Il Nobile Palazzo

Cari amici, 

Questo monumento mi ricorda la metafora valdesiana del nobile palazzo, in cui veniva sancito che l’unitarianesimo, ma forse qualunque altra forma di approccio spirituale, per poter sopravvivere dovesse essere simile a un palazzo con almeno due piani. Il problema dello UUismo di oggi è che tutti vogliono salire al secondo piano fregandosene del primo, e non può esserci secondo piano senza il primo, altrimenti il palazzo crolla e ciascuno di noi sperimenta una sensazione di disagio. Vediamo meglio. 

Anzitutto nel palazzo si entra per due motivi che devono essere compresenti, altrimenti la stessa architettura del palazzo non avrebbe senso. Il primo è orizzontale, fondato sul principio di carità e riguarda l’affermazione della solidarietà e della tolleranza, tanto urgenti nel mondo di oggi. Ma questo non può bastare a definirci. Ci vuole anche una dimensione di esperienza della trascendenza, vissuta in varia maniera, ma comunque sempre viva e attiva. Senza di essa, rischiamo di essere la brutta copia di una organizzazione umanitaria e tradiamo la nostra storia e il nostro potenziale 

Piano Terreno– La scelta di un  punto di riferimento (La pietra)

Il primo pensiero è dedicato alla pietra. La pietra è anzitutto un punto di riferimento inamovibile, che mi permetta di capire la mia posizione in un dato luogo e di tornare al punto di partenza. Pensate di trovarvi in una città poco nota, di avere una stanza, di uscire a fare un giro e di voler tornare indietro. Il modo più efficace per farlo è memorizzare bene un elemento che identifichi la vostra casa, può essere un palazzo, un negozio, una insegna, una targa. Questa scelta vi permette di sapere dove siete, e di guardare i vostri paraggi in una prospettiva precisa. Senza una disposizione a scegliere un punto di riferimento il rischio di perdervi è piuttosto alto. I frequentatori del secondo piano, che dicono di averne tanti di punti di riferimento, dimenticano forse che questa pluralità è data dalla pazienza e dalla consuetudine dell’abitare, che quella sicurezza, quell’orientamento fondato su multipli segnali, è passato per forza da un primo segnale. I frettolosi che vogliano salire al secondo piano senza scegliere un punto di riferimento avranno il forte rischio di uno smarrimento. Non avendo la reale possibilità di una prospettiva basata su un punto d’orizzonte, sperimenteranno un senso di indifferenza che farà perdere ogni tipo di interesse alla ricerca del trascendente, riportandoli tragicamente al pian terrenoMolti tra gli UU confondono l’idea di considerare equivalenti diversi punti di riferimento, con quella di non avere punti di riferimento. Recentemente abbiam parlato di lingue: il fatto di ammettere un consesso di più lingue non significa ammettere qualsiasi giustapposizione casuale di suoni. E una lingua ha una sua grammatica, alcune regole che sono funzionali al significato e alla comprensibilità di altri parlanti. Una cosa dunque è dire tra noi puoi parlare diverse lingue, un’altra è: tra noi puoi emettere un qualunque suono ti passi per la testa, che tanto, anche se non ti capisce nessuno va bene così. 

Per i Giudeo – Cristiani ovviamente tale punto di riferimento è la Bibbia, nel modo in cui intendiamo l’interpretazione che ne dà Gesù. Ciò non significa che la Bibbia sia perfetta, che non ci siano passi ostici, o che sia sempre veritiera. Significa semplicemente che quello è il terreno di confronto, la lingua comune attraverso cui esprimere la nostra ricerca spirituale, le nostre difficoltà e i nostri progressi  

 

Primo Terreno – Confronto, apprendimento e accettazione (La scala)

Un punto di riferimento comune deve poterci essere e deve essere la prima cosa da cui partire. Uno dei nostri problemi a mio giudizio è che diamo troppo spazio a suoni gutturali semplicemente giustapposti, togliendolo ad un confronto serio e sincero su temi che davvero riguardino la nostra storia, penso sia al versante religiosità della natura, che a quello umanista. Il risultato è un suono plurale ma disarmonico, un rumore che non invoglia né a restare né a contribuire. Anche quella  giudeo cristiana rappresenta una delle lingue e come tale è un punto di riferimento per chi la parla, pietra appunto. Ma se è una lingua, prima di giudicarla bisognerebbe impararla. Giudicando una qualsiasi lingua dal semplice suono all’orecchio il rischio che possa risultare cacofonica è molto alto. Prima di giudicare qualunque percorso bisognerebbe disporsi a percorrerlo. Pensate a un neurochirurgo. Non è arrivato dove è arrivato semplicemente mettendo like sui social, ha studiato, si è formato, si è migliorato e ad ogni passo ha sperimentato elementi e libri noiosi e poco utili, e solo dopo è diventato neurochirugo, salendo al primo piano.  Noi invece rischiamo di ammettere al primo piano anche chi non abbia la minima volontà di apprendimento e di confronto verso la nostra storiaDobbiamo avere più coraggio e pretendere che ci sia una maggiore applicazione di chi ci contatta verso la nostra storia, proprio per il rispetto che dobbiamo alla nostra storia e a noi stessi Uno dei rischi di un gruppo come il nostro è che buona parte del percorso di competenza spirituale sia lasciato al singolo, con tutti i limiti che questo comporta e, quel che è peggio, che anche i tentativi che si son fatti e che si fanno per fornire una competenza spirituale a ciascuno, vengono negletti e sono trascurati o desertati. Fino a quando non insisteremo a lavorare insieme su specifici percorsi che affinino la competenza spirituale dei membri e non troveremo persone dotate di reale umiltà e desiderio di accrescere la reciproca competenza su specifici argomenti, non andremo molto lontano. Abbiamo un bel dire che ciascuno possa essere sacerdote di sé stesso, ma a meno di non credere in un talento naturale o in un intervento divino, è complicato pensare che uno possa naturalmente imparare i rudimenti di un qualsiasi percorso spirituale. E’ come se io comprassi un violino senza mai aver visto uno strumento prima d’ora, e uscissi dal negozio già suonando come Mozart alla prima nota. Mi pare improbabile, e se non discuto che possa succedere per qualche bambino prodigio, certamente non è la norma. Senza una disposizione alla competenza, non si va da nessuna parte, e corre il rischio di fallire sia l’impegno pastorale educativo, sia l’esperimento di pluralità di cui vogliamo e dobbiamo esserne testimoni.  

Ma tutto questo passa anche per l’accettazione delle difficoltà. Ogni cammino intraprendiate vi presenterà delle difficoltà che sono funzionali al progredire del percorso e al mantenimento dell’autenticità dell’esperienza spirituale, che altrimenti prima o poi scadrebbe nell’ovvio, nel noioso e nel ripetitivo. E questo vale per i passi della Bibbia che ci disturbano, per le regole ferree e le esperienze difficili di altre tradizioni, è solo accettando queste e disponendoci a superarle,  è solo apprendendo sull’esempio dei confratelli il modo di inquadrare la difficoltà in un percorso di crescita che si può davvero maturare l’esperienza spirituale necessaria, senza questa intenzione si rischia solo di essere bambini capricciosi che giochino due minuti con un giocattolo salvo stufarsi al primo alito di vento e pretenderne un altro. E’ come una scala, che si possa salire solo un gradino dopo l’altro.

Il Primo piano – Senso critico, responsabilità e autonomia (Le ali)

Detto questo, quello che ho descritto è solo il piano terra del palazzo, ed è fondamentale, è quello senza il quale un palazzo non può crescere, ma è solo uno dei piani. Noi non siamo letteralisti, né troppo direttivi, anzi incoraggiamo una riflessione critica e autonoma, rappresentata comunque dalla scala nel monumento. Come dice Wittgenstein, su questa scala dobbiamo salirci senza saltare i gradini e poi, una volta in cima, possiamo liberarcene e librarci in volo. Una volta sperimentato il piano terra, dopo averlo esplorato e padroneggiato, dobbiamo fare tesoro di quello che abbiamo appreso e coniugarlo in maniera unica e irripetibile con il nostro talento, in un modo che nessuno può insegnarci eccetto noi stessi. Ed a questo piano possiamo anche liberarci dei concetti e delle tradizioni transeunti e particolari per condividere esperienze profonde con altri, nella certezza che l’esperienza spirituale alla base sia comunque la stessa Possiamo usare le ali, ma solo dopo aver imparato a farlo, se no finiamo come Icaro.

Allora facciamolo quest’uomo, avendo la pazienza e l’umiltà di disporci ad imparare a farlo, senza dare per scontato che possa nascere senza il lavoro e l’impegno di tutti 

 

Nasè adam 

Rob 

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