fuoco delle esperienze di vita.
Senza questo duplice impegno nella maratona dell’esperienza di fede saremo tutti portati ad arrancare prima o poi.
Nasè Adam
Amen
Rev Rob

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