Il pane non cresce sugli alberi

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Cari Amici,
Spesso si è accostato il Natale alle metafore della luce, considerando anche la quasi concomitanza con Hannukkah e, soprattutto, con il solstizio di inverno. Oggi invece vorrei parlare della metafora del cibo: la dottrina deve poter essere nutrimento spirituale per l’animo di chi vi si accosta.
Per questo il Cristo non poteva che nascere a Betlemme, in ebraico la casa del pane, la stessa da cui nacque Davide. Questo fatto è importante per sottolineare come le due dottrine, giudaica e cristiana, traggono origine dalla stessa fonte, sono pani di una stessa farina. Tuttavia nel guardare il pane come prodotto, fatichiamo a vederlo come processo. Il pane non nasce sugli alberi, ma è frutto di un lento e difficile processo che richiede impegno, pazienza e costanza. Se ci pensate, nel Vangelo esiste una parabola per pressoché ognuna delle fasi di produzione del pane: semina, mietitura, trebbiatura, vaglio… Essere credenti non significa solamente essere consumatori di un prodotto, ma anche, e forse soprattutto, essere sintetizzatori di esso. La Trascendenza ci ha messo a disposizione un seme, la possibilità di imparare a produrre pane spirituale da questo seme, ma anche la libertà di mandare tutto a pallino. La Torah ci ricorda magistralmente questo, nel verso Gen 3:19 mangerai il pane con il sudore del tuo volto. Senza la nostra disposizione a diventare abili nel processo, non ci può essere alcun prodotto. Non c’è nessuna Betlemme, nessun Natale, senza il nostro impegno.
Ma impegno per cosa? Ce lo racconta un’altra metafora sul cibo, quella che vuole che Gesù nasca in una mangiatoia. La mangiatoia pensata per esseri viventi che spesso agiscono per istinto, pensando solo alla pura soddisfazione egoistica dei bisogni primari. L’uomo può (ma non è detto che lo faccia) elevarsi da questo stato ferale e istintuale per far nascere qualcosa di diverso di più completo, il bambino appunto. La dottrina di Gesù è nutrimento, è ragion seminale, che fa scaturire una luce nuova, che apre a una vita nuova. Purché ci si disponga a mangiare e a sudare. Nell’immagine di Gesù nella mangiatoia noi vediamo l’inizio e la fine di un processo che spesso viene dimenticato.Essere cristiani non significa venerare il bambino, come spesso accade in quanto semplice scelta di comodo, significa invece impegnarci ad incarnarlo incarnarlo, a partorirlo ogni giorno quel bambino. Natale non è un dato ma un darsi, non un fatto ma un farsi, che chiede la nostra viva e attiva partecipazione al processo, la nostra volontaria sottomissione ad una disciplina che ci allerti dei pericoli, ci dia buoni consigli e ci aiuti a moderare i nostri istinti egoistici al fine di subordinarli al felice esito del parto, al corretto gusto del pane. Nel Natale non festeggiamo tanto l’evento biografico dell’uomo Gesù, ma l’idea che sia la natura, col solstizio, che la cultura (in fondo universale) col bambino ci dicono di una elevazione possibile dal mero egoismo istintuale di un pane possibile, di un pane possibile con il nostro impegno. Ora davanti a voi avete due strade: rifiutare questa possibilità, riducendola ad una inutile sequenza di proclami su Gesù, oppure pensarvi anche voi a Betlemme e imparare a farlo quel pane, con fatica e sudore
La scelta di fede, in fondo, è solo questa.
Buon Natale
Rev. Rob

 

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