Gesù non seguiva il tennis

Cari amici,
Eccoci infine a parlare in maniera puntuale della parabola su cui riflettiamo da settimane, quella del seminatore. E’ una parabola che fonda in maniera abbastanza profonda l’altropologia spirituale unitariana. Vediamo perchè.
Anzitutto il seminatore semina ovunque e comunque. Non solo in noi stessi, fondando la nostra capacità di trascendere, non solo nel prossimo, albergando in ogni essere vivente, ma anche in ogni esperienza contingente che ci capiti, positiva o negativa che sia.
E allora le teste di quiz? Ma non vedete che il mondo è pieno di mentecatti? Come fate a parlare di scintilla divina in madri di famiglia che augurano buon appetito ai pesci che inghiottiscono i naufraghi in mare? Come fare a vedere del buono laddove regna ignoranza pressapochismo e odio gratuito? Come spiegare la vita di chi sembra votato solamente all’odio, alla miopia e all’egoismo?
Semplicemente perchè il seme da solo non basta. Se bastasse tutta l’esperienza di vita che il Principale ha pensato non avrebbe senso, sarebbe come un carillon che, una volta caricato, dia sempre lo stesso esito, sempre la stessa noiosa musichetta, e soprattutto contravverrebbe a quello che credo sia il fine ultimo del Principale, e di quella sfida che, nella notte dei tempi, l’uomo accettò. Io credo che il Principale voglia essere amato liberamente e incondizionatamente, voglia essere scelto anche in presenza di altre attrattive che risultino contingentemente più interessanti, siano esse una partita di calcio, un tea con le amiche, o un programma tv. L’uomo accettò la sfida, accettò di vivere in un corpo strutturalmente creato per distrarsi e annoiarsi e di tentare di riportare questo corpo all’esperienza d’amore originaria. 
Intorno a me in questo momento parlano di tennis, ecco penso sia come una partita di tennis: il talento è la pallina, sta a noi rimandarla al di là della rete e cercare di fare il punto. Essere cristiani significa accettare di giocare questa partita, essere Cristo significa far punto. Certo la vita ci mette davanti palle più facili e palle più difficili, sta a noi allenarci in modo da riuscire a far punto nella maggior parte dei casi. Da cristiano penso che Gesù abbia avuto la più alta percentuale palle toccate/punti fatti, una percentuale pari quasi al 100% (al quasi io tengo molto) e che noi invece gravitiamo su percentuali moooolto più basse. Sta a noi lavorare per migliorare le nostre percentuali, tenendo in forma il nostro corpo, e questo è un impegno solo nostro, e migliorando il nostro tennis, la nostra sensibilità spirituale, per cui possiamo farci aiutare dalla tradizione che ci sembra più confacente al nostro sentire e da un ministro adeguato.
Gesù, che probabilmente non seguiva il tennis, ed era una persona molto più seria di me, ha usato un altra metafora per spiegare il concetto: quella della semina. Il seme da solo non basta: un buon raccolto dipende anche moltissimo dal terreno in cui cade e il terreno è compito nostro prepararlo. Se il seme cade in un terreno di me…lma, non è colpa del Principale se non cresce nulla di buono. Se uno, fisicamente un po’ appesantito e totalmente digiuno delle regole del tennis, usa la racchetta per darla in testa al raccattapalle non è colpa del Principale. Noi siamo liberi di utilizzare il nostro terreno e prepararlo come meglio crediamo e questa libertà è un’arma a doppio taglio, perchè senza il buon esempio, senza una società che investa davvero su di una cultura spirituale di tolleranza al di là delle casacche dogmatiche, sarà sempre più difficile imparare a faredel buon raccolto. L’uomo pur troppo funziona per imitazione, se all’imitatio Christi sostituiamo l’imitatio-imbecillis non possiamo pensare di ottenere grandi cose.
Eco era stato triste profeta nel temere cosa sarebbe successo se si fosse dato in mano uno strumento di diffusione di massa in mano ad imbecilli…. 
E il Maestro cita quattro fasi, che potremmo vedere come quattro livelli di una nostra crescita spirituale: 
  • la prima è quella più comune, gli uccelli rappresentano altre sollecitazioni della nostra vita cui noi non sappiamo dir di no, siano essi la tv, la cena con gli amici, social media. Essi letteralmente rubano o inghiottono il nostro talento
  • Facciamo uno scalino e arriviamo a quelli che si impongono un percorso spirituale, sono presenti al servizio, ma considerino la semplice presenza come il fine ultimo del servizio stesso, “caro prete, io ti concedo mezz’ora del mio tempo a settimana, ma poi non rompere le scatole che c’ho da fare”. Queste persone prima o poi abbandoneranno, perchè prima o poi arriverà un momento più difficile, una palla più difficile da respingere e quell’esperienza spirituale, confinata come un compartimento stagno all’interno della vita, cesserà di esistere
  • Facciamo un ulteriore gradino e troviamo un’esperienza ulteriore molto comune: quelli che si lascino pervadere dall’esperienza spirituale in molti ambiti della loro vita,  ma che nel loro animo trovino qualche spina difficile da estirpare e trovino più conveniente lasciarla lì, non toccarla. Direi che mentre i primi due gradini sono molto comuni tra i sedicenti non credenti, o anche tra i curiosissimi credenti non praticanti (due contraddizioni su cui non ho tempo di soffermarmi), il terzo scalino è comune a più o meno tutti noi credenti, mi ci metto anche io ovviamente: ognuno di noi ha qualche spina che impedisca al frutto di crescere e quindi al raccolto di essere copioso come potrebbe. Compito nostro dovrebbe essere quello di lavorare sulle spine per permettere al seme di crescere e invece ci esponiamo al pericolo, non avendo il coraggio di sopportare il dolore dell’estrazione, di volere una denominazione o un ministro che legittimi le nostre spine, permettendoci di lasciarle al loro posto. 
  • Siamo all’ultimo gradino, cui tutti accediamo nel momento in cui sentiamo il seme che lavora in  noi stessi e gli diamo buona terra, ma da cui tutti retrocediamo ogni volta che una esperienza complicata ci renda meno saldi e determinati nella fede. Esperienze e titubanze umanamente comprensibili, ma da cui dobbiamo imparare a guardarci rendendo il nostro animo saldo anche di fronte alle esperienze poco piacevoli. E’ una risoluzione certamente non semplice, ma non impossibile, a fronte di un costante e significativo esercizio spirituale
 
Allora facciamolo quest’uomo, capace di rendere fecondo il proprio terreno per il seme divino e di trasformare i casi della vita come concime utile e non come impedimento alla crescita del seme
 
 
Nasè Adam
Amen
Rob
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