Sedare la tempesta

 Cari Amici,
Stavo cercando di commentare qualche parabola per adempiere al mandato pastorale annuale che ha proprio nelle parabole uno dei punti qualificanti, quando mi sono imbattuto in queste righe e nei relativi commenti sul passo. Ebbene, se davvero pensate che Gesù si sia messo a fare il meteorologo antelitteram, non leggete queste righe, se invece pensate che dietro a questa immagine possa esserci altro, seguitemi e proviamo a ragionarci insieme. Anzitutto la tempesta. Di che tempesta parliamo?  Se non è la tempesta meteorologica quella di cui parliamo, di che si tratta? Nell’interpretazione che vi propongo la tempesta penso siano i casi avversi della vita, tutte le situazioni spiacevoli e dolorose che ciascuno di noi si trovi incidentalmente a vivere. Le onde invece penso siano le emozioni e i malumori che tali esperienze ci cagionano, mentre la barca penso sia la nostra anima. E Gesù? Contrariamente ai più non credo che Gesù abbia un ruolo in questa vicenda, né come individuo biologico nato e morto in Palestina duemila anni fa, né come supereroe metafisico, le cui prodezze ha reso famoso in tutto il mondo, ma con la spiacevole controindicazione di allontanarlo dai cuori della gente, fino ad arrivare alla progressiva atrofia della ragione e delle coscienze i cui effetti stiamo vedendo in questi giorni. Gesù è per noi importante per il messaggio che ha portato e per la coerenza e l’esempio con cui ha saputo viverlo e testimoniarlo. E’ in ragione del messaggio evangelico che Gesù si trova su quella barca, non per altro, altro non serve. Vediamo meglio.
La dottrina di Gesù possiamo pensarla in due fasi. La prima fase è ricettiva, il messaggio di Gesù, che è a conti fatti esperienza della presenza Divina, alberga in ciascuno di noi, nessuno escluso, nemmeno quei sedicenti cristiani che dimostravano quanto abbiano imparato dal catechismo augurando a una ragazza di essere stuprata per espiare la colpa di aver salvato 42 vite dalla morte in mare. La presenza della scintilla divina è in tutti, anche in loro. Solo che la scintilla divina “dorme” e non basta brandire e agitare un rosario per svegliarla, occorre la scelta di mettersi in gioco, lavorare su di Sè attraverso la meditazione, la preghiera, la pratica costante e condivisa. L’obiettivo è sentire il calore del sole oltre le nubi, la presenza del seme divino al di là di ogni contingente difficoltà. So che non è facile a farsi, la mia vita quotidiana è testimone per me di quanto possa essere difficile, ma è altrettanto testimone di quanto sia possibile. Una volta che sarete allenati a sentire la presenza divina, cosi ben veicolata dalle parole del Maestro. sarà facile minimizzare le nubi che potrete incontrare sul vostro cammino, e calmare le onde che perturbano la vostra anima. Ma non c’è nessun miracolo in tutto questo: solo una scelta volontaria di aprirsi all’ascolto e una costanza altrettanto volontaria di nutrire la consapevolezza della presenza divina quotidianamente, difendendola dalla scontatezza, dai sofismi degli strilloni celoduristi, la cui fragilità spirituale è proporzionale ai decibel di urla,  e dalle tentazioni suadenti e singolarmente ineccepibili di occupazioni capaci di distrarci dall’impegno spirituale quotidiano. Senza questo impegno, senza questa costanza ogni professione di fede fatta con le sole labbra è assolutamente inutile e fine a se stessa.  Finché la voce del Maestro tace, finché il Maestro dorme nell’anima di ciascuno, dirsi cristiani è impossibile. E sono interessanti le parole del Maestro al risveglio: “«Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». Fede e paura sono antitetiche.  Chi ha fede ha il sole stampato nel cuore e ha nella preghiera una batteria che si ricarica periodicamente, Ma, appunto su questa fede dobbiamo discutere. Se sul piano mondano essa può essere dipinta come qualcosa di acceso o spento, che c’è o non c’è, comoda scusa di quanti, in preda alla paura non abbian voglia di cercare, sul piano spirituale essa è un elemento costante, che si rivela nell’esercizio e nell’esperienza. Fede è fiducia, e non è campata per aria, è pistis, una credenza che in greco si può avere a partire da un dato concreto che è esperito nella preghiera e nella meditazione.
Ma non si tratta solo di ascolto, c’ anche una seconda fase, quella che prevede che da questo seme ci facciamo pervadere e contaminare al punto di partorire in noi e attraverso di noi un uomo e una donna nuovi ogni giorno, ogni giorno spiritualmente migliori e ogni giorno più simili a quel Cristo asintoto di cui abbiam parlato la volta scorsa. Non si tratta più solo di non aver paura, ma di andare e testimoniare la dottrina del Maestro con la nostra vita prima che con le parole.  A volte penso al nostro simbolo come a una sintesi di questo processo: la coppa è la nostra capacità di ascolto ricettivo. La presenza del Principale è lo Spirito che c’è ma non si vede, e la fiamma è la nostra capacità di mettere in atto di inverare di dare corpo e voce al Vangelo. La fiamma è qualcosa che nasce da un combustibile che è compito nostro mettere da parte. La fiamma è qualcosa che brilla nel buio e che scalda i cuori, tendendo verso l’alto.
Chiudo invitandovi a pensare a voi, con temi che riprenderemo nella Comunione dei Fiori. Quante volte siete ricorsi al Vangelo (o ad analogo di altra pratica spirituale) anche solo mentalmente, nei vostri momenti di difficoltà, per non avere paura? Quanto sentite di dover lavorare spiritualmente ogni giorno, per mettere fieno spirituale in cascina per i momenti più bui? Quanto e come avete avuto paura di testimoniare valori cristiani? Come l’avete superata o pensate di superarla? Chi sono le persone che vi hanno rassicurato di più e infuso coraggio nel vostro cammino spirituale? Per chi pensate di essere stati o di poter essere un esempio nel suo cammino spirituale? Pensiamoci tra poco insieme
Allora facciamolo quest’uomo, capace di non avere paura dei temporali della vita e di essere un esempio di coraggio e di carità spirituale
Nasè Adam
Amen,
Rob

 

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