O Signore nun è mercante

Cari Amici,

Confesso ogni tanto di sentirmi infastidito da quanto poco le persone facciano attenzione al presente, a quanto siano prese da discorsi relativi al passato o al futuro, e da quanto utilizzino questi discorsi per fuggire dalle proprie responsabilità presenti.  Recentemente una donna che conosco di vista mi diceva lamentandosi di “non essere mai stata considerata”, e di non poter davvero impegnarsi nella ricerca della fede perché non ce l’avrebbe fatta a non incolpare il mio povero Principale di questa vita passata ai margini. Nondimeno un caro amico mi confidava che “in Dio è inutile sperare, tanto domani sarà la stessa schifezza di oggi”. Questi ragionamenti, per quanto molto comuni, nascondono una serie di errori logici che nulla hanno a che fare col povero Principale, e che forse è meglio esplicitare.Iniziamo col dire che qualunque ricordo o previsione è di natura parziale e dipende per la maggior parte da nostri pregiudizi e da un nostro stato umorale: la realtà è troppo complessa perché possa davvero essere ridotta alla nostra congettura su di essa. Ciò che sola abbiamo è l’evento presente, e nell’evento presente noi stessi prendiamo forma e ci ritagliamo uno spazio di azione nella sfera a noi circostante. Non importa cosa io sia stato 10 anni fa o cosa io potrò essere tra 10 anni, importa la mia applicazione nei prossimi 10 secondi, la mia fattiva volontà di impegnarmi per rendere il mondo leggermente migliore con la mia azione, la mia risposta al qui ed ora, la mia risposta alla chiamata dell’Eden, “Tu, dove sei’?”. Senza contare che; per dirla con Eraclito, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, o per usare un proverbio napoletano su cui Ilia mia fatto da consulente, O Signore nun è mercante, ca pava ‘o sabbat. Noi non sappiamo cosa succederà domani, non sappiamo se qualche evento fortuito non possa farci cambiare radicalmente opinioni e prospettive, l’unica cosa che abbiamo è l’oggi, è il presente, e uno spazio, più o meno ampio di azione in esso. Dunque una prima domanda è: quali sono i valori con cui interagisco nell’evento da cui io stesso prendo forma? Come elevo, come oriento, come depuro l’esperienza contingente che sto vivendo, per elevarla al piano autenticamente spirituale? In questo non faccio il tifo a priori per questa o quella tradizione spirituale… poco importa… ciò che importa è come vi faccia essere tale Tradizione, la qualità spirituale, morale e sociale della risposta che attraverso essa offrite alla realtà che vi circonda. Se tutti davvero ci disponessimo a sforzarci di rendere migliore il metro quadro attorno a noi, l’intero mondo sarebbe migliore. Solo che costa fatica: assumersi l’impegno qui ed ora, senza se e senza ma, è faticoso. Meglio lamentarsi, meglio impegnare il tempo accampando scuse, meglio allontanare da sé la responsabilità dell’agire, meglio accusare qualcuno, il diverso, l’Altro il Principale, della propria mancanza. Forse siamo persone molto orientate al passato o al futuro proprio perché questo ci permette di non pensare al presente e al nostro ruolo in esso. Forse c’è una atavica paura della prova presente, paura che ci spinge a trovare rifugio altrove in qualche dogma.La soluzione è una sola, meno chiacchiere e più impegno, imparando a gestire attivamente la nostra energia in modo che arrivi più efficacemente la dove serve.  Cosa è stato ieri importa solo come insegnamento utile per l’oggi, come sprone a far bene oggi. E allora, se quest’oggi è tanto importante, provate a pensare a come lo gestite, a quanto lo sfruttate, a quanta spiritualità giunga all’essere attraverso di voi.  Pensate all’esperienza di vita come all’attività del bere l’acqua da un ruscello attraverso un bicchiere bucato. Quant’acqua riuscite a bere? Quanto di quest’acqua si perde? Quanto sono grandi i fori della vostra disattenzione?Pensate ora alla pratica spirituale come a una specie di debole collante  che tappi temporaneamente questi fori e vi permetta di bere più acqua. Essendo debole tale collante, ha bisogno di essere riapplicato in maniera costante e continua e da qui deriva l’invito ad applicarlo spesso. L’assenza di una attività di questo tipo, che porti ad una azione qualitativamente significativa almeno secondo i nostri principi, tanto per rispondere a una obiezione di Rosario, è una caratteristica del nostro tempo, un tempo che non vuole pensare, non vuole decidersi, vuole demandare la responsabilità di essere a qualcos’altro, sia esso un lamento, un dogma o un capopopolo poco importa. Dobbiamo educare chi ci circonda a non scappare di fronte alla paura di essere agenti spirituali, di assumersi la propria parte di croce, di spendersi per l’altro. E lo possiamo fare anzitutto cercando di essere un esempio di vita, e ricordiamoci che il primo modo per vivere in un mondo migliore è migliorare noi stessi. Nell’essere un esempio dobbiamo esserlo anche da un punto di vista spirituale, dobbiamo insegnare a chi ci circonda a vivere il proprio talento spirituale in maniera autentica, quale che sia. Dobbiamo saper leggere al di là della rabbia dilagante che oggi ci circonda, la profonda fragilità che essa denuncia e parlare ad essa. Pensate alla locuzione “è un buon cristiano”, chi la usa più? Ebbene dobbiamo fare in modo che possa essere detta di noi, che chi ci circonda possa vederci come agenti di speranza e possa desiderare la nostra via. Dobbiamo agire come comunità, creando con l’impegno quella massa critica, quella presenza che possa essere utile a far fermare chi ci incontra, a far intravedere valori e calore umano.
Come vedete, idee concrete per piantare il nostro seme spirituale ce ne sono, faticose ma abbastanza chiare, si tratta di volerle, senza cedere alla seduzione del lamento e della fiducia. Sempre più credo che la realtà terrena sia una specie di palestra fatta apposta per suscitare la risposta, il nostro seme/talento spirituale
E allora facciamolo quest’uomo, che, sull’esempio di Ian, chiacchieri meno e si impegni di più ad essere lavoratore nella vigna

Nasè Adam,
Amen
Rob

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