Semplice

Cari Fratelli,

sappiamo tutti che, a volte, anche esperienze molto negative possono darci insegnamenti importanti per la nostra vita ed è quello che è recentemente accaduto a me.

Come potete immaginare, il mio ultimo mese è stato, dal punto di vista personale, piuttosto difficile sia dal punto di vista emotivo che dal punto di vista fisico. Devo dire che lo è stato anche dal punto di vista spirituale: passare ore e ore in ospedale mette quotidianamente a contatto con il dolore, l’angoscia e la sofferenza altrui e propria e, inevitabilmente, pone interrogativi che si riverberano naturalmente sulla fede e le convinzioni personali.

In qualche modo, tutto questo diventa una cartina tornasole per mettere a nudo la valenza pratica di tutta una serie di opinioni e percorsi che, fino a quel momento, avevano avuto un sapore più astratto, una genesi forse più libresca, sviluppatasi attraverso meditazioni e letture teologiche più che sul campo.

Ogni anno, per consuetudine, ogni pastore dovrebbe presentare, secondo le regole dell’Unitarianesimo Universalista nazionale e internazionale, un piano pastorale in cui esprime le linee guida che daranno direzione alla sua predicazione. È una pratica che non ho mai particolarmente amato, pur comprendendone l’utilità: sono profondamente convinto che ogni essere umano sia una entità dinamica, continuamente in divenire, soprattutto dal punto di vista spirituale e che fissare punti fermi, teoricamente inamovibili, all’interno di tale evoluzione sia, in sostanza, equivalente, seppure in misura minore e per periodi ben più limitati, a quello stendere binari da cui non si può deragliare che è rappresentato da ogni chiusura dogmatica.

È, però, altrettanto vero che questa pratica presenta due aspetti positivi, uno in ambito personale e uno in ambito pastorale: prima di tutto permette di fare il punto della propria situazione spirituale e, conseguentemente, permette ai fedeli di esercitare quel diritto di accettazione o meno di una predicazione sancito in modo sacrosanto dall’Editto di Torda.

Ebbene, indubitabilmente il mio piano pastorale di quest’anno, che intendo esprimere in questo sermone, è stato fortemente segnato dalle mie recenti esperienze personali e da quanto esse mi hanno permesso di comprendere.

Il primo, fondamentale punto che, focalizzandomi sulla mia fede e la conseguente predicazione pastorale che ne deriva, molto chiaramente emerge nella mia mente è che, dentro di me il lungo processo di progressivo dissolvimento di una figura del Divino personale e immanente si è completamente compiuto. Con totale certezza personale posso ora dire di non credere minimamente nell’esistenza di una entità comunemente definita come Dio: una Persona con una identità definita e una volontà definita, capace di agire sul mondo, sugli esseri umani, sugli eventi. Le ragioni di questa visione sono molte ma, per certi versi, si possono condensare in una frase un po’ sibillina che mi disse un collega canadese qualche tempo fa e che mi ci sono voluti anni per comprendere: “Amo troppo Dio per credere che esista”, che sta a significare che non posso venerare se non un Dio giusto, buono, un padre amorevole di cui non vedo, persino tenendo conto di ogni discorso sul libero arbitrio, nessuna traccia e nessun intervento nella realtà effettuale.

E, per certi versi, il discorso potrebbe finire qui e, quasi certamente, al di là di ogni possibile ipocrisia personale, finirebbe se fossi un pastore di gran parte delle altre forme di spiritualità esterne allo U*Uismo: un consacrato a Dio che non crede all’esistenza di un Dio personale immanente da pregare e venerare e, anzi, che considera l’idea stessa dell’esistenza di una tale forma di divinità, fatta salva la chiara soggettività dei percorsi e la volontà di non assolutizzare mai nessuna posizione, come un feticcio psicologico umano, sarebbe, in pressoché qualunque altra Denominazione, semplicemente una persona che, a un certo punto della sua esistenza, si rende contro di aver sbagliato strada e di dover cambiare il suo percorso.

Eppure, questa sera sono qui a predicare davanti a voi, ben sapendo che gran parte di voi ha una visione diversa dalla mia, e vi assicuro che questo non deriva né dall’attaccamento a un ruolo che vedo sempre più come un carico di oneri e non di onori né da alcuna volontà di uno squallido protagonismo che, oltre che totalmente alieno dalla mia natura, se mai esistesse, dovrebbe esplicarsi in tutt’altro ambito. Essere qui stasera, è, piuttosto il frutto di un parto a tratti doloroso, pieno di dubbi che mi hanno tenuto lontano anche dalla comunità.

Perché, vedete, non credere in un cosiddetto Dio personale e immanente non significa necessariamente negare ogni forma di trascendenza ma, piuttosto, cambiare la focalizzazione della propria ricerca. Credo in Dio? Sì! Credo in un Dio che è qui, ora, in tutti noi, in ogni entità vivente e che per molti credenti in un Dio personale è il primo frutto del Divino ma che, per me, è il Divino stesso: credo in un Dio che è la forza, l’energia della Vita, che è la vita stessa.

È un Dio della cui esistenza non possiamo dubitare perché è evidentemente presente in noi e intorno a noi, è un Dio che è pura forza impregnata non di volontà propria ma del libero arbitrio del singolo di indirizzare tale forza verso il bene o verso il male …

Basta questo per giustificare la volontà di un pastorato? Questo è stato il punto centrale della mia meditazione. In fondo, l’esistenza di una energia vitale, della vita, è un dato autoevidente, oggettivo, impersonale, che non necessità, di per sé, di grandi spiegazioni né, ovviamente, di nessuna reale liturgia di ringraziamento perché il nostro stesso esistere è, di per sé, la quotidiana e continua liturgia con cui si rende merito al Divino visto in quest’ottica …

Ma qui entra in gioco di nuovo l’insegnamento di questi ultimi giorni. Perché, vedete, è in fondo facile parlare d’amore dall’alto della torre d’avorio della teologia. Anzi, mi correggo, non è affatto facile scavare nei meandri di astruse teologia, di acuti pensieri filosofici, di definizioni il più possibile precise … non è affatto facile … ma, dal mio punto di vista, è assolutamente inutile, sterile, autoreferenziale. In ogni caso, sia che si voglia considerare, come il sottoscritto, qualsiasi presunta “rivelazione” come l’atto singolare di un uomo che cerca di sviluppare un senso nel direzionamento di quell’energia vitale di cui parlavo, sia che si voglia considerare una rivelazione o illuminazione come un suggerimento di Dio a un singolo che sia messaggero per l’intera umanità, è evidente che il contesto e le personalità dell’illuminato di turno giocano già un ruolo fondamentale nel sistema valoriale teologico che ne scaturisce e che, a maggior ragione, ogni commento, chiosa o corollario a tale sistema sia altrettanto influenzato da tempo, luogo e personalità del commentatore: insomma, ogni costrutto teologico altro non è, conseguentemente, che una ridicola asserzione di pensieri umani che assume una pretesa di comando divino.

Ebbene, spero che tutti voi abbiate ben presente il differente valore spirituale di fare l’amore (e non intendo una semplice ginnastica sessuale) con chi si ama e di dedicarsi all’onanismo. Ma se il basarsi su tonnellate di pagine di teologia scritta e di presunti “testi sacri” è, nella sua autoreferenzialità, paragonabile, secondo me, ad un atto onanistico, cosa è spiritualmente paragonabile all’amore vero?

Io credo che la risposta sia imparare ad amare, a vivere in un’ottica in cui l’amore pratico, concreto, la capacità di formare un corpo unico, una Anima Mundi che sappia unire tutte le vite (del passato e del presente, direbbe Capitini) in un grande inno alla Vita e al nostro viverla come umanità, superando l’apparente dualismo legato alla singolarità individualistica. Lo credo proprio perché l’ho sperimentato nell’ultimo mese, notando come, di fronte alla difficoltà di un soggetto la volontà di aiuto, di presenza, di sostegno, di donare affetto per “occuparsi dell’altro” anche per pochi minuti, per dare una mano, potesse superare ogni barriera di ruolo, ogni barriera geografica, caratteriale, culturale, ogni livello di conoscenza e venisse da chi meno lo si sarebbe aspettato.

In fondo, credo che questa sia la sola “teologia” che conta: una teologia semplice in realtà, una teologia che è pratica del quotidiano, senza tanti paroloni, senza tante astratte concezioni, senza neppure uno sforzo così enorme … Perché sono convinto che questa capacità di amare, di donare anche un minimo di affetto, una mano che si tende, anche solo una presenza silenziosa che sappia ascoltare ci sia in tutti …

E credo che sia l’emersione di questa capacità che “crea” il Divino, qui e ora, che crea l’Anima Mundi in un processo che è l’esatto inverso di quello proclamato dalle religioni classiche, ad avere ancora bisogno di una spiritualità, di una predicazione, di un continuo incitamento comunitario.

Ci guardiamo intorno e ciò che vediamo è una costante proclamazione dell’”homo homini lupus”, della paura dell’alterità, della divisione, della lotta per un po’ di successo, di potere, di celebrità o anche, banalmente, per “avere ragione” … Tutto questo è strumentale, tutto questo significa indirizzare la forza della vita verso mete che sono distruttive e non costruttive, non solo per la collettività, non solo per l’Anima Mundi, ma per il singolo stesso, per la sua vera natura che è, di fondo, una natura sociale, in una rete interdipendente in cui ciascuno è un tassello di un grande puzzle e dovrebbe avere l’enorme piacere di sentire tutta la grandezza e la responsabilità di essere tassello unico, irripetibile e insostituibile della grande cattedrale dell’umanità.

Ecco, è questo divino così terreste, così comune eppure così eccelso, questo divino delle piccole cose, dei piccoli gesti, del quotidiano dono d’amore che credo sia mia dovere pastorale scoprire, mostrare, predicare.

E assumersi questo ruolo, nelle parole e prima ancora nella vita concreta, nell’esempio, credo che sia compito di tutti noi, di chi si riconosce in uno U*Uismo umanista, il cui senso ho finalmente compreso pienamente fino a riconoscermici, così come in uno U*Uismo religioso e, forse, in qualunque spiritualità e, magari a maggior ragione, di chi ha liberamente deciso di assumere su di sé il “dolce giogo” e dovrebbe fare di questo l’elemento più centrale e caratterizzante della propria esistenza e non solo una professione o, ancor peggio, come spesso succede, un hobby tra gli altri a cui dedicare scampoli di tempo quando si hanno, una volta portate a termine tutte le altre incombenze.

Ma se il senso del Divino è un abbraccio, uno sguardo, un atteggiamento, un dono anche di una piccola parte di sé, di un’attenzione, di cinque minuti per dare una mano anche quando non ce ne viene nulla in tasca e non il fissarsi per ore sulla minuziosa disamina di una parola e del suo significato, sul commento pedante di un versetto di questo o quel testo sacro scritto da un uomo come noi e commentato da altri uomini come noi, di cui è interessante conoscere l’opinione perché è importante restare aperti ad ogni apporto per la propria crescita personale ma che non hanno alcuna valenza superiore d’insegnamento rispetto a quanto posso apprendere magari da un contadino analfabeta che può essere molto più saggio di mille filosofi cattedratici, se il senso del divino è sporcarsi le mani in un abbraccio, in una opera concreta d’amore e non qualche vuota ritualità, qualche parola mormorata distrattamente come un mantra, qualche paludata affermazione paradottrinaria per mostrare quanto sono figo e colto, beh, allora lasciatemi dire che, così come vedo la grandezza dello U*Uismo nel proclamare che anche questa spiritualità umanista è pur sempre grande spiritualità, allo stesso modo vedo un limite dello U*Uismo, in particolare nostrano e continentale. E questo limite, che, per quanto mi riguarda cercherò in ogni modo di superare, è l’intellettualismo dei parolai. Parliamo, parliamo, predichiamo dall’alto delle conoscenze teologiche con alti termini filosofici e rischiamo di diventare un club di discussione ecumenica, una élite intellettuale che magari tocca la mente di chi ha interesse per la cultura o ha avuto la fortuna di studiare ma troppo spesso non arriva al cuore, soprattutto di chi ha più fame di concretezza, di chi ha fame d’amore indipendentemente dal livello culturale.

Come sempre, allora, fratelli, termino questo mio sermone con una preghiera per tutti noi. La mia preghiera, stasera, è che ogni giorno possiamo imparare a ringraziare per la grande forza della Vita che ci unisce tutti. È semplice: un sorriso a chi ci sta intorno vale già più di mille formule prefabbricate!

A gloria della rete interdipendente della Vita,

Amen

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