Quando ci sentiamo abbandonati e inariditi

La Connessione Spirituale

1 Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi: 

2 «In una certa città vi era un giudice, che non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno; 

3 e in quella città vi era una vedova, la quale andava da lui e diceva: “Rendimi giustizia sul mio avversario”. 

4 Egli per qualche tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: “Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, 

5 pure, poiché questa vedova continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa”». 

6 Il Signore disse: «Ascoltate quel che dice il giudice ingiusto. 

7 Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti? 

8 Io vi dico che renderà giustizia con prontezza. Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?»

 

Cari amici

sono molto grato a Ilia per avermi dato l’occasione di riflettere su questa parabola.Per comprenderne il significato, a mio giudizio, dobbiamo partire da quello che credo ne sia la corretta antropologia spirituale.  Come ho già avuto modo di dire credo che la realtà sia uno medio tra due poli, da un lato abbiamo l’uomo dall’altro il Principio Trascendente: ciò che accade è un esperienza in grado di mettere in contatto l’uomo con il Principio Trascendente. Compito dell’uomo dunque è quello di setacciare l’esperienza contingente per trovare in essa un indizio che possa ricondurlo al Principale, o se preferite la realtà è come una matassa ingarbugliata, In cui solo pochi fili conducano alla soluzione del groviglio. il nostro compito sarà quello di trovare i fili giusti in ogni situazione. A complicare il tutto c’è l’idea platonica che noi, nascendo ci dimentichiamo dell’intero fondamento metafisico del reale e, non contenti, veniamo russeauianamente diseducati da una subcultura superficiale orientata alla rabbia e all’odio. Ebbene, ogni volta che noi riusciamo a collegare la realtà di ciò che ci accade realizziamo, inveriamo, mettiamo in atto lo sposo, il Cristo; ogni volta invece che per mille motivi non riusciamo a ricollegare correttamente ciò che ci accade con il Principio Trascendente l’anima dell’uomo è vedova.

L’anima può trovarsi vedova per mille motivi: i più superficiali pensano che il problema possa risolversi semplicemente recitando o meno un credo scritto da altri, invece la situazione è un po’ più complicata: ogni credo, ogni dogma, sono misure statiche, i tre attori di cui abbiam parlato, l’uomo, l’esperienza e lo Spirito sono elementi dinamici. Pensare che qualcosa di statico e immutabile possa essere la soluzione di una situazione dinamica è puro non senso. La realtà richiede una ricerca continua, un continuo sforzo di perfezionamento della propria sintonia spirituale. Ogni volta che ci si siede, ogni volta che ci si sente arrivati, lo sposo muore e l’anima torna vedova. Parafrasando Giovanni Crisostomo potremmo dire che il compito di un buon cristiano è cercare di far rinascere il Cristo ogni giorno, ogni secondo attraverso l’esercizio costante. E cosa succede quando noi questo sforzo non lo facciamo o lo facciamo male? Attraverso una serie di risoluzioni altrettanto dogmatiche creiamo un’ombra, un avversario che nutriamo delle nostre paure e delle nostre fragilità, del panico suscitato dall’aver perso il contatto col Principio Trascendente. Questo idolo autocreato inizia a insegnarci il culto di sé e a sviarci in una terribile antropolatria, che invece di insegnarci ad amare l’uomo come tale, ci insegna ad odiare il diverso e a far guerra al diverso.  E’ finita qui? Tutt’altro! L’infinita misericordia del Principale fa sì che la realtà vedova continui a sollecitarci, punzecchiarci, disturbarci, per darci sempre e comunque, unitarianamente una opportunità di crescita spirituale, nel bene o nel male. La vita ci insegna due grandi cose: la prima è che siamo noi a dover scegliere cosa fare, se rendere giustizia alla vedova o nutrire l’avversario; la seconda è che prima o poi qualunque anima la giustizia la trovi, è solo una questione di tempo. E allora gli autori di pesanti crimini? Al netto di patologie mentali, io credo che tutti prima o poi possano trovare il contatto col Principio Trascendente, solo che questo contatto è esigente e sta all’uomo cercare in sé la forza per aprirsi ad esso. La parabola si chiude lasciando intendere una cosa: più si è prossimi all’esperienza della trascendenza, più è semplice ritrovarla anche sotto le nubi più fitte; più si è lontani, più è complicato ritrovarla: l’abitudine a nutrire l’avversario è un brutto vizio, difficile da estirpare, difficile ma non impossibile.

E come si rende giustizia alla vedova? Anzitutto questo non è un processo che si compia per interposta persona, ma un esercizio fondamentale di ogni anima, attraverso un processo di apprendimento e affinamento continuo, che una volta a casa mia si chiamava catechismo, ma che oggi è passato un po’ di moda, in ragione dell’abitudine molto di tendenza a spargere odio sui social. Vediamone comunque due delle tappe principali: la prima consta nel non demonizzare l’avversario. L’avversario è la proiezione di una parte di noi, la vera giustizia passa per il riconoscere, comprendere e abbracciare le nostre fragilità da un lato, e dal concedere che anche il nostro peggior nemico, seppur limitatamente e sotto certi aspetti, abbia delle ragioni. L’altra tappa è non smettere mai di cercare. Ma dobbiamo essere ben chiari su cosa voglia dire cercare. Cercare non significa chiedere ed aspettare ostinatamente che la realtà vada come vogliamo noi, perché il Principale non è un nostro cameriere, e udite udite, non significa nemmeno accettare acriticamente ciò che succede in nome di un presunto amore dogmatico per il Principale, perché non siamo automi.

Cercare significa sforzarsi di vedere in ogni tipo di esperienza, anche la più terrificante, un’occasione di crescita, un momento attraverso cui trascendere per ritrovare lo Spirito in noi stessi. Certo non è sempre facile, nessuno pretende che lo sia, ma è il compito ultimo di tutti noi cercatori dello Spirito. La preghiera, la meditazione, la pratica spirituale, devono poter essere i vostri strumenti in questa ricerca e la tenacia e la costanza le vostre compagne. Lo spirito comunitario tra noi può e deve far di più, la Comunione dei Fiori può essere sfruttata meglio in questo senso: sfruttate quel momento per confidarci quando e come avete sentito la vostra anima vedova del Principio Trascendente, e di come avete trovato conforto, e di come infine siate riusciti a consolare amici che si trovassero loro stessi in una situazione difficile.

Disponiamoci dunque insieme a farlo quest’uomo, capace di disporsi all’ascolto, e cercare in sé la buona Voce Trascendente, anche nei momenti più bui

Nasè Adam

Rob

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