E.P.I.C. – Ogni persona è connessa

Cari amici,

Immaginate la mia sorpresa nello scoprire che uno dei più importanti musei di Dublino si chiama E.P.I.C., e che EPIC non stesse a richiamare qualche leggendaria impresa celtica, ma fosse l’acronimo di Every Person Is Connected, ogni persona è connessa ossia l’enunciazione del settimo principio unitariano universalista. Ed immaginate ancora la mia sorpresa nello scoprire che un museo intitolato al settimo principio sia in realtà un museo legato ad una delle esperienze emotivamente più controverse della vita contemporanea: la migrazione (irlandese). Cosa belin ci sarà da dire sulla migrazione, mi chiedevo? Ci sono ovviamente andato ed ho avuto una delle più interessanti esperienze culturali degli ultimi tempi, che vorrei raccontarvi in queste righe.

*)

Anzitutto, il museo parte da una considerazione inequivocabile: la migrazione è parte della nostra storia. Mi son sorpreso a pensare che questa affermazione, valida certamente per l’irlanda, lo è, forse ancor di più per l’Italia. Lasciando da parte interessanti disquisizioni storiche sui flussi migratori prima dell’unificazione, di cui magari ci parleranno Law e Rosario quando io sarò già a dormire, considerando i 150 anni di storia italiana, almeno la metà sono stati caratterizzati da flussi migratori, sia dalle campagne verso le città, sia da sud verso nord, sia dall’Italia verso altri Paesi, (Belgio, Germania, Americhe, per citare solo quelle che mi vengono in mente adesso), e che continua ancora oggi: proprio in questi giorni sono usciti diversi articoli che cercano di riportare l’attenzione su quanto una fetta sempre maggiore dei nostri giovani e dei nostri ricercatori italiani colga esperienze ed opportunità all’estero. Anche la nostra storia italiana è stata ed è tuttora una storia di migrazione.

*)

La prima esperienza del museo porta interrogarsi sulle cause delle migrazioni, perchè nessuno emigra a caso, ed individua due grandi tipologie di cause: naturali e culturali. Sono cause naturali, le carestie, i disastri ambientali, e, in parte, le epidemie; sono cause culturali le guerre, la diseguaglianza sociale e le leggi ingiuste. Il museo invita a non perdere mai di vista queste cause, come esperienza iniziale e portante di tutto il fenomeno. Penso alle cause che hanno portato i miei nonni ad emigrare, alla povertà e alla guerra, e penso alle ragioni, più o meno le stesse, che costringono persone oggi a migrare.E’ certamente più facile e più conveniente per tutti dare libero sfogo alle più basse piccole e scure fragilità della propria anima convogliandole in odio per il diverso, per il nero che incontriamo sul bus, piuttosto che ammettere il nostro profondo menefreghismo sulle cause che abbiano portato quell’uomo davanti a noi, e ignorare ostinatamente quanto alla base della sua povertà ci sia un nostro tornaconto nell’averlo espropriato, per fattori di natura storica, di risorse e potenzialità di cui lui sarebbe stato naturalmente più dotato.

*)

Un altro punto che tocca il museo è il dramma biografico di chi emigra, le ragioni che lo costringono a lasciare gli affetti e la sicurezza del luogo natio per affrontare l’ignoto, la diffidenza e l’emarginazione in una terra sconosciuta. Certo la disperazione è una molla molto forte, ma ci vuole anche un coraggio da leoni. Ed è un coraggio che spesso manca ai leoni da tastiera, che non sarebbero minimamente in grado di cavarsela in una esperienza simile, e allora cercano di nascondere dietro ad uno schermo la propria pochezza ed esprimendola attraverso l’odio e la denigrazione.

*)

Un altro elemento è l’immagine dell’immigrato. Ogni immigrato, a qualsiasi latitudine, viene visto come delinquente, portatore di disvalori ed usurpatore di opportunità. E’ stato cosi per gli irlandesi, è stato cosi per gli italiani ed è così per gli immigrati d’oggi. Ognuno di noi nella propria famiglia ha un antenato migrante, ed ognuno di noi ha potuto beneficiare della sua testimonianza di quanto è come sia stato emarginato ed abbia dovuto faticare per guadagnarsi fiducia e rispettabilità. Storia, filosofia e teologia ci insegnano che sia connaturato ad ogni uomo avere paura del diverso, ma ci insegnano anche come sia compito irrinunciabile dell’umanità stessa impegnarsi per superare queste paure, poichè i risultati migliori l’umanità li ha raggiunti lavorando insieme e non chiudendosi alla novità.

*)

Una stanza è poi dedicata a ciò che i migranti hanno portato nella terra ospitante. Un bagaglio notevole di esperienze, contributi nell’arte, nella scienza, nello sport e nel modo di vivere. Certamente, tra questi contributi, ci sono anche esperienze delinquenziali e meno piacevoli, ma voler ridurre l’intero fenomeno a quello è un atto miope di persone piccole che non sono in grado di riconoscere i propri debiti culturali al diverso, causa l’intima fragilità della propria anima. Anche noi italiani siamo migranti e abbiamo contribuito in maniera importante allo sviluppo della cultura dei paesi che ci hanno ospitato. Anche noi, in minima parte, abbiamo esportato delinquenza, ma, nessun italiano si sognerebbe di dire che tutti gli emigrati italiani siano delinquenti, perchè riconoscerebbe la superficialità di tale affermazione. Il paradosso è che buona parte di quelli che si inalbererebbero a sentire che gli emigrati italiani sono tutti delinquenti, sono poi tra i primi a pensare che tutti gli immigrati in Italia oggi siano delinquenti. La pochezza spirituale porta anche all’incoerenza.

*)

In generale, e qui arrivo alla parabola di cui discuterò più diffusamente lunedi 22 nella riunione mensile del percorso cristiano. La metafora del seme è molto opportuna per leggere il fenomeno della migrazione, culture che, mescolandosi, possono portare ad esperienze più vive e profonde

*)

Chiudo rispondendo a quei cattolici che accusano i propri preti di parlare di migranti e non di vangelo. Io ho parlato di Vangelo, ho lanciato un seme, è compito vostro quello di creare un ambiente accogliente in cui questo seme possa attechire e crescere. Il Vangelo è scomodo, il Vangelo vuole la nostra crescita, il nostro lavoro. Il Vangelo vuole essere per noi un continuo carburante oer una crescita spirituale. Chi pensi ad un vangelo accomodante, che avvalli odio, razzismo e piccolezza, dimostra un vero e proprio analfabetismo spirituale, e dichiara la propria pochezza e la propria paura di mettersi in gioco.

*)

Allora facciamolo quest’uomo, capace di avere il coraggio di affrontare l’ignoto e di non avere paura del diverso

Amen

Rob

Please follow and like us:
error