Più bravi dell’investigatore di turno

Cari amici,

Questa settimana affronteremo una parabola cruciale nell’impegno didascalico del Maestro, il buon pastore. Sapete che al suo commento ho dedicato ampio spazio nei libri che ho scritto, e, pur riprendendo ampiamente in questi giorni le mie tesi, invito ad andare a rivedere quanto su questo argomento io abbia scritto altrove.
Iniziamo con un punto importantissimo nella visione del Maestro e anche nel nostro modo di intendere la pratica: chiunque voglia essere Maestro di altri, per esserlo in modo credibile deve essere entrato dalla stessa porta come tutti gli altri, aver affrontato le stesse identiche difficoltà di altri ed averle superate nel modo che si appresta ad insegnare. Qualsiasi trucco o scorciatoia renderebbe l’esperienza trasmessa non credibile e non utilizzabile per quanti l’ascoltino. Un Gesù che si appresti ad insegnare, avendo i superpoteri della prescienza e del miracolo facile, sarebbe stato poco utile nel comprendere e nel consigliare chi si appresti ad affrontare le difficoltà quotidiane. Voi mi direte, “eppure Gesù sembra così imperturbabile, così sicuro di sè, così sereno, che è difficile pensare sia stato in difficoltà e in difetto”. Ma siete proprio sicuri di questo? Fate un giochino oggi: leggetevi qualche capitolo a caso del Vangelo e sottolineate con una matita blu qualche aspetto, qualche parola, qualche gesto, che sottolinei la fragilità umana di Gesù, e scoprirete qualcosa di molto interessante. Se volete posso già anticiparvi il risultato: se faceste questo esercizio per un giorno solo, i passi individuati sarebbero pochini, giusto qualche riga qua e là, ma se vi disponeste a ripetere l’esercizio per qualche giorno in più i segni aumenterebbero vistosamente, se imparaste, e non è facile, a separare l’uomo tratteggiato nello scritto dal supereroe proposto dalla retorica del dogma scoprireste un Vangelo diverso e un personaggio diverso, Gesù, profondamente uomo, profondamente umano, che tanto avrebbe da dire all’uomo di oggi. Provateci e ditemi.
La fallibilità di ogni uomo e di ogni Maestro è un concetto fondamentale, soprattutto in un momento in cui altri festeggiano santi e morti, che sembrano andare nella direzione dell’infallibilità e che sono curiosamente accomunati dal concetto di intercessione, che credo possa essere un interessante spunto per la Comunione dei fiori. E’ un concetto che non ho mai capito, per 2 motivi. Se per intercessione intendiamo che qualche intermediario debba richiamare su di me l’attenzione del Principale, la trovo una bestemmia teologica: non credo esista infatti alcuna distanza tra me e il Principale che possa essere colmata in mia vece da terzi. Cristianamente il Principale è sempre e comunque accanto a me, e se non lo sento è perchè in quel momento nubi e rumori della vita, dai quali devo imparare a guardarmi, me lo impediscono, e in quel caso sta a me ristabilire un contatto proficuo, senza che io possa demandare a terzi la mia necessità-
Ma l’intercessione non la capisco nemmeno in caso fosse intesa come una raccomandazione sui generis. Anche questa mi pare una bestemmia teologica. Dio ci ama intensamente, nessuno escluso e non c’abbiamo fortunatamente bisogno di alcun tipo di raccomandazione.
La questione piuttosto va iscritta nel più ampio discorso di quale deve essere da praticante nello Spirito, il mio rapporto con un altro praticante, vivo o morto che sia, e mi vengono in mente 2 o 3 tipi di relazione diverse: l’esempio, la distanza e il confronto
a) l’Altro, santo, vivo, morto non importa, dovrebbe poter essere un ESEMPIO. Dall’altro io devo poter conoscere e imparare condotte di vita e pratiche spirituali utili ad aumentare la mia consapevolezza spirituale, e, come al solito, questi suggerimenti sono tanto più utili, quanto più vengano da un fessacchiotto che mi sia vicino e che combatta con successo una battaglia molto simile alla mia, se c’avesse qualche super potere non sarebbe poi un esempio cosi utile
b) ma l’Altro può insegnarmi anche per DISTANZA. Posso imparare cosa NON FARE, vedendo la pochezza morale e spirituale di qualcuno che stia sbagliando e la fragilità di un anima che, urlando e inneggiando al culto di un superuomo, contro ogni forma possibile di dissonanza di pensiero, mostri in quanta tristezza e fragilità stia spiritualmente vivendo, indipendentemente dai consensi che mondanamente possa avere
c) Infine l’Altro mi può essere utile come confronto: è infatti una possibilità fondamentale, offerta al genere umano, ma che viene spesso disattesa, quella di potersi confrontare con l’Altro e poter crescere insieme. Ma spesso è un’occasione gettata alle ortiche, che diventa solo una gara a chi urla di più o a chi insulta di più.
Cosa rende dunque Maestro il Maestro? il fatto che abbia percorso la nostra identica strada prima di noi e ci abbia lasciato delle tracce, la voce, seguendo la quale potremo fare lo stesso percorso. Il concetto di traccia è fondamentale.L’Altro/Oltre vuole lasciarci liberi senza imporre la nostra presenza, vuole che noi torniamo a lui scientemente e volontariamente, per atto spontaneo, perciò sta avanti, è Oltre, fuori dal nostro dominio comune, ma ci lascia delle tracce, seguendo le quali sia per noi più facile comprendere e trascendere.
Il Maestro replica questo schema, ponendosi egli stesso oltre, e lasciando egli stesso, solo tracce, frammenti, che è nostro compito riconoscere e seguire. Qui abbiamo una nuova grande duplice difficoltà: la situazione è complicata da due aspetti: da un lato l’indizio, la traccia è mimetizzata in mezzo a tanto ciarpame, tipico del quotidiano di ciascuno di noi, dall’altro, esiste una traccia diversa per ciascuno di noi. Ciò che può essere traccia di Infinito, può non esserlo per altri. E allora come facciamo a riconoscere le tracce autentiche? Per secoli si è usato il metodo di farsi dire quali fossero da qualcuno più bravo, più bello, più stimato, più istruito, ma essendo unico il percorso di ciascuno, farsi indicare la via da qualcun altro potrebbe non essere cosi proficuo. Lo strumento più efficace che ci è stato dato è ciò che io chiamo Esperienza Spirituale Ottimale, quello stato di consapevolezza breve ma significativo, che vi appaga al punto da farvi automaticamente essere consapevoli di essere nel giusto. Se l’esperienza è significativa allora la traccia è giusta, se no no.
Cerchiamo allora di disporci a vivere la vita mondana come se fossimo in un giallo classico. Di solito ciascuno di noi quando guarda un giallo classico cerca di battere l’investigatore di turno scrutando con attenzione ogni dettaglio perchè potrebbe essere un indizio..
Impariamo a far lo stesso anche nella nostra vita spirituale.

Amen
Rob

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